I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di chiusura riapre la sezione Egiziana del museo Archeologico di Napoli, 1200 reperti, la più antica collezione egizia d’Europa nata nel 1821 come Real Museo Borbonico

Il cosiddetto “Neoforo farnese”, forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli, primo in Europa ad avere una collezione egiziana
I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di assenza. E tornano non in un luogo qualsiasi ma nella prima città europea in cui avevano trovato “casa”. Riapre infatti l’8 ottobre 2016 la sezione egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann), oltre 1200 reperti e un nuovo allestimento progettato dal Mann e dall’università l’Orientale di Napoli, completamente ripensato per la più antica collezione d’Europa rispetto al precedente, datato alla fine degli anni Ottanta. È questa la terza tappa del grande progetto “Egitto Pompei” presentato a febbraio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/), iniziato al museo Egizio di Torino con la mostra “Il Nilo a Pompei” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/09/egitto-pompei-al-museo-egizio-di-torino-la-prima-tappa-del-progetto-con-la-mostra-il-nilo-a-pompei-nella-nuova-sala-asaad-khaled-per-la-prima-volta-gli-affreschi-del-tempio-di-isid/), e continuata a Pompei con l’allestimento nella Palestra Grande (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/18/egitto-pompei-seconda-tappa-del-progetto-alla-palestra-grande-di-pompei-si-materializza-la-dea-sekhmet-itinenario-egizio-negli-scavi-dal-tempio-di-iside-alle-domus-con-affreschi-egittizzanti/). E ora Napoli dove l’Egitto, come si diceva, non è una novità. Fu infatti il “Real Museo Borbonico di Napoli” il primo tra i grandi musei europei a istituire una sezione dedicata alle antichità egizie. Era il 1821 e l’allora direttore, Michele Arditi, inaugurò “Il Portico dei Monumenti Egizi”, facendovi confluire l’interessante collezione Borgia, il Naoforo Farnese (forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli) e svariati reperti rinvenuti in Campania in contesti archeologici di epoca romana, descritti l’anno successivo da Giovanbattista Finati in una Guida per la visita delle collezioni. “Naoforo” (“portatore di tempio”) è un termine utilizzato dagli egittologi per indicare un tipo di scultura, tipica proprio dell’arte egiziana, che rappresenta un personaggio che tiene davanti a sé un tabernacolo contenente una figura o degli emblemi divini. A Napoli sarebbero seguiti a ruota nel 1823 Berlino, nel 1824 Torino e Firenze, nel ‘26 il Museo del Louvre a Parigi e nel 1830 i Musei Vaticani. Il primo nucleo delle collezioni del Cairo è del 1858, e l’attuale museo cairota è “solo” del 1902.
Dunque, la più antica collezione egizia d’Europa, divenuta con gli acquisti successivi anche la più importante e ricca d’Italia dopo Torino, torna finalmente a essere esposta al pubblico dall’8 ottobre 2016 – a sei anni dalla chiusura delle sale – nella sezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli. Una conferma del processo di profondo rinnovamento avviato al Mann dal nuovo direttore Paolo Giulierini, che, pochi mesi fa, ha pure inaugurato la splendida sala dedicata ai “Culti Orientali”: entrambi eventi conclusivi dell’importante progetto “Egitto Pompei”, condotto in collaborazione tra il museo Egizio di Torino, la soprintendenza di Pompei e appunto il museo napoletano. La collezione napoletana, oltre 1200 oggetti di una raccolta davvero unica, formatasi in gran parte prima della spedizione napoleonica, conta importanti parti di mummie e sarcofagi, vasi canopi, numerosi e preziosi ushabty, sculture affascinanti come il monumento in granito di Imen-em–inet o la cosiddetta “Dama di Napoli”, statue cubo e statue realistiche, stele e lastre funerarie di notevole fattura, cippi di Horus e papiri.
Con gli egittologi del Mann cerchiamo di conoscere meglio la collezione Egiziana. Il percorso si snoda nelle sale del seminterrato del museo napoletano, oggetto di specifici interventi per il controllo microclimatico e illuminotecnico. Ora l’allestimento è tematico e rilegge i materiali del museo svelando il fascino della grande civiltà egizia: “il faraone e gli uomini”, “la tomba e il suo corredo”, “la mummificazione”, “la religione e la magia”, “la scrittura e i mestieri”, “l’Egitto e il Mediterraneo antico”. Un’ampia sezione introduttiva presenta – anche attraverso l’esposizione di falsi settecenteschi, di calchi ottocenteschi e di esempi dell’arredo antico – le vicende della sezione e delle sue raccolte, preziose testimonianze di storia del collezionismo egittologico. È qui infatti che il visitatore si imbatte nella figura del cardinale Stefano Borgia che animato da interesse storico e antiquario e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide, tra il 1770 e il 1789, implementò la collezione di famiglia di numerose antichità orientali dando vita a una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”. Ereditata in parte dal nipote Camillo (che non fu certo in buoni rapporti con il governo pontificio, accusato tra l’altro d’essere tra i responsabili dell’invasione francese del Lazio), la raccolta fu acquistata nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone. Quindi si incontra il veneziano Giuseppe Picchianti e la moglie, contessa Angelica Drosso, che all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto e delle sensazionali scoperte nella valle del Nilo, in pieno XIX secolo, furono tra quegli avventurieri e collezionisti pronti a recarsi nelle terre dei faraoni a caccia di reperti preziosi, animati dalla speranza di facili profitti. In un viaggio durato sei anni, misero insieme una raccolta notevolissima che tentarono di vendere prima al re di Sassonia e poi al Museo di Napoli, che tuttavia ne acquistò solo una parte nel 1828. Insoddisfatto dal ricavato, un mese dopo, Picchianti donò la restante collezione allo stesso museo, a patto d’essere assunto come custode e restauratore delle antichità egizie (fece anche alcuni interventi sulle mummie), non mancando di approfittare del suo ruolo per sottrarre alcuni oggetti rivenduti poi al British Museum.

Una tavola del fumetto “Nico e l’indissolubile problema… egizio” del grande disegnatore disneyano Blasco Pisapia
Nuova guida e album a fumetti. Particolarmente attenta nei contenuti e nella grafica, arricchita da contributi multimediali è la didattica con l’aggiunta di una guida dedicata, in un nuovo formato editoriale, a cura di Electa. È infine una vera sorpresa l’albo a fumetti, dedicato alla sezione Egiziana del Mann (Electa) appositamente creato dal grande Blasco Pisapia per invitare i piccoli visitatori a scoprire le meraviglie racchiuse nel museo. All’architetto e fumettista napoletano – che ha collaborato con le principali case editrici italiane di libri per ragazzi e che da vent’anni è autore completo Disney Italia/Panini – si devono dunque i testi e i disegni di “Nico e l’indissolubile problema… egizio”. Il fumetto rientra nel progetto Obvia ideato da Daniela Savy (università Federico II di Napoli) e da Carla Langella (Seconda università di Napoli) con il quale il museo Archeologico nazionale di Napoli vuole proporre nuove modalità di fruizione e valorizzazione delle opere d’arte al di fuori dei consueti confini dei musei e dei siti culturali.
Antico Egitto. Il pugnale di ferro di Tutankhamon è di origine extraterrestre. Le analisi prodotte da un team italo-egiziano: il “ferro del cielo” (come ricordano i papiri) contiene nichel e cobalto in concentrazioni tipiche dei meteoriti

La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino

Il prof. Francesco Porcelli
Il pugnale di ferro di Tutankhamon ha origini extraterrestri. A metter fine alla discussione tra gli studiosi che va avanti fin dal suo rinvenimento, avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino, nel 1925, è stata la scoperta, pubblicata dalla rivista “Meteoritics and Planetary Science”, portata a termine da un team di ricercatori internazionali – il Politecnico di Milano, l’università di Pisa, il Cnr, il Politecnico di Torino, il museo Egizio del Cairo e l’università di Fayoum, oltre che la ditta XGLab- che ha documentato l’origine meteoritica del ferro della lama del pugnale appartenuto a Tutankhamon. E pensare che la risposta ce l’avevano data proprio gli stessi antichi egizi. Su un papiro dell’antico Egitto vi era scritto che il pugnale era fatto con “ferro del cielo”. L’ipotesi ha appassionato generazioni di studiosi di storia egizia. C e n’erano alcuni che già sostenevano si trattasse di un meteorite, mentre altri pensavano fosse stato importato: in Anatolia nel XIV secolo a. C., quando visse Tutankhamon, il ferro c’era già. «Incredibilmente, però, finora nessuno aveva fatto analisi»., spiega Francesco Porcelli, professore di Fisica al Politecnico di Torino. «Gli oggetti egizi di ferro sono pochissimi, non avevano sviluppato la metallurgia del ferro e non c’erano cave. Così, era considerato più prezioso dell’oro. Per questo il ritrovamento del pugnale di ferro insieme a un altro d’oro nella mummia di Tutankhamon aprì un dibattito”. Stupiva la grande qualità della manifattura, segno della capacità nella lavorazione del ferro raggiunta già allora: il pugnale, lungo circa 15 centimetri, e un manico in oro lavorato, con incastonate piccole pietre multicolori, dai lapislazzuli alle corniole, non era per nulla arrugginito. “Dopo oltre 3mila anni”, scrive lo studioso Fabio Garuti, “nessun segno di ossidazione sul pugnale, e neppure oggi, dopo quasi 100 anni dal ritrovamento”.
La svolta avviene nel 2010 con la scoperta, annunciata dalla rivista Science, del Kamil Crater nel mezzo del deserto egiziano. Si tratta di un piccolo «cratere lunare», rarissimo sul nostro pianeta, perché di norma l’erosione cancella i segni degli impatti dei meteoriti. A quella spedizione parteciparono tra gli altri gli studiosi di Pisa e dell’osservatorio astronomico di Pino Torinese. “Quando fu scoperto il cratere”, ricorda Porcelli, “parlammo del mai risolto interrogativo sul pugnale sulla mummia di Tut, e decidemmo di fare le analisi, superando un po’ di riluttanza delle autorità egiziane, che giustamente custodiscono gelosamente i reperti”. Porcelli, per otto anni, fino al 2014, addetto scientifico all’ambasciata italiana al Cairo, mise insieme il progetto di studio, finanziato dal ministero degli esteri italiano e da quello della Ricerca scientifica egiziano, e portato avanti dagli esperti sui meteoriti dell’università di Pisa, il Politecnico di Milano e un suo spin-off, la ditta XGLab, insieme con il Politecnico di Torino, il Cnr e per parte egiziana il museo del Cairo e l’università di Fayyum.

Il pugnale di ferro di Tutankhamon con manico in oro lavorato, piccole pietre multicolori incastonate, dai lapislazzuli alle corniole
Con la fluorescenza a raggi X, gli scienziati hanno tolto ogni dubbio: il ferro della lama di quel pugnale arriva dallo spazio. L’analisi chimica non invasiva ha rivelato che la lama di ferro del pugnale, esposto al Museo Egizio del Cairo, contiene nichel (10%) e cobalto (0.6%) in concentrazioni osservate tipicamente nelle meteoriti metalliche. “L’elevata qualità della manifattura della lama del pugnale, in confronto con altri semplici artefatti realizzati con ferro meteoritico, suggerisce una notevole padronanza nella lavorazione del ferro già all’ epoca di Tutankhamon”. La ricerca conferma, ancora una volta, come nell’Antico Egitto fosse largamente usato il ferro di origine meteorica usato soprattutto per la realizzazione di oggetti di particolare pregio. Alla ricerca hanno partecipato i professori Massimo D’Orazio e Luigi Folco, del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa: i due coordinano il gruppo di ricerca pisano per lo studio delle rocce extraterrestri che vengono catturate dal campo gravitazionale. Quel «ferro del cielo» può essere raccolto ancor oggi da chi abbia voglia di fare spedizioni nei deserti egiziani, dal Sinai al cosiddetto «orientale», compreso tra il corso del Nilo ed il mar Rosso, da sempre particolarmente ricco di minerali.
Egitto. Per l’apertura del Nuovo Canale di Suez una mostra al Cairo e i musei di Suez e Ismailia raccontano la storia militare dell’Antico Egitto nell’area di al-Qantara e del Cammino di Horus. Grande progetto di valorizzazione dei siti archeologici del comprensorio di Suez

Il Nuovo Canale di Suez: per l’inaugurazione il Governo ha promosso mostre sugli scavi archeologici in zona
Una mostra al museo Egizio del Cairo e gallerie fotografiche nei musei di Suez e Ismailia, insieme alla valorizzazione della cosiddetta Sorgente di Mosè, nel Sinai, anticipano il faraonico progetto culturale promosso contestualmente all’avvio dell’altrettanto faraonico progetto del Nuovo Canale di Suez: riorganizzare, salvaguardare e promuovere i siti archeologici dell’area di al-Qantara, la porta orientale dell’Antico Egitto verso la Palestina e la Siria, e punto di partenza del cosiddetto Cammino di Horus, “la strada militare più lunga dell’Egitto”, ricorda Mohamed Abdel-Maqsoud, soprintendente dei siti archeologici del Nuovo Canale di Suez, “un collegamento militare e commerciale vitale tra l’Egitto e l’Asia, che ha visto marciare gli eserciti di Thutmosi III e Ramses II, ma anche passare le orde assire, l’esercito persiano di Cambise, i soldati di Alessandro Magno, le legioni romane di Antioco, i conquistatori arabi guidati da Amr Ibn Al-As”. E poi qui sono transitati i pellegrini cristiani diretti ai centri religiosi di Rafah e Pelusium. “Vogliamo valorizzare il Cammino di Horus”, assicura Abdel-Maqsoud, “perché ci permette di illustrare un altro aspetto dell’Antico Egitto: quello militare, attraverso un’area archeologica unica che comprende anche i siti di al-Qantara”. Oggi, grazie agli scavi archeologici, prendono forma le informazioni fornite dai rilievi del tempio di Karnak che descrivono le campagne del faraone Seti I e le mappe del Cammino di Horus dall’Egitto alla Palestina. Si sa che lungo questo tratto di strada sono state costruite undici fortezze, delle quali cinque sono state individuate dagli archeologi: la prima a Qantara Est e l’ultima a Gaza.
La collaborazione del ministero delle Antichità egizie con l’Autorità del Canale di Suez (SCA) è iniziata nel febbraio 2013, quando il piano del nuovo Canale di Suez era nelle sue fasi iniziali”, sottolinea il ministro Mamdouh Eldamaty. Il ministero aveva fornito alla SCA le mappe con i siti archeologici dell’area per evitare che l’imponente infrastruttura potesse danneggiarli. E fu proprio per questo motivo che lo scavo del Nuovo Canale è stato spostato dieci chilometri a sud di al-Qantara, in un’area dove sicuramente non c’erano monumenti noti o siti archeologici. “Per noi archeologi lo scavo del Nuovo Canale a dieci chilometri da uno dei più importanti siti archeologici dell’Egitto rappresenta e ha rappresentato una grande opportunità per sistemare i siti archeologici vicino al Canale di Suez, soprattutto al-Qantara”. Il piano originale prevedeva di aprire i sette siti archeologici di al-Qantara: tre a est (Tel Abu Seifi, Pelusio e la Fortezza Habwa) e quattro nella parte occidentale (Tel Al-Dafna, Tel Al-Maskhouta, Tel Al-Seyeidi e Ain Sukhna). L’inaugurazione al pubblico doveva essere contestuale all’apertura del Nuovo Canale di Suez, con un percorso per i visitatori, pannelli informativi, sistemi di sicurezza e di illuminazione ad alta tecnologia, un centro visitatori, bookshop e caffetteria. Ma, come succede spesso in Egitto, il tempo a disposizione è stato breve (un anno) per completare tutti i progetti entro l’apertura del Nuovo Canale di Suez, così il ministero ha organizzato una serie di eventi che celebrano la storia di questo territorio.
Il più importante è la mostra al museo Egizio del Cairo, che rimarrà aperta fino all’inizio di settembre: “Scoperte archeologiche nella porta orientale dell’Egitto e nell’area del Canale di Suez”, con 40 reperti dell’Antico Egitto scoperti nella regione del Canale di Suez. Si tratta di una collezione di reperti rinvenuti in dieci siti archeologici situati sulle sponde occidentali e orientali del Canale tra Pelusium, Tel Habuwa, Tel Abu Seifi, Tel Kedwa e Tel Al-Erede. “In mostra”, spiega ancora Abdel-Maqsoud, “sono presentate alcune delle più importanti scoperte effettuate dalle missioni di scavo straniere ed egiziane, tra cui un rilievo in calcare dipinto raffigurante il faraone Ramses II, un blocco di pietra col faraone Tutmosi II davanti al dio Montu, il signore di Tebe, e una stele del faraone Ramses I davanti al dio Set della città di Avaris”. In mostra anche una collezione di architravi, così come fotografie che mostrano le fortezze militari del Nuovo Regno scoperte in situ, palazzi reali dei regni di Thutmosi III e Ramses II, i resti di un tempio della XXVI dinastia. E poi una cantina di stoccaggio e quella che doveva essere una specie di zona industriale scoperti a Tel Dafna sulla riva occidentale del Canale di Suez e una struttura romana a Pelusium. Abdel-Maqsoud ha annunciato che è esposto per la prima volta dalla sua scoperta anche un rilievo del faraone Apries (XXVI dinastia) scoperto a Tel Dafna di al-Ismailia, lungo il Cammino di Horus, durante la rivoluzione del 2011. Scolpita nella pietra arenaria, la stele mostra una spedizione militare lanciata dal re.
Nel nuovissimo museo nazionale di Suez si può invece visitare la mostra “Il Canale di Suez, una linea tracciata nella Storia”. Inaugurato ufficialmente nel 2012, in quasi 6mila mq disposti su due piani, il museo presenta la storia della città di Suez dalla preistoria ai tempi moderni (compresa la liberazione del Sinai nel 1973) attraverso l’esposizione di 1500 reperti accuratamente selezionati da musei e depositi archeologici in tutto l’Egitto, la maggior parte provenienti da scavi di siti archeologici nella zona di Suez. La mostra presenta una collezione di manufatti rinvenuti nella zona di tell Al-Qalzam. “L’idea di collegare con un grande canale il Mediterraneo al mar Rosso attraverso il Nilo o uno dei suoi rami”, spiega il Capo della sezione Musei del ministero della Cultura, Elham Salah, “affonda nell’antichità, come dimostra la raccolta di fotografie e documenti relativi alla storia della creazione dell’antico Canale Sesostri, il primo canale a mettere in comunicazione il Mediterraneo con il mar Rosso attraverso il fiume Nilo durante il regno del faraone Sesostri III (XII dinastia)”. In mostra si possono anche vedere le immagini dei canali realizzati da Nechao II e Dario, del Canale tolemaico e di quello scavato durante il periodo islamico chiamato Amir al-Mo’menin. Tra gli oggetti esposti si possono ammirare alcuni di quelli rinvenuti nel 1930 e nel 1932 durante gli scavi nella zona di Tel al-Qalzam per proteggere l’ingresso del Canale di Suez. C’è anche una collezione di rare incisioni raffiguranti le credenze religiose della comunità di Al-Qalzam durante l’epoca tolemaica, così come una collezione di gioielli, mobili per la casa e vasi insieme a lampade di epoca tolemaica di diverse tipologie.
Il museo regionale di Ismailia documenta invece i reperti scoperti durante la costruzione del primo canale di Suez dal 1859 al 1869. La Compagnia del Canale di Suez, responsabile della costruzione del canale originale, aveva infatti organizzato una missione archeologica internazionale prima dello sterro del Canale con indagini archeologiche lungo il corso d’acqua progettato da Suez a Port Said, nonché sui bordi occidentali e orientali del percorso del canale. I reperti rinvenuti, tra cui vasi, stele e rilievi, costituirono il primo nucleo del museo di Ismailia, cui si aggiunsero poi quanto scoperto dall’egittologo francese Jean Clédat nella zona intorno al canale di Suez e nel Sinai del Nord sotto la supervisione dell’egittologo francese Gaston Maspero, all’epoca direttore delle antichità autorità dell’Egitto e con il sostegno della Société artistique de l’Isthme di Suez, istituita nel 1861 dall’ ingegnere francese André Guiter per preservare i reperti rinvenuti durante gli scavi. Le ricerche nella zona del canale sono proseguite nei decenni fino all’occupazione israeliana nel 1967, quando iniziarono a scavare nel Sinai gli archeologi israeliani portando alla luce diversi oggetti, restituiti all’Egitto nel quadro del Trattato di Pace 1977. Solo nel 1983, quando l’esercito egiziano lascia il Sinai, il sito di al-Qantara Est viene consegnato allo SCA. L’ultima missione archeologica è del 2014, quando a al-Qantara Est è stato individuato un quartiere logistico antico, con edifici amministrativi, edifici doganali, strutture utilizzate per conservare il grano, stalle e un dormitorio per i soldati. “È in quell’occasione”, ricorda Abdel-Maqsoud, “che è stato trovato un cartiglio di Ramses II con inciso Kemet, come chiamavano l’Egitto gli antichi egizi. E questa è la prima testimonianza del nome Kemet nel Sinai”. La collezione del museo comprende oggi 4mila oggetti dal predinastico al periodo greco-romano. Tra questi, oggetti scoperti nella zona di Tel al-Maskhouta dove era l’antica città di Pitom; una testa di funzionario libico in arenaria rossa risalente alla XXII dinastia, una testa della dea Bastet, e l’immagine di un sacerdote con una parrucca e sopra un grande scarabeo in altorilievo, raro esempio di scultura del Basso Egitto per questo periodo. Un altro pezzo forte del museo”, continua il soprintendente, “è la sfinge ben conservata posta all’ingresso del museo con il cartiglio del faraone Ramses II. Tuttavia, un esame più attento, dimostra che è molto più antica, e sarebbe da collocare nelle cosiddette sfingi con criniera del periodo del faraone Amenemet III della XII dinastia”.
Infine c’è Ayoun Mousa (la Sorgente di Mosè) tra le destinazioni turistiche da aprire contestualmente all’avvio del Nuovo Canale di Suez. Ayoum Mousa si trova sulla strada che da Suez va a Sharm el-Sheikh, dietro l’omonimo villaggio beduino. Si compone di 12 sorgenti di acqua calda, un po’ dolce e un po’ amara, che formano una piccola oasi fertile. La sua acqua ha la capacità terapeutiche, particolarmente adatta ai pazienti diabetici, rafforza le ossa e contribuisce a regolare la pressione alta. Per facilitare l’arrivo dei turisti, è stato creato un centro visitatori che recupera l’episodio biblico narrato nell’Esodo, quando Mosè, seguendo le indicazioni di Dio, gettò un ramo nell’acqua salmastra, rendendola potabile; e poi un bookshop e una caffetteria.
Restaurata l’ala est del museo Egizio del Cairo che inizia a tornare agli splendori del primo Novecento. Ma alla fine perderà il tesoro di Tut e le mummie
Il museo Egizio del Cairo torna lentamente agli antichi splendori del primo Novecento. Questo l’obiettivo dichiarato del progetto “Egyptian Museum Revival”, partito nel 2012 con un cospicuo contributo dell’Unione Europea e, in particolare, del governo tedesco, per il restauro e il ripristino dell’allestimento del 1902. Per il momento le collezioni rimangono al loro posto, e si interviene sulla struttura. Di qui l’eliminazione degli strati di pittura più recenti delle pareti scoprendo quello bianco e rosso originale, e il tappeto di linoleum che ricopriva il pavimento. Lo ha spiegato bene qualche giorno fa il primo ministro Ibrahim Mahlab e il ministro delle Antichità Mamduh Eldamaty, in occasione della cerimonia di inaugurazione di quattro sale (30, 35, 40 e 45) dell’ala est della Galleria di Tutankhamon, rinnovata grazie al contributo dell’Ue e della Germania. “Nulla è cambiato nell’esposizione permanente dei tesori della galleria”, spiega il ministro. “Il restauro ha riguardato il pavimento e le pareti che, deteriorati dal tempo, sono tornati al verde chiaro e al rosso scuro dell’inizio del secolo scorso”. Il rinnovamento del museo comprende anche la sostituzione dei vecchi vetri delle finestre con alcuni capaci di filtrare la luce del sole, l’allestimento di nuovi sistemi antincendio, di sicurezza e di controllo dell’umidità e la demolizione dell’adiacente palazzo del Partito nazionale Democratico, che garantirà nuovi spazi espositivi.
Ma c’è anche un contributo italiano, quello di Italcementi, che con una donazione di 40mila euro ha consentito il rinnovo della sala n.30. Italcementi, il primo produttore di cemento in Egitto, “fornì il materiale per la costruzione del Museo” tra il 1898 e il 1902. “E ora abbiamo voluto contribuire al restauro di questo luogo simbolico, un’icona del Cairo e di tutto il Paese, anche per il legame storico che abbiamo con il museo», sottolinea l’ad di SuezCementi, Bruno Carré. “I lavori sono cominciati un anno fa, questo è il primo passo. L’idea è di rinnovare un’ala all’anno»”, aggiunge.
L’Egitto punta molto al restauro delle sue bellezze archeologiche, culturali e turistiche nel tentativo di attirare sempre più visitatori, dopo lo stop degli ultimi anni dovuto all’instabilità della situazione politica. “La presenza costante di turisti nel museo”, commenta il premier alle tv egiziane, “dimostra che il Paese ora è sicuro”. Il completamento del progetto “Egyptian Museum Revival”, previsto per l’agosto 2015, segnerà un passaggio epocale per il museo Egizio del Cairo che perderà la sua attuale funzione di museo nazionale, per tornare all’allestimento originario precedente la scoperta della tomba di Tutankhamon e dei suoi tesori: migliaia di reperti, compreso il tesoro di Tutankhamon, verranno trasferite al Grand Egyptian Museum di Giza (quando e se riusciranno ad aprirlo), mentre le mummie reali di Nuovo Regno passeranno già quest’anno al museo nazionale della Civiltà egiziana.
110 anni fa l’archeologo italiano Schiaparelli scoprì la più bella tomba della Valle delle Regine, la tomba di Nefertari, la Grande Sposa di Ramses II. Una mostra al museo Egizio del Cairo ricorda 110 anni di presenza italiana in Egitto

La regina Nefertari, la Grande Sposa di Ramese II, ritratta nella sua tomba nella Valle delle Regine
“È uno dei monumenti più insigni della necropoli di Tebe che se non per ampiezza, certo per l’armonia delle sue parti e la squisitezza dell’arte, gareggia pur anco colle più belle tombe della Valle dei re”, avrebbe commentato la straordinaria scoperta della tomba della regina Nefertari l’archeologo italiano Ernesto Schiaparelli, direttore del museo Egizio di Torino dal 1894 fino alla sua morte nel 1928. Era il 1904. Schiaparelli a capo di una missione archeologica italiana scoprì nella Valle delle Regine, a Tebe Ovest, quella che probabilmente è la tomba più bella d’Egitto: la QV66, ovvero la tomba della celeberrima Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ramses II (1279-1212), sovrano egizio della XIX dinastia, la quale – pur non avendo regnato in modo autonomo – fu una delle regine più influenti dell’Antico Egitto, a fianco di nomi come Hatshepsut, Tyi, Nefertiti e Cleopatra VII. Ramses II la innalzò alla condizione di divinità vivente attribuendole appellativi come: “la Divina”, “la più amata”, “la Signora del fascino”, “la dolce in amore”, “Madre e Signora del dio in vita”. Non a caso il nome Nefertari letteralmente significa “la più bella”, nome inoltre quasi sempre seguito dall’attributo Mery-en mut, “amata da Mut”, la divinità tebana, sposa di Ammone. Una volta entrato, Schiaparelli si rese subito conto che l’opera dei saccheggiatori aveva lasciato ben poco del corredo originario, ma la QV66 restava ed è un gioiello per la sua struttura architettonica, paragonabile a quelle che si trovano nella Valle dei Re, e, soprattutto, per il magnifico ciclo pittorico che abbellisce le pareti e il soffitto, uno dei più completi e significativi del nuovo regno.
Sono passati 110 anni da quella straordinaria scoperta che parla italiano come la targa che ancora oggi campeggia sopra il cancelletto d’ingresso della tomba in fondo alla breve scala di accesso a ricordare l’opera di Ernesto Schiaparelli. E un anniversario così importante come la scoperta della tomba della regina Nefertari non poteva passare sotto silenzio. Per questo l’ambasciata d’Italia e l’Istituto di Cultura italiano al Cairo, in collaborazione con il ministero delle Antichità egiziano, hanno deciso di promuovere la mostra fotografica “Nefertari 1904 – 2014”, che celebra i 110 anni di presenza italiana in Egitto. L’inaugurazione della mostra, sponsorizzata da Alex Bank, del Gruppo Intesa SanPaolo di Torino, e da Bcube logistica di Coniolo (Al), l’8 dicembre al museo Egizio di piazza Tahrir al Cairo, alla presenza dell’ambasciatore d’Italia, Maurizio Massari, e del ministro egiziano delle Antichità, Mamdouh Eldamaty, e sarà successivamente trasferita ad Alessandria e Luxor. “È uno straordinario esempio dell’impegno e della qualità del lavoro di archeologi e restauratori italiani”, sottolinea l’ambasciatore Massari, “e soprattutto la conferma del grande valore della presenza italiana nel settore archeologico egiziano, presenza ancora oggi rilevante, con 23 missioni attualmente operative in tutto l’Egitto”.
Questa vasta tomba scoperta nel 1904 dall’egittologo Ernesto Schiaparelli, purtroppo deturpata e saccheggiata al punto da essere priva della mummia (il sarcofago in granito rosa è stato trovato aperto e spezzato), è collocata nel versante settentrionale della Valle delle Regine e presenta una pianta molto articolata. È infatti diversa rispetto alle tombe di altre regine (solitamente più semplici e dotate solo di una camera funeraria), e si ispira piuttosto alle sepolture faraoniche della vicina Valle dei Re. Sulle pareti della seconda scala discendente, la decorazione è anche a rilievo. I dipinti raggiungono apici di qualità nell’ambito dell’arte funeraria egizia soprattutto per la ricchezza di colori (verde, blu egiziano, rosso, ocra gialla, bianco e nero) e di dettagli, mentre i temi e i contenuti rispettano le indicazioni contenute nel Libro dei Morti. Le immagini descrivono il viaggio di Nefertari verso l’Aldilà, durante il quale gioca a senet (gioco da tavolo, considerato uno degli antenati del backgammon), entra nel mondo sotterraneo dove incontra molte divinità tra le quali Osiride e Iside. Al termine del ciclo pittorico, Nefertari trionfa e si tramuta in Osiride (dio dei morti), con il conseguente, auspicato raggiungimento dell’immortalità e della pace eterna. All’interno della tomba furono ritrovati resti del sarcofago in granito rosa e pochi pezzi del corredo funerario: 34 ushabti, un frammento di bracciale d’oro, amuleti, cofanetti di legno dipinti e un paio di sandali in fibra intrecciata.
Il nome di Nefertari, che visse più di 3500 anni fa, sin dalla scoperta della sua tomba, è stato soffuso da un alone di mistero, forse per il grande amore che le portò il suo sposo Ramses II il quale non seppe consolarsi della perdita della sua regina che morì nel 1255 a.C., sulla quarantina. Di lei venne narrata, nelle numerose iscrizioni e raffigurazioni rinvenute, la straordinaria bellezza e grazia, tanto che alcuni studiosi arrivano persino a stabilirne la parentela con un’altra famosa regina – Nefertiti – asserendo che entrambe erano figlie di Ay, il penultimo faraone della XVIII dinastia. Dal momento delle nozze, Nefertari diventò la compagna inseparabile e senza rivali del re; tutte le testimonianze dimostrano che aveva un ruolo estremamente importante nel regno per la sua intelligenza, la determinazione e la volontà che le permisero di mantenere al fianco del faraone il controllo non solo delle faccende interne, ma anche di quelle internazionali e sacre. Il comportamento di Ramses II nei confronti di Nefertari fu veramente eccezionale: egli giunse a dedicarle un tempio ad Abu Simbel, raro privilegio per una regina, e le costruì la più bella tra le tombe della Valle delle Regine sulla riva del Nilo, di fronte a Luxor, riempendola di oggetti preziosi e facendola decorare con dipinti ispirati agli “incantesimi”, o ai testi sacri del “Libro dei Morti”, per garantirle l’accesso all’eternità.
Nonostante l’impegno profuso da Ramses II per assicurare l’immortalità di Nefertari, la tomba della sposa venne – come detto – saccheggiata già nell’antichità, tanto che al momento della scoperta, non fu rinvenuta la mummia della regina e si trovarono solo pochi degli oggetti del suo corredo funerario. Non solo, ma molte delle pitture murali andarono danneggiate in seguito alla precedente profanazione; e Schiaparelli stesso constatò che il processo di deterioramento era in atto da tempi antichi, degrado che subì un’accelerazione drammatica dopo l’apertura della tomba da parte dell’archeologo italiano.

Il ritratto di Nefertari prima e dopo i restauri curati da un’equipe di esperti italiani diretta da Laura e Paolo Mora per conto del Getty Conservation Institute

Un momento dei delicati restauri del ciclo di affreschi della tomba di Nefertari durati per cinque anni
Se italiana fu la sua scoperta, italiano è stato anche il salvataggio della preziosa tomba. Schiaparelli intervenne con un ottimo restauro sui dipinti delle pareti, ma nei decenni successivi l’impiego di cemento per nuovi restauri provocò seri danni. Data questa situazione la tomba non venne aperta al pubblico e solo nel 1987 le autorità egiziane decisero di affidarne il restauro al Getty Conservation Institute che chiamò a operare un gruppetto di restauratori italiani guidato da Laura e Paolo Mora (allora direttore dell’Istituto italiano del restauro) e formato da Franco Adamo, Giorgio Capriotti, Lorenza D’ Alessandro, Adriano Luzzi, Giuseppe Giordano e Paolo Pastorello. Un’ équipe di super specialisti tra i migliori del mondo che hanno lavorato cinque anni per stabilizzare lo strato pittorico sull’intonaco e quest’ultimo sulla roccia calcarea delle pareti. Un delicato intervento fatto con bisturi, pennellini e siringhe con cui iniettare consolidanti sotto lo strato pittorico; nessuna integrazione dei dipinti. Durante il restauro sono emersi particolari che hanno fatto “vedere” gli antichi Egizi al lavoro. Sulle pareti sono state infatti trovate annotazioni degli operai che eseguirono lo scavo della roccia (“scavare fin qui!”) e anche le tracce lasciate dalle cordicelle intrise di colore con le quali i pittori “tirarono le righe” per organizzare gli spazi da dipingere. Inoltre, sui dipinti delle pareti sono stati osservati alcuni schizzi di colore blu (il colore del soffitto) e ciò dimostra che il soffitto venne dipinto dopo che erano state eseguite le pitture delle pareti. Un sistema di procedere, questo, che potrebbe sembrare sbagliato ma che trova invece una spiegazione quando si pensa che gli antichi pittori operavano alla luce delle lampade a olio e quindi con poca luce. Per questo preferirono lasciare il soffitto bianco fino alla fine dei lavori in modo che il suo chiarore integrasse la fioca luce delle lampade. Per realizzare la tomba gli antichi egizi estrassero tonnellate di roccia scendendo fino a una profondità di 812 metri e affrescarono una superficie di circa 520 metri quadrati. Uno sforzo immane per creare un luogo degno della regina e che, nella sua stessa disposizione delle camere e nei soggetti dei dipinti, rappresenta l’itinerario rituale che la defunta percorse per unirsi con le forze cosmiche e raggiungere le Stelle Perenni.
“Distruzione e recupero”. Il Cairo mette in mostra 200 tesori rubati dai musei dell’Egitto e recuperati nel mondo: tra questi una statua d’oro di Tutankhamon sottratta nel saccheggio del museo Egizio il 28 gennaio 2011

I soldati presidiano il museo del Cairo dopo il saccheggio subito nei giorni più difficili della rivoluzione
Vergogna, sbigottimento, smarrimento, disperazione, incredulità, angoscia: furono molti i sentimenti che provò il mondo intero vedendo le immagini del saccheggio del museo Egizio del Cairo trasmesse dai notiziari di ogni continente. Dappertutto vetrine sventrate, frammenti di vetri, segni del passaggio dei vandali, statue abbattute e finite in mille pezzi. Uno spettacolo che nessuno avrebbe mai voluto vedere. “Quel giorno, il 28 gennaio 2011”, raccontano le cronache, “la folla di piazza Tahrir era furibonda, incontrollabile. Da 18 giorni si succedevano dimostrazioni oceaniche e sanguinose; ma il regime di Hosni Mubarak sembrava deciso a resistere. Durante uno degli scontri, una colonna di manifestanti riuscì a scacciare i reparti di polizia che proteggevano la sede del partito di governo, e a darle fuoco. Ebbra di vittoria, la gente si riversò verso l’edificio adiacente: il museo Egizio, lo scrigno che custodisce il patrimonio più prezioso del Paese. Prima di rendersi conto di quel che faceva, di recuperare lucidità, la moltitudine aveva sfasciato 13 vetrine, distruggendo non meno di settanta reperti insostituibili”. A inventario completato, il direttore del museo, Tareq al-Awadi, avrebbe contato 54 opere scomparse. Tra queste due splendide statue di legno dorato di Tutankhamen: Tut mentre pesca con un arpione da una barca, e Tut da bambino trasportato sulla testa dalla dea Menkaret. E poi uno scriba, la regina Nefertiti, una principessa, tutti provenienti da tell el-Amarna, il grande sito archeologico nell’Egitto centrale dove Akhenaton fondò la sua nuova capitale. Dal corredo funebre di Yuya, un potente cortigiano di tremila anni fa, erano spariti uno scarabeo funerario, l’amuleto che veniva posto sul petto delle mummie per scongiurare l’asportazione del cuore, e undici “ushabti”, le statuine incaricate di sostituire il defunto nei lavori manuali richiesti nell’aldilà.
Sono passati tre anni da quel tragico giorno, per fortuna non invano. E mentre i laboratori del museo facevano il possibile per riparare i danni del saccheggio del 28 gennaio 2011, le autorità egiziane hanno avviato una rete di contatti per fermare l’emorragia di preziosi reperti dall’Egitto, sempre più richiesti dal mercato antiquario illegale. E oggi il Cairo può mostrare con orgoglio i suoi tesori rubati e recuperati nella mostra “Distruzione e recupero” aperta per tre mesi al museo Egizio del Cairo, poi ogni tesoro tornerà nel proprio museo di appartenenza: 200 reperti archeologici rubati negli ultimi tre anni in Egitto e recuperati negli ultimi mesi, tra i quali una statuetta d’oro di Tutankhamon. Il ministro egiziano delle Antichità Mohamed Ibrahim, nel presentare la mostra, ha elogiato il lavoro delle forze dell’ordine e gli ambasciatori di Germania, Regno Unito, Spagna, Australia, Cina e Nuova Zelanda per il loro aiuto nel riuscire a far tornare in Egitto i tesori rubati. “Non tutto il bottino, per fortuna, è andato perduto per sempre”, ha ricordato il ministro. “Qualche ora dopo il saccheggio, in una stazione della metropolitana fu trovata una borsa contenente la statua di Tutankhamon a pesca e altri due pezzi sottratti al museo. Menkaret era in un bidone dei rifiuti, ma senza il faraone bambino. Altre opere furono rinvenute o confiscate nei mesi successivi: 140 oggetti dei 200 in esposizione alla mostra sono stati recuperati da diversi Paesi, mentre gli altri 60 sono stati sequestrati dalla polizia del Turismo e delle Antichità, prima che fossero venduti ai ricettatori”. Notevole il lavoro dei restauratori per ricomporre i tesori rubati. Pochi sono infatti i pezzi recuperati integralmente. Fra questi, il Tutankhamon con l’arpione e altre due statue del grande faraone, e la mummia di un bambino, Amenhotep: i saccheggiatori le avevano tagliato la testa, che è stata riattaccata usando le tecniche originarie. Ma una statua d’avorio del faraone Tuthmosi III è ancora parzialmente mutilata.

Purtroppo non tutti i tesori spariti sono stati recuperati: mancano all’appello ancora undici “ushabti”
Il lotto più recente è arrivato poche settimane fa, ha aggiunto il ministro Ibrahim, e comprende dieci oggetti che sono stati rubati dal museo Egizio il 28 gennaio del 2011. Ali Ahmed, capo del dipartimento che si occupa del recupero di oggetti rubati del ministero delle Antichità, ha riferito che i dieci elementi sono gli oggetti più significativi della mostra e tra questi c’è proprio la statuetta d’oro di Tutankhamon. Tra gli altri tesori, anche una statua raffigurante la figlia di Akhenaton e 40 gioielli d’oro trafugati dal museo del Malawi a Minya. Fra gli altri oggetti salvati ci sono quaranta statuine di arcieri nubiani, un vaso di vetro policromo, una piccola statua raffigurante uno scriba, una della dea-gatta Bastet, una del faraone Akhenaton, una del dio-toro Apis. Molti pezzi importanti, tuttavia, sono ancora dispersi: come gli “ushabti”, una cintura di lapislazzuli appartenuta alla principessa Miretteamun, un Apis di bronzo. Con ogni probabiilità queste opera sono già all’estero. Le autorità del Cairo hanno fatto bloccare a Gerusalemme un’asta di 126 antichità egiziane, e al governo britannico è stato chiesto di sospendere la vendita di 800 oggetti presenti su Ebay, per consentire esami e ricerche sulla provenienza. Infine una legge che sta per essere approvata in Germania dovrebbe consentire la confisca e il rimpatrio di diversi pezzi presenti nelle case d’asta tedesche.
L’Egitto oggi: grandi progetti dal Grande museo Egizio a Giza al viale delle Sfingi a Luxor. Colloquio col segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità
Missioni archeologiche garantite, e poi grandi progetti: dal museo di Tutankhamon al recupero del viale delle Sfingi a Luxor al museo della Civiltà Egizia al Cairo. È un vulcano di idee e di buone intenzioni Mostafa Amin Mostafa Sayed, il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità della Repubblica araba d’Egitto, che qui completa il colloquio avuto a Rovereto in occasione della Rassegna internazionale del Cinema archeologico.
Missioni archeologiche. “Nonostante sia una situazione oggettivamente difficile quella che l’Egitto sta vivendo, posso assicurare che non ci sono mai state interruzioni nell’attività delle molte missioni archeologiche internazionali impegnate lungo il Nilo: stanno tutte lavorando – o hanno lavorato, se le campagne del 2013 sono già state concluse – regolarmente come negli anni passati. L’attività di ricerca archeologica è direttamente sostenuta dal Governo”, tranquillizza Mostafa Amin. “Anche in questo momento” conferma Aly Ibrahim El Sayed El Asfar, responsabile dell’Alto Egitto, inserendosi nella discussione, “a Luxor sono numerose le missioni straniere attive e operanti. Noi, da parte nostra, cerchiamo di aiutarle e incoraggiarle tutte”. E aggiunge, cambiando tono: “Ma c’è un aspetto che ci preoccupa: la conservazione del nostro ingente patrimonio archeologico: Ora per noi il restauro dell’esistente, tra siti noti e meno noti, e milioni di reperti musealizzati, è doveroso e più importante dello scavo stesso. Del resto sappiamo tutti che la terra d’Egitto, per le sue particolari condizioni climatiche, conserva molto meglio (e lo fa da molti millenni) di quanto sappia fare l’uomo: finché i tesori stanno sotto la sabbia sono al sicuro”. Aly Ibrahim El Sayed El Asfar ricorda come la prima risorsa del Paese, il turismo, che ha portato (e si spera lo possa tornare a fare al più presto) milioni di persone da tutto il mondo a calcare le vestigia degli antichi faraoni, sia anche la prima fonte di preoccupazione: “Dobbiamo tenere ben presente l’impatto di milioni di visitatori che rappresenta un serio pericolo per la conservazione dei monumenti. Per questo riteniamo il restauro un aspetto fondamentale e lo chiediamo caldamente anche alle missioni straniere”.
Grandi progetti. È proprio pensando ai visitatori e al loro ritorno in massa che il Supremo consiglio delle Antichità sta portando avanti al Cairo due ambiziosi progetti: il museo della Civiltà dell’Egitto e il Grande museo Egizio nella piana di Giza, vicino alle Piramidi. “Purtroppo l’attuale situazione politico-sociale dell’Egitto, che porta come prima conseguenza una profonda crisi economica”, spiega Mostafa Amin, “sta rallentando la realizzazione dei due nuovi musei per ovvia mancanza di finanziamenti. Ma confido che presto questa fase difficile sarà passata e lentamente la vita e l’economia del Paese torneranno alla normalità”.
Il progetto sicuramente più vicino alla sua realizzazione è quello del museo della Civiltà (Civilizzazione) dell’Egitto. “È nuovissimo, anche nella concezione”, continua il segretario generale con entusiasmo, “si trova a El Fusat, alla periferia del Cairo, dotato di ampio parcheggio e di tutti i servizi che si richiedono a un moderno museo (dalla caffetteria al bookshop alle audioguide ai video) in grado di accogliere – nelle previsioni – migliaia di visitatori e di accompagnarli nella visita delle sale espositive. All’interno, molto spazioso, troveranno posto reperti dalla preistoria (e quindi dal pre-dinastico) ai giorni nostri (non solo quelli che già abbiamo a disposizione, ma anche quelli che verranno scoperti in futuro): sei millenni di storia e cultura lungo le sponde del Nilo. L’obiettivo era di aprire il museo entro la fine dell’anno, ma slitterà di qualche mese: manca qualche rifinitura della facciata e completare la collocazione delle opere”.
È invece prevista non prima del 2015 (ma i tempi sono destinati ad allungarsi) l’apertura del Grande museo Egizio all’ombra delle piramidi di Giza, che ruoterà attorno al tesoro di Tutankhamon. “Sarà dedicato ai grandi faraoni che hanno fatto grande l’Antico Egitto. E qui troverà posto tutto il tesoro di Tutankhamon, finalmente esposto e raccolto in un’unica sala. Sarà un evento epocale che però comporterà tutta una serie di problemi logistici e culturali di non poco conto da risolvere”, anticipa Mostafa Amin. “Prima di tutto c’è da affrontare in assoluta sicurezza il trasferimento dell’immenso, fragile e prezioso tesoro di Tut: come e quando procedere? Stiamo valutando un piano operativo che tenga conto di tutti i potenziali pericoli. Sarà l’occasione di verificare se qualche pezzo avrà bisogno di restauri”. Ma poi si presenterà un problema ancora più impegnativo: mentre il nuovo Grande museo a Giza avrà un suo allestimento organico pensato proprio per la nuova struttura museale che ruoterà attorno al tesoro di Tutankhamon, cosa ne sarà dello “storico” museo Egizio del Cairo? Tornerà all’allestimento del 1902, quando fu inaugurato? Cioè tornerà nell’allestimento originario pensato prima di essere costretti a trovare posto al tesoro di Tut, la cui tomba fu scoperta nel 1922? Oppure sarà completamente ripensato? “Il problema è ancora aperto. Dobbiamo valutare anche alla luce della possibile acquisizione del vicino edificio occupato da un partito politico che amplificherebbe gli spazi disponibili. La soluzione comunque richiederà tempi lunghi”.
Sul territorio il progetto più importante portato avanti dal Supremo consiglio delle Antichità dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 è a Luxor e riguarda, come chiarisce Aly Ibrahim El Sayed El Asfar, il recupero del viale processionale delle Sfingi tra il tempio di Luxor e quello di Karnak. “Si ricreerà così l’aspetto originale dell’antica Tebe animata dalle processioni rituali col passaggio delle navi sacre tra i due templi. Percorrendo il viale, che rimarrà staccato dalla viabilità ordinaria di Luxor, Il visitatore potrà sentirsi come il gran sacerdote di Amon o – se preferisce – lo stesso faraone, dio in terra, in dialogo con la divinità”. Questo progetto comporta l’abbattimento di molti edifici, anche pubblici (tra cui la sede del Governatore e una moschea) , e il lavoro non è ancora concluso. “Contemporaneamente – precisa il responsabile dell’Alto Egitto – devono essere riportate alla luce, restaurate e collocate in situ le varie sfingi, all’interno di un percorso che si deve armonizzare con la città moderna che ha le sue esigenze: di qui l’eliminazione degli incroci a raso e la creazione di sottopassi per il traffico veicolare moderno”. Anche questo grande progetto ha subito rallentamenti, dovuti alla crisi e alla rivoluzione. Ma si va avanti”.
Prima di concludere il colloquio con il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità non poteva mancare un accenno al suo predecessore, Zahi Hawass, cui Mostafa Amin è subentrato dopo la destituzione del presidente Hosni Mubarak. “È un ottimo archeologo. È stato mio maestro”, taglia corto. Ma Hawass, forse il più noto egittologo egiziano, all’indomani della sua destituzione, era stato oggetto di accuse pesanti, anche penali. “Tutte queste accuse sono cadute”, assicura Mostafa Amin. “Ora Zahi, anche senza avere un incarico pubblico preciso, riveste ancora un ruolo importante per la ricerca archeologica e l’egittologia. Ha un suo ufficio di consulenza e lavora principalmente per i privati, ma anche per noi”.
(3 – fine. Precedenti post il 20 e 23 novembre)






















































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