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Aquileia incontra la Persia: a Grado il documentario Rai sulla mostra “Leoni e Tori dall’Antica Persia ad Aquileia” aperta al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Rithon d'oro achemenide in mostra al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Rithon d’oro achemenide in mostra al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Il filo rosso che lega questa estate Aquileia alla Persia si arricchisce lunedì 29 agosto 2016 di un altro evento a corollario della mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”, allestita al museo Archeologico nazionale di Aquileia. Secondo appuntamento del ciclo “Archeologia Ferita” avviato l’inverno scorso con l’esposizione dedicata ai reperti provenienti dal museo del Bardo di Tunisi, la mostra “Leoni e tori” che ha avuto finora un grande successo di pubblico con oltre 16mila visitatori, proseguirà fino al 30 settembre, anche se si sta cercando di ottenerne il prolungamento per tutto il mese di ottobre. Tra gli eventi collaterali, in luglio, durante l’Aquileia Film Festival (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/26/al-via-la-7-ma-edizione-di-aquileia-film-festival-tre-serate-ad-aquileia-nella-prestigiosa-piazza-capitolo-con-film-della-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-e-le-conversazion/) c’era stato l’incontro con Carlo Cereti, addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran, che, davanti a un pubblico numeroso e attento, ha tracciato un quadro dell’Iran di oggi e di una cultura che ha avuto molti contatti col mondo occidentale, oltre a illustrare caratteristiche e motivazioni della mostra, ideata e organizzata dalla Fondazione Aquileia e realizzata in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, il National Museum of Iran e l’Iranian Cultural Heritage Handcrafts and Tourism Organization, portando ad Aquileia 25 tesori dell’antica Persia mai usciti dai confini della Repubblica Islamica dell’Iran, tra cui alcuni oggetti in oro particolarmente preziosi, che raccontano della magnificenza dell’impero achemenide, fondado da Ciro e reso grande da Dario (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/22/archeologia-ferita-leoni-e-tori-dallantica-persia-ad-aquileia-in-mostra-allarcheologico-capolavori-achemenidi-e-sasanidi-da-persepoli-e-dal-museo-di-teheran-per-l/).

"Leoni e tori. Aquileia incontra la Persia", documentario della Rai Friuli Venezia Giulia per la regia di Tiziana Toglia

“Leoni e tori. Aquileia incontra la Persia”, documentario della Rai Friuli Venezia Giulia per la regia di Tiziana Toglia

Ora il racconto della mostra “Leoni e tori” diventa un film. La sede regionale del Friuli Venezia Giulia della Rai ha infatti realizzato il documentario “Leoni e tori – Aquileia incontra la Persia” che verrà proiettato lunedì 29 agosto 2016 alle 19 al Grand Hotel Astoria di Grado alla presenza della regista Tiziana Toglia e del direttore della sede regionale della Rai Guido Corso. La serata, aperta al pubblico, e moderata dalla giornalista del Messaggero Veneto Elisa Michellut, si aprirà con i saluti del presidente della Git-Terme e Spiaggia Alessandro Lovato, con cui la Fondazione Aquileia ha da tempo un rapporto di collaborazione per una promozione integrata dell’offerta turistica, e proseguirà con gli interventi del direttore della sede Rai Fvg, Guido Corso, del direttore della Fondazione Aquileia, Cristiano Tiussi, che illustrerà il percorso di visita e l’idea della mostra, e di Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia che ospita i preziosi reperti provenienti dall’Iran. Il documentario è un viaggio alla scoperta dell’archeologia e della cultura persiana, guidato anche dalle parole del professor Carlo Cereti, e un “invito a riscoprire Aquileia”, come sottolinea nel filmato il presidente della Fondazione Aquileia Antonio Zanardi Landi, “quale luogo di incontro e dialogo tra culture”.

Iran: Pasargade, la città di Ciro il Grande, sarà curata dagli archeologi e restauratori italiani: firmato un protocollo Italia-Iran

Pasargade, la città di Ciro il Grande, prima capitale achemenide: il restauro sarà curato dagli esperti italiani

Pasargade, la città di Ciro, prima capitale achemenide: il restauro sarà curato dagli esperti italiani

La localizzazione dei monumenti di Pasargade, un sito particolarmente esteso

La localizzazione dei monumenti di Pasargade, un sito particolarmente esteso

Pasargade, la città di Ciro il Grande, prima capitale dell’impero persiano, sarà curata dagli italiani. Sono stati inaugurati nei giorni scorsi i laboratori di restauro, asse portante di un progetto a tutela del patrimonio archeologico iraniano avviato nel 2014 e destinato a proseguire almeno fino al 2017. “Una forma di cooperazione di grande valore simbolico per il patrimonio archeologico mediorientale, che in altre parti della regione corre un grande pericolo”, l’ambasciatore italiano in Iran, Mauro Conciatori, ha definito i nuovi laboratori per il restauro della pietra aperti dall’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr), con l’Iranian Cultural Heritage Organization a Pasagarde, l’area archeologica vicina a Persepoli dove si trova la tomba di Ciro il Grande. Con questo protocollo e quello che a breve si realizzerà anche a Bam, ha proseguito il diplomatico, “abbiamo scritto un’altra pagina del grande libro della cooperazione tra l’Italia e l’Iran”.

La grande iscrizione trilingue "Sono Ciro il re, un Achemenide" sulla colonna del palazzo di Ciro

La grande iscrizione trilingue “Sono Ciro il re, un Achemenide” sulla colonna del palazzo di Ciro

La ricostruzione del "giardino persiano" di Pasargade, uno dei più antichi restituiti dagli scavi archeologici

La ricostruzione del “giardino persiano” di Pasargade, uno dei più antichi restituiti dagli scavi archeologici

Le rovine di Pasargade si trovano circa 87 chilometri a nordest di Persepoli, nella provincia iraniana di Fars; fondata da Ciro il Grande nel 546 a.C., fu la prima capitale dell’impero achemenide fino a quando il centro di comando del regno venne spostato a Persepoli. Sul sito archeologico si possono ancora ammirare la tomba di Ciro, la fortezza di Toll-e Takht (situata sulla cima della collina che domina la piana), e le rovine di due palazzi reali con i loro giardini, uno dei primi esempi di giardino persiano che la storia registri. Recenti ricerche avrebbero mostrato come le fondamenta degli edifici di Pasargade sarebbero state progettate per resistere a un terremoto che oggi classificheremmo di magnitudo sette nella scala Richter. Con il sostegno del Mibac, gli esperti italiani lavoreranno a Pasargade per l’analisi e il recupero della pietra, di recente esposta a nuove minacce dovute anche ai cambiamenti ambientali e all’uso massiccio delle falde acquifere. Secondo il responsabile italiano del progetto, Claudio Prosperi Porta, “la quasi totale scomparsa delle piogge nell’ultima decade insieme al prelievo di acqua a grandi profondità per la coltura intensiva del riso, ha provocato una nuova aridità del terreno, che si somma ad altri pre-esistenti fattori di rischio per la struttura di quanto rimane dei palazzi antichi e per l’integrità delle singole pietre”. Questo fenomeno è molto evidente nei resti del palazzo di Ciro, dove anche i vuoti lasciati dalle grandi pietre prese in passato per la costruzione di altri edifici concorrono ad un progressivo degrado di quelle ancora in sede, collocate 2500 anni fa con le sapienti tecniche costruttive delle maestranze cosmopolite di Ciro. “Al fondatore dell’impero persiano”, spiegano gli archeologi, “va infatti il merito di aver saputo per primo, nella sua dinastia, mettere a frutto le competenze tecniche e artistiche dei popoli conquistati, prima nella vasta area di Pasardade – dove si trovano – come detto – anche la fortezza di Toll-e Takht, la colonna con la scritta ‘Sono Ciro il re, un Achemenide’ in tre lingue, i resti di due palazzi e del primo esempio noto di giardino persiano”. In tutte queste strutture, già interessate in passato da scavi e restauri, è ora necessario un attento lavoro di analisi per mettere a punto gli interventi di tutela successivi.

La Tomba di Ciro, il monumento più famoso di Pasargade

La Tomba di Ciro, il monumento più famoso di Pasargade

La Tomba di Ciro quando era stata trasformata in luogo di culto islamico

La Tomba di Ciro quando era stata trasformata in luogo di culto islamico

Il monumento più famoso di Pasargade è la tomba di Ciro il Grande, costruita su sei alti gradini che conducono alla sepoltura vera e propria, la cui camera (3 metri x 2) ha un’entrata bassa e stretta. Alessandro Magno rese omaggio al mausoleo di Ciro dopo il saccheggio e la distruzione di Persepoli. Flavio Arriano riporta nel II secolo d.C. (quindi molto dopo la morte di Alessandro Magno) che il macedone ordinò ad Aristobulo, uno dei suoi luogotenenti, di entrare nell’edificio; qui egli trovò un letto d’oro, una tavola apparecchiata, una bara dorata, alcuni paramenti ornati di pietre preziose ed un’iscrizione, che oggi non è visibile. L’esercito arabo decise di distruggerla, perché considerata in contrasto con i principi dell’Islam. Ma i guardiani persiani riuscirono a convincere il comandante dell’esercito che la tomba non era stata costruita in onore di Ciro il Grande, bensì della madre del re Salomone: e la Tomba fu salva. E ancora oggi il monumento è noto come “Qabr-e Madar-e Sulaiman”, cioè la tomba della madre di Salomone. Il protocollo firmato dal Mibac prevede che i nostri tecnici lavorino anche all’analisi dei rivestimenti interni delle cella del mausoleo di Ciro. “È uno spazio vuoto”, spiegano gli archeologi, “dove in epoca islamica è stato inserito un ‘mihrab’ per la preghiera e dove probabilmente il corpo dell’imperatore non venne mai posto, visto che la sua fede zoroastriana non prevedeva la conservazione delle salme”. Ma il mausoleo mantenne un grande valore simbolico e rimase sede dell’incoronazione dei re anche dopo che Dario spostò la capitale ufficiale dell’impero nella vicina e tuttora grandiosa Persepoli.

Il cosiddetto "Trono di Salomone" a Pasargade

Il cosiddetto “Trono di Salomone” a Pasargade

“Quello di Pasagarde”, conclude Mohammad Hassan Talebian, vicepresidente dell’ente per i beni archeologici iraniani, “è il primo laboratorio per l’analisi della pietra all’interno di un sito archeologico in Iran . Per noi la presenza italiana ha una grande valenza e una grande importanza”, che si inserisce nel solco di una tradizione decennale. “L’Iran vuole giungere ad avere un piano generale per tutta l’area di Pasagarde e Persepoli, considerata un unico ‘paesaggio’ archeologico e culturale in cui non vanno considerati solo i suoi monumenti, ma anche gli altri elementi che ne caratterizzarono la civiltà: dalla religione all’agricoltura alle opere per l’irrigazione”. Ma nel futuro dell’area vi è anche l’idea, lanciata dalle autorità locali e raccolta dall’ambasciatore Conciatori, di un gemellaggio tra Pasagarde e un comune italiano.

Refusi nelle iscrizioni achemenidi di Persepoli: li ha scoperti il filologo Rossi dell’Orientale di Napoli che sta pubblicando il nuovo corpus delle iscrizioni reali persiane di 2500 anni fa

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran: ora si studiano le iscrizioni trilingui

Sono passati 2500 anni da quando gli scalpellini persiani hanno inciso sulla pietra grigia le iscrizioni che il Re dei Re aveva loro ordinato di scrivere sulle pareti dei palazzi di Persepoli, capitale dell’impero persiano: nella maggior parte erano manifesti propagandistici della dinastia achemenide che dovevano raggiungere il più ampio numero di sudditi possibile. Di qui la necessità di redigere i testi nelle tre lingue all’epoca più diffuse: l’antico persiano, l’elamico e il babilonese. Tre lingue diverse, ma gli stessi caratteri di scrittura: i cuneiformi. Non stupisce quindi che in questi testi,  redatti dagli scribi di corte che dovevano avere un altissimo livello culturale, e incisi da più modesti artigiani, ci possa essere scappato qualche errore di ortografia, o come si dice oggi qualche refuso. Solo che a scovare questi errori non è stato un “correttore di bozze” al soldo di re Ciro o Dario, ma un professore dell’università L’Orientale di Napoli, il filologo  Adriano Rossi, che 25 secoli dopo la loro realizzazione si è messo a studiare quei testi e, come i maestri di un tempo, a segnare gli errori di ortografia.

Iscrizione achemenide trilingue del periodo di re Serse trovata a Persepoli

Iscrizione achemenide trilingue del periodo di re Serse trovata a Persepoli

Il prof. Rossi è direttore della missione epigrafica dell’Orientale e dell’ISMEO chiamata DARIOSH, che ricorda il nome in persiano di Dario, ma che in realtà è un acronimo per il progetto Digital Achaemenid Royal Inscription Open Schema Hypertext, curato in collaborazione con l’università della Tuscia. All’interno di questo progetto è stato inserito un programma pilota, della durata di un biennio, rivolto al corpus delle iscrizioni di Persepoli (complessivamente formato da circa 220 unità testuali, di cui 83 in anticopersiano, 66 in elamico e 69 in babilonese, corrispondenti a varie centinaia di esemplari epigrafici più o meno completi o frammentari).  Il filologo ha lavorato a lungo in Iran, dove ha illustrato ai suoi colleghi iraniani il metodo di studio che gli italiani applicheranno alle iscrizioni dei palazzi imperiali di Persepoli-Pasargade (corrispondenti ai re Ciro il grande, Dario, Serse e successori, 560-330 a.C.). “Possiamo avere diversi tipi di errori nelle iscrizioni achemenidi trilingui (antico-persiano, elamico, babilonese). A volte si tratta dell’omissione di un segno cuneiforme, in altri casi si tratta di segni scritti in modo che noi riteniamo ‘sbagliato’ dal punto di vista dell’ortografia”, spiega Rossi. In quest’ultimo caso, per esempio, in un testo antico-persiano, il nome del grande dio della dinastia achemenide, Auramazda, è scritto come se Aura e Mazda fossero due parole separate, anziché una sola. “L’obiettivo del programma Dariosh”, continua, “è la produzione di un prototipo attendibile in vista della catalogazione digitale dell’intero Corpus delle iscrizioni reali achemenidi, da pubblicare come riedizione aggiornata (in ottica interlinguistica) del sotto-corpus iscrizionale di Persepoli, con l’uso dell’inglese come lingua progettuale per spiegare i testi achemenidi”.

Il filologo Adriano Rossi dell'Orientale di Napoli

Il filologo Adriano Rossi dell’università L’Orientale di Napoli

Rossi è da poco tornato dall’Iran, dove ha effettuato ulteriori riscontri sul campo coordinando un gruppo di specialisti italiani, unico in grado di curare una nuova edizione critica delle iscrizioni trilingui achemenidi perché interamente basato sull’Orientale, l’unico ateneo al mondo in cui tutte e tre le lingue sono attualmente insegnate. La prima e ultima edizione del genere fu pubblicata nel 1911 dallo studioso tedesco Franz Weissbach, ma a quell’epoca era nota poco più della metà delle iscrizioni che conosciamo ora. Nel progetto Dariosh è inclusa anche la verifica e l’aggiornamento del repertorio fotografico delle iscrizioni di Persepoli e dei loro supporti, nonché di mappe, ricostruzioni ed altre elaborazioni grafiche da realizzare durante brevi periodi di soggiorno in Iran e in altre sedi museali (l’Iranian Cultural Heritage Organization – ICHO e il National Museum of Iran di Tehran contribuiranno alle spese di soggiorno in Iran). “Le foto delle iscrizioni achemenidi disponibili in Europa sono datate, di inadeguata qualità e coprono a malapena un terzo dell’intero corpus; con il nostro progetto si renderanno disponibili per il corpus persepolitano foto di elevato livello qualitativo curate dall’ICHO e digitalizzate per l’accesso a distanza tramite Internet”.

Suggestiva visione dell'apadana di Persepoli

Suggestiva visione dell’apadana di Persepoli

Gli archeologi italiani sono sempre stati in prima linea negli scavi della città imperiale di Persepoli, un riconoscimento per la ricerca italiana se si considera che l’impero achemenide, quello di Ciro il Grande, è considerato una gloria intoccabile per tutti gli iraniani e lo è sempre stato anche dopo l’avvento della Repubblica islamica. Con il nuovo corso del presidente Hassan Rohani, gli scambi si sono intensificati e il clima è diventato ancora più amichevole, in parte anche grazie alle ricerche degli archeologi dell’Orientale. «I legami tra gli archeologi italiani, in special modo dell’Orientale, e l’Iran, sono sempre stati forti, ma solo ora se ne inizia a parlare”, conclude Rossi. “Dopo anni di lavoro in Iran ora ci confrontiamo con una nuova generazione di dirigenti iraniani nei posti giusti. È verosimile che questa collaborazione possa crescere ancora. Ormai non sono pochi i giovani iraniani che vengono a studiare in Italia e i legami si rinsaldano sempre”.