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Roma. Dopo quasi duemila anni, è tornata a scorrere l’acqua nella Fontana delle Pelte, nel cortile inferiore della Domus Augustana, sul Palatino, nel rispetto del monumento antico e dell’impegno green del PArCo. Quattro statue aniconiche in metallo ricordano le copie anticamente presenti dell’Amazzone ferita di Fidia. Ai loro piedi ora si sprigionano nuvole profumate con fragranze

L’acqua è tornata a scorrere nella Fontana delle Pelte della Domus Augustana sul Palatino (foto PACo)

Dopo quasi duemila anni, da mercoledì 8 settembre 2021  l’acqua è tornata scorrere nella Fontana delle Pelte ubicata nel cortile inferiore della Domus Augustana, il settore privato dell’immenso palazzo imperiale voluto dall’imperatore Domiziano sul Palatino. Il progetto “Instar aquae tempus – Il tempo scorre incessantemente come l’acqua”, nel segno dell’impegno green del parco archeologico del Colosseo, curato dall’architetto paesaggista Gabriella Strano e attuato nel pieno rispetto del valore e dell’importanza dell’acqua e della necessità di operare strategie di adattamento alle nuove realtà climatiche, è stato presentato dal cortile inferiore della Domus Augustana con il direttore del PArCo Alfonsina Russo e il geologo e divulgatore Mario Tozzi. Il cortile del palazzo, un tempo porticato, viene nuovamente arricchito del rumore e dello scorrere dell’acqua all’interno della monumentale fontana decorata dal motivo delle quattro pelte contrapposte (scudi ellittici troncati in alto), il cui nome richiama la forma degli scudi indossati dalle Amazzoni. Per l’occasione sono stati rivisti tutti gli elementi architettonici del complesso: “Qui si deve immaginare”, spiega Alfonsina Russo, “un grande peristilio a due piani, quindi la maestosità di questi ambienti, e dietro ci sono delle sale ottagone che riprendono quelle geometrie dei Flavi,  nella Domus Aurea la reggia di Nerone”.

Frammenti di colonna ricordano la presenza in antico del peristilio attorno alla Fontana delle Pelte nella Domus Augustana sul Palatino (foto PArCo)
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La grande Fontana delle Pelte nella Domus Augustana sul Palatino rifunzionalizzata con un progetto green (foto PArCo)

Dopo anni di chiusura, il cortile del palazzo, un tempo porticato, viene dunque nuovamente arricchito del rumore e dello scorrere dell’acqua all’interno della monumentale Fontana decorata dal motivo delle quattro pelte contrapposte, il cui nome richiama la forma degli scudi indossati dalle Amazzoni. L’intervento, che si configura come una vera installazione cui è stato associato il motto latino “Instar aquae tempus – Il tempo scorre incessantemente come l’acqua”, è stato curato dall’arch. paesaggista Gabriella Strano (“Il progetto – conferma – nasce proprio dalla necessità di far risentire proprio il rumore dell’acqua là dove l’acqua c’è sempre stata e creava non solo suggestione ma anche refrigerio) ed è stato attuato nel pieno rispetto del valore e dell’importanza dell’acqua e della necessità di operare strategie di adattamento alle nuove realtà climatiche.

La vasca in acciaio della Fontana delle Pelte con, in primo piano, l’elemento aniconico in metallo (foto PArCo)

Proseguendo nel progetto di rifunzionalizzazione di tutte le fontane antiche e moderne del Parco archeologico del Colosseo, avviato nel giugno del 2019 con il ripristino del Ninfeo degli Specchi e della Fontana dei papiri all’interno degli Horti Farnesiani, ora è toccato alla Fontana che in età romana allietava le passeggiate della corte imperiale tra lo Stadio Palatino e le stanze private affacciate sull’immensa valle del Circo Massimo. “L’impianto che abbiamo realizzato – spiega Strano – per rifunzionalizzare la fontana rispetta totalmente il manufatto antico, senza operare alcun tipo di alterazione nella struttura del monumento. La vasca in acciaio, totalmente removibile, è adagiata su tessuto non tessuto e malta magra di sacrificio, ed è stata brunita con acqua acida come quella piovana”. A seguito di un antico crollo di dissesto nella struttura centrale è stata riscontrata un’apertura che ha messo in luce un canale ipogeo (“dove si può cogliere la grande capacità idraulica dei romani nel creare l’impianto idraulico che permetteva il funzionamento della fontana), accanto al quale è stato possibile alloggiare tutto l’impianto idraulico per il funzionamento della nuova fontana, completamente a ricircolo dell’acqua.

Studio per l’elemento aniconico della Fontana delle Pelte del Palatino ispirato alla copia della Amazzone ferita di Fidia conservata ai Musei Capitolini di Roma (foto PArCo)

“Gli elementi che ora si vedono”, continua Strano, “rappresentano solo la parte di superficie di questo progetto, suggeriti proprio dagli elementi antichi presenti, come le quattro state aniconiche agli angoli della fontana, che abbiamo proposto come elemento che quindi suggerisce la presenza archeologica antica”. Le statue aniconiche, in metallo, situate ai quattro angoli della fontana, si ispirano alla copia romana dell’originale statua in bronzo dell’Amazzone ferita realizzata in occasione di una gara indetta dal Santuario di Artemide di Efeso, intorno al 435 a.C. con la competizione, tra gli altri, di Policleto e Fidia e raffigurata proprio con la pelta (ovvero l’antico scudo) ai piedi. Da qui si sprigionano nuvole profumate con fragranze che si alterneranno secondo ritmi stagionali o legate ad arcaiche festività: in questo momento di rose. Ma avrà nel tempo, a seconda delle stagioni, profumi diversi: melograno, gelsomino, cannella, anticamente impiegate per usi religiosi o cosmetici.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel quinto appuntamento, il viaggio parte ancora una volta dal Palatino per arrivare a piazza Navona alla scoperta degli stadi dell’imperatore Domiziano: da quello accanto alla Domus Flavia a quello in Campo Marzio, oggi sotto la famosa piazza di Roma

Il cosiddetto stadio Palatino annesso alla Domus Flavia sul Palatino (foto PArCo)

Quinto appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora dal Palatino, precisamente sul lato orientale della Domus Flavia dal cosiddetto stadio Palatino, per giungere, dopo una passeggiata di tre chilometri in piazza Navona nei cui sotterranei si scoprono i resti dello stadio di Domiziano.

Il lato orientale dello Stadio Palatino. Verso destra è ben visibile l’emiciclo, tradizionalmente noto come tribuna imperiale, ma forse utilizzato come ninfeo. Sulla sinistra, in corrispondenza dei pini, si trova il piano di calpestio corrispondente al piano superiore della Domus Flavia-Augustana e dell’attuale percorso di visita: oggi come un tempo i livelli della residenza imperiale sono sfalsati ed è possibile ammirare lo Stadio dall’alto con tutta la sua grandiosità (foto PArCo)

Sul lato orientale della Domus Flavia, la residenza imperiale per eccellenza, costruita dall’ultimo imperatore della dinastia Flavia, Domiziano, ma posto ad un livello inferiore, si trova il cosiddetto Stadio Palatino. “Si tratta di una imponente costruzione”, spiegano gli archeologi del PArCo, “lunga ben 161 metri e larga 48, che ancora oggi conserva la pianta rettangolare allungata tipica degli stadi. Su uno dei lati lunghi si può ancora ammirare la struttura di una grande esedra, probabilmente un ninfeo o triclinio; solo le basi dei pilastri restano, invece, del sontuoso portico che doveva circondarlo almeno su tre lati, e che doveva essere arricchito, come tutto l’edificio, da numerose statue e gruppi scultorei, la maggior parte dei quali sono oggi esposti nel museo Palatino (vedi https://parcocolosseo.it/area/musei/museo-palatino/)”.

Veduta verso Sud dello stadio Palatino. La pianta dello Stadio è molto simile a quella del Circo di Caligola che si trovava nella villa di Agrippina in Vaticano (foto PArCo)

“Nonostante la struttura architettonica e la presenza di un lato curvo, tipica degli stadi”, continuano gli esperti del PArCo, “l’utilizzo del termine ‘stadio’ non è forse del tutto corretto nel caso del Palatino; non sappiamo infatti con certezza quale fosse l’uso di questo splendido edificio: è probabile che si trattasse in realtà di un sontuoso giardino annesso al palazzo, utilizzato come luogo di svago dalla famiglia e dalla corte imperiale, e probabilmente anche come maneggio. L’ipotesi sembra essere confermata da Plinio il Giovane secondo il quale alcune ricche residenze erano dotate di ippodromi privati, ossia di giardini a forma di circo”.

Stadio Palatino, zona meridionale. I pochi resti visibili somiglianti ad un recinto ovale risalgono probabilmente all’epoca di Teodorico (foto PArCo)

È comunque possibile – secondo gli archeologi – che questo “stadio” venisse utilizzato anche come una sorta di palestra per lo svolgimento di esercizi ginnico-atletici. Lo stadio era il luogo d’eccellenza dove praticare gli sport della tradizione atletica greca, che Domiziano amava particolarmente, e che voleva diffondere tra i romani in contrapposizione agli sport più violenti.

Piazza Navona occupa l’area centrale dell’antico Stadio di Domiziano e conserva perfettamente la forma rettangolare allungata. Gli edifici circostanti si poggiano sulle gradinate dello Stadio stesso, che utilizzano come fondazione (foto PArCo)

“Forse per questo l’imperatore, oltre allo Stadio Palatino, riservato solo alla corte imperiale”, suggeriscono gli archeologi del PArCo, “costruì anche un grande stadio pubblico nel Campo Marzio, nel luogo ora occupato da una della più belle piazze di Roma: piazza Navona. Già nel nome della piazza (forse da “Campus in Agoni”, poi “in Agona”) troviamo un riferimento all’uso cui era adibita l’area in antico: gli agoni infatti erano gare di atletica e lotta che si tenevano all’interno degli stadi. Giochi popolari in Grecia, a Roma non riscuotevano altrettanto successo”.

Piazza Navona. Stadio di Domiziano, scalinata dell’ambulacro esterno di accesso al corridoio intermedio del piano superiore (foto PArCo)

Fu solo dopo l’incendio nel Campo Marzio dell’anno 80 d.C. che Domiziano poté edificare il primo stadio in muratura della città. La pianta dell’edificio (265×106 metri), con i lati lunghi paralleli e i lati corti uno curvo e l’altro obliquo, era simile a quella dei circhi, ma la diversa natura dei giochi che vi si svolgevano richiedeva dimensioni più ridotte e l’assenza della spina centrale.

Piazza Navona. Ben visibili sui muri in laterizio i fori che testimoniano l’installazione di scale per accedere ai vari ordini dello Stadio. È facile distinguere anche i diversi materiali utilizzati: la parte esterna in travertino che costituiva la facciata, ed il laterizio per gli ambienti più interni e/o di servizio (foto PArCo)

“La facciata esterna era costituita da una doppia serie di arcate su pilastri (l’inferiore d’ordine ionico, il superiore corinzio)”, spiegano ancora gli archeologi del PArCo, “mentre numerosi gruppi marmorei e statue singole dovevano popolare i fornici superiori e le nicchie delle aule del piano terreno. Nel Medioevo ininterrotta fu la continuità d’uso dell’area: le strutture dello stadio vennero occupate da abitazioni, mentre lo spazio dell’arena ospitò il Carnevale Romano e fu poi luogo di mercato. Nel Seicento, infine, con la chiesa barocca di Sant’Agnese in Agone e le tre fontane dei Fiumi, del Nettuno e del Moro, la piazza acquisirà la configurazione attuale”. Per informazioni sulle modalità di visita all’area archeologica dello Stadio di Domiziano inviare un’email a info@stadiodomiziano.com.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Quinta puntata: la Domus Flavia, il palazzo per eccellenza

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa quinta puntata si parla della Domus Flavia, il palazzo per eccellenza.

Domus Flavia: veduta generale con al centro la grande fontana ottagonale del peristilio, l’Aula Regia sullo sfondo e alla sua sinistra la Basilica. Gli spazi chiusi avevano porte di accesso che comunicavano direttamente con l’esterno del palazzo (foto PArCo)

Con l’evolversi della figura del princeps e con il ruolo politico che andava man mano assumendo cambia anche la configurazione funzionale del palazzo dell’imperatore. Il processo inizia con l’introduzione del nuovo sistema politico proposto da Augusto che prevedeva la gestione di nuovi servizi dello Stato da parte del princeps. Questo comportò man mano l’espansione del palazzo imperiale che richiedeva più spazio per uffici e archivi ma anche ambienti per svolgere le cerimonie della salutatio e del convivium, le due funzioni pubbliche per eccellenza. Con Domiziano, l’ultimo dei Flavi, si arriva alla costruzione di un palazzo imperiale che occupa l’intero colle e che doveva, fisicamente e materialmente, sovrastare i comuni mortali, quasi una dimora celeste. Nasce così una nuova tipologia architettonica: il palazzo dinastico.

Pianta del Palazzo imperiale. Evidenziati i diversi settori del Palazzo: Domus Flavia e Domus Augustana (foto PArCo da F. Coarelli, Roma. Guide archeologiche Mondadori)

Il complesso residenziale si articola principalmente in due settori: uno pubblico, la Domus Flavia, ed uno privato, la Domus Augustana, costruiti e progettati, secondo le fonti, da Rabirio, uno dei pochi architetti romani di cui conosciamo il nome. La denominazione di Domus Augustana, utilizzata oggi per indicare solo il settore privato della residenza, doveva in realtà indicare tutto il complesso, che occupava la zona meridionale del colle, per distinguerlo dal settore a Nord conosciuto come Domus Tiberiana.

Domus Augustana: piano inferiore, cortile con fontana monumentale con motivo di quattro pelte contrapposte (scudi di Amazzoni) (foto PArCo)

Non tradendo la funzione abitativa del colle, la residenza degli imperatori andò a sovrapporsi, e ovviamente obliterò, il quartiere abitativo tardo-repubblicano e parte delle residenze neroniane. Osservando oggi l’imponenza dei resti in laterizio, possiamo solo immaginare come si presentasse l’antica e ricca residenza un tempo rivestita di marmi policromi, con ampi cortili colonnati e numerose stanze affrescate: tutti questi elementi giocheranno un ruolo fondamentale nella formazione di un nuovo linguaggio architettonico. Questo grande intervento delineò una nuova fisionomia del colle: per la sua costruzione furono innalzati cumuli di terra e realizzati terrazzamenti che modificarono l’assetto originario del terreno, creando così “una dimora alta come il cielo”, come ci racconta Marziale (Epigr. VIII, 26. 12).

Peristilio della Domus Flavia con fontana-labirinto ottagonale un tempo circondata da un portico di colonne di marmo numidico. Oggi, quest’ultimo, possiamo solo immaginarlo grazie a basi e frammenti di fusti e capitelli visibili in primo piano e a destra. In secondo piano, a sinistra, il Museo Palatino e, a destra, la Casina Farnese (foto PArCo)

Le strutture della Domus Flavia, ai nostri occhi così imponenti e maestose, non dovevano comunque essere “abbastanza” come residenza privata dell’imperatore. Grazie a quanto riportato da Svetonio, capiamo infatti che gli imperatori, a partire dal primo della dinastia Flavia, non risiedevano in modo stabile sul Palatino, ma commissionavano anche costruzioni di residenze lussuose fuori dall’Urbs dove soggiornavano per lunghi periodi.

Domus Flavia: sul lato meridionale del peristilio la cd. Cenatio Iovis, sala dei banchetti, si contrappone all’Aula Regia sul lato settentrionale e si apriva su aree scoperte con giochi d’acqua. In primo piano il pavimento in opus sectile restaurato da Giacomo Boni (foto PArCo)

Così il fulcro della Domus Flavia era costituito di fatto dagli spazi destinati ai momenti pubblici. Su un maestoso peristilio, con al centro una grande fontana ottagonale, si affacciavano vari ambienti: a settentrione l’Aula Regia dove dovevano tenersi le udienze e gli incontri ufficiali della corte imperiale e, a Ovest dell’Aula Regia, la Basilica; sul lato meridionale la sala da pranzo dell’imperatore: la celebre Cenatio Iovis. Qui gli invitati mangiavano sdraiati sui triclini mentre erano allietati da giochi d’acqua e, quando necessario, godevano della sala riscaldata: questo era possibile grazie a un sistema con doppio piano pavimentale (suspensurae) che permetteva la circolazione di aria calda.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Quarta puntata: la Domus Tiberiana, il primo palazzo

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa quarta puntata si parla della Domus Tiberiana, il primo palazzo.

La Domus Tiberiana sul Palatino: veduta dall’area della Regia (foto PArCo)

Tra le residenze imperiali del Palatino la Domus Tiberiana è sicuramente la meno conosciuta dal pubblico e dagli stessi archeologi. A rendere “misterioso” questo grande e complesso edificio ha contribuito anche il suo destino rinascimentale: nel XVI secolo infatti la Domus fu coperta ed in parte obliterata dal verde degli Horti Farnesiani, costruiti dal cardinale Alessandro Farnese, che ancora ricoprono il versante Nord-occidentale della collina.

La domus repubblicana rinvenuta sul versante occidentale del colle Palatino nel corso degli ultimi scavi (foto PArCo)

Gli scavi archeologici, di conseguenza, si sono limitati quasi sempre alle parti marginali dell’edificio: ricordiamo l’enorme lavoro svolto da Pietro Rosa – l’archeologo incaricato da Napoleone III, che aveva acquistato i Giardini Farnese – che a partire dal 1861 la scavò sistematicamente per circa 10 anni e ne mise in luce i versanti meridionale ed orientale, e soprattutto quello settentrionale, con le imponenti sostruzioni che raggiungono i 20 metri di altezza e che ancora oggi fungono da spettacolare quinta per il Foro Romano.

Le pitture della domus rinvenuta sul versante occidentale del Palatino (foto PArCo)
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Uno dei corridoi della Domus Tiberiana sul Palatino, il cosiddetto Criptoportico Neroniano, in una foto d’epoca Alinari

Ancora in parte da indagare e da interpretare sono gli intricati piani inferiori, dentro i quali sono inglobati resti di numerose case aristocratiche di età repubblicana. Proprio queste domus costituirono il primo nucleo della Domus Tiberiana, a partire da quella di Tiberio Claudio Nerone, padre dell’imperatore omonimo; questa casa fu forse la stessa abitata da Germanico, da Claudio, prima di diventare imperatore, e da Caligola, che secondo le fonti ingrandì la Domus Tiberiana ampliandola “fino al Foro”. Quello di Caligola, che, per uno strano scherzo del destino, proprio in un criptoportico della sua Domus fu ucciso nel 41 d.C., fu il primo grande impulso costruttivo della Domus Tiberiana, che non fu mai, per architettura e cronologia, un edificio unitario, ma che si formò progressivamente grazie a una serie di ampliamenti successivi, assumendo un aspetto monumentale solo a partire dall’imperatore Claudio e poi con Nerone.

La vasca scoperta a partire dal 2005 nell’area degli Horti Farnesiani sul Palatino (foto PArCo)

In quest’epoca le antiche domus furono infatti inglobate in un grande basamento (di metri 50 x 45 circa) circondato da un quadriportico, che fu collegato all’area del Foro da una scalinata monumentale. Ad epoca claudia si datano anche la grande vasca circondata da giardini, scavata a partire dal 2005, sulla terrazza degli Horti Farnesiani ed il criptoportico messo in luce nella stessa area: esso ha infatti restituito una conduttura di piombo con inciso il nome dell’imperatore.

Particolare del mosaico parietale che decorava una delle abitazioni più antiche inglobate nella Domus Tiberiana sul Palatino (foto PArCo)

Con la costruzione del Palazzo Flavio la Domus Tiberiana perse la sua centralità e assunse un ruolo maggiormente funzionale; Domiziano, e poi Traiano ed Adriano continuarono però a curarla, ampliandola, tra l’altro, sul versante Nord con le poderose sostruzioni; vi abitarono anche gli Antonini, e Commodo la ristrutturò dopo un incendio. La vicinanza con il Foro e con la parte ancora abitata della città la fecero preferire alle altre residenze palatine nel corso del Medioevo se, ancora nell’VIII secolo d.C., vi abitò anche Papa Giovanni VII, figlio di Platone, curator dei Palazzi Imperiali.

Roma. Nella quarta puntata di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”, la band romana dei Måneskin protagonista in una passeggiata a ritmo di musica tra i palazzi imperiali del Palatino

I Måneskin protagonisti della quarta puntata di Star Walks . Quando il PArCo incontra la musica (foto PArCo)

Di gioventù, potere, Vent’anni, Palatino e Måneskin. La band romana invade i palazzi un tempo abitati dagli imperatori. Ad accompagnarli ci sono lo speaker di Rai Radio2 Massimo Cervelli e l’archeologo del PArCo Andrea Schiappelli, in una passeggiata a ritmo di musica tra i palazzi imperiali del Palatino, riflettendo sul rapporto tra giovinezza, potere e successo. Il peristilio della Domus Flavia, sede dell’imperatore Domiziano, accoglie il set della loro esibizione live. Dopo The Zen Circus, Clavdio e Silvestri, sono stati i Måneskin i protagonisti della quarta puntata della web-serie “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”, sempre assieme all’importante media partnership di RAI Radio2, che si conferma il format della passeggiata a ritmo di musica insieme a un talent di Rai Radio2 lungo percorsi inediti, in un gioco di specchi, emozioni e rimandi di volta in volta diversi. La puntata registrata nel rispetto delle norme di sicurezza anti Covid-19. “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica” è un progetto del Servizio Comunicazione del PArCo (responsabile Federica Rinaldi), ideato e curato da Andrea Schiappelli (PArCo), con Elisa Cella (PArCo), Andrea Lai e Roberto Testarmata; produzione audio e video: Popup Live Sessions; Media-Partner: Rai Radio2; social-media manager: Astrid D’Eredità con Francesca Quaratino (PArCo),  Annalisa Vacca (Rai Radio2).

“Grazie a tutti i fan del gruppo per aver accolto questa puntata di Star Walks con grande entusiasmo!”, commentano al Parco archeologico del Colosseo. “E se vi è venuta un po’ voglia di vedere dal vivo i palazzi imperiali del Palatino protagonisti dell’episodio insieme ai Måneskin, abbiamo una notizia speciale, che purtroppo sarà valida solo quando sarà riaperto il parco dopo l’emergenza Covid: sotto i 18 anni l’ingresso è gratuito, mentre per i visitatori tra i 18 e i 25 anni il biglietto d’ingresso costa 2 euro, al PArCo come negli altri musei italiani e luoghi della cultura Mibact”.

Archeologia sperimentale a Roma. Ricostruito per un film un “montabelve” del Colosseo, uguale ai 28 montacarichi originali che portavano le bestie feroci nell’arena. Sarà la nuova attrazione dell’anfiteatro flavio, e valorizzerà l’arena coperta

L'imponente montacarichi per le belve realizzato come l'originale nelle viscere del Colosseo

L’imponente montacarichi per le belve realizzato come l’originale nelle viscere del Colosseo

Per l'inaugurazione del Colosseo l'imperatore Tito diede cento giorni di giochi

Per l’inaugurazione del Colosseo l’imperatore Tito diede cento giorni di giochi

Le belve, per fortuna, non ci sono più. Ma il montacarichi è proprio uguale a quello che quasi duemila anni fa, da Domiziano in poi, dai sotterranei del Colosseo portava le bestie feroci nell’arena per gli spettacoli di caccia (le venationes). Una grande gabbia di 1 metro e 80 per 1.40, alta un metro, che un sofisticato meccanismo di carrucole e tornio, azionato dalla forza di 8 uomini, riesce a far salire per 7 metri, dai bui sotterranei alla luce abbacinante dell’arena. Ricostruito con esattezza filologica dagli ingegneri Umberto Baruffaldi e Heinz Beste, che hanno lavorato al prototipo per 15 mesi con la supervisione della soprintendenza, torna a vivere nel Colosseo uno dei 28 montacarichi, di fatto stupefacenti macchine sceniche, che dall’epoca dell’imperatore Domiziano a Macrino assicuravano il sollevamento delle belve dai sotterranei per offrire uno spettacolo unico e sorprendente come in nessun altro anfiteatro dell’impero romano, funzionando anche come una straordinaria macchina del consenso.

Mosaico romano con raffigurati i giochi gladiatori nell'anfiteatro

Mosaico romano con raffigurati i giochi gladiatori nell’anfiteatro

La "damnatio ad bestias"

La “damnatio ad bestias”

All’inizio le venationes (combattimenti tra e con animali) si tenevano al mattino, come introduzione e complemento ai giochi gladiatori, che iniziavano nel pomeriggio: all’ora di pranzo invece andavano in scena le condanne a morte, cioè l’uccisione di condannati da parte di animali feroci (damnatio ad bestias). C’erano elefanti, orsi, tori, leoni, tigri: bestie feroci catturate in tutto l’impero, trasportate a destinazione e custodite in appositi luoghi chiamati vivaria sino al giorno dello spettacolo. Il numero di animali uccisi era stupefacente: per l’inaugurazione del Colosseo, ad esempio, l’imperatore Tito diede giochi per cento giorni, durante i quali morirono circa 2mila gladiatori e 9mila animali. Nel Colosseo gli animali feroci non potevano però accedere nell’arena dalle normali entrate, pertanto venivano portati nell’anfiteatro poco prima dello spettacolo e tenuti nei locali sotterranei dentro gabbie che poi erano sollevate da argani sino ai cubicoli posti tutt’intorno al podium, corrispondenti a botole che si aprivano sul piano dell’arena. Possiamo immaginare queste decine di belve sollevate simultaneamente sull’arena, una vera macchina dello spettacolo che proiettava in scena non solo bestie feroci, ma anche lupi, struzzi, cervi e felini animando spettacoli di caccia, e utilizzando la sua struttura anche per le condanne a morte. E se le bestie si rifiutavano di entrare nell’arena, alcuni inservienti (magistri) usavano delle torce per farle uscire. In caso di attacco da parte degli animali, questi inservienti potevano ritirarsi dentro alcune gabbie poste contro il muro del podio.

Per alzare la gabbia con le belve serviva la forza coordinata di otto uomini

Per alzare la gabbia con le belve serviva la forza coordinata di otto uomini

Il ministro Dario Franceschini  al Colosseo

Il ministro Dario Franceschini al Colosseo

Ora il “montabelve” – come già qualcuno chiama questo esempio di archeologia sperimentale – torna nei sotterranei del Colosseo, ricostruzione di una delle 28 strutture utilizzate dagli imperatori dell’Antica Roma per gli spettacoli nell’arena. C’è da scommettere che la struttura, ricostruita con materiali e meccanismi uguali a quelli usati dai romani, sarà la nuova attrazione dei visitatori. Il montacarichi è stato presentato nei giorni scorsi dal ministro dei Beni Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, dalla direttrice del Colosseo, Rossella Rea, dal soprintendente speciale per il Colosseo e l’area archeologica di Roma, Francesco Prosperetti, e dal regista Gary Glassman, presente in veste di promotore della Providence Pictures che ha finanziato il progetto. “Sono molto contento di questa giornata”, afferma Franceschini. “Il Colosseo in tutta la sua grandiosità e maestosità non è solo simbolo di Roma, ma dell’Italia nel mondo. L’inaugurazione di questo bellissimo montacarichi aiuterà a capire la bellezza straordinaria di questo luogo. Oggi le nuove tecnologie consentiranno, senza interventi invasivi, di valorizzarlo fino in fondo. La positiva collaborazione tra il pubblico e il privato nella ricostruzione di uno dei più complessi apparati scenografici dell’antichità, dimostra quanto ancora si possa fare per la valorizzazione del Colosseo. La suggestione di questa macchina scenica potrà essere colta appieno quando sarà restituita l’arena all’anfiteatro Flavio, tra cinque anni” (per il progetto di copertura dell’arena, vedi il post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/19/roma-il-colosseo-avra-di-nuovo-larena-come-era-fino-allottocento-franceschini-coi-diritti-tv-degli-eventi-si-pagheranno-i-restauri-dellarea-archeologica/).

La ricostruzione dell'arena coperta con la botola da cui uscivano le bestie feroci

La ricostruzione dell’arena coperta del Colosseo con la botola da cui uscivano le bestie feroci

Una scena del film "Colosseum. Roman Death trap"

Una scena del film “Colosseum. Roman Death trap”

Circa 200mila euro, spiega il direttore del monumento Rossella Rea, il costo dell’operazione del montacarichi delle belve nata dalla collaborazione tra la soprintendenza speciale per il Colosseo, il museo nazionale Romano, e l’Area archeologica di Roma e la Providence Pictures, che nel 2013 propose la ricostruzione di un montacarichi per la realizzazione del documentario “Colosseum – Roman death trap”, del regista Gary Glassman, assumendosi i costi dell’intera operazione. La proposta venne colta dalla soprintendenza. Misurarsi con un manufatto che corrisponda ai segni sopravvissuti sulle murature del sotterraneo, avrebbe potuto contribuire a far luce su aspetti ancora non completamente indagati dagli studiosi e sconosciuti al pubblico. Rossella Rea rilanciò con due proposte, chiedendo che il dispositivo scenico doveva essere fedele all’originale, e funzionare e durare oltre la realizzazione del film a beneficio di studiosi e visitatori. “Si tratta di un intervento di archeologia sperimentale unico al mondo – afferma Rea – un manufatto posizionato con estrema precisione nella collocazione originale, senza neanche sfiorare le strutture antiche. Per il Colosseo un’ulteriore attrazione che andrà ad arricchire l’esperienza offerta ai visitatori del monumento simbolo di Roma”.

La complessa struttura lignea che sorreggeva il montacarichi

La complessa struttura lignea che sorreggeva il montacarichi

Sotto la direzione di Rea, il progetto è stato realizzato dall’ingegnere Umberto Baruffaldi con la consulenza scientifica dell’ingegnere Heinz Beste, dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, e dall’architetto Barbara Nazzaro. Il documentario “Colosseum – Roman death trap”, già divulgato in America e ora in distribuzione nel resto del mondo, segue passo dopo passo la progettazione del macchinario. “È un importante intervento di archeologia sperimentale che porta un valore aggiunto all’anfiteatro – sottolinea Prosperetti – svelandoci in concreto cosa potessero essere gli spettacoli al Colosseo. In questi anni ci stiamo sforzando di cambiare la percezione che i visitatori hanno di questo luogo. Vogliamo far parlare questo monumento, e parte della sua storia. La ricostruzione dell’intera arena, su cui stiamo lavorando, dovrà restituire in chiave contemporanea questa grandiosa macchina scenica, che dal III secolo è arrivata ad avere ben 60 ascensori, oltre 20 piani inclinati utilizzati per sollevare le scenografie”.

La gabbia sollevata dal montacarichi misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna

La gabbia sollevata dal montacarichi misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna

La gabbia misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna. L’ascensione, di circa 7 metri, è ottenuta, invece, con 15 giri di argano. Per far funzionare il montacarichi delle belve, dal peso complessivo di 3300 kg, sono necessari 8 uomini schierati nella parte inferiore del montacarichi, più tre manovratori posizionati sul piano superiore della struttura. Dopo la messa in onda del documentario di Glassman, la macchina scenica sarà resa visibile a tutti i visitatori, entrando a far parte dei percorsi didattici e delle visite guidate al Colosseo, mostrando tutti i meccanismi anche se per il momento senza “movimentazione”. “Una cosa davvero straordinaria e unica”, commenta Franceschini. Realizzato in legno (il prototipo fu mostrato anche al presidente Usa Obama, durante la sua visita all’anfiteatro Flavio) il “montabelve” poteva sollevare fino a 300 chili di carico “cervi, antilopi, cinghiali”, dice Rea, ma anche leopardi, struzzi, lupi, persino orsi, le cui ossa sono state trovate nelle fogne del Colosseo.

“Per la redenzione di Sion, anno quattro” della rivolta antiromana: scoperto in Israele, vicino Gerusalemme, un tesoretto di monete coniate dai ribelli ebrei contro Roma poco prima della distruzione del tempio da parte di Tito

Le monete emesse dalla zecca dei ribelli ebrei anti-romani e ritrovate vicino a Gerusalemme

Le monete emesse dalla zecca dei ribelli ebrei anti-romani e ritrovate vicino a Gerusalemme

I simboli sacri degli ebrei portati nel trionfo di Tito (rilievo dell'omonimo arco sul Palatino a Roma)

I simboli sacri degli ebrei portati nel trionfo di Tito (rilievo sull’omonimo arco sul Palatino a Roma)

La Palestina fu per molto tempo una spina nel fianco per i romani. Gli ebrei opposero una strenua resistenza alle legioni romane anche con atti di eroismo patriottico, come il sacrificio di Masada, col suicidio collettivo nel 73 d.C. dell’ultima comunità di zeloti che preferirono la morte alla sottomissione alle aquile di Roma, ponendo fine alla prima guerra giudaica. Basta leggere le memorabili pagine che ci ha lasciato lo storico romano di origine ebrea Flavio Giuseppe nel “De bello iudaico” (pubblicata nel 75 d.C.) per capire le problematiche affrontate dai romani in terra di Israele fino alla conquista di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte di Tito (allora generale e futuro imperatore) con la distruzione del secondo tempio, e la deportazione a Roma dei due capi della rivolta, Simone e Giovanni, insieme ad altri 700, scelti per statura e prestanza fisica, per essere trascinati in catene nel trionfo insieme ai simboli sacri degli ebrei portati dal generale vittorioso, davanti al padre – l’imperatore Vespasiano – e al fratello Domiziano, come ben descritto nei rilievi dell’arco di Tito, nel frattempo (79 d.C.) divenuto imperatore, innalzato dal Senato alla sua morte (81 d.C.) sulle pendici settentrionali del Palatino nella parte occidentale del Foro di Roma.

L'archeologo Pablo Betzer mostra una delle monete dei ribelli ebrei trovata ad Abu Ghosh vicino Gerusalemme

L’archeologo Pablo Betzer mostra una delle monete dei ribelli ebrei trovata in un tesoretto all’interno di una giara ad Abu Ghosh vicino Gerusalemme

Il piccolo villaggio ebraico di Abu Ghosh vicino Gerusalemme

Il piccolo villaggio ebraico di Abu Ghosh vicino Gerusalemme

Ma proprio alla vigilia della presa di Gerusalemme il movimento antiromano era ancora molto attivo tanto da permettersi una propria zecca per finanziare la resistenza bellica. Ne è la prova un piccolo tesoro di monete dei ribelli ebrei contro l’impero romano, coniate pochi mesi prima della caduta di Gerusalemme nel 70 d.C., scoperto durante i lavori per l’ampliamento dell’autostrada che collega Gerusalemme a Tel Aviv. Il team di archeologi della Israel Antiquities Authority, guidati da Pablo Betzer, ha esplorato i resti di un piccolo villaggio ebraico di epoca romana vicino alla moderna città di Abu Ghosh e fra le rovine ha trovato una piccola giara rotta contenente 114 monete di bronzo coperte di verderame. Le monete, scrive Israele.net, sono tutte della stessa grandezza ed età, probabilmente provenienti dalla stessa zecca. Sono tutte contrassegnate con la dicitura “Per la redenzione di Sion” e “Anno quattro”, il che indica che sono state forgiate durante il quarto anno della rivolta contro l’impero romano, ossia tra la primavera del 69 e la primavera del 70 d.C. Sono decorate con le quattro specie bibliche – palma, mirto, cedro e salice – e con un vaso che può simboleggiare i recipienti usati nel Tempio. Le monete saranno ora ripulite e studiate dagli specialisti della Israel Antiquities Authority.

Le monete dei ribelli ebrei appena riemerse dal terreno ancora coperte di verderame: ora dovranno essere restaurate

Le monete dei ribelli ebrei nel terreno ancora coperte di verderame: ora dovranno essere restaurate

L'archeologo Pablo Betzer in laboratorio con le monete ritrovate ad Abu Ghosh

L’archeologo Pablo Betzer in laboratorio con le monete ritrovate ad Abu Ghosh

È la prima volta che viene rinvenuta una collezione così grande di monete dei ribelli ebrei, spiega Betzer, sottolineando che la loro identica datazione è assai insolita. “Ci dice che la persona che teneva questo tesoro l’aveva ricevuto in un unico lotto. L’avrà ricevuto dalla dirigenza dei ribelli. Probabilmente lui stesso faceva parte della dirigenza. Forse – ipotizza l’archeologo – erano fondi destinati all’acquisto di armi e provviste per i combattenti ebrei contro le legioni romane. Si tratta di monete coniate pochi mesi prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme”. Infatti alla fine i ribelli non riuscirono a resistere e nell’estate del 70 a.C. i romani schiacciarono la ribellione distruggendo il Tempio di Gerusalemme e massacrando gli abitanti della città. Come molte città e villaggi che non si erano sottomessi all’autorità romana durante e dopo la rivolta, anche il piccolo villaggio di Hirbet Mazruk venne distrutto: il livello della distruzione è riconoscibile nel sito appena sopra quello dove sono state trovate le monete. La Israel Antiquities Authority continuerà a studiare il sito per saperne di più sui villaggi agricoli ebrei al tempo della rivolta antiromana.