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Parma. Inaugurata al Complesso della Pilotta la grande mostra “I Farnese. Architettura arte potere”. Ecco una speciale visita guidata con i video live del direttore Simone Verde e di altri curatori di sezione

Una mostra da non perdere. Meglio, occasione per “scoprire” il Complesso della Pilotta a Parma ripercorrendo le vicende da cui nacque la sua avventura culturale, ovvero la storia della collezione Farnese, delle sue pratiche enciclopediche ispiratrici – anche dopo il trasloco di volumi, quadri e antichità a Napoli – per il risarcimento delle raccolte sottratte a Parma da Carlo di Borbone. La grande mostra “I Farnese. Architettura arte potere” inaugurata il 18 marzo 2022 è tutto questo e molto ancora. La mostra è dedicata alla committenza della famiglia Farnese, con l’obiettivo d’indagare la straordinaria affermazione della casata nella compagine politica e culturale europea dal Cinque al Settecento, attraverso l’utilizzo delle arti come strumento di legittimazione. Il progetto scientifico presenta una doppia novità, quella di trattare i temi del collezionismo rinascimentale con gli strumenti della Global History, e di includere nel mecenatismo della famiglia le grandi fabbriche architettoniche. Realizzata dal Complesso Monumentale della Pilotta in collaborazione con Università di Parma, Museo e Real Bosco di Capodimonte, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Archivio di Stato di Parma, Ordine degli Architetti PPC di Parma, Fondazione Cariparma, Fondazione Arturo Toscanini, con il sostegno del Comune di Parma, del Comitato per Parma 2020, della Provincia di Parma e in partenariato con Electa, la partecipazione di Ambassade de France en Italie, Regione Emilia-Romagna Servizio Patrimonio culturale e Amici della Pilotta, “I Farnese. Architettura arte potere” si può visitare fino al 31 luglio 2022. La mostra è patrocinata dal Ministero della Cultura, è inserita nei progetti di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21 e ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica.

L’esposizione coinvolge gli ambienti più spettacolari del Complesso Monumentale e s’inserisce nel più ampio progetto di rilancio dell’Istituto, che nel 2022 inaugura la totalità dei suoi spazi restaurati e riallestiti. La rassegna presenta oltre 300 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane ed europee insieme a opere della Collezione Farnese a Parma. Il percorso espositivo, sviluppato su diversi nuclei tematici, Architettura, Arte, Potere è articolato nei diversi spazi del Complesso della Pilotta: i Voltoni del Guazzatoio, il Teatro Farnese, la Galleria Petitot della Biblioteca Palatina e la Galleria Nazionale. Ad accompagnare l’iniziativa una serie di pubblicazioni che approfondiranno la storia globale del collezionismo farnesiano, con contributi dei maggiori studiosi al mondo di questo tema, e le complesse vicende della committenza artistica e architettonica. Per presentare la mostra proponiamo una speciale visita guidata con il direttore del Complesso della Pilotta, Simone Verde, e alcuni curatori di sezione, attraverso dei video live dei protagonisti che illustrano gli aspetti più significativi della mostra in generale e delle sezioni in particolare.

Bruno Adorni, storico dell’Architettura, e co-curatore della sezione dedicata alle architetture dei Farnese nella grande mostra “I Farnese. Architettura arte potere” al Complesso della Pilotta a Parma, introduce alla sezione: 200 disegni di architettura – dal Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi, dalle raccolte grafiche statali di Monaco di Baviera, dagli Archivi di Stato di Parma, Piacenza, Napoli, Roma e Modena, dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla Reverenda Fabbrica di San Pietro e dello stesso Complesso Monumentale della Pilotta – presentano il quadro complessivo dell’architettura farnesiana dal punto di vista storico, urbano e territoriale, mettendo in rilievo la relazione tra questa disciplina e l’affermazione dinastica in termini di prestigio, espansione e visionarietà della committenza.

Bruno Adorni, storico dell’Architettura, e Simone Verde, direttore del Complesso della Pilotta, si soffermano sulla pianta iconografica della Pilotta esposta nella sezione Architettura della grande mostra “I Farnese. Architettura arte potere” al Complesso della Pilotta a Parma. Concepito originariamente come contenitore dei servizi della corte farnesiana con lo scopo di integrare il sistema delle residenze ducali, la realizzazione del monumentale palazzo della Pilotta ebbe inizio con ogni probabilità intorno al 1583, durante gli ultimi anni del ducato di Ottavio Farnese (1547-1586) su progetto dell’urbinate Francesco Paciotto. Primo nucleo fu il cosiddetto Corridore, una galleria sopraelevata (oggi la Galleria Petitot della Biblioteca Palatina). Dal 1602 Ranuccio I contribuì a definire quello che, ancora oggi, è l’assetto della Pilotta, quale severo edificio organizzato a creare un sistema di corti, connesso con il palazzo Ducale (distrutto dopo l’ultima guerra) e con quello del Giardino, sito sull’altra sponda del torrente Parma. I cortili interni e le ali realizzate da milioni di mattoni erano destinati a contenere magazzini, scuderie, caserme, nonché una grandiosa sala “polifunzionale” poi trasformata in teatro di corte. Il complesso deriva il suo nome dal gioco nobiliare della “pelota” che si praticava nei suoi cortili.

Simone Verde, direttore del Complesso della Pilotta, spiega perché il Teatro Farnese, terminato nel 1618, ma inaugurato solo dieci anni dopo, fa parte integrante del percorso della grande mostra “I Farnese. Architettura arte potere” al Complesso della Pilotta a Parma. La costruzione di una sala di spettacolo non fu una impresa ordinaria. La riscoperta del teatro antico, infatti, datava solo dai primi decenni del Cinquecento e aveva introdotto codici in netta rottura con le abitudini medioevali. Fu proprio nella reinvenzione del teatro, perciò, limitato nei secoli precedenti a rappresentazioni sacre nelle chiese o nelle piazze, che un nuovo modo di concepire i rapporti tra individuo e società, uomo e Dio, conobbe una delle forme più originali e caratteristiche dell’Europa moderna. Finalizzata a stupire per magnificenza, la sala era lunga 87 metri, larga 32 e alta 22, sovradimensionata rispetto alla piccola corte e per questo utilizzata solo nove volte, sempre per eventi dinastici, l’ultimo dei quali nel 1732 in onore di don Carlo di Borbone. Le rappresentazioni inscenate nell’edificio vennero tutte pensate come fulcro di complessi cortei propagandistici che si snodavano con scenografie effimere lungo il percorso che conduceva in città le nuove duchesse.

Grazie alla mostra “I Farnese. Architettura, Arte, Potere”, oggi le città di Napoli e Parma tornano a unirsi nel segno dei Farnese e, in particolare, nel nome di Elisabetta Farnese che fece dono al figlio Carlo di Borbone, Re di Napoli dal 1734, di una parte cospicua della collezione ponendo il Regno di Napoli al cospetto dei grandi reami europei. Sostanziali i prestiti dal Museo e Real Bosco di Capodimonte e dal Museo Archeologico nazionale di Napoli.

Simone Verde, direttore del Complesso della Pilotta, illustra le ragioni che hanno portato all’allestimento della Galleria del Duca con l’esposizione della collezione farnese, a iniziare dalla Wunderkammer, andata distrutta nell’ultima guerra: più di 80 oggetti dal Gabinetto delle Cose Rare del Museo e Real Bosco di Capodimonte tra cui la Cassetta Farnese, insieme alla Tazza Farnese dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, alle monete e medaglie del Complesso Monumentale della Pilotta e ai pezzi della Collezione Gonzaga di Guastalla confluiti nella collezione Farnese, permettono di ricostruire una camera delle meraviglie rinascimentale. E poi 20 dipinti, capolavori provenienti dal Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, tra cui spiccano opere di Raffaello, Tiziano Vecellio, El Greco e Annibale Carracci, sono disposti in dialogo con le opere del Complesso a rievocazione della galleria farnesiana, dove erano custoditi i 100 dipinti più significativi della collezione di famiglia. E in questa sezione c’è anche un prestito eccezionale, a conferma delle relazioni e dell’interesse dei Farnese per la cultura e gli oggetti provenienti da terre lontane e sconosciute: per la prima volta in Italia dal Musée des Amériques-Auch, la Messa di San Gregorio eseguita in Messico dagli indios per ringraziare Paolo III della bolla Sublimis Deus, che riconobbe l’umanità dei nativi americani e ne condannò lo sfruttamento.

Simone Verde, direttore del Complesso della Pilotta, ricostruisce la storia dei Colossi farnese presenti nel percorso espositivo della grande mostra “I Farnese. Architettura arte potere” a Parma. La spettacolare coppia di Colossi in basanite del II sec. d.C., raffiguranti Dioniso ed Eracle, furono scoperti sul Palatino e trasferiti dai Farnese a Colorno per ornare il giardino della reggia. Nell’Ottocento, Paolo Toschi – celebre incisore e direttore dell’Accademia – convinse la duchessa Maria Luigia a ricoverarle nella grande e luminosa tribuna ovale della Galleria ducale (oggi Nazionale), dove si trovano tuttora. In corrispondenza con le due colossali statue romane di Ercole e Dioniso, è allestita una sezione dedicata all’architettura dei giardini e in particolare degli Horti farnesiani, dove i colossi furono rinvenuti negli anni Venti del Settecento. Sin dai tempi di Paolo III fu avviata, infatti, dai Farnese una intensa attività di scavo in varie zone di Roma, proseguita poi con i cardinali Alessandro e Odoardo, che consentì di radunare nelle residenze familiari una raccolta di arte antica assolutamente straordinaria per quantità e qualità dei pezzi archeologici, ulteriormente arricchita da una intensa attività di acquisti di collezioni aristocratiche romane. Nel 1720, a quasi un secolo dalla morte di Odoardo, gli scavi ripresero per impulso dei duchi Francesco e Antonio, in particolare sul Palatino, dove la famiglia possedeva un giardino acquistato dal cardinal Alessandro, i famosi Horti farnesiani. È da qui che proviene la parte della collezione Farnese di antichità giunta a Parma e scampata, pochi lustri dopo, per dimenticanza, costi o accidenti della storia, al trasferimento a Napoli delle raccolte storiche a opera di Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese.

Simone Verde introduce alla sezione della mostra “I Farnese. Architettura arte potere” dedicata alla colonizzazione del territorio, in uno spazio della Pilotta già dedicata ai Farnese in armi. La sezione è aperta da un’armatura che il direttore e curatore della mostra ha voluto presentare deposta, a ricordare i caduti nella battaglia di Fornovo. “E’ un morto deposto in un sarcofago di plexiglass”, spiega. E continua: “Inventato il ducato occorre amministrarlo. Per ambire al “buon governo” del territorio, e a sfruttarne il potenziale, occorre consolidare il controllo sulle terre ancora gestite da autonomie feudali e dotarsi di organismi amministrativi centralizzati e autorevoli, supportati da un apparato tecnico all’altezza. Riottenuta Piacenza nel 1556, un lungo processo porterà al graduale riassetto infrastrutturale, ma per vederne i primi esiti ci vorranno molti anni e tre confische, accompagnate da trucide esecuzioni, che ridurranno il residuo potere dei feudatari. Inoltre sarà necessaria la creazione di uffici operativi capaci di operare su vasta scala”.

Simone Verde, direttore del Complesso della Pilotta, affronta il tema della colonizzazione del territorio, ultima sezione della mostra “I Farnese. Architettura arte potere”. Una campagna di accurati rilievi del territorio produce il fondamentale corpus di conoscenze e la necessaria consapevolezza per definire gli obiettivi progettuali. Si incoraggiano le manifatture tessili, la stampa, i molini, le saline, si favorisce l’agricoltura intensiva, l’incremento delle reti di adduzione e di scolo delle città, l’espulsione dai centri abitati delle manifatture che producono residui macerati, quali concerie e cartiere, e si riforma l’apparato burocratico e normativo. Consolidare il controllo ducale porta risultati importanti: nuova efficienza, salubrità e, per alcuni, un miglioramento delle condizioni di vita. Parma passa da 18.000 abitanti a 26.000, mentre Piacenza a fine secolo supera i 30.000. Le riforme si condensano infine negli Statuti del 1623 emanati dal cardinal Odoardo, che non saranno più modificati nel successivo arco dinastico.

L’architetto Pietro Zanlari chiude la visita della grande mostra “I Farnese. Architettura arte potere” tornando sul tema della colonizzazione del territorio. Mentre si celebra il definitivo riconoscimento del nuovo Stato farnesiano con l’inserimento delle mappe del ducato nelle gallerie delle carte geografiche che si vanno diffondendo nelle corti europee, e poi negli atlanti a stampa, gli uffici degli ingegneri delle congregazioni assumono un ruolo decisivo nella politica del territorio e il loro archivio cartografico si configura come un vero e proprio laboratorio progettuale per trasformare le politiche in azioni di governo.

Parma. Apre domani al Complesso Monumentale della Pilotta la grande mostra “I Farnese. Architettura arte potere” che indaga con oltre 300 opere la straordinaria affermazione della casata nella compagine politica e culturale europea dal Cinque al Settecento

Ci siamo. A 27 anni dall’ultima iniziativa sul tema, il Complesso Monumentale della Pilotta di Parma ospita da domani, 18 marzo 2022, al 31 luglio 2022, la grande mostra “I Farnese. Architettura arte potere” dedicata alla committenza della famiglia Farnese, con l’obiettivo d’indagare la straordinaria affermazione della casata nella compagine politica e culturale europea dal Cinque al Settecento attraverso l’utilizzo delle arti come strumento di legittimazione. La mostra, curata da Simone Verde con Bruno Adorni, Carla Campanini, Carlo Mambriani, Maria Cristina Quagliotti, Pietro Zanlari, è realizzata dal Complesso Monumentale della Pilotta in collaborazione con università di Parma, Museo e Real Bosco di Capodimonte, museo Archeologico nazionale di Napoli, Archivio di Stato di Parma, Ordine degli Architetti e PPC di Parma, Fondazione Cariparma, Fondazione Arturo Toscanini, e in partenariato con Electa. La mostra è patrocinata dal ministero della Cultura e dal Comune di Parma, ed è inserita nei progetti di Parma Capitale della Cultura 2020+21. Il progetto scientifico presenta una doppia novità, quella di trattare i temi del collezionismo rinascimentale con gli strumenti della Global History, e di includere nel mecenatismo della famiglia le grandi fabbriche architettoniche. L’esposizione coinvolgerà gli ambienti più spettacolari del Complesso Monumentale e s’inserirà nel più ampio progetto di rilancio dell’Istituto, che nel 2022 inaugura la totalità dei suoi spazi restaurati e riallestiti. La rassegna presenta oltre 300 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane ed europee insieme a opere della Collezione Farnese a Parma. I biglietti sono in vendita su https://ifarnese.ticka.it/

Ritratto di Papa Paolo III Farnese di Tiziano Vecellio (1543) conservato al Museo e Real bosco di Capodimonte a Napoli (foto capodimonte) olio su tela, cm 113,7 x 88.8 Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

Da segnalare alcuni prestiti eccezionali, a conferma delle relazioni e dell’interesse dei Farnese per la cultura e gli oggetti provenienti da terre lontane e sconosciute: due globi Coronelli dalla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia e, per la prima volta in Italia dal Musée des Amériques-Auch, la Messa di San Gregorio eseguita in Messico dagli indios per ringraziare Paolo III della bolla Sublimis Deus, che riconobbe l’umanità dei nativi americani e ne condannò lo sfruttamento. Tra i prestiti, un nucleo di circa 200 disegni di architettura – dal Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi, dalle raccolte grafiche statali di Monaco di Baviera, dagli Archivi di Stato di Parma, Piacenza, Napoli, Roma e Modena, dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla Reverenda Fabbrica di San Pietro e dello stesso Complesso Monumentale della Pilotta – presenterà, insieme a modelli, elaborazioni grafiche e filmati, il quadro complessivo dell’architettura farnesiana dal punto di vista storico, urbano e territoriale, mettendo in rilievo la relazione tra questa disciplina e l’affermazione dinastica in termini di prestigio, espansione e visionarietà della committenza. E quindi: 20 dipinti, capolavori provenienti dal Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, tra cui spiccano opere di Raffaello, Tiziano Vecellio, El Greco e Annibale Carracci, saranno esposti in dialogo con le opere del Complesso a rievocazione della galleria farnesiana, dove erano custoditi i 100 dipinti più significativi della collezione di famiglia. Infine più di 80 oggetti dal Gabinetto delle Cose Rare del Museo e Real Bosco di Capodimonte tra cui la Cassetta Farnese, insieme alla Tazza Farnese dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, alle monete e medaglie del Complesso Monumentale della Pilotta e ai pezzi della Collezione Gonzaga di Guastalla confluiti nella collezione Farnese, permetteranno di ricostruire una camera delle meraviglie rinascimentale.

Milano. Ancora un mese per visitare alle Gallerie d’Italia la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei”: 130 opere ricostruiscono quello straordinario fenomeno che tra Sei e Ottocento fece dell’Italia la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea

L’Ermes a riposo, dal museo Archeologico nazionale di Napoli, nel grande salone delle Gallerie d’Italia a Milano per la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” (foto banca intesa)

Tra la fine del Seicento e la prima metà dell’Ottocento, l’Italia fu la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea. Fu questo il Grand Tour, uno straordinario fenomeno di carattere universale che ha contribuito in modo determinante a creare quella percezione dell’Italia, legata alla bellezza del suo ambiente e della sua arte, ancora oggi di grande attualità che rende davvero unica l’identità del nostro Paese.

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La locandina della mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” alle Gallerie d’Italia di Milano fino al 27 marzo 2022

Alle Gallerie d’Italia a Milano c’è ancora un mese di tempo (fino al 27 marzo 2022) per visitare la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” a cura di Fernando Mazzocca, con Stefano Grandesso e Francesco Leone, e con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli. Il catalogo della mostra è pubblicato nelle Edizioni Gallerie d’Italia | Skira. “La mostra sul Grand Tour, allestita nelle Gallerie di piazza della Scala”, interviene Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, “è la prima ideata e realizzata in Italia capace di offrire uno sguardo d’insieme su un tema così vasto. I capolavori esposti offrono al visitatore odierno l’opportunità di comprendere e rivivere l’emozione provata secoli fa dai protagonisti del Grande Viaggio di fronte alla bellezza senza tempo dei paesaggi e degli antichi luoghi d’arte italiani, elementi fondanti non solo della nostra identità nazionale, ma anche di quella europea. L’iniziativa, che si avvale della prestigiosa partnership del museo Ermitage di San Pietroburgo e del museo Archeologico nazionale di Napoli, conferma il ruolo di primo piano che Intesa Sanpaolo ha conquistato nel corso degli anni nel panorama culturale e artistico del nostro Paese”.

Nel percorso della mostra il grande quadro di Pierre-Jacques Volaire “Eruzione del Vesuvio alla luce della luna” (1774) da Château de Maisons-Laffitte, France (foto banca intesa

Solo in Italia, la cultura classica poteva raggiungere una compiuta sintesi di natura e di storia. Il grande viaggio (l’espressione fu utilizzata per la prima volta nel 1697, nel volume di Lassel, An Italian Voyage) fu presto inteso come momento essenziale di un percorso educativo e formativo, nonché segno di un preciso status sociale. L’Italia rappresentava una tappa obbligata per artisti e studiosi amanti dell’architettura, della pittura e della scultura, sia antica, sia moderna. Le straordinarie scoperte archeologiche del Settecento ad Ercolano e Pompei aggiunsero nuovi motivi di interesse. Questo momento di formazione, diventato obbligatorio per le élite europee, ma poi anche per quelle provenienti da altri continenti, ha coinvolto sovrani, aristocratici, politici, uomini di chiesa, letterati, artisti, tutti affascinati dalla varietà del paesaggio italiano ancora intatto, dalla maestà delle città, dei monumenti e delle opere d’arte che facevano, e ancora oggi fanno, del nostro territorio una sorta di meraviglioso museo “diffuso”.

L’esposizione, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e in partnership con il museo Archeologico nazionale di Napoli e il museo statale Ermitage di San Pietroburgo, presenta circa 130 opere provenienti dalla collezione Intesa Sanpaolo, collezioni private e numerose istituzioni culturali italiane e internazionali come The National Gallery di Londra, musée du Louvre di Parigi, The Metropolitan Museum of Art di New York, museo nacional del Prado di Madrid, Rijksmuseum di Amsterdam, Victoria and Albert Museum di Londra, Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, Statens Museum for Kunst di Copenaghen, musée des Beaux-Arts di Lione, Gallerie degli Uffizi di Firenze, musei Capitolini di Roma, musei Vaticani, museo e real bosco di Capodimonte di Napoli. Tra i prestiti anche due opere provenienti dal Regno Unito e appartenenti alla Royal Collection della Regina Elisabetta II, oltre ad altre opere provenienti da grandi residenze reali come la Reggia di Versailles, la Reggia di Caserta e la Reggia di Pavlovsk a San Pietroburgo.

Amorino alato (1792-93) di Antonio Canova, in marmo, conservato al museo statale Ermitage di San Pietroburgo (foto Leonard Kheifets / museo Ermitage)

Dipinti, sculture, oggetti d’arte, allestiti in un suggestivo dialogo, intendono riproporre, in una mostra di grande attualità, l’immagine dell’Italia amata e sognata da un’Europa che si riconosceva in radici comuni di cui proprio il nostro Paese era stato per secoli il grande laboratorio, un’Italia composita, raffigurata nella sua struggente bellezza dagli artisti che fecero sorgere il mito del “bel paese”. Sono esposte opere dei principali artisti del tempo come Piranesi, Valadier, Volpato, Canaletto, Panini, Lusieri, Hubert Robert, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel, Batoni, le due pittrici Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, Ingres.

“Capriccio with the Pantheon before the Porto di Ripetta” (1761) di Robert Hubert (1733-1808) di The Princely Collections di Vaduz-Vienna (foto Scala Firenze)

Particolare rilievo assumono i luoghi (le città tradizionali come Venezia, Firenze, Roma e Napoli, e i borghi storici) e i paesaggi (dalle Alpi, al Vesuvio, all’Etna). La meta principale del Grand Tour è stata certamente Roma, la città universale ed eterna, prima capitale dell’antichità e poi della cristianità, dove si venivano a studiare i segreti e i canoni del bello, depositato non solo nei marmi antichi ma anche nei capolavori del Rinascimento e del Classicismo seicentesco. Mentre nel Lazio si ripercorrevano i luoghi celebrati dalla letteratura classica che, attraverso Orazio e Virgilio, erano entrati nel mito. La magnificenza del paesaggio del golfo e della zona vesuviana, unita al fascino delle testimonianze dell’antichità, soprattutto dopo la riscoperta delle due città di Pompei e Ercolano, sepolte dalla catastrofica eruzione del Vesuvio del 79 d.C., hanno fatto di Napoli l’altra irrinunciabile meta di questo viaggio di istruzione e formazione, che si estese poi anche, sempre in Campania, alla recuperata area di Paestum dove era possibile emozionarsi di fronte allo spettacolo sublime dei magnifici templi dorici, in un periodo in cui la Grecia, ancora sotto il dominio ottomano, era interdetta ai viaggiatori. Sempre le testimonianze della Magna Grecia spinsero i viaggiatori più ardimentosi, e uno dei primi fu Goethe nel suo famoso viaggio in Italia, verso la più lontana e sconosciuta Sicilia, destinata a incantare con l’asprezza dei suoi paesaggi primitivi e l’imponenza dei templi di Segesta, Selinunte e Agrigento, o del teatro greco di Siracusa.

“Vista di Venezia dall’isola di San Giorgio” (1696) di Vanvitelli, olio si tela, conservato al museo nazionale del Prado a Madrid (foto archivio museo prado)

Altri luoghi privilegiati del Grand Tour furono città piene di eventi come Venezia; Vicenza, dove era possibile ammirare i palazzi di un genio universale come Palladio, imitato in tutto il mondo; Firenze che nelle sue chiese e nelle sue collezioni, in particolare le Gallerie medicee, schiudeva agli occhi ammirati dei viaggiatori le meraviglie dell’antico come del Rinascimento. Più avanti anche Milano, grazie soprattutto alla presenza di Leonardo e del suo leggendario Cenacolo, e i vicini laghi, per lo splendore delle loro rive e delle ville famose sin dall’antichità, diventarono delle mete per i viaggiatori più esigenti.

“Rhyton configurato a testa di cinghiale” (1770 ca) di Giovan Battista Piranesi (atelier di), conservato in una collezione privata (foto studio fotografico Manusardi Srl)

L’Italia divenne per un lungo periodo il maggiore mercato non solo dell’arte antica, ma anche di una produzione contemporanea ispirata alla memoria dell’antico. Sicuramente il più originale protagonista di questo gusto fu il genio di Piranesi che nelle sue incisioni visionarie, nei suoi estrosi arredi aveva proposto ad una raffinata clientela internazionale una visione molto personale dell’immaginario classico. Sulla sua scia si registra una impressionante ripresa delle manifatture artistiche più prestigiose che, dalla bronzistica all’oreficeria al mosaico alla glittica, hanno raggiunto livelli pari a quelli del Rinascimento. I prestigiosi assemblages in metalli e pietre preziosi di Valadier hanno incantato tutto il mondo, mentre le immagini delle più popolari sculture antiche sono state diffuse nelle regge e nelle dimore aristocratiche europee dai bronzetti di Boschi, Zoffoli, Righetti, Hopfgarten o dalle meravigliose statuine in biscuit di Volpato.

“Il Granduca Paolo e il suo seguito nel Foro Romano” (1782) di Abraham-Louis-Rodolphe Ducros, olio su tela conservato al museo-riserva di Pavlosvsk a San Pietroburgo (foto museo pavlovsk)

Dalle richieste dei collezionisti stranieri ha tratto un nuovo slancio anche la pittura, soprattutto un genere prima considerato minore come la veduta e il paesaggio. Anche in questo campo grazie ad artisti della originalità e della grandezza di Canaletto, Panini, Joli, Lusieri e degli stranieri venuti al seguito dei viaggiatori, come Hubert Robert, More, Wilson, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel è stato raggiunto tra Sette e Ottocento un livello prima impensabile, passando dalla razionalità scientifica dei vedutisti all’emozione del paesaggio visto come espressione di uno stato d’animo dei romantici.

“Ritratto di Joahnn Joachim Winckelmann” (1768) di Anton von Maron, olio su tela conservato al museo della fondazione Klassik Stiftung Weimar (foto Klassik Stiftung Weimar)

Ma il genere più richiesto e amato dai collezionisti stranieri, insieme alle vedute dei luoghi visitati, è stato il ritratto. Alla celebrazione del proprio rango si sostituisce l’esaltazione del carattere e della cultura. Da qui la scelta di farsi rappresentare accanto ai monumenti e alle sculture antiche ammirate in Italia. Assoluto maestro in questo campo è stato Batoni, uno dei maggiori ritrattisti di tutti i tempi. I suoi ritratti hanno rappresentato uno status symbol, come quelli del suo rivale Mengs, delle due pittrici in competizione Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, di Von Maron, Tischbein, Sablet, Zoffany, Fabre, Gérard, Ingres.

“Artemide Efesia” marmo della collezione farnese conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli, di età ellenistica (II sec. d.C.), restaurato nel 1786-1888 da Carlo Albacini e Giuseppe Valadier con integrazioni in alabastro e bronzo (foto Luciano e Marco Pedicini)

I viaggiatori erano attratti anche dalla singolarità dei nostri costumi e dalla bellezza di una popolazione, apparentemente felice, che viveva la maggior parte dell’anno all’aria aperta proprio per la mitezza del clima. Un illustratore e pittore straordinariamente popolare come Pinelli e pittori come Sablet, Géricault, Robert, Schnetz, Delaroche hanno saputo rappresentare la vita domestica nei suoi aspetti più avvincenti e commoventi, rivendicando la dignità del popolo. Il maggior giro di affari ha riguardato la scultura, a partire dal commercio dei marmi antichi, il loro restauro e spesso la produzione di copie in cui è stato il maggiore protagonista Cavaceppi. Verso la fine del Settecento, grazie a Canova e ai suoi validissimi seguaci, si è affiancata la produzione di una scultura originale che, pur ispirata all’antichità, ha saputo interpretare la sensibilità moderna, assicurando a questa arte, diventata l’orgoglio dell’Italia, una straordinaria fortuna nel corso del XIX secolo in tutto il mondo.

Parma. Presentata la grande mostra “I FARNESE. Architettura, Arte, Potere” di marzo che completa i quattro anni di lavori di riqualificazione e riallestimento del Complesso monumentale della Pilotta: museo Archeologico, museo Bodoniano, Biblioteca Palatina, Galleria nazionale. E chiude idealmente PARMA 2020 Capitale della Cultura

Veduta della cavea del Teatro Farnese al Palazzo della Pilotta, a Parma (foto di Giovanni Hänninen)

Parma_2200_logoIl Complesso della Pilotta, 40mila metri quadri espositivi nel cuore di Parma, si apre sempre più alla città e al mondo, dando concretezza a quell’opera generale di riqualificazione funzionale degli spazi e di ripensamento critico delle raccolte, con restauri e nuovi allestimenti che, iniziata nel 2017 con la nuova direzione, si concluderà proprio quest’anno, 2022. Con un evento culturale, rinviato ben due volte per la pandemia, destinato a riportare Parma sulle prime pagine internazionali e a chiudere al meglio l’anno di Parma 2020, Capitale della Cultura: parliamo della grande mostra “I FARNESE. Architettura Arte Potere”: a venticinque anni dall’ultima esposizione sul tema, il Complesso Monumentale della Pilotta ospiterà, dal 18 marzo al 31 luglio 2022, l’esposizione dedicata alla committenza della famiglia Farnese, con l’obiettivo d’indagare la straordinaria affermazione della casata nella compagine politica e culturale europea dal Cinque al Settecento, attraverso l’utilizzo delle arti come strumento di legittimazione.

Il Complesso della Pilotta a Parma, 40mila metri quadri, uno degli istituti più importanti d’Europa
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Simone Verde, direttore del Complesso monumentale della Pilotta (foto complessopilotta)

Sotto la direzione di Simone Verde, come si diceva, dal 2017 il Complesso Monumentale della Pilotta, uno degli istituti più importanti d’Europa, è oggetto di una titanica opera di restauro, riconcepimento e riallestimento finanziata con fondi del Ministero della Cultura. Se tra il 2018 e il 2021 sono state aperte circa 10 nuove sezioni tra cui la Sala del Trionfo, dedicata alle arti decorative, l’Ala Farnese, dedicata all’arte a Parma nel ‘500, l’Ala ovest, dedicata alla pittura italiana dalle origini al 1500, la Rocchetta con il suo Ottocento e il Mito di Correggio, un nuovo importantissimo tassello si è aggiunto a dicembre 2021 con l’Ala Nuova del museo Archeologico (sala Ceramiche e sale Egizie), prefigurazione del rifacimento totale delle collezioni di antichità previsto tra circa nove mesi. Un’opera titanica, come detto, che si conclude nel 2022 e che vede nella mostra sulle Collezioni Farnese la sua più alta celebrazione dacché questa mostra, riportando a Parma i capolavori da cui sono nate le collezioni della città nello stesso momento della conclusione dei cantieri in corso, celebrerà la rinascita e la rinascita del l’immenso Palazzo e dei suoi tesori.

La Galleria nazionale al Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto mic)

Numerose sono le tappe a venire sulla strada della conclusione di questo progetto: dopo l’apertura per Natale 2021 dell’Ala Nuova, segue quella del nuovo Museo Bodoniano, il più antico museo europeo della stampa, collocato nel cuore di un’ala tutta nuova della Biblioteca Palatina a firma di Guido Canali e ottenuta tramite la chiusura e la riqualificazione di uno spettacolare portico a tre navate finora estremamente  degradato; quindi l’inaugurazione dell’Ala Ovest e dell’Ala Nord -occupate dalla Galleria- completamente rinnovate, che ospiteranno una sezione tutta nuova sulla pittura Fiamminga le cui opere, circa una cinquantina, sono state in gran parte sottoposte a restauro e verranno messe in relazione all’arte manierista del ducato, nonché le sale dedicate alla pittura italiana ed europea del Sei e del Settecento; a marzo 2022, infine, l’apertura della mostra sulle collezioni dei Farnese che segnerà la fase conclusiva che porterà all’inaugurazione generale della Nuova Pilotta.

L’ingresso del museo Archeologico “protetto” dai due leoni al Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto complessopilotta)

L’Ala Nuova è il frutto di tre cantieri paralleli: la creazione di una nuova sala Ceramiche, la realizzazione di una sezione interamente dedicata alle collezioni egizie del Ducato, raccolte in particolar modo sotto la ducea di Maria Luigia ed il restauro delle facciate di pertinenza disegnate dall’architetto di corte, uno dei più importanti del neoclassicismo europeo, Ennemond Alexandre Petitot sul Cortile della Cavallerizza. Alla riqualificazione degli spazi interni di quest’Ala Nuova, corrisponde il rifacimento e il restauro dei prospetti esterni, in questo caso di una delle facciate neoclassiche più importanti d’Italia nonché del giardino su cui affaccia, ricavato sulle rovine dell’antica cavallerizza ducale. Un vero e proprio suggello alla ricomposizione dell’ala nuova che, se non fosse per la vastità del Palazzo e del Complesso della Pilotta, potrebbe costituire altrove un museo a sé.

La sala delle Ceramiche nell’Ala Nuova del Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto complessopilotta)

Nella sala Ceramiche gli interventi di ripristino e di riqualificazione del possente, elegante soffitto ligneo a cassettoni, di restauro e di riposizionamento del lungo tavolo ligneo su cui era esposto il Trionfo da Tavola, ritrovato in stato d’abbandono in uno dei depositi della Galleria Nazionale, hanno permesso di restituire al pubblico, in un adeguato contesto espositivo, le pregevoli collezioni greche, etrusche, italiche e romane del Museo. Le ceramiche, acquistate nell’Ottocento per il Museo Ducale dal direttore del museo Lopez per dotare il museo di un campionario delle produzioni ceramiche greche e italiche, sono esposte in forma unica al mondo e spettacolare, collocate singolarmente o a piccoli gruppi, in ordine cronologico, entro teche di vetro poggiate sul tavolo, riprendendo la conformazione originaria della sala e ispirandosi liberamente – dal punto di vista estetico e concettuale – alla celebre Sala Etrusca realizzata nel 1855 da Palagio Palagi per il Re Carlo Alberto di Savoia al castello di Racconigi.

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Vetrina con quattro bronzetti nella sala Ceramiche dell’Ala nuova del Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto archeobo-beniculturali)

Nelle quattro vetrine a muro collocate sulla parete nord sono esposti una notevole sequenza di bronzi (un elmo, due brocche, una cista, una Vittoria alata e due piccole sfingi), le collezioni luigine di bronzetti etrusco italici, ex-voto in terracotta e specchi etruschi, un’urna cineraria chiusina in terracotta, in un allestimento che valorizza le caratteristiche tipologiche, i temi trattati nelle raffigurazioni, e le tecniche di decorazione. Al centro della parete sud della Sala rifulge una quinta vetrina che ospita il bassorilievo, fondo di bacile, raffigurante la divinità Oceano. Quattro statue sono collocate fra le cinque finestre che si affacciano sul Lungoparma, mentre sul lato opposto, fra le due porte, sono collocati una testa e cinque busti; statue e busti, così come i leoni di età romana posti all’ingresso del museo, sono recentemente stati oggetto di un intervento di pulitura e di restauro finanziati dal Lions Club Parma Host.

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La sala Egizia dell’Ala nuova del Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto mic)

Proseguendo il percorso, ecco la sala Egizia. Gli importanti reperti della collezione egizia qui riuniti sono accompagnati da un apparato informativo che consente di capirne storia, significato e vicende. Il tutto in un ambiente immersivo che evoca le camere funerarie da cui questi millenari reperti provenivano. Attraversando un corridoio con il soffitto ribassato che allude al percorso nel ventre della terra che caratterizza le necropoli di Luxor, il visitatore si troverà all’interno di due sale dove, in teche appositamente concepite e in nicchie, potrà apprezzare i corredi funerari, i bellissimi sarcofagi e la mummia della collezione parmense. Reperti di cui è programmato a breve un intervento di restauro condotto in loco dagli specialisti, alla presenza dei visitatori. Quanto ai singoli documenti e reperti, la nuova Sezione Egizia si apre con alcuni lavori (testi e tavole) dell’egittologo Ippolito Rosellini, giovane collega di Jean François Champollion durante la spedizione franco toscana in Egitto nel 1828, finanziata da re Carlo X di Francia e dal granduca Leopoldo di Toscana. La spedizione toccò tutti i grandi luoghi dell’Egitto faraonico e produsse un’enorme quantità di documenti, copie di testi geroglifici, disegni e casse di antichità. Rossellini prima e gli eredi di Champollion poi pubblicarono il resoconto di quella spedizione accompagnandolo con grandi tavole a volte acquerellate e i primi fascicoli dell’opera vennero donati alla nascente biblioteca del Museo di Antichità dalla duchessa Maria Luigia e oggi sono esposti accanto al papiro di Amenothes, acquisito dal Museo nel 1830.

Ritratto di Papa Paolo III Farnese di Tiziano Vecellio (1543) conservato al museo e real bosco di Capodimonte a Napoli (foto capodimonte) olio su tela, cm 113,7 x 88.8 Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

E arriviamo alla grande mostra “I FARNESE. Architettura, Arte, Potere” ospitata al Complesso Monumentale della Pilotta dal 18 marzo al 31 luglio 2022, che giovedì 3 febbraio 2022 è stata presentata al teatro Farnese da tutti gli enti che hanno collaborato alla realizzazione di questo ambizioso progetto culturale: università di Parma, Museo e Real bosco di Capodimonte, museo Archeologico nazionale di Napoli, Archivio di Stato di Parma, Ordine degli Architetti PPC di Parma, fondazione Cariparma, fondazione Arturo Toscanini, con il sostegno del Comune di Parma e in partenariato con Electa. La mostra è patrocinata dal ministero della Cultura ed è inserita nei progetti di Parma Capitale della Cultura 2020+21. Il progetto scientifico presenta una doppia novità, quella di trattare i temi del collezionismo rinascimentale con gli strumenti della Global History, e di includere nel mecenatismo della famiglia le grandi fabbriche architettoniche.

“Messa di San Gregorio”, mosaico di piume su tavola, realizzato in Messico nel 1539, e conservato al Musée des Amériques-Auch (foto Musée des Amériques Auch)

L’esposizione coinvolgerà gli ambienti più spettacolari del Complesso Monumentale e s’inserirà nel più ampio progetto di rilancio dell’Istituto, che nel 2022 inaugurerà la totalità dei suoi spazi restaurati e riallestiti. La rassegna presenterà oltre 300 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane ed europee insieme a opere della Collezione Farnese a Parma. Da segnalare alcuni prestiti eccezionali, a conferma delle relazioni e dell’interesse dei Farnese per la cultura e gli oggetti provenienti da terre lontane e sconosciute: due globi Coronelli dalla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia e, per la prima volta in Italia dal Musée des Amériques-Auch, la Messa di San Gregorio eseguita in Messico dagli indios per ringraziare Paolo III della bolla Sublimis Deus, che riconobbe l’umanità dei nativi americani e ne condannò lo sfruttamento.

Progetto assonometrico di Palazzo Farnese a Roma di Jacopo Meleghino (?), conservato nell’Archivio di Stato di Modena (foto Mappario Estense)

Tra i prestiti, un nucleo di circa 200 disegni di architettura – dal Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi, dalle raccolte grafiche statali di Monaco di Baviera, dagli Archivi di Stato di Parma, Piacenza, Napoli, Roma e Modena, dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla Reverenda Fabbrica di San Pietro e dello stesso Complesso Monumentale della Pilotta – presenterà, insieme a modelli, elaborazioni grafiche e filmati, il quadro complessivo dell’architettura farnesiana dal punto di vista storico, urbano e territoriale, mettendo in rilievo la relazione tra questa disciplina e l’affermazione dinastica in termini di prestigio, espansione e visionarietà della committenza.

La Tazza Farnese conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

E quindi: 20 dipinti, capolavori provenienti dal Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, tra cui spiccano opere di Raffaello, Tiziano Vecellio, El Greco e Annibale Carracci, saranno esposti in dialogo con le opere del Complesso a rievocazione della galleria farnesiana, dove erano custoditi i 100 dipinti più significativi della collezione di famiglia. Infine più di 80 oggetti dal Gabinetto delle Cose Rare del Museo e Real bosco di Capodimonte tra cui la Cassetta Farnese, insieme alla Tazza Farnese dal museo Archeologico nazionale di Napoli, alle monete e medaglie del Complesso Monumentale della Pilotta e ai pezzi della Collezione Gonzaga di Guastalla confluiti nella collezione Farnese, permetteranno di ricostruire una camera delle meraviglie rinascimentale.

Veduta del cortile di San Pietro Martire o della Pilotta nel Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto di Giovanni Hänninen)

Il risultato è un corpus di materiali museali ed archivistici che confluisce per la prima volta in una delle mostre più importanti mai realizzata sul tema del collezionismo rinascimentale e di sicuro la più ricca in assoluto sulla Collezione Farnese, in cui si ritrova una riflessione dell’aderenza tra residenze e raccolte artistiche, capace di evocare quel connubio tra opere e architettura che legava i contenuti al loro contenitore. Il percorso espositivo, sviluppato su diversi nuclei tematici, Architettura, Arte, Potere sarà articolato nei diversi spazi del Complesso della Pilotta: i Voltoni del Guazzatoio, il Teatro Farnese, la Galleria Petitot della Biblioteca Palatina e la Galleria Nazionale. Ad accompagnare l’iniziativa una serie di pubblicazioni che approfondiranno la storia globale del collezionismo farnesiano, con contributi dei maggiori studiosi al mondo di questo tema, e le complesse vicende della committenza artistica e architettonica.

Napoli. Dal 12 settembre parte ogni 15’ la nuova linea Anm 3M che collega i tre importanti musei e siti culturali cittadini: Museo e Real Bosco di Capodimonte, museo Archeologico nazionale di Napoli e Catacombe di San Gennaro. Soddisfatti Bellenger, Giulierini e padre Loffredo

Il nuovo bus della linea 3M che a Napoli collega il museo Archeologico nazionale di Napoli, il Museo e Real Bosco di Capodimonte e le Catacombe San Gennaro (foto dal sito http://www.ilriformista.it)

3M come i tre musei che collega: Capodimonte, Mann e Catacombe. È la nuova linea urbana di Napoli che collega, in meno di 15 minuti, tre importanti musei e siti culturali cittadini: il museo Archeologico nazionale di Napoli, il Museo e Real Bosco di Capodimonte e le Catacombe San Gennaro. La linea 3M sarà operativa tutti i giorni, dal 12 settembre 2020, tra le 7 e le 20 circa (ultima partenza dal Museo e Real Bosco di Capodimonte-Porta Miano alle 20.05)  con un minibus di recentissima acquisizione. Il percorso circolare prevede fermate a corso Amedeo di Savoia, via Santa Teresa degli Scalzi, via Pessina, via Conte di Ruvo, via Costantinopoli, piazza Museo e ritorno verso Capodimonte. Il Museo e Real Bosco di Capodimonte avrà due fermate: Porta Miano (capolinea) e Porta Piccola, con un’ulteriore fermata intermedia su via Miano. “L’iniziativa di ANM”, commenta Paolo Giulierini, direttore del Mann, “consolida ancora di più il virtuoso rapporto tra Catacombe, Capodimonte e Mann, nell’ottica della valorizzazione del concetto di profonda interrelazione tra rete culturale e infrastrutture: Napoli sta trovando applicazioni pratiche virtuose in tal senso a prescindere dal fatto che il soggetto gestore sia Stato, ente locale o privato”.​ E Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte che da anni si batte per un’intensificazione del trasporto pubblico locale a beneficio dei visitatori della Reggia e della sua importante collezione, ma anche per i tantissimi fruitori del Real Bosco, ancora più numerosi in questo periodo post Covid: “Finalmente con questo servizio si capirà che la leggendaria lontananza di Capodimonte è solo una mancanza di collegamenti. Capodimonte non è più lontano dal Centro di Napoli che il Louvre del 14°, 16° o 20° arrondissement di Parigi, non è più lontano della National Gallery per i londinesi che vivono a Holland Park, a Notting Hill o Camden town. Semplicemente a Londra e Parigi ci sono gli autobus e la metropolitana. Ringrazio perciò ANM e Comune di Napoli per questo collegamento che unisce i musei, la cultura e quindi rafforza la civiltà della Città”. Pienamente soddisfatto anche padre Loffredo, direttore delle Catacombe di Napoli: “Siamo felici della notizia, il trasporto pubblico urbano è parte dell’esperienza del visitatore che sceglie la nostra città e i luoghi della nostra cultura. È un dovere accogliere al meglio i nostri visitatori e metterli in condizione di raggiungere facilmente la collina di Capodimonte. Questo permette anche una migliore collaborazioni tra le nostre istituzioni culturali”.

Napoli. Ferragosto d’arte e natura al Mann e al Museo e Real Bosco di Capodimonte: il 15 agosto aperti i due grandi musei della città per accogliere turisti e residenti

Il museo Archeologico nazionale di Napoli è ospitato in un palazzo borbonico che è stato sede dell’Università fino al 1777 e dal 1816 sede del Real Museo Borbonico

Al Mann la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” fino al 16 settembre 2019

L’arte non va in vacanza, nemmeno a Ferragosto. A Napoli il 15 agosto 2019 resteranno aperti i due grandi musei della città: il Mann e il Museo e Real Bosco di Capodimonte, entrambi custodi della preziosa collezione Farnese. Un’occasione importante, per turisti e residenti, per trovare refrigerio nei grandi capolavori dell’arte. Si potrà visitare il museo Archeologico nazionale di Napoli dalle 9 alle 19.30 (ultimo ingresso alle 19); resteranno aperti tutta la giornata Atrio e Collezione Farnese, così come saranno sempre accessibili le mostre “MANN on the moon”, “Paideia. Giovani e sport nell’ antichità”, “Corto Maltese. Un viaggio straordinario” (piano seminterrato) e “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” (secondo piano). Fruibili, sino alle 14, Mosaici, Gabinetto Segreto e collezione Magna Grecia, mentre Affreschi, Tempio di Iside e le esposizioni “Blub. L’ arte sa nuotare” e “Sotto mentite spoglie” di Luciano e Marco Pedicini si potranno ammirare in orario pomeridiano (dalle 14 sino alla chiusura). Aperte collezione Egizia ed Epigrafica. Il museo Archeologico nazionale di Napoli si prepara anche alle giornate gratuite previste nell’ambito della campagna ministeriale #IoVadoAlMuseo: prossime date domenica 18 e 25 agosto 2019.

La reggia borbonica di Capodimonte sede del museo che ospita parte della collezione farnese

La locandina con le mostre aperte a Ferragosto 2019 al museo di Capodimonte a Napoli

Al Museo e Real Bosco di Capodimonte – aperto dalle 8.30 fino alle 17 (chiusura biglietteria alle 16) sarà possibile visitare al primo piano la collezione Farnese e la Galleria delle cose rare e la piccola esposizione-focus Canova un restauro in mostra (fino al 30 settembre 2019), mentre al secondo piano (con apertura a partire dalle 9.30) sarà possibile ammirare le mostre Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere (fino al 30 settembre 2019) e Jan Fabre Oro Rosso. Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue (fino al 15 settembre 2019). Il M° Rosario Ruggiero, al pianoforte, allieterà il pubblico con la sua musica nella sala dedicata alla pittura emiliana (sala 12), mentre nelle altre sale del museo gli attori della Compagnia Arcoscenico faranno la felicità dei più piccoli. Le attività sono offerte dall’associazione MusiCapodimonte. Inoltre, sarà possibile godere della frescura all’ombra degli alberi monumentali nel Parco dei Principi (il Canforo, il Taxodium e molti altri), godere del panorama sul Belvedere, fare una passeggiata lungo i viali, portare il proprio amico a quattro zampe nell’area cani o praticare sport lungo il nuovo “percorso vita”: 15 stazioni fitness per tenere allenato il corpo e liberare la mente dallo stress. E sabato 17 agosto 2019, dalle 19.30 alle 22.30, apertura serale straordinaria con ingresso al museo a 1 euro; chiusura biglietteria alle 21.30.

Il gruppo dei Tirannicidi, uno dei capolavori conservati al Mann di Napoli (foto Mann)

“La straordinaria Collezione Farnese, divisa tra il Mann e Capodimonte, aspetta i tanti turisti che amano l’arte a Ferragosto. I due musei sempre più vicini anche in vista delle celebrazioni di Parma 2020 dedicate, tra gli altri, ai Farnese”, dichiara il direttore dell’Archeologico, Paolo Giulierini. “Chi visita il Mann e Capodimonte può comprendere, in due soli musei, la grandezza della civiltà italiana, dai Greci ai Romani, dal Rinascimento al Barocco fino all’arte contemporanea”, afferma il direttore Sylvain Bellenger che consiglia anche una passeggiata all’ombra degli alberi secolari nei pressi della Manifattura delle porcellane.

Il Grande Progetto Pompei protagonista all’Unesco di Parigi come modello da imitare: tavola rotonda della Regione Campania. Il generale Curatoli: “Entro dicembre 2018 la chiusura di tutti i cantieri”. Presentata poi la mostra-evento “Pompei@Madre. Materia Archeologica” dove rari reperti pompeiani dialogheranno con opere d’arte contemporanea

Reperti pompeiani esposti alla mostra al Madre: olla per la bollitura degli alimenti (a sinistra) dalla Casa di Lollius Synhodus,  e situla per attingere l’acqua (a destra) con lapilli dell’eruzione del Vesuvio I sec. d.C. dalla Bottega del Garum (foto Amedeo Benestante)

Il logo del parco archeologico di Pompei

Più che una mostra è un progetto. Si intitola “Pompei@Madre. Materia Archeologica”. È curato da Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, e Andrea Viliani, direttore generale del Madre, il museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli, e si basa su un rigoroso programma di ricerca frutto dell’inedita collaborazione fra gli Scavi di Pompei e il museo Madre. A partire dal confronto fra le rispettive metodologie di ricerca, ambiti disciplinari, collezioni, “Pompei@Madre. Materia Archeologica” studia le possibili, molteplici relazioni fra patrimonio archeologico e ricerca artistica e propone un dialogo fra straordinari ma poco conosciuti e raramente esposti materiali archeologici di provenienza pompeiana e opere d’arte moderna e contemporanea. La mostra-progetto, che sarà inaugurata il prossimo 18 novembre al museo Madre alla presenza del ministro Dario Franceschini e del presidente della Regione Vincenzo De Luca, è stata presentata martedì 14 novembre 2017 a Parigi dove la Regione Campania ha previsto un doppio appuntamento: nella sede dell’Unesco e all’Istituto Italiano di Cultura, con l’ambasciatore Francesco Caruso, consigliere del presidente Vincenzo De Luca sui temi del patrimonio Unesco – di cui Pompei fa parte – e responsabile del progetto di messa a sistema tutti gli otto beni Unesco della Campania. Un doppio evento che ha sancito la politica di collaborazione e le sinergie tra Regione e Governo sui beni culturali, con particolare attenzione a quelle azioni di valorizzazione e di promozione sui grandi attrattori e il coinvolgimento dei relativi territori.

Il Grande Progetto Pompei protagonista all’Unesco di Parigi come modello da imitare

Protagonista all’Unesco è stato il Grande Progetto Pompei come modello per il restauro, la manutenzione e la valorizzazione, al centro del sistema dei siti Unesco della Campania,  che possa rappresentare un vero elemento di sviluppo culturale ed economico dei territori. La Campania ha proposto una interessante e prestigiosa tavola rotonda che ha fatto il punto sullo stato di Pompei, sulle politiche culturali e sulle azioni inter-istituzionali mirate alla salvaguardia e alla promozione del patrimonio culturale. Dal crollo della Schola Armaturarum agli elogi dell’Unesco: un percorso che ha fatto risalire Pompei in vetta non solo ai siti archeologici più visitati al mondo ma anche tra quelli meglio mantenuti e amministrati. Merito della Direzione del Parco e del pool di esperti del GPP, che ha percepito il sito come una vera e propria città,  organizzando le azioni con una visione urbanistica d’intervento, con la parte di restauri vista nell’ambito di una più ampia messa in sicurezza e funzionalità.

Commissari Ue al parco archeologico di Pompei tra il generale Luigi Curatoli e il direttore Massimo Osanna

Il generale Luigi Curatoli, a capo del GPP, è soddisfatto di quanto raggiunto finora: “Abbiamo stimato di chiudere tutti i cantieri  entro il 2018. Se non ci saranno intoppi potremo riconsegnare il sito alla sua gestione ordinaria”. Sul dopo–grande progetto  è intervenuto anche il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna: “Quella del grande progetto è stata anche l’occasione per impostare una metodologia di lavoro e recuperare personale di cui si sentiva la necessità. Credo che sia importante continuare con la stessa modalità virtuosa e dotare Pompei anche della figura di un direttore di seconda fascia che si occupi esclusivamente della parte amministrativa, esperto di gare e di appalti, con modalità manageriali”. La tavola rotonda, moderata da Francesco Caruso (consigliere sui temi Unesco del presidente della Regione Campania) e presieduta da Stefano De Caro (direttore generale Iccrom) ha visto la partecipazione  dell’ambasciatore rappresentanza permanente Unesco Vincenza Lomonaco,  Francesco Bandarin direttore generale Cultura Unesco, Mounir Bouchenaki consigliere speciale dg Unesco, Christina Cameron esperto Unesco, Philippe Chaix urbanista pianificazione territorio, Maurizio Di Stefano presidente emerito Icomos Italia, Pierpaolo Forte presidente fondazione Donnaregina museo Madre di Napoli, Sylvain Giguere esperto pianificazione territorio Ocde, Pietro Laureano presidente Icomos Italia, Francesca Maciocia direttore generale Scabec, Luisa Montevecchi direttore uff. Unesco Mibact, Neil Young esperto Unesco e Icomos Internazionale.

“L’eruzione del Vesuvio” di Pierre Jacques Volaire conservato al museo e real bosco di Capodimonte

Dopo il Grande Progetto Pompei è stata la volta della mostra “Pompei@Madre. Materia Archeologica(catalogo Electa) protagonista all’Istituto Italiano di Cultura. Il percorso della mostra è concepito e strutturato come una passeggiata circolare fra opere, manufatti, documenti e strumenti connessi alla storia delle varie campagne di scavo a Pompei – materiali che documentano la vita quotidiana della città antica e il ruolo che in essa rivestivano le arti e le scienze – messi a confronto con opere e documenti moderni e contemporanei provenienti dalle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, del Museo e Real Bosco di Capodimonte, del Polo Museale della Campania e di importanti istituzioni nazionali e internazionali quali la Biblioteca Nazionale e l’Institut Français di Napoli, la Casa di Goethe e la Biblioteca dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, la Fondation Le Corbusier e l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, oltre che da importanti collezioni private italiane e internazionali. “Ognuna di queste opere e documenti”, spiegano i curatori, “ha continuato a rivendicare, a partire dalla riscoperta del sito pompeiano nel XVIII secolo, il valore e l’ispirazione contemporanei della “materia archeologica” pompeiana, fungendo da catalizzatore fra spazi, tempi e culture differenti, mettendoli a confronto e coniugando fra loro arti visive, letteratura, musica, teatro, cinema ma anche storiografia, cartografia, paletnologia, antropologia, biologia, botanica, zoologia, chimica, fisica, genetica, nonché l’esteso campo delle nuove tecnologie”.

La mostra recupera e rielabora calchi e materiali che non possono essere esposti perché danneggiati dal tempo e dai bombardamenti

Madre, museo di arte contemporanea di Napoli

Con la definizione “materia archeologica”, spiegano al Madre, “è possibile intendere innanzitutto, nel metodo di ricerca proposto da questa mostra, la disciplina in sé dell’archeologia (dal greco ἀρχαιολογία: ἀρχαῖος, “antico”, e λόγος, “studio”), ovvero la ricerca sulle civiltà antiche attraverso lo scavo, la conservazione, la catalogazione, la documentazione e l’analisi di reperti quali architetture, opere d’arte, manufatti d’uso comune, resti organici. Ma la natura frammentaria degli oggetti di studio archeologici e il fatto stesso che l’archeologia debba, per recuperare il passato, agire nel presente, secondo un processo aperto anche all’intuizione e all’interpretazione, suggerisce un’affascinante prossimità fra archeologia e contemporaneità. In questo senso Pompei rappresenta un laboratorio straordinario, una e vera e propria macchina del tempo che, restituendoci la storia di innumerevoli materie immerse nel flusso del tempo storico e naturale, sfuma la differenza fra passato e presente, fra natura e cultura, fra vita e morte, fra distruzione e ricostruzione. A partire dall’eruzione del 79 d.C., che ne decretò un oblio millenario, la riscoperta di questo sito nel 1748 ha trasformato Pompei in un palinsesto della modernità culturale disponibile a sempre ulteriori attraversamenti e narrazioni. Ed è la storia di questa materia al contempo fragile e combattiva che ha permesso a Pompei di continuare ad essere contemporanea, di continuare a proporre la propria “materia archeologica” come una materia ancora oggi contemporanea.
Definendo ipotetici paralleli che attraversano la storia antica, moderna e contemporanea, la mostra racconta quindi la storia di questa “materia” che rivela la reciproca implicazione fra materiali originari e opere d’arte e fra iconografie, tematiche e concetti che tornano ad affiorare nella storia della cultura e dell’arte da oltre due secoli e mezzo”.

“Serata Parade Pulcinella” al Teatro Grande degli Scavi di Pompei: con il Teatro dell’Opera di Roma in scena il balletto “Parade” di Picasso, Cocteau, Massine e Satie, e il balletto “Pulcinella” di Stravinskij, Massine e Picasso

Il grande sipario “Parade” di Pablo Picasso viene riarrotolato al museo di Capodimonte di Napoli

Il teatro grande di Pompei ospiterà i balletti “Parade” e “Pulcinella”

Il sipario sulla grande mostra “Picasso e Napoli: Parade”, al museo e real bosco di Capodimonte a Napoli e all’Antiquarium degli scavi di Pompei, si è chiuso solo da pochi giorni, segnando un grande successo di pubblico (oltre 100mila visitatori per l’evento che ha voluto celebrare il centenario del viaggio di Picasso in Italia; catalogo Electa). Nel 1917 infatti Picasso compie un viaggio in Italia insieme a Jean Cocteau per lavorare con i Balletti Russi a “Parade”, balletto che andrà in scena a Parigi nel maggio 1917, su soggetto dello stesso Cocteau e musica di Erik Satie. Tra marzo e aprile 1917 Picasso è due volte a Napoli e a Pompei. Il sipario Parade, la più grande opera di Picasso (una tela di 17 metri di base per 10 di altezza), è stato dunque riavvolto per fare ritorno al Centre Pompidou di Parigi. Ma “Parade” riappare virtualmente a Pompei con il Teatro dell’Opera di Roma che al Teatro Grande degli Scavi di Pompei mette in scena “Serata Parade Pulcinella”. Da giovedì 27 a sabato 29 luglio 2017 i primi ballerini Rebecca Bianchi, Claudio Cocino, Manuel Paruccini, i solisti e il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma diretti da Eleonora Abbagnato faranno rivivere i personaggi e la magia dei balletti “Parade” e “Pulcinella”.

Il balletto “Parade” dall’archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Il balletto “Parade” nasce a Roma nel 1917 dalla collaborazione – magistralmente orchestrata dall’impresario dei Balletti Russi, Sergej Djagilev – tra Pablo Picasso, Jean Cocteau, Léonide Massine ed Erik Satie, quest’ultimo rimasto però in Francia. Il celebre scrittore Guillaume Apollinaire vede in questa collaborazione un esprit nouveau e nel programma di sala afferma: “Parade sconvolgerà non poco le idee degli spettatori”. “Parade” è pensato fin da subito dai suoi creatori come un balletto nuovo e rivoluzionario, dove per la prima volta danzano costumi-scultura tridimensionali, su una partitura coreografica innovativa fatta di movimenti asciutti e veloci. “Parade” è rappresentato in prima assoluta il 18 maggio 1917 al Théâtre du Châtelet di Parigi, in piena guerra, ma tutta la sua modernità, volta a catturare gli aspetti più sfacciati, volgari e vivaci della natura umana, non viene colta dal pubblico che grida allo scandalo. I personaggi del balletto si esibiscono in danze molto vicine alla spettacolarità popolare, che poco si sposa con l’immagine seria e sublime che gli spettatori del tempo avevano dei ballerini russi. Tuttavia, “Parade” non è un esempio di teatro di varietà, ma una trasformazione artistica di esso. I suoi quattro geni creativi, Picasso, Cocteau, Massine e Satie – abituali frequentatori del circo, del cinema e del music-hall – sono i collaboratori ideali per un progetto pensato con l’obiettivo di portare nel balletto un po’ della vitalità e della schiettezza del teatro popolare. Picasso recupera il tema del circo a lui caro per il famoso sipario del balletto e realizza una scenografia e dei costumi non convenzionali. Satie compone una musica che include sonorità realistiche e quotidiane. Il ruolo di Cocteau è determinante: crea il progetto, ne scrive il soggetto, partecipa a ogni aspetto della sua evoluzione artistica e coinvolge entusiasticamente Picasso e Satie in questa avventura.

Il balletto “Pulcinella” dall’archivio del Teatro dell’Opera di Roma

“Pulcinella”, balletto in un atto ambientato nella città di Napoli, è andato in scena per la prima volta il 15 maggio del 1920 al Teatro dell’Opéra di Parigi e la “provocazione visiva” di Picasso ha subito riscosso il consenso dei presenti. Triplice è la firma: la musica di Igor Stravinskij, la coreografia di Léonide Massine, la scenografia e i costumi di Pablo Picasso. L’idea nasce dalle suggestioni raccolte da Diaghilev, Stravinskij, Massine e Picasso durante i due viaggi nella città di Napoli e la gita a Pompei, nel marzo e nell’aprile del 1917. Fonte d’ispirazione per il balletto sono le atmosfere vissute nei vicoli e nei mercati napoletani, il fascino per la città antica di Pompei e la grande tradizione della Commedia dell’arte italiana. Picasso e Stravinskij, durante il secondo viaggio, restano affascinati dalla forza espressiva di uno spettacolo teatrale di matrice dialettale, notando come si possano superare le barriere della lingua trascinando il pubblico con una dinamica vena popolare. A suggerire il soggetto del balletto è il ritrovamento di un manoscritto nella Biblioteca Nazionale di Napoli, incentrato sulla celeberrima maschera di Pulcinella. I concepteurs cominciano a lavorare intorno alla figura di Pulcinella dandogli una forma del tutto originale. Stravinskij, nel comporre la musica, intraprende una nuova direzione e realizza la prima composizione neoclassica, il cui materiale tematico è tratto da Giovanni Battista Pergolesi ma rielaborato in chiave moderna. Massine, per supplire alla mancanza di espressività nel volto di Pulcinella che indossa una maschera, crea una coreografia non solo ricca di valori pantomimici ma in grado di modellare espressivamente il corpo dei danzatori. A Napoli aveva infatti avuto modo di assistere a numerosi spettacoli di marionette con Pulcinella protagonista, rimanendo particolarmente affascinato dai suoi continui cambiamenti nel gesto. Picasso realizza una scenografia la cui scomposizione in rettangoli, quadrati e trapezi si rifà all’impostazione geometrica del cubismo e le cui tinte fredde esaltano i colori brillanti dei costumi. La coreografia di Léonide Massine è ripresa da suo figlio Lorca Massine, ballerino e coreografo di fama internazionale, che da sempre mantiene viva la tradizione artistica tramandatogli dal padre e intrattiene con il Teatro dell’Opera di Roma, di cui ha diretto il Balletto dal 1981 al 1983, una relazione speciale. Assistenti alla ripresa coreografica sono Anna Krzyskow e Manuel Paruccini. Le scene e i costumi di Pablo Picasso sono ricostruite da Maurizio Varamo le prime e da Anna Biagiotti le seconde per l’allestimento del Teatro dell’Opera di Roma. Le luci sono di Mario De Amicis. Le musiche sono eseguite su base registrata.