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Egitto. Nuovo libro in francese sul grande tempio di Abu Simbel “Le Stanze Nord del Tesoro. Descrizione archeologica e testi geroglifici” a cura di Hisham Elleithy

La copertina del libro “Le grand temple d’Abou Simbel. Les salles nord du trésor” di Hisham Elleithy (Cedae, 2020)

Fu costruito dal faraone Ramses II della XIX dinastia, e scoperto dall’archeologo Giovanni Belzoni nel 1817: parliamo del Grande Tempio di Abu Simbel, nella regione della Nubia, sulla sponda occidentale del Lago Nasser; uno dei siti archeologici inclusi nella lista Patrimonio dell’umanità dell’Unesco, ed è uno dei templi che è stato spostato dalla sua posizione originale in un luogo più in alto sopra la superficie del lago Nasser al momento della costruzione della diga sul Nilo. Su iniziativa del ministero del Turismo e delle Antichità egiziano il Cedae (Centre d’Etude et de Documentation sur l’Ancienne Égypte) ha pubblicato il libro “Le Grand Temple d’Abou Simbel. Les salles nord du trésor. Description archéologique et textes hiéroglyphiques” (Il grande tempio di Abu Simbel. Le Stanze Nord del Tesoro. Descrizione archeologica e testi geroglifici), Il Cairo 2020, a cura Hisham Elleithy, direttore generale del Cedae, sottosegretario di Stato per la Documentazione del ministero delle Antichità e responsabile del Centro documentazione delle Antichità egizie; con l’introduzione del ministro Khaled El-Enany. “Il libro”, spiega Elleithy, “inizia con un’introduzione che tratta di ciò che il centro ha pubblicato in precedenza su questo tempio, e poi passa a descrivere ciò che c’è sul lato settentrionale del tempio: le stanze del tesoro, con descrizione archeologica e traduzione di testi geroglifici. Il libro illustra la pianificazione architettonica del tempio con un’indicazione dell’ubicazione delle camere del tesoro settentrionali, quindi la descrizione archeologica delle iscrizioni e delle scene, quindi una raccolta di fotografie di tali iscrizioni e scene, seguita dai dipinti di disegni al tratto, mappe architettoniche, immagini in bianco e nero e una tavoletta di iscrizioni e scene, oltre a un elenco di offerte e rituali. I nomi di divinità, dipinti e varie calligrafie”. Secondo lo stesso tema delle sale meridionali del Tesoro, quelle del Nord riproducono sulle loro pareti tutta una serie di scene, scolpite in rilievo “nella cavità” con il faraone alla presenza di divinità. Molto spesso Ramses II è raffigurato inginocchiato o più raramente in piedi, di fronte a dee o dei rappresentati seduti. Mentre un certo numero di divinità nubiane sono sotto i riflettori, come Horus de Miâm, Horus de Baki o Buhen o Hathor d’Ibchek, c’è anche un pantheon più classico rappresentato da Rê-Horakhty, Amon, Mut, Khonsou, Ptah, Thot, Iside, Montou e pochi altri. Infine, in alcuni dipinti, Ramses appare sotto un aspetto divino, quello di Ousermaâtrê-Setepenrê, Amon-de-Ousermaâtrê-Setepenrê, Ousermaâtrê il Grande Dio o Ramesses il Grande Dio. Disegnate per la prima volta in inchiostro nero sulle pareti, queste scene furono poi scolpite e dipinte: le figure spiccano in giallo, il colore dell’oro e gli attributi o gli ornamenti (colletto, barba, cintura, bracciali, cavigliere) in nero. Alcuni testi, come nella scena R.14 (dietro il re) non sono stati scolpiti ma sono semplicemente dipinti di giallo.

Il grande tempio di Abu Simbel costruito dal faraone Ramses II

È questo il sesto volume realizzato dal Cedae sul Grande tempio di Abu Simbel: dai diversi volumi relativi alla battaglia di Qadesh, alla facciata (A-E), alle sale meridionali del Tesoro, all’architettura di queste emblematiche specifiche di Ramses II e alla cappella di Ra-Horakhty. E ora si aggiunge il volume dedicato alle sale settentrionali del Tesoro: descrizione archeologica e traduzione di testi, lastre fotografiche e disegni delle scene. “Come le altre pubblicazioni pubblicate dal Cedae”, spiega l’editore, “questa è il risultato di un lavoro collettivo basato sull’indagine sui testi geroglifici effettuata in loco da Sergio Donadoni e verificata da Jaroslav Cerny. Per questo nuovo volume, che compare nella collezione scientifica del Cedae e per il loro gentile sostegno, vorremmo esprimere la nostra gratitudine a Khaled El-Enany, ministro del Turismo e delle Antichità, nonché a Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità”. I due templi di Abu Simbel – ricordiamolo – furono scolpiti sul fianco della montagna durante il regno di re Ramses II nel XIII secolo a.C., come due monumenti dell’eternità, uno per il sovrano stesso (dove commemorava la sua vittoria nella battaglia di Qadesh) e l’altro per la sua regina Nefertari. La costruzione dei due templi iniziò intorno al 1264 a.C. e durò circa 20 anni, fino al 1244 a.C. A Sud si trova il grande “Tempio di Ramses amato di Amon” dedicato agli dei Ra-Horakhty, Ptah e Amon-Rê, mentre il più piccolo, a Nord, è dedicato alla dea Hathor-Sothis, personificata da Nefertari, la più amata di tutte le molte mogli di Ramses.

“Nefertari e la Valle delle Regine. Dal museo Egizio di Torino”: all’Ermitage in mostra i capolavori conservati nella città sabauda parte delle ricche collezioni Drovetti e Schiaparelli

La regina Nefertari, grande sposa reale di Ramses II, ritratta nella sua tomba scoperta nel 1904 da Schiaparelli

Il curatore Mikhail Borisovich Piotrovsky, lo sponsor Francesca Lavazza, e il direttore dell’Egizio Christian Greco

La regina Nefertari col suo ricco corredo ha lasciato la sua “casa”, il museo Egizio di Torino, per approdare – fino al 10 gennaio 2018 – nella prestigioso palazzo del museo dell’Ermitage a San Pietroburgo, grazie al protocollo firmato tra la fondazione Ermitage Italia e la fondazione museo Egizio di Torino con la mediazione di Villaggio Globale International e il supporto fondamentale della società Lavazza che, nella persona di Francesca Lavazza, ha permesso l’arrivo dei preziosi reperti nella capitale culturale russa.  La mostra “Nefertari e la Valle delle Regine. Dal Museo Egizio di Torino”, curata da Andrei Olegovich Bol’sakov, responsabile del settore Antico Oriente nel dipartimento d’Oriente dell’Ermitage, e da Andrei Nikolayevich Nikolayev, vice capo del dipartimento d’Oriente, presenta i reperti provenienti dalla valle delle Regine nell’antica Tebe e acquisiti dagli scavi di Drovetti e Schiaparelli, e dove la regina Nefertari, della quale proprio Schiaparelli scoprì la sua tomba monumentale nel 1904, rappresenta la protagonista assoluta. È noto, infatti, che il nucleo principale del museo Egizio di Torino, il più importante al mondo dopo il museo Egizio del Cairo, è il risultato di due eventi: il primo, l’acquisizione nel 1824 da parte di Carlo Felice, Duca di Savoia e Re di Sardegna, della collezione di Bernardino Michele Maria Drovetti, diplomatico italiano al servizio della Francia, che ha portato a Torino gli oggetti più grandi (statue e sarcofagi), insieme a un gran numero di stele, corredi funerari e una ricchissima gamma di papiri, principalmente dalla regione di Tebe. Il secondo, gli scavi condotti dal grande egittologo Ernesto Schiaparelli, direttore dell’Egizio di Torino dal 1894 al 1928, anno della sua morte. Nel 1903 Schiaparelli inaugurò l’attività della Missione Archeologica Italiana in Egitto, portando a termine una quindicina di fruttuose campagne di scavi, tra le quali spiccano per importanza e notorietà la scoperta nel 1904 della splendida tomba di Nefertari, grande sposa reale di Ramses II e una delle regine più influenti dell’Antico Egitto, considerata tra le tombe più belle della Valle delle Regine; e la scoperta, fatta nel 1906 nella necropoli di Tebe, della famosa tomba dell’architetto reale Kha perfettamente intatta e con un ricco corredo funerario, splendidamente conservata a Torino. I risultati degli scavi nella Valle delle Regine (1903-1905) e a Deir el-Medina (1905-1908) hanno fatto del museo Egizio di Torino una delle più belle collezioni di reperti di Tebe e uno dei centri più importanti per lo studio della cultura egizia nel Nuovo Regno e il primo millennio a.C.

Le sale espositive della mostra “Nefertari e la Valle delle Regine” all’Ermitage di San Pietroburgo

Il modellino della tomba di Nefertari nella Valle delle Regine

Un elemento del corredo funerario della regina Nefertari

La mostra all’Ermitage si apre con una sezione dedicata a Nefertari, la grande sposa reale di Ramses II, considerata l’incarnazione vivente della dea Hathor, la moglie del dio-sole. Statue monumentali da Tebe illustrano le funzioni del re, che era non solo sovrano del paese, ma anche l’intermediario tra il popolo e gli dei, e della sua consorte. Molti elementi in questa parte della mostra illustrano la fusione dell’immagine di Nefertari con una serie di dee. Particolarmente importanti gli oggetti trovati nella camera di sepoltura della regina Nefertari e un modello della tomba che è stata fatta immediatamente dopo la sua scoperta nel 1904. Nei corredi di Nefertari in mostra ci sono frammenti del coperchio del sarcofago fracassato da tombaroli, amuleti, vasi, sandali intrecciati da foglie di palma che la regina potrebbe avere indossato e 34 ushabti in legno rifinito con vernice nera che portano il suo nome. Inoltre alcuni oggetti rituali e di uso quotidiano appartenuti a nobili dame e utilizzati alla corte reale, come statue e rilievi, articoli igienici, articoli cosmetici e gioielli, aiutano il visitatore ad avere un quadro della vita di corte e della posizione della donna in Egitto al tempo di Nefertari, cioè nella XIX dinastia, durante i primi 30 anni del regno di Ramses II. Mentre alcuni rari reperti  – oggetti decorativi, frammenti di strumenti musicali, un poggiatesta in legno a sostegno della base del cranio durante il sonno, vasi e ciotole – danno un’idea delle condizioni in cui vivevano la famiglia reale e la nobiltà.

La sala n° 6 nel nuovo percorso del museo Egizio di Torino con i reperti provenienti da Deir el Medina

Una scena dipinta all’interno delle tombe reali

Un’altra sezione della mostra è dedicata agli operai e artigiani impegnati nel tagliare e decorare le monumentali tombe rupestri dei re e delle regine del Nuovo Regno. I reperti esposti a San Pietroburgo, che costituiscono una componente importante delle collezioni del museo Egizio di Torino, provengono dal villaggio di artigiani e artisti posto in una conca tra le montagne di Tebe e la collina Qurnet Murai, in un sito ora conosciuto come Deir el-Medina. Le tombe realizzate dagli abitanti di Deir el-Medina hanno avuto un destino complicato. Sono state saccheggiate, probabilmente già alla fine del Nuovo Regno, e alcune sono state utilizzate per sepolture successive. Per molti secoli, le tombe dei principi reali dimenticati sono servite come tombe di famiglia per l’elite di Tebe. Completano l’esposizione un certo numero di sarcofagi, trovati nelle tombe di Khaemwaset e Seth-suo-khopsef, due figli di Ramses III (1198-1166 a.C.), e utilizzati come depositi per una famiglia sacerdotale del XXV dinastia (722-656 a.C.). Tracce di bruciature ancora visibili su alcuni dei sarcofagi possono essere collegate al saccheggio delle tombe, senza dimenticare che monaci cristiani sono noti per aver usato gli antichi sarcofagi come legna da ardere.

Gruppi scultorei dal museo Egizio di Torino all’Ermitage di San Pietroburgo

Chiude il percorso della mostra la presentazione dei papiri funerari della ricca collezione Drovetti che, probabilmente, provengono anch’essi dalla necropoli tebana. Questi papiri sono della stessa età dei sarcofagi e riportano i capitoli del Libro dei Morti (una raccolta di formule rituali che consentono al defunto di passare in modo sicuro attraverso il mondo prossimo e unirsi con Osiride e le anime dei beati) e l’Amduat, un importante testo funerario che descrive il viaggio notturno del Sole e la sua vittoria contro tutti i pericoli. Il defunto, identificato con il Sole nel corso di questo viaggio, vince i suoi nemici e diventa immortale come il dio Ra.

Il corredo della tomba di Nefertari del museo Egizio di Torino star della mostra “Le Regine del Nilo” a Leiden, in Olanda, prima esposizione temporanea all’estero del direttore Greco

Il manifesto della mostra "Regine del Nilo" al Rjiksmuseum van Oudeheden di Leiden

Il manifesto della mostra “Regine del Nilo” al Rjiksmuseum van Oudeheden di Leiden in Olanda

Le “Regine del Nilo” protagoniste fino al 17 aprile 2017 di una grande mostra al museo di Antichità (Rjiksmuseum van Oudeheden) di Leiden, in Olanda. E tra le mogli dei faraoni del Nuovo Regno (1500-1000 a.C.), come Ahmose Nefertari (XVIII dinastia, madre di Amenofi I), Hatshepsut (XVIII dinastia, moglie di Thutmosi II), Tiye (XVIII dinastia, moglie di Amenofi III e madre del futuro Akhenaton), Nefertiti (XVIII dinastia, moglie di Akhenaton)  e Nefertari (XIX dinastia, moglie di Ramses II), donne influenti che gestivano il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo, di certo a Leiden la star è Nefertari, rappresentata da ben 250 reperti del corredo della tomba della regina moglie di Ramses II, provenienti dal museo Egizio di Torino. Questa di Leiden è infatti la prima mostra itinerante all’estero del nuovo corso del museo Egizio di Torino.

In mostra a Leiden la ricostruzione della stupenda tomba di Nefertari scoperta da Schiaparelli

In mostra a Leiden la ricostruzione della stupenda tomba di Nefertari scoperta da Schiaparelli

“È stato per me un onore presentare la mostra “Regine del Nilo” al museo di Leiden alla presenza del ministro olandese della Cultura, Jet Bussenmaker”, interviene Christian Greco, direttore dell’Egizio. “L’esposizione, che per il 95% è composta da oggetti che provengono dal museo Egizio, presenta i risultati della ricerca sullo straordinario patrimonio scoperto da Ernesto Schiaparelli e dalla Missione Archeologica Italiana impegnati nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905 dove, oltre alla tomba di Nefertari, che rappresenta una delle massime espressioni pittoriche dell’Antico Egitto, portarono alla luce anche altre tombe di principesse come Ahmose, del visir Imhotep e di quattro figli del faraone Ramesse III”.

Il ricco corredo funerario dalla tomba di Nefertari portato a Leiden dal museo Egizio di Torino

Il ricco corredo funerario dalla tomba di Nefertari portato a Leiden dal museo Egizio di Torino

Al Rjiksmuseum van Oudeheden di Leiden i visitatori possono ammirare la bellezza della tomba ed entrare simbolicamente nelle sale grazie all’esposizione del prezioso modellino storico, testimonianza unica che ne ricostruisce l’architettura, per la cui realizzazione Ernesto Schiaparelli incaricò l’assistente Francesco Ballerini: in tutto 350 reperti archeologici di cui 245 provenienti dal museo Egizio con sculture, gioielli, oggetti preziosi oltre al coperchio del sarcofago e al corredo funerario di Nefertari.