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Egitto. Dietro la tomba di Tutankhamon si cela la mummia della regina Nefertiti con i suoi tesori? La scoperta del secolo è rinviata. Richieste nuove scansioni col georadar. A maggio su Sky le immagini esclusive della National Geographic

Un tecnico in azione col radar nella tomba di Tutankhamon nella valle dei Re in Egitto

Un tecnico in azione col radar nella tomba del faraone Tutankhamon nella valle dei Re in Egitto

Trovata la tomba della regina Nefertiti dietro la tomba di Tutankhamon? Per ora l’atteso annuncio della clamorosa scoperta previsto per aprile 2016 non è arrivato. Gli studiosi si sono presi dell’altro tempo per non commettere errori. Così le ricerche della tomba della regina Nefertiti continuano nelle camere “segrete” della camera mortuaria del faraone Tutankhamon nella Valle dei Re. Il nuovo ministro egiziano per le Antichità, Khaled El-Anani, annuncia che un team scientifico – sponsorizzato dalla National Geographic Society – ha realizzato oltre 40 nuove scansioni. Sono stati analizzati, in particolare, i muri della camera sepolcrale di Tutankhamon a cinque diverse altezze, utilizzando due antenne radar con frequenza 400 e 900 megahertz. Il ministro spiega che altre scansioni saranno realizzate alla fine di aprile e invita gli archeologi di tutto il mondo ad andare al Cairo per analizzare le scoperte. In ogni caso, Khaled El-Anani dichiara di non poter ancora parlare di risultati: sarà necessario attendere ancora un po’ in modo che i dati vengano analizzati dagli esperti in Egitto e negli Stati Uniti. Le telecamere di National Geographic Channel stanno intanto seguendo in esclusiva le ricerche che potrebbero portare a una delle scoperte archeologiche più importanti del secolo. Il tutto sarà oggetto del documentario “Nefertiti: I misteri della Tomba”, in onda su National Geographic a maggio: per l’Italia sul canale 403 di Sky.

Il famoso busto della regina Nefertiti conservato al Neues Museum di Berlino

Il famoso busto della regina Nefertiti conservato al Neues Museum di Berlino

La prudenza ha preso il posto all’entusiasmo contagioso dello scorso novembre 2015: c’è una stanza segreta dietro la tomba del faraone Tutankhamon – si diceva – e subito il pensiero era corso alla regina Nefertiti che la tradizione vorrebbe sepolta vicino a Tut. “Le ricerche effettuate con l’uso di georadar nella tomba di Tutankhamon hanno dimostrato che dietro i muri nord e ovest si celano scoperte archeologiche, ne siamo sicuri al 90%”, aveva dichiarato l’allora ministro delle Antichità egiziano Mahmoud el Damaty, illustrando le ricerche portate avanti dall’egittologo britannico Nicholas Reeves. Il ministro el Damaty aveva precisato che i dato sarebbero stati studiati: “Ci sono alte probabilità che una camera possa esistere dietro i muri. Se prima pensavamo che ci fossero il 60% di possibilità che qualcosa si nascondesse dietro le mura ora, dopo la lettura iniziale delle scansioni, ne siamo convinti al 90%”. La teoria di Reeves è che il faraone Tut, morto giovane alla sola età di 19 anni, sia stato sepolto in tutta fretta in una tomba non costruita apposta per lui. Il luogo prescelto sarebbe stato appunto una camera mortuaria nella Valle dei Re, proprio accanto alla tomba di Nefertiti. Si ritiene che la regina, che visse nel XIV secolo a.C. – immortalata nel celebre busto conservato a Berlino – ricordata per aver compiuto insieme al marito Akhenaton la rivoluzione monoteista in Egitto, fosse la madre di Tutankhamon.

Lo schema della tomba di Tutankhamon con la posizione della stanza della presunta sepoltura di Nefertiti (Centimetri-La Stampa)

Lo schema della tomba di Tutankhamon con la posizione della stanza della presunta sepoltura di Nefertiti (Centimetri-La Stampa)

Perché proprio qui? Secondo alcuni storici Nefertiti, il cui nome significa “la bella che è arrivata”, sarebbe la sposa di Akhenaton (padre di Tutankhamon). Secondo altri esperti, la tomba potrebbe appartenere alla regina Kiya, la seconda moglie di Akhenaton e madre di Tutankhamon. Se la scoperta della tomba fosse confermata, questa avvalorerebbe l’ipotesi della stretta parentela tra il faraone e la regina, la cui bellezza è stata immortalata in un celebre busto conservato a Berlino. I primi risultati della scansione mostrano la presenza di diversi materiali organici e metallici dietro al muro della tomba. Non si sa esattamente cosa si celi oltre quelle pareti, ma si sa che la tomba non è vuota. Sarebbe colma di tesori, pietre e metalli preziosi. Per questo le autorità egiziane hanno richiesto analisi più dettagliate con l’ausilio di speciali macchinari, per non alimentare inutili aspettative. “Dobbiamo raggiungere il nostro obiettivo, ma dobbiamo essere sicuri al 100% sui prossimi passi da compiere”, chiude l’ex ministro alle Antichità dell’Egitto, Mamdouh el-Damaty – E dobbiamo conoscere esattamente la nostra strada, per questo motivo stiamo avanzando grazie a una speciale scansione radar”. Per svelare l’ultimo segreto del faraone-bambino, Tutankamon.

L’ultima bufala sulle piramidi dal candidato alle presidenziali Usa, Ben Carson: “Erano granai, non tombe”. Il ministro egiziano alle antichità El Damathy: “Non merita risposta”. Ma quella credenza ha radici nel Medioevo

Le piramidi della piana di Giza in Egitto: nei secoli sono state oggetto delle più bizzarre tesi

Le piramidi della piana di Giza in Egitto: nei secoli sono state oggetto delle più bizzarre tesi

Le piramidi come granai di Giuseppe: è l’ultima bufala sulle monumentali tombe della IV dinastia. Gli egittologi degni di questo nome e i veri appassionati e cultori della civiltà dei faraoni in gergo li definiscono “piramidioti”: quei personaggi, più o meno pittoreschi, che si lanciano in esegesi e teorie sulla genesi delle piramidi della piana di Giza, che già gli antichi avevano inserito nelle sette meraviglie del mondo, ma che da sempre sono state oggetto delle più fantasiose bizzarrie: e non si fa riferimento solo alla matrice aliena o alle congiunzioni astrali con le costellazioni, Orione in primis. Nei secoli è stato ipotizzato che l’architetto costruttore sia stato addirittura l’artefice dell’Arca, Noè (John Taylor, 1859). O addirittura che i faraoni siano stati guidati da Satana in persona (Joseph T. Rutheford, leader dei testimoni di Geova). Ma si è anche pensato che le piramidi fossero inizialmente colline utilizzate come cave e che siano state tagliate a forma d piramide (Fort Wayne Jaournal Gazette, 1884). E non poteva mancare un collegamento con Atlantide: Ignazio di Loyola Donnelly, ex membro del Congresso del Minnesota, ossessionato dalla leggenda di Atlantide, nel 1882 sostenne che gli abitanti di Atlantide fondarono in Egitto la loro più antica colonia a immagine e somiglianza dell’isola atlantica, dominata appunto da una piramide. Come si vede non è mai un egittologo a parlare, ma persone delle più disparate estrazioni sociali che si permettono di avanzare nuove ipotesi sulle piramidi.

Il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Ben Carson, nel video del 1998

Il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Ben Carson, nel video del 1998

E così vale anche per l’ultima bufala. In realtà, una bufala a scoppio ritardato (perché se ne viene a conoscenza solo ora, ma fu espressa nel 1998) e che soprattutto non è neppure nuova, perché riprende una tradizione medievale: “Le piramidi d’Egitto sono state costruite da Giuseppe, il personaggio biblico, per conservare il grano e non, come credono gli archeologi, per dare sepoltura ai faraoni”. La tesi è del candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Ben Carson, che contende a Donald Trump la palma di front-runner tra i candidati del Grand Old Party. In realtà, come detto, questa tesi espressa dal neurochirurgo oggi in pensione non è di questi giorni ma risale a un suo intervento, ripreso da un video pubblicato dal sito Buzzfeed, in una cerimonia di laurea all’Università di Andrews, istituto legato alla Chiesa cristiana avventista del Settimo giorno. Ma in tanti anni non ha cambiato opinione. Interpellato infatti dalla Cbs, il candidato repubblicano ha dichiarato di essere “ancora della stessa idea. La mia teoria personale è che è stato Giuseppe a costruire le piramidi per conservare il grano”, spiega Carson, sostenendo che non si potrebbe giustificare altrimenti la loro dimensione: “Gli archeologi ritengono che le piramidi siano state costruite per servire da tombe ai faraoni. Ma, se ci pensiamo bene, allora vorrebbe dire che queste tombe sono davvero enormi”. Dal Cairo il commento, come è ovvio che sia, è lapidario. A intervenire è il ministro delle Antichità, Mamdouh el-Damaty. “Carson merita una risposta? No”. E Mahmoud Afifi, capo del dipartimento delle antichità egiziane, aggiunge: “Le dichiarazioni di Carson sono paragonabili ad altre teorie simili e altrettanto inaccurate sulle piramidi, come quelle che le ritengono le ultime testimonianze di Atlantide. “Tante persone stanno cercando di dimostrare che le piramidi non sono state costruite come tombe”, insiste Afifi. “Forse queste dichiarazioni servono per farsi pubblicità, come quell’uomo che non è un archeologo e che dice che servivano come depositi di grano”.

La Sfinge e la grande piramide a Giza: nei secoli la pssione per l''Egitto è diventata "moda"

La Sfinge e la grande piramide a Giza: nei secoli la pssione per l”Egitto è diventata “moda”

“L’origine di quest’ultima bufala è spiegata dall’adesione di Carson alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno che”, come ben scrive Mattia Mancini nel blog di Egittologia Djed Medu (https://djedmedu.wordpress.com/2015/11/10/bufale-eggizie-le-piramidi-sono-granai/), “crede nell’infallibilità delle Sacre Scritture. In questo modo, Giuseppe, dopo aver interpretato i sogni del faraone, sarebbe diventato visir e avrebbe fatto costruire le piramidi per immagazzinare il grano durante i periodi di fertilità. In realtà, però, la Bibbia non fa alcun riferimento alle piramidi; basta leggere i versetti in questione (Genesi 41, 46-49): “Giuseppe aveva trent’anni quando entrò al servizio del faraone, re d’Egitto. Quindi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutta la terra d’Egitto. Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni di abbondanza che vennero nella terra d’Egitto, e ripose i viveri nelle città: in ogni città i viveri della campagna circostante. Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile”. Si parla, a seconda delle traduzioni, di “depositi” o “magazzini del re”. Allora come si è arrivati a una conclusione simile?”

Le piramidi egiziane intese come i capannoni di Giuseppe in un mosaico del XII secolo in una delle cupole della Basilica di San Marco a Venezia

Le piramidi egiziane intese come i capannoni di Giuseppe in un mosaico del XII secolo in una delle cupole della Basilica di San Marco a Venezia

Come si diceva credenza ha radici lontane. Si diffuse infatti nel Medioevo, con le prime fonti che presentano le piramidi come grandi silos che risalgono al VI secolo, forse per un errore nell’etimologia del nome accostato a “pyros”, grano in greco. Le piramidi furono identificate come “Granai di Giuseppe” appunto nel VI secolo da Gregorio di Tours nella sua “Storia dei Franchi”. Ma la sua teoria fu resa popolare da opere come “Il libro di John Mandeville”, molto diffusa nel XIV secolo. E non è un caso, vista la popolarità della storia, che una descrizione delle piramidi egiziane intese come i capannoni di Giuseppe appaia anche in un mosaico del XII secolo in una delle cupole della Basilica di San Marco a Venezia.

Baghdad riapre il museo archeologico mentre a Mosul si contano i danni: condanna unanime dello sfregio dell’Isis ai reperti partici da Hatra e assiri da Ninive. Molte erano copie

I miliziani dell'Isis si accaniscono contro i tesori del museo di Mosul in Iraq

I miliziani dell’Isis si accaniscono contro i tesori preislamici del museo di Mosul in Iraq

Baghdad rivive mentre Mosul muore. Le autorità irachene hanno ufficialmente riaperto al 1° marzo il museo nazionale di Baghdad, in Iraq. Era chiuso da dodici anni e il suo patrimonio era stato danneggiato dai saccheggi causati dalla guerra del 2003. Si stima che solo un terzo dei circa quindicimila reperti trafugati siano stati recuperati negli anni successivi. Una buona notizia certamente, una risposta chiara e decisa delle autorità irachene a quanto successo a Mosul, con la distruzione da parte dell’Isis delle testimonianze delle civiltà preislamiche, dall’assira alla partica. “Quell’evento – sottolineano – ha ricordato brutalmente alla comunità internazionale i rischi del patrimonio artistico nelle zone mediorientali ancora devastate dalla guerra”. E il presidente del Parlamento iracheno, Salim al Jubury: “Queste forze delle tenebre provano ad essere nemici del presente, del futuro e del passato dell’Iraq”. Mentre il vice presidente della Repubblica, Osama al Nujaify, non ha dubbi: “Ora il popolo attende il segnale per liberare Mosul dagli invasori che l’hanno inquinata. Quanto avvenuto a Mosul va oltre la capacità di descrivere la barbarie e l’orrore”.

I proclami degli jihadisti a giustificazione dello scempio fatto a Mosul hanno fatto il giro del mondo

I proclami degli jihadisti a giustificazione dello scempio fatto a Mosul hanno fatto il giro del mondo

2001: i talebani fanno saltare con l'esplosivo i budda di Bamiyan

2001: i talebani fanno saltare i budda di Bamiyan

Orrore e sgomento. Sono immagini di una violenza insensata e scioccante, quelle che hanno fatto il giro del mondo. Cinque minuti di video diffusi dall’Isis in cui miliziani jihadisti, uomini barbuti e donne in chador nero, si sono accaniti contro “i simboli pagani, idoli venerati invece di Allah da gente che viveva nei secoli passati”, abbattendo e dandosi metodicamente alla distruzione di statue e bassorilievi conservati nel museo di Mosul, dove sono custoditi i reperti di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro. E questo è solo l’ultimo episodio – ma forse il più grave – di una campagna contro le vestigia del passato in nome di una presunta purezza islamica portata avanti dai miliziani del Califfato su imitazione dei Taleban che nel 2001 fecero saltare in aria le gigantesche statue del Buddha a Bamiyan, in Afghanistan, tra lo sconcerto della comunità internazionale. Dopo avere conquistato Mosul e la circostante piana di Ninive con una fulminea offensiva nel giugno dello scorso anno, l’Isis ha bruciato migliaia di libri sottratti alle biblioteche, improvvisando roghi nelle piazze, ha danneggiato una parte della cinta muraria di Ninive, ha distrutto con l’esplosivo moschee e chiese meta di pellegrinaggi considerati eretici. Le statue vengono abbattute con rabbia dai loro piedistalli, per essere poi decapitate e distrutte a colpi di mazza o con l’uso di martelli pneumatici.

L'abbattimento di una statua conservata nel museo di Mosul in Iraq

L’abbattimento di una statua conservata nel museo di Mosul in Iraq

Francesco Rutelli promuove la campagna internazionale per la salvaguardia del patrimonio a rischio

Francesco Rutelli promuove la campagna internazionale per la salvaguardia del patrimonio a rischio

Immediata e generale l’indignazione della comunità internazionale, non solo del mondo accademico. L’Unesco ha condannato con forza la distruzione a picconate di statue e altri manufatti del museo di Mosul da parte dell’Isis e chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza (Cds) per la protezione delle tradizioni culturali dell’Iraq come «elemento essenziale» per la sicurezza del Paese. «È stato un deliberato attacco alla storia e alla cultura millenaria dell’Iraq», ha detto la direttrice dell’agenzia Onu Irina Bokova secondo cui questo ultimo atto di vandalismo «è molto più di una tragedia per la cultura, è un problema di sicurezza dal momento che alimenta violenza settaria, estremismo e conflitti». La Bokova ha detto di aver investito il Consiglio di Sicurezza invocando la risoluzione 2199 sui finanziamenti illeciti all’Isis approvata di recente dai Quindici. Sono infatti numerose le denunce secondo le quali i jihadisti si sono impadroniti di antichi reperti o hanno addirittura effettuato scavi clandestini per rivendere sul mercato nero tutto ciò che trovavano come una delle principali fonti di finanziamento per la ‘guerra santa’, accanto al petrolio. “Occorre una ‘Coalizione di Civiltà’ contro l’ISIS, che unisca, con l’Occidente e i Paesi emergenti, le nazioni arabe ed islamiche”, interviene Francesco Rutelli, che da quasi due anni sta promuovendo una Campagna Internazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale a rischio. “Stiamo denunciando un aspetto cruciale della deriva islamista-fondamentalista: la deliberata distruzione del Patrimonio Culturale come strumento di potere politico-ideologico-religioso-terroristico. Questa nostra azione è stata dapprima ignorata – a partire dall’Unione Europea, dove la signora Ashton non ha voluto fare assolutamente nulla – in ragione di una malintesa contrapposizione al dittatore siriano Assad. Un immobilismo demenziale, incapace di cogliere la gravità della minaccia e delle distruzioni in Siria, quindi tragicamente dilagate in Iraq. Con la nostra Campagna per la Salvezza del Patrimonio minacciato – grazie all’impegno di prestigiosi studiosi guidati da Paolo Matthiae (che recentemente ha rilanciato l’appello da Tourisma, il salone internazionale dell’archeologia. Vedi: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/02/21/paolo-matthiae-lo-scopritore-di-ebla-premiato-a-tourisma-da-dove-lancia-un-grido-di-dolore-per-la-siria-e-poi-ammonisce-larcheologia-del-vicino-oriente-e-finita-in-futuro-non-sa/) – abbiamo denunciato tre crisi gravissime: la distruzione del Patrimonio dell’umanità in teatri di battaglia, gli scavi illegali e traffico illecito di Patrimonio archeologico, sia per finanziare la sussistenza, sia l’armamento dei gruppi islamisti e, infine, il ritorno dell’iconoclastia, ovvero la distruzione deliberata da parte dell’ISIS delle tracce delle culture additate come diverse, o perverse (riesumando il modello nazista hitleriano)”. E conclude amaro: “Chi uccide la Memoria unica ed irripetibile dell’Umanità, non compie opera meno grave dell’uccisione, dello stupro, del rapimento, della conduzione in schiavitù degli esseri umani. Forse, la diffusione deliberata di queste immagini di Mosul da parte dell’ISIS, con la sua sprezzante immonda arroganza, farà risvegliare qualche anima bella che negli ultimi anni ha preferito far finta di non sapere e non vedere, per non dover agire”.

Le mura ricostruite di Ninive sarebbero state danneggiate dall'Isis

Le mura ricostruite di Ninive sarebbero state danneggiate dall’Isis

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini affiderà a una commissione la risposta definitiva

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini

Condanna unanime. Se il presidente francese, Francois Hollande, a margine della sua visita nelle Filippine, definisce lo sfregio al museo di Mosul “un atto di barbarie”, il ministro delle antichità della Repubblica d’Egitto, Mamdouh El Damati, a Rovereto per la firma di una convenzione con il Museo civico della città trentina sulla catalogazione fotografica dei siti del Medio Egitto, “atti intollerabili di vandalismo”. Investito dall’Unesco che ne ha chiesto una riunione urgente, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha condannato “con forza” i “barbarici atti di terrorismo” attribuiti all’Isis che includono rapimenti, uccisioni e la “deliberata distruzione di insostituibili manufatti religiosi e culturali del Museo di Mosul” e il rogo di migliaia di libri e manoscritti rari dalla biblioteca di quella città. Thomas Campbell, il direttore del Metropolitan Museum che nelle sue raccolte ospita una importante collezione di arte mesopotamica: “A nome del Metropolitan, un museo che nelle sue raccolte protegge e mostra con orgoglio opere d’arte della Mesopotamia antica e islamica, condanniamo con forza questo atto di catastrofica distruzione inferta a uno dei più importanti musei del mondo, l’attacco insensato non colpisce tragicamente solo Mosul ma il nostro impegno universale a usare l’arte per unire i popoli e promuovere la comprensione umana”. E il ministro italiano ai Beni culturali, Dario Franceschini: “Dopo la violenza atroce sulle persone, ora la follia cieca e distruttrice dell’Isis sulle statue assire a Mosul, patrimonio di tutta l’umanità”.

Secondo gli esperti molte delle opere distrutte a Mosul erano copie: gli originali sarebbero a Baghdad

Secondo gli esperti molte delle opere distrutte a Mosul erano copie: gli originali sarebbero a Baghdad

Ma cosa è andato veramente distrutto a Mosul? Il museo di Mosul è/era uno dei principali del paese, dopo quello di Baghdad, e uno dei più importanti del Medio Oriente. Era articolato in quattro sezioni, dedicate all’arte islamica, preistorica, assira e partica. Nel 2003, nelle prime fasi della guerra in Iraq, molti reperti vennero rubati o danneggiati. Quello stesso anno il personale del museo trasportò 1500 reperti al museo di Baghdad. Ci sono poche informazioni su che cosa sia stato del museo tra il 2009 e oggi, dice l’Arca, associazione con attività in Italia e negli Stati Uniti che si occupa della tutela del patrimonio artistico. Proprio da Baghdad, fonti della commissione nazionale per il patrimonio culturale hanno detto che parte dei reperti del museo di Mosul distrutti nel video diffuso dall’Isis erano copie e che gli originali sono custoditi al Museo iracheno della capitale o all’estero. Altri pezzi erano invece originali, ma le autorità non precisano la loro quantità. Il filmato, diffuso dall’Isis, è “devastante” secondo Daniele Morandi Bonacossi, docente di archeologia all’università di Udine e direttore della missione archeologica “Terra di Ninive” nel nord Iraq. “I nostri riferimenti a Mosul sono stati costretti ad andare via. I loro dipartimenti sono stati chiusi. Senza lavoro e sotto minaccia sono ora lontani dalla città”, afferma Morandi Bonacossi con una lunga esperienza di scavi e ricerche in Siria e Iraq. “Ero a Dohuk (in Kurdistan iracheno) quando due settimane fa abbiamo appreso la notizia della distruzione di un tratto delle mura di Ninive. Ma nessuno può confermare questo fatto”.

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Ninive

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Ninive

Daniele Morandi Bonacossi (univ. di Udine) in Iraq con Gil J. Stein (Oriental Institute of Chicago)

Daniele Morandi Bonacossi (univ. di Udine) in Iraq con Gil J. Stein (Oriental Institute of Chicago)

Sui danni inflitti dall’Isis al museo di Mosul e al sito di Ninive, il docente dell’ateneo friulano afferma che alcune delle statue distrutte sono copie in gesso di statue di epoca partica (secondo secolo a.C. – primo secolo d.C.), provenienti dal sito di Hatra, a circa 100 km a sud ovest di Mosul e scavato in passato da una missione dell’università di Torino. Altri pezzi erano invece originali, come conferma Morandi Bonacossi. “Ci sono molte statue originali di calcare, che rappresentano divinità e sovrani”.  Sul sito di Ninive, i jihadisti hanno distrutto con diabolica metodicità delle statue colossali che rappresentano tori androcefali di epoca assira. Nel filmato dell’Isis si vede in particolare la distruzione di due «lamassu» (così venivano chiamati in assiro) posti accanto a una delle 15 porte di Ninive, quella dedicata al dio Nergal. Sul valore commerciale di queste statue il docente italiano non può esprimersi: “Il loro valore è incalcolabile. Ma non sarebbe possibile per i jihadisti metterle sul mercato. Sono statue che pesano centinaia di tonnellate e c’è bisogno di uno sforzo logistico enorme per poterle rimuovere da dove si trovano. È più probabile – conclude Morandi Bonacossi – che l’Isis abbia venduto gli oggetti più piccoli e abbia invece distrutto le statue che non avrebbe potuto piazzare nel mercato nero”.

Le straordinarie vestigia di Hatra, la città partica nel nord dell'Iraq

Le straordinarie vestigia di Hatra, la città partica nel nord dell’Iraq

Nelle prime ricostruzioni giornalistiche si è parlato soprattutto dei reperti artistici che risalgono al periodo assiro-babilonese, ma nel video la maggioranza delle opere distrutte sembra provenire dal sito archeologico di Hatra, città-stato alleata dell’impero partico, e risalgono per lo più al II-III secolo dopo Cristo. L’impero dei Parti si sviluppò tra il III secolo avanti Cristo e il III secolo d.C. e si estendeva, al momento della sua massima espansione, nei territori degli odierni Iran, Iraq e sulle coste orientali della penisola arabica.

Egitto. “La piramide di Zoser a Saqqara non crollerà”: il ministro assicura il mondo che entro il 2015 finiranno i restauri sotto la supervisione dell’Unesco, smentendo le accuse sui danni causati al monumento negli ultimi anni

La piramide del faraone Zoser a Saqqara con le impalcature per i restauri

La piramide del faraone Zoser a Saqqara con le impalcature per i restauri

Il ministro alle Antichità Mamdouh Eldamaty

Il ministro alle Antichità Mamdouh El-Damaty

“La piramide di Saqqara non crollerà mai”: lo ha gridato ai giornalisti il ministro delle Antichità egiziane, Mamdouh El-Damaty, dopo la ridda di polemiche sul restauro della piramide del faraone Zoser a Saqqara, la più antica d’Egitto. Il ministro, da settimane in giro per siti archeologici per verificare lo stato delle opere in tutto il Paese, ha accolto una folla di giornalisti proprio davanti alla gigantesca opera, che risale ad almeno 4600 anni fa. Da lungo tempo sui gradoni che la caratterizzano sono state montate impalcature di legno che salgono lungo tortuose curve fino alla cima, a 62 metri di altezza. Ma l’imperizia avrebbe causato dei crolli, così come una pozza scavata all’esterno per arrivare alle fondamenta della piramide. “È tutto falso”, ha incalzato il ministro prima di infilarsi nello stretto e buio cunicolo che porta alla camera centrale. Il caldo, asfissiante fuori, è diventato rovente all’interno. Ovunque piloni per sorreggere il soffitto, altre impalcature, questa volta d’acciaio. “Vedete i lavori sono in corso, erano fermi da tre anni a causa dell’instabilità nel Paese”, ha sottolineato.

La vasta necropoli di Saqqara dominata dalla piramide di Zoser

La vasta necropoli di Saqqara dominata dalla piramide del faraone Zoser

Le sabbie del deserto per secoli hanno protetto la prima piramide della storia dal degrado del tempo. L’imponente costruzione “a mastabe sovrapposte” fu realizzata dall’ingegnere Imenhotep nella necropoli di Saqqara sotto il comando del faraone Zoser (2635-2615), secondo re della III dinastia. Ma questi ultimi decenni hanno “soffocato” le strutture di oltre 4600 anni fa. Già nel 1992 un terremoto aveva danneggiato la piramide a gradoni, ma oggi la situazione è molto peggiorata nonostante gli sforzi dei restauratori per salvarla. Anzi, almeno secondo un gruppo di esperti che ha lanciato l’allarme sulle sue condizioni, sarebbero stati proprio gli interventi più recenti a danneggiare ulteriormente il monumento. Il progetto di restauro della piramide di Zoser punta a recuperare la grande opera di Imenhotep, considerato come il primo ingegnere della storia, autore di una vera e propria rivoluzione nell’architettura funeraria dell’Antico Egitto. Un merito che gli sarà riconosciuto anche nelle dinastie successive. Sotto gli ordini del re Zoser, Imenhotep pensò di sovrapporre su più piani le mastabe tradizionali, ottenendo così una costruzione a piramide a gradoni di 60 metri, che permetteva al suo re di essere più vicino al cielo, quando doveva essere ricevuto da Ra, dio del sole e l’origine della vita. Ma la polemica si è ulteriormente accesa nelle ultime settimane, dopo che diversi gruppi che si preoccupano della conservazione del patrimonio hanno denunciato che l’attuale cattivo stato della piramide è dovuto alla negligenza della società incaricata del restauro, società che, sempre secondo le loro affermazioni, non avrebbe mai restaurato un sito archeologico prima dell’intervento a Saqqara. E poi ci sono le segnalazioni-proteste degli egittologi che si sono alzate più volte negli ultimi anni. Sono stati proprio gli egittologi a denunciare che la pietra originale veniva rimpiazzata con pietre nuove. Un’accusa che i lavoratori impiegati dal ministero delle Antichità cercano di negare o minimizzare. “Oltre il 90% dei blocchi che abbiamo usato sono della piramide, recuperati al suolo e nelle vicinanze”, ha assicurato Hasan Imam, un ingegnere che ha partecipato alla ricostruzione. “Il monumento è in buone condizioni e solo un altro terremoto potrebbe causarne il crollo”.

Dal 2002 sono in corso i restauri della grande piramide a gradoni di Saqqara, la più antica dell'Egitto

Dal 2002 sono in corso i restauri della grande piramide a gradoni di Saqqara, la più antica dell’Egitto

Gli interventi nell’area archeologica di Saqqara sono iniziati nel 2002, ma la complessità del lavoro e i problemi economici ne hanno più volte causato la sospensione. Nel 2006, la società egiziana Al-Shorgaby, specializzata in progettazione e costruzione, ha vinto la gara d’appalto per il restauro. I lavori sono proseguiti fino al 2010 e, dopo un tentativo – fallito – di riprendere l’attività, sono tornati a fermarsi allo scoppio della rivoluzione nel 2011. E proprio in quei giorni, quando al Cairo, che dista 30 chilometri, si inneggiava alla rivoluzione contro Mubarak, qui e negli altri siti della zona sono entrati in azione i tombaroli, razziando quanto possibile. Ma la piramide soffre anche di vari problemi strutturali: al di sotto della camera centrale vengono infatti utilizzate travi d’acciaio, come “airbag”, per sostenere le mura, e fermare un processo di sprofondamento di alcune parti.

La selva di impalcature che si articolano nel cuore della piramide di Zoser

La selva di impalcature che si articolano nel cuore della piramide di Zoser

E si arriva così a un paio di settimane fa, quando l’appena nominato il ministro delle Antichità, Mamdouh El-Damaty ha annunciato il proseguimento dei lavori sulla piramide di Zoser, che dovrebbe essere completato entro la fine del 2015. All’annuncio diversi giornali locali hanno dato voce alle lamentele di quei gruppi che si preoccupano di tutelare il patrimonio e così lo scandalo è arrivato fino alle autorità egiziane. Proprio per smentire queste notizie, il ministero ha organizzato per la stampa una visita al sito archeologico. Lo stesso ministro delle Antichità – come si diceva all’inizio – è penetrato nel cuore della piramide, dove ha spiegato ai giornalisti che le impalcature poste pochi metri sopra la camera sepolcrale la rendono “completamente sicura”. El-Damaty ha poi insistito sul fatto che “i lavori di restauro vanno avanti correttamente, sotto la supervisione di un team dell’Unesco che è venuto in Egitto”.

Operai al lavoro sul fianco della piramide che domina la piana di Saqqara

Operai al lavoro sul fianco della piramide che domina la piana di Saqqara

Il ministro El-Damaty è in prima linea nel rilancio dei siti archeologici egiziani, che fino al 2010 garantivano una bella fetta del business miliardario legato al turismo. Altre immense opere sono in corso, a cominciare dal nuovo Grande Museo che dovrebbe aprire i battenti il prossimo anno. L’Unesco guarda con molta attenzione ai passi del governo, e in una recente visita ufficiale ha lodato gli sforzi del Cairo. Ma mancano i fondi: per la ristrutturazione del museo islamico, tanto per fare un esempio, quello semidistrutto lo scorso gennaio nel primo attentato kamikaze nella storia del Cairo, l’unico e più importante finanziatore straniero è l’Italia.