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Verona. La Sabap organizza “Archaiologika Erga 2021”, il primo convegno dedicato alla presentazione degli oltre 20 progetti di ricerca e scavo condotti nel Veneto occidentale nell’anno 2021: in presenza e in streaming

Riprendendo una classica tradizione delle Scuole archeologiche di Atene, e con l’auspicio che sia il primo appuntamento di una serie con cadenza annuale, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo e Vicenza ha programmato “Archaiologika Erga 2021”, un convegno dedicato alla presentazione degli oltre 20 progetti di ricerca e scavo condotti nel Veneto occidentale nell’anno 2021: appuntamento venerdì 26 novembre 2021, dalle 9.30 alle 17.30, nella sala multimediale di Corte Dogana 4 a Verona. Con l’occasione sarà presentato da Andrea Cardarelli il volume di Luciano Salzani sulla necropoli dell’età del Bronzo di Scalvinetto di Legnago. Ingresso in presenza consentito solo con Green Pass. Si potrà assistere all’evento anche in live streaming sulla Evento Facebook della SABAP-VR all’indirizzo: https://www.facebook.com/events/312881620348219.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

Programma del mattino. Alle 9.30-9.45, Vincenzo Tiné (SABAP Verona) “Introduzione ai lavori”; 9.45-10, Roberto Zorzin (Museo di storia naturale di Verona) “Monte Postale (VI), Bolca (VR), Roncà – Valle della Chiesa (VR)”; 10-10.15, Elena Ghezzo (Università di Ferrara) “Ponte di Veja (VR)”; 10.15-10.30, Marco Paresani (Università di Ferrara) “Grotta di Fumane (VR) e Grotta Ghiacciaia (VR)”; 10.30.10.45, Marco Paresani (Università di Ferrara) “Grotta Cuoleto de Nadale di Zovencedo (VI)”; 10.45-11, Michele Cupitò (Università di Padova) “Fondo Paviani (VR)”; 11-11.15, Matteo Romandini (Università di Bologna e Ferrara) “Longare – Riparo del Broion (VI)”; 11.15-11.30, Umberto Tecchiati (Università di Milano) e Cristiano Putzolu (Università di Milano) “Negrar di Valpolicella – Colombare (VR)”; 11.30-11.45, pausa. Alle 11.45-12, Paolo Bellintani (Sopr. BB.CC. Trento), Andrea Cardarelli (Università di Roma “La Sapienza”), Wieke de Neef (Università di Ghent) e Vincenzo Tiné (SABAP Verona) “Frattesina (RO)”; 12-12.15, Claudia Cenci (SABAP Verona), Paola Salzani (SABAP Verona), Paolo Michelini (PETRA) “Vicenza – Parco della Pace”; 12.15-12.30, Luigi Magnini (Università di Sassari), Cinzia Bettineschi (Università di Augsburg) e Armando De Guio) (Università di Padova) “Bostel di Rotzo (VI)”; 12.30-12.45, Mara Migliavacca (Università di Verona) “Recoaro Terme (VI)”; 12.45-13, presentazione del volume di Luciano Salzani “La necropoli dell’età del bronzo di Scalvinetto di Legnago” a cura di Andrea Cardarelli; 13-14.15, pausa.

Interrato ex cinema Astra a Verona: ritrovate strutture di II sec. d.C. con pareti affrescate e tracce di incendio (foto sabap-vr)

Programma del pomeriggio. Alle 14.15-14.30, Giovanna Gambacurta (Università di Venezia) e Silvia Paltineri (Università di Padova) “San Basilio di Ariano Polesine (RO)”; 14.30-14.45, Gianni de Zuccato (SABAP Verona), Irene Dori (SABAP Verona), Patrizia Basso (Università di Verona), Alberto Manicardi (SAP) “Negrar di Valpolicella – Villa dei Mosaici (VR)”; 14.45-15, Paola Salzani (SABAP Verona), Ilaria de Aloe (SABAP Verona) e Alberto Manicardi (SAP) “Romano d’Ezzellino (VI)”; 15-15.15, Claudia Cenci (SABAP Verona) e Paolo Michelini (PETRA) “Monticello di Fara – Sarego (VI)”; 15.15-15.30, Luciano Pugliese (SABAP Verona) e Giovanna Falezza (SABAP Verona) “Rocca di Garda (VR)”; 15.30-15.45, Massimo Capulli (Università di Udine) “Lago di Garda – Progetto BENACUS”; 15.45-16, pausa. Alle 16-16.15, Giovanna Falezza (SABAP Verona), Irene Dori (SABAP Verona) e Martina Benati (Archeologa) “San Zeno di Montagna (VR)”; 16.15-16.30, Brunella Bruno (SABAP Verona) e Simon Thompson (Società Simon Thompson) “Verona – Borgo Venezia”; 16.30-16.45, Brunella Bruno (SABAP Verona) e Mattia Berton (Coop. Archeologia Firenze) “Verona – Cinema Astra”; 16.45-17, Brunella Bruno (SABAP Verona), Irene Dori (SABAP Verona) e Ilenia Gennuso (LARES) “Verona – Anfiteatro Arena”; 17-17.15, discussione.

A Pavia alla mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” è esposta la sepoltura di cavallo con due cani trovata a Povegliano Veronese, un caso unico finora nelle necropoli longobarde italiane. La mancanza della testa del cavallo rimanda a riti pagani, come la “grande caccia di Odino”

L’originale, coloratissimo allestimento della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” al castello di Pavia (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” che apre a Pavia il 1° settembre 2017

L’occhio insegue i coloratissimi ottagoni, volta dopo volta del suggestivo sotterraneo del castello di Pavia che un tempo ospitava le scuderie. L’originale allestimento di Angelo Figus, tra evocazioni crematiche e materiche, accompagna il visitatore della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, curata da Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi, a scoprire l’epopea degli “uomini dalle lunghe barbe”. E in bella vista, a chiudere come in una quinta architettonica la prima parte del percorso della mostra, è la ricostruzione della sepoltura longobarda del cavallo con due cani scoperta in località Ortaia alla Madonna dell’Uva Secca di Povegliano Veronese. Proprio la presentazione delle numerose necropoli, recentemente indagate con metodi multidisciplinari e mai presentate al pubblico, è una delle eccellenze della mostra di Pavia. Grazie allo studio delle sepolture e dei ricchi corredi è stata possibile una ricostruzione estremamente accurata della cultura, dei riti, dei sistemi sociali, ma anche delle migrazioni delle genti longobarde, grazie a sofisticate e innovative analisi di laboratorio del Dna e sugli isotopi stabili (elementi in traccia nelle ossa, lasciate dall’acqua e dall’alimentazione) effettuate, per esempio, su recenti ritrovamenti in Ungheria. “Le più note testimonianze funerarie longobarde”, spiega Caterina Giostra sul catalogo Skira della mostra, “sono costituite da estesi sepolcreti in campo aperto: in Italia possono arrivare a contare qualche centinaio di inumazioni, per una durata di alcune generazioni. Spesso queste necropoli prendono avvio fin dalla generazione migrata e sembrano seguire il percorso della prima fase di stanziamento nella penisola, collocandosi nella fertile pianura dipendente da importanti città ducali come Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Ivrea”.

Agosto 1986: viene scoperta una tomba con cavallo e due cani (foto Graziano Tavan)

Agosto 1986: lo scavo della necropoli longobarda dell’Ortaia (foto Graziano Tavan)

Agosto 1986, località Ortaia. È passato un anno dalla rinvenimento di più di trenta tombe longobarde, e l’ispettore della soprintendenza Archeologica del Veneto Luciano Salzani con la collaborazione dei soci dell’associazione Balladoro deve intervenire per un altro scavo di emergenza: pochi giorni di ricerche preliminari prima degli annunciati lavori di sistemazione agricola per evitare un danno archeologico. E che danno! Gli archeologi riportano alla luce 13 sepolture con inumati, una con un cavallo e due cani, e una fossa vuota. Le tombe, abbastanza allineate fra di loro, ed orientate Est-Ovest, in stretto collegamento con quelle scavate l’anno precedente. “La sepoltura di Povegliano”, sottolineano  Elena Bedini ed Emmanuele Petiti, “costituisce a oggi l’unico esempio di deposizione di un cavallo e di due cani rinvenuta in una necropoli longobarda italiana. Risultano invece più comuni e diffuse nelle regioni centro-settentrionali le inumazioni complete o parziali di uno o più cavalli, abitualmente interpretate come pratiche elitarie esclusive delle prime generazioni delle genti germaniche immigrate in Italia, compiute nell’ambito delle onoranze funebri tributate a personaggi di rango, in genere guerrieri come lascia supporre la vicinanza delle fosse dei cavalli a quelle di uomini armati”.

Dettaglio della sepoltura di un cavallo e due cani nella necropoli longobarda dell’Ortaia (foto Graziano Tavan)

Gli scheletri dei tre animali, trovati a Povegliano – spiegano ancora Bedini e Petiti -, sono quasi completi e in discrete condizioni di conservazione. La deposizione dei tre animali è stata simultanea, ma il fatto che i due scheletri dei cani coprano quello del cavallo indica che quest’ultimo fu deposto per primo nella fossa. Lo scheletro del cavallo, un castrone di età adulta e di circa 140 cm di altezza al garrese, utilizzato in vita come cavalcatura o animale da trasporto, è privo del cranio. Ma posizione delle vertebre cervicali e dimensioni della fossa indicano che il cavallo, al momento dell’inumazione, era privo della testa. Il cane posizionato davanti agli arti anteriori del cavallo è stato deposto sul fianco destro. Quello collocato dietro gli arti posteriori del cavallo poggia sul fianco sinistro con il capo rivolto all’indietro. Entrambi i cani hanno circa un anno di età e appartengono a uno stesso tipo, affine a quello degli attuali levrieri e in misura minore a quello dei segugi. “Anche se nessuno dei tre scheletri presenta tracce di lesioni che possano aver prodotto la morte degli animali, è indubbio che essi furono uccisi intenzionalmente. È verosimile che il cavallo, come quello di villa Lancia di Testona (Moncalieri, Torino) sia stato abbattuto per mezzo di un colpo vibrato a livello del cranio – non conservato – e successivamente decapitato, e che i cani siano stati sacrificati secondo modalità che non lasciavano tracce sulle ossa, ad esempio per sgozzamento”.

L’allestimento della sepoltura di Povegliano Veronese nella mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” (foto Graziano Tavan)

“A Povegliano”, affermano Bedini e Petiti, “non sembra però cogliersi una precisa associazione tra la fossa con le deposizioni animali e una particolare inumazione umana: le si concentrano infatti intorno tombe di uomini armati, di donne e di subadulti databili tra la fine del VI secolo e quella del VII. Evidentemente il valore simbolico del sacrificio del cavallo e dei cani era rimasto invariato nel tempo, tanto da far interpretare la sepoltura come probabile nucleo generatore della necropoli. Un’ipotesi suggestiva, che potrebbe essere relativamente facile verificare, è quella che al cavallo sepolto insieme ai due cani appartenga uno dei due crani equini deposti in corrispondenza del margine ovest della necropoli”. Su questa ipotesi interviene Caterina Giostra della Cattolica di Milano, che all’Ortaia ha condotto alcune campagne di scavo. “Il taglio della testa equina e la sua possibile esposizione rituale potrebbero avere avuto come esito la sua deposizione in apprestamenti separati ma prossimi al cavallo: il rinvenimento di due teste in un settore marginale nella necropoli di Povegliano Veronese, che sembra presupporre lo sviluppo del sepolcreto, potrebbe rimandare a riti periodici e reiterati, richiamando tradizioni in ambito germanico come la festa di mezzo inverno e la grande caccia di Odino, durante la quale il dio sarebbe tornato tra i vivi alla guida di cavalli, cani e cervi. La secolare persistenza delle inumazioni e le rideposizioni intorno al cavallo di Povegliano paiono esprimere il senso di identità e di appartenenza a un ben definito ambito culturale, che ha ancora molto dello stadio tribale e pagano”.