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Al museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme “L’oro d’oliva. Percorso alla scoperta della millenaria storia dell’olio e dell’ulivo”: dalle antiche mense ponderarie agli attrezzi dell’olivicoltura alla visita tematica in museo

La locandina dell’evento “L’oro d’oliva. Percorso alla scoperta della millenaria storia dell’olio e dell’ulivo” al museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme

La sede del museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme

L’ulivo, considerato l’albero sacro del Mediterraneo, è una pianta di antichissime origini. Pare che il suo habitat originario sia da rintracciare in Asia Minore. Dalla Siria, dove sarebbe avvenuta la sua trasformazione da pianta selvatica a specie domestica, si sarebbe diffuso prima nelle isole dell’Egeo e poi in Grecia, dove è noto fin da epoca micenea. Mercanti fenici o greci l’avrebbero in seguito esportato in Occidente. In Magna Grecia i territori più noti per questa coltivazione erano quelli delle colonie di Taranto e Sibari. Giovedì 28 novembre 2019, alle 17.30, a Lamezia Terme (Catanzaro), il museo Archeologico Lametino propone una suggestiva e particolarissima iniziativa: “L’oro d’oliva. Percorso alla scoperta della millenaria storia dell’olio e dell’ulivo”.

Le sale espositive del museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme (foto Polo museale Calabria)

Nel mondo ellenico l’ulivo era la pianta sacra ad Atena. Secondo il mito la dea vinse la contesa con Poseidone per il possesso dell’Attica per aver fatto agli uomini il dono più bello e utile, ovvero il primo albero d’ulivo, il cui frutto avrebbe permesso di illuminare la notte, medicare le ferite, produrre nutrimento e quindi assicurare prosperità e pace a tutti coloro che lo avrebbero coltivato. I Romani, che mutuarono dai Greci tutti gli aspetti simbolici dell’ulivo, facendone un attributo di Minerva e Giove, fecero dell’olio un vastissimo e diversificato utilizzo, rendendo l’olivicoltura uno dei settori più importanti del loro sistema economico. Dopo un calo della produzione tra tardo-antico e alto-medioevo, nuovo impulso alle attività olivicole si ebbe a partire dal XII secolo, grazie soprattutto agli ordini monastici e all’uso rituale dell’olio nel mondo cristiano, in cui il ramo d’ulivo continuò ad essere immagine di pace terrena.

Al museo Archeologico Lametino previste visite guidate a tema (foto polo museale Calabria)

Ecco in dettaglio il programma dell’evento coordinato da Rosanna Calabrese, funzionario archeologo. In museo, dove sono conservate le antiche mense ponderarie in pietra provenienti da piazza Mercato a Nicastro, inizio del percorso guidato con breve messa in scena sull’uso delle mense nella pesatura delle olive e spiegazione tecnica delle unità di misura adottate fino all’introduzione del Sistema Internazionale. Seconda tappa nella Sala Conferenze, allestita per l’occasione con pannelli informativi sulla storia dell’olio e dell’ulivo nei secoli e con l’esposizione di attrezzi tradizionali legati all’olivicoltura. Ultima tappa nelle sale espositive del Museo con una visita tematica ricca di curiosità sull’argomento: l’origine della pianta dell’ulivo e accenni botanici nella Sezione Preistorica; il valore sacro dell’albero d’ulivo e il mito di Atena, l’uso cosmetico dell’olio del mondo antico, la produzione olivicola romana e il sistema delle villae rustiche nella Sezione Classica; l’uso rituale dell’olio da parte degli ordini monastici nella Sezione Medievale.

Antica Kaulon (Monasterace, Rc). Opportunità speciale per ammirare, anche con visite guidate, il Mosaico ellenistico dei draghi e dei delfini, tra i più grandi mai scoperti nella Magna Grecia, nelle terme del parco archeologico

La scoperta della sala dei draghi e dei delfini nell’antica Kaulon

Il parco archeologico dell’Antica Kaulon a Monasterace (Reggio Calabria)

È un mare popolato di draghi, delfini e ippocampi quello che lambiva l’Antica Kaulon, splendida città magnogreca, la cui fondazione risale all’VIII secolo a.C., identificato dall’archeologo Paolo Orsi agli inizi del Novecento e localizzato nell’odierna cittadina di Monasterace Marina (Reggio Calabria). Lo testimonia uno straordinario mosaico scoperto nel 2012 in uno dei rari edifici termali greci rinvenuti nel Sud Italia: i leggendari animali sono raffigurati in uno splendido mosaico policromo, risalente alla fine del IV secolo a.C., quindi il più antico mosaico della Calabria e tra le più grandi opere musive dell’epoca ellenistica, che fa parte di un quadro più ampio, che misura venticinque metri quadrati. Dopo la scoperta, a cura della soprintendenza Archeologica della Calabria il mosaico ad oggi ricordato come uno dei più importanti e dei più antichi ritrovati in Magna Grecia, è stato ricoperto per una sua opportuna tutela e conservazione, dopo un intervento di restauro conservativo finalizzato alla messa in sicurezza delle parti più deteriorate. Ma in questa settimana, per pochi giorni, lo si può ammirare in tutta la sua bellezza.

La locandina dell’esposizione temporanea del Mosaico dei draghi e dei delfini nel parco archeologico dell’Antica Kaulon

museo Archeologico nazionale dell’Antica Kaulon

Rossella Agostino, direttore del museo Archeologico nazionale dell’Antica Kaulon

Mosaico dei draghi e dei delfini. Fino al 16 agosto 2019 appuntamento al parco archeologico di Kaulonia, centro coloniale acheo, odierna Monasterace Marina, per l’esposizione temporanea del Mosaico dei draghi, delfini e ippocampi: “Il manufatto, pertinente a uno ambiente termale di un complesso monumentale pubblico di IV secolo a.C. abbandonato nel corso del II secolo a.C.”, interviene Rossella Agostino, direttore del museo e parco archeologico dell’Antica Kaulon, afferente al Polo museale della Calabria, guidato da Antonella Cucciniello, “è infatti un formidabile “attrattore” del sito archeologico cauloniate e grazie alla collaborazione di sponsor interessati fattivamente alla valorizzazione del sito – Ditta Falcomar s.r.l., Lions Club Monasterace – Kaulon, Cooperativa Vivikaulon e Restauro Opere d’Arte Giuseppe Mantella – si è programmata la sua apertura nel periodo che solitamente vede una maggiore una maggiore affluenza di turisti in questo bel tratto di litorale ionico meridionale”.

Dettaglio del grande mosaico dei draghi e dei delfini del complesso termale al parco archeologico dell’Antica Kaulon

Il mosaico, di circa 30 mq e databile tra fine IV- inizio III secolo a C., costituisce il piano pavimentale centrale di un lungo vano con piscina per il bagno caldo di un edificio termale, eretto su un edificio pubblico già esistente, munito di ambienti di rappresentanza e di servizio. Colpisce la particolare ricchezza dei motivi e dei soggetti decorativi scelti – delfini, draghi, ippocampi – e la loro composizione armoniosa con particolari tecnici quali l’uso di lamine in piombo per delineare i profili dei delfini. Lo schema compositivo del mosaico – realizzato con tessere policrome in pietra naturale, ceramica e terracotta di varie forme e dimensioni – pone al centro sei medaglioni con motivi floreali, delimitati da più listelli colorati, la cui particolare composizione dà luogo a una visione prospettica, mentre sul lato occidentale e meridionale sono disposti stretti e lunghi pannelli con figure di animali marini (draghi, delfini e ippocampo) affrontati per coppie. Un particolare decorativo è costituito inoltre, in prossimità dell’accesso alla sala, da una rosetta circolare a 12 petali.

La locandina del programma delle visite guidate al mosaico dei draghi e dei delfini dell’Antica Kaulon

Non solo visite guidate. In occasione dell’esposizione temporanea del mosaico dei draghi e dei delfini, che vede la presenza anche della Capitaneria di Porto-Guardia Costiera e dell’Arma dei Carabinieri, sono previste visite guidate a cura dei Servizi aggiuntivi, Vivikaulon, nei giorni 4, 9, 11, 14, 16 agosto 2019, organizzate in tre turni, rispettivamente alle ore 16, 17 e 18. Costo di 4 euro a persona per l’ingresso a museo e parco (il biglietto va acquistato obbligatoriamente al bookshop del museo), costo di 3 euro a persona per la visita guidata (gratuita fino ai 10 anni). Consigliata la prenotazione: 340.0742442, 328.7378995, email: vivikaulon@gmail.com). Il punto di incontro al museo dove è opportuno presentarsi 30 minuti prima dell’inizio della visita. Infine giovedì 8 agosto 2019, incontro serale nel giardino del museo archeologico a cura dei Lions Club Monasterace-Kaulon.

Vibo Valentia. Il museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” festeggia i 50 anni con un ricco programma: giornate di studio, fiera dei musei del territorio, mostra su Scrimbia, fiera dei musei della Magna Grecia

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia “Vito Capialbi”

La laminetta aurea di Hipponion, uno dei pezzi più significativi conservati al museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia

Cinquant’anni: una tappa importante per il museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, istituito nel 1969 e dedicato alla memoria del conte Vito Capialbi, erudito del luogo, animato da spirito antiquario, che per primo raccolse e custodì le testimonianze della vita della città ricostruendone la storia dalla fondazione della colonia locrese di Hipponion alla costituzione della colonia romana di Valentia. A questo nucleo si aggiunse la collezione di monsignor Albanese ricca soprattutto di ex voto. I reperti che dal VII sec. a.C. al III sec. d.C., illustrano la civiltà greca, bruzia e romana sono stati in gran parte rinvenuti nell’area della città antica. Particolare rilievo rivestono le terrecotte (VI –V sec. a. C.) alcuni bronzi e la preziosa laminetta aurea, con testo orfico, rinvenuta in una vasta necropoli che interessa l’area urbana della città moderna. Di notevole interesse, inoltre, il ricco monetiere Capialbi che rappresenta un riferimento numismatico tra i più importanti in Calabria.

Il museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia compie 50 anni

Proprio per il 50° anniversario dell’istituzione del museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia diretto da Adele Bonofiglio, afferente al Polo museale della Calabria guidato da Antonella Cucciniello, è stato programmato un ricco programma di eventi che si svolgeranno nel corso dell’anno. Si inizia con un importante convegno scientifico “I 50 anni del museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi””, il 6 e 7 luglio 2019, dalle 9.30, in cui si offrirà una importante disamina degli studi fin qui condotti da studiosi nazionali e internazionali sull’area di Hipponion-Valentia. Negli stessi giorni e alla stessa ora, si svolgerà la prima fiera dei Musei del Territorio di Vibo Valentia, per promuovere e valorizzare le prestigiose realtà locali. Infine il 6 luglio 2019, alle 20.30, spettacolo “Frida” a cura di Double C Ballet . Compagnia Valentia Danza. Le celebrazioni continueranno alla fine dell’estate e in autunno. Per metà settembre è in programma la mostra su “Scrimbia”, località vibonese con un deposito votivo che ha fornito materiali di notevole bellezza, e molti elementi del tutto peculiari per la ricostruzione del culto. Si trattava di uno dei santuari più importanti e più frequentati dai fedeli nell’Hipponion del VI e V sec. a.C., come indica l’abbondanza delle offerte, comprese moltissime di tenue valore economico (come vasetti miniaturistici) ma non meno significative come documento del legame dei fedeli con le varie divinità che qui erano oggetto di culto. Infine, sempre nell’ambito delle celebrazioni del 50.mo del museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi”, il 19 e 20 ottobre 2019 si svolgerà la prima fiera dei musei Archeologici della Magna Grecia.

Parco archeologico di Capo Colonna (Crotone): entro l’estate l’appalto dei lavori per la sistemazione dell’area adiacente l’Heraion Lacinio grazie all’iniziativa “I Luoghi del Cuore” del Fai

Veduta aerea del promontorio con il parco archeologico di Capo Colonna (Crotone)

L’architetto Rossana Baccari

Sul parco archeologico di Capo Colonna (Crotone) era intervenuto il Fondo Ambiente Italiano il cui comitato attivo per la raccolta voti al censimento “I Luoghi del Cuore” aveva denunciato qualche anno fa lo scarso decoro dei percorsi espositivi, l’inaccessibilità di alcune aree di visita e i rischi a cui è sottoposto il contesto. Ma proprio da Fai e da Intesa San Paolo nell’ambito dell’iniziativa “I Luoghi del Cuore” è arrivato un contributo di 28mila euro con i quali è stato possibile programmare la sistemazione dell’area adiacente l’Heraion Lacinio, di cui è in fase di aggiudicazione il progetto esecutivo. Capo Colonna, uno dei più importanti siti della Magna Grecia, di proprietà demaniale è stato, infatti, votato da oltre 30mila persone nell’edizione 2016 del censimento dei luoghi italiani da non dimenticare. Un eccellente risultato che ha permesso a questo luogo del cuore di accedere al bando attraverso il quale il FAI, in collaborazione con il ministero per i Beni e le attività culturali, assegna contributi economici a progetti concreti a favore dei Beni più votati. L’intervento, finalizzato al miglioramento della fruizione attraverso la realizzazione di apparati di comunicazione plurilingue e la creazione di uno spazio di sosta attrezzato per una migliore accoglienza dei flussi, sarà realizzato lungo l’affaccio panoramico prospiciente la Colonna, simbolo dell’intero Parco e punto di maggiore affluenza dei visitatori. Il Polo museale della Calabria ha completato le procedure di redazione del progetto esecutivo ed entro il periodo estivo appalterà i lavori, fortemente voluti dalla dottoressa Angela Acordon che ha guidato l’istituto fino al dicembre scorso ed è lieta che il FAI collabori alla promozione di uno dei suoi principali siti di competenza. I dettagli di questa straordinaria opportunità in favore di uno dei Beni Culturali più noti della nostra Regione sono stati curati dall’architetto Rossana Baccari.

Il parco archeologico di Capo Colonna a Crotone

Il parco archeologico di Capo Colonna è stato realizzato dalla soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria. Il parco, ad accesso gratuito, si estende lungo 30 ettari di terreno dedicato agli scavi e altri 20 ettari con bosco e macchia mediterranea. Tra le aree sacre più note dell’intero bacino del Mediterraneo, il celebre Heraion Lacinio ruotava attorno al maestoso santuario dedicato alla dea Hera Lacinia, in stile dorico con pianta rettangolare di 6×19 colonne, risalente al V secolo a.C. Oggi del tempio rimane una sola colonna superstite con stilobate, in stile dorico alta 8,5 metri con 20 scanalature piatte e il poderoso basamento composto su 10 livelli di blocchi squadrati. I primi scavi regolari nell’area del santuario si svolsero tra il dicembre 1887 e il gennaio 1888 ma le scoperte più importanti risalgono alla fine degli anni ‘80 del Novecento e hanno portato alla luce la Via Sacra e gli articolati edifici del santuario. Da allora le ricerche e gli scavi non si sono mai interrotti e risale alla fine del 2014 la scoperta di un foro romano, considerata una delle più importanti novità dal punto di vista storico e archeologico in Magna Grecia.

“Mann at work”- Il museo Archeologico nazionale di Napoli, forte dei risultati del 2018, presenta la programmazione 2019-2020: grandi mostre, il restyling delle collezioni e degli spazi espositivi, l’identità glocal definita dalla proiezione internazionale e dalla capacità di dialogo con il territorio

I corridori dalla villa dei Papiri di Ercolano, il gruppo in bronzo tra i simboli del Mann

La locandina della presentazione della programmazione del Mann 2019-2020

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo: arriverà a Napoli (foto Graziano Tavan)

Corre il Mann verso obiettivi sempre più ambiziosi. Corrono i numeri del museo Archeologico nazionale di Napoli più dei Corridori della villa dei Papiri di Ercolano, che sono uno dei suoi simboli: visitatori 452531 nel 2016, 529799 nel 2017, 613426 nel 2018; aree espositive, 6366 mq aperti al pubblico, saranno 14616 mq entro il 2020; giardini aperti al pubblico, 0 mq nel 2016, 3190 nel 2020. Il museo cresce, come conferma “Mann at work”, la programmazione 2019-’20 presentata nei giorni scorsi in cui si capisce subito, fin dalle prime battute del direttore Paolo Giulierini, che ha ottenuto da Artribune la menzione “Migliore Direttore di Museo” del 2018, come il biennio 2019/2020 sarà decisivo per il Mann, il “Museo che cresce” tra le grandi mostre, il restyling delle collezioni e degli spazi espositivi, l’identità glocal definita dalla proiezione internazionale e dalla capacità di dialogo con il territorio. Le premesse di questa dimensione “at work” non soltanto sono state definite nel piano strategico triennale del museo, ma sono state confermate dall’attività messa in campo nel 2018, anno dei record per il Mann: come abbiamo visto, al 31 dicembre scorso, sono stati 613426 i visitatori che hanno ammirato collezioni permanenti ed esposizioni temporanee, in aumento del 15.8% rispetto alle 529799 presenze del 2017; ancora, l’abbonamento “OpenMann”, unicum nel panorama dei musei autonomi nazionali, ha registrato 3728 adesioni nella fase promozionale, lanciata tra 1° dicembre 2018 e 7 gennaio 2019 (prevalente la sottoscrizione dell’opzione card per adulti, con 3120 iscrizioni; ancora, sono state vendute 296 card “family” per due adulti over 25, 217 “young” per giovani tra i 18 ed i 25 anni, 95 “corporate” per aziende ed associazioni). “Il 2019 è l’ anno del nuovo Mann, delle grandi mostre a partire da Canova fino a Thalassa, ma anche di importanti opere nel palazzo con l’apertura delle sezioni Magna Grecia e Preistoria, il restyling delle pompeiane, una straordinaria sezione tecnologica lì dove la immaginò Maiuri, il rifacimento e allestimento del terzo giardino, quello della Vanella”, commenta il direttore Paolo Giulierini. “Un discorso a parte merita l’immensa opera di riordino e razionalizzazione, mai fatta sinora, dei depositi Mann, il nostro ‘tesoro’: già avviata nel 2018 ne presenteremo a breve i primi risultati. Nel 2020 Napoli avrà il suo museo Archeologico come le ultime generazioni non l’hanno mai visto: alla massima fruibilità degli spazi espositivi (basti pensare alle splendide sale con colonne dell’ala occidentale, chiuse da 50 anni, che ospiteranno la statuaria campana) si affiancheranno servizi moderni che porranno il Mann all’avanguardia tra i grandi siti mondiali consentendoci, ad esempio, di ospitare eventi in un auditorium di 300 posti tecnologicamente all’avanguardia”.

Con il progetto ExtraMann il museo fa rete con i siti culturali della città di Napoli

Molto apprezzato l’abbonamento “Open Mann”, un unicum nei musei autonomi nazionali

Il “Museo che cresce” diviene, così, un’architettura virtuosa, capace non soltanto di dinamizzare se stessa, ma anche di fare sistema con diverse realtà: guardando oltre i confini nazionali, l’organizzazione di mostre, spesso realizzate con reperti provenienti dai ricchissimi depositi senza depauperare le collezioni visitabili dai turisti, è un’occasione concreta per promuovere il brand del Mann. “Il Mann nel mondo è sempre più autentico ambasciatore della cultura italiana. Solo le nostre mostre in tournée in Cina contano a oggi oltre due milioni e mezzo di visitatori. Grazie un innovativo protocollo per i prestiti internazionali ideato con l’università Federico II le nostre opere oggi viaggiano nel mondo con supporti multimediali, audiovisivi e un vero e proprio ‘corredo’ di comunicazione che racconta Napoli, la Campania, l’Italia: sono praticamente ‘a lavoro per noi’, oltre a generare introiti per circa 750mila euro in media ogni anno. Abbiamo appena chiuso un anno entusiasmante festeggiando un nuovo record, con oltre 613mila visitatori. Quasi quattromila persone nel corso delle ultime festività hanno acquistato l’abbonamento annuale: ora vogliamo che Open Mann diventi anche Open City e faccia rete sul territorio, cosi come Extramann del progetto Obvia fa rete tra i siti culturali cittadini. Un grande lavoro e tante esaltanti sfide ci aspettano”, conclude Giulierini.

Rendering del progetto di restauro e valorizzazione del cosiddetto Braccio Nuovo (studio architetti Giuseppe Capuozzo e Maria Rosaria Infantino)

Tra 2019 e 2020: il Museo che cambia volto. Le principali attività che hanno caratterizzato e caratterizzeranno, in prospettiva 2020, il restyling delle collezioni e l’ampliamento delle aree espositive del museo rientrano in due diversi framework progettuali: a) il Fondo di Sviluppo e Coesione/FSC 2014-2020 (Piano Stralcio Cultura e Turismo, di cui alla Delibera CIPE 3/2016), che prevedrà interventi di sistemazione del piano interrato del Mann, con la finalità di sviluppare nuovi spazi per la collocazione dei reperti ed allestire aree visitabili nei depositi; b) il PON “Cultura e Sviluppo 2014-2020”, che seguirà quattro linee progettuali: 1. Riallestimento delle aree museali poste al piano terra dell’ala occidentale con una nuova sistemazione di parte della statuaria campana; 2. Ristrutturazione della copertura; 3. Completamento, restauro e valorizzazione del cosiddetto “Braccio Nuovo”; 4. Museo accessibile: nuove tecnologie della comunicazione al servizio del processo di fruizione del visitatore del Mann. Nell’ambito dei suddetti interventi, si segnalano, di seguito, le più importanti operazioni di modernizzazione degli spazi museali.

Bronzi dal santuario di Locri nei laboratori di restauro in vista dell’apertura della sezione Magna Grecia (foto dal sito http://www.ilroma.net)

Maggio 2019: nuova apertura della sezione Magna Grecia. La Collezione Magna Grecia è uno dei nuclei storici del museo Archeologico nazionale di Napoli: il suo ultimo allestimento risale al 1996. La direzione del Mann ne ha definito la riapertura perseguendo due obiettivi principali: l’esigenza di assicurare un programma di comunicazione chiaro, attraente e corretto rispetto ai contenuti ed alla ricostruzione storica dei contesti; il rispetto delle finalità complessive del sistema museale per costruirne un’identità riconoscibile nelle forme e nell’immagine della rappresentazione. Il tema delle culture a contatto sarà centrale nella comunicazione espositiva, soprattutto per spiegare la complessità delle coesistenza e dei sistemi di relazione tra le diverse comunità dell’Italia meridionale prima della Romanizzazione. Tra i maggiori nuclei espositivi risalta la presenza del materiale votivo da Locri, in particolare quello proveniente dal santuario in contrada Parapezza. Questo complesso votivo permette di rappresentare in maniera esemplare l’importanza del rituale religioso nel sistema di organizzazione sociale dei Greci nelle città e nei territori dipendenti. Da Locri provengono anche numerosi bronzi di eccezionale qualità artistica, uno dei prodotti più pregiati dell’artigianato magno-greco; i più antichi sono rappresentati da un elmo calcidese con paragnatidi a forma di testa di ariete con occhi in avorio, databile agli ultimi decenni del VI sec. a.C.; un’hydria lavorata a sbalzo e a cesello decorata con testa di Gorgone degli inizi del V sec. a.C. e un cinturone con ganci a freccia della seconda metà del IV secolo a.C. Così, nell’antica sede espositiva, ovvero nelle sale prospicienti al Salone della Meridiana, i visitatori potranno ripercorrere il “mondo” della Magna Grecia attraverso alcuni grandi sentieri tematici (ad esempio, l’architettura, la religione, la pratica del banchetto e le forme di interrelazione tra le diverse popolazioni dell’Italia meridionale). Saranno esposti reperti che, nel corso del XIX secolo, appartenevano a collezioni private o provenivano dagli scavi condotti nel Regno di Napoli.

Ceramica da Pithecusa (Ischia) nella sezione di Preistoria e Protostoria del Mann

Giugno 2019: nuova apertura della sezione Preistoria. La collezione raccoglierà gli antichi reperti provenienti da vari centri della Campania, con lo scopo di ripercorrere le vicissitudini, spesso complesse ed alterne, legate al popolamento della Regione. Riconsegnare queste particolari e rarissime opere al visitatore significherà effettuare un vero e proprio viaggio della conoscenza, per comprendere in che modo veicolare la diffusione del nostro patrimonio: così, la sezione Preistoria vivrà un restyling nell’allestimento e nella comunicazione dei contenuti informativi. La creazione di segnali e pannelli user friendly, la definizione di un iter di visita che sarà, allo stesso tempo, ascendente e a ritroso (si salirà di livello, andando dall’età del ferro sino al più remoto periodo paleolitico) contribuirà ad incrementare le suggestioni del percorso museale. Un percorso che si adeguerà ai nuovi standard della ricerca scientifica, seguendo le diverse stagioni dei ritrovamenti archeologici, intercorsi dalla fine dell’Ottocento sino agli anni Novanta del secolo scorso.

Il giardino prospiciente il cosiddetto Braccio Nuovo del Mann in una foto del 1932 (foto Archivio del Mann)

Giugno 2019: nuova sistemazione del giardino della Vanella. Rimasta chiusa per anni e andata distrutta, per la maggior parte, dalla costruzione della grande teca espositiva di acciaio e vetro (ora demolita) e dalle lavorazioni del cd. Braccio Nuovo, finalmente nel 2019 verrà riaperta la seconda parte del giardino della Vanella, cui seguirà, dopo breve tempo, la terza di completamento: in tal modo, sarà ampliata l’offerta di spazi verdi del museo, iniziata nel 2016 con il recupero dei due giardini storici adiacenti l’atrio, il Giardino delle Camelie e quello delle Fontane. Il progetto di recupero, che prevede un restauro delle parti ancora esistenti del precedente giardino (l’ipogeo di Caivano, la fontana, il colonnato, i muretti in mattoni) e un ripensamento in chiave moderna degli spazi ormai liberati dai detriti con abbattimento delle barriere architettoniche, cerca di creare un legame ancora più solido tra la città e il museo, inserendo anche elementi in grado di valorizzare il rapporto tra passato e presente attraverso l’utilizzo di elementi architettonici e naturali. L’impianto ippodameo della Napoli antica troverà spazio nella sistemazione dei vialetti che, intrecciandosi, inquadreranno grandi aiuole, dalle quali spunteranno alberi, arbusti e fiori in gran parte legati alla storia del giardino e alle collezioni del museo. Il tema dell’acqua verrà riproposto grazie al restauro della fontana voluta da Amedeo Maiuri e posta al centro del giardino, fontana che è la riproduzione in scala di una peschiera di epoca romana. Il richiamo al mondo antico troverà la sua massima espressione nel restauro dell’Ipogeo di Caivano: si tratta di una tomba gentilizia romana databile tra il I ed il II sec. d.C., affrescata con scene di paesaggi idillico-sacrali; la tomba (rinvenuta a Caivano nel 1923 e poi smontata e rimontata nel giardino della Vanella) per le sue caratteristiche strutturali rimarrà quasi completamente interrata e sarà visitabile dal pubblico solo attraverso una scalinata (per i diversamente abili, sarà creato un sistema di accessibilità virtuale tridimensionale).

Il Braccio Nuovo del museo Archeologico nazionale di Napoli con l’ampliamento a monte

In corso nel 2019: attività di completamento del braccio nuovo. Dopo la collocazione di alcuni uffici (restauro e didattica) e l’apertura della caffetteria, che sarà spazio per rilassarsi e gustare prodotti tipici della tradizione partenopea, entro l’autunno di quest’anno termineranno i lavori nel cosiddetto “Braccio Nuovo”: non soltanto verrà allestita, in collaborazione con il museo “Galileo Galilei”, una nuova sezione tecnologica dedicata all’antica Pompei, ma verrà inaugurato l’auditorium, spazio dedicato agli eventi ed alla didattica.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli in rapporto con il centro storico

Prospettiva 2020: un nuovo quartiere della cultura per il centro storico di Napoli. Il Mann fa rete con la città: grazie ad uno studio realizzato dall’università di Roma Tre e dal Dipartimento di Architettura dell’Università “Federico II”, il processo di rinnovamento del Museo non si limita alle collezioni ed agli spazi espositivi, ma entra in rapporto sempre più stretto con il centro storico di Napoli. Prevista, infatti, la valorizzazione delle strade e dei giardini limitrofi al Museo e rientranti nel perimetro compreso tra il Mann, l’Accademia di Belle Arti e l’istituto Colosimo: la fruizione dell’arte, così, non viene iscritta nella pertinenza di un solo istituto, ma rientra in un percorso più complesso all’interno di un vero e proprio quartiere cittadino dedicato alla cultura.

“Locri e il suo territorio: dalla cartografia storica alla ricognizione archeologica”: mostra al museo del Territorio di Locri Epizefiri (Rc) sull’attività di ricognizione archeologica del Locri Survey 2017 curata dal Saet, il Laboratorio di Storia Archeologia Epigrafia Tradizione dell’antico della Scuola Normale Superiore di Pisa

Le sale espositive del museo del Territorio a Locri Epizefiri (Rc) che ospitano la mostra “Locri e il suo territorio: dalla cartografia storica alla ricognizione archeologica”

Palazzo Teotino Nieddu del Rio, sede del museo del Territorio a Locri (Rc)

L’appuntamento è per mercoledì 8 agosto 2018, alle 18.30, a Locri (Reggio Calabria), al museo del Territorio – Palazzo Teotino Nieddu del Rio, dove sarà inaugurata la mostra “Locri e il suo territorio: dalla cartografia storica alla ricognizione archeologica”. L’obiettivo, come spiega Angela Acordon, direttore del Polo museale della Calabria, “è quello di una sempre maggiore valorizzazione e conoscenza del patrimonio archeologico locrese che trova nelle sale museali di recente allestimento una sede adeguata alla tematica espositiva”. All’inaugurazione della mostra, a cura del Saet, il Laboratorio di Storia Archeologia Epigrafia Tradizione dell’antico della Scuola Normale Superiore di Pisa, interverranno Rossella Agostino, direttrice del museo del Territorio; Giovanni Calabrese, sindaco di Locri e Gianfranco Adornato, coordinatore del progetto di ricerca del Saet.

La squadra del Saet durante il Survey a Locri Epizefiri

Il laboratorio di Storia Archeologia Epigrafia Tradizione dell’Antico della Scuola Normale (Saet), nel solco della propria tradizione di studi sul Sud Italia, prosegue nell’indagine storico-archeologica di alcuni territori della Magna Grecia. Dopo le attività nel sito di Entella, nell’agorà di Segesta e nel santuario di Kaulonia, il Laboratorio Saet ha avviato delle ricerche e indagini archeologiche a Locri Epizefiri (Rc). Con l’Istituto per i Beni archeologici e monumentali (Ibam) del Cnr, in stretta collaborazione con la direzione del museo e del parco archeologico nazionale di Locri, è stato dato avvio a un progetto di ricerca multidisciplinare con lo scopo di approfondire la conoscenza di una delle poleis più importanti della Magna Grecia. Il Parco, infatti, conserva un patrimonio inestimabile solo in parte conosciuto ed esplorato e la città antica è contesto archeologico e monumentale di rilevanza nazionale e internazionale, un vero e proprio laboratorio anche per gli studenti della Normale.

Veduta dall’alto dell’area sacra della Marasà nel parco archeologico di Locri

Patria del primo legislatore d’Occidente, Zaleuco, degli atleti Agesidamo ed Eutimo, della poetessa Nosside, Locri Epizefiri (la greca Lokroi Epizephyrioi), una delle più importanti città del Mediterraneo antico, costituisce ancora oggi – spiegano al Saet – un eccezionale luogo di indagine, un osservatorio privilegiato e una valida palestra metodologica per gli studenti della Scuola Normale Superiore così come per gli studiosi più avanzati. Dall’urbanistica all’architettura, dalla coroplastica alla scultura in marmo ai bronzetti, dalle pratiche cultuali ai rapporti con le popolazioni locali, dalle fonti letterarie a quelle epigrafiche, dalla definizione degli spazi urbani alle interazioni con le città confinanti (Rhegion, Kaulonia, Kroton) e alla geopolitica (rapporti con le colonie secondarie di Medma e Hipponion, ma anche con Siracusa), le ricerche scientifiche e le indagini sul campo, individuate e promosse in stretta, fattiva collaborazione tra il Saet, la soprintendenza Archeologia della Calabria, il Polo Museale della Calabria e il museo e parco archeologico di Locri e Kaulon, mirano a sollecitare nuove direzioni e prospettive di studio, grazie anche all’impiego delle più avanzate tecnologie. La disseminazione dei risultati nel museo e nel parco archeologico costituisce una parte significativa della missione del Saet.

Le ricognizioni dei ricercatori del Saet sul territorio di Locri Epizefiri

La locandina della mostra “Locri e il suo territorio: dalla cartografia storica alla ricognizione archeologica”

La mostra “Locri e il suo territorio” illustra i risultati dell’attività di ricognizione archeologica del Locri Survey 2017 nel territorio della colonia magno-greca di Locri Epizefiri. “Molteplici possono essere i percorsi di questa mostra”, spiegano gli specialisti del Saet, “incentrata sul territorio e sugli insediamenti rurali dell’antica città di Locri Epizefiri. Grazie all’attività di ricognizione archeologica del Locri Survey 2017 è stato possibile individuare modalità e tempi del controllo sulla chora, dall’età protostorica al periodo ellenistico: i materiali archeologici rinvenuti nell’ampia area indagata consentono di precisare forme e aspetti delle attività insediative e produttive collegate all’entroterra locrese, dalle tombe a grotticella alle fattorie della tarda età arcaica alle zone destinate all’estrazione di pietra da costruzione alle vie di comunicazione. Accanto a questa indagine, altri filoni di ricerca riguardano lo studio attento della cartografia storica, tra spunti iconografici e reminiscenze di toponomastica antica, e la modellazione 3D di strutture e monumenti, per una più efficace comunicazione scientifica a un pubblico sempre più ampio ed esigente”.

Modello fotogrammetrico prodotto dal Saet del tempio di Marasà a Locri Epizefiri

Quattordici le sezioni della mostra locrese: 1. Il territorio e le ricerche, a cura di Gianfranco Adornato, Alessandro Corretti, Antonino Facella, Chiara Michelini, Maria Adelaide Vaggioli; 2. Note sul popolamento rurale di un distretto dell’entroterra locrese: Ambotì e Praia, di Alessandro Corretti, Antonino Facella, Chiara Michelini, Maria Adelaide Vaggioli; 3. L’attività estrattiva di pietra da costruzione, di Alessandro Corretti, Antonino Facella, Chiara Michelini, Maria Adelaide Vaggioli; 4. Una ‘fattoria-tipo’ tardo-arcaica e classica nella chora di Locri, di Federico Figura, Chiara Michelini; 5. Tracce di popolamento in età ellenistica nella chora di Locri, di Federico Figura, Chiara Michelini; 6. Antiquaria e cartografia del Cinquecento. Un survey fra testo e immagini, di Antonino Facella, Maria Ida Gulletta; 7. Reminescenze classiche in antiquari e cartografi del secolo XVI, di Maria Ida Gulletta; 8. Reminescenze classiche in antiquari e cartografi dei secoli XVII-XIX, di Maria Ida Gulletta; 9. Il Dromo tra Locri e Capo Bruzzano. Tracce di una via antica nella toponomastica moderna, di Giovanni Lovisetto; 10. Tecniche geomatiche applicate alla ricognizione archeologica, di Pietro Carmelo Manti; 11. Cavità artificiali a grotticella in roccia, di Cesare Cassanelli; 12. Rilievo di una tomba a grotticella. Dalla Sparse Cloud al QR Code, di Pietro Carmelo Manti; 13. Rilievo e restituzione fotogrammetrica dell’area sacra in Contrada Marasà, di Pietro Carmelo Manti; 14. Il tempio ionico di Contrada Marasà. Dalle evidenze archeologiche alla restituzione digitale, di Giuseppe Rignanese.

Sei eccezionali pezzi dal Louvre e dall’Ermitage giunti ad arricchire e completare al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Amori divini”, percorso nel mito greco e nella sua fortuna con due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione. L’allestimento nell’ala del Mann pavimentata nell’800 con opus sectile da ville dell’area vesuviana

Specchio in argento con il mito con Leda e il cigno, parte del “Tesoro di Boscoreale” scoperto nel 1895, oggi conservato a Parigi (foto Musee du Louvre)

Anna Anguissola, una delle curatrici della mostra “Amori divini”

Lo specchio con Leda e il cigno (fine I a.C. – inizio I d.C.) viene direttamente dal Louvre. Fa parte dei 111 pezzi del “Tesoro di Boscoreale” confluito al museo parigino subito dopo la sua scoperta, nel 1895, nella villa romana della Pisanella. Arriva invece dal museo dell’Ermitage di San Pietroburgo il cratere a calice attico a figure rosse, attribuito al Pittore di Triptolemos (490-480 a.C. circa), scoperto a Cerveteri, con il mito di Zeus che, attratto dalla bellezza di Danae rinchiusa dal padre in una camera sotterranea, si unisce a lei trasformandosi in una pioggia d’oro filtrata dal tetto. È una delle più antiche rappresentazioni dell’unione divina giunte fino a noi. E ancora da San Pietroburgo giunge l’anfora nolana attica a figure rosse, attribuita al Pittore della Phiale (440 a.C.) con Europa seduta in groppa a un toro: il Pittore della Phiale riesce a dare una visione concisa e rinnovata della figura di Europa, ponendola in parallelo con quella di un uomo anziano, identificabile con il padre Agenore, re di Tiro, che ordinò ai suoi figli maschi di partire alla ricerca della principessa rapita. Sono questi tre dei sei pezzi eccezionali che, a un mese dalla sua inaugurazione, sono andati ad arricchire la mostra “Amori divini”, aperta fino al 16 ottobre 2017, al museo Archeologico nazionale di Napoli (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/04/apre-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-amori-divini-focus-sul-mito-greco-secondo-capitolo-della-collaborazione-tra-il-mann-e-gli-scavi-di-pompei-dove-e-in-corso-l/). La mostra, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, promossa dal ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e dal Mann con l’organizzazione di Electa, propone un percorso nel mito greco e nella sua fortuna attraverso storie che hanno due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione.

“Il bagno di Diana” di Francesco De Rosa conservato al Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli

Accanto ai vari manufatti antichi di soggetto mitologico – pitture parietali e vascolari, sculture in marmo e in bronzo, gemme e preziose suppellettili: circa 80 opere, provenienti dai siti vesuviani e, più in generale, dalla Magna Grecia, e da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri  – per ciascun mito viene proposto un confronto con una selezione di opere di periodi più recenti. Infatti oltre 20 opere tra dipinti e sculture, con particolare attenzione all’arte del XVI e XVII secolo, illustrano i momenti fondamentali della ricezione moderna del mito e ne mettono in luce evoluzioni, modifiche e ampliamenti. Artisti quali Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo e molti altri ancora permettono non solo di seguire la fortuna del mito greco fino ad epoche a noi più vicine, ma anche di comprendere il ruolo che, in questa tradizione, giocano le fonti letterarie e iconografiche antiche.

L’originale allestimento della mostra “Amori divini” al Mann di Napoli (foto Gabriele Lungarella)

Pelike attica conservata al Mann con il mito di Zeus e Io

L’arricchimento del percorso espositivo con l’arrivo dei preziosi pezzi dal Louvre e dall’Ermitage ha permesso alle due curatrici, Anguissola e Capaldi, di offrire una visita guidata più completa alla mostra “Amori divini”. La prima sezione della mostra presenta i casi più noti di “amori rubati”, quello di Danae, Leda, Io, Ganimede, in cui la metamorfosi è l’espediente per la conquista della persona amata. Sono i miti greci illustrati da straordinari esempi di pittura vascolare greca e da piccola coroplastica. Si introducono così le storie narrate nelle sale successive ed i loro protagonisti. Quali aspetti di questi racconti verranno recepiti nel mondo romano – e in particolare a Pompei? Quali elementi della tradizione greca adotteranno nuove forme e assumeranno nuovi significati e quali, invece, saranno dimenticati? In che misura sarà possibile ampliare il repertorio, costruendo nuove storie basate su elementi comuni e introducendo nuovi personaggi nel già popolatissimo mondo del mito greco? A queste domande tentano di dar risposta le tappe successive del percorso. E quando sono gli esseri umani a mutare forma – a esempio le giovani Io e Callisto – la loro è una trasformazione subìta, imposta da divinità vendicative e capricciose. Vi sono poi i casi di “amori negati”. Sono i miti di Dafne ed Apollo, Narciso ed Eco, Ermafrodito e Salmacide, pressoché sconosciuti nel mondo greco arcaico e classico ma cari ad Ovidio e, soprattutto grazie ai versi di questo immaginifico poeta, straordinariamente amati dai romani. La fortuna di questi racconti, in letteratura e in arte, è legata alla materia che offrono per l’esplorazione dell’animo adolescente e del passaggio verso la maturità. La metamorfosi non è che l’esito di un contrasto altrimenti insolubile tra il corpo in fiore, desiderabile e desiderato, e l’animo fanciullesco, riluttante alle lusinghe dell’amore.

Il pavimento staccato dal belvedere della Villa dei Papiri di Ercolano e posato in un’ala del Mann di Napoli (foto Graziano Tavan)

Il percorso espositivo occupa le sale del museo attigue al salone della Meridiana, caratterizzate da pregiati “sectilia” (intarsi marmorei) a motivi geometrici messi in opera nella prima metà dell’800, adattando alla dimensione degli spazi pavimenti rinvenuti in scavi eseguiti nel XVIII secolo sia nell’area vesuviana, sia a Capri sia in altri territori del regno. È certa la provenienza dal “belvedere” della Villa dei Papiri di Ercolano, di quello della sala circolare costituito da lastrine triangolari di dimensione crescente, dal centro alla periferia. In vista del futuro allestimento stabile di questo settore del museo, è stato eseguito un intervento di manutenzione e di pulizia che ha restituito alle superfici la vivacità dei colori delle diverse qualità di marmo nascoste, negli ultimi venti anni, da tavolati e moquette collocativi per proteggerli e ora rimossi. Poiché si intende valorizzare questo patrimonio quasi sconosciuto, mostrandolo al pubblico ma, allo stesso tempo è necessario assicurarne la conservazione, si è stabilito che è possibile accedere alle sale solo calzando appositi copriscarpe messi a disposizione dei visitatori.