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Velia, riaperta al pubblico Porta Rosa a tre anni dall’incendio che ne determinò la chiusura. Si lavora per il rilancio del sito archeologico e del territorio

La Porta Rosa a Velia è riaperta al pubblico a tre anni dall’incendio che ne determinò la chiusura (foto Pa-Paeve)

Ha il nome di una donna ed è il monumento simbolo dell’antica città di Velia: Porta Rosa, dal 31 luglio 2020 riaperta al pubblico dopo l’incendio del 2017 che ne ha determinato la chiusura. Un evento altamente simbolico che coinvolge l’intero territorio velino e che ribadisce la volontà del Parco di migliorare l’accessibilità e la fruizione del sito archeologico e di potenziare gli interventi di manutenzione, restauro e ricerca. Intensa anche la rete di collaborazione che si sta creando con gli altri Enti attivi sul territorio, come la Comunità Montana Bussento, Lambro e Mingardo che si è occupata del taglio della vegetazione infestante.

La cerimonia di riapertura al pubblico di Porta Rosa a Velia (foto Pa-Paeve)

La riapertura di Porta Rosa si inserisce in un programma più ampio di riqualificazione e valorizzazione del sito che è stato recentemente ufficializzato dall’istituto autonomo del Parco Archeologico di Paestum e Velia. Dopo l’accorpamento del sito velino all’autonomia di Paestum, la direzione del Parco con i suoi funzionari e collaboratori ha svolto tanto lavoro per il rilancio dell’antica città magno-greca con lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria dei monumenti e con la creazione di nuovi percorsi di visita per garantire una maggiore fruibilità del sito. Inoltre, sono in fase di svolgimento interventi di restauro delle strutture archeologiche danneggiate, in particolare nelle insulae abitative, e i lavori di risistemazione della galleria ferroviaria adibita a deposito e l’estensione dell’impianto di illuminazione nell’area archeologica. Contemporaneamente si stanno realizzando due importanti interventi di manutenzione, messa in sicurezza, riqualificazione e valorizzazione dell’area archeologica di Velia diretti da altri enti del MiBACT: i lavori del Segretariato Regionale della Campania con il progetto “Velia città delle acque”, finanziato con fondi PON, e l’intervento del Direzione Regionale Musei Campania che hanno per oggetto il costone lato sud di Porta Rosa.

Porta Rosa a Velia è il più antico esempio di arco a tutto sesto d’Italia (foto Pa-Paeve)

Porta Rosa fu scoperta nel 1964 dall’archeologo e allora soprintendente Mario Napoli che scelse il nome di sua moglie per indicare il più antico esempio di arco a tutto sesto d’Italia; più che una porta, in realtà, si tratta di un viadotto che collega le due sommità naturali dell’acropoli di Velia e che da oggi diventa di nuovo visitabile con accesso dal lato nord. A sud, invece, i lavori sono tuttora in corso e si concluderanno con il ripristino di tutto il percorso di visita chiamato “Sentiero degli dei” che conduce dall’acropoli alla fortezza del Castelluccio attraverso le terrazze sacre.

Paestum. Nel cinquantennale dell’eccezionale scoperta, la Tomba del Tuffatore, unica testimonianza della pittura greca a grandi dimensioni, non vascolare, prima del IV sec. a.C., la mostra “L’immagine invisibile. Dalla Magna Grecia a De Chirico” spiega perché quella figura continua a far discutere gli esperti e a influenzare gli artisti contemporanei

Le lastre della straordinaria Tomba del Tuffatore (480-470 a.C.) esposte nelle sale del museo Archeologico nazionale di Paestum

Il manifesto della mostra “L’immagine invisibile. Dalla Magna Grecia a De Chirico” al museo Archeologico nazionale di Paestum

Estate 1968. In località Tempa del Prete, un paio di chilometri a Sud di Paestum, durante lo scavo di una piccola necropoli di VI-IV sec. a.C., l’allora soprintendente archeologo Mario Napoli fece uan scoperta straordinaria, se pur “fortuita” – come lui stesso ammise-: la Tomba del Tuffatore (480-470 a.C.): unica testimonianza della pittura greca a grandi dimensioni, non vascolare, prima del IV sec. a.C. È passato mezzo secolo da quella straordinaria scoperta, e la Tomba del Tuffatore sta ancora al centro di un dibattito scientifico molto controverso e acceso. L’interpretazione dell’immagine del giovane che si tuffa nell’acqua rimane un rompicapo che fa discutere anche gli esperti del settore: è semplicemente una visione edonistica della vita e della morte? O qualcosa di più, forse un messaggio misterico, ispirato a culti iniziatici legati ad Orfeo e Dioniso? E le difficoltà nella lettura dell’immagine del Tuffatore si spiegano forse con il fatto che essa era “invisibile”, in quanto collocata all’interno di una tomba buia, chiusa per l’eternità? Insomma, possiamo pretendere di leggere e comprendere un’immagine che non era fatta per essere guardata?

La Tomba delle Danzatrici da Ruvo di Puglia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli

Gabriel Zuchtriegel, direttore del museo Archeologico nazionale di Paestum (foto Paolo De Luca)

Una risposta ha tentato di darla Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum, promuovendo, appunto nel cinquantennale della scoperta, una mostra che, attraverso circa 50 opere provenienti da vari musei e biblioteche, racconta 300 anni di scoperte archeologiche e riletture dell’antico che spiegano perché, oggi come oggi, la Tomba del Tuffatore non si spiega. Ecco dunque la mostra “L’immagine invisibile. Dalla Magna Grecia a De Chirico”, aperta fino al 7 ottobre 2018 al museo Archeologico nazionale di Paestum. La mostra a Paestum non pretende di risolvere tutte queste questioni. Per questo, non è una mostra tradizionale che vuole dare risposte, ma piuttosto una “anti-mostra” che vuole porre delle domande, mettendo i visitatori nella condizione di partecipare al dibattito e di coglierne i motivi.

Dall’antico al contemporaneo alla mostra “L’immagine invisibile” al museo Archeologico nazionale di Paestum

Laminetta d’oro con testi “orfici” da Thurii, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli

L’opera “Il tuffatore” di Carlo Alfano al museo di Paestum

Il percorso segue le scoperte archeologiche che sin dal Settecento hanno segnato la ricerca sui culti misterici antichi, con tanto di fraintendimenti e impostazioni ideologiche. Lo fa mettendo in mostra alcune delle scoperte più clamorose sul tema in Magna Grecia, come le laminette d’oro con testi “orfici” da Thurii e Vibo Valentia, la tomba delle danzatrici da Ruvo, conservata al museo Archeologico di Napoli, o i vasi funebri con raffigurazioni di Orfeo da Matera, Paestum e Napoli. Ma lo fa anche esplorando il contesto storico-culturale in cui queste scoperte sono avvenute. Dalle visioni edonistiche settecentesche del mondo di Bacco si passa alle danzatrici caste e al tempo stesso sensuali di Canova per arrivare alle visioni novecentesche, altamente ambigue, di Corrado Cagli e De Chirico. “Solo attraverso questo racconto del contemporaneo”, spiegano i curatori, “si riesce a comprendere pienamente le motivazioni di una controversia che forse più degli antichi riguarda noi oggi. E che ha fatto sì che nel momento della scoperta della Tomba del Tuffatore, questa abbia suscitato non solo una controversia scientifica molto accesa, ma abbia anche ispirato, più che ogni altra immagine antica, scrittori e artisti contemporanei – tra i primi, l’artista salernitano Carlo Alfano, la cui opera “Il Tuffatore”, allestita vis-à-vis con la Tomba del Tuffatore nel museo di Paestum, viene rivalorizzata nell’occasione della mostra, quale espressione esemplare del rapporto tra presente e passato”.

“Il Tuffatore” ritorna nel museo di Paestum dove trova una “nuova casa” con un “nuovo inquilino”: l’inedita Tomba delle Palmette che svela il capolavoro: né etrusco né greco, ma opera di una bottega pestana che rientra in una tradizione locale

La lastra superiore della Tomba del Tuffatore, capolavoro del 480 a.C.

La lastra superiore della Tomba del Tuffatore, capolavoro del 480 a.C.

Né greco né etrusco. Probabilmente un pestano. Il “Tuffatore” di Paestum è finalmente un po’ meno misterioso. L’identità dell’uomo raffigurato sulla lastra tombale del 480 a.C. resterà sempre un mistero, le ossa non sono state ritrovate e quindi sarà per sempre una questione aperta. Ma ora gli archeologi possono meglio definire tutto il contesto: la derivazione artistica di quell’affresco molto noto è stata finalmente svelata. A rivelare la straordinaria scoperta è lo stesso direttore del museo Archeologico, Gabriel Zuchtriegel, al momento del rientro a Paestum del capolavoro che mancava da “casa” dal luglio 2015. Il 4 ottobre la lastra di copertura della Tomba del Tuffatore ha infatti lasciato il museo Archeologico nazionale di Napoli, ultima tappa di un tour iniziato l’anno prima dall’Expo di Milano, ed è ritornata al museo Archeologico nazionale di Paestum dove ha trovato una “nuova casa”. Il “Tuffatore”, capolavoro della pittura antica, è stato sistemato all’interno della sala “Mario Napoli” del museo Archeologico, restaurata grazie alla donazione di 25mila euro da parte di Antonio Palmieri della Tenuta Vannulo.  “Questo restauro esprime la nostra filosofia che ci guiderà per i prossimi anni”, sottolinea emozionato il direttore. “Niente capovolgimenti o interventi megalomani ma riqualificazione del ricchissimo patrimonio archeologico, architettonico e artistico che abbiamo”.

La tomba del tuffatore nella rinnovata sala Mario Napoli nel museo Archeologico nazionale di Paestum

La tomba del tuffatore nella rinnovata sala Mario Napoli nel museo Archeologico nazionale di Paestum

Nella rinnovata sala “Mario Napoli” la Tomba del Tuffatore non è più sola. Oggi i visitatori dell’importante polo archeologico che si trova alle porte del Cilento possono anche ammirare l’inedita Tomba delle palmette (500 a.C.) che testimonia, come spiega  Zuchtriegel, “un modo di fare legato a credenze, ideologie e ritualità, radicato a Paestum per un certo periodo di tempo”. È dunque proprio la Tomba delle Palmette, più vecchia di venti anni di quella del Tuffatore, a fornire nuovi elementi per inquadrare la connotazione tradizionale e storica del Tuffatore. Datata in base al corredo alla fine del VI sec. a.C., la Tomba delle Palmette può essere definita una specie di proto tomba del Tuffatore, dal momento che presenta esattamente lo stesso schema decorativo del Tuffatore.

Le due tombe pestane a confronto: sopra la più famosa tomba del tuffatore, sotto l'inedita Tomba delle palmette (foto Paolo De Luca)

Le due tombe pestane a confronto: sopra la più famosa tomba del tuffatore, sotto l’inedita Tomba delle palmette (foto Paolo De Luca)

La Tomba delle palmette, che è ancora oggetto di studio benché sia stata ritrovata qualche anno fa in una necropoli dell’antica Paestum, con molta probabilità ha custodito il cadavere di una giovane donna. E in questa tomba, prosegue Zuchtriegel, “vediamo lo stesso tipo di decorazione, con quattro palmette sulla lastra di copertura. Sembra come se fosse la tela di quella del Tuffatore. Le ricerche continuano – aggiunge Zuchtriegel – oggi siamo a un punto in cui possiamo dire che il Tuffatore non è esempio etrusco o della pittura greca, ma è un’opera sicuramente singolare che rientra in una tradizione locale e questo è stato dimostrato dal ritrovamento di altre tombe, come quella delle Palmette, la ‘tela’ della futura tomba del Tuffatore”. È quindi possibile scartare l’ipotesi secondo la quale la Tomba del Tuffatore sarebbe il risultato di un intervento fuori sede di artigiani etruschi; la tomba è l’ultima innovazione di una tradizione locale pestana rappresentata da almeno 20 le tombe in zona. Quindi la Tomba delle palmette, che precede di poco il Tuffatore, indica la presenza di una tradizione locale, fatta da una bottega specializzata in pittura funeraria tra VI e V secolo a.C.  La tecnica di realizzazione delle due tombe si rifà all’attività che in quegli anni, dal 500 al 480 a.C., era in corso a Paestum con la costruzione del tempio di Atena, anch’esso in travertino, con le colonne ricoperte di stucco e dipinte. E il fatto che la tomba sia stata trovata a una certa distanza dalla città pestana potrebbe significare che vi era sepolto un iniziato ai culti  misterici. Il tuffo sarebbe perciò una rappresentazione mistica della morte quale momento chiave nel percorso dell’iniziato verso un’altra vita.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del museo Archeologico nazionale di Paestum (foto Paolo De Luca)

Gabriel Zuchtriegel, direttore del museo Archeologico nazionale di Paestum (foto Paolo De Luca)

Con il ritorno della Tomba del Tuffatore e la presentazione dell’inedita Tomba delle palmette il museo di Paestum arricchisce di un’ulteriore attrazione il polo museale di Paestum che in questi primi dieci mesi del 2016 registra numeri significativi. Dall’inizio dell’anno i visitatori, infatti, sono stati 320mila con un incremento del 27 per cento rispetto al 2015. E rispetto sempre al 2015 anche gli incassi sono cresciuti notevolmente, del 50 per cento. Dall’inizio dell’anno sono stati raccolti anche circa 80mila euro di donazioni. E grazie alla sponsorizzazione di un privato, Antonio Palmieri, della tenuta Vannulo, che ha donato 25mila euro, è stata restaurata la sala intitolata a Mario Napoli, soprintendente e primo studioso della Tomba del Tuffatore. Ma i lavori hanno riguardato anche la fontana di Carlo Alfano (inaugurata nel 1972), all’interno dello stesso museo di Paestum, rendendo sempre più attuale il confronto fra antico e moderno. “Non puntiamo su grandi opere ma su un’attenta riqualificazione e valorizzazione dell’immenso patrimonio archeologico, storico e paesaggistico che caratterizza Paestum”, conclude Zuchtriegel. “La stessa filosofia guiderà i lavori che faremo nell’ex stabilimento Cirio grazie al finanziamento Cipe”.