Archivio tag | museo nazionale Atestino

Avete da 6 a 14 anni? Nove musei archeologici tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia vi invitano al concorso “Instrumenta Design Junior 2020 – L’antico ispira il contemporaneo!”: immaginare un oggetto contemporaneo di uso quotidiano – spiegato in un video – dopo aver “intervistato” reperti antichi esposti in museo

La locandina del concorso “Instrumenta Design Junior 2020 – L’antico ispira il contemporaneo!”

Nove musei archeologici tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia invitano i loro giovani amici a partecipare al concorso “Instrumenta Design Junior 2020 – L’antico ispira il contemporaneo!”. L’iniziativa è rivolta a chi ha tra i 6 e i 14 anni (si può partecipare da soli, con i genitori o gli insegnanti e la classe) e vede coinvolti i musei archeologici di Este, Padova, Adria, Fratta Polesine, Venezia, Altino, Portogruaro, Caorle e Aquileia. Ogni museo ha individuato tre reperti antichi da “intervistare” per saperne di più e per stimolare la creatività dei giovani designer, invitati ad immaginare un oggetto contemporaneo di uso quotidiano. Vuoi conoscere i musei coinvolti? Vuoi scoprire quali reperti sono stati scelti? Guarda i video preparati dai singoli musei:

Entro il 15 giugno 2020 i partecipanti dovranno realizzare un video di massimo 3 minuti in cui spiegano il loro progetto (attenzione! il volto dei partecipanti non deve essere visibile) ed inviarlo all’indirizzo instrumentajunior@gmail.com. Gli elaborati verranno presentati dal 3 all’11 ottobre 2020 nei musei e rimarranno consultabili in rete fino al 31 maggio 2021. Si può consultare il sito alla pagina https://www.studiodarcheologia.it/musei/instrumenta-design-junior/ per scaricare regolamento, materiali e video. Per ulteriori informazioni lo Studio D – Archeologia Didattica Museologia invita a scrivere una email all’indirizzo dedicato instrumentajunior@gmail.com: “Aspettiamo con curiosità i vostri progetti!”.

#iorestoacasa. “La produzione del vetro nel Nord Italia dall’età del Bronzo al Medioevo”: col progetto “Sleeping beauty” viaggio tra le raccolte dei musei archeologici di Fratta Polesine, Adria, Este, Altino, Venezia, Concordia, Aquileia e Cividale del Friuli alla scoperta dei vetri antichi. Una storia lunga più di duemila anni

Il progetto “Sleeping Beauty” del Mibact

Il progetto del ministero per i Beni e le attività culturali e il Turismo è del 2015. Si chiama “Sleeping Beauty” e si propone di far riemergere il grande patrimonio storico-artistico conservato nei musei italiani. In questo contesto e in tempo di emergenza da coronavirus, la Direzione generale Musei propone un video “La produzione del vetro nel Nord Italia dall’età del Bronzo al Medioevo” che illustra il progetto sui vetri antichi dell’Alto Adriatico, dove fondamentali sono le raccolte dei musei Archeologici nazionali del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, da Adria a Fratta Polesine, da Este ad Altino, da Venezia a Concordia, da Aquileia a Cividale del Friuli. Una storia lunga più di duemila anni. “Nei magazzini dei musei spesso si conservano oggetti poco studiati o mai valorizzati”, spiega l’archeologo Enrico Giannichedda. “Guardare a questi oggetti con l’ottica dell’archeologia della produzione significa chiedersi non solo come sono stati prodotti, ma anche quale era il sapere tecnico degli artigiani, quali erano i rapporti sociali tra artigiani e consumatori, come gli oggetti erano utilizzati. E quindi anche come sono arrivati in museo”.

Il tesoretto al museo archeologico di Fratta Polesine

L’età del Bronzo finale: la prima produzione di vetro in Europa (XII-X sec. a.C.). I ritrovamenti, frutto di quasi 40 anni di ricerche in Polesine, forniscono informazioni straordinarie sull’inizio della produzione del vetro in Europa. Testimonianza dei villaggi che popolavano l’antico fiume Po come Frattesina sono i crogioli con residui di lavorazione del vetro e migliaia di perle di vetro custoditi dal museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine, nelle barchesse di villa Badoer progettata da Andrea Palladio.

La famosa vetrina dei vetri antichi al museo Archeologico nazionale di Adria

L’età preromana: i veneti e gli etruschi (VII – II sec. a.C.). La fondazione delle città di Este e Adria, la presenza etrusca e l’influenza greca consentono di comprendere chiaramente la presenza di materiali importati e nuove produzioni locali. Un periodo caratterizzato da un forte dinamismo delle antiche popolazioni venete, celte ed etrusche. Nei musei Archeologici nazionali di Adria e di Este si possono ammirare preziosi oggetti di vetro utilizzati nei rituali funebri.

Pisside in pasta vitrea di età augustea conservata al Man di Aquileia (foto di Alessandra Chemollo)

Il periodo romano: l’età della fioritura (I sec. a.C. – IV sec. d.C.). Lo sviluppo del commercio in tutto il Mediterraneo aumentò durante il periodo romano. La produzione del vetro in questo momento raggiunge esiti altissimi come testimoniano le collezioni di Adria, Altino, Aquileia, Concordia Sagittaria e Cividale del Friuli. La soffiatura del vetro è una tecnica che si afferma a partire dall’età augustea e diviene lo standard universale di trasformazione del vetro. Aquileia è l’esempio più completo di città romana nell’ambito del Mediterraneo, patrimonio dell’Umanità. Nel museo Archeologico nazionale di Aquileia è conservata una delle collezioni più importanti di vetri romani riferiti alla tecnologia antica: contenitori, piccole bottiglie di profumo come urne cinerarie si combinano con materiali di lusso come il vetro cameo a mosaico e a fascia d’oro. Il museo Archeologico nazionale di Altino e il museo Archeologico nazionale di Venezia presentano straordinari vetri a mosaico. Questo tipo di lavorazione ha segnato il successo per un’industria creativa che ancora oggi è un marchio di eccellenza di Venezia e Murano.

Corno potorio longobardo proveniente dal museo Archeologico nazionale di Cividale

L’Alto Medioevo (VI – VII sec. d.C.). La produzione del vetro non si fermò nemmeno durante il periodo critico dell’Alto Medioevo. Collane di perle di vetro, piccole bottiglie, e calici ritrovati nelle tombe longobarde di Cividale del Friuli dimostrano lavorazioni altamente complesse e di grande pregio.

“Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”: prorogata la mostra al museo nazionale Atestino di Este (Pd). Tre incontri di approfondimento e visite guidate

La locandina della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” al museo Atestino di Este prorogata al 29 marzo 2020

C’è ancora tempo. Per una visita. La risposta del pubblico ha convinto gli organizzatori a prorogare la mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, proposta dal Polo museale del Veneto, dall’università di Ferrara e dalla Città di Este, al museo nazionale Atestino di Este. Doveva chiudere il 2 febbraio, si potrà visitare fino al 29 marzo 2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/16/dalloppio-usato-gia-nel-neolitico-alle-ricette-di-paracelso-alla-moderna-cosmesi-al-museo-atestino-di-este-apre-la-mostra-veleni-e-magiche-pozioni-grandi-storie-di-cure-e-delitti/). Curata da Federica Gonzato, direttore del museo nazionale Atestino, e da Chiara Beatrice Vicentini, docente di Storia della farmacia e del farmaco all’università di Ferrara, la mostra è nata con l’intento di proporre al pubblico un percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità, alla scoperta del mondo delle pozioni, che dall’antichità ad oggi hanno accompagnato l’uomo nel suo percorso: rimedi che possono guarire o, talvolta nelle mani sbagliate, portare a un esito letale.

La Physalia, il cui veleno è a volte fatale per l’uomo

La mostra svela i segreti di veleni e rimedi dall’antichità ad oggi, attraverso prospettive diverse: dalle testimonianze archeologiche alle espressioni artistiche, passando attraverso i racconti di antichi codici, di streghe e pozioni magiche. Le fonti storiche sono accostate alla moderna ricerca scientifica, che ne spiega le reali funzioni e smaschera false credenze. L’affascinante mondo dei veleni e della farmacopea viene raccontato nelle varie epoche, ricostruendo il percorso di questo fondamentale aspetto della vita sociale, mostrando oggetti legati all’esperienza del nostro quotidiano ma anche ad un mondo magico.

Una mostra intrigante, ricca di preziosi materiali espositivi e di conoscenze, cui sono correlati tre appuntamenti di approfondimento. Venerdì 21 febbraio 2020, alle 18, aperitivo a tema ideato dagli Chefs del ristorante Incalmo di Este, preceduto da visita guidata alla mostra a cura della Direzione. Prenotazione obbligatoria. Venerdì 28 febbraio 2020, alle 18, “La cosmesi: il veleno per la bellezza”, ricerche storiche e scientifiche condotte dall’università di Ferrara. A cura di Chiara Beatrice Vicentini e Stefano Manfredini. Domenica 8 marzo 2020, alle 15.30, “Paleo-avanguardie: l’arte al femminile”. Guida alla mostra e laboratorio di pittura paleolitica. Le domeniche mattina, escluse quelle a ingresso gratuito, alle 10.30, visita guidata esclusiva “Only for you”. Prenotazione obbligatoria e accesso con biglietto intero – nessuna applicazione di agevolazioni, riduzioni o gratuità a norma di legge.

Dall’oppio usato già nel Neolitico alle ricette di Paracelso alla moderna cosmesi: al museo Atestino di Este apre la mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità

La locandina della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” al museo Atestino di Este dal 19 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020

Veleni, pozioni, medicamenti – indagati lungo il loro più volte millenario stratificarsi – sono i protagonisti della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, proposta dal Polo museale del Veneto, dall’università di Ferrara e dalla Città di Este, al museo nazionale Atestino di Este (Pd) dal 19 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020. La mostra, curata da Federica Gonzato, direttore del museo nazionale Atestino, e da Chiara Beatrice Vicentini, docente di Storia della farmacia e del farmaco all’università di Ferrara, nasce con l’intento di proporre al pubblico un percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità, alla scoperta del mondo delle pozioni, che dall’antichità ad oggi hanno accompagnato l’uomo nel suo percorso: rimedi che possono guarire o, talvolta nelle mani sbagliate, portare ad un esito letale.

Il museo nazionale Atestino di Este

Il percorso espositivo, allestito nel suggestivo spazio di Sala Colonne di Palazzo Mocenigo, sede prestigiosa dell’Atestino, racconta la storia di veleni e medicamenti dall’antichità ad oggi, attraverso prospettive diverse: dalle testimonianze archeologiche, all’analisi delle fonti storiche e delle testimonianze iconografiche lungo i secoli e nelle varie arti fino alla moderna ricerca medica. “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” con il Patrocinio della Regione Veneto, si avvale della collaborazione di: Fondazione Cariparo, Accademia dei Concordi, Accademia italiana di Storia della Farmacia, biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, Centro studi etnografici “Vittorino Vicentini”, collezione Cerato, Comune di Este, Fondazione CariVerona, galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro – Venezia, dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie – master in Scienza e Tecnologia cosmetiche università di Ferrara, museo Archeologico di Venezia, museo Archeologico nazionale di Adria, museo nazionale della Collezione Salce Treviso, museo Orientale di Venezia, musei civici di Verona – museo di Storia naturale e Castelvecchio, musei civici di Trieste – museo della Antichità Winckelman, sistema bibliotecario di Ateneo dell’università di Ferrara, sistema museale di Ateneo dell’università di Ferrara, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo Vicenza, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Venezia e le Province di Belluno Padova e Treviso.

Federica Gonzato

Chiara Beatrice Vicentini

Una archeologa dunque e una esperta di storia della Farmacia insieme per andare alla radice di leggende, storie, tradizioni. Per dare un preciso senso a ciò che sembra favola, riconducendo alla scienza ciò che si ritiene puro frutto della fantasia popolare. Per scoprire che se veramente la Principessa avesse baciato il rospo, il bufonide le sarebbe effettivamente apparso come un aitante, giovane cavaliere. I visitatori che ad Este raggiungeranno il museo nazionale Atestino, scopriranno così che già nel Paleolitico, migliaia di anni fa, gli uomini sapevano cercare sostanze utili alla migliore sopravvivenza. Vengono sperimentate e tramandate sostanze che fanno bene e altre che fanno male. Dobbiamo giungere a Paracelso, quindi al primo ‘500, per definire il concetto del dosaggio, elemento che può fare di un farmaco un veleno o viceversa. E non è un caso se ancora oggi il simbolo dei farmacisti sia il caduceo, bastone alato con due serpenti che rappresentano l’uno la dose terapeutica, il secondo quella tossica, il veleno.

Brocchette porta oppio (bil bil) da Cipro, Tardo bronzo, XV-XI sec. a.C.

“Medea ringiovanisce Esone”, olio su tela di Pietro Bellotti consevato alla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo

“Nostro obiettivo”, sottolinea Federica Gonzato, “è proporre al pubblico prospettive ed approcci diversi all’affascinante mondo dei veleni e della storia della farmacopea, in riferimento alle varie epoche storiche, dall’antichità, lungo il medioevo e il rinascimento fino all’età odierna, ricostruendo il percorso di questo fondamentale aspetto della vita sociale attraverso le fonti scritte, la arti visive, fonti classiche e letteratura moderna, proponendo in mostra oggetti e riferimenti demo-etnoantropologici che si legano strettamente alla storia del nostro quotidiano”. E ancora: “Abbiamo ritenuto di evidenziare, fra le molteplici sfaccettature del tema, come nel corso dei secoli siano mutate le nostre conoscenze delle sostanze tossiche e di quelle sanificanti: ciò che un tempo era considerato un farmaco si è poi rivelato un veleno per l’uomo e viceversa. È una mostra molto coinvolgente perché va a toccare, da una parte, la sfera emotiva del nostro quotidiano, trattando temi legati alla salute e alla ricerca del benessere fisico, dall’altra, indaga aspetti più intriganti legati al mistero e alla magia”. All’archeologa fa eco l’esperta in farmacia Chiara Beatrice Vicentini: “Questa mostra nasce da una sinergia tra valenze culturali interregionali che si affacciano a un fiume, il Po, che divide e al tempo stesso unisce. Dosis sola facit ut venenum non fit, tema conduttore della mostra, è la celebre frase di Paracelso che si addottorò nella prima metà del ‘500 presso lo Studio ferrarese. Contro la medicina antica, fu tra i tre “ribelli di Ferrara” insieme a Copernico contro la cosmologia aristotelica e Ariosto contro l’uso letterario del latino. Dal mondo naturale emerge un limite sottile tra veleno e medicamento: il veleno che uccide, che salva. E il veleno per la bellezza, esaltato in Ferrara per la presenza dal 1980 di una Scuola di Cosmesi, ora Master in Scienza e Tecnologia Cosmetiche, un’eccellenza a livello Europeo con un gruppo che conduce ricerche all’avanguardia”.

Testa di Medusa, produzione di epoca romana, conservata al museo nazionale Atestino di Este (Pd)

“Giulietta nel prendere il sonnifero”, olio su tela di Domenico Scattola, della Fondazione Cariverona di Verona

Scatola in lacca per il betel, della Dinastia cinese Qing (1644-1912), conservata al museo di Arte Orientale di Venezia

La mostra è una miniera di scoperte e curiosità. Si scopre ad esempio che il vasto uso di ocra nel Paleolitico dipendeva anche dalle proprietà antisettiche di quel materiale. Veniamo a conoscere come già dal Paleolitico ci si curasse il mal di denti con la propoli. Risalgono al Neolitico le prime evidenze dell’uso dell’oppio nell’Europa continentale. Nell’ambito dei prodotti salutistici l’interesse scientifico, alla ricerca di nuovi rimedi sia in campo farmacologico che cosmetico, si è lentamente spostato dal regno vegetale verso quello animale con una crescente attenzione verso veleni e tossine, in particolar modo di insetti, rettili e anfibi. Lo studio di veleni di fonte animale, vegetale e minerale può parallelamente spiegare scientificamente la nascita di miti e leggende. Dai metallurghi dell’antichità, sottoposti ai fumi velenosi emessi dalla fusione e forse per questo deformi o ipovedenti, al mito di Medusa, alle streghe di età medievale-moderna, che si alimentavano di farine di graminacee infestate da Segale cornuta, Claviceps purpurea, un fungo ricco di alcaloidi con effetti allucinogeni (l’acido lisergico è precursore dell’LSD). Intossicazioni scambiate con possessioni demoniache.

La Physalia, il cui veleno è a volte fatale per l’uomo

Confezione di Tubocurarina. Il farmaco moderno, formulato dal curaro, coadiuvante nell’anestesia

Grandi storie di cure, ma anche di delitti: fu la digitale, che ha dato vita in tempi moderni a farmaci del cuore, ad essere fatale nel 1329 a Cangrande della Scala (delitto volontario o errore nell’assunzione di una sostanza tossica?). Nelle vetrine, accanto a rarissimi reperti archeologici, trovano spazio confezioni storiche di veleni e farmaci; importanti dipinti con immagini di magie si affiancano ad affiches storiche che pubblicizzano portentosi unguenti e medicamenti. Altresì rare edizioni e manoscritti che trattano di una varietà di argomenti strettamente connessi: dalla magia, vista da diversi profili, alla dottrina esoterica, ermetica e alchemica occidentale, alle streghe “lamiae” temute artefici di pozioni magiche e, al contempo, vittime della superstizione e delle persecuzioni dell’inquisizione che si avvaleva di compendi e manuali repressivi anch’essi esposti in mostra.

Tutte le monete ritrovate nel territorio di Este e Montagnana: il volume di Andrea Stella “Ritrovamenti monetali di età romana nel Veneto. Este” è presentato al museo nazionale Atestino

La locandina dell’incontro al museo Atestino di Este del volume “Ritrovamenti monetali di età romana nel Veneto. Este”

È il sedicesimo titolo della collana “Ritrovamenti monetali di età romana nel Veneto” (Esedra Edizioni, 2018). Curato da Andrea Stella, è dedicato alle collezioni pubbliche e private del territorio di Este. Si va dalle sporadiche documentazioni di esemplari, appartenenti a zecche greche, giunti forse al seguito dei torbidi della Seconda Guerra Punica, alle evidenze celtiche, soprattutto di imitazione massaliota alle monete romane repubblicane ed imperiali fino al 1000, cioè includendo anche le tenui testimonianze di numerario barbarico e bizantino. Venerdì 13 settembre 2019, alle 21, il volume verrà presentato nella Sala VIII del museo nazionale Atestino di Este. Interverranno Federica Gonzato, direttore del museo Atestino; Roberta Gallana, sindaco della Città di Este; Giovanni Gorini, già docente di Numismatica Antica all’università di Padova; Michele Asolati, docente di Numismatica Antica all’università di Padova. Sarà presente l’autore Andrea Stella che, al termine, illustrerà il Medaglione aureo di Augusto.

La copetina del volume “Ritrovamenti monetali di età romana nel Veneto. Provincia di Padova: Este” (Esedra Edizioni, 2018)

“Questo volume”, spiega Giovanni Gorini nella Premessa, “è completamente dedicato alla descrizione delle monete rinvenute nel corso dei decenni nei centri di Este e di Montagnana, comprensivi delle località facenti parte dei due siti in età antica. Esso rappresenta la prima dettagliata indagine condotta per un’area di particolare interesse, quella di un centro dell’Italia Settentrionale, che se non è degno di competere con i maggiori come Altinum, Verona o Aquileia, ha tuttavia una sua risonanza in quanto centro di una civiltà preromana che ha riverberato le sue caratteristiche fino all’età imperiale. Inoltre si tratta di un’opera che affronta per la prima volta la serie dedicata alla provincia di Padova, in attesa che un ulteriore volume relativo alla città di Patavium, venga a completare il quadro di quest’area centrale della regione. Esso inoltre segna un’ulteriore tappa del percorso scientifico portato avanti dagli altri volumi dedicati alle monete rinvenute nelle diverse province del Veneto, che sta avviandosi alla conclusione. Questa nuova ricerca, che ha subito una lunga gestazione, in quanto affidata in anni lontani al sottoscritto e poi proseguita con ulteriori aiuti, è giunta a compimento per opera del dott. Andrea Stella, giovane dottore di ricerca, che ha profuso le sue migliori energie per fornire uno strumento utile, corretto e il più possibile completo, di quanto rinvenuto nella città di Este e nel suo territorio”.

A Comacchio aprile è il mese dei profumi: al museo del Delta Antico nuovo percorso olfattivo e mostra “Collezione Magnani, portaprofumi nel tempo”. Incontro “Alla scoperta dei profumi antichi dai dati archeologici”

Al museo del Delta Antico di Comacchio nuovo percorso olfattivo

Aprile a Comacchio è il mese dei profumi e il museo del Delta Antico inaugura un nuovo percorso olfattivo chiamato “Il profumo del tempo”. Apre il 12 aprile 2019 con la mostra “Collezione Magnani, portaprofumi nel tempo” che sarà in esposizione fino al 6 gennaio 2020. A corredo, un ciclo di incontri di approfondimento sul tema delle fragranze nel mondo antico, tra cui il 16 aprile 2019 l’evento “Alla scoperta dei profumi antichi dai dati archeologici”, in collaborazione con l’università di Ferrara e il Museo di Este. È oramai noto che il profumo e i suoi contenitori sono stati per secoli riservati a poche persone privilegiate che, anche attraverso questi minuscoli oggetti, intendevano ostentare la loro ricchezza e il loro amore per il bello o per il “meraviglioso”. Questi straordinari manufatti rappresentano la passione di Monica Magnani, collezionista “onnivora” di portaprofumi antichi – noti anche come scent bottles – che è iniziata con l’acquisto di un piccolo oggetto d’argento proveniente da una nobile famiglia veneziana. Quello che poi è stato scoperto essere una perfume box tedesca del XVII secolo ha fissato i parametri che caratterizzano gli oltre 850 flaconi della sua collezione: l’antichità, l’insolito e le misure, tutte inferiori ai 10 centimetri. Fiorita nel tempo con meticolosa e appassionata ricerca, scoperta, scelta e studio, la raccolta spazia dai “balsamari” dei primi secoli dopo Cristo ai pezzi dei primi ‘900, passando per qualche rarissimo esemplare del XVII e XVIII secolo, fino alla grande varietà che ha caratterizzato la produzione di tutto l’800, tra cui le chatelaines indossate ai balli o utilizzate per i minuscoli pegni d’amore francesi, o per i vetri di Murano e Boemia o, ancora, per i tanti souvenirs del Grand Tour.

Preziosi portaprofumi della ricca collezione Magnani

L’olfatto è il più spirituale di tutti i sensi. È proprio questa caratteristica spirituale a consentire al profumo di testimoniare negli spazi vuoti un’impressione della presenza. Inoltre, l’uso dei profumi getta luce sugli aspetti più complessi della società, quali gli scambi commerciali, le conoscenze scientifiche, le abitudini rituali, il lusso, i rapporti interpersonali e la comunicazione tra le persone. Gli spunti offerti dal percorso di essenze create per il museo Delta Antico, sono occasione per parlare, con un altro linguaggio, della storia e delle genti vissute nei secoli passati. Il percorso olfattivo del museo Delta Antico si arricchisce ora di due nuove fragranze che si aggiungono alle tre già presenti nel museo, per esso create appositamente. La creatrice delle due nuove essenze è Laura Bosetti Tonatto, “naso” di fama internazionale. In questa ottica, la sezione “diffusa” del museo dedicata ai profumi si avvale altresì di una preziosa esposizione temporanea di contenitori per profumo che sono parte dell’ampia collezione di Monica Magnani. Si tratta di piccoli oggetti di lusso sorprendenti per varietà e qualità artigianale, prodotti in un arco di tempo che va dall’antichità all’epoca moderna. Essi aprono finestre su simbologie, riferimenti culturali e cura personale e sono anche di stimolo per ritrovare nell’esposizione del museo i preziosi balsamari che caratterizzano l’epoca antica e romana. Ad approfondimento della storia dei profumi e delle sue valenze culturali, grazie anche alla ricerca scientifica, l’incontro del 16 si avvale dell’apporto degli specialisti dell’Università di Ferrara che, tra l’altro, hanno contribuito alla realizzazione del percorso del museo.

L’Ospedale degli Infermi, a Comacchio, prestigiosa e monumentale sede del nuovo museo del Delta antico

Appuntamento a Comacchio a Palazzo Bellini venerdì 12 aprile 2019, alle 16, per la presentazione di due nuove essenze del percorso olfattivo “Il profumo del tempo nel Museo Delta Antico”, un progetto realizzato in collaborazione con l’università di Ferrara, Master di II livello in Scienza e tecnologia cosmetiche: Cosmast e Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Ferrara. Fragranze di Laura Bosetti Tonatto e introduzione alla mostra “Collezione Magnani nel Museo Delta Antico: portaprofumi nel tempo. Suggestioni e legami con la storia e il territorio di Comacchio”. Seguirà la visita guidata al museo a cura di Caterina Cornelio e Monica Magnani. Martedì 16 aprile 2019, alle 15.30, a Palazzo Bellini, “Alla scoperta dei profumi antichi dai dati archeologici”, incontro a cura dell’università di Ferrara – dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie, Sezione farmaco e prodotti della salute e il Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra, in collaborazione con il MIBACT – Polo Museale del Veneto – Museo Nazionale Atesino di Este. Programma: Federica Gonzato e Stefano Buson: “Aromi e profumi: non solo questione di pelle!”; Stefano Manfredini e Silvia Vertuani: “Il profumo del terzo millennio”; Chiara Beatrice Vicentini, Negar Eftekhari e Carmela Vaccaro: “Fragranze ricostruite attraverso lo studio di residui in balsamari antichi del Museo Atesino di Este”.

“Raccontare per immagini: Il primo cinema della storia. Obiettivo sul Paleolitico”: il progetto del Polo museale del Veneto coordinato da Federica Gonzato protagonista alla rassegna del cinema archeologico di Rovereto con “Fuoco Colore Movimento”, tre video di Igor Imhoff

Screenshot del video “Movimento” che viene presentato alla 29.ma rassegna del cinema archeologico di Rovereto

Raccontare il Paleolitico sotto una nuova veste. È stato questo l’impegno preso nei mesi scorsi dal Polo museale del Veneto col progetto della direzione generale Musei del Mibact “MuSST-Musei e sviluppo dei sistemi territoriali”. E se le pitture paleolitiche potessero davvero muoversi? Si sono chiesti gli esperti del Polo museale. “Bisonti, leoni, gufi, orsi, cervi e addirittura sciamani… attendono solo che una torcia li illumini per riprendere vita. Come al cinema. Ed ecco, basta la poesia di quelle prime “macchinette” usate per dare movimento alle immagine statiche (taumatropi, zootropi, lanterne magiche, tachiscopi e prassinoscopi) per animare le figure dipinte nelle grotte, interpretate come fotogrammi di animazione”. Ecco quindi il progetto del Polo museale del Veneto, coordinato da Federica Gonzato, direttore del museo Archeologico nazionale di Verona e del museo nazionale Atestino di Este, “Raccontare per immagini: Il primo cinema della storia. Obiettivo sul Paleolitico”, proposta declinata in molteplici eventi culturali nella primavera 2018 ai musei nazionali di Este e Verona e in altre location partner per sviluppare il tema delle relazione fra Paleolitico e Precinema (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/03/10/raccontare-per-immagini-il-primo-cinema-della-storia-obiettivo-sul-paleolitico-al-museo-nazionale-atestino-di-este-si-inaugura-il-nuovo-allestimento-della-sala-della-preistoria-co/).

Locandina della 29.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Screenshot del video “Fuoco” alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Giovedì 4 ottobre 2018, alle 16, a Rovereto al teatro Zandonai, all’interno della 29.ma edizione della rassegna internazionale del Cinema Archeologico, verrà presentato il video “Fuoco, Colore, Movimento”, realizzato dal Polo Museale del Veneto nell’ambito del progetto Musst “Raccontare per immagini: Il primo cinema della storia. Obiettivo sul Paleolitico”. Il progetto complessivo deve la sua realizzazione anche grazie al sostegno e alla collaborazione di partner qualificati quali l’università di Ferrara; la soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo Vicenza; il parco regionale della Lessinia; EvolutaMente-associazione Culturale; il Film Festival della Lessinia; il museo del Pre-Cinema Minici Zotti; la Fabbrica del Vedere; Gambero Nero Escursioni. “Grazie ai moderni strumenti di comunicazione (cortometraggi di animazione, esperienze laboratoriali, conferenze e performance) si è sperimentata una nuova via per avvicinare il pubblico al fascino del Paleolitico”, spiegano i promotori. “Considerando l’esigenza, da sempre insita nell’Uomo, di comunicare, utilizzando strategie diverse, dalle Grotte dipinte paleolitiche al cinema, dalla pietra alla pellicola, è stata proposta una nuova lettura della storia umana, “messa in scena” in modi e su supporti diversi, attraverso diverse forme artistiche giocando sul tema delle immagini in movimento”.

Screenshot del video “Colore” alla 29.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

“Il primo cinema della storia: “obiettivo” sul Paleolitico. Fuoco, Movimento, Colore” di Igor Imhoff (Italia, 2018; 11’), nuova lettura dell’iconografia paleolitica, giocando sul tema delle immagini in movimento che lega l’esperienza espressiva di 40.000 anni fa alle sperimentazioni del pre-cinema. I tre video dedicati al Paleolitico, realizzati dal regista Igor Imhoff, con la progettazione scientifica di Federica Gonzato, direttrice dei due musei nazionali coinvolti, e la consulenza di Carlo Montanaro (Fabbrica del Vedere) e Marco Peresani (università di Ferrara), “ripropongono le immagini dipinte nelle grotte paleolitiche utilizzando gli strumenti visivi propri del pre-cinema: serie di disegni (tratti dalla documentazione scientifica fornita dagli scavi archeologici, in particolare da Grotta di Fumane in provincia di Verona) si formano e si cancellano, combinandosi senza sosta, riproducendo le figure e i colori usati comunemente nella pittura paleolitica: il bianco, il nero, il giallo ed il rosso dell’ocra. I video trattano argomenti strettamente legati alle prime pitture della storia Umana: il fuoco, ovvero la luce, il movimento e il colore”.

“Raccontare per immagini: il primo cinema della storia. Obiettivo sul Paleolitico”: al museo nazionale Atestino di Este si inaugura il nuovo allestimento della sala della Preistoria con tre cortometraggi che danno vita alle figure di bisonti, leoni, gufi, orsi, cervi e addirittura sciamani… dipinti nelle grotte preistoriche

Screenshot del video “Movimento” che viene presentato al museo nazionale Atestino di Este

Thaumatropio del Paleolitico al muso nazionale Atestino di Este

Raccontare il Paleolitico sotto una nuova veste. È l’impegno preso dal Polo museale del Veneto col progetto della direzione generale Musei del Mibact “MuSST-Musei e sviluppo dei sistemi territoriali”. E se le pitture paleolitiche potessero davvero muoversi? Si sono chiesti gli esperti del Polo museale. “Bisonti, leoni, gufi, orsi, cervi e addirittura sciamani… attendono solo che una torcia li illumini per riprendere vita. Come al cinema. Ed ecco, basta la poesia di quelle prime “macchinette” usate per dare movimento alle immagine statiche (taumatropi, zootropi, lanterne magiche, tachiscopi e prassinoscopi) per animare le figure dipinte nelle grotte, interpretate come fotogrammi di animazione”. Ecco quindi il progetto del Polo museale del Veneto “Raccontare per immagini: Il primo cinema della storia. Obiettivo sul Paleolitico”, proposta declinata in molteplici eventi culturali per sviluppare il tema delle relazione fra Paleolitico e Precinema. Il progetto complessivo deve la sua realizzazione anche grazie al sostegno e alla collaborazione di partner qualificati quali l’università di Ferrara; la soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo Vicenza; il parco regionale della Lessinia; EvolutaMente-associazione Culturale; il Film Festival della Lessinia; il museo del Pre-Cinema Minici Zotti; la Fabbrica del Vedere; Gambero Nero Escursioni.

Screenshot del video “Colore” al museo nazionale Atestino di Este

Con gli strumenti di comunicazione moderni (cortometraggi di animazione, esperienze laboratoriali, conferenze e performance) si è sperimentata una nuova via per avvicinare il pubblico al fascino del Paleolitico. “Considerando il portato culturale comune, ovvero l’esigenza – da sempre insita nell’Uomo – di comunicare, utilizzando strategie diverse, dalle Grotte dipinte paleolitiche al cinema, dalla pietra alla pellicola”, spiegano gli archeologi, “è stata proposta una nuova lettura della la storia umana, messa in scena in modi e su supporti diversi, attraverso diverse forme artistiche giocando sul tema delle immagini in movimento”.

Il museo nazionale Atestino di Este

Screenshot del video “Fuoco” al museo nazionale Atestino di Este

Domenica 11 marzo 2018, alle 16.30, al museo nazionale Atestino il direttore del Polo museale del Veneto, Daniele Ferrara, e la direttrice del museo, Federica Gonzato, presenteranno il nuovo allestimento della Sala I dedicata ai notevoli rinvenimenti archeologici provenienti dal territorio dei Colli Euganei databili ad un periodo compreso tra il Paleolitico e l’età del Bronzo. Vengono presentati i video dedicati al Paleolitico, realizzati dal regista Igor Imhoff e destinati alle postazioni multimediali del museo nazionale Atestino. I tre nuovi cortometraggi ripropongono le immagini dipinte nelle grotte paleolitiche utilizzando gli strumenti visivi propri del pre-cinema: serie di disegni si formano e si cancellano, combinandosi senza sosta, riproducendo le figure e i colori usati comunemente nella pittura paleolitica: il bianco, il nero, il giallo ed il rosso dell’ocra. I video trattano argomenti strettamente legati alle prime pitture della storia Umana: il fuoco, ovvero la luce, il movimento e il colore. Al termine dell’evento, nella Sala delle Colonne, avverrà il taglio del nastro della suggestiva mostra “Prima del Cinema” che vede esposti oggetti legati al mondo dell’immagine e del pre-cinema provenienti dall’Archivio Carlo Montanaro di Venezia. L’esposizione conduce il visitatore alla scoperta dei primi “marchingegni” inventati per dare movimento alle immagini statiche: taumatropi, zootropi, lanterne magiche e prassinoscopi creano l’illusione dell’azione agli occhi meravigliati di chi guarda.

Al via gli incontri del Gabo “…comunicare l’archeologia…”, un viaggio alla scoperta di etruschi, goti, bizantini, longobardi, veneti antichi, celti, romani, popoli mediterranei dell’età del Bronzo e abitatori delle terramara

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Approfondimenti ed escursioni collegate: è un programma molto articolato quello proposto dal gruppo Archeologico bolognese nel ciclo di conferenze del primo semestre 2018 “…comunicare l’archeologia…”: da febbraio a giugno 2018 sarà un appassionante viaggio alla scoperta di etruschi, goti, bizantini, longobardi, veneti antichi, celti, romani, e ancora: dai popoli mediterranei dell’età del Bronzo agli abitatori delle terramara. Il Gabo aderisce ai Gruppi Archeologici d’Italia, in collaborazione con i quali sono promosse campagne di ricerca, scavi e ricognizioni d’interesse nazionale, alle quali è dedicata soprattutto la stagione estiva, in collaborazione con le competenti soprintendenze Archeologiche. Il Gruppo Archeologico Bolognese collabora inoltre con il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, il museo “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena e il museo della Civiltà Villanoviana (MUV) di Castenaso. La sede di quasi tutti gli incontri, che si tengono al martedì alle 21, è quella tradizionale: il centro sociale “G. Costa” in via Azzo Gardino 48 a Bologna.

Frammento di ceramica a figure rosse conservato al museo Archeologico nazionale di Adria

Il fascino di Persepoli, la capitale achemenide voluta dal re Dario

Il ciclo di conferenze del Gabo inizia martedì 20 febbraio 2018, alle 21, al “Costa”. La prima parte della serata sarà dedicata a presentare l’attività sociale febbraio-giugno 2018. Quindi Silvia Romagnoli, archeologa specializzata in Etruscologia e Travel Designer, con “Un giorno ad Adria. Vita quotidiana in un emporio etrusco nel Delta del Po”  ci porta a conoscere l’importante città portuale fin dalle origini, collocata lungo un ramo – oggi estinto – del Po. Prima emporio etrusco, quindi scalo fluviale commerciale greco nel V a.C., poi sostituito nel IV secolo a.C. dall’emporio etrusco di Spina. Adria divenne successivamente colonia dei Greci di Siracusa, quindi centro dei Galli e infine insediamento romano nel III secolo a.C. I più importanti reperti provenienti dalla città di Adria sono conservati al museo Archeologico nazionale di Adria: e il Gabo ha già programmato la gita ad Adria e al museo Archeologico nazionale per sabato 24 febbraio 2018, con la stessa Silvia Romagnoli e l’archeologa Maria Longhena: numerosissimi i frammenti di ceramica attica a figure nere e rosse esposti insieme ai vasellami di bronzo etruschi, riferibili principalmente al VI e V sec. a.C. quando il porto conobbe il suo periodo di massimo splendore. Dell’età ellenistica è invece la cosiddetta “Tomba della Biga”, una straordinaria sepoltura di tre cavalli con i resti metallici di un carro a due ruote. Per quanto riguarda l’epoca romana, i vetri di ottima qualità sono l’indizio della prosperità del luogo. Il ciclo continua martedì 27 febbraio 2018, sempre alle 21 al “Costa”, con un altro viaggio “in Iran”: Claudio Busi, cultore di storia documentarista e viaggiatore, il suo diario di viaggio in Iran arricchito con un filmato.

Il prezioso “missorium” d’argento rinvenuto a Cesena, un piatto di uso simbolico-celebrativo

La cosiddetta Dea di Caldevigo, bronzetto votivo al museo di Este

Il viaggio alla conoscenza dei popoli antichi riprende martedì 6 marzo 2018, sempre alle 21 al “Costa”, con Cinzia Cavallari, archeologa della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bologna, che introduce la mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”, al museo civico Medievale di Bologna, dal 17 febbraio al 17 giugno 2018:  un viaggio nel tempo di quasi un Millennio che racconta le trasformazioni delle città e del territorio e l’affermarsi dei nuovi ceti dirigenti goti, bizantini e longobardi: castelli, monasteri, edifici di culto e Comuni, i nuovi centri di potere, hanno scritto la storia dell’intera regione dal IV-V secolo agli inizi del XIV (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/27/a-bologna-medioevo-svelato-storie-dellemilia-romagna-attraverso-larcheologia-grazie-alle-scoperte-archeologiche-degli-ultimi-40-anni-una-mostra-al-museo-civico-m/). Anche in questo caso è prevista una visiyta guidata alla mostra in data ancora da definire. La settimana successiva, martedì 13 marzo 2018, si fa la conoscenza dei veneti antichi. L’archeologa Maria Longhena parlerà de “La civiltà atestina: genti e culture del Veneto antico”. All’incontro segue sabato 17 marzo 2018 la gita a Este con visita guidata al museo nazionale Atestino a cura di Maria Longhena e Silvia Romagnoli. Il museo nazionale Atestino illustra la civiltà dei Veneti antichi, che ha caratterizzato lo sviluppo sociale e culturale locale nel corso del I millennio a.C., in dinamico rapporto con il mondo etrusco, celtico e romano. Fin dal 1876 sono emerse a Este le più consistenti testimonianze di questa civiltà, oggi esposte nelle 11 sale del museo: descrivono la vita quotidiana, le manifestazioni artistiche, quelle della religiosità e dei rituali funerari, per ricostruire la società e sottolineare analogie e differenze con l’attualità.

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

La prima pagina del New York Times del febbraio 1922 con la notizia della scoperta della tomba di Tutankhamon

Sono viaggi diversi quelli proposti dagli ultimi tre incontri di marzo, per il primo dei quali si cambiano giorno, orario e sede. L’appuntamento è infatti domenica 18 marzo 2018, alle 16.30, al museo della Civiltà Villanoviana in via B.Tosarelli 191 a Castenaso (Bo), per “Le interviste impossibili” con Umberto Eco che intervista Muzio Scevola, testo di Umberto Eco. Marco Mengoli, archeologo e docente di italiano e storia alle scuole superiori, nella parte dell’intervistatore; Michele Gambetti nella parte di Muzio Scevola, protagonista di una nota leggenda romana dalla quale deriva il modo di dire “Mettere la mano sul fuoco riguardo a qualche cosa”, per indicare di essere sicuri su un determinato fatto o espressione: il suo gesto estremo. Introduce l’intervista Paola Poli, archeologa e curatrice del museo della Civiltà Villanoviana (MUV) di Castenaso. Martedì 20 marzo 2018, si torna al “Costa” alle 21,  per una passeggiata virtuale lungo la strada consolare che ha dato il nome a un’intera regione: “La via Emilia tra storia ufficiale e memoria privata” illustrata da Erika Vecchietti, archeologa specializzata in Archeologia Romana, che preparerà la visita di aprile alle mostre del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”. L’ultimo incontro del mese, martedì 27 marzo 2018, alle 21 al “Costa”, con Graziano Tavan, giornalista e curatore dell’archeoblog “Archeologiavocidalpassato”, si affronta il rapporto tra archeologia e comunicazione: “Ricerca e divulgazione: archeologia sui giornali tra Tutankhamon e Indiana Jones”, excursus su come è cambiato nei secoli il concetto di archeologia, per passare poi all’archeologia come disciplina e come ricerca sul campo, fino a quando uscendo dagli ambienti accademici l’archeologia diventa divulgazione per raggiungere il grande pubblico attraverso la comunicazione sui giornali, non solo in Italia.

Il manifesto della mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità” al Foro Boario di Modena dal 25 novembre 2017 all’8 aprile 2018

La locandina della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” a Reggio Emilia

Il programma del mese di aprile apre sabato 7 con la gita a Modena e Reggio Emilia con Erika Vecchietti per le mostre sulla via Emilia. Al foro Boario di Modena la mostra “Mutina Splendidissima”, dove i reperti e le opere d’arte, accostati a preziose testimonianze provenienti da numerosi musei italiani, affiancano le ricostruzioni virtuali dei principali monumenti di Mutina (le mura, il foro, l’anfiteatro, le terme, una domus) che fanno da contrappunto alla descrizione delle città dal periodo precedente la sua fondazione, avvenuta nel 183 a.C., alla decadenza verificatasi nella tarda età imperiale (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/24/mutina-splendidissima-la-citta-romana-e-la-sua-eredita-apre-a-modena-la-mostra-clou-per-i-2200-anni-della-fondazione-della-colonia-romana-sulla-via-emilia-che-racconta-le-origini/). Al Palazzo dei musei di Reggio Emilia c’è invece la mostra “On the road”, un percorso virtuale che ci permette di conoscere i segreti della via Emilia, la sua costruzione, le sue strutture, i suoi servizi, ma anche le città sorte lungo il suo tracciato e le popolazioni che le abitavano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/14/on-the-road-la-mostra-di-reggio-emilia-propone-una-riflessione-sulla-storia-della-via-emilia-e-sul-suo-fondatore-sul-significato-della-strada-nella-contemporaneita-in-un-itinerari/). Gli incontri riprendono martedì 10 aprile 2018, alle 21 al “Costa”, con “Nuove testimonianze archeologiche dalla città romana di Claterna”: Renata Curina, archeologa della soprintendenza di Bologna, Maurizio Molinari, archeologo dell’associazione “Civitas Claterna”, e Claudio Negrelli, archeologo responsabile scientifico dell’associazione “Civitas Claterna”, illustreranno i risultati della campagna di scavo 2017 che ha inaugurato un nuovo progetto triennale di ricerca focalizzato su due precisi settori dell’antica città di Claterna: la già nota Casa del Fabbro,  dove sono stati scoperti nuovi ambienti (un piccolo impianto termale e altri vani con pozzi e cucina) e l’area centrale destinata in antico agli edifici pubblici, che ha rivelato le imponenti strutture del teatro e di un secondo edificio dell’area pubblica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/02/claterna-fu-promossa-da-m-vipsanio-agrippa-il-genero-di-augusto-i-risultati-della-campagna-di-scavo-2017-potrebbero-cambiare-la-datazione-della-citta-romana-sulla-via-emilia-tra-bologna-e-imola-sc/). Il martedì successivo, 17 aprile, alle 21 al “Costa”, Maurizio Cattani, dell’università di Bologna, affronta il tema “Isole di Storia. Esplorare il Mediterraneo nell’età del Bronzo”.

La terramara di Pragatto in provincia di Bologna

Si riprende martedì 8 maggio 2018, alle 21 al “Costa”, con Monica Miari, archeologa della soprintendenza di Bologna, che ci porta nel mondo delle terramara, tipo di insediamento apparso nella pianura padana a sud del Po durante l’Età del Bronzo, attorno al 1550 a.C.: si tratta di un villaggio di capanne costruite su un impalcato ligneo cinto da un argine e da un fossato. La denominazione viene dalla “terramarna” raccolta sui bassi rilievi emergenti della pianura e anticamente usata per concimare i campi. La conferenza illustra i “Nuovi dati dagli scavi della terramara di Pragatto”, la più importante e ricca terramara della provincia di Bologna, scoperta nel 1879 dall’archeologo Antonio Zannoni. Gli incontri chiudono martedì 15 maggio 2018, alle 21 al “Costa”: “Viaggio in Etruria con George Dennis: Vulci ”. Letture e commenti da “Cities and cemeteries of Etruria” di George Dennis e proiezione del documentario “Vulci” di Alan Badel a cura di Silvia Romagnoli. Ma il Gabo riserva un appuntamento anche in giugno: dal 5 al 10 giugno 2018, viaggio in Provenza sulle tracce delle vestigia romane e visita alla replica della famosa Grotta di Chauvet.

“Le meraviglie dello Stato di Chu”: nella mostra a Este, Adria e Venezia per la prima volta in Europa gli straordinari reperti del regno segreto venuto alla luce in Cina dopo 25 secoli. Giade, bronzi, strumenti musicali del I millennio a.C. dialogano con le produzioni dei Veneti antichi

Il manifesto della mostra "Le meraviglie dello Stato di Chu" a Este, Adria e Venezia

Il manifesto della mostra “Le meraviglie dello Stato di Chu” a Este, Adria e Venezia

Lume in bronzo con figura in sella ad un cammello dal museo di Hubei

Lume in bronzo con figura in sella ad un cammello dal museo di Hubei

Prima dell’Impero Romano in Occidente, prima del Celeste Impero in Oriente. Due storie parallele nel tempo, il primo millennio a.C., ma che si avverano a più di 8mila chilometri di distanza l’una dall’altra: nelle antiche terre dei Veneti, tra Po e Adige, e lungo le sponde del fiume Azzurro, in quella che poi sarà la Cina. In questi fertili territori, nei secoli che precedono l’era cristiana, si affacciano alla storia due grandi civiltà, capaci di proporre manufatti di straordinaria raffinatezza e di accogliere il meglio della cultura locale e dei popoli contemporanei. Civiltà che diventeranno parte integrante e costituente di realtà molto più potenti: l’Impero Romano nel caso dei Veneti, il regno di Qin per il futuro Celeste Impero. Dal 13 marzo 2016 e fino al 25 settembre 2016 per la prima volta in Europa le testimonianze e la storia dell’antica civiltà dello Stato di Chu, il regno segreto tornato alla luce dopo 25 secoli nel cuore della Cina, dialogano con i reperti coevi dei Veneti antichi nella grande mostra “Meraviglie dello Stato di Chu” allestita in tre sedi: il museo nazionale Atesino di Este (Padova), il museo Archeologico nazionale di Adria (Rovigo) e quello di Arte Orientale di Venezia. Un accordo tra Italia e Cina, e più precisamente tra Veneto e la Provincia cinese del Hubei, consente infatti per la prima volta in Europa di scoprire le testimonianze, davvero magnifiche, della civiltà dell’antico Regno. E successivamente, una mostra allestita al museo Provinciale del Hubei, consentirà ai cinesi di avvicinarsi alla grande storia che precedette di secoli la nascita di Venezia.

Una fenice in bronzo dal museo di Hubei (Cina)

Una fenice in bronzo dal museo di Hubei (Cina)

Giade, bronzi, strumenti musicali, testimonianze dell’antichissimo Regno di Chu, capolavori, riemersi dopo 2500 anni grazie a imponenti campagne di scavi, raccontano una civiltà che iniziò a prendere forma intorno all’VIII secolo a.C., per affermarsi quasi in parallelo con quella romana, come documentano le opere coeve custodite nei musei veneti. Il progetto, promosso, per parte italiana, dai Comuni di Este e di Adria, dalla soprintendenza Archeologia del Veneto, dal Polo Museale del Veneto (e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Regione del Veneto), è curato da Adriano Madaro e Wang Jichao, che hanno selezionato i reperti rispettivamente dei musei veneti e di quello di Hubei per costruire questo inedito e ideale parallelo tra antichissime culture. Con l’organizzazione poi di Cultour Active, per la prima volta una esposizione di tesori archeologici sarà completamente rivisitata integrando l’allestimento espositivo in modo dinamico, multimediale e coinvolgendo il pubblico in un’esperienza multisensoriale.

L'imponente scavo della tomba di Chu nella provincia di Hubei (Cina)

L’imponente scavo della tomba di Chu nella provincia di Hubei (Cina)

Con Adriano Madaro, curatore della mostra, cerchiamo di conoscere meglio la civiltà dell’antico regno di Chu. “Le straordinarie scoperte archeologiche avvenute in Cina nell’ultimo trentennio”, spiega Madaro nel saggio del catalogo della mostra, “hanno fornito agli storici una grande quantità di informazioni sullo Stato di Chu, un regno che ebbe un suo ruolo fondamentale nella civiltà cinese tra l’VIII e il III secolo a.C.,nelle due grandi epoche storiche conosciute come il Periodo delle Primavere e degli Autunni (722 – 481 a.C.) e dei Regni Combattenti (481 – 221 a.C.). Fino alla sua totale distruzione ad opera del potente Stato di Qin (221 – 206 a.C.), la sua massima estensione copriva un vasto territorio della Cina centro-meridionale attraversato in parte dal maggiore dei fiumi cinesi, lo Yangzi, conosciuto in Occidente come il fiume Azzurro. Esso comprendeva le odierne province di Hubei, Hunan, Henan , Chongqing e parte del Jiangsu compresa l’area dell’attuale Shanghai. La sua capitale era Ying, nei pressi dell’odierna Jingzhou, nel Hubei. Il nome deriva dalla popolazione chiamata Chu, la quale abitava lo Stato di Jing, storicamente noto come Jingchu, governato dalla nobile famiglia Mi, imparentata con i sovrani Zhou e regnante con il titolo nobiliare Zi”.

La mappa del regno di Chu e degli altri Stati belligeranti alla metà del I millennio a.C.

La mappa del regno di Chu e degli altri Stati belligeranti alla metà del I millennio a.C.

“All’origine Chu era uno Stato di impronta fortemente militare”, continua Madaro, “quindi di carattere espansionista, e in effetti all’epoca delle Primavere e Autunni annesse territori degli altri Stati confinanti, finendo poi per fagocitarli completamente nonostante avesse stretto con essi alleanze. Nel passare dei secoli la sua aggressività militare si trasformò in compiacimento nella vita sedentaria allietata dalle arti, soprattutto la musica e la sofisticata lavorazione del bronzo e delle lacche, raggiungendo livelli ineguagliati. Sono questi, infatti, i preziosi reperti restituitici dalle tombe Chu del Hubei che oggi attraggono il nostro interesse per essere esposti nei musei archeologici nazionali di Este e di Adria. Gli oggetti in bronzo costituivano un elemento fondamentale per affermare il prestigio delle classi nobili, la loro stessa potenza politica ed economica, distinguendosi dal popolo”. Infatti gli oggetti in bronzo erano suddivisi in due grandi categorie : vasi sacrificali e recipienti di uso comune. I primi erano riservati ai riti in onore degli antenati o di divinità da placare; gli altri erano utilizzati per gli usi quotidiani (contenere l’acqua, le vivande, le granaglie, ecc). I vasi sacrificali a loro volta erano riservati – secondo il tipo – per il vino da cerimonia, l’ offerta delle carni cotte di animali, cibi rituali a seconda delle circostanze.

Le campane in bronzo della tomba del Marchese Yi di Zheng, scoperta nel 1978 in Cina

Le campane in bronzo della tomba del Marchese Yi di Zheng, scoperta nel 1978 in Cina

Altri oggetti di grande valore rituale erano le campane di bronzo (niuzhong e yongzhong) che componevano set di diverse decine di pezzi e di differenti dimensioni, creando un unico enorme strumento musicale con tanti musicisti quante erano le campane da percuotere. “Si può affermare”, assicura Madaro, “dopo quanto venuto alla luce nella tomba del Marchese Yi di Zheng nel 1978, che la musica aveva un posto d’onore tra le arti nello Stato di Chu. Gli esperti musicologi sono riusciti, secondo la disposizione delle campane (non solo di bronzo, ma anche di tavolette di diaspro) a ricostruire le melodie e addirittura la musica rituale di oltre venticinque secoli fa”. Ma c’è dell’altro, sempre di bronzo, che è venuto alla luce negli scavi di Chu. E sono per l’appunto i bronzi yanqi, come specchi, lampade, piatti, tazze, incensieri, mestoli, scatole, scrigni e naturalmente armi. Non soltanto spade, pugnali, punte di frecce, ma anche le loro impugnature e parti in legno che si sono conservate pressoché intatte solo perché laccate, per non menzionare le corazze di cuoio laccato… “A proposito di lacche”, sottolinea il curatore della mostra, “se hanno sbalordito per vetustà e ottima conservazione quelle venute alla luce nelle tombe Han nelle aree archeologiche di Xian e di Mawangdui, le quali sono più “giovani” di almeno tre secoli, non c’è che da trasalire di fronte agli oggetti in lacca usciti dalle tombe Chu del Hubei. Esse ci testimoniano una tecnica d’avanguardia che gli artigiani dello Stato di Chu conoscevano perfettamente. Le lacche di Chu sono di una varietà sorprendente : non solo si laccavano il legno e il bambù, ma anche il bronzo, la terracotta e il cuoio, con risultati davvero eccezionali. La conservazione stessa dei colori è a dir poco sbalorditiva”.

Armature da parata dal regno di Chu

Armature da parata dal regno di Chu

Un altro capitolo non certo trascurabile è quello relativo alle giade. Fin dai tempi ancestrali la giada ha avuto presso i cinesi una reputazione che l’Occidente non può capire. Come si sa, la giada è un minerale nemmeno tanto raro in natura. In Cina da tempi immemorabili la giada più preziosa è ritenuta quella del Xinjiang, in modo particolare quella ricavata dai sassi raccolti nei greti dei torrenti di Khotan. Non è propriamente la giada verde quella ritenuta più preziosa, ma quella definita “imperiale”, o più volgarmente “grasso di montone”. “La ragione di questa reputazione non è stata del tutto chiarita. Tuttavia i manufatti in giada rinvenuti nelle tombe imperiali e nobiliari dello Stato di Chu, ma anche delle dinastie precedenti e di quelle successive, sono immancabilmente scolpiti nella giada “imperiale”, ritenuta consona per oggetti rituali sia in vita che in morte. Infatti alla giada viene attribuita una forte influenza sulla salute del corpo e anche dell’anima. Re, nobiltà, alti funzionari civili e militari, a seconda del grado e dei meriti, esibivano le giade sui loro abiti come simboli evidenti del loro status. Placche di cinture, pendagli, bracciali, anelli, acconciature per capelli. Sia per il mondo maschile che per quello femminile, la giada era (e in certo senso lo è ancora oggi nella tradizione cinese) il più potente degli amuleti, autentico toccasana. Sul corpo di un defunto, poi, la giada era creduta un “salvacondotto” per l’Aldilà, tra l’altro le venivano attribuiti poteri che avrebbero prevenuto la decomposizione del corpo”.

I guerrieri di terracotta di Xian

I guerrieri di terracotta di Xian

La potenza militare di Chu nell’arco di mezzo millennio si trasformò in potenza culturale destinata alla parabola della decadenza e della corruzione. Nel 221 a.C. il suo potente vicino, lo Stato di Qin, spazzò via tutti. Il suo giovane e ambizioso sovrano, Qin Shi Huangdi si autoproclamò Primo Augusto Imperatore e in appena 15 anni fece tutto : creò l’Impero Cinese, costruì la Grande Muraglia e il Grande Canale Imperiale, unificò i pesi e le misure, costruì la sua mitica tomba seppellendovi seimila guerrieri e cavalli di terracotta, cancellò perfino la memoria dei suoi ex vicini. “L’odiato Regno di Chu”, conclude Madaro, “entrò nella leggenda, nulla rimase a testimoniare ciò che esso fu. Soltanto ventidue secoli dopo, con la scoperta di alcune tombe, esso riemergerà dal profondo della terra, testimoniando finalmente il suo glorioso passato”.