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Roma. Presentati al ministero della Cultura i 60 reperti archeologici, databili tra il VII sec. a.C. e il I sec. d.C. (valore stimato 20 milioni di dollari), rimpatriati dagli Usa grazie a un’operazione dei Carabinieri TPC insieme al DAO di New York. L’intervento degli esperti. E il bilancio del TPC per il 2022

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Il ministro Sangiuliano al centro del tavolo dei relatori alla presentazione dei 60 reperti archeologici rimpatriati dagli Usa (foto antonio minerva / mic)

L’ufficiale dei carabinieri apre il pacco con la stessa attenzione e curiosità con cui si scarta un regalo. Dentro, una meravigliosa kylix a fondo bianco, mostrata tra mille amorevoli attenzioni. È questo l’ultimo atto di una brillante operazione internazionale dei carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) insieme al New York County District Attorney’s Office (DAO), che ha portato al rimpatrio di 60 reperti archeologici – valore stimato oltre 20 milioni di dollari – dagli Stati Uniti, dov’erano stati commercializzati da trafficanti internazionali. Giunti nei giorni scorsi con un volo dagli Usa, scortati dai carabinieri, sono stati scaricati a Fiumicino e portati al ministero della Cultura per essere presentati ufficialmente, lunedì 23 gennaio 2023, nella sala Spadolini, alla presenza del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano; del comandante dei Carabinieri TPC, Gen. B. Vincenzo Molinese; il viceprocuratore del District Attorney’s Office di Manhattan, col. Matthew Bogdanos; il procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Roma, Angelantonio Racanelli; il ministro consigliere per gli Affari pubblici dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, Christina Tomlinson; Federica Pitzalis, funzionario archeologo del MiC.

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Alcune ceramiche e bronzi tra i 60 reperti trafugati rimpatriati dagli Usa (foto antonio minerva / mic)

Questi 60 beni, ceramiche, bronzi, sculture, pitture, databili tra il VII sec. a.C. e il I sec. d.C., rappresentano il saccheggio dei siti archeologici italiani causato da trafficanti senza scrupoli al fine di procurarsi un profitto illecito. Per troppo tempo sono rimasti in musei, case private e gallerie estere senza alcun diritto di proprietà. Per smascherare questi criminali sono stati necessari anni di diligente e difficile lavoro investigativo svolto in coordinamento tra il Comando. “Il recupero di questi reperti da parte dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale è un grande successo nell’ambito delle attività di contrasto al traffico illecito dei beni che appartengono alla nostra nazione”, ha esordito il ministro Sangiuliano. “Ringrazio l’Arma per il prezioso e insostituibile lavoro quotidiano, svolto in ogni parte del mondo”. E il gen. Molinese: “Abbiamo portato a termine un’importante operazione grazie alla preziosa collaborazione italo-americana. La cooperazione tra le magistrature dei due Paesi ci ha consentito di ottenere un risultato di storica portata”. Carabinieri TPC, il DAO di New York, le competenti Autorità Giudiziarie nazionali e il necessario contributo tecnico-scientifico fornito dagli esperti del ministero della Cultura e il supporto del ministero degli Affari Esteri, ai quali si deve anche il fondamentale operato che ha fortemente sostenuto quella di cooperazione giudiziaria e di polizia, alla base dell’individuazione, recupero e restituzione dei reperti. In tale quadro non si può non dare risalto alla fattiva collaborazione fornita dalle istituzioni americane a quelle italiane. Il ritorno di questi manufatti nei luoghi a cui appartengono è una testimonianza dell’instancabile e costante impegno di queste istituzioni.

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Sculture e bronzi tra i 60 reperti trafugati rimpatriati dagli Usa (foto antonio minerva / mic)

Le opere erano state offerte in vendita da alcuni brokers dell’arte e sono poi confluite in collezioni private statunitensi, come in quella di uno dei più grandi collezionisti d’arte antica del mondo, al quale è stato addirittura imposto, per la prima volta nel suo genere, un divieto a vita di acquistare antichità a seguito dell’indagine penale pluriennale e multinazionale condotta dal DAO. L’attività d’indagine è stata supportata dagli accertamenti fotografici, eseguiti dal personale della Sezione Elaborazione Dati del Comando TPC, che hanno permesso di verificare le opere individuate nel contesto di procedimenti penali a carico di diversi trafficanti internazionali di reperti archeologici, nel corso dei quali il Reparto Operativo TPC ha sequestrato grandi quantità di materiale fotografico e documentale riferito a migliaia di beni trafugati, tra cui quelli presentati al ministero. Tali beni, infatti, erano stati immessi nel mercato antiquario internazionale attraverso transazioni effettuate da ricettatori di beni culturali e mercanti d’arte, senza le prescritte autorizzazioni, peraltro beni provento da scavo clandestino o da furti, e commercializzati nel mercato statunitense. Non vi era traccia, inoltre, in alcuna pubblicazione degli eventuali scavi scientifici che ne proferisse il loro ritrovamento, oltretutto di eccezionale qualità e rilevanza culturale. Pertanto, i reperti non erano noti al mondo accademico fino alla data della loro acquisizione nel mercato antiquario. Grazie alle prove documentali e fotografiche in possesso del Reparto Tpc dell’Arma dei Carabinieri è stato possibile determinare che i reperti fossero provento di scavi clandestini operati in Italia ed esportati all’estero senza le previste autorizzazioni del ministero della Cultura. In effetti, i reperti non avrebbero mai potuto lasciare il territorio nazionale, come previsto dalla legislazione fin dal 1909.

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L’archeologa del MIC, Federica Pitzalis, illustra alcuni reperti archeologici rimpatriati dagli Usa (foto mic)

Dei 60 reperti archeologici recuperati, 57 sono stati esposti alla presentazione ufficiale: per tre, infatti, visto il loro stato frammentario e fragilità, è stato sconsigliato il loro spostamento. È stata l’archeologa Federica Pitzalis a presentare quattro reperti esemplificativi della varietà e dell’altissima qualità artistica e artigianale dei beni che sono stati sottratti nel corso degli anni al patrimonio culturale nazionale. E che al di là del dato etico, dimostrano quante potenzialità scientifiche ci siano in un recupero così importante.

60 reperti rimpatriati dagli Stati Uniti

Ercole uccide il serpente inviato da Giunone, alla presenza di Amphitryon: affresco trafugato da Ercolano (foto mic)

Il primo reperto è una pittura parietale proveniente da Ercolano nella quale è rappresentato con tratto veloce il mito dell’uccisione da parte di Ercole del serpente inviato da Giunone, alla presenza di Amphitryon marito della madre Alcmena. “Questo schema iconografico”, spiega Pitzalis, “è altrimenti noto in ambito vesuviano con schemi anche più complessi rispetto a questo che segue una scelta piuttosto simmetrica. Ma ritroviamo lo stesso mito ad esempio nella Casa dei Vettii a Pompei, o anche nell’Augusteum di Ercolano. Queste decorazioni parietali sono state purtroppo prede privilegiate dei saccheggi nel corso del tempo proprio perché evidentemente molto appetibili sul mercato antiquario. Ma fortunatamente sia grazie alla varietà e alla complessità del corpus noto sia all’auspicabile convergenza tra elementi della ricerca scientifica e risultanze investigative, proprio per questo tipo di materiali è possibile molto spesso una ricontestualizzazione puntuale, un ricollocamento nel contesto di origine che sia capace finalmente di ricucire il legame che è stato reciso con il trafugamento”.

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Testa di Atena in marmo (II sec. a.C.) tra i reperti recuperati dai Carabinieri in Usa e riportati a casa (foto mic)

“Il secondo reperto che presentiamo”, continua Pitzalis, “è una testa marmorea di Atena ormai priva dell’elmo e disgiunta dal corpo con il quale doveva costituire una statua monumentale, preliminarmente inquadrata in età ellenistica e probabilmente destinata a uno spazio pubblico di rappresentanza o piuttosto a un’area sacra”.

60 reperti rimpatriati dagli Stati Uniti

Kylix a fondo bianco di produzione attiva (V sec. a.C.) con donna stante nell’atto di compiere un gesto rituale, tra i 60 reperti rimpatriati dagli Usa (foto mic)

Il terzo reperto è invece una kylix a fondo bianco che “rientra nel panorama delle produzioni di ceramica attica che tra VI e V sec. a.C. che trovano nella Sicilia, nell’Italia meridionale coloniale e nell’Etruria addirittura ricettori privilegiati, tant’è che i rinvenimenti italiani – sottolinea Pitzalis – sono fondamentali per lo studio di queste classi ceramiche. All’interno del vaso, già attribuito al Pittore di Villa Giulia e inquadrabile al secondo quarto del V sec. a.C., è ritratta una donna stante nell’atto di compiere un gesto rituale, probabilmente di carattere funerario. Mentre all’esterno, si riconosce il mito della dea Eos che insegue un giovane, probabilmente Titone in considerazione dell’attributo della lira”.

60 reperti rimpatriati dagli Stati Uniti

Busto maschile in bronzo (I sec. a.C. – I sec. d.C.) tra i 60 reperti rimpatriati dagli Usa (foto mic)

Infine l’ultimo reperto che sicuramente merita una particolare menzione è un busto di bronzo ancora con tracce polimateriche nella resa degli occhi. “Appare particolarmente interessante perché ha indubbiamente dei tratti molto peculiari per cui il fatto che adesso venga finalmente restituito alla conoscenza e allo studio e alle analisi, che potranno essere fatte dagli specialisti, fa immaginare che la peculiare sintassi del volto di questo ritratto possa ispirare numerose suggestioni a chi si occuperà degli approfondimenti di studio. Si tratta di un busto che preliminarmente appunto possiamo inquadrare tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. ma che non si può escludere, pur con qualche cautela, potesse appartenere in origine a una statua a figura intera, forse in un secondo momento riadattata in qualche modo. Il dato importante – conclude Pitzalis – è che appartiene a una categoria di materiali, la statuaria bronzea appunto, purtroppo scarsamente rappresentata nonostante i recenti e fortunati rinvenimenti di San Casciano dei Bagni, è una categoria molto sottostimata nel record archeologico perché variamente dispersa nel tempo fino ai nostri giorni”.

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Il simbolo dei carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) (foto antonio minerva / mic)

Durante la presentazione dei reperti rimpatriati, il Gen. Molinese ha illustrato i dati statistici del 2022 sulle attività di contrasto ai traffici illeciti dei beni culturali condotte dai Carabinieri TPC. L’attività operativa dell’anno, i cui dati non sono ancora completi, ha fatto registrare 217 verifiche sulla sicurezza in musei, biblioteche e archivi, 381 perquisizioni, 971 persone denunciate, 74748 beni archeologici e paleontologici recuperati e 1227 opere false sequestrate (con un valore, qualora immesse sul mercato come autentiche, di oltre 85 milioni di euro). I furti di beni culturali sono stati complessivamente 288, così ripartiti: musei 10, luoghi espositivi 51, luoghi di culto 123, archivi 14, biblioteche 13, luoghi privati e pertinenze 77. Sono stati 31.672 i beni d’arte controllati nella “Banca Dati Leonardo” e 1419 i controlli alle aree archeologiche terrestri e marine, alcuni eseguiti in collaborazione con i Carabinieri del Raggruppamento Aeromobili o dei Nuclei Subacquei, 64 le persone denunciate per scavo clandestino. Ammontano a 2088 i controlli effettuati a esercizi antiquariali, in parte svolti online anche su cataloghi d’asta, a 678 le verifiche a mercati e fiere. Dall’inizio dell’anno i Carabinieri TPC hanno effettuato 1584 controlli a siti monumentali o paesaggistici (questi ultimi svolti d’intesa con il comparto Forestale dell’Arma), rilevando attività illecite e procedendo al deferimento di 124 persone e al sequestro di 8 immobili e 2 tra aree paesaggistiche o strutture (edificate senza le previste autorizzazioni) ricadenti in aree soggette a vincolo.

Mercato illegale. Il Getty Museum di Los Angeles sarebbe pronto a restituire a settembre l’eccezionale gruppo scultoreo “Orfeo e le Sirene”, di provenienza tarantina, richiesto da oltre vent’anni. E il museo Archeologico nazionale di Taranto è pronto ad accoglierle

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“Orfeo e le Sirene”, il gruppo scultoreo magnogreco del IV sec. a.C. esposto nelle sale del Getty Museum di Los Angeles (foto MArTa)

Il museo Archeologico nazionale di Taranto è pronto ad ospitare “Orfeo e le Sirene”, il gruppo scultoreo del IV secolo a.C. conservato al Getty Museum di Los Angeles che, se l’anticipazione di ieri del “Los Angeles Times” è corretta, sta per essere recuperato al patrimonio nazionale e a settembre 2022 dovrebbe essere restituito all’Italia, dove in un primo tempo verranno esposte nel museo dell’Arte Salvata. Il gruppo in terracotta policroma è costituito dal giovane Orfeo, seduto, intento a suonare la cetra, e due Sirene stanti, una delle quali musicante anch’essa: una possibile traduzione della sfida che oppose lo straordinario cantore alle creature mitologiche dal busto umano e corpo d’uccello, che, allocate alle porte dell’Ade, nell’immaginario classico univano il suono dei loro strumenti e il loro canto a quello dei parenti dei defunti, accompagnandone la discesa agli inferi.

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Orfeo che suona la cetra, statua parte del gruppo scultoreo del IV sec. a.C. conservato al Getty Museum di Los Angeles (foto mic)

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Dettaglio del trono su cui siede Orfeo del gruppo scultoreo del IV sec. a.C. conservato al Getty Museum di Los Angeles (foto mic)

Le statue, veri e propri capolavori del IV secolo a.C., costituiscono un gruppo scultoreo di figure in terracotta a grandezza naturale e proverrebbero proprio dall’area tarantina a cui lo stesso Getty aveva già restituito negli anni scorsi antichi manufatti ceramici di produzione apula esposti poi al MArTA nella mostra “Mitomania” nell’aprile del 2019. “Quando un patrimonio di così inestimabile valore torna in patria è una grande conquista civica e morale, non soltanto per l’eredità culturale che rappresenta, ma anche per la vittoria del senso della legalità e del rapporto con i territori come ci insegna la stessa Convenzione di Faro”, commenta così la direttrice del museo Eva Degl’Innocenti che aggiunge: “Sarebbe pertanto auspicabile che Orfeo e le Sirene tornassero a casa e potessero entrare a far parte dell’esposizione permanente del MArTA. Dopo l’esposizione romana, dunque, il MArTA sarebbe pronto ad ospitare il gruppo di figure in terracotta, anche in virtù del progetto in corso di nuovo allestimento espositivo che consentirebbe al gruppo scultoreo di poter recuperare il proprio contesto identitario”.

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Il gruppo scultoreo del IV sec. a.C. di Orfeo e le Sirene dovrebbe rientrare in Italia a settembre 2022 (foto mic)

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Una Sirena del gruppo scultoreo del IV sec. a.C. conservato al Getty Museum di Los Angeles (foto mic)

“A luglio 2020, eccezionalmente (poiché la percentuale di risposta del MiC alle mie interrogazioni è inferiore al 10%)”, ricorda la senatrice Margherita Corrado della commissione Beni culturali, “il ministro Franceschini sostenne che la rivendicazione dei tre manufatti esposti nel J.P. Getty Museum di Los Angeles, asseritamente acquistati nel 1976 (prima, cioè, che gli Stati Uniti ratificassero, nel 1983, la Convenzione UNESCO di Parigi del 1970), era scientemente rallentata in attesa di sciogliere il nodo di altre quattro restituzioni attese dallo stesso museo, al fine di onorare i principi di leale e reciproca collaborazione ai quali gli accordi bi- e multi-laterali si ispirano. Principi che, come commentai allora, sembrano valere solo per gli italiani. In realtà, la provenienza del gruppo scultoreo ‘tarantino’ dal mercato illegale dell’arte è certa, com’è certa la sua esportazione illecita dopo il recupero, anch’esso clandestino, in un sito ignoto della Magna Grecia. Lo attestano le polaroid che un famigerato spoliatore di siti archeologici inserì nel suo catalogo di proposte ai potenziali acquirenti, mostrate al pubblico anche in una puntata memorabile della trasmissione “Petrolio – Ladri di bellezza” andata in onda a dicembre 2018. La richiesta di restituzione di quell’opera di straordinaria fattura ed eccezionale stato di conservazione – continua la senatrice – pende, perciò, da oltre vent’anni: era già parte dei 52 capolavori richiesti al Getty Museum dall’inizio degli anni 2000, poi scesi a 46. Nel 2006 fu deciso il rientro di 26 reperti, mentre alcuni dei 20 rimasti sono tornati in Italia a partire dal 2007 ma il museo californiano ha sempre opposto particolare resistenza a rilasciare il gruppo tarantino, conscio della sua unicità. Ora, finalmente, sembra prossimo il momento in cui il museo statunitense – a settembre, secondo il “Los Angeles Times” – restituirà a Roma il ‘maltolto’, così proseguendo la lenta opera di ripulitura della propria reputazione di museo troppo spesso disattento ai principi etici cui dichiara di ispirarsi. Ma aspettiamo il Getty Museum alla ‘prova’ dell’Atleta di Fano…”.

“Distruzione e recupero”. Il Cairo mette in mostra 200 tesori rubati dai musei dell’Egitto e recuperati nel mondo: tra questi una statua d’oro di Tutankhamon sottratta nel saccheggio del museo Egizio il 28 gennaio 2011

Vetrine rotte: il museo Egizio del Cairo ha subito un saccheggio il 28 gennaio 2011

Vetrine rotte: il museo Egizio del Cairo ha subito un saccheggio il 28 gennaio 2011

I soldati presidiano il museo Egizio del Cairo dopo il saccheggio subito nei giorni più difficili della rivoluzione

I soldati presidiano il museo del Cairo dopo il saccheggio subito nei giorni più difficili della rivoluzione

La statua in legno dorato di Tutankhamon bambino trasportato sulla testa dalla dea Menkaret

La statua in legno dorato di Tutankhamon bambino trasportato sulla testa dalla dea Menkaret

Vergogna, sbigottimento, smarrimento, disperazione, incredulità, angoscia: furono molti i sentimenti che provò il mondo intero vedendo le immagini del saccheggio del museo Egizio del Cairo trasmesse dai notiziari di ogni continente. Dappertutto vetrine sventrate, frammenti di vetri, segni del passaggio dei vandali, statue abbattute e finite in mille pezzi. Uno spettacolo che nessuno avrebbe mai voluto vedere. “Quel giorno, il 28 gennaio 2011”, raccontano le cronache, “la folla di piazza Tahrir era furibonda, incontrollabile. Da 18 giorni si succedevano dimostrazioni oceaniche e sanguinose; ma il regime di Hosni Mubarak sembrava deciso a resistere. Durante uno degli scontri, una colonna di manifestanti riuscì a scacciare i reparti di polizia che proteggevano la sede del partito di governo, e a darle fuoco. Ebbra di vittoria, la gente si riversò verso l’edificio adiacente: il museo Egizio, lo scrigno che custodisce il patrimonio più prezioso del Paese. Prima di rendersi conto di quel che faceva, di recuperare lucidità, la moltitudine aveva sfasciato 13 vetrine, distruggendo non meno di settanta reperti insostituibili”. A inventario completato, il direttore del museo, Tareq al-Awadi, avrebbe contato 54 opere scomparse. Tra queste due splendide statue di legno dorato di Tutankhamen: Tut mentre pesca con un arpione da una barca, e Tut da bambino trasportato sulla testa dalla dea Menkaret. E poi uno scriba, la regina Nefertiti, una principessa, tutti provenienti da tell el-Amarna, il grande sito archeologico nell’Egitto centrale dove Akhenaton fondò la sua nuova capitale. Dal corredo funebre di Yuya, un potente cortigiano di tremila anni fa, erano spariti uno scarabeo funerario, l’amuleto che veniva posto sul petto delle mummie per scongiurare l’asportazione del cuore, e undici “ushabti”, le statuine incaricate di sostituire il defunto nei lavori manuali richiesti nell’aldilà.

Una mummia danneggiata nel saccheggio del museo egizio  del Cairo nel 2011

Una mummia danneggiata nel saccheggio del museo egizio del Cairo nel 2011

Il Tutankhamon d'oro recuperato dopo il saccheggio del 2011 e ora in mostra al museo del Cairo

Il Tutankhamon d’oro recuperato dopo il saccheggio del 2011 e ora in mostra al museo del Cairo

Sono passati tre anni da quel tragico giorno, per fortuna non invano. E mentre i laboratori del museo facevano il possibile per riparare i danni del saccheggio del 28 gennaio 2011, le autorità egiziane hanno avviato una rete di contatti per fermare l’emorragia di preziosi reperti dall’Egitto, sempre più richiesti dal mercato antiquario illegale. E oggi il Cairo può mostrare con orgoglio i suoi tesori rubati e recuperati nella mostra “Distruzione e recupero” aperta per tre mesi al museo Egizio del Cairo, poi ogni tesoro tornerà nel proprio museo di appartenenza: 200 reperti archeologici rubati negli ultimi tre anni in Egitto e recuperati negli ultimi mesi, tra i quali una statuetta d’oro di Tutankhamon. Il ministro egiziano delle Antichità Mohamed Ibrahim, nel presentare la mostra, ha elogiato il lavoro delle forze dell’ordine e gli ambasciatori di Germania, Regno Unito, Spagna, Australia, Cina e Nuova Zelanda per il loro aiuto nel riuscire a far tornare in Egitto i tesori rubati. “Non tutto il bottino, per fortuna, è andato perduto per sempre”, ha ricordato il ministro. “Qualche ora dopo il saccheggio, in una stazione della metropolitana fu trovata una borsa contenente la statua di Tutankhamon a pesca e altri due pezzi sottratti al museo. Menkaret era in un bidone dei rifiuti, ma senza il faraone bambino. Altre opere furono rinvenute o confiscate nei mesi successivi: 140 oggetti dei 200 in esposizione alla mostra sono stati recuperati da diversi Paesi, mentre gli altri 60 sono stati sequestrati dalla polizia del Turismo e delle Antichità, prima che fossero venduti ai ricettatori”. Notevole il lavoro dei restauratori per ricomporre i tesori rubati. Pochi sono infatti i pezzi recuperati integralmente. Fra questi, il Tutankhamon con l’arpione e altre due statue del grande faraone, e la mummia di un bambino, Amenhotep: i saccheggiatori le avevano tagliato la testa, che è stata riattaccata usando le tecniche originarie. Ma una statua d’avorio del faraone Tuthmosi III è ancora parzialmente mutilata.

Tra gli oggetti salvati e ora in mostra ci sono quaranta statuine di arcieri nubiani

Tra gli oggetti salvati e ora in mostra ci sono quaranta statuine di arcieri nubiani

Purtroppo non tutti i tesori spariti sono stati recuperati: mancano all'appello ancora undici "ushabti"

Purtroppo non tutti i tesori spariti sono stati recuperati: mancano all’appello ancora undici “ushabti”

Il lotto più recente è arrivato poche settimane fa, ha aggiunto il ministro Ibrahim, e comprende dieci oggetti che sono stati rubati dal museo Egizio il 28 gennaio del 2011. Ali Ahmed, capo del dipartimento che si occupa del recupero di oggetti rubati del ministero delle Antichità, ha riferito che i dieci elementi sono gli oggetti più significativi della mostra e tra questi c’è proprio la statuetta d’oro di Tutankhamon. Tra gli altri tesori, anche una statua raffigurante la figlia di Akhenaton e 40 gioielli d’oro trafugati dal museo del Malawi a Minya. Fra gli altri oggetti salvati ci sono quaranta statuine di arcieri nubiani, un vaso di vetro policromo, una piccola statua raffigurante uno scriba, una della dea-gatta Bastet, una del faraone Akhenaton, una del dio-toro Apis. Molti pezzi importanti, tuttavia, sono ancora dispersi: come gli “ushabti”, una cintura di lapislazzuli appartenuta alla principessa Miretteamun, un Apis di bronzo. Con ogni probabiilità queste opera sono già all’estero. Le autorità del Cairo hanno fatto bloccare a Gerusalemme un’asta di 126 antichità egiziane, e al governo britannico è stato chiesto di sospendere la vendita di 800 oggetti presenti su Ebay, per consentire esami e ricerche sulla provenienza. Infine una legge che sta per essere approvata in Germania dovrebbe consentire la confisca e il rimpatrio di diversi pezzi presenti nelle case d’asta tedesche.