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Castel d’Asso (Vt). Per le Giornate europee del Patrimonio visita guidata alla vasta necropoli etrusca col prof. Stephan Steingräber

castel-d-asso_giornate-europee-del-patrimonio_visita-guidata_locandinaTornano a Castel d’Asso (Viterbo) le Giornate Europee del Patrimonio, dedicate, nell’edizione 2022, al tema: “Patrimonio culturale sostenibile: un’eredità per il futuro”. Il programma della giornata di sabato 24 settembre 2022 prevede una visita guidata nella vasta necropoli etrusca di Castel d’Asso a Viterbo. A partire dalle 10.30 la visita guidata sarà alla necropoli di Castel d’Asso a cura del prof. Stephan Steingräber già università Roma Tre, membro dell’Istituto nazionale di Studi etruschi ed italici di Firenze, dell’Accademia Etrusca di Cortona e membro corrispondente dell’Istituto Archeologico Germanico. Si percorrerà la via sepolcrale e si potranno ammirare alcune delle più importanti tombe etrusche rupestri presenti lungo il costone roccioso. Lo sviluppo della necropoli di Castel d’Asso riflette un preciso schema urbanistico, dove le imponenti tombe a facciata si posizionano su tre distinti ordini che si sviluppano su circa 400 metri del fronte roccioso, con il superiore più esteso in lunghezza e in altezza. Le iniziative sono libere e gratuite. Info: sabap-vt-em.eventi@cultura.gov.it. Per la visita guidata alla Necropoli l’appuntamento è al piazzale antistante la necropoli (seguire indicazioni stradali per via Procoio – Viterbo).

Roma. “Lavori e ricerche nella Domus Aurea durante gli anni 2010 – 2016”: il parco archeologico del Colosseo e Istituto Archeologico Germanico di Roma promuovono una giornata di studi dedicata alla memoria della archeologa Fedora Filippi. Evento in presenza (posti esauriti) e on line

roma_PArCO-Germanico_giornata-studi-per-fedora-filippi_locandina“Lavori e ricerche nella Domus Aurea durante gli anni 2010 – 2016 – Giornata di studi in memoria di Fedora Filippi”: giovedì 15 settembre 2022, dalle 9.15, il parco archeologico del Colosseo e Istituto Archeologico Germanico di Roma organizzano una giornata di studi, in presenza all’istituto archeologico Germanico in via Sicilia e in streaming, dedicata alla memoria della archeologa Fedora Filippi, recentemente scomparsa (vedi Archeologia in lutto. È morta a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. Il ricordo di colleghi e amici | archeologiavocidalpassato). L’evento si svolgerà in forma ibrida. Per la partecipazione in presenza si poteva inviare una mail a: sekretariat.rom@dainst.de, ma i posti sono esauriti. Per accedere all’evento online su zoom è necessaria la registrazione qui. Nel 2010 l’allora soprintendenza Archeologica di Roma, oggi parco archeologico del Colosseo, affidò a Fedora Filippi l’incarico di sistemare l’area della Domus Aurea sul colle Oppio. Fu da subito evidente che fossero necessari notevoli lavori di restauro e di risanamento delle strutture edilizie. Per risolvere questi problemi, Fedora Filippi ha creato un team di scienziati e tecnici le cui attività saranno descritte nel corso della giornata.

Reggio Calabria. Per “Notti d’estate al MArRC” sulla terrazza conferenza del prof. Felice Costabile su “La fondazione di Reggio. Dal mito alla storia” promossa dal Touring Club Italiano

reggio-calabria_notti-al-marrc_la-fondazione-di-reggio_costabile_locandinaSettimana di grande fermento culturale, quella di Ferragosto, al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Giorni intensi, anche per il flusso di visitatori che ha fatto registrare numeri importanti che premiano gli sforzi del MArRC alla ripresa delle attività dopo la pandemia e in coincidenza con il Cinquantesimo anniversario della scoperta dei Bronzi. E dopo l’evento “Magnagrecàntico” ecco un nuovo appuntamento con “Notti d’estate al MArRC”. Appuntamento sabato 20 agosto 2022, alle 21, sulla terrazza panoramica del Museo che affaccia sullo Stretto per la conferenza “La fondazione di Reggio. Dal mito alla storia”, a cura del prof. Felice Costabile, decano di ateneo e ordinario di Diritto romano nell’università Mediterranea di Reggio Calabria, nonché membro onorario della Società Archeologica di Atene e socio dell’Istituto Archeologico Germanico. La conferenza è promossa dal Touring Club Italiano, sezione di Reggio Calabria. “Sono grato al Touring Club Italiano, sezione di Reggio Calabria, per questa solida collaborazione, maturata durante gli anni e ora in occasione del Cinquantesimo anniversario dal ritrovamento dei Bronzi di Riace”, dichiara Carmelo Malacrino, direttore del Museo. “Ringrazio anche il prof. Costabile, che sabato scorso ha anche ricevuto il premio “Bronzi di Riace” per gli studi interdisciplinari per l’archeologia. Sono giorni di grande successo per il MArRC, al centro di un circuito proficuo di comunicazione, partecipazione e inclusione, certamente positivo per la Città di Reggio e tutto il territorio calabrese. Sono soddisfatto – conclude Malacrino – di quanto fatto fino a questo momento, con il supporto delle istituzioni, delle associazioni e del personale del Museo”. Il prof. Costabile, sabato 20 agosto, guiderà il pubblico in un viaggio lungo secoli, alla scoperta della storia millenaria di Reggio, a partire dal suo mito di fondazione. “La fondazione di Reggio, attorno al 725 a.C., è un evento storico di cui i Greci stessi conservarono tuttavia una memoria circonfusa dalla leggenda”, dichiara il prof. Costabile. “Le fonti tramandano che l’Oracolo di Apollo a Delfi ordinò loro di fondare la città dove il fiume Apsia (Calopinace) sfociava in mare: lì una femmina abbracciata a un maschio (una vite intrecciata a un fico selvatico) avrebbe reso riconoscibile il luogo indicato. In questo percorso – continua – lo spettatore sarà portato ad attraversare in navigazione il mare fantastico del mito e la storia che riemerge suggestiva ma concreta dalla terra, i cui spettacolari ritrovamenti archeologici sono custoditi in gran parte nel Museo reggino, ma anche nei musei di Napoli e di Londra, dove sono migrati nei secoli scorsi”.

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Locandina della mostra fotografica “I Bronzi di Riace. Un percorso per immagini” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria dal 10 agosto al 23 ottobre 2022

Il Museo è aperto dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 20 con ultimo ingresso alle 19.30. Nei giorni di giovedì e sabato, fino al 10 settembre 2022, previsto il prolungamento dell’orario fino alle 23, con ultimo ingresso alle 22.30. Dalle 20, per Notti d’estate, il costo del biglietto è di soli 3 euro e permette la visita del Museo, l’accesso alle quattro mostre temporanee in esposizione: “Il vaso sui Vasi. Capolavori dal Museo Nazionale Jatta di Ruvo di Puglia”; “Oltre l’emergenza. Attività e restauri dopo l’alluvione del 2018”; “I Bronzi di Riace. Un percorso per Immagini”; “L’Età degli Eroi. La Magna Grecia e i Bronzi di Riace”, e la partecipazione agli eventi sulla terrazza panoramica del Museo. La prenotazione non è necessaria ed è fortemente raccomandato l’uso della mascherina chirurgica.

Selinunte. La missione diretta da Clemente Marconi riporta alla luce l’agorà, la più grande del mondo antico, gioielli e amuleti (una sirena in avorio e un falco-Horus in blu egizio) e la matrice, forse, di uno scettro

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Il team di archeologi diretto da Clemente Marconi a Selinunte, , che vede insieme l’Institute of Fine Arts della New York University e l’università di Milano in collaborazione con l’Istituto Archeologico Germanico (foto unimi)

AGORA' DI SELINUNTE, LA PIù GRANDE DEL MONDO ANTICO,CHE TORNA VISIBILE GRAZIE AD UN INTERVENTO SUL VERDE E I DRON

La matrice in pietra per la realizzazione di uno scettro in metallo ritrovata negli scavi intorno al tempio R di Selinunte (foto ansa)

L’agorà, lo scettro e la sirena: nuova luce sull’antica Selinunte. Sono eccezionali i risultati della missione diretta dall’archeologo di fama internazionale Clemente Marconi, che vede insieme l’Institute of Fine Arts della New York University e l’università di Milano in collaborazione con l’Istituto Archeologico Germanico: è tornata alla luce nella sua completezza l’agorà di Selinunte che con i suoi 33mila metri quadri è la più grande mai scoperta del mondo antico, finalmente delineata secondo le indicazioni degli archeologi. E sono balzati fuori anche gioielli e amuleti, e uno stampo che ha una storia a sé visto che è la seconda parte di un manufatto già scoperto dieci anni fa e che così ritorna perfettamente integro. A cosa serviva? Forse uno scettro, forse un oggetto rituale che non doveva assolutamente essere replicato e dunque lo stampo, diviso in due parti, era stato sepolto nel recinto sacro.

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Il cantiere di scavo archeologico a Selinunte diretto da Clemente Marconi (foto regione siciliana)

“Grazie alle attività di pulizia, predisposte da Felice Crescente, direttore del parco archeologico di Selinunte Cave di Cusa e Pantelleria”, ricorda Alberto Samonà, assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, “è possibile avere adesso una visione d’insieme, seppure parziale, di questa immensa agorà. Dà l’idea della magnificenza di questa città e della sua straordinaria essenza, che si comprende anche dai ritrovamenti eccezionali delle missioni archeologiche. Pezzi unici che da venerdì 29 luglio 2022 saranno esposti al pubblico all’antiquarium”.

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Veduta zenitale del Tempio R di Selinunte: qui nel 2012 trovati i frammenti di aulos

La città di Selinunte (in greco Selinùs), il cui nome deriva dal selinon una pianta sacra che cresceva lungo le sponde del fiume Modione, fu fondata verso la metà del VII sec. a.C. dai coloni di Megara Hyblaea. I Selinuntini occuparono i punti strategici della futura area urbana e definirono i limiti di vaste zone agricole da sfruttare. Agli inizi del VI sec. a.C., l’impianto urbano fu realizzato in modo rigoroso attraverso la costruzione del sistema viario. Gli isolati rettangolari larghi 100 piedi dorici (circa 32 metri) furono generati dall’incrocio di grandi strade (plateiai) con strade più piccole (stenopòi). Nel V sec. a.C., alcune case raggiunsero dimensioni notevoli e le strade principali furono pavimentate con grandi lastre di pietra. L’agorà (la piazza) fu edificata sul pianoro di Manuzza, mentre i santuari furono inseriti, sia in aree esterne alla città (Collina Orientale e Gàggera), sia interne (santuari dell’Acropoli). Nel 409 a.C. la città fu distrutta dai Cartaginesi. Nonostante i diversi interventi militari siracusani, nella seconda metà del IV sec. a.C., Selinunte rimase in mano punica fino alla conquista romana del 250 a.C.

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La grande agorà di Selinunte riportata alla luce dalla missione diretta da Clemente Marconi (foto regione siciliana)

La grande agorà. Soltanto osservando le immagini realizzate con il drone ci si riesce a rendere conto dell’effettiva ampiezza della piazza pubblica, cioè di quello spazio che doveva essere il cuore dell’antica Selinus, prima della distruzione cartaginese. Ma il mistero la avvolge ancora oggi: perché era così grande? A cosa era dovuta la forma perfettamente trapezoidale (che si può apprezzare meglio dall’alto) che sembra avesse un cuore nell’antica tomba di Pàmmilo, che gli archeologi indicano come fondatore della città? I sondaggi non hanno risolto l’enigma, attorno alla tomba e in profondità, non esiste nessuna struttura o tomba di epoca classica, solo piccole costruzioni posteriori, del periodo punico.

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Frammento ceramico decorato dall’area di scavo della missione diretta da Clemente Marconi a Selinunte (foto regione siciliana)

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Vasetti per unguenti o profumi dall’area di scavo diretta da Clemente Marconi a Selinunte (foto regione siciliana)

“Risultati della massima importanza per la conoscenza di Selinunte in età arcaica e classica”, sottolinea all’ANSA con emozione Marconi, l’archeologo che da decenni studia i resti dell’antica colonia greca. Scoperte che accendono una nuova luce sulla storia affascinante e breve di questa città e che si annunciano mentre nel parco siciliano – il più grande d’Europa con i suoi 270 ettari di natura e maestose rovine affacciate sul mare – un intervento sulla vegetazione studiato dall’Istituto Germanico ha appena riportato alla luce i confini dell’agorà, dalle dimensioni enormi (il doppio di piazza del Popolo a Roma) e la forma vagamente trapezoidale con al centro, unico monumento, una tomba, forse proprio quella del fondatore. Dopo due anni rallentati dalla pandemia, in giugno si è ripreso a scavare a pieno ritmo e i risultati, sottolinea Marconi, “sono andati molto oltre le aspettative”. L’idea di partenza era quella di riuscire a datare l’epoca di costruzione di due dei templi più recenti dell’acropoli, denominati A e O, a lungo ritenuti gemelli. Lo scavo ha dimostrato che A è stato costruito prima di O e che la costruzione di quest’ultimo è stata probabilmente interrotta per uno smottamento del terreno. La scoperta più importante però, è stata quella di una faglia d’acqua sotto le fondazioni del tempio A, un particolare, indica il professore, “che conferma l’ipotesi che i primi coloni greci si siano insediati proprio in questa porzione meridionale dell’Acropoli”. È qui, insomma, che nasce l’antica Selinus.

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La sirena in avorio trovata nell’area del tempio R a Selinunte (foto regione siciliana)

Dal tempio R, dove è stata recuperata la parte di matrice forse di scettro, rivela Marconi, arrivano poi due oggetti, che nei prossimi giorni verranno esposti nell’antiquarium del Parco: un amuleto in forma di falco, immagine del dio Horus realizzata in blu egizio, che arriva dall’Egitto della fine del VII sec. a C, e una statuina in miniatura raffinatissima di una sirena in avorio, ritrovata in frammenti nel 2017 e ricostruita in questi mesi in laboratorio. Una piccola meraviglia, sottolinea Marconi, quasi certamente importata dalla Grecia, che “racconta la ricchezza raggiunta dalla città nel VI secolo a.C.”. Due secoli più tardi la fine per Selinunte sarà terribile, con la città messa a ferro e fuoco dai soldati di Annibale. Sepolta per secoli, la grandeur di quel secolo d’oro torna oggi a stupire.

Roma. Per “Dialoghi in Curia”, presentazione del volume “Arte romana” di Massimiliano Papini (Sapienza Università di Roma). Incontro in presenza e on line

roma_dialoghi-in-curia_libro-arte-romana_massimiliano-papini_locandinaPer il ciclo “Dialoghi in Curia” promosso dal parco archeologico del Colosseo giovedì 16 giugno 2022 la Curia Iulia ospita a partire dalle 16.30 la presentazione del volume “Arte romana” di Massimiliano Papini, professore di Archeologia classica (Sapienza Università di Roma), edito da Mondadori Università. Il manuale, ideato da Papini e scritto con la collaborazione di esperti di archeologia e storia dell’arte, offre una sintesi delle diverse e grandiose produzioni figurative dell’arte romana, con attenzione a committenti, artefici e destinatari nelle differenti situazioni storiche, culturali e sociali. Presentano Tonio Hölscher, professore emerito di Archeologia classica (Ruprecht-Karls-Universität Heidelberg) e Ortwin Dally, professore di Archeologia classica (Freie Universität Berlin) e direttore dell’Istituto Archeologico Germanico. Introduce Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. Sarò presente l’autore. L’evento potrà essere seguito in presenza nella Curia Iulia fino ad esaurimento dei posti (max 100) con prenotazione obbligatoria su eventbrite.it. Ingresso da largo della Salara Vecchia, 5. Nel PArCo è fortemente consigliato indossare la mascherina. L’incontro sarà anche trasmesso in diretta streaming dalla Curia Iulia sulla pagina Facebook del PArCo: https://www.facebook.com/parcocolosseo.

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La copertina del libro “Arte romana” di Massimiliano Papini

Arte romana. “Foggeranno altri con maggiore eleganza spiranti bronzi, credo di certo, e trarranno dal marmo vivi volti, patrocineranno meglio le cause e seguiranno con il compasso i percorsi del cielo e prediranno il corso degli astri: tu, ricorda, o romano, di dominare le genti; queste saranno le tue arti, stabilire norme alla pace, risparmiare i sottomessi e debellare i superbi”. Queste le parole profetiche di Anchise al figlio Enea al termine della discesa agli inferi nel VI libro dell’Eneide. Quelle che chiamiamo oggi “opere d’arte” non furono dunque sentite come una consuetudine ancestrale dai Romani, tanto da fare dubitare che un’arte “romana” sia mai esistita. Eppure, le loro produzioni figurative sono state grandiose e immense, nei tempi e nei territori dell’Impero, e il manuale intende offrirne una sintesi. Dopo una panoramica sulle principali componenti degli spazi pubblici e privati dell’Urbe, i capitoli si articolano prima per periodi (dal X secolo a.C. al VI-VII secolo d.C.) e poi per approfondimenti su soggetti, materiali e contesti d’uso: rappresentazioni storiche, ritrattistica, ornamenti greci, copie e rielaborazioni di opere originali greche, arti “decorative” e “suntuarie”, ceramica, vetro, pittura, mosaico e manufatti legati all’ambito funerario.

Parco archeologico di Ostia antica. Presentazione on line del volume “Ostia I. Forma Urbis Ostiae” di Michael Heinzelmann con i risultati e la documentazione degli scavi stratigrafici nelle regioni III, IV e V a cura dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, con il supporto della Soprintendenza Archeologica di Ostia

La copertina del libro “Ostia I. Forma urbis Ostiae” di Michael Heinzelmann

Dal 1996 al 2001 l’Istituto Archeologico Germanico di Roma, in collaborazione con l’American Academy in Rome e con il supporto della Soprintendenza Archeologica di Ostia, ha svolto un progetto di ricerca interdisciplinare sul campo nelle aree della città portuale di Roma che non avevano ancora stato scavato. L’obiettivo era quello di utilizzare una combinazione di metodi di indagine non invasivi (analisi fotografica aerea, prospezione geofisica) e scavi stratigrafici mirati per ottenere nuove informazioni sulla struttura urbana complessiva di Ostia e sul suo sviluppo a lungo termine dalla sua fondazione nel IV secolo a.C. al suo abbandono nell’Alto Medioevo. “Ostia I. Forma Urbis Ostiae” di Michael Heinzelmann, primo volume della pubblicazione del progetto, con i risultati e la documentazione degli scavi stratigrafici nelle regioni III, IV e V, viene presentato on line giovedì 4 novembre 2021, alle 17. È possibile seguire la presentazione in diretta streaming sulla piattaforma Zoom. Il video dell’evento sarà disponibile sul canale YouTube del Parco. Tutte le info per seguire l’evento in streaming, e per vederlo successivamente su YouTube a questo link: https://www.ostiaantica.beniculturali.it/…/presentazio…/. Per partecipare non occorre registrazione.

Veduta zenitale della basilica paleocristiana a Sud della Regio V (foto parco ostia antica)

Il volume “Ostia I. Forma Urbis Ostiae” è dedicato – come si diceva – alla presentazione conclusiva dei reperti archeologici rinvenuti nel corso delle attività di ricerca che per circa un ventennio si sono svolte nel territorio ostiense. In una prima fase si è proceduto ad una sistematica raccolta ed analisi di rilievi aerofotogrammetrici storici e moderni, nonché alla realizzazione di prospezioni geofisiche su ampie superfici. Successivamente è stata effettuata una serie di scavi mirati, di piccole dimensioni, all’interno delle zone non ancora indagate delle Regiones III, IV e V.

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Aerofotogrammetria dell’area del porto fluviale di Ostia antica con le zone di intervento (foto Universität zu Köln)

Infine, tra il 2012 e il 2015, hanno avuto luogo esplorazioni geo-archeologiche integrative nella zona del porto fluviale a Ovest di Ostia e lungo il cosiddetto “Fiume Morto”. I sondaggi effettuati sono stati dedicati alla chiarificazione di diversi problemi e hanno interessato selezionate strutture edili o strade. Una questione prioritaria ha riguardato l’analisi della basilica paleocristiana, scoperta durante le prospezioni effettuate a Sud della Regio V, e delle fasi edilizie precedenti. Un’ulteriore priorità nell’analisi è stata rappresentata dalle mura tardo repubblicane, in quanto la loro datazione ed il loro successivo sviluppo durante il periodo imperiale sono stati finora controversi. Particolare interesse all’interno del progetto è stato assunto dalle vie di comunicazione terrestri e fluviali, in quanto queste rappresentano un buon indicatore delle dinamiche d’uso dei quartieri da esse collegati. Complessivamente nove sondaggi si sono occupati, con diversa intensità, dell’esame di strade e di una darsena a Ovest della Regio III e delle costruzioni attorno a essa. Un ultimo punto fondamentale del progetto ha riguardato l’analisi di abitazioni. A Ovest della Regio V, i risultati dell’aerofotogrammetria e delle analisi geofisiche hanno mostrato indicazioni della presenza di una grande domus in forma di casa a peristilio quasi quadrata. L’abitazione fu costruita in età flavia sopra un edificio non chiaramente identificato degli inizi del I secolo d.C. Nel corso dell’Impero e in età tardo-antica fu numerose volte ristrutturato e ridecorato. Le osservazioni contenute in questo primo volume forniscono numerose indicazioni per una rivalutazione dello sviluppo urbanistico di Ostia, dalla sua fondazione fino all’abbandono della città all’inizio del Medioevo. Queste, insieme ai risultati delle analisi aerofotogrammetriche e delle prospezioni geofisiche, verranno discusse nel secondo volume di prossima pubblicazione.

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L’archeologo Michael Heinzelmann

Il programma della presentazione. Dopo i saluti di Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia antica, e di Norbert Zimmermann, Istituto Archeologico Germanico di Roma, presentazione del volume “Ostia I. Forma Urbis Ostiae. Untersuchungen zur Entwicklung der Hafenstadt Roms von der Zeit der Republik bis ins frühe Mittelalter, Sonderschriften des Deutschen Archäologischen Instituts Rom 25” (Wiesbaden 2020) di Michael Heinzelmann, Universität zu Köln. Quindi focus sulle ricerche presso la Basilica Costantiniana a cura di Franz Alto Bauer, Universität München. Chiude la discussione moderata da Carlo Pavolini, Università della Tuscia.

Roma, museo nazionale Etrusco di Villa Giulia: a oltre quarant’anni di distanza dall’ultimo intervento, un ambizioso restauro darà nuova vita al Tempio di Alatri, realizzato nel giardino nel 1891 con gli elementi del tempio etrusco-italico scoperto a Alatri. Il cantiere è presupposto per la futura trasformazione del tempio in una “Macchina del tempio”

Il tempietto di Alatri realizzato nel 1891 nel giardino del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma (foto etru)

A oltre quarant’anni di distanza dall’ultimo intervento, la ricostruzione del Tempio di Alatri realizzata alla fine dell’800 è protagonista di un ambizioso restauro che darà nuova vita a questa avveniristica struttura e consentirà di trasformarla in una ‘macchina del tempio’. In uno dei giardini del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, tra il Ninfeo e l’ala destra del percorso espositivo, è infatti posta la riproduzione a grandezza naturale di un tempio etrusco-italico rinvenuto ad Alatri (Fr) nel 1882. La ricostruzione, curata dall’architetto e archeologo Adolfo Cozza per volere di Felice Barnabei, padre fondatore del Museo, fu realizzata in base ai risultati di uno scavo condotto dallo stesso Cozza e da H. Winnefeld dell’Istituto archeologico Germanico in località La Stazza (1 km a Nord di Alatri). Le indagini avevano portato alla luce le fondamenta di un tempietto risalente al III-II secolo a.C., oltre ai resti della sua decorazione architettonica, che servì da modello per la ricostruzione fedele degli elementi decorativi moderni, riprodotti con le stesse tecniche e materiali adoperati oltre duemila anni prima. 

Il giardino laterale destro del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia con il tempietto di Alatri e il busto di Felice Bernabei (foto etru)

Il tempio, realizzato tra il 1889 (anno in cui venne inaugurato il Museo) e il 1891, costituisce uno dei primi esempi al mondo di ricostruzione per fini didattici e divulgativi. Un’opera certamente avveniristica e uno dei primi casi di “open air museum” a livello internazionale, finora ingiustamente sottovalutato dalla critica museologica che ha concentrato la sua attenzione su alcune famose esperienze contemporanee del nord Europa e del nord America, quasi ignorando l’impresa di Cozza e Barnabei, anche a causa della sua precoce trasformazione in un semplice deposito, inaccessibile al pubblico.

Il degrado della copertura del tempietto di Alatri al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Dopo decenni di trascuratezza e di travisamento delle funzioni originarie che hanno portato a un progressivo logoramento delle decorazioni architettoniche, grazie agli interventi avviati nelle scorse settimane il tempio di Alatri potrà essere finalmente restituito alla pubblica fruizione. Ma questo importante restauro è solo il primo passo di un percorso più ampio, già finanziato dalla Regione Lazio con un bando per l’innovazione tecnologica. A 45 anni dall’ultimo intervento di restauro coordinato da Lucos Cozza (archeologo nipote di Adolfo), il nuovo cantiere costituisce infatti il presupposto per la futura trasformazione del tempio in una “Macchina del tempio”, che ospiterà al suo interno uno spazio immersivo digitale, in cui vivere l’esperienza del racconto della storia come in un viaggio attraverso il tempo giocando non soltanto sulla componente tecnologica, ma anche su quella della narrazione storica.

Il Tempietto etrusco-italico di Alatri, con carattere di assoluta eccezionalità, è stato realizzato con lungimiranza museografica alla fine dell’800 sulla base dei dati di scavo e pertanto ricopre un ruolo educativo fondamentale all’interno del complesso museale. L’intervento origina dall’esigenza di ripristinare le condizioni di sicurezza della copertura e degli elementi decorativi (acroteri, antefisse, sime, embrici, etc.) del Tempietto, dopo quarantacinque anni di distanza dall’ultimo intervento eseguito dall’archeologo Lucos Cozza (nipote dell’archeologo Adolfo Cozza). L’intervento in essere vuole principalmente ristabilire le condizioni di sicurezza del bene, revisionando gli ancoraggi di tutti gli acroteri e la relativa pulitura, nonché degli elementi decorativi costituiti da cornici architettoniche in terracotta policroma su cui insistono elementi scultorei alati, di cui alcuni nel tempo si sono distaccati e altri versavano in evidente pericolo di distacco.

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Lo stato di degrado della copertura del tempietto di Alatri (foto etru)

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La copertura del tempietto di Alatri dopo la pulitura (foto etru)

Si è proceduto pertanto ad un accurato rilievo, catalogazione e mappatura dello stato di degrado degli elementi del manto di copertura, di cui circa il 25% ha riportato evidenti lesioni causate sia da eventi metereologici sia dalla corrosione dei precedenti perni a vite di ancoraggio che fissano le antefisse agli embrici sulla gronda delle due falde. Tale fase è stata di fondamentale importanza per eseguire lo smontaggio degli elementi del manto di copertura e delle lastre di terracotta della trabeazione, utile per eseguire una mappatura dello stato di degrado dell’orditura lignea del tetto; sono state, infatti, individuate parti ammalorate in limitate aree, per lo più corrispondenti alle travi d’angolo dove i legni sono apparsi marciti a causa del ristagno dell’acqua piovana in alcune aree e/o per infiltrazioni d’acqua dagli elementi lesionati del manto di copertura. Si è proceduto pertanto a eseguire su tutte le parti lignee il trattamento impregnante per la protezione da attacchi parassitari e, a sostituire alcune tavole verticali delle pareti laterali su cui erano ancorate le formelle di trabeazione, sostituendo inoltre i perni di ancoraggio in ferro, ormai ossidati, con perni in acciaio inox. Sono state ripulite dal marciume alcune parti degli elementi lignei e sgorbiate fino a trovare il legno ancora in buono stato e sostituiti con parti nuove e rinforzate mediante una fasciatura metallica.

Gli spazi retrostanti del tempietto di Alatri dopo il restauro (foto etru)

Tali interventi saranno riproposti all’interno della cella del Tempio sia per gli elementi decorativi che per l’orditura lignea. Le successive fasi di intervento vedranno un approfondimento della capacità statica della struttura tramite saggi e indagini anche agli apparati radicali delle alberature monumentali presenti nel perimetro del sito; seguiranno interventi relativi alla revisione delle parti di intonaco esterno ammalorato e al risarcimento delle lesioni in corrispondenza dell’apertura sul fronte principale e quella sul fronte posteriore – chiusa in epoca precedente con tamponatura di diversa consistenza materica non ammorsata con quella preesistente. Le ultime fasi di intervento proporranno la realizzazione di percorsi perimetrali ed apposita illuminazione volti a migliorare l’accessibilità fisica del tempietto, in previsione del prossimo allestimento multimediale del Tempio che lo riporterà alla sua funzione didattica nel percorso museale.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, dal 15 luglio 2020 è anche cittadino italiano

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, giura davanti al sindaco di Matera Raffaello De Ruggeri

Dal 15 luglio 2020 Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Paestum e Velia, è divenuto anche cittadino italiano. Il giorno prima, infatti, 14 luglio 2020, con il giuramento prestato davanti al sindaco di Matera, Raffaello De Ruggeri, si è conclusa la procedura di conferimento della cittadinanza italiana. “In realtà non mi sono mai sentito uno straniero”, dichiara il neo cittadino italiano, “perché da subito sono stato accolto con straordinario calore e grande affetto. Ho considerato di aver trascorso ormai più della metà della mia vita professionale in Italia, Paese per la cui cultura nutro una profonda ammirazione. Ho perciò voluto presentare l’istanza per la cittadinanza italiana. Devo dire che il giorno del conferimento è stato uno dei più belli e emozionanti della mia vita”. Zuchtriegel, di nazionalità tedesca, fu nominato alla guida dell’autonomia amministrativa e gestionale di Paestum con decorrenza dal 1° novembre 2015, nell’ambito della riforma del sistema museale nazionale voluta dall’allora e attuale ministro Dario Franceschini. L’individuazione di alcuni direttori non italiani alla guida di musei, siti monumentali e archeologici aveva suscitato un dibattito a livello nazionale e non erano mancati ricorsi nel merito, poi respinti in via definitiva dal Consiglio di Stato nel 2018.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum e Velia

Dopo aver frequentato le università di Berlino, Roma-Tor Vergata e Bonn, Zuchtriegel ha conseguito un dottorato di ricerca in Archeologia Classica con una tesi sul sito laziale di Gabii. Ha partecipato a scavi e ricerche in Sicilia e Magna Grecia ed è stato titolare di borse di ricerca e riconoscimenti di istituzioni rinomate quali la Studienstiftung des deutschen Volkes, l’università della Campania “Luigi Vanvitelli”, l’Istituto Archeologico Germanico e la Fondazione Alexander von Humboldt. Ha pubblicato numerosi articoli, volumi collettanei e monografie, tra cui “Gabii” (Venosa, 2012) e “Colonization and Subalternity in Classical Greece” (Cambridge, 2018). Oltre al suo incarico a Paestum e Velia, insegna alla Scuola Superiore Meridionale di Napoli. Durante il mandato di Zuchtriegel, il numero annuale dei visitatori a Paestum è salito da 300mila nel 2015 a 443mila nel 2019. Sul finire della prima fase dell’emergenza sanitaria, i siti di Paestum e Velia sono stati tra i primi a riaprire al pubblico. Già dal 18 maggio 2020 il direttore ha rilanciato l’attività in entrambi i siti, dando ulteriore impulso all’accessibilità e alla fruizione inclusiva, alla ricerca quale attività pubblica e partecipata e alla tutela supportata da strumenti innovativi, collaborando con Università, istituti di ricerca e aziende private. “Senza una squadra eccezionale e dinamica”, sottolinea Zuchtriegel, “tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ringrazio di cuore tutti i colleghi e collaboratori di Paestum e Velia, le Istituzioni locali e tutte le persone che qui mi hanno sempre fatto sentire a casa”.

Il Grande Progetto Pompei protagonista all’Unesco di Parigi come modello da imitare: tavola rotonda della Regione Campania. Il generale Curatoli: “Entro dicembre 2018 la chiusura di tutti i cantieri”. Presentata poi la mostra-evento “Pompei@Madre. Materia Archeologica” dove rari reperti pompeiani dialogheranno con opere d’arte contemporanea

Reperti pompeiani esposti alla mostra al Madre: olla per la bollitura degli alimenti (a sinistra) dalla Casa di Lollius Synhodus,  e situla per attingere l’acqua (a destra) con lapilli dell’eruzione del Vesuvio I sec. d.C. dalla Bottega del Garum (foto Amedeo Benestante)

Il logo del parco archeologico di Pompei

Più che una mostra è un progetto. Si intitola “Pompei@Madre. Materia Archeologica”. È curato da Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, e Andrea Viliani, direttore generale del Madre, il museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli, e si basa su un rigoroso programma di ricerca frutto dell’inedita collaborazione fra gli Scavi di Pompei e il museo Madre. A partire dal confronto fra le rispettive metodologie di ricerca, ambiti disciplinari, collezioni, “Pompei@Madre. Materia Archeologica” studia le possibili, molteplici relazioni fra patrimonio archeologico e ricerca artistica e propone un dialogo fra straordinari ma poco conosciuti e raramente esposti materiali archeologici di provenienza pompeiana e opere d’arte moderna e contemporanea. La mostra-progetto, che sarà inaugurata il prossimo 18 novembre al museo Madre alla presenza del ministro Dario Franceschini e del presidente della Regione Vincenzo De Luca, è stata presentata martedì 14 novembre 2017 a Parigi dove la Regione Campania ha previsto un doppio appuntamento: nella sede dell’Unesco e all’Istituto Italiano di Cultura, con l’ambasciatore Francesco Caruso, consigliere del presidente Vincenzo De Luca sui temi del patrimonio Unesco – di cui Pompei fa parte – e responsabile del progetto di messa a sistema tutti gli otto beni Unesco della Campania. Un doppio evento che ha sancito la politica di collaborazione e le sinergie tra Regione e Governo sui beni culturali, con particolare attenzione a quelle azioni di valorizzazione e di promozione sui grandi attrattori e il coinvolgimento dei relativi territori.

Il Grande Progetto Pompei protagonista all’Unesco di Parigi come modello da imitare

Protagonista all’Unesco è stato il Grande Progetto Pompei come modello per il restauro, la manutenzione e la valorizzazione, al centro del sistema dei siti Unesco della Campania,  che possa rappresentare un vero elemento di sviluppo culturale ed economico dei territori. La Campania ha proposto una interessante e prestigiosa tavola rotonda che ha fatto il punto sullo stato di Pompei, sulle politiche culturali e sulle azioni inter-istituzionali mirate alla salvaguardia e alla promozione del patrimonio culturale. Dal crollo della Schola Armaturarum agli elogi dell’Unesco: un percorso che ha fatto risalire Pompei in vetta non solo ai siti archeologici più visitati al mondo ma anche tra quelli meglio mantenuti e amministrati. Merito della Direzione del Parco e del pool di esperti del GPP, che ha percepito il sito come una vera e propria città,  organizzando le azioni con una visione urbanistica d’intervento, con la parte di restauri vista nell’ambito di una più ampia messa in sicurezza e funzionalità.

Commissari Ue al parco archeologico di Pompei tra il generale Luigi Curatoli e il direttore Massimo Osanna

Il generale Luigi Curatoli, a capo del GPP, è soddisfatto di quanto raggiunto finora: “Abbiamo stimato di chiudere tutti i cantieri  entro il 2018. Se non ci saranno intoppi potremo riconsegnare il sito alla sua gestione ordinaria”. Sul dopo–grande progetto  è intervenuto anche il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna: “Quella del grande progetto è stata anche l’occasione per impostare una metodologia di lavoro e recuperare personale di cui si sentiva la necessità. Credo che sia importante continuare con la stessa modalità virtuosa e dotare Pompei anche della figura di un direttore di seconda fascia che si occupi esclusivamente della parte amministrativa, esperto di gare e di appalti, con modalità manageriali”. La tavola rotonda, moderata da Francesco Caruso (consigliere sui temi Unesco del presidente della Regione Campania) e presieduta da Stefano De Caro (direttore generale Iccrom) ha visto la partecipazione  dell’ambasciatore rappresentanza permanente Unesco Vincenza Lomonaco,  Francesco Bandarin direttore generale Cultura Unesco, Mounir Bouchenaki consigliere speciale dg Unesco, Christina Cameron esperto Unesco, Philippe Chaix urbanista pianificazione territorio, Maurizio Di Stefano presidente emerito Icomos Italia, Pierpaolo Forte presidente fondazione Donnaregina museo Madre di Napoli, Sylvain Giguere esperto pianificazione territorio Ocde, Pietro Laureano presidente Icomos Italia, Francesca Maciocia direttore generale Scabec, Luisa Montevecchi direttore uff. Unesco Mibact, Neil Young esperto Unesco e Icomos Internazionale.

“L’eruzione del Vesuvio” di Pierre Jacques Volaire conservato al museo e real bosco di Capodimonte

Dopo il Grande Progetto Pompei è stata la volta della mostra “Pompei@Madre. Materia Archeologica(catalogo Electa) protagonista all’Istituto Italiano di Cultura. Il percorso della mostra è concepito e strutturato come una passeggiata circolare fra opere, manufatti, documenti e strumenti connessi alla storia delle varie campagne di scavo a Pompei – materiali che documentano la vita quotidiana della città antica e il ruolo che in essa rivestivano le arti e le scienze – messi a confronto con opere e documenti moderni e contemporanei provenienti dalle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, del Museo e Real Bosco di Capodimonte, del Polo Museale della Campania e di importanti istituzioni nazionali e internazionali quali la Biblioteca Nazionale e l’Institut Français di Napoli, la Casa di Goethe e la Biblioteca dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, la Fondation Le Corbusier e l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, oltre che da importanti collezioni private italiane e internazionali. “Ognuna di queste opere e documenti”, spiegano i curatori, “ha continuato a rivendicare, a partire dalla riscoperta del sito pompeiano nel XVIII secolo, il valore e l’ispirazione contemporanei della “materia archeologica” pompeiana, fungendo da catalizzatore fra spazi, tempi e culture differenti, mettendoli a confronto e coniugando fra loro arti visive, letteratura, musica, teatro, cinema ma anche storiografia, cartografia, paletnologia, antropologia, biologia, botanica, zoologia, chimica, fisica, genetica, nonché l’esteso campo delle nuove tecnologie”.

La mostra recupera e rielabora calchi e materiali che non possono essere esposti perché danneggiati dal tempo e dai bombardamenti

Madre, museo di arte contemporanea di Napoli

Con la definizione “materia archeologica”, spiegano al Madre, “è possibile intendere innanzitutto, nel metodo di ricerca proposto da questa mostra, la disciplina in sé dell’archeologia (dal greco ἀρχαιολογία: ἀρχαῖος, “antico”, e λόγος, “studio”), ovvero la ricerca sulle civiltà antiche attraverso lo scavo, la conservazione, la catalogazione, la documentazione e l’analisi di reperti quali architetture, opere d’arte, manufatti d’uso comune, resti organici. Ma la natura frammentaria degli oggetti di studio archeologici e il fatto stesso che l’archeologia debba, per recuperare il passato, agire nel presente, secondo un processo aperto anche all’intuizione e all’interpretazione, suggerisce un’affascinante prossimità fra archeologia e contemporaneità. In questo senso Pompei rappresenta un laboratorio straordinario, una e vera e propria macchina del tempo che, restituendoci la storia di innumerevoli materie immerse nel flusso del tempo storico e naturale, sfuma la differenza fra passato e presente, fra natura e cultura, fra vita e morte, fra distruzione e ricostruzione. A partire dall’eruzione del 79 d.C., che ne decretò un oblio millenario, la riscoperta di questo sito nel 1748 ha trasformato Pompei in un palinsesto della modernità culturale disponibile a sempre ulteriori attraversamenti e narrazioni. Ed è la storia di questa materia al contempo fragile e combattiva che ha permesso a Pompei di continuare ad essere contemporanea, di continuare a proporre la propria “materia archeologica” come una materia ancora oggi contemporanea.
Definendo ipotetici paralleli che attraversano la storia antica, moderna e contemporanea, la mostra racconta quindi la storia di questa “materia” che rivela la reciproca implicazione fra materiali originari e opere d’arte e fra iconografie, tematiche e concetti che tornano ad affiorare nella storia della cultura e dell’arte da oltre due secoli e mezzo”.