Toscana. Il 27 agosto dichiarato Giornata degli Etruschi che apre le “Celebrazioni etrusche”. Eventi in 20 Comuni. A Firenze mostra dei tesori inediti dell’antico santuario etrusco di Poggio Colla in Mugello. Convegno a Chiusi sulla collezione Paolozzi, nucleo del museo nazionale Etrusco di Chiusi

La bolla papale del 27 agosto 1569 con la quale Papa Pio V assegnava a Cosimo de Medici il titolo di Granduca di Toscana
Il 27 agosto 1569 Pio V concesse con bolla papale il titolo di Granduca di Toscana, “Magnus Dux Etruriae”, per Cosimo dei Medici, ossia “la legittimazione storica di quella che era stata la terra degli Etruschi e che possiamo considerare la Toscana moderna”, come ha proclamato il presidente del Consiglio regionale della Toscana, Eugenio Ciani, nell’annunciare che quest’anno, 2016, il 27 agosto viene istituita la Giornata degli Etruschi che apre le Celebrazioni Etrusche, iniziativa dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, per celebrare l’origine etrusca del territorio toscano, anche attraverso il sostegno a iniziative tematiche promosse dagli enti locali e da musei civici della Toscana, con un ricco programma che coinvolge venti Comuni (vedi http://www.consiglio.regione.toscana.it/upload/COCCOINA/documenti/ETRUSCHI%20Le%20Celebrazioni%20nei%20Comuni(1).pdf). “Il giorno della bolla papale sarà il riconoscimento che ogni anno riserveremo ai nostri progenitori, gli Etruschi, un popolo che ha vissuto un vasto territorio italiano passando dal Lazio all’Umbria, traversando gli Appennini, nella Pianura Padana fino al Golfo di Napoli”, sottolinea Giani. “Un popolo che ha avuto un’influenza determinante e che per mille anni ha in qualche modo dominato prima di essere progressivamente assorbito dai romani. Finora abbiamo fatto meno di quanto dovremmo per valorizzare i nostri progenitori, coloro che mille anni prima di Cristo già indicavano la strada per estrarre i metalli e arrivare all’età del Ferro. Erano il popolo più evoluto in Italia e in generale in questa parte di Europa mediterranea. Cercheremo di fare molto di più con iniziative, manifestazioni, illustrazioni di scoperte che sono sempre più frequenti”.
Sabato 27 agosto 2016 è dunque dichiarata ufficialmente Giornata degli Etruschi. Articolato il programma. Alle 12, consegna della pergamena di riconoscimento alle città che, in periodi diversi ma in Toscana, hanno fatto parte della dodecapoli, ovvero della lega delle principali città Etrusche: tra queste, Arezzo, Volterra, Cortona, Chiusi, Fiesole, Vetulonia (Castiglione della Pescaia), Populonia (Piombino), Grosseto. Poi consegna di uno speciale riconoscimento ad Andrea Pessina della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato (“Ha fatto tanto per la Toscana”, assicura Giani). Nel pomeriggio, alle 17, a palazzo Panciatichi, in via Cavour 2 a Firenze, sede del Consiglio regionale della Toscana, si inaugura la mostra “Scrittura e culto a Poggio Colla: un santuario etrusco nel Mugello” (27 agosto – 31 dicembre 2016) che per la prima volta mostra reperti inediti rinvenuti nel sito di Poggio Colla, presso Vicchio del Mugello in provincia di Firenze, dove ancora sono in corso gli scavi, reperti archeologici di inestimabile importanza non solo per la conoscenza del territorio, ma anche per lo studio della lingua etrusca. La mostra sul sito etrusco di Poggio Colla è promossa in collaborazione tra Consiglio regionale, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e il concessionario di ricerca e scavo, Mugello Valley Archeological Project (Mvap). Il progetto scientifico, elaborato da soprintendenza e MVAP, è seguito dal professor Gregory Warden della Franklin University Switzerland e dall’archeologo Susanna Sarti della soprintendenza. “Siamo consapevoli”, continua Giani, “che degli Etruschi conosciamo ancora molto poco. Ogni giorno arriva notizia di un nuovo rinvenimento, emerge una loro tavola che ci porta a conoscerne meglio la scrittura. È il caso del complesso di Vicchio, dove è stata recentemente scoperta una stele che qualcuno ha paragonato a quella di Rosetta. Non sappiamo se questo sia vero o meno ma sappiamo che i reperti di Poggio Colla sono importanti e per la prima volta pezzi inediti saranno in Consiglio regionale”.
La mostra mira a fare luce sul periodo più antico del santuario etrusco di Poggio Colla, dove – come ricorda Giani – di recente è stata scoperta una stele arcaica in arenaria con caratteri etruschi iscritti. Il ritrovamento è di grande rilevanza perché non solo permette “di comprendere la natura del sito etrusco nel VII-VI secolo a.C.”, come si legge nel progetto scientifico della mostra, “ma accresce la conoscenza della lingua e la scrittura etrusca. Il fatto che la stele fosse collocata nelle fondazioni del podio del monumentale tempio tuscanico costruito intorno al 490, 480 a.C. suggerisce che il santuario di Poggio Colla fosse importante già nella fase più antica, ipotesi confermata da altri preziosi ritrovamenti che vengono qui per la prima volta esposti al pubblico”. Della stele, ancora in fase di studio e restauro, è esposto un ologramma. Il manufatto, che contiene la più lunga iscrizione lapidea conosciuta sino a oggi, è eccezionale per la lunghezza dell’iscrizione, la sua antichità e il suo contesto, ma anche perché non è un oggetto di carattere funerario. Il testo fa infatti riferimento a divinità etrusche e in particolare ricorda il “luogo di Uni”, la più importante divinità femminile degli etruschi, paragonabile alla Giunone dei Romani o alla greca Era. La possibilità che il culto di Uni esistesse a Poggio Colla è testimoniata dal ritrovamento di un frammento di bucchero che, assicurano gli etruscologi, “ha restituito la più antica rappresentazione di parto conosciuta nell’arte europea”, verosimilmente un parto sacro. Altro materiale ritrovato testimonia la ricchezza di attività culturali e rituali tra il VII e il V sec. a.C. Così una raffinata produzione di bucchero decorato, vasi che possono essere associati al banchetto e che testimoniano la presenza di ricche élite già prima della costruzione del tempio monumentale. Sono esposte anche quattro figure in bronzo che sono parte di contesti rituali connessi sia con la fondazione che con la distruzione del tempio. Una figura arcaica mostra tracce di fuoco e abrasioni, probabilmente dovute ad azioni rituali: era parte, spiega il comitato scientifico, di una stipe che doveva contenere più di 400 oggetti e frammenti di bronzo. Una eccezionale testa arcaica in bronzo, probabilmente raffigurante una divinità, ha caratteri grecizzanti e indica la qualità delle importazioni nel santuario. Infine, una base di arenaria di forma piramidale, iscritta con il nome di chi, appartenente alla élite etrusca di Poggio Colla, l’aveva dedicata. Essa attesta, come la stele, l’importanza della parola scritta in una fase molto antica del santuario di Poggio Colla.
Da Firenze a Chiusi per un altro importante appuntamento nell’ambito del ricco programma delle Celebrazioni etrusche. Domenica 28 agosto 2016 al teatro Mascagni di Chiusi è in programma il convegno “Il patrimonio archeologico etrusco a Chiusi”, dedicato principalmente alla collezione Paolozzi, che costituisce un nucleo importante delle collezioni del museo nazionale Etrusco di Chiusi, e vuole essere propedeutico alla pubblicazione integrale della raccolta. Infatti, anche se la figura di Giovanni Paolozzi è stata già oggetto di diversi contributi e alcuni dei materiali della collezione sono stati ben studiati, manca ancora una ricerca di insieme che renda conto del valore quantitativo e qualitativo della raccolta e presenti al contempo, oltre alla famiglia Paolozzi, documenti e donazioni che l’hanno accompagnata, quali ad esempio il busto in marmo che raffigura il collezionista, opera, nel 1873, di Vincenzo Consani, ceduto nel 1907 al museo chiusino. Intenso il programma della Giornata che prevede anche laboratori didattici per i più piccoli al museo nazionale Etrusco di Chiusi e la visita guidata ai musei cittadini e alla necropoli di Poggio Renzo. La mattinata alle 10.30 apre con i saluti del presidente del Consiglio regionale della Toscana, Eugenio Giani, e del sindaco di Chiusi, Juri Bettolini. Seguono gli interventi di Giulio Paolucci (“Giovanni Paolozzi e il patrimonio Archeologico di Chiusi”), Maria Angela Turchetti (“I materiali della Collezione Paolozzi nel museo nazionale Etrusco di Chiusi), Mattia Bischeri (“I materiali della collezione Paolozzi di provenienza visentina”), Alessandra Minetti (“La Tomba della Pania”), Giuseppe Venturini (“Il Cinerario Paolozzi: note tecniche di restauro”). Nel pomeriggio dalle 15, visite guidate al museo civico “La Città Sotterranea”, al museo della Cattedrale – Labirinto di Porsenna, al museo nazionale Etrusco di Chiusi, alla Necropoli di Poggio Renzo. Grazie a questo convegno si pone all’attenzione del pubblico una delle collezioni archeologiche più importanti del territorio chiusino formatasi grazie alla famiglia Paolozzi e soprattutto grazie alle ricerche e acquisizioni di Giovanni Paolozzi che per lascito testamentario ha donato, nel 1907, la parte più cospicua della sua ingente raccolta all’allora museo civico, dal 1962 museo nazionale Etrusco di Chiusi. La collezione – ricorda la soprintendenza Archeologia della Toscana – annovera al suo interno reperti di eccezione quali il Cinerario Paolozzi, il Canopo di Dolciano, le sculture del monumento fatto costruire dalla gens Allia e il mosaico tardo-repubblicano di Monte Venere. L’acquisizione, nel 1876, della Collezione Terrosi permise a Giovanni Paolozzi di entrare in possesso, fra l’altro, del corredo della Tomba della Pania che rappresenta ad oggi il più completo esempio della sepoltura di un princeps chiusino della seconda metà del VII sec. a.C., nota per la pregevole pisside in avorio, (parzialmente riprodotta in locandina) appartenuta ad uno degli individui sepolti nell’ipogeo ed oggi conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze.
Firenze apre le celebrazioni europee del padre dell’archeologia moderna, con la mostra “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi”: cento capolavori tra vasi greci e etruschi, manoscritti e libri rari, statue in marmo e in bronzo, stampe e dipinti, urne e sculture etrusche, gemme e medaglie
Con una mostra al museo Archeologico nazionale Firenze apre ufficialmente le celebrazioni previste in varie città d’Europa per il trecentesimo anno della nascita di Johann Joachim Winckelmann (2017) e il duecentocinquantesimo della morte (2018). È vero che ai più probabilmente il nome di Winckelmann dice poco o niente. Ma a studiosi e archeologi, come a studenti di arte antica e appassionati di archeologia il nome di Johann Joachim Winckelmann non passa inosservato. Lo storico dell’arte tedesco, nato a Stendal in Germania nel 1717 e morto assassinato a Trieste (dove è sepolto nella cattedrale di San Giusto) nel 1768, è considerato il fondatore dell’archeologia moderna. Winckelmann fu il primo ad adottare, nella storia dell’arte, il criterio dell’evoluzione degli stili cronologicamente distinguibili l’uno dall’altro. Fra i massimi teorici ed esponenti del neoclassicismo, Winckelmann diede anche un contributo notevole per la storia dell’estetica. Il suo capolavoro, la Geschichte der Kunst des Altertums (“Storia dell’arte dell’antichità”, ma tradotto in italiano con il titolo di “Storia delle arti del disegno presso gli antichi”), pubblicato a Dresda nel dicembre 1763 con la data 1764, fu ben presto riconosciuto come contributo importante nella lettura delle opere d’arte dell’antichità.

Il capolavoro di Winckelmann, Geschichte der Kunst des Altertums (“Storia dell’arte dell’antichità”, ma tradotto in italiano con il titolo di “Storia delle arti del disegno presso gli antichi”)
In quest’opera la storia dell’arte antica è considerata come il prodotto di determinate condizioni politiche, sociali e intellettuali che erano alla base dell’attività creativa e quindi frutto di successive evoluzioni. In questo modo egli fonda le sue partizioni cronologiche, dall’origine dell’arte greca all’impero romano, sull’analisi stilistica, ma non senza fraintendimenti anche notevoli. Un enorme equivoco in cui Winckelmann cade è che nella sua venerazione per la statuaria greca egli evidenzia il candore del marmo come una delle massime suggestioni estetiche. Però, fin dalla fine dell’Ottocento, si sa, senza ombra di dubbio, che le statue greche di marmo (ma anche i templi) erano completamente ricoperte di colori (perlopiù rosso, nero e bianco). Ma, trattandosi di colori naturali, instabili e solubili, la pioggia li ha dilavati lasciandone minime tracce solo in alcuni interstizi e neppure sempre. L’idea fondamentale della sua teoria è che lo scopo dell’arte sia la bellezza pura e che questo scopo possa essere raggiunto solo quando gli elementi individuali e quelli comuni siano strettamente subordinati alla visione generale dell’artista. Il vero artista seleziona dalla natura i fenomeni adatti ai suoi propositi e li seleziona per mezzo dell’immaginazione, creando un tipo ideale di bellezza maschile, caratterizzato da “edle Einfalt und stille Größe” (“nobile semplicità e quieta grandezza”), un ideale che avrebbe caratterizzato la virilità moderna e lo stereotipo mascolino. Molte delle sue conclusioni, basate sull’evidenza insufficiente delle copie romane, sono state in seguito modificate o rovesciate dalle successive ricerche, ma il genuino entusiasmo per le opere, il suo stile forte e insieme gradevole, le sue vivide descrizioni, rendono tuttora utile e interessante la lettura. Segnò un’epoca indicando lo spirito con cui lo studio dell’arte greca doveva essere abbordato e i metodi con cui i ricercatori potevano sperare di ottenere solidi risultati. I contemporanei percepirono quest’opera come una rivelazione ed essa esercitò una profonda influenza sulle migliori menti dell’epoca.

Il manifesto della mostra “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell’archeologia in Toscana” al museo Archeologico nazionale di Firenze
Firenze dunque dedica una grande mostra allo storico tedesco: “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell’archeologia in Toscana”, aperta al museo Archeologico nazionale di Firenze fino al prossimo 30 gennaio 2017, è l’occasione per ripensare il ruolo di Winckelmann come fondatore della moderna archeologia e iniziatore di una nuova concezione estetica. Per lo studioso tedesco fu decisivo, negli anni della maturità, il soggiorno a Roma (1755-1768) che gli consentì, attraverso la visione diretta di tanti capolavori conservati in musei e raccolte private, di ampliare le conoscenze del mondo antico e ricercare i canoni della bellezza classica. Ma importante per lui fu anche l’esperienza fiorentina (settembre 1758-aprile 1759), quando lavorò al catalogo delle gemme intagliate del barone von Stosch e poté visitare alcune delle collezioni d’arte della città, approfondendo lo studio della civiltà etrusca.
Le tre sezioni della mostra mettono a fuoco proprio questo significativo momento dell’attività di Winckelmann, ovvero la Firenze con cui venne in contatto e le opere antiche che vi prese in esame, il suo contributo alla conoscenza dell’arte etrusca e infine i riflessi che i suoi studi ebbero nella diffusione del mito degli etruschi nella cultura europea fra Sette e Ottocento. Al museo Archeologico sono esposti più di 100 pezzi: vasi greci e etruschi, manoscritti e libri rari, statue in marmo e in bronzo, stampe e dipinti, urne e sculture etrusche, gemme e medaglie. Altri capolavori della statuaria etrusca collegati alla mostra (la Chimera e la Minerva di Arezzo, l’Idolino di Pesaro), sono visibili nelle sale dello stesso museo. Fra le rarità da segnalare: i calchi della raccolta completa delle “Gemme Stosch”; la cosiddetta “Ballerina”, una statua romana della collezione Riccardi finora mai uscita dalla sua sede; il taccuino manoscritto di Winckelmann conservato a Firenze; un servito della manifattura di Doccia ispirato a motivi etruschi; la prima e finora unica edizione dell’opera omnia di Winckelmann stampata a Prato nel 1830-1834.
“L’ombra degli etruschi”: a Prato una mostra ricostruisce le radici etrusche dei popoli a nord dell’Arno, tra pianura e collina
Trenta reperti, alcuni mai visti, una produzione di pregio tra cippi, stele e bronzetti per raccontare una storia ricca di suggestioni, che ricostruisce le lontane radici etrusche di Prato, un tesoro archeologico da Fiesole ad Artimino passando per Gonfienti. La mostra “L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina”, allestita negli spazi a piano terra del museo pratese di Palazzo Pretorio, in programma fino al 30 giugno, è dedicata alle popolazioni etrusche stanziate a Nord del fiume Arno, lungo la direttrice della piana di Firenze-Prato-Pistoia, del Mugello/Val di Sieve e del Montalbano. Una produzione unica. L’allestimento, curato dall’architetto Francesco Procopio, punta a catturare l’attenzione del visitatore evocando suggestioni di altre epoche: un gioco di luci e ombre per esaltare il nucleo dei materiali pratesi (bronzetti e coppa attica) e il profilo austero ed elegante delle “pietre fiesolane”. E per orientare meglio il visitatore in questo viaggio nel tempo e nello spazio c’è una gigantesca mappa che mostra la collocazione geografica dei reperti, ricostruendo al tempo stesso i principali collegamenti etruschi. I monumenti sepolcrali esposti provengono in buona parte dalle collezioni del museo Archeologico di Firenze (come lo straordinario cippo di Settimello o la stele di via di Camporella) oltreché dal museo di Casa Buonarroti di Firenze (stele di Larth Ninie), dal museo Archeologico di Artimino, dal museo di Fiesole, dal museo di Dicomano e dalla Villa Medicea di Cerreto Guidi.
“La maggior parte dei bronzetti votivi – spiegano gli organizzatori – proviene da una collezione privata, cui si affianca un inedito che arriva dagli scavi di Gonfienti (area Interporto) e mai esposto prima. Questi reperti erano destinati a un ceto medio “allargato” piuttosto che all’aristocrazia etrusca; venivano prodotti in loco e rappresentavano la dedica dell’offerente alla divinità. Due esemplari si distinguono per l’alta qualità artistica e per la ricchezza dei dettagli: l’Offerente di Pizzidimonte conservato al British Museum di Londra dalla fine dell’Ottocento, di cui si espone una riproduzione e il giovane nudo, forse proveniente dalla stessa area, che faceva parte delle collezioni più antiche del museo Archeologico nazionale di Firenze. La seconda sezione (Figure di pietra) illustra la produzione delle “pietre fiesolane”, parte integrante dei tumuli sacri che costellavano le grandi vie di comunicazione fluviali e terrestri lungo il corso dell’Arno e dei suoi affluenti. Terre di viaggio e luoghi sacri per gli etruschi che non di rado si fermavano lungo il cammino per pregare”.
Per chi desidera approfondire i temi affrontati dalla mostra come la distribuzione sul territorio, l’iconografia e la storia degli studi, delle iscrizioni e dei collegamenti culturali, è disponibile il catalogo (edito da Edifir – Edizioni Firenze) in cui per la prima volta viene pubblicato l’intero repertorio aggiornato delle “pietre fiesolane” (circa cinquanta esemplari) con le ultime scoperte. Preziosa la collaborazione dell’etruscologo Adriano Maggiani sulle iscrizioni etrusche presenti sulle pietre e dell’archeologo Gregory Warden per una nuova scoperta dall’area di Vicchio.
In mostra a Firenze “Il mondo che non c’era”: viaggio alla scoperta delle civiltà precolombiane del Centro e Sud America con i tesori mai visti della collezione Ligabue in dialogo con i reperti delle antiche raccolte dei Medici

Un’eccezionale scultura precolombiana della collezione Ligabue proveniente dal Messico e in mostra a Firenze
Aztechi, Maya, Incas, tanto per citare le civiltà precolombiane oggi più famose, fino a cinque secoli fa erano dei grandi popoli sconosciuti. Oltre le “colonne d’Ercole” c’era l’ignoto o il mito: è “Il mondo che non c’era”. Per disvelare quel mondo bisognerà attendere il 1492, quando l’Europa sarà scossa da una scoperta epocale: le ”Indie”. Un evento che scardina la visione culturale del tradizionale asse Roma – Grecia – Oriente: “L’incontro di un nuovo continente è l’evento forse più importante nella storia dell’umanità”, ha affermato l’antropologo Claude Lévi-Strauss. In realtà si sarebbe dovuto attendere ancora qualche anno, per comprendere che le terre incontrate da Cristoforo Colombo nel 1492 non erano isole indiane al largo del Cipango (Giappone) e neppure le ricercate porte dell’Eden, ma un “Mundus Novus”: la scoperta della scoperta fu un’intuizione di un altro italiano, Amerigo Vespucci, ed è proprio in suo onore che pochi anni dopo alcuni geografi che lavoravano a Saint-Denis des Voges vollero chiamare il nuovo continente “America”. E i Medici, signori di Firenze, furono i primi governanti europei a decidere di conservare nelle loro collezioni alcuni degli affascinanti e spesso enigmatici manufatti arrivati dalle “Indie” come quelli dei Taino – gli indigeni incontrati da Colombo – che i conquistadores avevano portato in Europa. Invece fu Albert Dürer tra i primi a considerare quegli oggetti vere opere d’arte: di fronte ai regali di Montezuma a Cortes, giunti a Bruxelles nel 1520, scrisse: “Queste cose son più belle che delle meraviglie […] Nella mia vita non ho mai visto cose che mi riempissero di gioia come questi oggetti”.

Dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 il museo Archeologico di Firenze ospita la mostra “Il mondo che non c’era”
Ora il “Mondo che non c’era” prende forma non a caso a Firenze in una mostra unica ed eccezionale in cui per la prima volta vengono esposti capolavori mai visti della Collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali: 230 opere d’arte ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane a raccontare vita, costumi e cosmogonie delle culture del Centro e Sudamerica prima dell’arrivo di Colombo. Alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni in quella terra è appunto dedicata la spettacolare mostra che si terrà a Firenze dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 al museo Archeologico nazionale, con un corpus di capolavori – quasi tutti mai visti prima d’ora – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e delle Ande (Panama, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina): dagli Olmechi ai Maya, agli Aztechi; dalla cultura Chavin, a quelle Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.

La mostra di Firenze è un omaggio a Giancarlo Ligabue fondatore e anima del Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia
Promossa dal Centro Studi e Ricerche Ligabue di Venezia e dalla soprintendenza Archeologia della Toscana -museo Archeologico nazionale, prodotta da Ligabue SpA, con il patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Firenze, la mostra presenta pezzi eccezionali e unici appartenuti proprio alle collezioni medicee, così come opere preziose del Musée du Quai Branly di Parigi e di prestigiose collezioni internazionali. Ma il nucleo centrale è costituito da una vasta selezione di opere delle antiche culture americane – mai esposte prima d’ora – appartenenti alla Collezione Ligabue. A pochi mesi dalla sua scomparsa, questa mostra vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) da parte del figlio Inti, che continua l’impegno nella ricerca culturale e scientifica e nella divulgazione, attraverso il Centro Studi fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo: paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. Oltre ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione è il cuore della mostra, curata da Jacques Blazy specialista delle arti preispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. Tra i membri del comitato scientifico ci sono André Delpuech capo conservatore al Quai Branly e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig.
“La mostra Il mondo che non c’era”, spiega Inti Ligabue, che ha raccolto l’eredità del padre Giancarlo, “narra di quella parte dell’umanità che apparirà all’Europa solo dopo i viaggi di Colombo e degli altri navigatori ed esploratori. Il percorso tematico prevede di partire proprio da dove arrivarono i primi scopritori del continente americano e proseguire verso sud, scoprendo la bellezza ed il fascino delle culture andine. L’accento è posto sui due punti salienti della collezione Ligabue: la cultura della regione che gli archeologi denominano Mesoamerica, vale a dire, una gran parte del Messico, Guatemala e America centrale, da una parte, e le culture delle Ande ed in particolare Perù e Bolivia, dall’altro. A fianco dei pezzi provenienti dalle civiltà più conosciute come gli Aztechi, i Maya e gli Incas, altri altrettanto importanti evidenziano le culture occidentali del Messico, di Vera Cruz, di Guerrero o ancora degli Olmechi per il Mesoamerica, le culture Chavin, Moche, Nazca, Tiwanaku per le Ande centrali o ancora di Quimbaya, e di Tairona per la Colombia. Uno dei punti più alti della mostra prevede al centro del percorso la brillante civiltà Teotihuacan, la città più grande dell’America precolombiana, sviluppatasi nel Messico centrale durante i primi sei secoli dopo Cristo. La presenza di diverse maschere di pietra Teotihuacan è un vero e proprio evento: quelle delle vecchie collezioni di Jacob Epstein, Pierre Matisse, sono presentate insieme alla storica maschera della collezione dei Medici”.

Statuetta femminile seduta (Cultura Xochipala, stile Xalitla) dallo Stato di Guerrero in Messico (Preclassico medio, 900-600 a.C.)
Il viaggio, affascinante, nel cuore delle civiltà Mesoamericane prende dunque il via dalle testimonianze delle cultura Tlalica e Olmeca (dal 1200 al 400 circa a.C.), con esempi di quelle figurine antropomorfe di ceramica cava provenienti da necropoli, per lo più rappresentazioni femminili, con un evidente deformazione cranica, elaborate acconciature e il corpo appena abbozzato. La cultura Olmeca si diffuse attraverso tutta la Mesoamerica fino alla Costa Rica, compresa la regione di Guerrero (Xochipala) famosa per le statuine di donne nude, giocatori della palla, coppie o danzatori dai corpi modellati e realistici e, in genere, per la produzione lapidea (tra il 500 a.C e il 500 d.C.), che si svilupperà anche nella cosiddetta scultura Mezcala. Tra il 300 a.C. e il 250 d.C. l’Occidente del Messico si distinse per la realizzazione di tombe a pozzo collocate sotto le abitazioni. Il viatico funebre di queste tombe – formato da ceramiche a forma di granchio, cane, armadillo, rospo – è eccezionale e offre importanti informazioni sulla vita quotidiana e la religione. Tra le varie culture associate a questa regione, quella di Chupicuaro (il cui apogeo si situa tra il 400 e il 100 a.C.) è conosciuta per le statuette policrome di ceramica cava, delle quali sono in mostra alcuni notevoli esemplari, come la Grande Venere con la mani congiunte sul ventre, la testa deformata e gli occhi aperti a mandorla appartenuta alla collezione Guy Joussemet e ora in quella Ligabue. Quindi Teotihuacan: il primo vero centro urbano del Messico centrale, letteralmente “la città dove si fanno gli dei” e dove furono costruiti monumenti emblematici come la Piramide del Sole, quella della Luna e la Piramide del Serpente piumato. Leggendaria l’abilità dei tagliatori di pietra di Teotihuacan; l’arte lapidaria appare molto stilizzata, persino geometrizzata e ha prodotto pezzi monumentali ma anche le famose ed inconsuete maschere di Teotihuacan. Concepite secondo un modello standardizzato, con il volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate, le opere esposte in questa occasione (tra cui alcune provenienti dalle collezioni antiche di André Breton e di Paul Matisse) potrebbero essere servite come maschere funerarie. Una di queste, La maschera in onice verde, conservata al Museo degli Argenti è appartenuta alla collezione dei Medici ed è un esemplare davvero notevole di quella produzione. Interessanti per la perizia tecnica dell’ampia decorazione, sono i due punteruoli realizzati in ossa di giaguaro, animale emblematico del mondo mesoamericano associato alle più alte funzioni politiche e sacre. I due strumenti, originari di Michoacan – ma con un’iconografia tipica di Teotihuacan, glifi, testa di felino, fiamme- sono di probabile uso rituale, destinati per l’autosacrificio o a pratiche che implicavano la perforazione della carne: è incisa l’immagine del destinatario divino al quale il penitente offriva il suo sangue.
Della cultura Zapoteca – che si diffonde nel Centro del Messico nella regione di Oaxaca dal 500 a.C. al 700 d.C. e vede il suo centro nella città di Monte Albàn – sono altresì in mostra alcune delle famose urne cinerarie che appaiono dal 200 a.C. al 200 d.C. (II fase). Con la loro effige spesso antropomorfa, rappresentante un personaggio seduto con le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia – probabilmente Cocijo, dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono – sono state trovate in differenti inumazioni; e resta da chiarire ancora la loro funzione. A introdurci nella cultura e nelle società dei Maya sono i sacerdoti, le divinità, gli animali addomesticati come i tacchini, i nobili riccamente adornati negli abiti e con bellissimi gioielli (spettacolare la collana di giada esposta) raffigurati in piatti, sculture o stele. Ma sono soprattutto i bellissimi e preziosi vasi Maya d’epoca classica, riccamente decorati, che forniscono informazioni sulla società e sulla scrittura di questa civiltà. Le divinità dell’inframondo, i giocatori della palla, i signori-cervidi e signori-avvoltoi, il drago celeste, il dio K’awiil o giovani signori dai copricapi piumati sono i protagonisti che popolano i vasellami in mostra. Sono Aztechi invece gli importanti propulsori o atlati – utilizzati per lanciare frecce – provenienti dalle wunderkammer medicee e ora nel museo di Antropologia di Firenze: sono tra i pochissimi strumenti di questo tipo decorati in oro.
Il viaggio continua con le testimonianze dal Sud America: dalla spettacolare produzione delle prime ceramiche delle Veneri ecuadoriane di Valdivia, agli oggetti degli Inca; dal mondo dell’antico Chavin, dai tessuti e vasi della regione di Nazca, all’affascinante cultura Moche. Ma sarà l’oro – come quello dei Tairona (puro o in una lega con rame chiamata “tumbaga”) – a spingere nelle Ande spagnoli ed avventurieri alla ricerca dell’El Dorado, uno dei grandi miti, vero motore della Conquista. L’America, che aveva stupito e affascinato con i suoi “strani” indigeni, la natura così diversa e le sue meravigliose opere, in breve viene considerata solo per le tonnellate d’oro e d’argento che giungono sui galeoni in Europa. E se i Medici a Firenze conservano nelle loro raccolte le testimonianze del Mondo che non c’era – tra i capolavori in mostra anche un collier Taino del XIV-XV secolo – gli Spagnoli fondono quegli oggetti in metallo prezioso per usarlo poi come moneta.
“Questa mostra”, continua Inti Ligabue, “arriva in un momento molto particolare della mia vita. Mio padre, che ha dato inizio alla nostra importante collezione più di quarant’anni fa, è venuto a mancare alla fine di gennaio. Per me mettere mano agli oggetti che lui ha raccolto, scelto e in alcuni casi quasi letteralmente inseguito, rappresenta il modo migliore per ricordarlo attraverso una delle sue passioni. In un certo senso, per me, ne conferisce un valore e significato maggiore. È stato un grande privilegio poter condividere con mio padre l’amore per queste culture lontane e ancora poco conosciute, da lui ho imparato che il collezionismo non è solo il piacere di possedere opere d’arte ma anche, e direi quasi soprattutto, la curiosità ed il fascino verso la loro origine, i loro luoghi di provenienza, il contesto che li ha visti nascere e le storie di chi negli anni li ha studiati, conosciuti e raccolti. La passione e la conoscenza di un collezionista-viaggiatore nasce all’inizio anche dall’estetica, dal voler riportare attraverso gli oggetti le emozioni che essi hanno potuto suscitare nel momento della loro scoperta. Prima di rendere scientifica una passione c’è l’afflato del cuore, il segreto del disvelamento di oggetti che a poco a poco divengono intellegibili, si offrono ad una conoscenza graduale, raccontando vite passate, mondi lontani e differenti orizzonti. Il rigore scientifico nasce dopo l’irrazionalità dell’amore, della grande seduzione che opere dell’uomo di un tempo passato esercitano su chi vive il presente, sapendo che esse sono destinate anche al futuro. Il mecenatismo aiuta a diffondere la conoscenza evitando che oggetti importanti possano impolverarsi in dimore sontuose ma inaccessibili, la cultura è condivisione, non chiusura, e va favorita. Mi auguro – conclude – che questa mostra possa fornire una fresca prospettiva sull’arte dell’antico mondo precolombiano e che la fascinazione verso queste antiche e importanti civiltà possa trovare un numero sempre maggiore di appassionati”.














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