Archivio tag | Metamorfosi di Ovidio

Ovidio, il poeta alle radici dell’Europa. Alle Scuderie del Quirinale la grande mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” nel bimillenario della morte del poeta. Nostra intervista alla curatrice Francesca Ghedini: temi, ricerche, miti raccontati attraverso 200 opere, molte inedite

Alle Scuderie del Quirinale a Roma la mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” dal 17 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019

Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova

Ancora poche ore e le Metamorfosi di Ovidio si materializzeranno alle Scuderie del Quirinale a Roma nella mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” dal 17 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019, declinate in oltre duecento opere, alcune esposte per la prima volta al grande pubblico, che vanno dall’antichità (sculture, rilievi, affreschi, gemme, monete…), al medioevo (codici miniati con le illustrazioni dei diversi miti), fino alla grande stagione pittorica del Rinascimento e del Barocco, con quadri dei più grandi pittori del tempo. La mostra, che rientra nelle celebrazioni per il bimillenario della morte del poeta Publio Ovidio Nasone, morto in esilio a Tomi, sul mar Nero, appunto fra il 17 e il 18 d.C., nasce da un progetto di Francesca Ghedini, con Giulia Salvo e Isabella Colpo, ed è stata curata dalla stessa Francesca Ghedini unitamente a Vincenzo Farinella, Giulia Salvo, Federica Toniolo, Federica Zalabra. La mostra presenta la cultura e la società della Roma della prima età imperiale, ricostruita attraverso il filtro dei testi ovidiani: dall’Ars Amatoria alle Metamorfosi alle disperate lettere dal mar Nero. Archeologiavocidalpassato ha incontrato la curatrice della mostra, l’archeologa Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova.

Il “ritratto” del poeta Publio Ovidio Nasone

Professoressa Ghedini, come nasce questa mostra “archeologico-artistica” con un soggetto che è più letterario-filologico?
“Dietro questa mostra, frutto di molte professionalità dell’università di Padova, ci sono 10 anni di ricerche, convegni e mostre. Basti ricordare i contributi ovidiani pubblicati sulla rivista “Eidola. International journal of classical art history” nel 2011; e poi l’anno successivo la pubblicazione degli atti del convegno “Il gran poema delle passioni e delle meraviglie. Ovidio e il repertorio letterario e figurativo fra antico e riscoperta dell’antico” tenutosi qualche anno prima all’università di Padova; e sempre nel 2012 la mostra “Metamorfosi. Miti d’amore e di vendetta nel mondo romano” tenutasi a Padova che ho curato insieme a Isabella Colpo”. Per la mostra odierna fondamentale è stato l’apporto della Direzione Generale del MiBAC e delle Scuderie del Quirinale che hanno accettato con entusiasmo l’ambizioso progetto.

A Mantova nel 2011 la mostra “Virgilio, volti e immagini del poeta”

Ovidio è il più immaginifico degli scrittori antichi. Attraverso le sue parole/versi è il più tradotto … dal mondo antico ai giorni nostri. Ma da qui a farne una mostra…
“Abbiamo pensato e voluto realizzare una mostra che sia accattivante per il grande pubblico, nonostante sia dedicata a un poeta. Il nostro intento è stato quello di raccontare il poeta attraverso le immagini. Non siamo comunque i primi che si sono cimentati nell’impresa di raccontare un poeta in una mostra. Ci sono dei precedenti illustri in questo senso: ad esempio, la grande mostra a Mantova su Virgilio nel 2011 (“Virgilio, volti e immagini del poeta”), curata da Vincenzo Farinella; e la stupenda mostra sull’Ariosto a Ferrara nel 2016 (“Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”), curata da Guido Beltramini.

Manifesto della mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale

Ma le nostre conoscenze su Ovidio, rispetto ai citati Virgilio e Ariosto, sono ben poca cosa.
“È vero. Noi ci siamo trovati a narrare, a raccontare di un grande poeta di cui sappiamo ben poco: il suo volto è a noi sconosciuto, e neppure la sua data di morte in esilio è certa: oscilla tra il 17 e il 18 d.C. Noi ci agganciamo a questa data che va per la maggiore (per il bimillenario). Però, diversamente dal caso di Virgilio, per esempio, di Ovidio sappiamo molte cose grazie a una specie di autobiografia contenuta in una delle più toccanti elegie scritte in esilio sul mar Nero (la decima del quarto libro dei Tristia). Comunque sono molte le opere straordinarie esposte alle Scuderie del Quirinale, alcune presentate per la prima volta al pubblico. E l’impatto sui visitatori credo proprio sarà di grande effetto, grazie anche alla sensibilità dell’architetto Francesca Ercole che ha realizzato un allestimento eccezionale, adottando spesso soluzioni ancora più efficaci di quelle che avevamo pensato noi. Inoltre la mostra è accompagnata da un ricco catalogo, curato molto bene da Artem”.

Gli spazi alle Scuderie del Quirinale si articolano in dieci sale, cinque per piano. Come ha sfruttato questi grandi spazi?
“La mostra è organizzata per grandi temi. Al piano terra, la prima sala è dedicata alle opere del poeta, a quelle opere che lo hanno fatto grande e ne hanno preservato la memoria; poi proseguiamo illustrando la sua concezione dell’amore e lo scontro con Augusto, personaggio chiave nella vita di Ovidio, basato anche sulla diversa concezione di divinità come Apollo, Diana e Giove. Invece le cinque sale del secondo piano sono tutte dedicate alle Metamorfosi”.

L’Ermafrodito conservato al museo nazionale Romano

Allora vediamo un po’ più da vicino l’articolazione di questa mostra. Ci accompagni in una piccola visita guidata virtuale?
“Tema fondamentale nella produzione ovidiana è l’Amore. Sappiamo come nelle opere giovanili il poeta abbia evocato corteggiamenti e amplessi. I suoi versi danno vita a un vero e proprio vademecum del perfetto seduttore. Così per illustrare i suoi versi immortali abbiamo proposto in mostra immagini di scene amorose, arredi e oggetti di uso femminile. E poi ci sono i baci appassionati, le scene erotiche: protagonisti negli elementi decorativi all’interno della casa romana. Anche Augusto non disdegnò di averne alcune, nonostante la sua politica di moralizzazione. Quindi vediamo in mostra – come in uno specchio – le immagini che si ritrovano nei versi di baci appassionati e di amplessi. C’è quindi un gioco di rimandi tra versi e immagini”.

L’Augusto velato, capolavoro proveniente dal museo Archeologico nazionale di Aquileia (foto Graziano Tavan)

Nella seconda sala propone la storicizzazione della figura di Ovidio. Cosa intende?
“La seconda sezione affronta il grande scontro tra l’imperatore Ottaviano Augusto e il poeta, costretto alla fine all’esilio. Sappiamo che i motivi alla base dell’ira di Augusto sono legati ai versi “licenziosi” di Ovidio sull’amore, e al suo modo dissacrante di rapportarsi e trattare le divinità, proprio quelle divinità che sono le fondamenta della politica e della morale di Augusto. In particolar modo Ovidio se la prende con Apollo, Diana e Giove. Non è un caso che abbiamo dedicato le tre sale successive a descrivere i miti più famosi legati a queste tre divinità. È proprio in questa sezione che chiude il piano terra delle Scuderie del Quirinale, e in qualche modo anche il rapporto di Ovidio con il mondo antico, che compaiono i primi codici, che è possibile esporre grazie al contributo di Federica Toniolo, collega di Storia dell’arte all’università di Padova. Sono proprio i codici medievali e i primi libri a stampa illustrati con soggetti ovidiani che fanno da trait d’union tra il mondo antico e il Medioevo e l’età Moderna, mondi che sono ben rappresentati nell’altra metà della mostra, al secondo piano”.

L’incipit delle “Metamorfosi” di Ovidio

I miti raccontati nelle Metamorfosi superano dunque il mondo antico per arrivare fino a noi. Come li avete resi per il grande pubblico?
“Come si diceva, tutto il secondo piano è dedicato alle Metamorfosi, con l’illustrazione di una decina di miti: quelli più importanti e famosi. In questa sezione abbiamo la possibilità di esporre anche quadri di grandi artisti del Rinascimento, dal Tintoretto al Poussin, la cui scelta è stata affidata a Federica Zalabra del MIBAC e Vincenzo Farinella dell’università di Pisa. Ogni mito è raccontato in poche righe. E poi immagini e versi di Ovidio si rincorrono in un mix antico-moderno”.

Il gruppo scultoreo “Venere ed Eros” proveniente dal museo di Eretria in Grecia

Come si presenta in mostra questo mix antico-moderno?
“L’illustrazione del mito la affidiamo a una grande varietà di oggetti: dall’affresco romano ai sarcofagi, dai codici antichi ai quadri rinascimentali, e alle parole di Ovidio stesso. Così il visitatore potrà cogliere che c’è un filo rosso che corre attraverso i secoli dall’età augustea ai giorni nostri. Ovidio fissa la cultura occidentale. Ancora oggi nel nostro modo di dire e di fare c’è tanto di Ovidio, anche se non ce ne rendiamo conto. In poche parole possiamo dire che Ovidio è alle radici dell’Europa”.

Come si chiude la mostra alla decima sala?
“La mostra si conclude con l’apoteosi di Ovidio che raccontiamo attraverso l’apoteosi di Ganimede, metafora dell’apoteosi del poeta che supera l’esilio e il tempo. È lui stesso che scrive: “Io sopravviverò alla morte”. E non si è sbagliato”.

Ha parlato di grandi pezzi in mostra. Ce ne anticipa qualcuno?
“Innanzitutto il mio pezzo preferito. Viene dal museo di Eretria, in Grecia, e fa bella mostra nella sala 6: si tratta del gruppo scultoreo “Venere ed Eros” che racconta il mito di Adone. E ancora il cosiddetto “Ritratto di Ovidio”, cosiddetto perché in realtà non abbiamo alcun ritratto attribuibile al poeta. È stato realizzato dal pittore ferrarese Ortolano. Lo abbiamo posto nella prima sala”.

“Venere callipigia”, capolavoro conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Qualche altro…
“Mi piace ricordare tre pezzi eccezionali che vengono da altrettanti grandi musei italiani: la Venere Callipigia, scultura romana del I-II sec. d.C., conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli; l’Ermafrodito del museo nazionale Romano; e la statua dell’Augusto velato dal museo Archeologico nazionale di Aquileia”.

Tra tanti capolavori anche dei pezzi inediti.

La testa di Giulia Minore ritrovata a Fiumicino

“Ci sono pezzi frutto di nuove e recenti scoperte archeologiche: come è il caso della testa di Giulia Minore (nipote di Augusto) trovata a Fiumicino, o il ritratto di Tiberio proveniente da Sessa Aurunca. (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/24/il-carro-del-principe-sabino-di-eretum-in-lamine-dorate-vii-vi-sec-a-c-protagonista-della-mostra-testimoni-di-civilta-lart-9-della-costituzione-la-tutela-del-patrimonio-cu/)”.

Come si può intuire, chiude la prof. Francesca Ghedini, “non è una mostra di cassetta, ma una mostra che appassionerà sicuramente il grande pubblico proponendo un messaggio culturale di qualità frutto di un lungo lavoro di preparazione”.

Il fascino dell’archeologia racchiuso in una pralina. Per la rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto creata in esclusiva una pralina a strati (archeologici): dal cacao, dono divino per gli aztechi, al sale e mais, al miele d’acacia, al rosmarino di ovidiana memoria

Walter Tomio, titolare di Exquisita, mostra la pralina Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto (foto Graziano Tavan)

Il nuovo logo della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Il fascino dell’archeologia racchiuso in una… pralina. Chi frequenta Rovereto la prima settimana di ottobre da quasi trent’anni è abituato a coniugare la ricerca archeologica con la divulgazione scientifica attraverso il cinema. Ma per la 29.ma rassegna internazionale del cinema archeologico succede anche che un’eccellenza di Rovereto, la cioccolateria Exquisita, abbia realizzato in esclusiva per la rassegna una pralina che “racconta l’essenza del festival attraverso il cioccolato”. Sabato 6 ottobre 2018, dalle 11.15 alle 12.30, la pralina è presentata ufficialmente nella Sala Bar del teatro Zandonai di Rovereto, sede della rassegna, dove sarà possibile anche degustarla. “Racchiudere il concetto di archeologia e cinema in una pralina”, esordisce Walter Tomio, titolare di Exquisita, “è stata una bella sfida… Per me, che non sono un archeologo, l’archeologia ha la capacità di travalicare i confini del tempo e dello spazio, in una certa misura di rendere immortali le storie e le vicissitudini. Ho voluto quindi rappresentare questo aspetto, il tema dell’immortalità, declinandolo in un cioccolatino per narrare la capacità che ha il cinema di rendere fruibili temi complessi anche ai profani”.

Il dio azteco Quetzalcóatl che ha donato il cacao all’uomo

Walter Tomio spiega i segreti della pralina della Rassegna di Rovereto

I segreti della pralina “archeologica”. “Il guscio della pralina – spiega Tomio – è in cioccolato extra fondente 61%, da una miscela di cacao con una forte presenza di cacao del centroamerica, cacao originari. Quindi il guscio è dedicato alle civiltà precolombiane e alla leggenda azteca che faceva risalire l’albero del cacao a un dono del dio Quetzalcoatl. All’interno abbiamo creato delle stratificazioni, a rappresentare la stratigrafia di uno scavo archeologico. Nello strato superiore abbiamo utilizzato del mais salato macinato grossolanamente. Il mais è un’altra traccia delle civiltà precolombiane, uno degli elementi base dell’alimentazione e quindi della sussistenza. Il sale è stato uno degli ori dell’antichità a molte latitudini. La granulosità è dedicata alla parte manuale del lavoro dell’archeologo, il contatto con la terra. Nello strato inferiore abbiamo creato una ganache di cioccolato con il miele di acacia. Il miele inserisce un altro elemento di sostentamento degli antichi ma anche la dolcezza primordiale; non un miele qualsiasi, ma solo miele di acacia perché è molto pregiato, ha un gusto piuttosto neutro e quindi interferisce solo minimamente con la percezione gustativa, e perché l’acacia è il legno con il quale Dio ordinò a Mosè sul Sinai di costruire l’Arca dell’Alleanza, un legno straordinariamente duro ma anche elastico allo stesso tempo…. insomma il legno che secondo la tradizione ebraica avrebbe permesso di travalicare il tempo e proteggere il sacro”. “Il tocco finale – conclude Tomio – è un macinato di rosmarino. Utilizzato nei riti funerari dei popoli mediterranei (egiziani, greci, romani) per il suo simbolo di immortalità e memoria. Molte le leggende, su tutte quella collegata ad Ovidio nelle “Metamorfosi”, riferita alla morte della bella principessa Leucotoe. I raggi del sole, deviati da Apollo affinché la illuminassero nella sua tomba, la trasformarono in una pianta dalle foglie profumatissime nella quali la vulgata vi lesse proprio il rosmarino. La parte finale del lavoro è nell’abilità di dosare e miscelare questi molteplici e insoliti ingredienti per ottenere una pralina che oltre a aver messo in gioco molti concetti per rappresentare la bellezza di una Rassegna dedicata al Cinema Archeologico fosse anche buona…. Magari squisita… Questo lo giudicherà chi la assaggerà”.

Nel bimillenario della morte di Ovidio, al santuario di Ercole Vincitore a Tivoli (Roma) la mostra “E dimmi che non vuoi morire: il mito di Niobe”: al centro il restaurato gruppo scultoreo di Niobidi scoperto a Ciampino nel 2012 insieme a opere sul mito realizzate nel corso dei secoli

Il santuario di Ercole Vincitore a Tivoli (Roma), uno dei maggiori complessi sacri dell’architettura romana in epoca repubblicana

Nell’antico Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli (Roma) si conserva un gruppo scultoreo di Niobìdi di estrema rilevanza. Ma non da molto. La sensazionale scoperta delle statue risale infatti a pochi anni fa, all’estate del 2012, nei pressi di Ciampino (Roma), all’interno del Barco Colonna, in una natatio (piscina) legata al quartiere termale di una villa romana, già attribuita alla famiglia dei Valerii Messallae. L’esponente più insigne della famiglia in età augustea, il celebre Marco Valerio Messalla Corvino, console nel 31 a.C. con Ottaviano, fu poeta egli stesso e protettore di Tibullo e di Ovidio e proprio nelle “Metamorfosi” di Ovidio possiamo leggere una delle descrizioni più celebri del mito di Niobe e dei suoi sventurati figli. Ecco che quindi la stimolante coincidenza della presenza del gruppo di Niobìdi a Tivoli con il bimillenario della morte del poeta Publio Ovidio Nasone avvenuta a Tomi (l’odierna Costanza, oggi in Romania), sul mar Nero, il 18 d.C., ha convinto l’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este a promuovere la mostra “E dimmi che non vuoi morire: il mito di Niobe”, che inaugura la prima stagione espositiva nelle vesti di nuovo organismo autonomo del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.

L’ingresso della mostra “E dimmi che non vuoi morire: il mito di Niobe” al santuario di Ercole Vincitore a Tivoli (Roma)

Il progetto espositivo, curato da Andrea Bruciati e Micaela Angle, si sviluppa nell’Antiquarium del Santuario di Ercole Vincitore, fino al 23 settembre 2018, presentando per la prima volta al pubblico le statue dopo complesse operazioni di restauro. Il santuario di Ercole Vincitore è uno dei maggiori complessi sacri dell’architettura romana in epoca repubblicana. Situato a Tivoli, venne edificato nel corso del II secolo a.C. Si tratta di una struttura di dimensioni imponenti, realizzata con una serie di terrazzamenti, a picco sul fiume Aniene. La mostra è allestita in due nuove sale del Santuario che ne fungono da palcoscenico. Partendo proprio dal gruppo di Ciampino, l’esposizione esplora il mito di Niobe all’interno della tradizione attraverso un’attenta analisi dell’evoluzione e della fortuna di esso nei secoli: dall’iconografia della violenza nel Rinascimento si passa al XX secolo e si arriva fino al nuovo millennio, quando il tema è declinato in stilemi e rappresentazioni figurative che interessano l’attualità, come il genocidio e la guerra. In questa prospettiva, il tema della strage antica diventa, quindi, occasione di riflessione e confronto con l’iconografia della violenza dal Rinascimento all’età contemporanea, fino ai tempi nostri, connotandosi in stilemi e rappresentazioni figurative che interessano temi stringenti per l’attualità come il genocidio, la guerra, e rispecchiandosi nella grande letteratura contemporanea. Se uno degli obiettivi del progetto scientifico è quello di celebrare Ovidio, si vuole però qui “vivificare, attraverso l’analisi di un episodio delle Metamorfosi, un racconto lungo oltre duemila anni, dove l’interpretazione e l’eredità del mito vengono intesi quasi come storytelling mutante e impressivo”.

La testa di Niobe che fa parte del gruppo scultoreo di Niobidi scoperto a Ciampino

Ma cerchiamo di conoscere meglio il mito di Niobe, magistralmente narrato da Ovidio in Metamorfosi, VI, 146-312. In nostro aiuto viene uno dei curatori, Micaela Angle. “Niobe, regina di Tebe, sarebbe stata la più fortunata delle madri”, interviene, “se tale non fosse sembrata a se stessa (“Sono felice; chi potrebbe negarlo? L’abbondanza di figli mi rese sicura. Immaginate che si sottragga qualche parte a questa moltitudine; benché privata, non mi ridurrò al numero di due, che è la prole di Latona”, era il pensiero di Niobe)”. La dea si indigna e si rivolge ai figli, Apollo e Artemide, per essere vendicata. Vicino alle mura di Tebe, in un campo pianeggiante, i figli maschi di Niobe si esercitano a cavallo. Lì, i gemelli divini fanno strage dei fanciulli con arco e frecce. La notizia della sciagura e il dolore del popolo raggiungono Niobe, la quale si stupisce che gli dei abbiano potuto ciò e si adira che abbiano osato: “Godi, crudele Latona, del mio dolore e sazia il cuore – la sfida-; son portata alla tomba da queste morti. A me infelice, però, restano più figli che a te; anche dopo tante morti sono superiore”. Ha appena finito di parlare che risuona dall’arco la corda che atterrisce tutti, eccetto Niobe, sfrontata anche nella sventura. Dopo che sei figlie sono state uccise, resta l’ultima; la madre, ricoprendola con il corpo dice: “Una sola, la più piccola, lasciamene; di molte te ne chiedo una sola”. E mentre prega, quella cade. “Privata della famiglia – continua a raccontare Angle – si accascia e diviene di pietra; l’aria non muove i capelli, il colore del viso è esangue, gli occhi sono immoti nel volto, niente di vivo è nel suo aspetto. Anche la lingua nel palato si irrigidisce e i polsi cessano di battere; il collo non può piegarsi, né le braccia muoversi, né i piedi camminare; anche le viscere sono pietra. Avvolta in un turbine di vento, viene trasportata nella sua patria e, sulla vetta di un monte, si stempera in pianto. Tuttora il marmo stilla lacrime”, spiega Annamaria Stefani.

Una statua del gruppo di Niobidi restaurata ed esposta in mostra (foto Quirino Berti)

“Il mito, inteso come narrazione investita di sacralità”, scrive l’altro curatore, Andrea Bruciati, “può “spiegare” l’ordine profondo che regola l’esistenza, come la vita e la morte, i successi e le sconfitte, la natura e i fenomeni che ci circondano, tutto ciò che è accaduto e che accadrà. Attraverso gli intermediari con il mondo divino – sacerdoti, celebranti e ogni ministro del culto – il mito aiuta ed indirizza nell’interpretazione della realtà, cercando di superare e risolvere le contraddizioni della natura o della società. L’eccidio dei regali Niobidi da parte degli dei e la successiva trasformazione della madre addolorata in roccia, da cui sgorga una fonte d’acqua, offre diversi gradi di lettura; la vicenda dei Niobidi può essere scomposta in più nuclei: la presenza di un regno (Tebe), i suoi legittimi sovrani (Anfione e Niobe), la fortuna del regno (espressa dalla prolificità dei regnanti), l’eliminazione della stirpe e dei regnanti. Un secondo tema, che può essere considerato del tutto separato, è la manifestazione del dolore e, invece della morte, la trasformazione in roccia e in fonte d’acqua perenne: la metamorfosi di Niobe descritta da Ovidio. La prima parte del mito è fortemente legata all’importanza della polis di Tebe, e al ruolo e alla posizione dei regnanti. L’arroganza della regina Niobe che avoca a sé, per merito di prolificità, onori e beni destinati agli dei è il pretesto della strage dei suoi figli. La casata reale perde, quindi, la sua discendenza e pertanto non potrà trasmettere, legittimamente, l’autorità e il potere di governare il regno. La rappresentazione artistica della vicenda mitologica invia, quindi, un feroce monito ai rappresentanti della regalità o di un potere egemonico”.

La ricomposizione in mostra, dopo il restauro, del gruppo di Niobidi scoperto a Ciampino nel 2012

I Niobidi di Ciampino – si è detto – sono stati recuperati all’interno di una piscina annessa a una villa di prima età imperiale (fine I sec. a. C. – II sec. d. C.). “Le statue – sottolinea Angle – facevano parte di un gruppo, probabilmente replica di un originale più antico. Solo alcune delle 13 o 15 sculture marmoree originariamente presenti, sono state rinvenute: quelle dei figli potevano verosimilmente essere allestite attorno alla piscina, mentre Niobe, di cui si è preservata solo la testa, doveva occupare un basamento in peperino al centro della medesima vasca. In tal modo, la madre, per sempre fissata nella pietra come nel racconto della tradizione, alimentava idealmente con le proprie lacrime la piscina, in un gioco di rimandi tra il mito e la sua rappresentazione. Non erano probabilmente rappresentati Apollo e Artemide, artefici dell’eccidio, la cui invisibilità doveva accrescere la drammaticità della scena, ben esprimendo l’imperscrutabilità del volere e della punizione divina. L’interesse del ciclo deriva proprio dalla possibilità di coglierne il contesto, che ne amplifica i significati, sebbene, sulla base dei più recenti restauri, la sistemazione delle statue attorno alla piscina paia essere stata adottata per queste sculture solo in seconda battuta”. Il restauro del gruppo statuario dei Niobidi è stato di particolare impegno a causa dell’avanzato stato di corrosione del marmo. “Le superfici delle sculture – continua – erano di difficile lettura perché rivestite da uno spesso strato di terra che non era possibile rimuovere senza asportare grani di marmo. Anche nelle zone con meno incrostazioni era evidente un’avanzata corrosione della pietra che aveva perso la superficie originaria e si presentava erosa e disgregata”. Col primo intervento di restauro, curato dalla CBC Conservazione Beni Culturali e finanziato dall’allora Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio, è stata rimossa la terra, e incollati i piccoli frammenti non eccessivamente pesanti. Col secondo intervento, finalizzato alla ricomposizione, allo studio e alla realizzazione dei supporti per la staticità e la movimentazione, affidato alla ditta Carlo Usai e finanziato dalla Confederazione Elvetica, nel quadro di un accordo bilaterale Italia-Svizzera, sono stati ricomposti i frammenti ritenuti pertinenti ad alcune sculture. “L’eventuale spazio tra i frammenti è stato colmato da integrazioni in malta o resina, secondo le necessità. Per risolvere tecnicamente il problema della stabilità delle opere sono stati realizzati inoltre appositi supporti, parzialmente vincolati alle basi nella superficie d’appoggio. Tale intervento è stato anche l’occasione per effettuare delle osservazioni sull’originario allestimento dei componenti del gruppo, in relazione al grado di inclinazione delle basi antiche”.

L’allestimento della mostra sul mito di Niobe a Tivoli

“Inserita in spazi generalmente adibiti all’arte antica”, spiegano i curatori, “la mostra infrange la divisione tra passato e contemporaneo così come quello tra esposizione temporanea e collezione permanente, ipotizzando una commistione trasversale di questi logoi che metta in luce le caratteristiche intrinseche ai siti che compongono il nuovo Istituto. Interamente modellato attraverso piattaforme diacroniche di pensiero, il progetto propone infatti un percorso non soltanto visivo, ma anche letterario, immaginario e musicale, ispirandosi alla poesia stessa del grande poeta romano. Oltre al gruppo scultoreo centrale, l’esposizione presenta un ampio panorama di capolavori che nei secoli hanno riguardato la vicenda di Niobe. Il progetto espositivo si compone infatti di pregiate ceramiche antiche a figure rosse, come quella del Pittore di Arpi rappresentante Andromeda e Niobe, insieme ai marmi bianchi proveniente dai secoli successivi e ai fregi rinascimentali realizzati da Polidoro da Caravaggio, fino al celebre Nudo e Albero firmato da Mario Sironi degli anni ’30 del ‘900 e al Red Carpet di Giulio Paolini che esprime l’atrocità della strage in chiave contemporanea”.

“Veleia sotto le stelle”: arte, miti, yoga, storia e stelle. Serate a tema e visite guidate con archeologi della soprintendenza nel sito archeologico di Veleia (Pc), municipio romano che ricorda i liguri Veleiates sconfitti e sottomessi a Roma

“Veleia sotto le stelle”: serate a tema e visite guidate nell’area archeologica

Arte, miti, yoga, storia e stelle: sono gli ingredienti del ricco menù di inizio agosto a Veleia Romana, nella valle del Chero, prospero municipio romano ed importante capoluogo il cui nome deriva dalla tribù ligure chiamata Veleiates, fondato nel 158 a.C., dopo la definitiva sottomissione dei Liguri a Roma. L’appuntamento è per “Veleia sotto le stelle”, evento promosso dal Polo museale dell’Emilia Romagna in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza e il Comune di Lugagnano Val d’Arda. Per 4 serate, da sabato 4 agosto a domenica 12 agosto 2018, l’area resta aperta fino alle 22.30 e, a partire dalle 19.30, ospita eventi culturali. Proprio in queste serate è possibile effettuare visite guidate all’area con archeologi della soprintendenza e in particolare al “castellum aquae” più noto come “anfiteatro”, normalmente chiuso al pubblico. Tutti gli eventi si svolgono al centro visite di Veleia con inizio alle 21. L’osservazione delle stelle e le lezioni di yoga, nel foro romano, sempre alle 21. È gradita la prenotazione (0523801173 sabap-pr.segreteria@beniculturali.it ). Le iniziative sono gratuite per chi accede all’area archeologica (costo ingresso: 2 euro intero, 1 euro ridotto).

L’archeologa Federica Guidi

Ogni serata è dedicata a un tema culturale differente: si è aperto sabato 4 agosto 2018, con la conferenza sul mondo dei Gladiatori a cura di Federica Guidi, autrice del best seller “Morte nell’arena”, che ha raccontato scena e retroscena di un costume che ha attraversato i secoli. In principio, nel III sec. a.C. si chiamavano munera, obblighi verso i defunti. Poi il nome rimase ma i combattimenti divennero festività offerte da personalità politiche e dall’imperatore per procurarsi consenso Panem et circenses. Gli eventi proseguono nel weekend del 10-12 agosto.

Visite guidate nel foro romano di Veleia nelle serate di agosto

Per la sera di San Lorenzo, venerdì 10 agosto 2018, l’architetto Valentina Cinieri terrà una lezione sull’iconografia del Santo tra arte, devozione e tradizione popolare: “Il pianto del cielo. San Lorenzo tra arte e devozione”. Il giorno dedicato a San Lorenzo è noto per la concentrazione della pioggia di meteore, fenomeno che ha originato tradizioni popolari che ricondurrebbero questo avvenimento naturale al martirio del Santo, paragonando le stelle cadenti alle lacrime versate durante il supplizio o alle scintille provenienti dalla graticola infuocata del martirio. Attraverso le rappresentazioni pittoriche e scultoree del Medioevo agli inizi del secolo scorso, realizzate nei diversi ambiti storico-culturali dei differenti periodi storici, è possibile tracciare l’evoluzione dell’iconografia del santo martire.

Le terme romane di Veleia

Sabato 11 agosto 2018 sarà la volta del restauro: gli architetti Cristian Prati della Soprintendenza e Luca Oddi con i restauratori di Opus restauri, presenteranno i lavori di restauro in corso sulle terme di Veleia, realizzati anche con il contributo dei mecenati del luogo che hanno aderito alla “chiamata alle arti” di Art Bonus: Cristian Prati introdurrà i principi del restauro applicati ai beni archeologici, mentre Luca Oddi e i restauratori illustreranno il progetto in corso nel settore termale della cittadina romana.

L’astrofilo Marco Bastoni

Domenica 12 agosto 2018 l’area ospiterà un noto astrofilo, Marco Bastoni, che accompagnerà i presenti dal foro romano alla scoperta di stelle, pianeti e costellazioni, rievocando miti e leggende del cielo: racconti dal cielo osservando le stelle. Accompagnati da letture dalle Metamorfosi di Ovidio, osservazione del cielo con telescopio insieme all’astrofilo Marco Bastoni.

Yoga nel foro romano di Veleia

Yoga nel foro romano. Per gli amanti della meditazione e del contatto con la natura, nelle serate dell’11 e 12 agosto 2018 nel foro romano sarà possibile partecipare alle lezioni di Akhanda Yoga della maestra Francesca Bicchieri: Akhanda, come la parola yoga, significa completo, indivisibile, intero, infinito, pieno. Akhanda yoga non è qualcosa che facciamo ma è ciò che siamo.