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Roma. I lavori in piazza Augusto Imperatore riportano alla luce un cippo pomeriale dell’epoca di Claudio, che offre nuovi spunti sul concetto di pomerio. Ora esposto al museo dell’Ara Pacis

Il cippo pomeriale dell’epoca di Claudio ritrovato in situ nel cantiere di piazza Augusto Imperatore a Roma (foto roma capitale)

Torna alla luce un cippo dell’epoca di Claudio in un cantiere in piazza Augusto Imperatore di Roma. E dal 16 luglio 2021 si può ammirare nella Sala Paladino del museo dell’Ara Pacis. Un raro cippo pomeriale di travertino, ritrovato ancora infisso nel terreno, testimonianza della storia e soprattutto dello sviluppo dell’Urbe e del suo ampliamento: è questo il tesoro archeologico riportato alla luce nel corso degli scavi per la realizzazione del progetto di riqualificazione di piazza Augusto Imperatore (vincitore del Concorso internazionale del 2006 e presentato dal gruppo coordinato dall’architetto Francesco Cellini).  Il cippo, grazie all’iscrizione, può essere ricondotto con assoluta certezza all’imperatore Claudio e, dunque, all’ampliamento del pomerio da questi effettuato nel 49 d.C., stabilendo il nuovo “limite” – sacro, civile e militare – della città. “Roma non smette mai di stupire e si mostra sempre con nuovi tesori”, dichiara la sindaca di Roma Virginia Raggi. “Si tratta di un ritrovamento eccezionale: nel corso del tempo, sono stati rinvenuti solo altri dieci cippi relativi all’epoca di Claudio e il più recente, fino ad oggi, è stato ritrovato nel 1909, dunque oltre 100 anni fa. Con la riapertura del Mausoleo di Augusto a marzo 2021, e con i lavori di piazza Augusto Imperatore, tutta l’area tornerà a nuova vita. In questo modo sarà completamente rinnovato un quadrante centrale della nostra città”.

Il cippo pomeriale dell’epoca di Claudio nell’allestimento provvisorio al museo dell’Ara Pacis (foto roma capitale)

Ritrovato in occasione di un approfondimento per la messa in opera del nuovo sistema fognario della piazza, il cippo (193cmx74,5cmx54cm) da oggi, 16 luglio 2021, si può ammirare nella Sala Paladino del museo dell’Ara Pacis, dove si trova il calco della statua dell’imperatore Claudio, assicurando così la conservazione e consentendo al contempo la fruizione da parte del pubblico, in attesa della collocazione definitiva negli spazi museali del Mausoleo di Augusto.  L’eccezionalità del ritrovamento di questo cippo offre nuovi spunti di riflessione sul pomerio e anche sull’esistenza o meno dello ius proferendi pomerii. Più, in generale sulle valenze che allo “spazio” attribuivano i romani. 

La stratigrafia recuperata dallo scavo del cippo pomeriale in piazza Augusto Imperatore a Roma (foto roma capitale)

La stratificazione archeologica intorno al cippo venuto alla luce in piazza mostra la sua progressiva obliterazione a causa dell’innalzamento della quota di frequentazione dell’area. Il pomerio era il limite sacro che separava la città in senso stretto (urbs) dal territorio esterno (ager): uno spazio di terreno, lungo le mura, consacrato e delimitato con cippi di pietra, dove era vietato arare, abitare o erigere costruzioni e che era proibito attraversare in armi. Proprio per la sua importanza e per i suoi significati, il pomerio veniva modificato molto raramente. Seneca, parlando dell’ampliamento effettuato da Claudio, menziona Silla come unico precedente. Tacito cita anche Giulio Cesare. Altre fonti ricordano ampliamenti di Augusto, Nerone e Traiano e Aureliano. L’autore dei cambiamenti si pone come “nuovo fondatore” della città. Ed è proprio questo che, con l’andamento segnato dai suoi cippi, fa Claudio, dopo la conquista della Britannia: rivendica l’ampliamento dei confini del popolo romano, in una visione articolata, che pur segnando il territorio non guarda solo ad esso, ma consente di comprendere sguardi politici, filosofia, strategia, perfino ambizioni.  

Man mano che procedeva lo scavo del cippo è comparsa l’iscrizione pomeriale (foto roma capitale)

La serialità del testo ufficiale inciso sui cippi permette di ricostruire la parte mancante. Claudio, secondo la formula di rito, viene ricordato con i suoi titoli e le sue cariche e rivendica l’ampliamento del pomerio, non menzionando territori conquistati, ma sottolineando l’allargamento dei confini del popolo Romano. Ciò significa quindi allargamento del confine fisico, ma può indicare anche l’ingrandimento del corpo civico, con l’estensione della cittadinanza romana alle élites (primores) della Gallia. L’espressione è volutamente ambigua. In ogni caso, l’ampliamento del pomerio indica un allargamento della visione dell’Urbe. Claudio interviene sullo spazio della città attraverso un’azione che ha una forte valenza religiosa, politica e simbolica.  

L’iscrizione sul cippo pomeriale rinvenuto in piazza Augusto Imperatore a Roma (foto roma capitale)

L’impaginazione e la disposizione del testo conservato ricalcano quelle degli altri esemplari noti. Non si conserva il numerale seriale, che in tre casi compare sul fianco sinistro del cippo, e la parola pomerium, in due casi attestata sulla sommità. L’intervento sul pomerio effettuato da Claudio è l’unico attestato sia a livello epigrafico sia a livello letterario. Non solo. È l’unico menzionato nella lex de imperio Vespasiani, come precedente, nonché quello che apre il dibattito sui nomi degli autori di eventuali ampliamenti del pomerio. I rinvenimenti epigrafici, poi, testimoniano due interventi condotti da Vespasiano e Tito, nel 75 d.C., e da Adriano nel 121 d.C., che però sono completamente ignorati dalle fonti letterarie.

“Storie dal Colosseo. Lezioni di Epigrafia” in quattro appuntamenti con l’epigrafista Silvia Orlandi. La prima è l’Iscrizione di Lampadio: dal ricordo del restauro dopo il terremoto del 443 alla riscoperta dell’iscrizione dell’inaugurazione del Colosseo nell’80 d.C.

L’archeologa Federica Rinaldi, responsabile del Colosseo, l’archeologa Elisa Cella, e la professoressa Silvia Orlandi docente di Epigrafia latina (foto PArCo)

È davanti agli occhi di tutti, ma visibile a pochi: l’Iscrizione di Lampadio, oggi conservata al secondo ordine del Colosseo, è il primo dei quattro documenti epigrafici dell’anfiteatro flavio che saranno illustrati dall’epigrafista Silvia Orlandi per la nuova rubrica digitale “Storie dal Colosseo. Lezioni di Epigrafia”, proposta dal parco archeologico del Colosseo. Sono quattro lezioni su momenti della storia del Colosseo attraverso le iscrizioni. “Saranno raccontati particolari  legati all’inaugurazione del Colosseo”, anticipa Federica Rinaldi, responsabile dell’anfiteatro flavio, “alla distribuzione del pubblico sulla cavea, ma anche a quella che è stata poi la fine del monumento, la sua decadenza a causa dei terremoti che lo hanno interessato: il pubblico viaggerà alla scoperta dei luoghi meno noti del Colosseo, dove la Storia si fa parola”. Con l’iscrizione di Lampadio si fa un salto di quattro secoli, accompagnati dalle funzionarie archeologhe Elisa Cella e Federica Rinaldi, lungo le linee di uno stesso architrave, passando dalla menzione del restauro curato dal praefectus urbis dopo il terremoto del 443 d.C. alla riscoperta dell’iscrizione inaugurale del Colosseo, datata all’80 d.C. Alla professoressa Silvia Orlandi, docente di Epigrafia latina di Sapienza Università di Roma, tocca guidare oltre le lettere incise nel travertino gli sguardi di chi segue da casa la lezione, indicando come interpretare i fori che, disposti secondo distanze e allineamenti ben calibrati, corrispondenti ai formulari delle commemorazioni pubbliche, erano un tempo gli alloggiamenti di lettere bronzee a rilievo destinate a conservare la memoria di un evento eccezionale.

La prima puntata è dedicata all’iscrizione inaugurale dell’anfiteatro flavio. E a parlarne è Silvia Orlandi, epigrafista che “si è dedicata in maniera approfondita con grande dedizione”, ricorda Elisa Cella, “alla lettura delle iscrizioni e delle epigrafi che sono state restituite in maniera generosa da questo anfiteatro. E in questa prima lezione la professoressa Orlandi approfondisce il vero e proprio evento fondante dell’anfiteatro del Colosseo: un evento che lega a doppio filo questo monumento con la città di Gerusalemme, con gli eventi storici ben noti: in parte nascosto, in realtà è sotto gli occhi di tutti. I rumori che si sentono in sottofondo chiariscono che ci troviamo all’aperto, nell’area dell’allestimento permanente del Colosseo. Ma quello che Silvia Orlandi ci indicherà è qualcosa che solo occhi molto attenti e molto dotti sono stati in grado di individuare”. L’iscrizione di Lampadio accoglie il pubblico all’inizio del percorso di visita del Colosseo. Ma non salta immediatamente agli occhi. “Quella che si vede subito – spiega Silvia Orlandi – è un’iscrizione incisa sulla superficie di un blocco marmoreo la quale parla di un restauro da parte del prefetto urbano Rufius Cecina Felix Lampadius durante il regno congiunto di Teodosio II e Valentiniano III. Ma aguzzando la vista si nota che questa iscrizione del V secolo è incisa su una superficie interessata da una serie di fori che altro non sono che quanto resta dei fori di fissaggio di un’iscrizione redatta con una tecnica diversa da questa, cioè con lettere metalliche affisse direttamente sulla superficie marmorea, che fu divelta dal blocco che la conteneva per poter incidere l’iscrizione di Lampadio. Isolando idealmente e graficamente i fori che sono quanto resta appunto di questa iscrizione, si nota che il testo originario era in tre righe, come si vede dall’andamento dei fori, in particolare da quelli dell’ultima riga: delle tre righe la seconda è centrata e più breve”.

L’Iscrizione di Lampadio conservata nel secondo ordine del Colosseo (foto PArCo)
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Il pannello esposto al Colosseo con la grafica dell’iscrizione dell’inaugurazione dell’anfiteatro secondo l’ipotesi di Géza Alföldi (foto

“Grazie alla genialità di un lapicida del secolo scorso, Géza Alföldi – continua Orlandi -, è stato possibile ricostruire questo testo originariamente appunto di lettere metalliche, e proporre una ricostruzione di quella che doveva essere l’iscrizione di dedica dell’anfiteatro e che recitava: Imperator Titus Caesar Vespasianus Amphiteatrum [forse] Novum, ex manubiis fieri iussit (l’imperatore Tito Cesare Vespasiano ordinò che fosse realizzato l’Anfiteatro Nuovo dal bottino). Grazie a questo testo apprendiamo due cose fondamentali: innanzitutto il nome ufficiale di quello che oggi chiamiamo Colosseo, e cioè Anfiteatro, senza ulteriori aggettivi come Flavio o altri appellativi di questo genere; e soprattutto con quale fonte di finanziamento l’anfiteatro fu costruito, cioè con la vendita del bottino del tempio di Gerusalemme che Vespasiano e Tito avevano conquistato nel 70 d.C., ex manubiis appunto. Una caratteristica interessante di questo testo, e una difficoltà ulteriore per la sua ricostruzione, è la tecnica scrittoria con cui è stata eseguita, con lettere di metallo, probabilmente di bronzo, applicate nel marmo con dei perni di fissaggio senza l’ausilio di alveoli che avessero la stessa forma, e che quindi quando le lettere venivano rimosse di fatto conservavano la forma del testo, un po’ come avviene per l’arco di Costantino o quello di Settimio Severo, per esempio. In questo caso invece le lettere furono applicate direttamente sul marmo, e quindi quel che resta non è la forma delle lettere, ma solo le tracce dei chiodi. Il che rende particolarmente difficile la ricostruzione di questo testo, e particolarmente geniale la proposta di Géza Alföldi con naturalmente le ipotesi del caso”. L’iscrizione, fa presente Elisa Cella, non è conservata integralmente. Anzi sembra in frammenti ricomposti: “Tra tutti ce n’è uno che si distingue rispetto agli altri, e che ha sempre attratto la nostra curiosità”. “È leggermente diverso, è vero”, spiega Orlandi. “è innanzitutto un frammento di lastra e non di blocchi come gli altri due. Ed è quanto resta di un restauro di cui l’iscrizione, negli unici due frammenti originali, fu oggetto nel 1813, subito dopo la sua scoperta”.

Particolare del quadro di Christoffer Wilhelm Eckersberg con indicato i due blocchi originali con l’iscrizione di Lampadio (foto PArCo)

“Quando l’iscrizione è stata trasferita nella sua attuale collocazione si è deciso di lasciare uno di questi frammenti come testimonianza di questo restauro storico, che ora naturalmente si farebbe con tecniche completamente diverse ma che all’epoca si utilizzavano normalmente. Ed è così che è stata anche raffigurata nella prima e più nota rappresentazione sul piano dell’Arena non scavato fatta da Christoffer Wilhelm Eckersberg a ridosso del momento della scoperta. In cui sono rappresentati non a caso soltanto i due frammenti originali. Nel disegno esposto al Colosseo è possibile vedere la ricostruzione grafica dell’iscrizione così come è stata proposta da Alföldi. In realtà noi vediamo la ricostruzione dell’ultima fase dell’iscrizione, che include anche il prenome Tito, che era caratteristica dell’onomastica dell’imperatore Tito, sotto il cui regno il Colosseo fu inaugurato. Secondo l’ipotesi di Alföldi, infatti, originariamente il testo comprendeva solo la dicitura Imperator Caesar Vespasianus Augustus, cioè la titolatura di Vespasiano. Ma essendo Vespasiano morto nel 79 d.C. quindi non in tempo per inaugurare l’Anfiteatro – conclude Orlandi -, la titolatura fu adattata con il nome del figlio, successore di Vespasiano, in modo che fosse aggiornato per l’evento epocale dell’inaugurazione dell’Anfiteatro”.

L’imperatore Adriano torna a Gerusalemme dopo 18 secoli. In mostra al museo di Israele gli unici tre busti in bronzo dell’ideatore del “vallo” in Britannia e del distruttore della Giudea. Collaborazione con il Louvre e il British Museum

I tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano esposti in mostra al museo di Israele a Gerusalemme

I tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano esposti in mostra al museo di Israele a Gerusalemme

C’è il busto dell’imperatore Adriano forgiato molto probabilmente in Egitto o in Asia Minore e oggi al museo del Louvre di Parigi. C’è quello ritrovato nel Tamigi nel 1834 e oggi al British Museum di Londra che probabilmente fu realizzato per commemorare la visita di Adriano in Britannia (l’odierna Gran Bretagna) nel 122 d.C. (anno in cui iniziò nel nord del paese la fortificazione del confine con la costruzione del famoso “vallo”). E poi c’è il busto, sempre dell’imperatore Adriano, vestito militarmente con una splendida armatura sul petto molto ben conservata, proveniente dall’accampamento della Sesta Legione romana a Tel Shalem vicino Beth Shean nel nord di Israele, all’incrocio tra la valle del Giordano e la valle di Jezreel, e oggi esposto nel Museo di Israele. Cosa hanno di particolarmente interessante questi tre reperti? Sono gli unici tre busti in bronzo sopravvissuti fino a noi dell’imperatore Adriano, nato nel 76 d.C. a Italica, cittadina della penisola iberica vicino all’odierna Siviglia, e morto a Baia, vicino a Napoli, nel 138. E fino al 30 giugno 2016 si possono vedere per la prima (e probabilmente unica) volta insieme nella mostra “Hadrian: an Emperor Cast in Bronze”, curata da David Mevorah e Rachel Caine Kreinin (Museo di Israele) e Thorsten Opper (British Museum), e allestita nella Galleria “Samuel e Saidye Bronfman” del museo di Israele a Gerusalemme. Così si può dire che dopo più di diciotto secoli l’imperatore Publio Elio Traiano Adriano è tornato a Gerusalemme, la città di David, che lui chiamo Aelia Capitolina in un estremo tentativo di sradicarvi l’ebraismo.

I tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano in mostra a Gerusalemme sono gli unici pervenutici dall'antichità

I tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano in mostra a Gerusalemme sono gli unici pervenutici dall’antichità

La monumentale iscrizione votiva eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C

La monumentale iscrizione votiva eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C

La mostra “Hadrian: An Emperor Cast in Bronze” completa le celebrazioni per i 50 del Museo di Israele ma soprattutto ripropone il confronto tra la massima autorità romana e il mondo ebraico dell’epoca. Un rapporto assai problematico: Adriano, ellenista convinto, non solo tentò di paganizzare Gerusalemme costruendo sul Monte del Tempio, al posto del Santuario ebraico, un luogo dedicato a Giove, ma dopo aver represso nel sangue la rivolta di Simon Bar Kochba (Simone figlio della Stella) con 580mila ebrei uccisi, nel 135 d.C. cambiò il nome della regione da Giudea a Siria Palestina. Un fatto che ha avuto ripercussioni sino ad oggi. Nelle fonti ebraiche quando si parla di Adriano segue sempre un epitaffio: “Possano essere le sue ossa frantumate”. Espressione che, ad esempio, non viene proposta quando le stesse si riferiscono a Tito o al figlio Vespasiano che pure distrussero il Secondo Tempio a Gerusalemme. Adriano resta in ogni caso legato alla storia della città: come dimostra la monumentale iscrizione votiva – mai presentata prima di questa mostra – eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C. Una parte dell’iscrizione fu scoperta nel 1903 mentre la seconda è stata portata alla luce nel 2014 nel corso di scavi in città da parte della Israel Antiquities Authority: ora per la prima volta sono state messe assieme grazie alla concessione in prestito dalla Israel Antiquities Authority e dal Museo Franciscanum Studium Biblicum di Gerusalemme.

Il busto in bronzo dell'imperatore Adriano trovato nell'accampamento della Sesta Legione Romana in Israele

Il busto in bronzo dell’imperatore Adriano trovato nell’accampamento della Sesta Legione Romana in Israele

Apparentemente simili, anche se ognuno con caratteristiche proprie, i tre ritratti mettono in evidenza i molteplici e contraddittori aspetti del carattere di Adriano. Con la sua grande energia, l’intelletto acuto, e i vasti interessi, Adriano è considerato uno dei sovrani più illuminati dell’impero romano. Tuttavia, la soppressione spietata della rivolta di Bar Kochba e la successiva distruzione della Giudea fanno di lui una figura tanto detestata nella storia ebraica. Come per molti suoi predecessori, Adriano fu immortalato in statue di bronzo e di marmo, ma delle prime, a parte i tre esemplari presentati a Gerusalemme, non ce ne sono altri. Mentre molte sono invece le statue in marmo rimaste: effigi inviate ai quattro angoli dell’impero a dimostrazione del potere di Roma e che divennero in molti casi oggetto di culto rappresentante la divinità. “La visione di questi tre bronzi – assicurano dal Museo – stimola la discussione su due percezioni diametralmente opposte di Adriano: da una parte l’imperatore visto come uomo di pace e protettore che costruì il Vallo nella nord della Britannia; dall’altra, la visione contraria: colui che distrusse la Giudea”.

La sala del Museo di Israele a Gerusalemme che ospita i tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano

La sala del Museo di Israele a Gerusalemme che ospita i tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano

“In chiusura delle celebrazioni del 50° anniversario di fondazione del museo di Israele”, interviene il direttore James S. Snyder, “siamo particolarmente grati per le importanti partnership che abbiamo con il Louvre e il British Museum, i cui prestiti rappresentano una grande dimostrazione dei collegamenti internazionali e inter-culturali che hanno favorito da sempre la storia del Museo”. E aggiunge: “Il dialogo con il nostro Adriano creato dalla vicinanza di questi capolavori in mostra è straordinario, e non vediamo l’ora, soprattutto nei tempi complessi in cui oggi viviamo, di continuare questa collaborazione culturale con istituzioni consorelle a livello internazionale, che permette di mostrare lo sviluppo della cultura nella storia, come oggi la conserviamo, di condividerla”. E Jean-Luc Martinez, presidente e direttore del Musée du Louvre: “Dopo aver concesso in prestito nel 2011 il sarcofago della principessa Elena di Adiabene (regina di un ricco reame della Mesopotamia settentrionale, convertitasi al giudaismo insieme al figlio Izates, venuta in pellegrinaggio a Gerusalemme dove rimase vent’anni e dove fu inumata in una tomba grandiosa), sarcofago che non aveva mai lasciato la Francia in precedenza, la presenza in questa mostra del ritratto in bronzo di Adriano del Louvre indica la collaborazione tra il Musée du Louvre e il Museo di Israele e dimostra la volontà di sviluppare anche legami più forti”.

“Per la redenzione di Sion, anno quattro” della rivolta antiromana: scoperto in Israele, vicino Gerusalemme, un tesoretto di monete coniate dai ribelli ebrei contro Roma poco prima della distruzione del tempio da parte di Tito

Le monete emesse dalla zecca dei ribelli ebrei anti-romani e ritrovate vicino a Gerusalemme

Le monete emesse dalla zecca dei ribelli ebrei anti-romani e ritrovate vicino a Gerusalemme

I simboli sacri degli ebrei portati nel trionfo di Tito (rilievo dell'omonimo arco sul Palatino a Roma)

I simboli sacri degli ebrei portati nel trionfo di Tito (rilievo sull’omonimo arco sul Palatino a Roma)

La Palestina fu per molto tempo una spina nel fianco per i romani. Gli ebrei opposero una strenua resistenza alle legioni romane anche con atti di eroismo patriottico, come il sacrificio di Masada, col suicidio collettivo nel 73 d.C. dell’ultima comunità di zeloti che preferirono la morte alla sottomissione alle aquile di Roma, ponendo fine alla prima guerra giudaica. Basta leggere le memorabili pagine che ci ha lasciato lo storico romano di origine ebrea Flavio Giuseppe nel “De bello iudaico” (pubblicata nel 75 d.C.) per capire le problematiche affrontate dai romani in terra di Israele fino alla conquista di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte di Tito (allora generale e futuro imperatore) con la distruzione del secondo tempio, e la deportazione a Roma dei due capi della rivolta, Simone e Giovanni, insieme ad altri 700, scelti per statura e prestanza fisica, per essere trascinati in catene nel trionfo insieme ai simboli sacri degli ebrei portati dal generale vittorioso, davanti al padre – l’imperatore Vespasiano – e al fratello Domiziano, come ben descritto nei rilievi dell’arco di Tito, nel frattempo (79 d.C.) divenuto imperatore, innalzato dal Senato alla sua morte (81 d.C.) sulle pendici settentrionali del Palatino nella parte occidentale del Foro di Roma.

L'archeologo Pablo Betzer mostra una delle monete dei ribelli ebrei trovata ad Abu Ghosh vicino Gerusalemme

L’archeologo Pablo Betzer mostra una delle monete dei ribelli ebrei trovata in un tesoretto all’interno di una giara ad Abu Ghosh vicino Gerusalemme

Il piccolo villaggio ebraico di Abu Ghosh vicino Gerusalemme

Il piccolo villaggio ebraico di Abu Ghosh vicino Gerusalemme

Ma proprio alla vigilia della presa di Gerusalemme il movimento antiromano era ancora molto attivo tanto da permettersi una propria zecca per finanziare la resistenza bellica. Ne è la prova un piccolo tesoro di monete dei ribelli ebrei contro l’impero romano, coniate pochi mesi prima della caduta di Gerusalemme nel 70 d.C., scoperto durante i lavori per l’ampliamento dell’autostrada che collega Gerusalemme a Tel Aviv. Il team di archeologi della Israel Antiquities Authority, guidati da Pablo Betzer, ha esplorato i resti di un piccolo villaggio ebraico di epoca romana vicino alla moderna città di Abu Ghosh e fra le rovine ha trovato una piccola giara rotta contenente 114 monete di bronzo coperte di verderame. Le monete, scrive Israele.net, sono tutte della stessa grandezza ed età, probabilmente provenienti dalla stessa zecca. Sono tutte contrassegnate con la dicitura “Per la redenzione di Sion” e “Anno quattro”, il che indica che sono state forgiate durante il quarto anno della rivolta contro l’impero romano, ossia tra la primavera del 69 e la primavera del 70 d.C. Sono decorate con le quattro specie bibliche – palma, mirto, cedro e salice – e con un vaso che può simboleggiare i recipienti usati nel Tempio. Le monete saranno ora ripulite e studiate dagli specialisti della Israel Antiquities Authority.

Le monete dei ribelli ebrei appena riemerse dal terreno ancora coperte di verderame: ora dovranno essere restaurate

Le monete dei ribelli ebrei nel terreno ancora coperte di verderame: ora dovranno essere restaurate

L'archeologo Pablo Betzer in laboratorio con le monete ritrovate ad Abu Ghosh

L’archeologo Pablo Betzer in laboratorio con le monete ritrovate ad Abu Ghosh

È la prima volta che viene rinvenuta una collezione così grande di monete dei ribelli ebrei, spiega Betzer, sottolineando che la loro identica datazione è assai insolita. “Ci dice che la persona che teneva questo tesoro l’aveva ricevuto in un unico lotto. L’avrà ricevuto dalla dirigenza dei ribelli. Probabilmente lui stesso faceva parte della dirigenza. Forse – ipotizza l’archeologo – erano fondi destinati all’acquisto di armi e provviste per i combattenti ebrei contro le legioni romane. Si tratta di monete coniate pochi mesi prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme”. Infatti alla fine i ribelli non riuscirono a resistere e nell’estate del 70 a.C. i romani schiacciarono la ribellione distruggendo il Tempio di Gerusalemme e massacrando gli abitanti della città. Come molte città e villaggi che non si erano sottomessi all’autorità romana durante e dopo la rivolta, anche il piccolo villaggio di Hirbet Mazruk venne distrutto: il livello della distruzione è riconoscibile nel sito appena sopra quello dove sono state trovate le monete. La Israel Antiquities Authority continuerà a studiare il sito per saperne di più sui villaggi agricoli ebrei al tempo della rivolta antiromana.