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Magna Grecia. Già migliaia di visitatori a soli tre mesi dalla riapertura del parco archeologico di Sibari danneggiato nel gennaio 2013 dall’esondazione del fiume Crati. Spesi 18 milioni per pulire, riqualificare e valorizzare l’intera area. I reperti al museo Archeologico nazionale della Sibaritide

Il parco archeologico di Sibari riaperto dopo 1500 giorni di lavori per i danni causati dall’esondazione del fiume Crati

Gli sforzi sono stati premiati. A tre mesi dalla riapertura, sono oltre 3mila i visitatori del museo Archeologico nazionale della Sibaritide e dell’area archeologica del Parco del Cavallo. Un successo di attenzione e interesse dopo più di 1500 giorni di chiusura, dall’ormai lontano 18 gennaio 2013, a causa dell’esondazione del fiume Crati. L’area è stata rimessa a nuovo e ha potuto riguadagnare l’antico splendore con in più nuovi tesori riemersi durante l’esecuzione di lavori per 18 milioni di euro. “Tanti visitatori anche al momento si tratta di numeri in gran parte legati al turismo scolastico calabrese e delle regioni limitrofe e non al turismo culturale proveniente da fuori regione o dall’estero”, spiega la direttrice Adele Bonofiglio. “Ma già i ponti di aprile e maggio hanno segnato un ulteriore forte incremento di visitatori, con presenze di croceristi e di numerose associazioni”.

Sommerso da acqua stagnante e fango: così appariva il parco archeologico di Sibari dopo l’esondazione del Crati nel gennaio 2013

Chiara Braga sul sito archeologico di Sibari

Mosaico del Parco archeologico di Sibari, ripulito dal fango dell’esondazione del 2013

Era – come detto – il gennaio 2013 quando il sito di Sibari, nel Cosentino, fu danneggiato dell’esondazione del fiume Crati. Le campagne di scavi che si sono succedute nel corso degli anni hanno portato alla luce reperti riferibili alle tre città sorte in quei luoghi. Sybaris, antica polis magno greca, realizzata nel 720 a.C. e distrutta nel 510 a.C. dai crotoniani; Thurii, fondata nel 443 a.C. dai sibariti che, dopo la distruzione di Sybaris, non si erano dispersi, e infine, nel 194 a.C., sullo stesso sito dove erano state edificate Sybaris e Thurii, la città romana di Copia. Nei mesi successivi l’esondazione del Crati erano stati compiuti notevoli sforzi per fare defluire l’acqua che si era accumulata. Ma un anno dopo la Procura della Repubblica di Castrovillari emise 40 avvisi di proroga delle indagini. I reati ipotizzati a carico degli indagati sono stati omissione di atti d’ufficio, danneggiamento colposo, invasione di terreni, danneggiamento di beni culturali e realizzazione di opere in assenza di autorizzazione. Intanto nel febbraio 2014, visitando l’area archeologica ancora coperta dal fango, Chiara Braga, responsabile Ambiente del Pd, rinnovò l’impegno in un accorato appello: “I beni culturali e archeologici rappresentano una delle maggiori ricchezze del nostro Paese e perciò devono essere tutelati e salvaguardati. Lavoreremo insieme a chi oggi ha la responsabilità dei ministeri competenti per dare delle risposte immediate a quest’area che ha bisogno di recuperare una delle sue bellezze più importanti che è un pezzo della propria storia, ma anche del proprio futuro perché investendo sulla cultura e su questa ricchezza archeologica e storica si può creare davvero un’occasione di sviluppo e di attrazione turistica per questo territorio”. Ma Braga sottolineava anche che “non è necessario solo rimettere in funzione e rendere agibile di nuovo quest’area archeologica, ma anche evitare che nuovi eventi meteorologici o intense piogge facciano finire sott’acqua un’altra volta queste realtà. Perciò la prevenzione, la manutenzione, la pulizia degli argini dei fiumi, la sicurezza del nostro territorio rappresentano un impegno prioritario che come partito sosteremo e che crediamo debba stare nel Patto di Governo 2014”. Ma in quel mese cadde il governo Letta e nacque il governo Renzi con Franceschini al dicastero dei Beni culturali.  Così in aprile i parlamentari del Pd Andrea Marcucci, Rosa Maria Di Giorgi e Vincenzo Cuomo, rispettivamente presidente e componenti della commissione Cultura a Palazzo Madama, spronano nuovamente il Governo perché “mantenga gli impegni presi sul parco archeologico di Sibari”: “Nei mesi scorsi la commissione Istruzione pubblica, Beni culturali del Senato ha approvato una risoluzione che impegna il governo a garantire che il Parco archeologico di Sibari possa tornare al più presto alle condizioni precedenti all’alluvione del gennaio 2013 che ha colpito l’intera area causando ingenti danni e disagi. A seguito dell’esondazione del fiume Crati sono stati stanziati 5 milioni di euro (4 milioni di euro dal Commissario straordinario per il rischio idrogeologico e 1 milione di euro dalla Provincia di Cosenza) per la sistemazione idraulica, che, tuttavia, interesserà solo un tratto molto limitato del corso del fiume. Inoltre, il Mibact ha stanziato 300mila euro per superare l’emergenza, aspirando lo strato superficiale di fango e ristabilendo la fruibilità del sito. Secondo il soprintendente regionale sono tuttavia necessari ulteriori interventi e stanziamenti per circa 5 milioni di euro (aggiuntivi rispetto ai 2 milioni stanziati per gli interventi post alluvione) per di rimuovere il fango essiccato che ha coperto l’intero sito, ripristinando almeno lo stato precedente all’alluvione”.

Fango tra le vestigia del parco archeologico di Sibari

Mario Caligiuri, assessore regionale

Nel novembre 2014 una nuova alluvione, ma per fortuna, come poté constatare in un immediato sopralluogo agli scavi del parco archeologico di Sibari e al museo della Sibaritide l’assessore regionale alla Cultura della Calabria, Mario Caligiuri, il maltempo non ha causato particolari disagi. Intanto si torna a parlare di finanziamenti: “Cosi fondi disponibili si è avviata una ulteriore rimozione del fango nelle parti ancora interessate, che si prevede possa essere conclusa entro l’autunno del 2015”, spiegò Caligiuri. “Inoltre, stanno per partire altri interventi, tra i quali la ristrutturazione dei locali dell’accoglienza e la messa in sicurezza dell’argine del fiume, quest’ultimo da parte della provincia di Cosenza. Anche per il museo nazionale di Sibari i lavori sono iniziati, sia per quanto riguarda un consistente ampliamento che l’installazione dei pannelli solari con il rifacimento del tetto. Sono anche stati consegnati i lavori per i nuovi depositi dei reperto archeologici. L’importo complessivo delle opere finanziate è di 18 milioni di euro, tutte appaltate. Di queste già consegnate oltre 7 milioni di euro e da consegnare circa 10 milioni di euro lordi. Inoltre a queste cifre va aggiunto anche l’intervento sull’efficientamento energetico di 1 milione e seicentomila euro, i cui lavori, come detto, sono già in corso”.

Veduta d’insieme del parco archeologico di Sibari

Autorità all’inaugurazione del parco archeologico di Sibari

E si arriva al febbraio 2017: a 4 anni dall’alluvione che sommerse l’area, il Parco archeologico di Sibari torna fruibile dopo una serie di lavori – costati 18 milioni  – per pulire, riqualificare e valorizzare l’intera area – con reperti di età romana e magnogreca – e il museo Archeologico nazionale della Sibaritide. “Sono molto orgogliosa della restituzione di questo importantissimo sito”, il commento del sottosegretario al Mibact, Dorina Bianchi. “È un sito unico di cui usufruiranno turisti non solo calabresi ma provenienti dall’Italia e dal mondo. La cultura, insieme al turismo, può creare un solido sviluppo non solo culturale ma soprattutto economico. Ed è questo quello su cui il Mibac sta puntando”. E il presidente della Regione Mario Oliverio: “Qui c’è un patrimonio culturale che merita di essere valorizzato perché la nostra terra, attraverso realtà che hanno una proiezione internazionale, può diventare più attrattiva”. Conosciamo allora un po’ meglio il parco archeologico di Sibari, in provincia di Cosenza, il sito di una delle più ricche e importanti città greche della Magna Grecia, i cui reperti sono conservati nel museo Archeologico nazionale della Sibaritide. Nella zona del “Parco del Cavallo” restano alcuni tra i resti più significativi, risalenti all’età romana. Si tratta di un quartiere organizzato in due grandi plateiai e un teatro. Nelle zone “Prolungamento Strada” e “Casa Bianca” si trovano altre sezioni. “Casa Bianca” in particolare ha una zona edificata del IV secolo a.C., con una torre circolare. Stombi infine mostra una zona urbana a insediamento misto, solo in parte riedificata dopo il 510 a.C., con alcune fondazioni di età arcaica, tra le quali un edificio, pozzi e fornaci.

Calabria. La musica antica rinasce a Vibo Valentia con la mostra “ReSÒNAnT Ritmi e Suoni: l’Arte ritrovata”: dallo scavo archeologico alle fonti letterarie e iconografiche fino agli strumenti e ai riti dell’antica Grecia

Una rara rappresentazione di una siringa sul rovescio di un hemilitron di bronzo di Siracusa (344-317 a.C.)

Una rara rappresentazione di una siringa sul rovescio di un hemilitron di bronzo di Siracusa (344-317 a.C.)

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia "Vito Capialbi"

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia “Vito Capialbi”

Testimonianze dal passato con suoni e parole che evocano il mondo antico: ecco “ReSÒNAnT Ritmi e Suoni: l’Arte ritrovata”, la mostra archeologica aperta fino al 17 settembre al museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, in Calabria, con reperti provenienti da scavi archeologici e da musei e con ricostruzioni desunte da fonti letterarie o iconografiche, ritmi, suoni, declamazioni di testi classici, rappresentazioni scenografiche. “La mostra è dedicata alla cultura musicale; arte molto importante e assai praticata nel mondo classico, della quale si trovano solo pochi frammenti, spesso anche di difficile interpretazione e con tentativi di riproduzione sonora”, spiega il direttore Adele Bonofiglio. “Questa esposizione è frutto di una fattiva collaborazione fra enti e istituzioni che operano nel nostro territorio. Solo lavorando nella stessa direzione e in piena armonia è possibile, infatti, realizzare eventi capaci di porre all’attenzione generale il nostro ingente patrimonio culturale”.

Una cetra a sette corde sul rovescio di una tetradracma della zecca di Olinto (Macedonia) del 410-400 a.C.

Una cetra a sette corde sul rovescio di una tetradracma della zecca di Olinto (Macedonia) del 410-400 a.C.

L'hydraulis sul medaglione di Valentiniano

L’hydraulis sul medaglione di Valentiniano

Si comincia con la musica nella numismatica: gli strumenti a fiato nelle monete antiche. Nonostante l’ampia diffusione e l’uso dell’aulos nel canto lirico, rarissime ne sono le rappresentazioni nell’iconografia monetale. “Più diffusa”, spiega Giorgia Gargano, “è invece la rappresentazione del doppio flauto e della syrinx, lo strumento musicale costituito da sei o più canne, il cui nome si deve a Siringa, la ninfa dell’Arcadia amata dal dio Pan. Un tardo medaglione dell’epoca di Valentiniano (IV sec. d.C.) ci mostra in un’immagine rara quanto preziosa l’evoluzione del flauto di Pan: l’hydraulis, un organo ad acqua inventato nel III secolo a.C. dall’ingegnere Ctesibio di Alessandria”. Per quanto riguarda invece gli strumenti musicali a corda, l’iconografia monetale permette di seguire le varianti e l’evoluzione della foggia degli strumenti musicali spesso attributi di divinità. “Vengono rese con precisione le differenze tra lira e cetra”, continua Gargano, “la prima con cassa rettangolare o arrotondata, con cinque o sette corde; la seconda a forma di carapace di tartaruga: entrambi attributi di Apollo, ma suonati anche da Pan ed Eracle”.

Statuette di Bes, di un satiro e di una suonatrice: tutti con il doppio aulos

Statuette di Bes, di un satiro e di una suonatrice: tutti con il doppio aulos

La presenza della musica e il suo legame con la sfera rituale e cultuale emerge con chiarezza dalla documentazione archeologica proveniente dalle aree sacre e dalle necropoli di età greca ed ellenistica, in Italia meridionale e in Calabria. Il ritrovamento di strumenti a fiato, a corda e a percussione, come ben illustra Paola Vivacqua, le raffigurazioni iconografiche su vasi, le statuette fittili e i pinakes evocano pratiche, relative sia a determinati culti effettuati nei santuari, che ai riti funebri che accompagnavano il passaggio del defunto nell’aldilà, sottolineando un forte rapporto con la divinità a cui rivolgere preghiere di ringraziamento e di supplica. “I corredi tombali a cui sono associati gli strumenti musicali”, sottolinea Vivacqua, “molto spesso rimandano alla sfera del simposio, dove la musica e il canto erano i mezzi di comunicazione privilegiati per potervi accedere e godere dei piaceri dell’incontro conviviale, dell’esibizione e dello spettacolo. In questo senso la presenza degli strumenti musicali era finalizzata all’educazione e alla formazione in cui l’attività musicale e poetica era considerata fondamentale per l’acquisizione di prestigio”.

Vasi e terrecotte con raffigurazioni di strumenti musicali o di cerimonie in cui la musica è protagonista

Vasi e terrecotte con raffigurazioni di strumenti musicali o di cerimonie in cui la musica è protagonista

Dal punto di vista archeologico la profonda permeazione che la musica ebbe nella vita quotidiana è difficilmente connotabile a causa della natura immateriale della documentazione. “Per questo motivo”, interviene Anna Maria Rotella, “è oltremodo indispensabile l’apporto documentario costituito dal repertorio figurativo sia vascolare che coroplastico”. Il museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia, dedicato a Vito Capialbi, è stato istituito nel 1969 proprio per offrire un’idonea collocazione alla collezione di Viro Capialbi, il più illustre dei collezionisti calabresi dell’Ottocento, collezione che comprende anche un piccolo nucleo di oggetti che presenta chiari rimandi alla musica in età greca.

Lekytos attica conservata nel museo di Vibo Valentia con fanciulla che suona il doppio aulos

Lekytos attica conservata nel museo di Vibo Valentia con fanciulla che suona il doppio aulos

La forte componente religiosa che caratterizzava la Calabria greca trova riscontro nelle offerte votive alla divinità. E tra le terrecotte votive meritano particolare attenzione quelle con raffigurazioni musicali. “Esse documentano l’importanza della musica nei luoghi sacri”, spiega Mariangela Preta, “e aiutano non solo a comprendere la funzione della musica nel suo contesto di produzione e fruizione ma anche a ricostruire cosa la musica e il far musica significassero per le società antiche. I rinvenimenti attestano la presenza di figure femminili suonatrici singole o in gruppo. Il contesto di ritrovamento di questi particolari ex voto, datati tra il V e l’inizio del III sec. a.C., forniscono informazioni sia su quali strumenti fossero più adatti alle diverse occasioni rituali, sia alla relazione tra le performance con le divinità destinatarie dell’offerta musicale”.

L'eccezionale lyra trovata da Paolo Orsi nella necropoli di località Lucifero a Locri

L’eccezionale lyra trovata da Paolo Orsi nella necropoli di località Lucifero a Locri

Chiude il percorso della mostra l’eccezionale lyra ritrovata da Paolo Orsi negli scavi condotti a Locri tra il 1913 e il 1915 nella necropoli di località Lucifero: il carapace faceva parte di un corredo funerario che comprendeva anche un alabastron in alabastro e uno strigile. “Diversi gli esemplari di lyra tra i corredi”, ricorda Rossella Agostino, “attestazione che sembra documentare il grado di livello culturale del defunto e la sua appartenenza a un ceto sociale elevato. In alcune sepolture alla lyra, strumento rappresentato anche su alcuni pinakes, si accompagnava l’aulos. Va ricordato che la colonia locrese fu musicalmente molto attiva e sembra che sia stato Senocrito, originario di Locri e autore di ditirambi e peani, ad inaugurare tale attività poetico-musicale in città. E fu ancora lui a inventare l’armonia Lokristi, caduta in disuso alla fine del V secolo a.C.”.

I Bronzi di Riace non sono più soli. Dopo dieci anni di lavori, aperto il nuovo museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (MarRC): 4 piani, 200 vetrine con tesori dal paleolitico all’età romana. Viaggio nell’affascinante storia dell’archeologia calabrese

Il manifesto ufficiale dell'inaugurazione del MarRC il 30 aprile 2016

Il manifesto ufficiale dell’inaugurazione del MarRC il 30 aprile 2016

Il taglio del nastro del nuovo museo archeologico nazionale di Reggio Calabria alla presenza del premier Matteo Renzi

Il taglio del nastro del nuovo museo archeologico nazionale di Reggio Calabria alla presenza del premier Matteo Renzi

Scorcio delle nuove sale espositive del MarRC (foto Maria Mento)

Scorcio delle nuove sale espositive del MarRC (foto Maria Mento)

I Bronzi di Riace non sono più soli. A due anni e mezzo dal loro ritorno a Palazzo Piacentini (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2013/12/21/oggi-riapre-a-reggio-calabria-il-museo-archeologico-della-magna-grecia-la-casa-dei-bronzi-di-riace/), il 30 aprile 2016 è stato finalmente inaugurato il nuovo museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, il MarRC (secondo la nuova moda di chiamare con una sigla le nostre eccellenze culturali), già noto come museo archeologico nazionale della Magna Grecia. Il progetto di ristrutturazione del museo nazionale e di restauro della sede reggina, un edificio progettato, fra i primi in Italia, ai soli fini dell’esposizione museale, sulla centrale piazza De Nava, opera di Marcello Piacentini, uno dei massimi architetti del periodo fascista, che lo concepì in chiave moderna dopo aver visitato i principali musei di Europa, era stato avviato dieci anni fa dall’allora ministro ai Beni culturali Francesco Rutelli nel secondo governo Prodi. Non è dunque fuori luogo che la data del 30 aprile 2016 sia da considerarsi storica, come hanno sottolineato con la loro presenza il premier Matteo Renzi e il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini. “Un giorno di festa”, ribadisce Nicola Irto, presidente del consiglio regionale della Calabria. “Il più importante museo della nostra regione viene restituito alla piena fruizione del pubblico. Nel lungo periodo in cui è rimasto aperto solo in minima parte, il Marc è riuscito a diventare il primo del Mezzogiorno d’Italia per numero di visitatori, attratti dalla straordinaria bellezza dei Bronzi di Riace e da altre testimonianze di inestimabile valore dell’arte magnogreca”. E aggiunge: “Il fatto di averlo atteso così a lungo, probabilmente, ha fatto comprendere a tutti noi quanto sia prezioso per Reggio Palazzo Piacentini, i cui lavori di ristrutturazione rientravano nell’ambito delle opere programmate per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Adesso il museo, sotto la guida del direttore Carmelo Malacrino, può tornare a essere l’elemento qualificante dell’offerta turistica e culturale della Città metropolitana e di tutta la regione”.

Palazzo Piacentini sede del MarRC, realizzato negli anni Trenta de Novecento dall'architetto Piacentini per ospitare le ricche collezioni magnogreche

Palazzo Piacentini sede del MarRC, realizzato negli anni Trenta de Novecento dall’architetto Piacentini per ospitare le ricche collezioni magnogreche

Una corona d'oro esposta nel nuovo museo archeologico di Reggio Calabria

Una corona d’oro esposta nel nuovo museo archeologico di Reggio Calabria

“Il museo nazionale di Reggio Calabria è il più grande attrattore culturale calabrese, uno dei principali musei italiani, la cui valenza è stata sancita anche dalla recente riforma ministeriale”, gli fa eco il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio. “La sua riapertura, con il rinnovato allestimento dell’intero percorso espositivo, rende fruibile una raccolta di reperti di inestimabile valore, che costituisce la testimonianza più completa del retaggio della Magna Grecia. Un museo che custodisce i Bronzi di Riace, simbolo della Calabria e dell’arte antica a livello planetario ma che non sono gli unici protagonisti dell’immenso repertorio visitabile. Migliaia di manufatti, provenienti da tutta la regione, a volte di dimensioni monumentali, compongono un patrimonio archeologico unico, che il mondo ci invidia. Per tutti i calabresi è un motivo di vanto. Per questo abbiamo fortemente sostenuto la tanto attesa riapertura dell’intero museo, possibile anche grazie all’allestimento finanziato dalla Regione Calabria, che riporta questa prestigiosa collezione al centro dell’attenzione internazionale. Abbiamo programmato ingenti risorse sulla tutela e la valorizzazione dei beni culturali – continua-, anche per offrire opportunità di lavoro nella salvaguardia dei siti e degli istituti di cultura calabresi. Stiamo completando la definizione delle aree di rilevanza strategica culturale per spendere oculatamente i fondi delle risorse comunitarie della nuova programmazione 2014-2020, appena partita con i primi bandi. Nel Pon Cultura abbiamo puntato, assieme al ministero sul circuito archeologico della Magna Grecia, per valorizzare al meglio siti di grande rilevanza, in un’ottica finalmente di sistema. Le possibilità tracciate anche nei contenuti del Patto della Calabria rappresentano una occasione imperdibile per sostenere il tessuto economico e sociale calabrese, anche in ottica di promozione turistica. Per tutto questo, il 30 di aprile costituisce, certamente, per la Calabria una data molto importante”.

La vista mozzafiato sullo Stretto dalla caffetteria del nuovo museo archeologico di Reggio Calabria

La vista mozzafiato sullo Stretto dalla caffetteria del nuovo museo archeologico di Reggio Calabria

La grande copertura in vetro del cortile interno, progettata dallo studio ABDR

La grande copertura in vetro del cortile interno, progettata dallo studio ABDR

“Nel progetto di restauro del nuovo museo archeologico di Reggio Calabria siamo riusciti fondere insieme l’archeologia, il paesaggio, la tecnologia più avanzata. Una ricchezza di temi e una complessità di programmi che rende davvero unico questo progetto”, interviene Paolo Desideri, architetto e fondatore dello studio ABDR (Arlotti, Beccu, Desideri, Raimondo),che ha curato il restauro del MarRC. “Un concentrato di primati e di sorprese che ha caratterizzato ogni scelta di noi progettisti. Dal nuovo allestimento museale che accompagna la narrazione espositiva, alla nuova lobby che funziona come grande polmone bioclimatico dell’edificio, alla sorprendente tensegrity che supporta la copertura vetrata del cortile interno, alla nuova caffetteria che apre alla spettacolare vista dello stretto, al sofisticato impianto di filtrazione dell’aria della sala bronzi, il museo è oggi in grado di riprendersi la scena che gli compete nel circuito dei grandi musei internazionali, e addirittura di primeggiare grazie ai suoi tesori”.

La sala che espone i Bronzi di Riace, star del museo e simbolo della Calabria

La sala che espone i Bronzi di Riace, star del museo e simbolo della Calabria

La famosa lastra Griso Laboccetta tra i capolavori esposti al MarRC

La famosa lastra Griso Laboccetta tra i capolavori esposti al MarRC

Il museo di Reggio Calabria si presenta con 4 livelli di esposizione permanente (il piano terra era stato inaugurato dall’ex ministro Bray, con il trasferimento dei Bronzi di Riace dalla sede del Consiglio Regionale della Calabria, al museo nel 2013) e circa 200 vetrine, i cui reperti spaziano dal Paleolitico alla tarda età romana. Il direttore, Carmelo Malacrino, che ha assunto le funzioni dal primo ottobre 2015, ha deciso di arricchire l’offerta anche con un grande mosaico con scena di palestra, del II-III secolo a.C., ritrovato sotto Palazzo Guarna, sul lungomare di Reggio Calabria, e rimasto fino ad oggi nei depositi del museo. I costi dell’ingresso sono di 8 euro per l’intero, 5 euro il ridotto. Ogni mercoledì, invece, in promo, i biglietti costeranno di meno, 6 euro l’intero e 4 euro il ridotto. Rete ferroviaria italiana ha poi dedicato un nuovo look alla stazione Lido di Reggio Calabria, arricchita da una cartellonistica efficace per indirizzare i visitatori a Palazzo Piacentini. “È una nuova immagine del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria”, spiega il direttore Carmelo Malacrino, “quella che offriamo dal 30 aprile. Un museo che si apre all’area dello Stretto, nel cuore del Mediterraneo, storico crocevia di culture e tradizioni. Al MArRC l’archeologia si traduce in curiosità e suggestioni, accompagnando i visitatori nell’affascinante storia dell’antichità calabrese. Con uno sguardo al futuro e ad eventi e mostre di livello internazionale. Un luogo vitale e inclusivo, in cui tutti i calabresi possano ritrovare le loro radici identitarie. L’auspicio è di dare inizio a una nuova avventura da vivere insieme per conoscere, raccontare e trasmettere una grande storia”.

Scoperti nel tempio R di Selinunte i frammenti di un aulos. Ora la musica della Magna Grecia di 2500 anni fa può rivivere grazie a una stampa 3D: la presentazione a Granada a fine mese

La ricostruzione 3D dell'aulos di Selinunte i cui frammenti sono stati trovati nel tempio R

La ricostruzione 3D dell’aulos di Selinunte i cui frammenti sono stati trovati nel tempio R

L'aulos in osso di cervo da Paestum

Gli auloi in osso di cervo da Paestum

I suoni perduti della musica antica potrebbero rivivere grazie alla tecnologia 3D. Così chi fosse incuriosito dal conoscere alcune caratteristiche degli strumenti musicali antichi, tra cui l’acustica, la morfologia piuttosto che l’intonazione, ora può farsi un’idea grazie alla ricerca compiuta da Angela Bellia, Marie Curie Researcher dalla New York University e dall’università Alma Mater di Bologna, che è riuscita a ricostruire un antico “aulos” attraverso l’impiego della stampa 3D, trasferendolo poi in una copia artificiale tridimensionale in polimero creata dall’Officina 3D Lab. I primi risultati della ricostruzione virtuale di un aulos – antico strumento a fiato – ritrovato nell’estate del 2012 sotto il Tempio R di Selinunte saranno presentati all’International Congress Digital Heritage 2015, in programma a Granada, in Spagna, dal 28 settembre al 2 ottobre. Il reperto – scoperto da Clemente Marconi, direttore della Missione Americana dell’Institute of Fine Arts della New York University – è composto da due frammenti di un aulos «early type», risalente al VI secolo a.C., simile ad altri strumenti a fiato rinvenuti in Grecia e nell’Occidente greco: il più famoso è il ritrovamento di Paestum.

Veduta zenitale del Tempio R di Selinunte: qui nel 2012 trovati i frammenti di aulos

Veduta zenitale del Tempio R di Selinunte: qui nel 2012 trovati i frammenti di aulos

Il tempio R di Selinunte. Situato nel settore meridionale del Santuario principale urbano, il cosiddetto Megaron, il Tempio R si trova a sud del Tempio C e ad ovest del Tempio B, e con lo stesso orientamento orientale del Tempio C. Costruito nel primo quarto del VI secolo a.C., è il primo tempio monumentale costruito a Selinunte, e uno dei primi nell’architettura dell’Europa occidentale monumentale greca. Edificio non periptero (cioè non circondato da colonne) aveva un profondo pronao e una cella, simili al pressoché contemporaneo Tempio S, così come una terza camera con ingresso indipendente meridionale. Due colonne poste nel pronao, e forse una terza nella cella, allineate sull’asse centrale, sostenevano il tetto dell’edificio.

L’ indagine condotta sul Tempio R dall’equipe guidata dal prof. Clemente Marconi dell’Institute of Fine Arts dell’Università di New York è iniziata nell’estate 2011 con uno scavo nella zona antistante la porta, sul lato orientale dell’edificio. È stata identificata una sequenza stratigrafica intatta che va dal periodo ellenistico della fondazione fino al periodo orientale(fenicio-punico). I reperti dei livelli più profondi includono la trincea della fondazione del Tempio R. La trincea era piena di pezzi di calcare di intonaco provenienti dai blocchi dei conci, insieme ad alcuni ceramiche, usati per riempire ed elevare la base della costruzione, che permette di fornire una prima datazione archeologica del Tempio R. Nei livelli stratigrafici più alti del Tempio R, datato al tardo periodo classico, è stato rinvenuto un gruppo di sculture in terracotta, in alcune delle quali si conservano tracce della policromia originale. Ed è qui che appunto, nel 2012, sono stati trovati i due frammenti di aulos.

Atena suona gli auloi: pittura vascolare da Taranto

Atena suona il doppio aulos: pittura vascolare da Taranto

Per suonare questa tipologia di auloi, caratterizzati dall’assenza di meccanismi di azione sui fori e per la produzione sonora, il musicista usava esclusivamente le dita che coprivano, alternandosi o contemporaneamente, i fori posti nella parte superiore delle due canne e, quando presente, il foro per i pollici posto nel lato posteriore dei tubi. Le canne degli auloi «early type» erano di solito di osso e di diversa lunghezza. Grazie alla ricostruzione virtuale dello strumento è possibile non solo analizzare nel dettaglio le sue caratteristiche acustiche e morfologiche e, se possibile, a scoprirne l’intonazione, ma anche migliorare la ricerca scientifica, superando le limitazioni causate dalla fragilità dello strumento.

Il congresso di Granada

Il congresso di Granada

I risultati dello studio, che si inseriscono nell’ambito di Telestes, un progetto finanziato dalla Comunità Europea dal programma di ricerca Marie Curie Actions, dedicato alla cultura musicale di Selinunte, tra le più famose polis della Magna Grecia, saranno ufficialmente presentati all’International Congress Digital Heritage 2015, in programma a Granada, dal 28 settembre al 2 ottobre.

A Canosa di Puglia saranno visitabili le catacombe di S. Sofia: accordo tra il Vaticano e l’Italia

L'area archeologica paleocristiana di Santa Sofia a Canosa di Puglia

L’area archeologica paleocristiana di Santa Sofia a Canosa di Puglia

Le catacombe di Santa Sofia a Canosa riapriranno al pubblico grazie all’accordo firmato tra l’Italia e lo Stato del Vaticano al quale quella necropoli paleocristiana appartiene in base al Concordato Stato-Chiesa del 1984. E in attesa di poter finalmente accedere a quello che è considerato uno dei siti paleocristiani più interessanti in Italia, Canosa ha aperto il museo paleocristiano della Cattedrale. Così la cittadina pugliese in provincia di Barletta-Andria-Trani aggiunge un altro tassello – il tardo antico – al già ricco patrimonio archeologico che vanta il territorio, dalla preistoria alla Magna Grecia ai romani. Canne, in epoca romana “vicus” di Canosa ed emporio fluviale sulla riva destra dell’Ofanto, è infatti a pochi chilometri. Basta il toponimo per evocare la famosa battaglia che vide i cartaginesi guidati da Annibale avere la meglio sull’esercito romano agli ordini del console Lucio Emilio Paolo. La disfatta del 216 a.C. sicuramente è l’evento più famoso che ha legato indissolubilmente il territorio alla Storia. Ma Canosa era già importante  secoli prima quando era sotto l’influenza greca: la produzione dei suoi vasi, molto tipica (tanto che oggi parliamo di “vasi canosini” con le caratteristiche decorazioni applicate), era molto apprezzata e diffusa. E a distanza di 23 secoli quei vasi canosini li possiamo ammirare nei maggiori e più prestigiosi musei del mondo.

Al centro della necropoli di Lamapopoli sorge la basilica di S. Sofia

Al centro dell’area di Lamapopoli sorge la basilica di S. Sofia

L’area archeologica paleocristiana di S. Sofia sorge a un chilometro dall’abitato di Canosa, sulla statale che conduce a Barletta, nella zona nota come Lamapopoli: qui si trovano i ruderi della basilica paleocristiana di Santa Sofia e delle catacombe, attualmente chiuse in attesa che siano consolidate e rese sicure le strutture rocciose a rischio crolli. L’area è databile dalla seconda metà del II al V-VI secolo. “Al centro della zona, il suggestivo luogo delle catacombe del periodo delle persecuzioni”, spiegano gli archeologi della soprintendenza, “sorge la basilica con l’ingresso lungo la riva del torrente Lamapopoli, costruita tra il V e il VI secolo come edificio funerario a carattere familiare. All’interno sono state rinvenute quindici sepolture, un sarcofago e tombe a cassa. La disposizione delle tombe è regolare, ma le acque del torrente ne hanno cambiato la fisionomia”.

I suggestivi ambienti delle catacombe di S. Sofia a Canosa

I suggestivi ambienti delle catacombe di S. Sofia a Canosa

Ora sarà la Pontificia commissione di archeologia sacra a gestire le catacombe per renderle fruibili al pubblico grazie all’accordo firmato tra il ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, e Fabrizio Bisconti, membro della Pontificia commissione e sovrintendente archeologico alle catacombe di Santa Sofia a Canosa di Puglia. Da una decina di anni le catacomba di S. Sofia si conoscono un po’ meglio grazie all’accordo tra la Pontificia Commissione di archeologia sacra, l’Università degli studi di Bari, la Soprintendenza archeologica della Puglia e il Comune di Canosa che fa ha permesso una campagna di scavi proprio per avere a disposizione più informazioni. “Gli ambienti investigati – hanno spiegato i resoconti di scavo – sono caratterizzati da un’anarchia di tipologie tombali, abbastanza diversificate che coesistono molto probabilmente per ragioni di spazio; si tratta di sepolture ad arcosolio, sepolture a loculo con nicchie e sepolture pavimentali. Fra le tombe pavimentali oggetto di studio, una sepoltura, ha restituito otto deposizioni, presentandoci dunque il fenomeno di rioccupazione continua della stessa sepoltura. Delle otto, l’inumazione più recente è risultata essere una deposizione infantile che ha restituito cinque braccialetti di bronzo di tradizione tardo romana che trova attestazioni in Puglia fino al V-VI dopo Cristo”.

il Crocifisso d'avorio della Cattedrale (XII secolo) recuperato tre anni fa a Parigi dai carabinieri e ora al museo Paleocristiano di Canosa

il Crocifisso d’avorio della Cattedrale (XII secolo) recuperato tre anni fa a Parigi dai carabinieri e ora al museo Paleocristiano della Cattedrale di Canosa di Puglia

Sempre a Canosa di Puglia, Bray ha inaugurato il Museo Paleocristiano della Cattedrale, a Palazzo Minerva, dove, per l’occasione, è stato esposto al pubblico il Crocifisso d’avorio della Cattedrale (XII secolo) recuperato tre anni fa a Parigi dal Nucleo Tutela del patrimonio culturale dei carabinieri. Il ministro ha anche partecipato a Canosa ad un convegno promosso da Confindustria e dal Comune sulla gestione dei beni culturali. “La caratteristica dell’Italia – ha commentato Bray – è che ha fatto delle sue bellezze un motore di turismo consapevole. Se si mettono, dunque, insieme le sue bellezze, come Canne della Battaglia e Canosa, il turismo può diventare davvero una leva di sviluppo per il Paese, ma bisogna che si lavori con gli enti locali per sviluppare occupazione”.

I Bronzi di Riace a casa. Il “nuovo” museo della Magna Grecia per il rilancio della Calabria

I due guerrieri adagiati su speciali supporti: 10 giorni per rimetterli in piedi

I due guerrieri adagiati su speciali supporti: 10 giorni per rimetterli in piedi

Palazzo Piacentini, sede del museo archeologico nazionale della Magna Grecia a Reggio Calabria

Palazzo Piacentini, sede del museo archeologico nazionale della Magna Grecia a Reggio Calabria

Dieci giorni per rimettere in piedi i Bronzi di Riace ed entro Natale il museo archeologico nazionale della Magna Grecia, che dall’altra notte – dopo quattro anni – è tornato ad ospitare i due guerrieri riaffiorati dal mare, riaprirà al pubblico. Per ora solo una parte, ma entro aprile Palazzo Piacentini sarà di nuovo totalmente agibile e tutte le collezioni fruibili. Lo assicura il ministro per i Beni culturali Massimo Bray: “Questo è un primo passo verso la scelta forte di valorizzare la cultura italiana. Era dal 2009 che i Bronzi erano ospitati nel palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, e la decisione di riportarli a casa, nel museo, era sollecitata da tempo perché tutti erano consapevoli della necessità di fare presto trattandosi di un vero e proprio patrimonio dell’umanità”. E il segretario generale del Ministero, Antonia Pasqua Recchia, ricorda la grande accelerazione voluta dal ministro anche sul restauro del Museo Nazionale di Reggio Calabria rifondato e consolidato dal punto di vista sismico. “Il restauro è durato più del previsto e costato più delle previsione per scongiurare appunto il rischio sismico. Il costo definitivo e complessivo ammonta ora a circa 32 milioni di euro”.

Progetto di ampliamento del Museo di Reggio Calabria dello studio Desideri

Progetto di ampliamento del Museo di Reggio Calabria dello studio Desideri

Ma a Reggio Calabria si teme che proprio i lavori di trasformazione urbana di piazza De Nava, la piazza antistante il Museo, potrebbero diventare un nuovo ostacolo all’apertura di Palazzo Piacentini. “Non occorrono ulteriori risorse”, assicura Recchia. “Sono già programmati nel Poin 10 milioni per i lavori che si devono chiudere entro il 2015”. Ma il vero “gioiello tecnologico” è rappresentato dalla struttura sperimentale “made in Italy”, su cui poggeranno i Bronzi, fatta di marmo su una base appositamente vibrante per evitare che un eventuale scossa sismica possa creare danni alle statue. “Una struttura sperimentale inimmaginabile in un altro Stato”, spiega con orgoglio il segretario generale. “I nostri tecnici, i nostri restauratori hanno dato e danno il meglio di sé e vengono sempre richiesti. Insomma l’Italia non solo dispone di un patrimonio unico, ma anche delle conoscenze tecnologiche per conservarlo al meglio”.

Il governatore Giuseppe Scopelliti

Il governatore Giuseppe Scopelliti

Un’occasione per rilanciare il turismo con un’immagine positiva della Calabria. Ne è convinto il governatore Giuseppe Scopelliti: “La riapertura del museo rappresenta un grande ossigeno per la regione, tanto più importante ora in momenti di crisi. Per questo nei prossimi mesi saranno studiate strategie di rilancio in condivisione con il Ministero. Abbiamo già anche concertato di utilizzare un investimento corposo dei fondi comunitari per diffondere l’immagine dei Bronzi in Italia e in Europa con un investimento diretto da parte della Regione di circa 2 milioni di risorse destinate alla comunicazione diretta alle capitali europee e a tutto il territorio nazionale. Un  investimento diretto nel quale coinvolgeremo anche i privati come sponsor”. Ma si cercano anche convenzioni, accordi o partnership perché i Bronzi di Riace siano visitati da quanti più turisti possibile: “Abbiamo stabilito con Alitalia di realizzare un pacchetto agevolato che aumenti il numero di voli per Reggio e diminuisca il costo del biglietto. Questa incentivazione è per la maggior parte a carico della Regione Calabria e in piccola parte anche della stessa Alitalia”.

I Bronzi di Riace in museo su piedistalli antisismici

I Bronzi di Riace su stalli antisismici

Ma ora cosa succederà ai Bronzi di Riace? E perché sono tanto preziosi? Le due statue, di dimensioni leggermente superiori al vero (una è alta 205 cm, l’altra 198 cm), databili al V secolo a.C. ci sono pervenute in eccezionale stato di conservazione e quasi certamente si tratta di opere originali dell’arte greca del V secolo a.C. Fin dal momento del ritrovamento, avvenuto nell’agosto 1972, gli studiosi hanno cercato di dare un’identità ai due personaggi e agli autori, e fin dalla prima esposizione, nel 1978, dopo il primo restauro, hanno entusiasmato il pubblico internazionale.  Ora sono di nuovo a casa. In anticipo rispetto alle previsioni. Negli spazi espositivi del museo della Magna Grecia, con uno specifico sistema di filtraggio, sarà attivato un percorso di depurazione,  attraverso il quale transiteranno i visitatori, per mantenere sempre costante il clima in cui sono conservati i Bronzi. Inoltre, al termine di un periodo di stabilizzazione che permetterà ai Bronzi di mantenere la posizione eretta in totale sicurezza, sarà attiva una protezione antisismica. “Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria potrà riaprire al pubblico una volta assicurati tutti gli accorgimenti necessari a preservare l’integrità e il valore delle opere che è destinato a ospitare”: il ministro Bray, come si diceva, ha assicurato che basteranno due settimane.