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Al museo Archeologico nazionale di Firenze (dopo il rinvio primaverile per il Covid-19) aperta la mostra “Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona”: per la prima volta riunita dopo 150 anni la collezione con quasi 300 opere

Il cratere tra i più antichi e importanti della produzione etrusca a figure rosse, utilizzato nei simposi dell’aristocrazia etrusca dell’Ager Clusinus (foto Maf)

Ben 293 reperti, fra i quali spiccano vasi ateniesi di grande qualità, alcuni con iconografie rarissime, e uno dei più antichi e più importanti vasi etruschi dell’intera produzione a figure rosse, un grande vaso per mescolare l’acqua e il vino utilizzato nei simposi dell’aristocrazia etrusca dell’Ager Clusinus, il territorio dell’antica Chiusi. E poi 18 ricordi e cimeli di Napoleone Passerini, tra cui persino la sua pipa personale, gentilmente concessi in prestito dai pronipoti. Ecco finalmente visitabile nel salone del Nicchio al museo Archeologico nazionale di Firenze la mostra “Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona”, già programmata per la tarda primavera e rimandata a causa dell’emergenza sanitaria, a cura di Mario Iozzo, direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze e da Maria Rosaria Luberto, archeologa della Scuola Archeologica Italiana di Atene, con il coordinamento generale di Stefano Casciu, direttore regionale dei Musei della Toscana. Il catalogo scientifico, edito da Sillabe, è a cura di Mario Iozzo e Maria Rosaria Luberto.

La locandina della mostra “Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona” al museo Archeologico nazionale di Firenze dal 29 ottobre 2020 al 30 giugno 2021

Dal 29 ottobre 2020 al 30 giugno 2021, per la prima volta dopo 150 anni viene esposta al pubblico, interamente riunita nei suoi nuclei principali, la collezione archeologica che fu del conte Napoleone Passerini (1862-1951) e della sua famiglia, in gran parte conservata nei magazzini del museo Archeologico di Firenze, ora completata da 82 pezzi prevalentemente etruschi e greci, consegnati da una generosa donatrice nel 2016 al Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Firenze. Grandi pannelli iconografici presentano i capolavori che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento lasciarono la collezione e raggiunsero il Metropolitan Museum of Art di New York, l’allora Walters Art Gallery di Baltimora, il Museum of Fine Arts di Boston, il Bible Lands Museum di Gerusalemme, la collezione Silver di Los Angeles, inclusi alcuni pregevoli vasi che molto probabilmente transitarono dalla collezione Passerini prima di finire all’estero, fornendo così un quadro completo dell’insieme degli oggetti raccolti dal Passerini.

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Il conte cortonese Nicola Passerini (foto Maf)

“Napoleone Passerini, il conte cortonese figlio del facoltoso Pietro Passerini da Cortona”, ricordano gli archeologi del Maf, “oltre ad essere agronomo di chiara fama, fondatore e proprietario dell’Istituto Agrario di Scandicci, e aver selezionato la razza Chianina nelle sue fattorie in Val di Chiana, fu appassionato collezionista e fin dall’adolescenza radunò la straordinaria raccolta,  in parte ereditata dal padre, promuovendo scavi e acquistando capolavori. I primi reperti provengono da una trentina di tombe etrusche con splendidi corredi, rinvenute nei suoi vasti possedimenti di Bettolle (Sinalunga) e Scandicci, e da una grande necropoli di 60 tombe della collina di Foiano della Chiana. Già nel 1877 la sua collezione annoverava almeno 400 vasi, senza contare ossi, avori, ferri, paste vitree, una ingente quantità di oggetti domestici e funerari in bronzo, suppellettili di ogni genere, vasi da dispensa e da commercio, orci da miele e vasi per derrate solide e liquide, molti dei quali con iscrizioni che contribuiscono in modo sostanziale ad accrescere le conoscenze sul lessico della lingua etrusca. Inoltre, il valore della collezione è straordinario perché proviene da un preciso e ben definito contesto territoriale e culturale, quello della Val di Chiana, da sempre cerniera fra i territori di Chiusi, Siena e Arezzo, del quale documenta aspetti di vita e cultura tra  VII e I secolo a.C., in particolare quelli espressione dell’aristocrazia di Chiusi”.

Sotto l’albero Bologna ritrova la sezione di Preistoria del museo civico Archeologico, chiusa da più di un anno per i lavori a Palazzo Galvani. A primavera 2019 la riapertura completa di tutte le sezioni dell’Archeologico

La sezione di Preistoria del museo civico Archeologico di Bologna riaperta dopo oltre un anno per i lavori a Palazzo Galvani

Sotto l’albero i bolognesi e tutti gli appassionati di archeologia ritrovano la sezione di preistoria del museo civico Archeologico di Bologna. Dopo oltre un anno di chiusura, motivata dagli importanti lavori al coperto di Palazzo Galvani, sede dell’Archeologico, vengono rese nuovamente fruibili dal pubblico alcune aree interessate dalla ristrutturazione promossa e finanziata dal Comune di Bologna. Ritornano visitabili la sezione preistorica, che ospita i manufatti relativi alle prime fasi di presenza dell’uomo nel territorio bolognese, dal Paleolitico all’Età del Bronzo, e l’adiacente saletta dei confronti preistorici, con il suo spaccato di museologia ottocentesca. A questo recupero di una parte del percorso espositivo si aggiunge anche un’altra interessante novità per i visitatori: viene completamente riallestita con le antiche vetrine la sala dedicata all’abitato di Bologna Etrusca, che permette di conoscere quella che è stata la civiltà più significativa del passato cittadino. La vita quotidiana, le abitazioni, le attività artigianali e produttive, gli spazi del sacro sono illustrati dai reperti archeologici e da un apparato di pannelli e didascalie in italiano e inglese. Per avere percezione di tutta l’importanza di Felsina Princeps, come gli antichi chiamavano Bologna etrusca, bisognerà però aspettare la primavera del 2019, quando il museo tornerà a essere visitabile nella sua interezza. Fino ad allora le collezioni sono visitabili con ingresso a tariffa unica ridotta di 3 euro.

Gruppo di ushabti dalal tomba di Sethi I: la sezione egizia del museo civico Archeologico di Bologna non è mai stata chiusa

Durante il periodo di cantierizzazione rimangono non accessibili fino alla primavera prossima le collezioni relative alla storia di Bologna (parte di Bologna etrusca, Bologna gallica, Bologna romana), la Sala Verucchio, la Gipsoteca e le collezioni greca, etrusco-italica e romana. Rimane invece regolarmente visitabile il percorso espositivo che si articola tra il piano terra e il piano interrato: la ricca collezione egizia, la terza in Italia per importanza, e il lapidario disposto tra l’atrio e le pareti porticate del cortile. L’impegnativo intervento di restauro conservativo, diretto dal Settore Manutenzione del Comune di Bologna, prevede la sostituzione o il rinforzo di tutte le parti lignee e murarie compromesse; l’effettuazione di trattamenti contro l’attacco di insetti xilofagi, funghi e muffe; la verifica e l’adeguamento degli impianti elettrici e di allarme del sottotetto e il consolidamento della struttura metallica a forma di piramide del cortile interno della sezione egiziana. Il costo complessivo dell’intervento è stimato in circa 1.900.000 euro, a carico del Comune.

La locandina della mostra “HOKUSAI HIROSHIGE. Oltre l’onda. Capolavori dal Museum of Fine Arts di Boston” aperta fino al 3 marzo 2019

Rimangono pienamente funzionali le sale dedicate alle esposizioni temporanee, che ospitano, fino al 3 marzo 2019, la mostra “HOKUSAI HIROSHIGE. Oltre l’onda. Capolavori dal Museum of Fine Arts di Boston” che espone, per la prima volta in Italia, una selezione straordinaria di circa 250 opere provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston. Il progetto, curato da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson, è una produzione MondoMostre Skira con Ales SpA Arte Lavoro e Servizi in collaborazione con il Museum of Fine Arts di Boston, promosso dal Comune di Bologna | Istituzione Bologna Musei e patrocinato dall’Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone, dall’Ambasciata del Giappone in Italia e dall’Università di Milano. Anche le attività del museo civico Archeologico non subiscono variazioni mantenendo la consueta programmazione di iniziative per il pubblico adulto e dei più giovani, mentre l’offerta didattica rivolta alle scuole propone attività, percorsi tematici e laboratori incentrati sul patrimonio accessibile e sulla mostra temporanea dedicata ai maestri del “Mondo Fluttuante” Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige.

Mostra “All’ombra delle piramidi” al museo Barracco di Roma: viaggio ai tempi dei faraoni delle grandi piramidi. Accanto alla stele di Nefer (2500 a.C.) ricostruita la tomba in scala 1:1 del dignitario di corte

Le tre grandi piramidi svettano dalla piana di Giza

Le tre grandi piramidi svettano dalla piana di Giza

Il museo Barracco a Roma

Il museo Barracco a Roma

A Roma, al museo Barracco, la si può ammirare da più di un secolo: è la cosiddetta “stele della falsa porta” proveniente dalla tomba del dignitario Nefer, vissuto in Egitto ai tempi della IV Dinastia (2575-2465 a.C.), quella dei grandi faraoni costruttori delle piramidi.  Ma ora e fino al 28 maggio 2017 nel museo di Scultura antica di corso Vittorio Emanuele a Roma si può vivere l’esperienza eccezionale di entrare in una vera e propria tomba egizia: quella di Nefer, ovviamente. Proprio la ricostruzione fedele della piccola cappella funeraria aggiunta da Nefer alla struttura della sua tomba, una mastaba posta nel cimitero reale ai piedi della grande piramide di Cheope, rappresenta il pezzo forte della mostra “All’ombra delle piramidi”, un’esposizione unica nel suo genere dove sarà possibile respirare appieno l’atmosfera dei faraoni della IV dinastia, i grandi costruttori di piramidi.  Tutto nasce dalla figura di Nefer. Proprio il suo alto incarico a corte (era il soprintendente di tutti gli scribi del re, il soprintendente dei magazzini delle provviste e della “casa delle armi”) permise a Nefer di aver l’onore di essere sepolto nel cimitero reale di Giza, ai piedi della grande piramide, in una mastaba, edifici funerari caratteristici delle prime dinastie della civiltà egizia, di forma troncopiramidali, destinati ad accogliere il pozzo funerario che metteva in comunicazione l’area esterna con la camera sepolcrale sotterranea che ospitava il sarcofago del defunto ed il suo corredo. Nefer, come si diceva, aggiunse alla struttura della tomba una piccola cappella funeraria, rivestita di rilievi, che è stata ricostruita al museo Barracco nelle sue dimensioni originali. I rilievi della tomba dispersi in diversi musei europei e americani (Parigi, Louvre; Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek; museo di Birmingham, University of Pennsylvania Museum di Philadelphia; museum of Fine Arts di Boston) sono riprodotti per immagini all’interno della cappella funeraria ricostruita in modo da restituire l’immagine generale di una tomba egizia del III millennio avanti Cristo.

Lo schema di una tomba a mastaba dell'Antico Egitto

Lo schema di una tomba a mastaba dell’Antico Egitto

La mostra “All’ombra delle piramidi”, al museo Barracco, presenta nella loggia esterna al primo piano del museo la ricostruzione in scala 1:1  della cappella funeraria di Nefer con slides retroilluminate che riproducono nella sua completezza la decorazione a rilievo al suo interno. L’esposizione è promossa da Roma Capitale, assessorato alla Crescita culturale – sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, mentre l’organizzazione è affidata a Zètema Progetto Cultura.  Dal museo Barracco arriva invece la “stele della falsa porta” in calcare del dignitario Nefer che raffigura una scena di offerta con il defunto seduto davanti ad una tavola. Una lunga iscrizione in geroglifico presenta la formula funeraria “offerta che concede il sovrano…” cui segue l’elenco di tutti i doni che l’offerente, simbolicamente presentato come il re, dona al defunto come corredo per il suo viaggio nell’aldilà: pane, acqua, cibo, incensi, belletti, latte, cereali, verdure, frutti, dolci, stoffe di diversi tipi e misure e poi “1000 vitelli, 1000 giovani antilopi, 1000 gru, 1000 oche”.

La cosiddetta "Stele della falsa porta" dalla tomba del dignitario Nefer conservata al museo Barracco di Roma

La cosiddetta “Stele della falsa porta” dalla tomba del dignitario Nefer conservata al museo Barracco di Roma

Ma come è arrivata a Roma la stele di Nefer?  La stele fu acquistata da Giovanni Barracco a un’asta a Parigi nel 1868: si vendevano in quell’occasione le opere della collezione di Napoléon-Joseph-Charles-Paul Bonaparte, detto Plon Plon, figlio del fratello minore di Napoleone I. Il principe aveva progettato, per il 1858, un viaggio in Egitto, sulle orme della spedizione napoleonica del 1798-1801. Per accogliere degnamente un ospite così illustre il governatore d’Egitto, Said Pacha, decise di organizzare preventivamente una serie di campagne di scavo in modo che il principe potesse provare il piacere della “scoperta” dei tesori archeologici dell’Egitto faraonico che emergevano, come per incanto, dalla sabbia del deserto.  Per preparare questa messa in scena venne convocato in Egitto il famoso egittologo Auguste Mariette, allora conservatore aggiunto delle antichità egizie del Louvre. Mariette giunse in Egitto nel 1857 e, in un breve lasso di tempo, riuscì ad aprire fino a 35 cantieri di scavo dirigendo personalmente gli scavi e controllando attivamente tutte le importanti scoperte che avvenivano nei diversi luoghi. La messe dei ritrovamenti emersa da quelle esplorazioni fu impressionante, sia per qualità che per quantità. Il viaggio fu annullato, ma il principe ricevette in omaggio una serie di opere egizie, tra cui spiccava la stele di Nefer. Plon Plon conservava queste opere all’interno della sua sontuosa Maison Pompéienne, fatta costruire a Parigi su ispirazione di una domus di Pompei. In un momento di difficoltà politica le prince Napoléon vendette casa e collezione. La stele di Nefer divenne il primo pezzo della raccolta di Giovanni Barracco.