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Verona. Cangrande della Scala, Signore di Verona, non fu assassinato, ma morì per una rara malattia genetica: la Glicogenosi tipo II. Lo svela un’indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. La notizia nell’anno dantesco: fu proprio Cangrande a ospitare per primo il Sommo Poeta in esilio

La statua di Cangrande nell’allestimento al museo di Castelvecchio di Verona voluto da Carlo Scarpa (foto musei civici verona)
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Un’immagine di dante e di Cangrande Signore di Verona (foto da http://www.larchetipo.com)

Non è stato assassinato. Cangrande della Scala, Signore di Verona, il 22 luglio 1329, proprio nei giorni della raggiunta conquista di Treviso, morì, appena trentottenne, per una rara malattia genetica, precisamente la Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo, che lo portò alla morte in soli tre giorni. A svelarlo sono state le analisi condotte dal Laboratorio di Genomica funzionale del Dipartimento di Biotecnologie dell’università di Verona, diretto dal professor Massimo Delledonne. Una indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. E la notizia viene data proprio nell’anno dantesco. Fu proprio Cangrande (“il gran lombardo”) a ospitare a Verona il Sommo Poeta in esilio, e per questo Dante ne fu sempre riconoscente (in una lettera, Epistola XIII, gli dedicò l’ultima cantica della Divina Commedia), e così lo ricorda nel Canto XVII del Paradiso: “Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello / sarà la cortesia del gran Lombardo / che ’n su la scala porta il santo uccello; / ch’in te avrà sì benigno riguardo, / che del fare e del chieder, tra voi due, / fia primo quel che tra li altri è più tardo”. I risultati della storica indagine sono stati presentati a Verona, al museo di Storia Naturale, dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore alla Cultura Francesca Briani. Presenti il direttore dei Musei civici Francesca Rossi. Ad illustrare la ricerca, per l’università di Verona Massimo Delledonne, Dipartimento di Biotecnologie e Alessandro Salviati – Dipartimento di Biotecnologie; per l’università di Firenze David Caramelli, Dipartimento di Biologia. Presenti Ettore Napione dell’Ufficio Unesco del Comune di Verona, che ha curato parte dei riscontri storici dello studio, e Leonardo Latella del museo di Storia Naturale.

Presentazione dei risultati del DNA di Cangrande: da sinistra, l’assessore Francesca Briani, il sindaco Gabriele Sboarina, la direttrice dei musei Francesca Rossi (foto comune di verona)

“Una giornata storica per la città di Verona”, sottolinea il sindaco Sboarina. “Attraverso uno studio genetico mai eseguito prima su campioni di mummia risalenti a 700 anni fa è stato possibile svelare molti aspetti della vita e della morte di una delle figure storiche più importanti della nostra città. La morte di Cangrande oggi non è più un mistero. Contrariamente a quanto sospettato per secoli, il Signore di Verona non fu assassinato, ma morì per cause naturali o, più correttamente, per una malattia genetica. Un risultato straordinario, frutto di un lavoro di squadra importante, che ha visto collaborare in stretta sinergia il Comune di Verona, con la direzione dei Musei civici, e le università di Verona e Firenze. Il primo risultato concreto dopo la firma, a gennaio 2020, del protocollo tra Comune e università, per una collaborazione stretta e operativa volta a sviluppare innovazione, sostenibilità ed efficienza in più settori e per valorizzare il patrimonio storico-culturale della città. Infatti è stato possibile chiarire, con prove scientifiche documentate, nell’anno del 700 anniversario dalla morte di Dante, aspetti ancora segreti della vita del grande Signore della Scala, amico del Sommo Poeta”.  “Si mette così la parola fine”, afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani, “a uno dei misteri che ancora circondano la Signoria Scaligera, la famiglia che accolse l’esiliato Dante in città e che il poeta ricorda nella Divina Commedia. Un processo scientifico emozionante che, per la prima volta, ha portato all’osservazione approfondita del DNA di Cangrande. Un secondo step di studio che, dopo l’acquisizione dei campioni realizzata nel 2004, completa il percorso di analisi sulla mummia del principe scaligero, dandoci la possibilità identificare nuove ed interessanti informazioni storiche sulla sua vita e, in particolare, sulla morte. Questo progetto scientifico rappresenta uno dei principali appuntamenti calendarizzati nel corso di quest’anno in occasione delle celebrazioni dantesche”. “La scelta di affidare i resti di Cangrande della Scala al museo di Storia Naturale”, sottolinea la direttrice dei Musei civici di Verona, Francesca Rossi, “venne dettata dal fatto che la conservazione dei materiali biologici richiede particolari accortezze, già previste per le collezioni del Museo, in particolari quelle zoologiche. Attraverso questo straordinario progetto è stato finalmente possibile completare il percorso di analisi sui reperti custoditi dal 2004 e giungere a risultati scientifici certi, che svelano le cause della morte di Cangrande della Scala”.

Lo staff scientifico coinvolto nelle ricerche sul DNA di Cangrande insieme agli amministratori di Verona (foto comune di verona)

Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Questo sforzo congiunto fra gli esperti del museo di Storia Naturale e università di Verona e di Firenze ha permesso di dimostrare come sia possibile analizzare con altissima precisione i geni di un DNA così antico, sfruttando procedure diagnostiche all’avanguardia, per giungere a una diagnosi clinica certa, anche quando le fonti storiche sono scarse. Utilizzando le nuove tecnologie di sequenziamento diagnostico applicate nei più avanzati centri di ricerca a persone malate per migliorare la diagnosi, la prognosi e la cura delle malattie a base genetica, è stato possibile non solo ricostruire l’informazione custodita nel DNA di Cangrande della Scala, ma anche riconoscere le condizioni patologiche che hanno determinato la sua morte.

Verona, Luigi Cavadini, La salma di Cangrande nel sepolcro, 1921, stampa moderna da lastra negativa su vetro alla gelatina al bromuro d’argento (foto museo di Castelvecchio)

Il progetto DNA Cangrande. Il progetto DNA Cangrande affonda le sue radici nella ricerca avviata nel 2004 dall’allora direzione dei civici Musei, in collaborazione con le Soprintendenze territoriali competenti, l’università di Verona, l’università di Pisa, l’Azienda Ospedaliera di Verona. La direzione Musei promosse e coordinò l’apertura dell’arca funebre di Cangrande della Scala. La ricognizione portò ad identificare il corpo mummificato dello scaligero, più o meno nelle condizioni in cui era già stato rinvenuto all’interno della cassa nell’apertura del 1921 (per i seicento anni della morte di Dante Alighieri). Le ricerche scientifiche avviate nel 2004 furono parte integrante della mostra “Cangrande della Scala. La morte e il corredo di un principe nel medioevo europeo”, allestita al museo di Castelvecchio (per cura di Paola Marini, Ettore Napione, Gianmaria Varanini) e diedero vita nel 2006 alla pubblicazione scientifica “Il corpo del principe: ricerche su Cangrande della Scala” (curato da Ettore Napione).

La mummia di Cangrande nella ricognizione del 2004 (foto Umberto Tomba)

Nel 2004 fu effettuata dal prof. Gino Fornaciari dell’università di Pisa un’autopsia sulla salma dello scaligero, estraendo per scopo di studio dei campioni biologici (fegato, tessuti, parti ossee), che furono poi depositati al Museo di Storia Naturale. Questi studi fornirono nuove prospettive rispetto agli interrogativi sino ad allora irrisolti riguardanti lo stato di salute, le fattezze e le circostanze della morte del signore scaligero. Diedero, inoltre, impulso per approfondimenti e revisioni che furono la premessa indispensabile di significative conoscenze in campo storico, artistico e scientifico. Nel 2004 non fu possibile avviare la ricerca sul DNA (aveva costi esorbitanti), ma oggi i progressi tecnici consentono di recuperare informazioni dai campioni biologici estratti nel 2004, ottenendo molecole sufficientemente integre per affrontare l’analisi dell’intero genoma, riducendo al minimo gli artefatti e i danni dovuti a contaminazioni e allo scorrere del tempo.

La tomba di Cangrande alle Arche scaligere di Verona (foto comune di verona)

Cangrande è stato signore di Verona tra il 1308 e il 1329. La sua fama è dovuta anche all’elogio che gli tributa Dante Alighieri nel XVII canto del Paradiso. Le fonti che ne descrivono l’aspetto fisico, il carattere e la propensione al comando sono quasi tutte di carattere encomiastico, a partire da quel De Scaligerorum origine dello scrittore Ferreto de’ Ferreti che, secondo un topos letterario ricorrente, immagina che già nell’amplesso del concepimento fosse avvertito come creatura straordinaria, latore attraverso i sogni alla madre della sua grande personalità, quale Cane che con i latrati avrebbe atterrito il mondo: At tua, post dulces Veneris sopita labores, / Mater, in amplexu cari difusa mariti, / Membra fovebat ovans, blandaque in imagine somni / Visa sibi est peperise canem, qui fortibus armis / Terrebatque suis totum latratibus orbem. La distruzione degli archivi della Signoria ha costretto gli storici a leggere in filigrana molte fonti di questo tipo (o all’opposto altre di carattere denigratorio), tutte viziate da scopi di propaganda, con riferimenti, per esempio, alla personalità forte e all’altezza fuori della media. La ricostruzione del genoma di Cangrande può consentire di disporre di elementi oggettivi circa la persona fisica e le predisposizioni del condottiero, così da sviluppare con il gruppo di lavoro del progetto una comparazione inedita tra fonti diverse, fornendo anche informazioni curiose sul carattere e sui gusti dello scaligero.

Il calco del monumento funebre di Cangrande (foto saccomani)

L’obiettivo finale è duplice: a) fornire nuove chiavi di lettura o integrare quelle esistenti sulla figura di Cangrande, comparando tutti i dati a disposizione; b) costituire attraverso questa esperienza un modello operativo di approccio alla Storia in presenza di analisi del DNA, con gruppo di lavoro misto tra genetisti e storici, che possa essere un riferimento di metodo per altre ricerche future. La scoperta della rara anomalia genetica, chiamata glicogenosi, tipo II, ha necessitato di un controllo speciale delle fonti per verificare le tracce delle sue possibili conseguenze nella vita di Cangrande (affaticamento, dolori muscolari e delle ossa). Il setaccio operato da Ettore Napione, anche su testi letterari meno frequentati (quali il De gestis Italicorum post Henricum VII Cesarem di Albertino Mussato), ha messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco in luogo della spada (che comportava un impegno muscolare meno vigoroso e più controllabile).

Arca di Cangrande: particolare della statua giacente del Signore di Verona (foto Roberto Mizzon e Valentino Cordioli)

Conferme storiche. In ambito storico sono riportati alcuni dei momenti più critici della salute di Cangrande. Prima crisi, il 17 settembre 1314, all’età di 23 anni, dopo una cavalcata veloce il Signore di Verona è costretto a lasciare il cavallo e viene trasferito su un carro. Seconda crisi, il 25 agosto 1320, a 29 anni, ferito ad una coscia fu trasportato all’accampamento, dove si riprese e ritornò in battaglia. In realtà, dalle autopsie effettuate sul corpo non sono state riscontrate cicatrici sulla coscia, ciò fa supporre si trattasse di altri sintomi, sempre riconducibili alla malattia. Terza crisi, il 4 luglio 1325, all’età di 34 anni, in una cavalcata da Verona verso Vicenza Cangrande fu colto da improvviso malore e fu riportato a Verona, dove peggiorò, rimanendo tra la vita e la morte per dieci giorni e poi malato per mesi. Quarta crisi, il 18 luglio 1329 si ammala e dopo tre giorni muore. Era il 22 luglio 1329, Cangrande aveva 38 anni.

Particolare della mummia di Cangrande nella ricognizione del 2004 (foto Umberto Tomba)

Analisi del DNA di Cangrande della Scala. Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia molecolare e Paleogenetica dell’università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Una prima estrazione, eseguita su frammenti di fegato, ha rivelato un’altissima concentrazione di DNA derivante da microrganismi contaminanti di origine più moderna. La presenza così esigua di DNA umano che ne rimaneva (meno dell’1%) non ha reso possibile proseguire con il sequenziamento clinico. È stata quindi effettuata una seconda estrazione da un piccolo frammento di falange. Anche in questo caso la quantità di DNA estratto è stata ricca di DNA contaminante ma la percentuale di DNA umano si è rivelata decisamente più alta: 23%. Il Laboratorio di Genomica funzionale dell’università di Verona guidato dal prof. Massimo Delledonne ha dunque deciso di applicare una tecnica di laboratorio attualmente utilizzata per la diagnosi clinica di pazienti affetti da malattie genetiche che ha permesso di catturare in modo specifico i circa 35 milioni di basi del DNA che contengono i geni umani, eliminando così il DNA contaminante. Cangrande è stato quindi sequenziato come se si trattasse di un paziente dei nostri giorni, e l’analisi bioinformatica degli 83 milioni di sequenze prodotte ha portato alla ricostruzione del 93.4% dei suoi geni, un valore davvero molto elevato.

Immagini tratte dal video sulla ricostruzione del volto di Cangrande effettuata dal professor Peter Vanezis (Department of Forensic Medical Science,The Forensic Science Service, London, Department of Forensic Medicine and Science, University of Glasgow – Museo di Castelvecchio, 2004)

La malattia. Le analisi bioinformatiche effettuate hanno portato all’identificazione di circa 25mila “varianti genetiche” (un numero atteso, nella norma) che sono state classificate utilizzando associate alle informazioni disponibili nelle apposite banche dati fra cui quella del National Institute of Health americano, per effettuare una vera e propria analisi diagnostica del condottiero scaligero alla ricerca di dettagli che potessero ricostruirne la “cartella clinica”. Questa classificazione ha permesso di identificare 249 varianti associate a malattie che sono state analizzate manualmente dal dott. Alessandro Salviati, genetista medico del Laboratorio di Genomica Funzionale, che ha riconosciuto due mutazioni diverse nel gene dell’enzima lisosomiale α-glucosidasi acida, un enzima deputato alla degradazione del glicogeno per la produzione di energia. La malattia che deriva dalla disfunzione di questo enzima è una glicogenosi, in questo caso la Glicogenosi tipo II (malattia di Pompe, deficienza di α-glucosidasi acida, deficienza di maltasi acida).

La statua equestre originale di Cangrande spostata dall’Arca al museo di Castelvecchio (foto Umberto Tomba)

Nei casi ad esordio tardivo, come quello riconducibile a Cangrande, la malattia si evidenzia in una scarsa resistenza alla fatica fisica, difficoltà respiratoria, debolezza muscolare e crampi, fratture ossee spontanee e cardiopatia. La morte dei pazienti adulti è spesso quasi improvvisa, come accaduto a Cangrande, deceduto dopo solo tre giorni di malattia. Alcune opere storiche hanno messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco rispetto alla spada. Il quadro clinico della morte di Cangrande è pertanto compatibile con la malattia di Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo. Il medico di Cangrande, nel tentativo di contrastare questa debolezza, somministrò dosi eccessive di digitale (una sostanza utilizzata come cardio tonico) e questo fece pensare ad un avvelenamento, tanto che il medico venne impiccato di lì a poco. Oggi sappiamo che quella somministrazione era ben lungi dall’intento di avvelenare il Principe.

Verona. Dal 4 maggio riapre l’anfiteatro Arena. Nuova ripartenza per i musei civici. Il sindaco: “Arena a un euro per permettere a tutti di godersi i gradoni restaurati e tornati bianchi”

Le gradinate dell’Arena di Verona: si vede a occhio nudo il settore già ripulito e restaurato (foto comune-vr)

A più di cinquanta giorni dall’ultima chiusura, per rispettare le norme sanitarie, riapre martedì 4 maggio 2021 l’anfiteatro Arena di Verona, dalle 9 alle 19, al prezzo speciale di 1 euro. Sempre dal 4 maggio tutti i siti museali saranno accessibili, agli stessi orari, dal martedì alla domenica. “Tante mostre e tante donazioni che i veronesi non hanno ancora visto, ma le vera novità di questa riapertura sta nel restauro dell’Arena”, afferma il sindaco Gabriele Sboarina. “Il regalo che facciamo ai cittadini è di mantenere il biglietto a un euro per dare la possibilità a tutti di andare a vedere la metà dei gradoni tornati bianchi. Il restauro straordinario sta già mostrando i suoi effetti e invito tutti i veronesi a godersi questo bel colpo d’occhio. Riaprire finalmente, dopo un mese e mezzo di blocco, tutti gli spazi museali cittadini è comunque un segnale importante di ripartenza. Come sempre siamo attenti alla sicurezza con protocolli stringenti. Spiace però constatare che si tratta di una rigidità imposta solo ad alcuni, con vincoli che rendono in molti casi impraticabile la ripresa degli spettacoli. Ricordo che è ancora in vigore il coprifuoco alle 22, che impedisce lo svolgimento di qualsiasi evento serale, e la limitazioni a mille accessi a spettacolo in Arena. Le soluzioni servivano subito, oggi è tardi per qualsiasi ulteriore ragionamento. La stagione delle riaperture e ripartenze è ora, la programmazione realizzata negli scorsi mesi da parte del Comune deve poter essere concretizzata nella sua totalità, altrimenti ci ritroveremo con tante idee e risorse investite e pochi risultati concreti”.

Il teatro romano di Verona sovrastato dall’ex convento di San Girolamo, sede del museo Archeologico

Tante, infatti, le novità per i visitatori, grazie all’intenso lavoro portato avanti, anche nelle settimane di chiusura forzata, a livello di manutenzioni, riorganizzazione degli allestimenti e nuove esposizioni. Coinvolti tutti i musei tranne il Maffeiano dove ci sono ancora lavori, tutti gli altri sono accessibili dal martedì alla domenica. Apertura dalle 12 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30), per i musei di Castelvecchio, Archeologico al Teatro Romano, Storia Naturale, Galleria d’Arte Moderna – GAM, Affreschi alla Tomba di Giulietta. Per la Casa di Giulietta, invece, orario di visita dalle 9 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30). Le prenotazioni sono possibili esclusivamente online. Come previsto dal Dpcm per le giornate di sabato, domenica e festivi, la prenotazione online deve essere effettuata almeno il giorno prima rispetto a quello della visita. Negli altri giorni si potrà accedere ai musei con una prenotazione effettuata anche al momento stesso della visita. I biglietti d’ingresso sono acquistabili esclusivamente on line al link museiverona.com. In ogni struttura è assicurato il rispetto delle misure anticontagio, grazie all’adozione dei rigidi protocolli sanitari già rodati nei mesi scorsi.

Verona. L’Arena riapre al pubblico il 15 marzo: intanto c’è il tour virtuale dell’anfiteatro. Musei civici gratuiti fino al 26 marzo. Ecco tutte le offerte culturali

L’home page del tour virtuale dell’Arena di Verona

Verona: dal mese di marzo, in tutti i musei civici, accesso gratuito e nuovi orari di apertura. E, dal 15 marzo, al termine di un ampio intervento di restauro, riapertura al pubblico dell’Anfiteatro Arena. Sono queste le principali novità dell’ampio programma di iniziative del Comune di Verona che puntano ad accrescere, ad un mese dalla riapertura ufficiale dei musei, dopo tre mesi di chiusura forzata causa Covid, l’offerta culturale e le opportunità di visita in favore di cittadini e turisti. Intanto, Grazie a un progetto nato durante il lockdown 2020 è stato realizzato il tour virtuale a 360 gradi dell’anfiteatro Arena (Tourverona.com – Arena di Verona). Il video è disponibile sul sito tourverona.com, ed è stato prodotto dal Museo della Radio di Verona in collaborazione con lo studio creativo Antracite e il Comune di Verona. Oltre all’Arena, è possibile visitare virtualmente anche altri spazi della città tra cui, a breve, anche il Museo di Castelvecchio.

Dal 4 al 26 marzo 2021 sarà dunque possibile accedere gratuitamente a tutti i musei civici e, con l’occasione, ammirare le numerose proposte espositive in essi realizzate. Inoltre, nella direzione di garantire maggiori opportunità ai visitatori, i musei civici, a partire da oggi, 1° marzo 2021, ampliano il loro orario di apertura, con la possibilità di ingresso fino alle 19. Nello specifico, da lunedì a venerdì, dalle 12 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30), possibilità di visita alla Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti” (Gam), al museo di Castelvecchio, al museo di Storia Naturale e al museo degli Affreschi G. B. Cavalcaselle alla Tomba di Giulietta. Quest’ultimo, di nuovo accessibile, al termine dei lavori di sistemazione. La Casa di Giulietta, invece, per consentirne la massima fruibilità possibile, può essere visitata dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30). Per lavori, restano temporaneamente inaccessibili al pubblico il museo Archeologico al Teatro Romano e il museo Maffeiano. Tutte le regole per una visita in sicurezza dei musei al link https://museodicastelvecchio.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=69827. Fino al 26 marzo 2021 non è più obbligatoria la prenotazione. Come previsto dall’attuale Dpcm, i musei resteranno chiusi durante il weekend, da sabato a domenica. Se poi dal 27 marzo, come per ora solo ipotizzato, i musei saranno aperti anche nel weekend, tornerà obbligatoria la prenotazione obbligatoria on line. E il Comune ha già annunciato che saranno previsti costi di ingresso promozionali.

Le novità sono state illustrate questa mattina dall’assessore alla Cultura Francesca Briani e dalla direttrice dei Musei civici Veronesi Francesca Rossi. “Non ci siamo mai fermati”, ha ricordato l’assessore, “convinti che la cultura dovesse, anche nelle limitazioni imposta a causa del Covid, continuare a vivere e ad essere proposta al pubblico. Ad un mese dalla riapertura, quindi, l’opera di ampliamento dell’offerta espositiva continua. Da oggi, 1° marzo, tutti i musei civici potranno essere visitati fino alle 19. Un’opportunità in più per farvi visita anche a fine lavoro, in attesa di poter riaprire anche nel fine settimana. Inoltre, dal 4 al 26 marzo, l’accesso ai musei sarà completamente gratuito per tutti. Alleggerite anche le operazioni d’ingresso, che non necessitano più della prenotazione. Infine, dal 15 marzo anche l’Anfiteatro Arena, fra i monumenti più visitati della nostra città, sarà di nuovo accessibile al pubblico. In fase di ultimazione, infatti, l’ampio intervento di sistemazione”. “La gratuità degli accessi è una preziosa opportunità per accrescere l’interesse di cittadini e turisti sulle tante proposte offerte dai Musei Civici di Verona”, ha aggiunto la direttrice Rossi. “Durante il lungo periodo di chiusura, infatti, nei nostri musei è stato portato avanti un costante lavoro di ampliamento dei progetti espositivi. Inoltre, si è proceduto ad attuare lavori di sistemazione, come la modifica dell’illuminazione nelle sale adibite alla mostra, per migliorare la funzionalità degli spazi dei musei. Tante attività e servizi che puntano a favorire la visita, agevolando il più possibile l’utenza”.

Il museo di Castelvecchio a Verona (foto Comune di Verona)

Esposizioni in programma. Castelvecchio. Dall’8 marzo al 3 ottobre 2021, per i 700 anni dalla morte di Dante, allestimento nella sala Boggian della mostra Dante negli archivi. L’Inferno di Mazur a cura di Francesca Rossi, Daniela Brunelli, Donatella Boni. Al secondo piano della Reggia di Castelvecchio, il Polittico detto di San Luca, capolavoro rinascimentale di intagliatore veronese acquisito nell’estate del 2020 dal ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, ed assegnato ai Musei Civici veronesi per la sua esposizione. E, ancora, il dipinto Cristo benedicente coronato di spine, opera su tavola, databile tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI secolo, donata ai musei veronesi dai fratelli Paolo, Margherita ed Eleonora Mezzelani. Visibile inoltre, il nuovo allestimento della Galleria Dipinti dedicata alla pittura veneta, con opere di Paolo Veronese, Jacopo Tintoretto e Giulio Licinio. Per consentire i lavori di ripristino dei tetti del palazzo, una sezione del Museo è chiusa al pubblico. Il costo del biglietto è pertanto ridotto.

La Scala della Ragione dei Palazzi Scaligeri sede della Galleria di Arte moderna (foto Comune di Verona)

GAM. In una sala inedita, mai aperta al pubblico a Palazzo della Ragione, è visibile fino al 30 settembre 2021, l’esposizione Contemporaneo Non-Stop. Il respiro della natura, in cui vengono presentate al pubblico le opere della collezione contemporanea della GAM. Fino al 31 dicembre 2021 resta visibile la mostra La mano che crea. La galleria pubblica di Ugo Zannoni (1836-1919) scultore, collezionista e mecenate.

La statua di Giulietta davanti alla Casa di Giulietta (foto Comune di Verona)

Casa di Giulietta. Grazie alla generosità dell’imprenditore veronese Giuseppe Manni, già presidente degli Amici dei Musei Civici, l’opera di Pietro Roi Giulietta è entrata a far parte delle collezioni Civiche e, con la riapertura dei musei, potrà essere finalmente ammirata dal pubblico nella sua esposizione permanente alla Casa di Giulietta.

Il giardino del museo di Storia naturale di Verona (foto Comune di Verona)

Museo di Storia Naturale. Con l’iniziativa Laboratorio e deposito visibile delle collezioni sono stati ricreati all’interno del museo un deposito e un laboratorio naturalistico dell’inizio del Novecento. Al suo interno arredi d’epoca e vetrine per la conservazione e l’esposizione delle collezioni studiate, in questo caso dei reperti ornitologici. Un’opportunità per il pubblico di scoprire le tecniche utilizzate in quel periodo e, in particolare, la figura di Vittorio Dal Nero, abile e rinomato tassidermista ed ornitologo, che fu il primo direttore del museo di storia naturale indipendente.

Dall’oppio usato già nel Neolitico alle ricette di Paracelso alla moderna cosmesi: al museo Atestino di Este apre la mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità

La locandina della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” al museo Atestino di Este dal 19 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020

Veleni, pozioni, medicamenti – indagati lungo il loro più volte millenario stratificarsi – sono i protagonisti della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, proposta dal Polo museale del Veneto, dall’università di Ferrara e dalla Città di Este, al museo nazionale Atestino di Este (Pd) dal 19 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020. La mostra, curata da Federica Gonzato, direttore del museo nazionale Atestino, e da Chiara Beatrice Vicentini, docente di Storia della farmacia e del farmaco all’università di Ferrara, nasce con l’intento di proporre al pubblico un percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità, alla scoperta del mondo delle pozioni, che dall’antichità ad oggi hanno accompagnato l’uomo nel suo percorso: rimedi che possono guarire o, talvolta nelle mani sbagliate, portare ad un esito letale.

Il museo nazionale Atestino di Este

Il percorso espositivo, allestito nel suggestivo spazio di Sala Colonne di Palazzo Mocenigo, sede prestigiosa dell’Atestino, racconta la storia di veleni e medicamenti dall’antichità ad oggi, attraverso prospettive diverse: dalle testimonianze archeologiche, all’analisi delle fonti storiche e delle testimonianze iconografiche lungo i secoli e nelle varie arti fino alla moderna ricerca medica. “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” con il Patrocinio della Regione Veneto, si avvale della collaborazione di: Fondazione Cariparo, Accademia dei Concordi, Accademia italiana di Storia della Farmacia, biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, Centro studi etnografici “Vittorino Vicentini”, collezione Cerato, Comune di Este, Fondazione CariVerona, galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro – Venezia, dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie – master in Scienza e Tecnologia cosmetiche università di Ferrara, museo Archeologico di Venezia, museo Archeologico nazionale di Adria, museo nazionale della Collezione Salce Treviso, museo Orientale di Venezia, musei civici di Verona – museo di Storia naturale e Castelvecchio, musei civici di Trieste – museo della Antichità Winckelman, sistema bibliotecario di Ateneo dell’università di Ferrara, sistema museale di Ateneo dell’università di Ferrara, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo Vicenza, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Venezia e le Province di Belluno Padova e Treviso.

Federica Gonzato

Chiara Beatrice Vicentini

Una archeologa dunque e una esperta di storia della Farmacia insieme per andare alla radice di leggende, storie, tradizioni. Per dare un preciso senso a ciò che sembra favola, riconducendo alla scienza ciò che si ritiene puro frutto della fantasia popolare. Per scoprire che se veramente la Principessa avesse baciato il rospo, il bufonide le sarebbe effettivamente apparso come un aitante, giovane cavaliere. I visitatori che ad Este raggiungeranno il museo nazionale Atestino, scopriranno così che già nel Paleolitico, migliaia di anni fa, gli uomini sapevano cercare sostanze utili alla migliore sopravvivenza. Vengono sperimentate e tramandate sostanze che fanno bene e altre che fanno male. Dobbiamo giungere a Paracelso, quindi al primo ‘500, per definire il concetto del dosaggio, elemento che può fare di un farmaco un veleno o viceversa. E non è un caso se ancora oggi il simbolo dei farmacisti sia il caduceo, bastone alato con due serpenti che rappresentano l’uno la dose terapeutica, il secondo quella tossica, il veleno.

Brocchette porta oppio (bil bil) da Cipro, Tardo bronzo, XV-XI sec. a.C.

“Medea ringiovanisce Esone”, olio su tela di Pietro Bellotti consevato alla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo

“Nostro obiettivo”, sottolinea Federica Gonzato, “è proporre al pubblico prospettive ed approcci diversi all’affascinante mondo dei veleni e della storia della farmacopea, in riferimento alle varie epoche storiche, dall’antichità, lungo il medioevo e il rinascimento fino all’età odierna, ricostruendo il percorso di questo fondamentale aspetto della vita sociale attraverso le fonti scritte, la arti visive, fonti classiche e letteratura moderna, proponendo in mostra oggetti e riferimenti demo-etnoantropologici che si legano strettamente alla storia del nostro quotidiano”. E ancora: “Abbiamo ritenuto di evidenziare, fra le molteplici sfaccettature del tema, come nel corso dei secoli siano mutate le nostre conoscenze delle sostanze tossiche e di quelle sanificanti: ciò che un tempo era considerato un farmaco si è poi rivelato un veleno per l’uomo e viceversa. È una mostra molto coinvolgente perché va a toccare, da una parte, la sfera emotiva del nostro quotidiano, trattando temi legati alla salute e alla ricerca del benessere fisico, dall’altra, indaga aspetti più intriganti legati al mistero e alla magia”. All’archeologa fa eco l’esperta in farmacia Chiara Beatrice Vicentini: “Questa mostra nasce da una sinergia tra valenze culturali interregionali che si affacciano a un fiume, il Po, che divide e al tempo stesso unisce. Dosis sola facit ut venenum non fit, tema conduttore della mostra, è la celebre frase di Paracelso che si addottorò nella prima metà del ‘500 presso lo Studio ferrarese. Contro la medicina antica, fu tra i tre “ribelli di Ferrara” insieme a Copernico contro la cosmologia aristotelica e Ariosto contro l’uso letterario del latino. Dal mondo naturale emerge un limite sottile tra veleno e medicamento: il veleno che uccide, che salva. E il veleno per la bellezza, esaltato in Ferrara per la presenza dal 1980 di una Scuola di Cosmesi, ora Master in Scienza e Tecnologia Cosmetiche, un’eccellenza a livello Europeo con un gruppo che conduce ricerche all’avanguardia”.

Testa di Medusa, produzione di epoca romana, conservata al museo nazionale Atestino di Este (Pd)

“Giulietta nel prendere il sonnifero”, olio su tela di Domenico Scattola, della Fondazione Cariverona di Verona

Scatola in lacca per il betel, della Dinastia cinese Qing (1644-1912), conservata al museo di Arte Orientale di Venezia

La mostra è una miniera di scoperte e curiosità. Si scopre ad esempio che il vasto uso di ocra nel Paleolitico dipendeva anche dalle proprietà antisettiche di quel materiale. Veniamo a conoscere come già dal Paleolitico ci si curasse il mal di denti con la propoli. Risalgono al Neolitico le prime evidenze dell’uso dell’oppio nell’Europa continentale. Nell’ambito dei prodotti salutistici l’interesse scientifico, alla ricerca di nuovi rimedi sia in campo farmacologico che cosmetico, si è lentamente spostato dal regno vegetale verso quello animale con una crescente attenzione verso veleni e tossine, in particolar modo di insetti, rettili e anfibi. Lo studio di veleni di fonte animale, vegetale e minerale può parallelamente spiegare scientificamente la nascita di miti e leggende. Dai metallurghi dell’antichità, sottoposti ai fumi velenosi emessi dalla fusione e forse per questo deformi o ipovedenti, al mito di Medusa, alle streghe di età medievale-moderna, che si alimentavano di farine di graminacee infestate da Segale cornuta, Claviceps purpurea, un fungo ricco di alcaloidi con effetti allucinogeni (l’acido lisergico è precursore dell’LSD). Intossicazioni scambiate con possessioni demoniache.

La Physalia, il cui veleno è a volte fatale per l’uomo

Confezione di Tubocurarina. Il farmaco moderno, formulato dal curaro, coadiuvante nell’anestesia

Grandi storie di cure, ma anche di delitti: fu la digitale, che ha dato vita in tempi moderni a farmaci del cuore, ad essere fatale nel 1329 a Cangrande della Scala (delitto volontario o errore nell’assunzione di una sostanza tossica?). Nelle vetrine, accanto a rarissimi reperti archeologici, trovano spazio confezioni storiche di veleni e farmaci; importanti dipinti con immagini di magie si affiancano ad affiches storiche che pubblicizzano portentosi unguenti e medicamenti. Altresì rare edizioni e manoscritti che trattano di una varietà di argomenti strettamente connessi: dalla magia, vista da diversi profili, alla dottrina esoterica, ermetica e alchemica occidentale, alle streghe “lamiae” temute artefici di pozioni magiche e, al contempo, vittime della superstizione e delle persecuzioni dell’inquisizione che si avvaleva di compendi e manuali repressivi anch’essi esposti in mostra.

A Verona, a margine della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” a museo di Storia Naturale, Carlo Franchini illustra le sue suggestive immagini nell’incontro “Etiopia, terra straordinaria”

Donna di etnia Hamer a Turmi nella valle dell’Omo in Etiopia (foto Carlo Franchini)

L’Etiopia abbiamo avuto modo di conoscerla in questi mesi in tutta la sua ricchezza – di paesaggi, di genti, di storia, di cultura, di tradizioni, di animali, di religioni – grazie alla mostra “Etiopia. La bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” a cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, aperta al museo di Storia naturale di Verona fino al 30 giugno (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/20/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-1-parte-scopriamo-i-reperti-etnografici-e-faunistici-mai-visti-prima-portati-dai-missio/, e https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/24/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-2-parte-focus-sulletiopia-attraverso-le-fotografie-di-carlo-franchini/). Abbiamo apprezzato gli animali e gli oggetti di quella terra d’Africa portati dagli esploratori e dai missionari nell’Ottocento e nel primo Novecento e confluiti nella collezione etnografica e faunistica del museo veronese che li ha esposti per la prima volta. Abbiamo apprezzato le straordinarie fotografie di Carlo Franchini che aprono una finestra sull’Etiopia.

La locandina dell’incontro con Carlo Franchini con “Etiopia, una terra straordinaria” al museo di Storia Naturale di Verona

Carlo Franchini, studioso e fotografo

Venerdì 7 giugno 2019 alle 18 nella sala del museo di Storia di Verona quelle suggestive immagini diventeranno vive nelle parole dello stesso autore. Carlo Franchini infatti sarà il protagonista della conferenza “Etiopia, una terra straordinaria”. Carlo Franchini è nato ad Asmara, oggi capitale dell’Eritrea, dove ha risieduto fino al 1980. Laureato in Economia e Commercio presso l’università di Bologna, ha conseguito un Master in commercio internazionale con attività di studio in alcuni paesi arabi (Arabia Saudita, Oman, Kuwait) e un Master di specializzazione in politica internazionale alla SIOI di Roma. Una grande passione lo ha portato, sin da giovanissimo, a seguire il padre, Vincenzo Franchini, a cui sono dovute numerose scoperte dei siti d’arte rupestre dell’Eritrea, nelle sue frequenti escursioni avendo così modo di approfondire le conoscenze archeologiche, culturali ed etnografiche di quei territori. Amante dell’Africa, esperto fotografo e video-operatore, ha visitato gran parte dei Paesi di questo continente e in particolare l’Etiopia, pubblicando diversi articoli scientifici e libri di viaggio.

Il fiume Omo a Kolcho in Etiopia (foto Carlo Franchini)

La chiesa monolitica di San Giorgio a Lalibela (Etiopia), sito Unesco (foto di Carlo Franchini)

Carlo Franchini illustrerà da profondo conoscitore di questo Paese africano la sua esperienza di studioso e fotografo. Le immagini esposte in mostra raccontano di paesaggi suggestivi e incontaminati, di tradizioni e cultura millenarie di una terra che fu della Regina di Saba. Ma il curatore saprà anche sottolineare le eccellenze che caratterizzano il nostro tempo e la ricchezza rappresentata dagli ambienti naturali e dalle culture del Paese proprio in relazione con le sue antiche radici. L’Etiopia è infatti un crogiolo di realtà, ciascuna unica ma tutte collegate. A partire dalla varietà ambientale caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi: si può passare – spesso rapidamente – dalle regioni di bassopiano o dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2000 metri dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa un regime climatico monsonico, ad accentuata stagionalità. Questa combinazione crea nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora nell’arco di distanze anche limitate. Ambienti tanto diversi hanno favorito sistemi economici diversi tra loro e una straordinaria varietà culturale. La differenziata distribuzione delle risorse ha inoltre da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie.

A Verona la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” (2^ parte): focus sull’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini

Donna di etnia Hamer a Turmi nella valle dell’Omo in Etiopia (foto Carlo Franchini)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019

L’Etiopia è stata la culla dell’umanità grazie all’abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Verso queste terre, a partire dal XVI secolo, iniziarono gli itinerari dei grandi viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell’Etiopia documentata e raccontata nella mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”, al museo di Storia Naturale di Verona fino al 30 giugno 2019, a cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, mostra promossa dal museo di Storia Naturale in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica italiana, l’istituto italiano di Cultura Addis Abeba, l’ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba. Dopo aver apprezzato i reperti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/20/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-1-parte-scopriamo-i-reperti-etnografici-e-faunistici-mai-visti-prima-portati-dai-missio/), oggi cerchiamo di conoscere meglio l’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini, che costituiscono la seconda sezione della mostra veronese, e alcuni brevi video con i commenti dello stesso Franchini.

Il prof. Andrea Manzo dell’università Orientale di Napoli

“La varietà ambientale dell’Etiopia deriva in primis da un’orografia caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi, frutto di una travagliata vicenda geologica legata all’origine della Rift Valley, del Mar Rosso e ai connessi fenomeni tettonici e vulcanici”, A spiegarlo è Andrea Manzo, docente di Egittologia e Civiltà copta all’università “L’Orientale” di Napoli. “In Etiopia infatti si può -spesso rapidamente- passare dalle regioni di bassopiano o, addirittura, dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2000 m dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa poi un regime climatico monsonico, caratterizzato da un’accentuata stagionalità. La combinazione di tali condizioni crea tante nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora di questa regione. Nell’arco di distanze limitate si possono attraversare tantissimi ambienti diversi, che hanno favorito l’adozione di sistemi economici diversi da parte delle popolazioni che hanno abitato e abitano l’Etiopia, contribuendo alla loro differenziazione culturale. Ma la differenziata distribuzione delle risorse ha però da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie”.

Il fiume Omo a Kolcho in Etiopia (foto Carlo Franchini)

“Nell’antichità, nei cui periodi più lontani l’Etiopia è stata la culla dell’umanità attuale proprio grazie alle tante risorse minerali, animali e vegetali che le sue diversissime parti offrono”, – continua Manzo -, “la regione ha rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambi sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per questo motivo l’Etiopia e le altre regioni del mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa, trasfigurate nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni, lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l’epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresenta poi la base anche per la conoscenza scientifica della regione”.

La chiesa monolitica di San Giorgio a Lalibela (Etiopia), sito Unesco (foto di Carlo Franchini)

Chiese nella roccia. “In nessun altro luogo della terra”, scrive Françisco Alvarez nel 1540, “l’uomo, scavando nella roccia, ha prodotto qualcosa di veramente comparabile alle chiese nella roccia d’Etiopia. Chiese nella roccia. Intendo con questa definizione chiese in grotta: chiese ricavate sotto tettoie di roccia… o all’interno di caverne; interamente o in parte costruite. Intendo chiese ipogee: chiese scavate dalla roccia, grotte artificiali più che non costruzioni, alcune chiuse nella montagna, altre con uno dei lati visibili. Intendo le vere e proprie chiese monolitiche, ricavate da un unico blocco, libera da ogni lato, chiese-sculture, radicate e sorgenti dalla roccia viva solo con il basamento, le vere meraviglie tra i monumenti a noi noti… le chiese rupestri dell’Etiopia sono uniche… Chiese rupestri con affreschi e altri tesori allo stati grezzo attendono in Etiopia chi non rifugga dalle marce o dal mulo come mezzo di trasporto e sia in grado di scalare pareti quasi verticali”.

La città sacra di Axum. “Il 9 maggio lasciammo Adua per un’escursione ad Axum, situata a circa dodici miglia di distanza in direzione Ovest”, scrive Henry Salt in Voyage to Abyssinia and Travels into the Interior of that Country (1814). “A poche miglia da Axum si apre una vasta piana coltivata dove si raccolgono numerosi esemplari di pietre dure e agate. La città di Axum è collocata in una posizione molto gradevole in un angolo della piana, riparata dalle colline adiacenti. Avvicinandosi, il primo elemento che attira l’attenzione è una piccola stele ai piedi di una collina a mano destra, in cima alla quale sorge il monastero di Abba Pantaleon, e di fronte la grande lastra con l’iscrizione in greco che avevo precedentemente decifrato. Superati questi, la città e la sua chiesa cominciano ad apparire e, dopo aver virato un poco in direzione nord, lasciando una serie di piedistalli rotti (troni, ndt) sul lato sinistro, si apre una vista completa del grande obelisco, in piedi accanto a un immenso sicomoro. Quest’opera d’arte, finemente lavorata, ricavata da un unico blocco di granito che misurava sessanta piedi di altezza, produsse la stessa forte impressione nella mia mente come la prima volta in cui la vidi, e mi sentivo ancora più incline ad ammirare l’abilità e l’ingegnosità di chi aveva realizzato un’opera così stupenda. I suoi ornamenti a rilievo, insieme allo spazio cavo che corre verso l’alto e alla patera, conferiscono all’intera opera una leggerezza ed un’eleganza probabilmente senza rivali. Diversi altri obelischi giacciono rotti a terra, a poca distanza, uno dei quali di dimensioni ancora più grandi di quello or ora descritto”.

A Verona la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” (1^ parte): scopriamo i reperti etnografici e faunistici – mai visti prima – portati dai missionari e dagli esploratori, oggi patrimonio del museo di Storia Naturale: scimmie, antilopi, coccodrilli, gioielli, ornamenti, e libri rari

Il bell’esemplare di ghepardo, tipico del Corno d’Africa, apre la mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia Naturale di Verona (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019

Il suo sguardo è quasi magnetico e sembra essere un avvertimento preciso ai visitatori che, superato l’ingresso di Palazzo Pompei a Verona, sede del museo di Storia Naturale, si accingono a scoprire l’Etiopia e il fascino della terra d’Africa attraverso la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”, esposizione-racconto delle più interessanti scoperte fatte dai sui principali esploratori, aperta fino al 30 giugno 2019. A cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, la mostra è promossa dal museo di Storia Naturale in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica italiana, l’Istituto Italiano di Cultura Addis Abeba, l’Ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba. Dunque il ghepardo, tipico del Corno d’Africa, apre l’esposizione che diventa quasi un viaggio immaginario nella sconfinata terra etiope, in cui sarà possibile ripercorrere le tracce degli esploratori che nei secoli scorsi hanno visitato questi straordinari territori. Scimmie, antilopi, coccodrilli nelle loro dimensioni reali. E ancora, gioielli, ornamenti e bellissime immagini. Partendo dalle descrizioni contenute in alcuni testi di importanti viaggiatori, le cui edizioni sono conservate a Roma nella Biblioteca della Società Geografica italiana, la ricchezza ambientale e culturale dell’Etiopia è rappresentata e visibile al pubblico attraverso gli oggetti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona e dalle suggestive fotografie e video di Carlo e Marcella Franchini.

Francesca Rossi, direttrice dei Civici Musei di Verona (foto Graziano Tavan)

“In mostra”, spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani, “reperti etnografici e faunistici mai visti prima. Animali, fotografie ed ornamenti d’Africa raccontano al pubblico le particolarità della terra etiope e il desiderio di scoperta che, oltre un secolo fa, spinse tanti esploratori in lunghi viaggi di ricerca. Un grande tesoro documentale che, grazie alle numerose donazioni effettuate negli anni da appassionati d’Africa, è oggi patrimonio culturale della città di Verona, sapientemente conservato negli importanti archivi del museo di Storia Naturale”. E la direttrice dei Civici Musei di Verona, Francesca Rossi: “Il legame tra Verona e l’Africa è qualcosa di molto più grande, profondo e radicato di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Un rapporto che, con la mostra ‘La bellezza rivelata dell’Etiopia’, si mostra al pubblico sotto forma di reperti, immagini e, in particolare, storie di quanti, al tempo dei grandi viaggi di scoperta, tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 nell’area del corno d’Africa, poterono per primi ammirare questa meraviglia”.

Scudo in pelle di ippopotamo utilizzato dai guerrieri etiopi, conservato al museo di Storia Naturale di Verona

Preziosa collana di conchiglie dal museo di Storia Naturale di Verona

Dopo esserci fatti un’idea della mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata” – nel breve video – dalle parole di Leonardo Latella, conservatore del museo di Storia Naturale di Verona, e uno dei curatori della mostra, vediamo un po’ meglio quanto lo staff scientifico ha “pescato” dalla ricca collezione di materiali etnografici provenienti da diverse aree africane. Tra questi, decine di manufatti di origine etiopica, riportati a Verona di missionari Veronesi che nei primi anni del secolo scorso hanno compiuto viaggi in quel paese. In mostra, all’interno di classiche casse da spedizione in legno, molto simili a quelle con cui sono stati spediti più di un secolo addietro, vengono esposti strumenti di guerra come scudi rotondi realizzati con pelli di ippopotamo portati in Italia da missionari nel 1936. Ma anche una sciabola con elsa in corno di bufalo risalente allo stesso periodo di fattura simile a quelle usate dalla guardia imperiale del Ras Menelik, ed oggetti di uso quotidiano come contenitori per il miele in legno, coppe ornate con conchiglie della famiglia Cypraeidae. Le stesse conchiglie ornano altri oggetti di abbellimento, come una preziosa collana anch’essa in mostra. Poi alcuni classici poggiatesta in legno ancora oggi utilizzati da alcune popolazioni locali.

Due esemplari di babbuini gelada esposti nella mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” (foto Graziano Tavan)

Esemplare di gazzella dei laghi alla mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” (foto Graziano Tavan)

Gazzelle, stambecchi e scimmie sono posizionati nell’atrio del museo sopra le classiche piattaforme di legno usate per la spedizione di merci, come un tempo usavano gli esploratori naturalisti per spedire gli esemplari frutto delle loro cacce e ricerche. Tra questi i Dik dik (Madoqua saltiana), le più piccole antilopi del mondo, alte 30-40 centimetri, i cui maschi marcano il territorio rilasciando un liquido denso dalle ghiandole che si trovano intorno agli occhi (a questa piccola gazzella si sono ispirati i componenti dell’omonimo gruppo musicale degli anni ’60); lo stambecco del Semien (Capra walie), specie di stambecco esclusivo delle montagne del Nord dell’Etiopia, considerato uno dei mammiferi più a rischio del mondo, di cui il Museo di Verona possiede un cranio risalente alla prima metà del ‘900; il babbuino gelada (Theropithecus gelada), scimmia endemica dell’Etiopia che utilizza un linguaggio con analogie impressionanti con quello umano, infatti non solo con lo schiocco delle loro labbra producono un suono labiale simile ai baci, ma comunicano anche con un ritmo e un tono che ricordano il nostro. Non solo grandi animali illustrano la fauna etiopica, anche colorati coleotteri, alcuni dei quali studiati per la prima volta da ricercatori del nostro museo, eleganti farfalle e altri insetti, riuniti nelle classiche scatole entomologiche, ci raccontano della diversità della fauna e degli ambienti etiopici.

Zampa di “bestia feroce” (leone) tra i reperti conservati al museo di Storia Naturale di Verona

Una zampa di “bestia feroce” (leone) ci ricorda poi come la passione per le “mirabilia” abbia accompagnato l’uomo sino all’avvento della televisione, che ha portato nelle case di tutti le immagini degli incredibili animali africani. Tutti i reperti esposti provengono dalle ricche collezioni del museo di Storia Naturale di Verona che ha voluto cogliere l’occasione di questa mostra per far conoscere al pubblico, veronese e non, una parte dei tesori in esso conservati che, impossibili da esporre tutti (si pensi che solo le collezioni zoologiche contano circa 3 milioni di esemplari), sono normalmente utilizzati solo dagli specialisti di ciascuna materia. E dalle collezioni del museo veronese provengono anche esemplari dei più interessanti mammiferi Etiopici, reperti provenienti da spedizioni effettuate nella prima metà del secolo scorso.

“Etiopia. La bellezza rivelata”: al museo di Storia naturale di Verona: un viaggio al fianco di studiosi ed esploratori della terra che fu della Regina di Saba

Donna Hamer nella città di Turmi, nella valle dell’Omo in Etiopia (foto di Carlo Franchini)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019

Fu la terra della Regina di Saba, terra dai paesaggi di fantastica suggestione percorsa nei secoli scorsi dagli esploratori che ne hanno descritto animali di grande bellezza. È l’Etiopia. E dal 24 marzo al 30 giugno 2019 è protagonista al museo di Storia naturale di Verona della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”. Quasi un viaggio immaginario percorso al fianco di alcuni degli studiosi ed esploratori che maggiormente hanno contribuito alla conoscenza di quella terra, accompagnati dagli animali che la popolano e dagli antichi oggetti delle sue genti. Cercando di far rivivere al visitatore il sentimento di meraviglia che spesso traspare dalle pagine che ci hanno lasciato. Partendo dalle descrizioni contenute in alcune loro opere librarie, le cui edizioni – spesso di gran pregio – sono conservate nella Biblioteca della Società Geografica, la ricchezza ambientale e culturale dell’Etiopia sarà evocata dagli oggetti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona e dalle suggestive fotografie e video di Carlo e Marcella Franchini. La ricchezza naturalistica e l’esclusività della fauna etiopica sarà poi raccontata dagli animali delle collezioni del museo di Verona. La molteplicità dei documenti, degli esemplari, degli oggetti e delle immagini in mostra consentono di apprezzare la ricchezza rappresentata dagli ambienti naturali e dalle culture del Paese e le sue antiche radici. “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” è una mostra Organizzata da Carlo e Marcella Franchini (Caluma) e dal museo di Storia naturale di Verona in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica Italiana, l’istituto italiano di Cultura di Addis Abeba, l’ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba.

Il sito archeologico di Axum in Etiopia (foto di Caluma)

L’Etiopia è un crogiolo di realtà, ciascuna unica ma tutte collegate. A partire dalla varietà ambientale caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi: si può passare – spesso rapidamente – dalle regioni di bassopiano o dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2mila metri dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa un regime climatico monsonico, ad accentuata stagionalità. Questa combinazione crea nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora nell’arco di distanze anche limitate. Ambienti tanto diversi hanno favorito sistemi economici diversi tra loro e una straordinaria varietà culturale. La differenziata distribuzione delle risorse ha inoltre da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie.

La chiesa monolitica di San Giorgio a Lalibela (Etiopia), sito Unesco (foto di Carlo Franchini)

Pelle e unghie di animali selvatici (Etiopia), ca. 1900

L’Etiopia è stata la culla dell’umanità grazie all’abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa – trasfigurate per lo più nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni – lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l’epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell’Etiopia documentata e raccontata in questa mostra.