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“Gli Ori di Vulci, dal sequestro al restauro”: in mostra a Roma l’eccezionale corredo funerario di una dama etrusca di 2700 anni fa, sequestrato ai tombaroli più di mezzo secolo fa e “riscoperto” nei depositi solo nel 2010

Il manifesto della mostra “Tesori per l'Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Il manifesto della mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Trafugati, recuperati, dimenticati, ritrovati: sono ori lucenti, pendenti raffinati e preziosissimi scarabei ora al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma nella mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” risultato di una grande scoperta giunta però non da uno scavo sul terreno, ma dal museo. Successe sei anni fa. Era il 2010 quando gli archeologi aprirono delle casse “riemerse” nei depositi durante i lavori di riallestimento del museo Archeologico nazionale di Vulci al castello della Badia. E alla vista del contenuto strabuzzarono gli occhi: lì dentro c’era un vero e proprio tesoro, un corredo ricchissimo che doveva accompagnare nell’aldilà una qualche nobile etrusca di 2700 anni fa. Ma da dove proveniva quel tesoro eccezionale? “Tra la meraviglia degli archeologi”, ricorda Alfonsina Russo, soprintendente Archeologia per l’Etruria meridionale, “partirono le indagini, a suon di materiali d’archivio e testimonianze. Fino a risalire a un sequestro effettuato dai carabinieri a Ischia di Castro, nel Viterbese, nel giugno del 1962, quando monili e gioielli furono miracolosamente sottratti ai tombaroli”. Quel meraviglioso corredo doveva essere appartenuto alla cosiddetta Tomba degli Ori – denominazione non casuale -, una tomba trafugata dalla necropoli della Polledrara, proprio a Vulci, che nel VII sec. a.C. era una megalopoli straordinaria, estesa su oltre 100 ettari, dall’entroterra al mare, abitata da molte migliaia di persone (e per questo negli anni ’60 meta prediletta degli scavi clandestini). La necropoli della Polledrara comunque continua anche oggi a regalare scoperte straordinarie e, purtroppo, ad attirare tombaroli senza scrupoli. Proprio quest’inverno la necropoli vulcente ha restituito un altro preziosissimo tesoro appartenuto a una “principessa bambina” e ora al centro di una vasta campagna di scavi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/10/parco-archeologico-di-vulci-scoperta-nella-tomba-dello-scarabeo-doro-fine-viii-sec-a-c-inviolata-il-tesoro-di-una-principessa-etrusca-bambina-salvato-al-saccheggio-de/).

Dettaglio di una lamina in oro dal corredo della Tomba degli Ori di Vulci

Dettaglio di una lamina in oro dal corredo della Tomba degli Ori di Vulci

Un gioiello d'oro dal corredo sequestrato nel 1962 a Ischia di Castro

Un gioiello d’oro dal corredo sequestrato nel 1962 a Ischia di Castro

Se ora i gioielli della Tomba degli Ori – a più di mezzo secolo dal sequestro – risplendono nelle teche di Villa Giulia, è grazie al lavoro di restauro dell’ISCR e al contributo filantropico della Fondazione Paola Droghetti onlus, che dal 1998, attraverso il finanziamento di borse di studio a ex allievi o laureandi della Scuola di Alta Formazione dell’istituto, contribuisce al recupero e alla valorizzazione del patrimonio artistico e archeologico italiano. Per la progettazione dei supporti sono state impiegate le tecnologie 3D, mentre le analisi radiografiche e di fluorescenza dei raggi X hanno permesso all’Istituto superiore per la conservazione ed il restauro l’identificazione delle leghe di metalli, per lo più rivestite in oro. “I diversi materiali che compongono questo corredo funerario, metalli come l’oro, l’argento e il bronzo, ma anche ambra, pasta vitrea e faïence”, raccontano le restauratrici Irene Cristofari e Flavia Puoti, “hanno richiesto un approccio multidisciplinare e interventi conservativi differenziati”.

Uno degli scarabei in oro trovati nella Tomba degli Ori di Vulci

Uno degli scarabei in oro trovati nella Tomba degli Ori di Vulci

Appuntamento dunque al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma dove, nella sala 21, fino al 31 dicembre è aperta la mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro”, realizzata in collaborazione con la soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale, l’Istituto superiore per la Conservazione e il restauro e la fondazione Paola Droghetti. Tra i pezzi più belli esposti, una sontuosa fibula da parata in lega d’oro, tre rari pendenti a disco in argento dorato con simboli astrali. E poi tre scarabei portafortuna incastonati in pendenti-sigillo di tipo siro-fenicio e un raffinato bracciale tubolare in argento decorato in filigrana d’argento dorata insieme a lamine finemente intarsiate e grandi vasi in bronzo realizzati da artigiani provenienti dal Mediterraneo orientale. Tutto a testimoniare l’alto rango della dama vulcente che ne era proprietaria e un significativo spaccato della composita temperie culturale che connotò Vulci nella prima Età Orientalizzante. Ecco quindi che la Tomba degli Ori, conclude Barbara Davidde Petriaggi, la coordinatrice del progetto, “nel restituirci un tesoro ci svela pure gli intensi scambi marittimi che gli Etruschi avevano con i Greci e i Fenici, spinti sulle coste del Lazio settentrionale dall’esigenza di attingere alle fonti di approvvigionamento di materie prime necessarie al progresso industriale e tecnologico”.

Etruria. Dopo quasi mezzo secolo di odissea il Cratere e la Kylix di Eufronio, capolavori della ceramica attica del V sec. a.C., tornano a casa a Cerveteri. Per sempre

Particolare del Cratere di Eufronio, capolavoro della ceramica attica del V sec. a.C.

Particolare del Cratere di Eufronio, capolavoro della ceramica attica del V sec. a.C.

Un’odissea durata quasi mezzo secolo. Ma ora è stata detta la parola fine: il Cratere e la Kylix di Eufronio, due capolavori assoluti della ceramica attica del V sec. a.C., rimarranno per sempre a Cerveteri, la loro casa. Lo ha annunciato il ministro per i Beni culturali e il turismo, Dario Franceschini. E il direttore regionale del polo museale del Lazio, Edith Gabrielli, ha già firmato l’atto che prevede il trasferimento definitivo delle due opere dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma al museo nazionale Cerite di Cerveteri, dove entrambi i capolavori sono esposti in via provvisoria dal dicembre 2014 per la mostra “I capolavori di Eufronio”, che chiuderà il 20 gennaio 2016. Fu proprio in occasione della vernice della mostra ceretana che il ministro Franceschini, pressato dal giovane sindaco Alessio Pascucci, non escluse la possibilità che le due opere di Eufronio, simbolo della lotta contro il traffico illecito di reperti archeologici, potessero in futuro rimanere definitivamente a Cerveteri (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/12/22/il-cratere-di-eufronio-capolavoro-del-v-secolo-torna-con-una-mostra-a-cerveteri-a-40-anni-dal-trafugamento-ora-e-accanto-allaltro-capolavoro-di-eufronio-la-kylix-e-si-pensa-farlo-restare/). E così è stato. “Da anni gli storici dell’arte ci ricordano che l’unicità e la forza del nostro Paese sta nel collegamento musei/territorio”, sottolinea Franceschini. “Questa scelta va concretamente nella direzione di rafforzare questo legame. Anche i numeri poi ci danno ragione ricollocare le opere d’arte nei loro luoghi d’origine e puntare su un turismo sostenibile e diffuso, che non si concentri solo sulle grandi città d’arte, è una carta vincente. Il ritorno a casa del cratere e della kylix di Eufronio fa parte di una strategia nazionale di attenzione al territorio che incrocia i piani strategici di promozione turistico-culturale con la ricerca di un turismo colto, di qualità, capace di apprezzare un’offerta rinnovata”.

Il Cratere di Eufronio esposto nelle sale del museo nazionale Cerite di Cerveteri

Il Cratere di Eufronio esposto nelle sale del museo nazionale Cerite di Cerveteri

Trafugato dai tombaroli nel 1971 ed esportato illegalmente negli Usa dove è stato esposto per lunghi anni in una teca del Metropolitan di New York il Cratere di Eufronio, capolavoro dell’arte attica del V secolo a.C, era poi rientrato in Italia nel 2006 e collocato al Museo di Villa Giulia a Roma. A dicembre 2014 era stato trasferito temporaneamente a Cerveteri, sua casa d’origine, dove ora resterà in via definitiva insieme all’altro capolavoro di Eufronio, la Kylix (coppa da vino) anch’essa uscita dall’Italia illegalmente e al centro di una travagliata contesa internazionale che l’ha vista restituire definitivamente all’Italia alla fine degli anni novanta dal Getty Museum di Malibù.

La kylix di Eufronio a Cerveteri da maggio 2014, era stata restituita nel 1999 dal Getty Museum di Malibu

La kylix di Eufronio a Cerveteri da maggio 2014, era stata restituita nel 1999 dal Getty Museum di Malibu

La presenza dei due capolavori nel museo di Cerveteri, fa notare ancora Franceschini, “ha avuto effetti significativi sull’indotto turistico locale: nel solo 2014, grazie al rientro temporaneo del Cratere di Eufronio e della kylix, i visitatori del Museo Nazionale Cerite sono aumentati del 75%, mentre nei primi nove mesi del 2015 il totale dei visitatori del museo ha superato quello dell’intero 2014 – da gennaio a settembre sono stati 23075 contro i 22164 registrati tra gennaio e dicembre dell’anno scorso. Un effetto trainante che ha coinvolto anche la Necropoli della Banditaccia dove nei primi nove mesi di quest’anno il totale dei visitatori è stato di gran lunga superiore a quello dell’intero 2014 (69255 ingressi da gennaio a settembre contro i 49770 registrati da gennaio a dicembre dell’anno scorso). Crescite significative hanno riguardato anche il museo nazionale etrusco di villa Giulia a dimostrazione che la crescita dei visitatori di Cerveteri non è avvenuto a discapito della storica sede espositiva”.

Selfie del ministro Dario Franceschini cool sindaco Alessio Pascucci davanti al cratere di Eufronio

Selfie del ministro Dario Franceschini cool sindaco Alessio Pascucci davanti al cratere di Eufronio

Incontenibile la soddisfazione del sindaco della cittadina laziale Alessio Pascucci all’annuncio del ministro: “Oggi Cerveteri è protagonista del mondo proprio come tremila anni fa. Dopo essere stati trafugati e portati lontano dalla nostra città più di 40 anni fa tornano a casa per rimanerci. È un risultato storico, la notizia più importante che potevamo ricevere e che premia il duro lavoro di questi tre anni e gli incredibili risultati di presenze turistiche avute nella nostra città”. A lui fa eco il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti: “Ringrazio il ministro Dario Franceschini per la decisione di lasciare al Museo di Cerveteri il Cratere di Eufronio. È un’ottima notizia e un fatto di straordinaria importanza. Valorizza il territorio e va incontro alla comunità di Cerveteri che ha avanzato con forza questa richiesta. Questa scelta rilancia sicuramente un’area che con il museo, la necropoli etrusca, e a pochi chilometri il Castello di Santa Severa, sta assumendo un ruolo sempre più importante nella nostra regione e in Italia. Noi continueremo a fare di tutto per essere vicini al Comune e alle soprintendenza in questo lavoro di rilancio di una vocazione turistico culturale”.

Il Cratere di Eufronio, capolavoro del V secolo, torna con una mostra a Cerveteri a 40 anni dal trafugamento: ora è accanto all’altro capolavoro di Eufronio: la kylix. E si pensa farlo restare per l’Expo

Il Cratere di Eufronio, capolavoro del V sec. a.C., trafugato nel 1971 da Cerveteri dove ora è tornato in mostra

Il Cratere di Eufronio, capolavoro del V sec. a.C., trafugato nel 1971 da Cerveteri dove ora è tornato

Il ministro Dario Franceschini all'inaugurazione della mostra "I capolavori di Eufronio" a Cerveteri

Il ministro Dario Franceschini all’inaugurazione della mostra “I capolavori di Eufronio” a Cerveteri

Il Cratere di Eufronio è tornato nella “sua” Cerveteri. Il capolavoro dell’arte attica del V secolo di uno dei più importanti pittori del mondo antico, dopo una quarantennale avventura di scavi di frodo, trafficanti internazionali e trattative con gli Stati Uniti, dove è stato conservato per anni, è esposto al museo nazionale Cerite fino al 20 gennaio nella mostra di Cerveteri “I Capolavori di Eufronio” accanto alla kylix (coppa da vino) dello stesso autore. A inaugurare l’eccezionale mostra il ministro per i Beni culturali e turismo Dario Franceschini e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, accolti dal sindaco Alessio Pascucci.  Proprio il sindaco della cittadina laziale, che sui beni culturali della città ha grandi progetti e che ha visto triplicare i biglietti del museo da quando vi è esposta la kylix di Eufronio, anch’essa tornata in Italia dopo aver percorso le vie del traffico illegale, aveva esplicitamente e a più riprese chiesto al ministro che il cratere (attualmente parte della collezione di Villa Giulia a Roma) rimanesse a Cerveteri. E Franceschini, a Cerveteri, ha lasciato intendere di non essere contrario a una collocazione definitiva del capolavoro nella cittadina laziale da cui era stato strappato, accendendo le speranze del giovane sindaco Alessio Pascucci: “Il patrimonio culturale deve essere distribuito nel Paese. Credo che questa mostra sul Cratere di Eufronio vada prolungata anche nel periodo di Expo, che va da maggio a ottobre. E poi, chissà…”.  E ha continuato: “Expo sarà, ne siamo certi, un successo enorme, che avrà numeri incredibili. In Cina sono già stati venduti un milione di biglietti e altri 500mila saranno venduti a breve. La nostra sfida è evitare che tutti si concentrino su Roma e Milano e sui grandi musei di queste città”.

La kylix di Eufronio a Cerveteri da maggio, era stata restituita nel 1999 dal Getty Museum di Malibu

La kylix di Eufronio a Cerveteri da maggio, era stata restituita nel 1999 dal Getty Museum di Malibu

Il Cratere di Eufronio esposto al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma

Il Cratere di Eufronio esposto al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma

Ritenuto unanimemente “l’opera più importante” fra le pochissime che ci sono rimaste, 27 in tutto, del grande maestro greco del V secolo a. C., il Cratere di Eufronio, cratere a calice decorato a figure rosse, alto 45.7 cm con un diametro di 55.1 cm, modellato dal ceramista Euxitheos e dipinto dal ceramografo Eufronio intorno al 515 a.C., e ornato con scene dell’episodio omerico del trasporto del corpo dell’eroe Sarpedonte, era stato trafugato nel 1971 dai tombaroli che lo avevano strappato da una tomba di Greppe Sant’Angelo, alle porte di Cerveteri. Il cratere fu venduto per un milione di dollari dal mercante d’arte svizzero Robert Hecht Jr. e dal mercante d’arte italiano Giacomo Medici al Metropolitan Museum of Art di New York. Solo grazie a una indagine della procura di Roma e dei carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale, e all’impegno del governo, che aprì un canale diplomatico con gli Usa, l’inestimabile reperto riuscì nel 2008 a rientrare in Italia, accolto nel museo nazionale etrusco di Villa Giulia. La kylix decorata con storie della caduta di Troia, invece, è stata restituita dal Getty Museum di Malibu, in California, nel 1999: proviene, hanno ricostruito gli studiosi, dal Santuario di Ercole di Cerveteri. Ecco dunque perché, per la soprintendente all’Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliante, la mostra di Cerveteri “è il simbolo della lotta contro il traffico illecito di reperti archeologici”, terzo mercato nero mondiale dopo armi e droga. Per l’assessore alla Cultura del Lazio, la scrittrice Lidia Ravera, “è come se i fregi del Partenone tornassero ad Atene”. Ma è anche una occasione per il territorio: “Cerveteri – spiega il governatore Zingaretti – sta entrando a far parte di una rete di promozione in Italia e nel mondo: bisogna lavorare in vista di Expo 2015 affinché si arrivi all’appuntamento con l’idea dell’esistenza del ‘bel Lazio’”.

La scena, tratta dall’Iliade, narra della morte di Sarpedonte, figlio di Zeus e di Laodamia, alleato dei Troiani nella guerra contro gli Achei

La scena, tratta dall’Iliade, narra della morte di Sarpedonte, figlio di Zeus e di Laodamia, alleato dei Troiani nella guerra contro gli Achei

Gruppo di giovani raffigurato nell'atto di indossare le armi prima di una battaglia

Gruppo di giovani raffigurato nell’atto di indossare le armi prima di una battaglia

Già numeroso il pubblico accorso a Cerveteri per ammirare i capolavori di Eufronio

Già numeroso il pubblico accorso a Cerveteri per ammirare i capolavori di Eufronio

L’opera è conservata al Museo Etrusco di Villa Giulia, a Roma: ha una capacità di 45 litri ed è l’unico cratere di Eufronio arrivato completo, è stato spiegato.  Le anse dividono la superficie in due aree decorate con scene differenti. La scena sul lato principale è tratta dall’Iliade e narra della morte di Sarpedonte, figlio di Zeus e di Laodamia, alleato dei Troiani nella guerra contro gli Achei. Le personificazioni del Sonno, Hypnos e della Morte, Thanatos, ne riportano il corpo in patria, trascinandolo via dal campo, il dio Hermes, al centro della scena, dirige l’operazione. “La composizione – spiegano gli storici dell’arte antica – è dominata dal grande corpo di Sarpedonte che evidenzia la padronanza raggiunta da Euphronios nella rappresentazione dello scorcio e nella comprensione della struttura anatomica; le due figure allegoriche, chine sul giovane, sono rappresentate, a parte le ali, come guerrieri, in pose naturalistiche e con anatomia precisa. Due altri guerrieri chiudono la scena alle estremità; sono figure stanti, osservatori, tradizionalmente presenti ad indicare l’esemplarità della rappresentazione, forse un collegamento tematico con il gruppo di giovani che, sul lato opposto del cratere, vengono raffigurati nell’atto di indossare le armi prima di una battaglia: una scena di genere, non necessariamente collegata ad eventi identificabili. Si tratta di giovani ateniesi contemporanei, ma identificati con nomi tratti dalla mitologia dalle iscrizioni che accompagnano ciascuna figura. La scelta di unire scene storiche a vicende mitologiche, sullo stesso vaso e con lo stesso stile, crea un legame tra l’attualità e il mito”.

Eccezionale scoperta a Vulci: nella necropoli etrusca dell’Osteria trovata la tomba intatta del “piccolo principe”, un bambino di 2500 anni fa con ricco corredo

La famosa tomba etrusca "della sfinge" alla necropoli dell'Osteria di Vulci

La famosa tomba etrusca “della sfinge” alla necropoli dell’Osteria di Vulci

La valorizzazione del parco archeologico e naturalistico di Vulci sembra essere nata sotto una buon stella. A Vulci, nella necropoli etrusca dell’Osteria, scoperta la tomba intatta di un bambino di 2500 anni fa già ribattezzata “del piccolo principe” per le probabili connessioni familiari con la vicina e molto famosa tomba principesca “della sfinge”. Grazie ai lavori del Por (Progetto operativo regionale) Comune, Regione Lazio e Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria Meridionale stanno infatti portando avanti lo studio e la valorizzazione della necropoli dell’Osteria con l’obiettivo preciso di rilanciare il parco archeologico e naturalistico di Vulci. Così se un anno fa gli archeologi esultarono per l’eccezionale scoperta della “tomba delle mani d’argento” (ricordate? Ne abbiamo parlato nel post di archeologiavocidalpassato del 14 maggio 2014. Per intenderci è quella in mostra in questi giorni al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, e da luglio “tornerà a casa” impreziosendo le sale espositive del museo al Castello della Badia di Vulci), ora si applaude per un’altra tomba etrusca scoperta nella necropoli dell’Osteria, quella di un bambino, che fin da subito ha dato l’idea dell’eccezionalità.

Gli archeologi esaminano la toma del bambino alla necropoli dell'Osteria a Vulci

Gli archeologi esaminano la toma del bambino alla necropoli dell’Osteria a Vulci

Quindi ancora una volta a Vulci torna protagonista la necropoli etrusca dell’Osteria, a un tiro di schioppo dal Castello della Badia di Vulci dove sono raccolte importanti testimonianze della città etrusca di Vulci: dal IX secolo a.C. all’età romana la necropoli è stata utilizzata per sepolture di famiglie aristocratiche, e dal ‘700 è stata oggetto di interventi di scavo non sempre condotti con quelli che oggi sono considerati criteri scientifici irrinunciabili, ma la stessa necropoli – proprio per la sua ricchezza – ha subito nei secoli anche violazioni e saccheggi. Qui, nella primavera del 2013, è stata scoperta la “tomba delle mani d’argento” che fa parte di un gruppo di sepolture aristocratiche come la “tomba della sfinge”, nota per aver restituito esempi di scultura funeraria e la “tomba dei soffitti intagliati”.

Lo scavo della tomba etrusca di un bambino detta "del piccolo principe" a Vulci

Lo scavo della tomba etrusca di un bambino detta “del piccolo principe” a Vulci

Gli archeologi stavano proprio intervenendo a salvaguardia della famosa tomba principesca “della sfinge”, con la sistemazione di una tettoia di copertura, quando una nuova scoperta li ha colti di sorpresa: una sepoltura a camera, trovata così come è stata sigillata dagli antichi etruschi, e contenente un ricco corredo in buono stato di conservazione datato al 520 a.C., che comprende anche un servizio da mensa e da vino, riferibile al rito del banchetto funerario. Adiacente alla tomba “della sfinge” è stato trovato un piccolo dromos con un vestibolo, su cui si prospettano due camere, una delle quali contenente oggetti che fanno parte di un corredo appartenente a un giovane morto probabilmente all’età di 10 anni. All’interno della camera gli studiosi hanno rinvenuto il corredo del defunto: oggetti di bucchero e di impasto, una piccola ascia, una lancia e un coltello in ferro, più una serie di oggetti in bronzo tra cui due coppe in ceramica di pregiata fattura con decorazioni dipinte. Tra le immagini raffigurate, con molta probabilità, anche una piccola sfinge. Gli studiosi ritengono che quest’ultimo ritrovamento abbia vincoli di parentela con la tomba principesca vista la stretta vicinanza al singolare dromos lungo 27 metri.

Nella tomba "del piccolo principe" a Vulci trovato anche un ricco corredo

Nella tomba “del piccolo principe” a Vulci trovato anche un ricco corredo

A far pensare che si tratti della sepoltura di un bambino è stato il rinvenimento di ossa di piccole dimensioni. “Potrebbe trattarsi di una persona di dieci anni”, dice la soprintendenteAlfonsina Russo Tagliente, “ma aspettiamo l’esito delle analisi antropologiche per confermare il sesso e l’età”. “Poi, sul pavimento, abbiamo rinvenuto dei fori che seguono una forma rettangolare al centro della cella”, continua la soprintendente. “È suggestivo pensare che lì fosse collocato un letto funebre, ma mancano gli altri resti organici”. In ogni caso, per adesso la sepoltura è stata soprannominata “del piccolo principe”, anche perché, data la vicinanza con la tomba della Sfinge, si ipotizza che possa appartenere a un membro della famiglia principesca. Inoltre “sul vestibolo rettangolare nella cui parete di fondo si aprono due celle”, continua Russo Tagliente, “dove erano posti numerosi oggetti tra cui un’ascia, una lancia, un coltello, alcuni oggetti in bronzo e in ceramica, e anche una piccola sfinge”.

Lo scavo della tomba "del piccolo principe" rientra nel progetto del parco archeologico di Vulci

Lo scavo della tomba “del piccolo principe” rientra nel progetto del parco archeologico di Vulci

“L’antica necropoli dell’Osteria”, insiste Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro, “è un luogo straordinario ed è sicuramente un grande attrattore culturale turistico che insieme al resto del parco di Vulci rende il nostro territorio ancor più prestigioso. Grazie ai lavori finanziati dalla Regione Lazio, con la collaborazione del ministero dei Beni culturali, e grazie alla stretta partecipazione della soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale – conclude-, stiamo completando l’area della necropoli realizzando un percorso turistico accessibile, anche ai disabili”.

 

Le mani d’argento del principe etrusco scoperte nella tomba di Vulci sono tornate a brillare nella mostra a Villa Giulia di Roma

La mostra “Principi immortali. Fasti dell'aristocrazia etrusca a Vulci” al museo Etrusco di Villa Giulia a Roma

La mostra “Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

È passato solo un anno dalla scoperta della monumentale tomba etrusca “delle mani d’argento” alla necropoli dell’Osteria di Vulci, alle porte di Montalto di Castro, e il suo prezioso corredo, databile intorno al 640-620 a.C., è già fruibile al grande pubblico nella mostra “Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci”, aperta fino al 29 giugno al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. La mostra, curata da Simona Carosi e Patrizia Petitti, presenta per la prima volta l’eccezionale ritrovamento venuto alla luce in occasione di uno scavo condotto nell’ambito di un intervento di valorizzazione avviato grazie a un finanziamento europeo concesso dalla Regione Lazio, nella necropoli dell’Osteria a Vulci.

La necropoli etrusca dell'Osteria a Vulci, utilizzata dal IX sec. a.C. all'epoca romana

La necropoli etrusca dell’Osteria a Vulci, utilizzata dal IX sec. a.C. all’epoca romana

La necropoli etrusca dell’Osteria è a un tiro di schioppo dal Castello della Badia di Vulci dove sono raccolte importanti testimonianze della città etrusca di Vulci: dal IX secolo a.C. all’età romana la necropoli è stata utilizzata per sepolture di famiglie aristocratiche, e dal ‘700 è stata oggetto di interventi di scavo non sempre condotti con quelli che oggi sono considerati criteri scientifici irrinunciabili, ma la stessa necropoli – proprio per la sua ricchezza – ha subito nei secoli anche violazioni e saccheggi. Qui, nella primavera del 2013, è stata scoperta la “tomba delle mani d’argento” che fa parte di un gruppo di sepolture aristocratiche come la “tomba della sfinge”, nota per aver restituito esempi di scultura funeraria e la “tomba dei soffitti intagliati”.

Le mani in lamina d'argento con foglia d'ora sulle unghie di tre dita: appartenevano a uno sphyrelaton

Le mani in lamina d’argento con foglia d’ora sulle unghie di tre dita: appartenevano a uno sphyrelaton

Un morso di cavallo trovato nella tomba "delle mani d'argento" a Vulci

Un morso di cavallo trovato nella tomba “delle mani d’argento” a Vulci

Una preziosa fibula scoperta nella tomba "delle mani d'argento" a Vulci

Una preziosa fibula scoperta nella tomba “delle mani d’argento” a Vulci

Anche la “tomba delle mani d’argento” non è sfuggita in antico alle avide mani dei tombaroli. Ma la sua eccezionalità rimane. È una tomba monumentale, appartenuta a personaggi di rango principesco, articolata in un lungo corridoio di accesso (il cosiddetto “dromos”) che immetteva in un atrio a cielo aperto sul quale si aprivano tre camere funerarie che contenevano i resti di almeno tre individui. Lo scavo ha restituito ceramiche locali e d’importazione, buccheri e set da vino, frammenti di lamine di bronzo, elementi in ferro appartenuti a un piccolo carro, un paio di morsi di cavallo in bronzo decorati a giorno con teorie di cavalli e uccelli, e le rare e fragilissime “mani d’argento”, che hanno dato il nome alla tomba, realizzate con una lamina in una lega di argento e rame lavorata a sbalzo, con una leggera foglia d’oro applicata sulle unghie di tre dita.  Le due mani dovevano appartenere a una statua (uno sphyrelaton, statua funeraria in più materiali) di due metri, un simulacro quindi del defunto, fatto di legno, stoffa, mani d’argento, collo in osso, ricoperto da una veste decorata con placchette in oro e da un mantello di lana finissima illuminato da minuscoli bottoncini dorati. Un’immagine di forte valore simbolico, una specie di rappresentazione del defunto tesa a “sostituire la fisicità dissolta e a mimare la vita passata reale e quella futura nell’Aldilà”, precisa la soprintendente dell’Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliente. Queste statue infatti accompagnavano nel rituale funerario gli esponenti di alto rango della società vulcente con l’intento di compensarne simbolicamente la perdita della corporeità e farli assurgere, sublimandone la morte, ad una dimensione ormai eroica ed immortale. Vulci e il suo territorio hanno restituito nel tempo altri esempi di statue: quelli di Marsiliana d’Albegna, assieme a quelli della “tomba del carro di bronzo”di Vulci in esposizione permanente al museo Etrusco di Villa Giulia, provengono da contesti ricostruibili e si datano tra gli inizi ed il secondo quarto del VII secolo a.C.

Lo scarabeo-sigillo con il cartiglio in faience con il cartiglio del faraone Bocchoris (XXIV dinastia)

Lo scarabeo-sigillo con il cartiglio in faience con il cartiglio del faraone Bocchoris (XXIV dinastia)

Nell’esposizione sono presenti altri elementi legati alla statua, in particolare numerosi oggetti di ornamento posti a decorare  le vesti funebri cerimoniali. Indicano l’altissimo rango dei defunti anche alcuni finimenti di cavallo e resti di un carro. Le scoperte più importanti sono avvenute nell’ambiente principale della “tomba delle mani d’argento”. Qui sono stati trovati oggetti preziosi, ornamenti in oro e argento, fibule, anelli, ganci, collane in oro, pasta vitrea, faïence. E quasi duemila bottoncini in bronzo rivestiti in oro che dovevano ornare il mantello della defunta. Su una fibula è stato rinvenuto il frammento di un tessuto di lana, una vera novità. La presenza di ambra del Baltico fa pensare a rapporti con il lontano Nord, mentre dall’Egitto viene sicuramente il piccolo scarabeo-sigillo egizio, simbolo della rinascita del dio Sole,  in faïence, rinvenuto in una zona vicina riservata al rituale funerario, che riporta il cartiglio regale col prenome del faraone Bocchoris, sovrano della XXIV dinastia, che regnò per soli sei anni alla fine dell’VIII sec. a.C.

Le due mani d'argento trovate nella tomba di Vulci in mostra a Villa Giulia a Roma

Le due mani d’argento trovate nella tomba di Vulci in mostra a Villa Giulia a Roma

Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro; Francesco Barracciu, sottosegretario; Alfonsina Russo Tagliente, soprintendente

Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro; Francesca Barracciu, sottosegretario; Alfonsina Russo Tagliente, soprintendente dell’Etruria Meridionale

La mostra, allestita al piano nobile di Villa Giulia, nelle sale dei Sette Colli e delle Quattro Stagioni, raccoglie 80 reperti, tutti analizzati e restaurati, e ricostruisce la struttura originaria della tomba, con il corridoio di accesso (dromos) e le tre camere funerarie piene di monili, ceramiche e resti di un carro. “Sono state ricostruite le camere sepolcrali con gli oggetti rinvenuti nel terreno così come si trovavano”, spiegano le curatrici. Gli oggetti preziosi sono esposti nelle bacheche. Accanto pannelli bilingue raccontano la storia del sito e del ritrovamento. Una grande mappa illustra le vie dei commerci nel Mediterraneo. In una sala didattica è possibile sperimentare anche la tessitura a telaio. “A questa mostra”, commenta il sottosegretario del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, Francesca Barracciu, “va un doppio plauso, perché presenta una scoperta a tempo di record in un paese in cui spesso i depositi dei musei sono stracolmi di materiali che attendono solo di essere mostrati, e per la felice collaborazione tra ministero, enti locali e soprintendenze. È poi ora di smetterla – aggiunge – con queste ‘guerre di religione’ contro i privati e, anzi, si deve promuovere il mecenatismo in percorsi virtuosi che nulla hanno a che fare con la mercificazione della cultura. Su questo asset dobbiamo puntare per scalare nuovamente la classifica dei paesi più visitati al mondo”. Intanto gli studi attorno alla “tomba delle mani d’argento” continuano per stabilire un inquadramento scientifico completo. Gli archeobotanici – ad esempio – hanno scoperto quali erano nel rituale funebre i tipi di legno e le offerte utilizzati per la cremazione (che convive nella tomba anche col rito dell’inumazione). Cipresso, quercia, leccio e poi uva, fave, orzo, frumento, canapa, ma anche fiori appariscenti come narcisi, astri, margherite, papaveri.

Il Castello della Badia di Vulci a Montalto di Castro, che ospita il museo etrusco

Il Castello della Badia di Vulci a Montalto di Castro, che ospita il museo etrusco

La mostra consente al pubblico di compiere un viaggio nel tempo tra i misteri dei principi etruschi; un viaggio affascinante che potrà proseguire visitando il parco archeologico-naturalistico di Vulci e i luoghi incontaminati dell’antica città etrusca, dove il connubio tra natura e cultura è ancora in grado di comunicare emozioni indimenticabili. La mostra è proprio un invito a visitare il parco archeologico naturalistico di Vulci e il museo della Badia dove la mostra sarà esposta in autunno. In occasione del semestre di presidenza italiano, per promuovere l’affascinante civiltà etrusca è prevista poi una trasferta a Bruxelles, importante palcoscenico internazionale.