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Incontro a Bentivoglio (Bo) sulla strada romana scoperta a Castagnolo Minore: i nuovi scavi fanno ipotizzare si trattava di una via importante, tra l’antica Bononia e le colonie dell’area veneta

La locandina dell’incontro “La strada romana di Bentivoglio. Risultati delle ultime indagini archeologiche”

Il saggio archeologico realizzato nel 2018 in località Castagnolo Minore apre nuove ipotesi sull’antica strada romana rinvenuta a Bentivoglio (Bo) un paio di anni fa. Archeologi e geologi ne parlano venerdì 1° marzo 2019 alle 20.30 al teatro TeZe di Bentivoglio. Era la primavera 2016 quando, in occasione della realizzazione delle fondamenta di uno dei centri logistici della YOOX Net-a-Porter Group all’interno dell’Interporto di Bologna, in località Castagnolo Minore di Bentivoglio, sono stati intercettati circa 80 metri di una strada romana con orientamento NNE-SSW. Era seguito lo scavo archeologico diretto dalla soprintendenza Archeologia SABAP-BO con l’obiettivo di individuare un tratto dell’Aemilia Altinate: antica strada romana che congiungeva Bononia e Aquileia realizzata probabilmente dal console Marco Emilio Lepido intorno al 175 a.C. Ma finora in questa parte di pianura bolognese nessun miliario è ancora stato trovato, nessun tracciato indicato negli itinerari antichi è applicabile a questi territori in modo certo e inequivocabile (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/25/due-week-end-sulle-orme-degli-antichi-romani-visite-guidate-della-soprintendenza-alla-strada-romana-di-bentivoglio-bo-probabilmente-un-tratto-della-via-emilia-altinate-o-via-annia-tra-bononia-e-aq/).

La strada romana di Bentivoglio, larga ben 8 metri: doveva essere una strada importante

Nel corso del 2018, grazie alla proficua collaborazione tra Comune di Bentivoglio, Soprintendenza, alcuni importanti sponsor privati e al lavoro di archeologi professionisti e volontari delle locali associazioni di volontariato Hydria e Il Saltopiano, è stato realizzato in località Castagnolo Minore un saggio archeologico su un tratto della stessa strada che ha restituito nuove, importanti informazioni anche di tipo geologico sulla storia, l’evoluzione e l’utilizzo di questo antico percorso. La strada è stata indagata per circa 200 mq. Le dimensioni e l’accuratezza con cui è stata realizzata fanno pensare a un’arteria di una certa rilevanza, forse interregionale, utilizzata per collegare il comprensorio dell’antica Bononia con le colonie nord-orientali dell’area veneta. I materiali rinvenuti sulla superficie stradale rimandano a una datazione compresa tra il II secolo a.C. e il VI secolo d.C.

Il tratto di strada romana riportato in luce a Bentivoglio all’interno dell’interporto di Bologna

All’incontro “La strada romana di Bentivoglio, risultati delle ultime indagini archeologiche” a ingresso libero del 1° marzo 2019, interverranno Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Stefano Cremonini, ricercatore in Geologia del dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, università di Bologna; e Moreno Fiorini, ispettore onorario per l’archeologia della soprintendenza, a illustrare i dati e le nuove, affascinanti ipotesi scaturite da queste ultime indagini. L’iniziativa è promossa da Unione Reno Galliera Comune di Bentivoglio e soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara in collaborazione con Hydria associazione di promozione sociale – archeologia e gruppo archeologico “Il Saltopiano” di San Pietro in Casale, con il sostegno di Yoox Net-A-Porter Group, EmilBanca Credito Cooperativo, Meloncelli Andrea & C., Ima S.p.A, Baschieri Noleggio e Piadineria Birreria Cucina da Angelo.

Due week end sulle orme degli antichi romani: visite guidate della soprintendenza alla strada romana di Bentivoglio (Bo), probabilmente un tratto della via Emilia Altinate o via Annia tra Bononia e Aquileia

Il tratto di strada romana riportato in luce a Bentivoglio all’interno dell’interporto di Bologna

Primavera 2016: si stanno realizzando le fondamenta di uno dei centri logistici della YOOX Net-a-Porter Group all’interno dell’Interporto di Bologna, in località Castagnolo Minore di Bentivoglio, quando sono stati intercettati circa 80 metri di una strada romana con orientamento NNE-SSW. Il conseguente scavo archeologico diretto dalla soprintendenza Archeologia SABAP-BO ha condotto alla possibile individuazione di un tratto dell’Aemilia Altinate: antica strada romana che congiungeva Bononia e Aquileia realizzata probabilmente dal Console Marco Emilio Lepido intorno al 175 a.C. “Tradizionalmente è indicata come via Annia o via Emilia Altinate”, spiegano gli archeologi. “Molte ipotesi sono state formulate sul suo nome, molto si è discusso se si trattasse di una via consolare o semplicemente di una delle tante strade realizzate nei 12 secoli di storia dell’impero romano. In questa parte di pianura bolognese, nessun miliario è ancora stato trovato, nessun tracciato indicato negli itinerari antichi è applicabile a questi territori in modo certo e inequivocabile”.

La strada romana di Bentivoglio, larga ben 8 metri: doveva essere una strada importante

Week end sulla strada romana di Bentivoglio (Bo). Due fine settimana sulle orme degli antichi romani: ci si potrà sentire come un legionario in marcia verso un castrum, o un mercante per i grandi empori dell’Alto Adriatico, grazie alle visite guidate allo scavo archeologico dell’antica strada romana di Bentivoglio promosse da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Unione Reno Galliera; Comune di Bentivoglio; associazione di Promozione Sociale-Archeologia. Appuntamento sabato 25 e domenica 26 agosto 2018, dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19; e poi sabato 1 e domenica 2 settembre 2018, dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19. Gli interessati e appassionati si devono ritrovare sul luogo degli scavi in via di Santa Maria in Duno a Bentivoglio (BO). I posti sono limitati, quindi la prenotazione è obbligatoria all’ispettore onorario di SABAP-BO, Moreno Fiorini, cell. 348 7913 695.

Mappa delle strade romane nel Nord Italia: il tracciato della via Emilia Altinate andava da Bononia ad Aquileia

Il geografo Strabone parla di una via realizzata in età repubblicana che in uscita da Bologna si dirigeva verso Aquileia ma il passo appare evidentemente corrotto e i vari tentativi di emendamento avanzati dagli studiosi non hanno ancora risolto la disputa. “Il ritrovamento di un tratto particolarmente ben conservato della strada presso l’Interporto di Bologna”, sottolineano in soprintendenza, “in evidente relazione con un sepolcreto di datazione non ancora determinata ma certamente riferibile all’età repubblicana, è da leggersi come indicatore di una continuità della direttrice di età repubblicana che metteva in relazione Bologna con le principali città alleate del nord-est. Una via legata a un particolare contesto che dunque si conferma spina dorsale e tracciato ancora funzionale rispetto alle nuove esigenze commerciali e sociali del territorio in età imperiale”. La strada è stata indagata per circa 50 metri e presentava una larghezza massima valutabile in circa 8 metri, a cui si aggiungevano fossi che la costeggiavano. Le dimensioni e l’accuratezza con cui era stata realizzata hanno fatto pensare che si trattasse di una strada di una certa rilevanza, forse interregionale, che poteva collegare il comprensorio dell’antica Bononia con le colonie nord-orientali dell’area veneta. I materiali rinvenuti sulla superficie stradale rimandano ad una datazione compresa tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C. ma diversi indizi ci fanno pensare che sia stata percorsa sino all’epoca tardo-antica. Lungo l’asse viario infatti sono emerse numerose sepolture di epoca romana, ma anche una necropoli di epoca gota (VI secolo d.C.) che ancora ne rispettava il tracciato. “Oltre a un buon tratto di massicciata stradale, con varie fasi di costruzione e ripristino”, precisano meglio gli archeologi, “lo scavo ha portato in luce, lungo il lato occidentale della strada, un sepolcreto con varie fasi d’uso testimoniate da contesti sepolcrali con ceramiche a vernice nera, a loro volta asportati in parte da sepolture successive certamente da riferire alla piena età imperiale. Solo uno studio di dettaglio potrà chiarire meglio cronologie e fasi di frequentazione del sito”. Oggi, grazie a una proficua collaborazione tra Comune di Bentivoglio e soprintendenza e al lavoro di archeologi professionisti e volontari, si è portato alla luce un nuovo tratto della stessa strada, che ha restituito nuove e importanti informazione su questo antico percorso.

Reggio Emilia, per i 90 anni di Anas, la mostra fotografica “Mi ricordo la strada” con immagini storiche della Via Emilia, amarcord tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, arricchisce la mostra archeologica “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017”

Il tracciato della Via Emilia ancora ben visibile in centro a Reggio Emilia (foto Carlo Vannini)

La locandina della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” a Reggio Emilia

Per due giorni Roadshow #Congiunzioni, promosso in occasione dei 90 anni di Anas e realizzato dalla stessa Azienda, ha fatto tappa a Reggio Emilia, il 27 e 28 aprile 2018, proponendo la mostra fotografica “Mi ricordo la strada”, a cura di Emilia Giorgi e Antonio Ottomanelli, con una sezione dedicata alla Via Emilia dell’Italia del Boom economico del secondo dopoguerra. La proposta di Anas si associa perciò alla grande mostra archeologica “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017”, dedicata alla strada consolare e al suo fondatore Marco Emilio Lepido, a cura di Luigi Malnati, Roberto Macellari e Italo Rota, in corso al Palazzo dei Musei Reggio Emilia fino al 1° luglio 2018, di cui l’Anas ha reso possibile anche la Guida alla visita, quale arricchimento attraverso una dimensione definibile – in maniera non più di tanto paradossale – di “archeologia del contemporaneo”. La mostra “On the road, Via Emilia 187 a.C. – 2017”, articolata in 400 reperti, diversi dei quali di assoluta importanza storico-archeologica, offre al pubblico un racconto su due livelli: il “sotto”, ovvero la storia antica di questa colossale opera viaria, e il “sopra”, ovvero l’attualità della Via Emilia. Le immagini “storiche” che Anas propone a corredo della grande esposizione giungono a completare quel progetto culturale e allestitivo, contribuendo in maniera significativa alla sua declinazione nel Contemporaneo.

1933: l’ingresso della SS9 via Emilia in Sant’Arcangelo di Romagna

1933: la SS9 via Emilia tra Ponte Taro e Parma

In realtà le immagini fotografiche che Anas propone appartengono anch’esse al registro del ricordo, ma ad un ricordo che permane ancora nella memoria di molti. Offrono un intenso amarcord sulla Via Emilia nel secondo dopoguerra, tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento. Ci riportano ad una Via Emilia calcata da biciclette e cavalli, rade auto e motociclette per arrivare fino alla Fiat 600 del boom economico che solca un’Emilia fiancheggiata da cartelloni pubblicitari che fotografano consumo e benessere. Nel racconto è tutto il territorio che si specchia in una strada operosa che diviene essa stessa paesaggio e sfondo, luogo di passaggio e costruzione, che ritrae operai al lavoro, uomini in completo affacciati sull’uscio delle porte, chiese che sorgono ai bordi della strada, case cantoniere come benevole vedette di un’Italia in perenne corsa e trasformazione. Quell’Italia che arriva fino a noi, con le varianti alla statale pensate per alleggerire il traffico dai centri abitati e il nuovo ponte sul fiume Po. Immagini in bianco e nero di un “altro ieri” che ha creato l’oggi.

Modello di carro romano da trasporto merci e derrate (carrus) in mostra a Reggio Emilia (foto Graziano Tavan)

Indicazione della Statale 9 Emilia alla mostra “On the road”

La lunga linea da Est a Ovest, che sembra segnare la rotta del Sole sulla Terra, la Via Emilia, percorsa dal 187 avanti Cristo dai legionari del console Marco Emilio Lepido, da mercanti in viaggio dal Mediterraneo o dal resto d’Europa, da coloni stanziali con i loro attrezzi e raccolti, da viandanti in cerca di fortuna e cavalieri coperti di gloria, ancora oggi – inossidabile al tempo – è luogo di identità, di lavoro e di vita per chi la percorre e per chi la abita, è cerniera fisica e simbolica tra i due mondi che l’Italia unisce e a cui l’Italia appartiene: il Mare Nostrum e il Vecchio Continente, con i loro popoli, le loro culture, i loro scambi. È così importante e funziona così bene, la Via Emilia, che è stata affiancata, quasi “clonata”, in una serie di altri landmark delle comunicazioni nazionali: la ferrovia storica, l’autostrada, la ferrovia Alta velocità. E oggi, inanellando le città che sono nate con lei 2200 anni fa e ancor prima, la Via consolare ospita un fiume di mezzi, pubblici, privati, commerciali, a motore, elettrici, a “propulsione umana” come la bicicletta. I rilevamenti dell’Anas, per dare un’idea precisa dell’importanza della Via Emilia per la mobilità, evidenziano numeri impressionanti: 136mila auto e 9200 camion, in media, ogni giorno dell’anno. Un traffico paragonabile a quello del Grande Raccordo Anulare di Roma. Una strada, assai nota anche con la sigla SS9, su cui si muovono la vita e lo sviluppo di un sistema-regione, l’Emilia-Romagna, e di un sistema di portata nazionale e internazionale, quale l’Italia settentrionale. Quell’intuizione di Marco Emilio Lepido, in altre parole, è oggi un asse strategico della mobilità e della logistica italiana.

1947: la SS9 via Emilia a San Lazzaro di Savena attraversa il fiume Idice

Elisabetta Farioli, direttrice dei musei civici di Reggio Emilia

“Un’occasione preziosa per celebrare”, affermano Ennio Cascetta e Gianni Vittorio Armani, presidente e amministratore delegato di Anas, “il ruolo fondamentale che Anas ha avuto nella modernizzazione del Paese, influenzandone lo sviluppo economico e culturale, dalla data di fondazione dell’Aass nel maggio del 1928 fino all’ingresso nel Gruppo FS Italiane a gennaio del 2018, solo l’ultimo dei passi compiuti nel processo di continua trasformazione di un’azienda che non si è fermata mai”. Ed Elisabetta Farioli, direttore dei Musei Civici di Reggio Emilia: “Con questa importante nuova sezione “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017” approfondisce ulteriormente la storia ma anche l’attualità della strada consolare voluta da Marco Emilio Lepido e che da lui assume il nome. Allora rappresentava la strada utilizzata dall’esercito per difendere ed espandere i confini dell’Impero ma anche uno dei primi esperimenti urbanistici dell’antichità. I nuclei urbani che si trovavano sull’itinerario erano edificati a una distanza media l’uno dall’altro di circa 25 chilometri, corrispondenti a una giornata di marcia dell’esercito”.

“Parco Novi Sad di Modena: dallo scavo al parco archeologico”: raccolti in un volume i risultati delle ricerche archeologiche a 5 metri di profondità e la ricostruzione di strada romana e necropoli imperiale sopra il parcheggio interrato, tracce tangibili della Mutina romana lungo la via Emilia

Scavi archeologici nell’area del parco Novi Sad a Modena, cinque metri sotto il piano stradale moderno

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

Oggi parco Novi Sad a Modena è un grande e tranquillo spazio aperto sopra il parcheggio interrato, e su cui affaccia l’imponente edificio dell’ex Foro Boario, ma duemila anni fa qui c’era un gran via vai di persone e di merci che affollavano un’ampia strada romana che portava direttamente nel cuore di Mutina, colonia romana fondata nel 183 a.C. lungo la via Emilia, voluta dal console Marco Emilio Lepido nel 187 a.C., giusto 2200 anni fa come ricorda il progetto “2200 anni lungo la via Emilia” che ha portato alla realizzazione di tre grandi mostre: all’ex Foro Boario di Modena “Mutina splendidissima” (fino all’8 aprile 2018); ai musei civici di Reggio Emilia “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017” (fino al 1° luglio 2018); al museo civico Medievale di Bologna “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” (fino al 2 aprile 2018). Ma di quella Modena “splendidissima” oggi si vede ben poco, come ben spiega la ricca mostra all’ex Foro Boario (vedi: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/24/mutina-splendidissima-la-citta-romana-e-la-sua-eredita-apre-a-modena-la-mostra-clou-per-i-2200-anni-della-fondazione-della-colonia-romana-sulla-via-emilia-che-racconta-le-origini/), anche se il rapporto con questa realtà sepolta è stato pressoché continuo nel corso dei secoli e si è rivelato di fondamentale importanza nella costruzione dell’identità culturale cittadina. La città romana di Mutina “vive” infatti cinque metri al di sotto delle strade del centro storico, custodita dai depositi delle alluvioni che si verificarono in epoca tardoantica. Proprio la strada romana e l’annessa necropoli di età imperiale, riportate alle luce da alcune campagne di scavo della soprintendenza Archeologica, sono tra le poche testimonianze della romanità di Modena oggi visibili, organizzate come parco archeologico, chiamato NoviArk.

Il libro “Parco Novi Sad di Modena: dallo scavo al parco archeologico” a cura di Luigi Malnati e Donato Labate

Ora i risultati delle ricerche archeologiche condotte tra 2009 e 2012 sulla vastissima area urbana del parco Novi Sad, qualcosa come 24mila quadrati, sono stati raccolti nel volume “Parco Novi Sad di Modena: dallo scavo al parco archeologico” curato da Luigi Malnati e Donato Labate e a cui hanno collaborato, oltre agli archeologi che hanno eseguito lo scavo, anche numerosi ricercatori universitari. La pubblicazione, sigillo conclusivo di una delle operazioni più importanti finora condotte in Italia di attuazione della archeologia preventiva, sarà presentato sabato 3 marzo 2018, alle 16.30, in sala Crespellani del Palazzo dei Musei, in largo Porta S. Agostino 337 a Modena, da Francesca Ghedini, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana all’università di Padova e direttrice del Dipartimento di Archeologia dell’ateneo patavino; e tra l’altro membro della Commissione per la legge sull’archeologia preventiva.

Un gruppo di archeologi impegnati negli scavi al parco Novi Sad, realizzati tra il 2009 e il 2012

Il volume costituisce una edizione preliminare dei risultati dello scavo che ha messo in luce strutture e depositi che documentano un lunghissimo arco di storia di questo settore urbano, dall’età del Ferro fino al Seicento, con una evidente preponderanza della fase romana. I saggi di apertura, redatti dai curatori del volume e dagli archeologi che hanno condotto lo scavo, offrono il quadro critico e metodologico della documentazione di scavo e l’interpretazione dei risultati. Seguono una serie di saggi di approfondimento su tematiche generali, come il contributo di Donato Labate sulla ritualità funeraria tra età romana e tardoantico documentata dalle sepolture rinvenute ai margini della strada, o su aspetti specifici legati alle classi di materiali archeologici e alle attestazioni epigrafiche. L’analisi del dato archeologico è affiancata da quella condotta in molteplici ambiti di ricerca, dalla geologia, all’antropologia, all’archeobotanica, alle analisi chimico-fisiche sui depositi conservati all’interno delle anfore, fino allo studio paleobiologico e paleonutrizionale applicato ad alcuni inumati del cimitero medievale.

La grande strada romana scavata al parco Novi Sad di Modena e ricostruita “com’era e dov’era” ma cinque metri più in alto (foto Graziano Tavan)

“Un primo acciottolato stradale con ghiaia fine viene realizzato in età tardo-repubblicana, tra II e I secolo a.C.”, spiegano gli archeologi. “Con gli inizi dell’età imperiale, probabilmente in concomitanza con una serie di interventi di riassetto urbanistico durante il principato di Augusto (23 a.C. – 14 d.C.), la via per Mantova assume l’aspetto che poi conserverà attraverso ripetuti interventi di manutenzione e ripristino fino al IV sec. d.C.”. Il selciato, largo circa 5 metri, è formato da ciottoli di grandi e medie dimensioni. I profondi solchi carrai che ancora oggi possiamo vedere confermano l’intenso traffico in entrata e in uscita dalla città. A fianco dei marciapiedi antichi in battuto di argilla e pietrame, oggi idealmente ricordati da due percorsi pedonali, c’erano due fossati per lo scolo delle acque piovane, probabilmente collegati a una rete di canali minori. “L’ampia lacuna al centro della strada”, fanno notare gli archeologi, “colmata nella musealizzazione con ciottoli moderni, corrisponde a una fossa aperta in epoca tarda, quando la strada, ormai non più in uso, veniva smontata per riutilizzarne i ciottoli come materiale edilizio”.

Disegno ricostruttivo sui pannelli del parco NoviArk con i riti di inumazione e incenerazione nella necropoli lungo la strada romana a Mutina (foto Graziano Tavan)

Come in tutte le città romane, anche a Mutina le aree cimiteriali fiancheggiavano le arterie stradali all’esterno dell’area urbana. Le sepolture si trovavano all’interno di lotti di terreno recintati le cui dimensioni sono quasi sempre indicate nell’epigrafe funeraria. “Le aree sepolcrali dei monumenti esposti nel NoviArk, tutti databili al I sec. d.C.”, continuano gli archeologi, “misurano tra i 14 e i 15 mq. Una soltanto è più piccola (10,8 mq) mentre un’altra supera i 20 mq. Al loro interno erano sepolti gruppi familiari o individui uniti da vincoli di amicizia o professionali. Dalle tombe, a inumazione e a incinerazione, provengono i corredi che accompagnavano i defunti nell’aldilà”.

Particolare delle tombe della necropoli di età imperiale ricomposte nel parco NoviArk di Modena (foto Graziano Tavan)

Bacino circolare per la coltura delle carpe nel parco NoviArk

Il volume si conclude con un saggio dedicato al parco archeologico NoviArk che illustra le scelte operate nella progettazione di questo museo open air che costituisce un esempio di valorizzazione delle strutture di età romana rinvenute, unico segno tangibile in sito della città romana, seppur riportato a quota superiore, nel tessuto urbanistico contemporaneo. Il parco archeologico NoviArk rappresenta infatti il punto di incontro fra le esigenze di realizzazione del parcheggio interrato NoviPark e la salvaguardia e valorizzazione dei resti archeologici. La sua realizzazione ha comportato lo smontaggio delle strutture di età romana dal piano originario, posto a 5 metri di profondità, e il loro successivo rimontaggio in superficie. Nel NoviArk sono stati rimontati anche i resti di due edifici rurali, un pozzo con imboccatura in pietra, una vasca rettangolare con pavimentazione in ciottoli, forse utilizzata per il lavaggio delle pecore prima della tosatura, e un grande bacino circolare con pareti in mattoni che doveva servire probabilmente per l’allevamento delle carpe, come sembra indicare il ritrovamento nei sedimenti del fondo di piante acquatiche compatibili con questa attività. “Non c’è da stupirsi”, intervengono i ricercatori, “visto che i romani consideravano la carne di questo pesce d’acqua dolce una vera e propria prelibatezza. La vegetazione del parco ripropone essenze e arbusti, in particolare il bosso, documentati nell’habitat originario di età romana. In un ambiente del parcheggio interrato sono esposte in una suggestiva ambientazione le anfore recuperate dalle grandi buche di discarica”.

A Bologna “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”: grazie alle scoperte archeologiche degli ultimi 40 anni, una mostra al museo civico Medievale ricostruisce la storia dell’intera regione scritta da Goti, Longobardi e Bizantini dal IV-V secolo agli inizi del XIV

Fibula gota dagli scavi di Villa Clelia a Imola in mostra a Bologna in “Medioevo svelato”

Il manifesto della mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità” al Foro Boario di Modena dal 25 novembre 2017 all’8 aprile 2018

La locandina della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” a Reggio Emilia

L’ingresso del museo civico Medievale di Bologna

Da una parte c’è l’Emilia, tributo alla strada romana costruita nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido; dall’altra la Romagna, dove Ravenna assurge al rango di ultima capitale dell’Impero Romano d’Occidente (402-476 d.C.). Emilia e Romagna: un matrimonio recente ma un fidanzamento lunghissimo e non sempre pacifico. Nel 7 d.C. l’imperatore Augusto definisce i confini delle 11 regioni d’Italia chiamando questo territorio Regio VIII Aemilia. I contorni sono più o meno quelli attuali ed è all’interno di questo limes geografico che ricama la storia, modificando usanze, articolando mestieri, differenziando dialetti, mettendo radici persino nella gastronomia, con il culto emiliano del suino e quello romagnolo dell’ovino, in particolare il castrato. Tradizioni che sanciscono i confini fluidi ma tangibili che nell’alto Medioevo separavano le terre occidentali, soggette alla conquista longobarda, da quelle orientali della Romagna bizantina. Dopo Modena con la mostra “Mutina splendidissima” e Reggio Emilia con la mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017”, Bologna si inserisce nel programma culturale che celebra i 2200 anni lungo la Via Emilia con un’importante mostra archeologica sul medioevo emiliano-romagnolo. Dal 17 febbraio al 17 giugno 2018 il capoluogo felsineo ospita al Lapidario del museo civico Medievale l’esposizione “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia”, a cura di Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia e Luigi Malnati della soprintendenza di Bologna, promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e Istituzione Bologna Musei, Musei Civici d’Arte Antica  in collaborazione con segretariato regionale del MiBACT per l’Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna, IBC Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Parma e Piacenza, complesso monumentale della Pilotta e Polo Museale dell’Emilia-Romagna. “Medioevo svelato” è un viaggio nel tempo di quasi un Millennio che racconta le trasformazioni delle città e del territorio e l’affermarsi dei nuovi ceti dirigenti goti, bizantini e longobardi: castelli, monasteri, edifici di culto e Comuni, i nuovi centri di potere, hanno scritto la storia dell’intera regione dal IV-V secolo agli inizi del XIV.

Il prezioso “missorium” d’argento rinvenuto a Cesena, un piatto di uso simbolico-celebrativo

Un corno potorio longobardo dalla necropoli di Ponte del Rio di Spilamberto

“L’Emilia-Romagna”, spiegano i curatori, “fornisce uno spazio di ricerca privilegiato per analizzare la delicata fase che traghetta il mondo antico verso l’età moderna, con tutto il suo portato di innovazione e conservazione. Una transizione che si riverbera in ogni aspetto della vita politica, economica, sociale e culturale, rappresentando un momento decisivo nella costruzione di nuovi assetti di potere e nuove identità. Da global a local, diremmo oggi, dalla globalizzazione dei romani ai particolarismi del medioevo. Grazie all’archeologia e alle intense ricerche che hanno interessato questa regione negli ultimi 40 anni, possiamo accostarci in modo inedito e originale al lungo periodo che va dal IV-V secolo agli inizi del Trecento”. La parola spetta agli oggetti: dal missorium d’argento cesenate (piatto di uso simbolico-celebrativo) che testimonia la vita agiata di un possidente terriero nella tarda antichità alle fibule di età Gota rinvenute a Imola, dagli strepitosi reperti longobardi recuperati nella necropoli di Ponte del Rio di Spilamberto al servizio liturgico in argento di età bizantina (piattello più sette cucchiai) proveniente da Classe, dai bicchieri in legno rinvenuti a Parma al bacino (piatto) in maiolica recuperato dalla facciata della chiesa di S. Giacomo Maggiore, ogni reperto racconta con nuove chiavi di lettura questo lungo e complesso percorso storico.

Bacino (piatto) in maiolica con l’immagine di frate Simone dalla facciata di San Giacomo Maggiore di Bologna

Valva di matrice lapidea per la lettera “N” da Comacchio

L’esposizione offre una panoramica del territorio regionale attraverso quasi un millennio di storia: più di 300 reperti (327 ma in realtà molti di più perché ad esempio gli elementi di una cintura sono considerati un’unità, così come una coppia di orecchini, un pettine con astuccio o le perle di una collana) tracciano il quadro di una narrazione che va dalla Tarda antichità (IV-V secolo) al Medioevo (inizi del Trecento). L’Emilia-Romagna fornisce una prospettiva di ricerca privilegiata per la comprensione dei fenomeni complessi che nella delicata fase di passaggio al Medioevo investono non solo gli aspetti politici, sociali ed economici ma la stessa identità culturale del mondo classico. Partendo da un’istantanea sulle città nell’alto Medioevo, profondamente ridimensionate rispetto alla vitalità dei secoli precedenti e contrapposte al dinamismo del nuovo emporio commerciale di Comacchio (FE), lo sguardo si allarga alla riorganizzazione delle campagne dove fioriscono castelli, villaggi, borghi franchi, pievi e monasteri. La narrazione termina ciclicamente con la rinascita delle città in età comunale. A questa fase Bologna fornisce un contributo eccezionale con lo straordinario recupero -dalla collocazione originaria- dei bacini (piatti) in maiolica datati agli inizi del XIV secolo, rinvenuti alla sommità della chiesa di San Giacomo Maggiore durante i lavori di restauro dell’edificio. Oltre a testimoniare una vocazione decorativa specificamente programmata e realizzata in città, uno di questi piatti riporta il ritratto emblematico di frate Simone, identificabile molto probabilmente con l’omonimo sindaco del convento di San Giacomo.

La card musei per il progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

“Medioevo svelato” allarga all’intera Emilia-Romagna il raggio di azione del progetto “2200 anni lungo la Via Emilia” offrendo al pubblico una promozione particolare legata alla Card Musei Metropolitani Bologna: grazie a una convenzione tra i Comuni di Bologna, Modena, Parma e Reggio Emilia, i possessori della Card avranno diritto all’ingresso con biglietto ridotto alle mostre “Mutina splendidissima” (Modena, Foro Boario, fino all’8 aprile 2018) e “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017” (Reggio Emilia, Palazzo dei Musei, fino al 1° luglio 2018). Reciprocamente, i possessori di biglietto delle due esposizioni di Modena e Reggio Emilia avranno diritto alla riduzione sul titolo d’ingresso per la mostra al museo civico Medievale di Bologna. Nel caso di Parma, l’accordo prevede un impegno congiunto per la comunicazione del nuovo Spazio “Aemilia 187 a.C.”, inaugurato a dicembre 2017 nel sottopasso Ponte Romano e accessibile gratuitamente. A tutti coloro che presenteranno un biglietto di ingresso per il museo Archeologico nazionale di Parma sarà inoltre riconosciuta la tariffa ridotta per visitare la mostra “Medioevo svelato”.

La mostra “On the road” ci ha portato al capolinea: Regium Lepidi. Conosciamo così il forum e il suo stesso fondatore Marco Emilio Lepido: politico lungimirante, generale vittorioso, costruttore di strade e città

Il pannello con il reticolo regolare di Regium Lepidi sul territorio moderno al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017” al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia

Il nostro cammino lungo la via Emilia è giunto al capolinea. E non poteva essere che Regium Lepidi. Al terzo piano del Palazzo dei Musei, dove è allestita la mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017”, aperta fino al 1° luglio 2018, su un lato della “manica lunga” troviamo una sala dedicata a Regium Lepidi. “A differenza delle vicine colonie di Mutina e Parma, comunità che accoglievano i cittadini sotto il diretto controllo di Roma”, spiegano i curatori della mostra, “Regium Lepidi nasce come Forum, termine con cui si indicavano i centri minori sorti attorno a un luogo di mercato, quindi di incontro, con l’evidente intento di integrare le popolazioni locali, ancora vitali nel II secolo a.C., con i coloni giunti dalla penisola”. Non si trattava di semplici luoghi di sosta lungo le vie consolari, ma di centri in cui si sarebbe potuto attuare un pacifico processo di romanizzazione. Ognuno di questi nuovi insediamenti aveva un proprio promotore politico, appartenente a una famiglia che aveva incentivato quel processo. A Regium fu lo stesso fondatore della via Emilia, il console Marco Emilio Lepido a promuovere la nascita del nuovo forum.

Vasellame romano da mensa tipico del II sec. a.C. in mostra a Reggio Emilia (foto Carlo Vannini)

“Nel disegno del suo fondatore”, continuano gli archeologi, “Forum Lepidi avrebbe dovuto assolvere la funzione di incontro tra la popolazione indigena, sia quella di cultura celtica che quella di cultura ligure (quest’ultima deportata in pianura dalle sedi appenniniche), e la sempre più consistente componente di coloni centro italici”. Nella Reggio del II secolo a.C., come dimostrato dai ritrovamenti archeologici, proprio nel cuore del nuovo insediamento, destinato a diventare il centro politico e religioso, con i Romani coesistevano i Galli Boi e i Liguri: loro sono ornamenti in vetro e ceramiche da mensa anche destinate alla mescita di bevande fermentate, trovati insieme a vasellame propri di ogni città romana di quel periodo.

La tenda consolare ricostruita alla mostra “On the road” (foto Carlo Vannini)

Lo straordinario ritratto del console Marco Emilio Lepido proveniente dal museo Archeologico nazionale di Luni (foto Carlo Vannini)

È nella sala di Regium Lepidi che troviamo la ricostruzione al vero di una tenda consolare dove è ospitato il busto di Marco Emilio Lepido, unico ritratto fisiognomico, opera di rara potenza espressiva, concesso in prestito dal Polo museale della Liguria, essendo custodito nel museo Archeologico nazionale di Luni, città fondata dallo stesso Marco Emilio Lepido nell’anno 177 a.C., quando era triumviro. Proprio la figura di Marco Emilio Lepido viene approfondita nelle sue molteplici sfaccettature di politico lungimirante, di generale vittorioso e trionfatore sui Liguri dell’Appennino tosco-emiliano, di costruttore di strade e di città (Mutina, Parma, Luni e Regium Lepidi). Nato negli anni attorno al 230 a.C., Marco Emilio Lepido era un rampollo di una delle più prestigiose famiglie della nobilitas senatoria. È proprio il console che qui si racconta in prima persona. “Iniziai la mia carriera politica in Egitto come ambasciatore alla corte del giovane re Tolomeo. Fui eletto console nell’anno 586 dopo la fondazione di Roma (187 a.C.) , collega Gaio Flaminio Minore. Gli ordini del senato erano di recarmi in Gallia Cisalpina con il mio esercito per sedare la rivolta dei Liguri montani che, dalle loro sedi, minacciavano i nostri insediamenti in pianura. La mia carriera politica si giocava in un teatro di operazioni secondario e privo di grandi risorse economiche; ma agii da par mio: sconfissi i Liguri presso le cime del Suismontium e del mons Balista, ottenendo dal senato il trionfo sui popoli vinti; votai per la mia vittoria la costruzione di un tempio in Roma dedicato a Giunone Regina”. E continua: “Nella vasta pianura compresa tra il Po e l’Appennino feci realizzare una lunga strada tra Piacenza e Rimini e che da me prese il nome di via Emilia. Mi feci promotore della fondazione di due nuove colonie romane, Mutina e Parma, e nell’anno 580 dalla nascita di Roma (175 a.C.) fondai un forum che in mio onore venne chiamato Forum Lepidi. Frattanto ottenni la somma carica di pontefice massimo e fui per una seconda volta console. Giunsi alla vecchiaia coperto di gloria e onori, eletto per sei volte princeps senatus”.

(4 – fine; precedenti post il 14, 16 e 18 gennaio 2018)

“On the road”: nella mostra di Reggio Emilia si percorre la via Emilia da Ariminum a Placentia, viaggio nello spazio e nel tempo, tra la costruzione di ponti, le necropoli ai lati della carreggiata, le comodità delle mansiones e i prodotti tipici commerciati

Indicazione della Statale 9 Emilia alla mostra “On the road”

La locandina della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” a Reggio Emilia

A Est sorge Ariminum (l’odierna Rimini), fondata dai romani nel 268 a.C. sul fiume Marecchia (Ariminus), dove dal 220 a.C. terminava la via Flaminia, il collegamento più veloce da Roma per l’alto Adriatico. A Ovest, troviamo Placentia (l’odierna Piacenza), fondata nel 218 a.C., prima colonia romana in Italia settentrionale (Gallia Cisalpina) come importante avamposto militare contro la minaccia incombente di Annibale. E solo poco più di mezzo secolo più tardi, nel 148 a.C., avrebbe incrociato la via Postumia (da Genova ad Aquileia). A collegare le due colonie di Ariminum e Placentia, un lungo rettifilo di 262 chilometri, la via Emilia, fondata dal console Marco Emilio Lepido nel 187 a.C., toccando Caesena (Cesena), Forum Popilii (Forlimpopoli), Forum Livii (Forlì), Forum Cornelii (Imola), Claterna, Bononia (Bologna), Mutina (Modena), Regium Lepidi (Reggio Emilia), Tannetum (Sant’Ilario d’Enza), Parma, Fidentia (Fidenza). Sono passati 2200 anni dalla fondazione della via Emilia, celebrati con grandi mostre. Come quella che stiamo seguendo a Reggio Emilia. Ora, dopo aver avuto un’informazione generale sui reperti esposti, aver conosciuto il territorio della Gallia Cisalpina prima dell’arrivo dei romani, e aver visto alcuni elementi caratteristici di una via consolare, come i miliari, i mezzi di trasporto, e gli agrimensori, il percorso della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017”, aperta fino al 1° luglio 2018 al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, al piano terzo, nella cosiddetta Manica Lunga, sala centrale di 50 metri, immerge il visitatore nella Via Emilia/SS9, un viaggio nello spazio e nel tempo, da Piacenza a Rimini e oltre, che si propone di presentare l’ieri e l’oggi della Via Emilia: Marco Emilio Lepido e la sua città, Racconti per l’eternità (archeologia e sepolcri), La buona strada (tecniche costruttive) e Ruote, zoccoli, calzari (mezzi e dotazioni per il viaggio e il cammino).

L’originale allestimento della mostra “On the road” con gli exhibit archeologici (foto Carlo Vannini)

Alle estremità contrapposte della sala le testimonianze dei due capolinea: Ariminum, evocata con la ricostruzione dell’Arco di Augusto, che corrisponde all’innesto della Via Aemilia alla Via Flaminia, e l’esposizione del corredo funerario di uno dei primi coloni romani della città; e Placentia, ricordata con i rilievi di uno spettacolare fregio d’armi che coronava un monumento funerario. Cadenzano il percorso sette “espositori-teatrini”, exhibit archeologici avanzati (sette come i temi trasversali) che espongono i reperti insieme a piccole videoproiezioni che li animano e li rendono narrativi. I temi proposti sono: Limite, Ponte, Sepolture, Commercio, Foro, Locanda e Casa. Vediamo di approfondirne qualcuno.

Il modellino che illustra il sistema di costruzione di un ponte romano (foto Graziano Tavan)

“Nel sentire comune degli antichi romani”, spiegano i curatori, “la costruzione di un ponte ricadeva prima di tutto nella sfera del sacro: non a caso uno dei principali collegi sacerdotali di Roma era quello dei pontefici, cioè costruttori di ponti. E i romani erano in grado di costruire arditi ponti in murature ad arcate poggianti su pilastri grazie alla perizia dei propri ingegneri e alla scoperta dell’opus coementicium, una malta idraulica che permetteva di realizzare opere murarie di sostegno a diretto contatto con l’acqua”. Lungo la via Emilia famoso è il cosiddetto ponte di Tiberio a Rimini, realizzato in soli sette anni tra il 14 e il 21 d.C. Non meno peculiari in un tracciato stradale erano le sepolture. “Il cimitero romano non era infatti un recinto, come ai giorni nostri”, ricordano gli archeologi, “ma, in ossequio al divieto imposto dalle leggi delle XII tavole di seppellire i morti all’interno dei confini urbani, si articolava in allineamenti, quasi cortine, di tombe lungo le strade di accesso alle città”. Così era abbastanza frequente l’esortazione “Viandante, fermati a leggere”, rivolta ai passanti, che percorrevano una strada alle porte della città romana, dalle lapidi che ne accompagnavano il percorso. “Percorrendo queste vie sepolcrali il viandante poteva rivivere le esistenze di cittadini più o meno illustri attraverso le parole incise nella pietra dei monumenti funerari, così come essi stessi si erano presentati con evidenti intenti propagandistici”. La via Emilia, alle porte di Regium Lepidi, ospitò sepolture sia in direzione di Parma, sia di Mutina, dove era allestita la necropoli più monumentale perché imperniata sulla strada la cui proiezione raggiungeva Roma.

Il tracciato della via Emilia, strada consolare romana, da Ariminum a Placentia

Lungo il percorso delle principali vie consolari, a un giorno di viaggio l’uno dall’altra, c’erano le mansiones, una sorta di servizio postale che doveva garantire il transito di magistrati e ufficiali imperiali e il trasporto di merci e informazioni lungo le strade, con corrieri a cavallo e postini. Le mansiones offrivano particolari comodità per il ristoro dei viaggiatori, come il lussuoso deversorium (albergo), l’impianto formale, il santuario locale, la stazione di polizia, il servizio medico e il ricovero ospedaliero, il negozio di rivendita, l’ufficio di cambio e il mercato. E nei dintorni non mancavano ristoranti (tabernae) e locande (stabulae) dove i clienti potevano intrattenersi con le stabulariae. Invece a V/VII, IX/X, ma anche XII miglia, lungo le vie consolari si trovavano le mutationes, per il cambio dei cavalli e dei mezzi, dove si poteva usufruire dei servizi di carrettieri, maniscalchi ed equarii medici, cioè veterinari specializzati nella cura dei cavalli.

Rilievo romano con un carro con passeggeri vicino a una mansio (foto Graziano Tavan)

La via Emilia risuonava del frastuono dei carri, con conduttori di muli (muliones) e trasportatori (conductores) ricordati nelle epigrafi funerarie. Il commercio non era considerato un vero lavoro, perché si riteneva non comportasse fatica e che il guadagno fosse legato alla frode. La vocazione commerciale di Regium Lepidi è implicita nella sua stessa originaria denominazione Forum, quindi di mercato, le cui attività erano poste sotto la protezione di Mercurio, dio delle vendite e dei guadagni, dei commercianti e dei viaggiatori. “Il piccolo commercio”, sintetizzano ancora gli archeologi, “poteva essere esercitato nelle botteghe (tabernae), originariamente costruite nel foro, ma anche su bancarelle all’aperto o sotto i portici della via Emilia. È probabile che nella basilica o macellum (mercato della carne e del pesce) del foro di Regium si svolgessero attività commerciali. Di queste rimangono stadere e pesi (in pietra, bronzo, piombo) garantiti dallo Stato sulla base dell’unità di misura, la libbra, pari a 327 grammi, con i suoi multipli, e l’oncia, pari a mezza libbra”. I commercianti erano riuniti in associazioni. Potentissima a Regium quella dei cardatori di lana (lanarii pectinatores et carminatores). “Perno dell’economia locale era infatti la compravendita dei prodotti dell’allevamento ovino, formaggi ma soprattutto lane, cui si affiancava quella dei frutti dell’agricoltura e delle carni porcine, tagliate e salate”.

Una delle immagini tratte da un film peplum che illustra la mostra di Reggio Emilia

Il percorso della mostra al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia incrocia altre città attraversate dalla Via consolare, le vie  trasversali, le vie d’acqua, e le loro storie rappresentate dalla sequenza dei cippi miliari in originale o in calco, delle iscrizioni e di frammenti delle pile pertinenti ai ponti della Strada consolare, delle dediche a divinità protettrici della strada e dei viandanti. Protagoniste della grande parete le storie degli antichi romani, restituite attraverso i volti dei grandi attori protagonisti di film peplum a cui viene chiesto di interpretare storie vere tratte dalle fonti in un grande racconto che restituisce la complessa articolazione della società romana. In scena a citare storie e dar voce a personaggi, star di sceneggiati e kolossal quali Orson Welles, Kirk Douglas, Charlton Easton, Russel Crow, Marlon Brando, Richard Burton ed Elizabeth Taylor, Peter Ustinov e Patricia Laffan, Bekim Fehmiu, Irene Papas, Peter O’Toole. L’installazione multimediale a soffitto, con riprese effettuate al livello zero della Via Emilia di oggi, racconta invece l’attualità della strada. L’oggi diventa storia delle comunità e delle persone.

(3 – continua; precedenti post il 14 e 16 gennaio 2018)