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#buonconsiglioadomicilio. Morena Dallemule racconta la storia dell’antico mosaico della chiesa paleocristiana del Doss Trento

Nuovo appuntamento, è il 32.mo, con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Morena Dallemule, del settore Archeologia del Buonconsiglio, racconta la storia dell’antico mosaico della chiesa paleocristiana del Doss Trento, conservato nelle collezioni archeologiche del Castello del Buonconsiglio e ne svela alcune curiosità.

“Oggi andiamo fuori dalle mura del castello”, annuncia Morena Dallemule, “e raggiungiamo la cima del rilievo che più di ogni altro ha intrecciato la sua storia con quella della città: il Doss Trento. Ci soffermeremo su una pagina particolare del suo passato, torneremo al VI secolo quando sulla sua sommità sorgeva un’antica chiesa paleocristiana. Ma per arrivare a questo dobbiamo fare una tappa intermedia. È l’ottobre del 1900 e gli addetti del genio militare austriaco stanno lavorando sulla cima del rilievo, stanno semplicemente fissando un parafulmine che doveva proteggere una vicina polveriera. Durante gli scavi intercettano una superficie a mosaico che si rivela essere la pavimentazione di un’antica chiesa cristiana. Per garantire la conservazione del mosaico le autorità austriache ne dispongono il distacco. Questo viene quindi asportato dalla sua sede, viene restaurato e infine consegnato al museo civico di Trento, le cui collezioni qualche anno più tardi sarebbero transitate in quelle del nuovo museo nazionale con sede al castello del Buonconsiglio. Negli anni successivi ulteriori scavi porteranno alla luce le fondazioni della chiesa permettendoci di tracciarne a grandi linee la pianta. È costituita da due edifici affiancati, entrambi absidati, e da una serie di vani più piccoli che probabilmente avevano una funzione accessoria rispetto alla pratica liturgica”.

Il mosaico proveniente dalla chiesa paleocristiana del Doss Trento ed esposto al Castello del Buonconsiglio (foto buonconsiglio)

“Il mosaico era collocato nell’edificio settentrionale, quello di dimensioni minori, dove costituiva una sorta di soglia che separava lo spazio presbiteriale dove il sacerdote celebrava la liturgia e l’aula riservata ai fedeli”, spiega l’archeologa. “È un frammento piuttosto ampio, e anche se presenta molte lacune ci dice diverse cose sulla chiesa a cui apparteneva. Vediamo che una lunga iscrizione orizzontale posta su un’unica linea divide lo spazio della superficie in due quadri figurativi. Quello superiore è dominato da un kantharos, un recipiente biansato da cui fuoriesce un petalo e dei tralci di vite. Ai suoi lati abbiamo due riquadri con delle decorazioni a nastri intrecciati. A noi oggi possono sembrare puramente geometriche. In realtà per un fedele di VI secolo dovevano essere molto familiari, perché visivamente richiamano quegli elementi lapidei che costituivano la recinzione presbiteriale, ossia quell’elemento architettonico che divideva il presbiterio dove stavano i celebranti dall’aula in cui stava l’assemblea. La parte inferiore doveva presentare una composizione speculare. Il riquadro centrale oggi è andato perduto. Ne rimane una piccola traccia in un tratto di cornice nel settore destro. Sopravvivono invece le decorazioni geometriche fatte da quadrati ed esagoni che vanno a combinarsi formando degli ottagoni policromi. I temi e la composizione di questo mosaico trovano moltissimi riscontri nelle chiese paleocristiane, tuttavia i collegamenti più diretti e forse per noi più interessanti sono quelli con i mosaici che nello stesso periodo, V-VI secolo, venivano realizzati nei maggiori poli religiosi della città di Trento. L’ecclesia che sorgeva nell’area dove ora c’è la chiesa di Santa Maria Maggiore e la basilica di Giuliana, tuttora visibile sotto la chiesa cattedrale. Va detto che il mosaico del Doss Trento si pone a un livello qualitativo inferiore rispetto a quanto realizzato in ambito urbano. Il disegno più grossolano e alcune imprecisioni sono particolarmente evidenti guardando l’iscrizione i cui caratteri sono tracciati in maniera un po’ irregolare e vano infittendosi via via che si procede verso destra con la lettura, come se l’artigiano non avesse ben calcolato lo spazio a disposizione per il testo. L’iscrizione si apre con la formula tipica “de donis dei” che sta a significare come l’offerente, grato a Dio per le ricchezze materiali che questi ha voluto donargli, intende mostrare la propria riconoscenza restituendo parte di questi beni materiali sotto forma di finanziamento, finanziamento a un’opera che possa risultare a lui gradita. In questo mosaico a Dio sono associati i santi Cosma e Damiano. È molto importante trovare questi due martiri citati nel nostro mosaico – continua -. Il loro culto è di origine orientale ed era sostenuto e promosso dalla casa imperiale bizantina, e soprattutto dall’imperatore Giustiniano. Se noi pensiamo che nel VI secolo il territorio trentino è stato conteso tra goti, franchi, bizantini e longobardi, capiamo come dedicare un mosaico, se non un’intera chiesa, ai santi protettori dell’imperatore Giustiniano avesse una precisa valenza politica. L’iscrizione prosegue informandoci che l’opera è stata realizzata al tempo del vescovo Eugippio il cui episcopato sappiamo collocarsi tra 530 e 570 d.C.”.

Particolare del mosaico dal Doss Trento con la citazione di Laurentius cantore (foto buonconsiglio)

“L’ultimo dei personaggi che il mosaico riporta in vita è l’offerente, Laurentius il cantore, colui che ha pagato per questo mosaico. Di lui conosciamo soltanto il nome e il ruolo che ricopriva nell’organizzazione ecclesiastica”, sottolinea Dallemule. “Ma quest’ultimo aspetto è comunque molto interessante perché ci dà un’ulteriore aggancio per la datazione cronologica del mosaico. Il ruolo di cantore viene infatti introdotto in occidente solo nella seconda metà del VI secolo. Prima esisteva un’unica figura, quella del lettore, che durante la liturgia era incaricato sia di richiamare le Scritture che di intonare gli inni e i salmi. Nel VI secolo questi due compiti vengono separati non tanto perché si intendesse affidare la parte musicale a un individuo dalle spiccate doti vocali, ma perché era necessaria una persona dedicata che memorizzasse, eseguisse e tramandasse tutto il repertorio musicale che doveva coprire l’anno liturgico in un’epoca in cui non si aveva ancora un sistema codificato di notazione musicale. Se per il ruolo di lettore nei primi anni dell’età cristiana abbiamo numerose attestazioni, numerose testimonianze, le citazioni dei cantori sono rarissime, e Laurentius è a tutt’oggi uno dei pochi cantori di cui conosciamo”.

Plutei e pilastrini dalla chiesa paleocristiana del Doss Trento (foto buonconsiglio)

“Sono ancora molti gli aspetti da chiarire sul significato e sulla funzione che la chiesa rivestiva nell’ambito della Trento cristiana dei primi secoli e altrettanto oscuro rimane il suo destino. Sappiamo che era ancora in uso nell’VIII secolo. Ce lo dicono alcuni frammenti di pilastrini e di plutei che sono stati rinvenuti tra i resti della chiesa e che sono tutt’oggi esposti al castello del Buonconsiglio. Dopo questo piccolo squarcio – conclude Dallemule – l’edificio scompare dalla fonti e non ne sappiamo più niente. Forse perduto, forse trasformato in quella chiesa di San Biagio che le fonti ci segnalano sullo Spento del XIII-XIV secolo. Ma questa è un’altra storia”.

Passeggiata dantesca nel Parco archeologico del Colosseo: il pubblico è accompagnato on line per dodici puntate a riconoscere i luoghi del PArCo attraverso le parole del sommo poeta. Si inizia col Dantedì

In occasione del secondo Dantedì – giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri – il parco archeologico del Colosseo accoglie l’invito del ministero della Cultura e, nel 700.mo anniversario della morte del Sommo Poeta, propone una passeggiata che ripercorre la storia del PArCo attraverso le terzine dantesche che hanno narrato alcune delle vicende della storia di Roma, dalle origini alla fine dell’impero. Foro Romano, Palatino e Fori imperiali conservano oggi le testimonianze tangibili e monumentali dell’esistenza di personaggi storici a cui Dante ha dato voce nelle cantiche della Divina Commedia, assieme alle divinità pagane venerate nei templi dell’area archeologica centrale. Il pubblico verrà guidato a riscoprire, leggendo le terzine dantesche, le vicende di Enea e del Palladio, il pastore Caco, l’evoluzione del potere attraverso Cesare, il princeps Augusto e Giustiniano, l’umiltà di Traiano davanti a una vedova, fino ad arrivare all’essenza della fede e alla figura di San Pietro, e alle tante divinità tutelari che da sempre hanno popolato il Pantheon romano. Ad accompagnare il pubblico ci saranno le voci narranti di attori che hanno generosamente dato la loro disponibilità a prendere parte all’iniziativa, ideata e curata dalle funzionarie archeologhe Elisa Cella e Federica Rinaldi. Ad aprire il percorso sarà Massimo Ghini, seguito da Giandomenico Cupaiuolo, Giuseppe Cederna e Rosa Diletta Rossi. Le loro voci accompagneranno per dodici puntate il pubblico, portandolo a riconoscere i luoghi del PArCo attraverso le parole del sommo poeta di Firenze. Primo appuntamento (doppio) con le passeggiate dantesche giovedì 25 marzo 2021, alle 21.04, online sugli account social del PArCo: “Introduzione | Paradiso, Canto II, 1-9” con Massimo Ghini, e “Caco, il pastore | Inferno, Canto XXV, 16-33” e con Giuseppe Cederna; 1° aprile 2021, “Enea | Inferno, Canto II, 10-36” con Giandomenico Cupaiuolo; 8 aprile 2021, “Catone l’Uticense | Purgatorio, Canto I, 28-93” con Giuseppe Cederna; 15 aprile 2021, “Cesare | Paradiso, Canto VI, 34-72” con Giandomenico Cupaiuolo; 22 aprile 2021, “Virgilio | Inferno, Canto I, 61-75” con Giandomenico Cupaiuolo; 29 aprile 2021, “Orazio, Ovidio e Lucano | Inferno, Canto IV, 73-102” con Rosa Diletta Rossi; 6 maggio 2021, “Traiano | Purgatorio, Canto X, 70-93” con Giuseppe Cederna; 13 maggio 2021, “Giustiniano | Paradiso, Canto VI, 1-27” con Massimo Ghini; 20 maggio 2021, “Apollo | Paradiso, Canto I, 13-36” con Rosa Diletta Rossi; 27 maggio 2021, “Venere | Paradiso, Canto VIII, 1-39” con Rosa Diletta Rossi; 3 giugno 2021, “San Pietro | Paradiso, Canto XXIV, 52-75” con Massimo Ghini.

Il regista Lucio Rosa regala un messaggio di speranza al 2019 con il nuovo film “Il ragazzo con la Nikon”, realizzato assemblando migliaia di foto di antichi villaggi, antiche dimore, antichi magazzini berberi: omaggio d’amore alla Libia che oggi per lui è “irraggiungibile”

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

Dietro il grande obiettivo della sua Nikon fa capolino “un giovane” che lancia un messaggio di speranza in questo inizio di 2019: il suo occhio è vivace, curioso, ma anche pieno di amore per quella terra che ha nel cuore, l’Africa. Ma ormai da un lustro Paesi come la Libia sono irraggiungibili. Quel giovane, alla faccia dell’anagrafe, è il regista veneziano Lucio Rosa che non vuole arrendersi all’idea che gli antichi villaggi, le antiche dimore, gli antichi magazzini berberi, memoria degli Imazighen berberi di Libia, stiano lentamente dissolvendosi nel nulla, stretto d’assedio dalla sabbia e dall’oblio. E allora potendo contare su migliaia di fotografie realizzate nelle sue moltissime missioni in Libia, da Est a Ovest, da Nord a Sud, si è chiesto: “Perché non dare vita alle fotografie, farle “parlare” e raccontare una storia antica quella dei Berberi Imazighen e di quello che hanno lasciato in Libia di tangibile, come le sublimi architetture?”. Nasce così l’ultima produzione di Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, un film di 30 minuti, rigorosamente in bianco e nero, senza riprese ma montato con le fotografie da lui realizzate in Libia nel corso degli anni. “Ultima nell’aprile 2013… poi il buio per questo splendido Paese”, ricorda amaro lasciandosi andare a un’ennesima dichiarazione d’amore e di speranza: “Ma verrà la luce e ritornerò da te, cara Libia”. Era infatti il 23 aprile 2013 quando il regista veneziano era a Tripoli al ministero del Turismo e cultura per firmare il contratto di un film su Ghadames, la grande oasi ai margini occidentali del Sahara libico nel punto dove si incontrato i confini di Libia, Algeria e Tunisia. “Ma un attentato all’ambasciata francese ha bloccato Tripoli… fuggi fuggi… imbarco sul primo aereo per riornare in Patria, e film con la sceneggiatura e storyboard approvati, è finito nel cassetto. In attesa… Ad oggi è ancora lì, ricoperto dalla polvere del tempo… ma ancora vivo nelle mie intenzioni e speranza… ma verrà il giorno…”, la voce rotta dalla commozione.

Gli Imazighen sono gli antichi berberi di Libia con la bandiera tricolore (foto Lucio Rosa)

Con il film “Il “ragazzo” con la Nikon”, le antiche architetture berbere, gli antichi villaggi, le antiche dimore, gli antichi magazzini fortezza sembrano tornare a nuova vita, esaltate dal bianco e nero delle riprese, mentre la colonna sonora, solenne e dal ritmo lento come il passa di un viaggiatore, rende la gravità del momento ben descritto dal testo dello stesso Lucio Rosa, speakerato da Mimmo Strati, che descrive i luoghi, i monumenti e ne ricostruisce la storia con il susseguirsi dei popoli che li hanno frequentati. Unica nota di colore è rappresentata bandiera tricolore degli Imazighen, dove il blu evoca il mare, il verde la terra coltivata, il giallo la sabbia del deserto. Al centro la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, l’antica lingua dei berberi, simbolo della resistenza e della vita.

Un suggestivo scorcio delle architetture di Ghadames (foto Lucio Rosa)

L’occhio del “giovane” Rosa scivola sulle pareti candide delle architetture, entra nelle antiche dimore, ne incontra gli abitanti, si inerpica sulle torri, sempre con delicatezza e rispetto: ogni scatto sembra più un’amorevole carezza. Ecco Ghadames, la romana Cydamus, crocevia del commercio sahariano, luogo privilegiato d’incontri di culture diverse che seppe mescolare senza timori, partorendo quella civiltà berbero-araba di cui ancora oggi se ne assapora lo spirito. Le prime notizie storiche della città risalgono all’epoca romana, al Regno di Augusto. Era l’anno 19 a.C. quando Ghadames fu occupata dalle legioni di Lucio Cornelio Balbo e divenne uno stabile avamposto fortificato contro i nomadi Getuli e i Garamanti, rappresentando l’estremo punto meridionale dell’impero romano. Nel VI secolo i bizantini sconfissero i vandali e si estesero nel Nord Africa. Anche Ghadames si sottomise alla dominazione bizantina convertendosi al cristianesimo. Era imperatore d’oriente Giustiniano I. Per quasi due secoli, cioè sino all’arrivo degli arabi, i bizantini esercitarono il loro dominio. E Ghadames stessa divenne anche sede di un vescovado. Nel VII secolo, con la disgregazione degli ultimi presidi libici di Giustiniano, anche Ghadames, dopo strenua resistenza, fu presa dagli arabi.

Antiche architetture dell’oasi di Ghadames (foto Lucio Rosa)

“L’oasi di Ghadames”, racconta Rosa, “è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia, mantenuta viva dall’amore della sua gente e dalla saggezza dei suoi vecchi. Qui è stato conservato l’intricato labirinto di vicoli coperti che offrono intatta l’antica atmosfera di una città berbera, disordinata ma armonica al tempo stesso, plasmata col fango e dalla luce donata da una sapiente architettura. Si cammina al buio, quasi in mistica penombra, in quello che pare un gigantesco termitaio; si prova quasi imbarazzo a profanare questo luogo che invita a rimanere in silenzio e a camminare in punta dei piedi”. L’oasi di Ghadames era divisa in sette quartieri racchiusi dalle antiche mura. Ognuno autonomo con propri pozzi, piazze, mercati, moschee e madrasse. Il tutto raccordato dal quel labirinto caotico delle stradine che è la caratteristica di Ghadames. Le abitazioni sono generalmente a tre piani, ognuno con funzioni diverse. Il piano terreno è destinato a magazzino, a deposito degli attrezzi. “Il primo piano – continua il regista – è dedicato alla vita familiare, una ampia stanza soggiorno colma di nicchie e armadi a muro… un alternarsi confuso di ingannevoli finestre che non si aprono al sole ma nascondono mensole e ripostigli. È la sala soggiorno, tamanhat, il fulcro della casa, dove si consumano i pasti, si riunisce la famiglia e si accolgono gli ospiti. Vetri colorati, oggetti in ottone, specchi disposti sulle pareti avevano la funzione di moltiplicare la debole luce che veniva fornita dalle lampade a olio. Sulle pareti, bianche di calce, sono tracciati disegni geometrici. Immagini stilizzate cariche di antichi simbolismi. Segni e decorazioni di lontane superstizioni, simboli esoterici, disegni caratteristici dell’arte berbera del nord Africa. Una scala conduce ai piani superiori: il secondo è destinato alla vita intima della padrona di casa. Sotto la volta del cielo, le terrazze, il regno delle donne”.

La città di Fursta, abbandonata da tempo, è ormai un ammasso di rovine (foto Lucio Rosa)

Il viaggio continua. Il villaggio di Fursta, è ignorato, dai percorsi “turistici”, e solo qualche viaggiatore desideroso non solo di vedere ma spronato dal voler scoprire, conoscere, approfondire, dove, cosa, chi, arriva fin quassù. Si sale lungo stretti viottoli da cui si accedeva alle abitazioni. Ora sono solo case diroccate, ormai abbandonate da decenni. Le porte sono spalancate. Non c’è più nulla da conservare e da proteggere. Ma pure nella desolazione si conserva ancora qualche traccia del modello di vita degli Imazighen che qui abitavano. Tra le macerie, un frantoio, quasi un sussulto di vita, ma non è che una illusione, a Fursta tutto è morto. “Bianca, candida, isolata, la moschea di Fursta si stacca dal brullo Jabel Nafusah. Una architettura semplice, sobria, in perfetta armonia con l’austerità e lo spirito ascetico, caratteristiche dell’Islàm sahariano delle origini. All’interno, un susseguirsi armonioso di colonne sostengono la volta dell’oratorio. L’ambiente tutto, immerso in una luce soffusa, raccoglieva il dialogo tra i fedeli e il dio clemente e misericordioso”.

L’impressionante Gsar al-Haj non è una fortezza ma un centro di stoccaggio (foto Lucio Rosa)

Del villaggio Imazighen di Gsar al-Haj sono rimaste poche testimonianze di quelle che furono, un tempo, le loro abitazioni. Colpisce, invece, una costruzione che probabilmente è la più sorprendente di tutta l’antica architettura berbera in Libia. È nota come “castello berbero”. Fu eretta nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla, ma non è una fortezza, come si potrebbe pensare guardando il complesso dall’esterno, ma una struttura di stoccaggio creata per proteggere il raccolto della popolazione che viveva nel villaggio adiacente. “Si presenta come un anello circolare, un piccolo Colosseo”, descrive Rosa. “Nelle alte mura che circondano il cortile sono ricavate 114 cellette con funzione di magazzino, simili a grotte e disposte su più livelli. Le cavità dei livelli superiori, che si potevano raggiungere a mezzo di scale e passaggi aerei, servivano principalmente per conservare e proteggere i prodotti della terra. Il livello più basso, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare il bene più prezioso, l’olio, che era anche una importante moneta di scambio”.

L’oasi di Derdj gestiva il traffico delle merci tra Africa nera e Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

Anche dell’antico villaggio, della bella e ricca vecchia oasi berbera di Derdj, non rimangono che poche rovine. Mura crollate, passaggi ostruiti dalle macerie e la sabbia che si riprende la città, lentamente ma inesorabilmente. Silenziosa, dimenticata, Derdj ha vissuto, come altre oasi del Jabel Nafusha, l’esodo dei suoi abitanti. Un labirinto di viottoli si insinua tra case diroccate, ma pure nella distruzione quasi totale qualche cosa emerge dalle rovine. Si possono scorgere le tracce di quelle che furono sontuose dimore, veri palazzi, un segno di prosperità e di ricchezza che antichi mercanti donarono a questa città oasiana. Una imponente fortezza, arroccata sul bordo della falesia, sovrasta il vecchio villaggio. Posta a guardia della frontiera sia meridionale che occidentale, testimonia l’importanza di questo insediamento che permetteva la vigilanza sul territorio e la gestione del traffico delle merci tra l’Africa nera e le coste del Mediterraneo.

Lo stupefacente granaio di Nalut (foto Lucio Rosa)

Il Gsar Nalut, posto a 600 metri d’altezza nel Jebel Nafusah, è forse il più interessante tra gli insediamenti berberi della Libia. In epoca romana si chiamava Taburmati ed era sede di un presidio a difesa del Limes tripolitanis. Abbarbicato sulla scarpata, l’antico villaggio berbero, ormai in rovina, appare come una fortezza. “Ancora ben conservato è, invece, lo stupefacente granaio, dove gli abitanti di Nalut depositavano i propri raccolti, gli approvvigionamenti di ogni famiglia mettendoli al sicuro. Il formidabile granaio è come “un palazzo” che gli Imazighen fortificarono negli anni più duri della repressione turca, di quattro secoli fa. Gli abitanti di Nalut vi conservavano ogni cosa, ma soprattutto le granaglie e l’olio, che rappresentavano tutta la ricchezza in natura della famiglia berbera”.

L’interno di un’abitazione di Gsar Gharyan (foto Lucio Rosa)

Il viaggio di Lucio Rosa termina a Gsar Gharyan “il castello delle grotte” nella lingua dei berberi, a 600 metri di quota, che rispecchia uno degli usi più comuni delle tribù berbere che abitavano nell’altopiano di Nafusah. “Sappiamo che erano una popolazione troglodita che abitava in case scavate interamente nel terreno alla profondità dagli 8 ai 10 metri”, spiega Rosa. “All’interno delle case sotterranee si beneficia di una temperatura confortevole durante tutto l’anno, protetti dal caldo feroce dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. L’abitazione vera e propria si presenta con una serie di stanze idonee per vivere una vita confortevole. Naturalmente, pure nella semplicità delle case, non mancavano locali adibiti a magazzini”. Queste abitazioni oggi non vengono più usate per viverci, ma volentieri vi si accolgono gli amici e si aprono a qualche viaggiatore curioso di conoscere e desideroso di cogliere, con animo affascinato, nuove esperienze, nuove amicizie. “Questo mondo sta lentamente dissolvendosi nel nulla, stretto d’assedio dalla sabbia ed dall’oblio. Rimane la speranza, un desiderio, forse inconscio, che tutto ciò possa un giorno risvegliarsi, la sabbia svanire, l’uomo ritornare”. Rimane l’attesa di un ospite, un “viaggiatore” giunto da terre lontane richiamato dal misterioso fascino di queste antiche vestigia, create, un tempo, dagli Imazighen, “uomini liberi”. Queste terre berbere attendono il ritorno del “Ragazzo con la Nikon”.

“Teodora. La figlia del circo”: a Mestre la presentazione nazionale del primo romanzo storico di Mariangela Galatea Vaglio dedicato alla sposa di Giustiniano, imperatore d’Oriente, che apre la trilogia dedicata alla saga di Bisanzio

L’imperatrice Teodora, dettaglio di un mosaico della chiesa bizantina di San Vitale a Ravenna

La fattucchiera sembra impietrita. Immobile, il suo dito adunco sfiora la pelle della piccola Teodora. Il braccio è teso, gli occhi vuoti e spalancati, la bocca si muove come se tentasse di far uscire suoni strappandoli all’anima. «Comitò, presto, aiutami!» ordina Eutichia. «Il Circo… il re dei demoni… il sangue…» Comitò è spaventatissima, non riesce a muoversi. Eutichia, china su Rodope, cerca di soccorrerla come può, tenendole la testa ferma mentre dei potenti brividi scuotono il corpo dell’indovina. Teodora invece, che la madre ha appoggiato per terra nel trambusto, resta ferma, senza piangere e senza proferire suono. Poi d’un tratto si avvicina gattonando a Rodope, e con la manina le tocca il volto rugoso, per farle una carezza. Gli occhi vuoti della fattucchiera si rianimano, guizza in loro di nuovo la scintilla della consapevolezza. La vecchia fissa la piccola con un’espressione atterrita, poi si volta verso Eutichia, le afferra il polso e lo stringe, ansimando: «La bambina… la bambina… Il re dei demoni la prenderà in sposa!».

La copertina del libro “Teodora. La figlia del circo” (Sonzogno) di Mariangela Galatea Vaglio

Comincia con la profezia della strega, “Teodora. La figlia del circo” (Sonzogno, 2018), il primo romanzo storico di Mariangela Galatea Vaglio, dedicata alla futura moglie di Giustiniano I, imperatore romano d’Oriente. Veneziana, insegnante e scrittrice di saggi e racconti storici, tra cui “Didone, per esempio” (edizioni Ultra, 2014), “Socrate, per esempio” (edizioni Ultra, 2015), oltre a una guida divulgativa della lingua italiana, “L’italiano è bello” (Sonzogno, 2017), Galatea presenta in anteprima nazionale “Teodora. La figlia del circo” giovedì 28 giugno 2018 alle 18.30 alla libreria Ubik di via Poerio a Mestre (Venezia).

Ricostruzione del complesso del palazzo imperiale di Costantinopoli

“Teodora”, nei progetti di Mariangela Galatea Vaglio dovrebbe essere il primo romanzo di una trilogia dedicata alla saga di Bisanzio. Ed è infatti nella Costantinopoli del VI secolo d.C., sfavillante capitale dell’Impero romano d’Oriente, travagliata dagli scontri religiosi e dalla corruzione, che i giovani Giustiniano e Teodora sembrano destinati a un’esistenza oscura. Lei è la bellissima figlia di un guardiano del Circo, e di mestiere fa l’attrice, barcamenandosi fra teatri e amanti ricchi e maneschi. Lui è il nipote del generale Giustino, un rozzo militare analfabeta che non riesce ad avere peso a corte. Ma il destino ha altri piani per loro. Giustiniano, implicato in una serie di rivolte per rovesciare l’imperatore Anastasio, da consumato politico riesce a far salire al trono lo zio Giustino, diventando il più potente ministro dell’Impero. Teodora, invece, sfuggita alla vendetta di un governatore suo ex amante, diventa confidente del patriarca eretico di Alessandria e viene inviata come spia e mediatrice a Costantinopoli, proprio per contattare Giustiniano, alle prese con una complicata e pericolosa trattativa con il Papa. Così nella capitale di un impero che si estende dalla Persia al Mediterraneo, solo e unico erede di Roma, fra complotti, violenze, intrighi e tradimenti, ha inizio una travolgente storia d’amore e di potere sullo sfondo di una delle epoche più complesse e misteriose della storia.