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#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con la storica dell’arte Elisa Colla la visita della Giunta Albertiana e la scoperta delle preziose maioliche seicentesche

La Giunta Albertiana, parte dell’antica residenza vescovile al Castello del Buonconsiglio a Trento (foto Buonconsiglio)

Le formelle originali seicentesche in maiolica azzurra e colorate, di gusto orientalizzante, che un tempo ricoprivano il pavimento nelle stanze della Giunta Albertiana al Castello del Buonconsiglio sono al centro del nuovo appuntamento di #buonconsiglioadomicilio. La storica dell’arte Elisa Colla del museo del Buonconsiglio nel video di Alessandro Ferrini illustra i molteplici motivi mutuati dalla splendida ceramica ottomana di Iznik, innumerevoli figure di uccelli, paesaggi, architetture, che popolano queste formelle, gli stessi motivi che si ritrovano nelle dimore aristocratiche, alludendo ad un dialogo tra Occidente e Istanbul unite da un filo continuo di commerci, ambascerie, rapporti politici e diplomatici.

La Giunta Albertiana è il terzo corpo di fabbrica che va a comporre l’antica residenza vescovile. “A metà del Seicento – ricorda Elisa Colla – l’allora vescovo Francesco Alberti Poia sentì la necessità di ampliare gli spazi andando a inserire un nuovo edificio tra il Castelvecchio e il Magno Palazzo. Sentiva l’esigenza di adattarsi al clima dell’epoca. Trovare quindi un nuovo spazio per sé ma anche un luogo adatto a ricevere gli ospiti virtuosi che viaggiando sulla via del Brennero si fermavano a Trento. Nacque così la Giunta Albertiana tra il 1686 e il 1688, un piccolo edificio costituito da due piani, entrambi con due stanze ciascuno, con destinazioni d’uso però diverse. Regista di questa costruzione sarà Giuseppe Alberti, l’artista di fiducia di Francesco Alberti Poia, pittore viennese che si era formato in Veneto. Entrambi erano stati a Roma, avevano quindi respirato il Barocco nella fase berniniana che portarono così a Trento realizzando questo piccolo scrigno. Lo vediamo nel tripudio degli stucchi del soffitto dove proprio gli affreschi di Giuseppe Alberti andranno a raccontare al primo piano temi politici. Questi ambienti erano destinati ad accogliere udienze. Sul soffitto della prima stanza troviamo il Trionfo della Fede cristiana contro l’impero ottomano, una vera e propria crociata voluta da papa Innocenzo XI, mentre nella seconda stanza rimane questo tema di lotta tra il Bene e il Male con l’iconografia di Minerva che scaccia i Vizi capitali all’Inferno.

Le mattonelle in maiolica policroma alla Turchesca nella Giunta Albertiana del Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Al secondo piano della Giunta Albertiana gli ambienti avevano una destinazione d’uso molto diversa. “Lo capiamo attingendo agli inventari che venivano redatti alla morte di ogni presule per riuscire a registrare tutti i beni mobili presenti al castello del Buonconsiglio”, spiega Colla. “E così scopriamo, attingendo al testamento della morte di Francesco Alberti Poia, così come un altro inventario molto prezioso del 1776 registrato alla morte del vescovo Cristoforo Senso, che questi ambienti avevano una pavimentazione molto preziosa fatta di piccole piastrelle di maiolica con una resa coloristica molto varia in linea con il gusto del Barocco. Un materiale quello della maiolica che piacque molto nel Rinascimento tant’è che si diffuse. Questa tipologia di arredo di ispirazione ispanico-moresca o addirittura orientale venne quindi copiata da molti manifatture italiane, prima di tutte Faenza. E poi Venezia, Padova, Lodi, Savona e altre città. Nel caso della Giunta Albertiana troviamo una manifattura di Bassano del Grappa, la manifattura Manardi, che era nel pieno della sua produzione nel 1688 quando vennero posate le mattonelle presenti nella Giunta Albertiana: lo dimostra una formella che reca la data 1688 all’interno di un cartiglio giallo sopra la mitra vescovile”. Le piastrelle rimasero posate per circa 150 anni o poco meno perché quando la residenza vescovile venne trasformata in caserma e secolarizzato il principato di Trento nel 1803 queste piastrelle vennero rimosse. “Negli anni Cinquanta del secolo scorso furono recuperate 1338 mattonelle, un corpus che corrisponde a circa un terzo del totale, ma ci permette comunque di fare alcune osservazioni dal punto di vista artistico e stilistico. C’è una partita policroma detta alla turchesca che seguiva il gusto tipico delle città turche, le turcherie tipiche del Seicento. Il criterio delle piastrelle era quello di essere composte a cellula dipendente perché avevano una figurazione con soggetti tratti dalla fauna, dalla flora, alcuni vasi, frutti. Ma sulle parti angolari una serie di decori vegetali vanno a comporsi solo nel momento in cui vengono accostate quattro formelle”.

Giunta Albertiana: formelle in maiolica con figure umane (foto Buonconsiglio)

Oltre alle mattonelle policrome alla turchesca vi è una seconda partita che riprende il gusto della crack porcelain, la porcellana dura cinese, che era tipicamente in bianco e blu cobalto. “Anche qui la configurazione è molto ricca con diverse immagini non solo di animali ma anche piccoli edifici e città turrite sempre con gli elementi vegetali angolari che danno questo effetto a tappezzeria. Un nucleo di formelle più spesse presenta oltre alla figurazione vegetale delle figure umane che forse erano tratte da incisioni della commedia dell’arte e quindi potevano essere fruite in verticale come decorazioni di un caminetto. Alcune di queste formelle hanno delle figurazioni con dei putti al gioco e possiamo così scoprire quali fossero i giochi più in voga nel Rinascimento e nel Seicento. È grazie alle incisioni che possiamo capire come – ad esempio -un putto stia giocando con la palla insieme ad un bracciale, un gioco tipico del XVI secolo. Purtroppo – conclude Colla – non conosciamo con esattezza come fossero distribuite le piastrelle al pavimento, se fossero divise per tipologia o sapientemente mescolate ma sicuramente possiamo farci un’idea di quale resa cromatica varietà esuberanza dovessero dare questi ambienti. Un ambiente entrato nell’epoca del Barocco e degno della residenza di un principe vescovo”.

Vicenza, alla mostra “Mito. Dei ed eroi”: in questa 1^ parte scopriamo Apollo, nume tutelare della famiglia Leoni Montanari: gli affreschi allegorici del nobile palazzo dialogano con statue e affreschi antichi, e dipinti moderni

La statua romana di Apollo accoglie i visitatori della mostra “Mito. Dei ed eroi” a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza. Alle sue spalle si intravede il Salone di Apollo (foto Graziano Tavan)

Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, curatori della mostra “Mito, dei ed eroi” (foto Graziano Tavan)

Ercole vigila dall’alto della suggestiva loggia barocca l’ingresso del palazzo e quanti fanno visita alla nobile famiglia vicentina dei Leoni Montanari di cui è nume tutelare. Ma ai più sfugge il suo sguardo. I visitatori che varcano la soglia della storica dimora di contra’ Santa Corona, a Vicenza, oggi sede delle collezioni delle Gallerie d’Italia di Banca Intesa San Paolo, attraversano distratti l’antico passo carraio e salgono al piano nobile. E qui invece non può sfuggire l’altro protagonista del palazzo e della famiglia che questo palazzo ha voluto con tutte le sue decorazioni celebrative, Apollo. Fino al 14 luglio 2019 un bellissimo Apollo del I sec. d.C. dal museo romano di Palazzo Massimo accoglie i visitatori nel “suo” palazzo. Alle sue spalle si apre il grande Salone, non a caso dedicato proprio ad Apollo, dove inizia il percorso della mostra “Mito. Dei ed eroi”, a cura di Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, allestita per celebrare il ventennale dell’apertura della sede vicentina delle Gallerie d’Italia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/05/a-vicenza-la-mostra-mito-dei-ed-eroi-per-il-ventennale-delle-gallerie-ditalia-fa-riscoprire-arte-e-architettura-di-palazzo-leoni-montanari-in-cui-preziosi-reperti-antichi-d/). Il percorso si snoda lungo il piano nobile di Palazzo Leoni Montanari che rappresenta uno straordinario palcoscenico d’arte, popolato di miti e di allegorie profondamente legati al destino umano e storico della casata Leoni Montanari. Il filo conduttore della mostra è costituito dalle raffigurazioni pittoriche che ornano il palazzo di origine seicentesca: miti e iconografie greche risemantizzati per esaltare i valori ideali della committenza alla luce dell’ideologia e del sentimento del tempo. Partendo dunque dalla rilettura moderna, il visitatore è poi condotto a riscoprire divinità e racconti mitici nella loro autenticità antica, a comprenderne il valore religioso e artistico per cui furono concepiti.

“La strage dei Niobidi”: uno dei due “arazzi” dipinti nel Salone di Apollo di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza da Giuseppe Alberti (foto Graziano Tavan)

Il dio tutelare del palazzo e protagonista delle sue raffigurazioni è – come si diceva – Apollo, divinità oracolare, delle arti e della musica. Con lui si apre la mostra in una sezione dedicata a due episodi del mito greco che lo vedono coinvolto in feroci punizioni esemplari ma che nel programma iconografico seicentesco servono a sottolineare la visione del palazzo come palcoscenico teatrale e musicale: la strage dei Niobidi e la gara musicale tra Apollo e Marsia. Siamo nel cosiddetto Salone di Apollo, luogo deputato sin dalle origini a eventi conviviali, come feste, concerti e momento teatrali. Questi due miti sono rappresentati nel Salone di Apollo dai dipinti realizzati come finti arazzi dal trentino Giuseppe Alberti, chiamato dai Leoni Montanari tra il 1687 e il 1688 a realizzare un ampio apparato ornamentale all’insegna della glorificazione della casata, in occasione dell’acquisizione della cittadinanza nobiliare di Vicenza. Apollo è infallibile arciere, venerato in antico come Parnopios (sterminatore di cavallette): e proprio un esempio di Apollo arciere è quello che abbiamo appena incontrato all’ingresso del salone, che si rifà a un celebre tipo statuario dello scultore ateniese Fidia, dedicato sull’Acropoli a protezione dei flagelli naturali. Ed è con l’arco che Apollo vendicherà, insieme alla sorella gemella Artemide, la madre Latona compiendo la strage dei figli di Niobe, la mortale che aveva osato vantarsi con la dea della sua numerosa progenie, compiendo un atto di hybris, all’origine della tragedia che ha colpito profondamente l’immaginario letterario e artistico. L’altro episodio che, come il precedente, ebbe grande fortuna e diffusione, è presentato più avanti – nel percorso della mostra – nella cosiddetta Sala dell’Antica Roma: Apollo è celebrato come dio della musica ed esperto suonatore della lira: tra i suoi molti trionfi sconfigge il satiro Marsia, abile suonatore di aulòs, flauto a doppia canna, che aveva osato sfidarlo in una gara musicale. Marsia fu punito con una tortura atroce ed esemplare: fu scorticato vivo.

La strage dei Niobidi su un affresco staccato dalla Casa del Marinaio di Pompei e oggi al Mann (foto Graziano Tavan)

Dettaglio del fronte di sarcofago del II sec. d.C. dal museo Archeologico nazionale di Venezia con la strage dei Niobidi (foto Graziano Tavan)

Usciti dal Salone di Apollo incontriamo due preziosi vasi per la conservazione dell’acqua lustrale (loutrophoros) a figure rosse (IV sec. a.C.) conservate al museo Archeologico nazionale di Napoli sui quali è rappresentata la pietrificazione di Niobe, mentre nell’affresco staccato dalla Casa del Marinaio di Pompei, a essere descritta è la strage dei Niobidi, cioè l’uccisione dei figli maschi di Niobe da parte di Apollo. Le figlie, invece, saranno eliminate da Artemide: a questa strage assiste impotente Niobe. La vediamo in una scena ricca di pathos in un marmo dipinto con pigmenti ocra proveniente dalla stessa domus pompeiana. Niobe guarda in alto, terrorizzata, in direzione delle frecce saettate da Artemide e col mantello cerca di proteggere una delle sue bimbe, colta mentre urla di dolore trafitta alla coscia da una freccia. Lo sguardo di Apollo nella testa in marmo del II sec. d.C. ci porta invece ad ammirare il coevo fronte di sarcofago dal museo Archeologico nazionale di Venezia, dove in un contorcersi di corpi si consuma la strage dei Niobidi, invano protetti dai loro genitori. Il mito dei figli di Niobe uccisi da Apollo e Artemide ha una ricca tradizione iconografica come conferma l’olio su tela del bresciano Luigi Basiletti che, oltre a essere stato un apprezzato pittore di paesaggio è stato anche un grande archeologo cui si devono gli scavi e il recuperi della Brescia romana. Basiletti recupera la drammaticità del mito e rievoca il mondo classico inserendo sullo sfondo la cupola del Pantheon e i Dioscuri del Quirinale.

Il bellissimo “Sigillo di Nerone” con il mito di Apollo e Marsia dal museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

L’opera di Pompeo Batoni con “Apollo, la Musica e la Geometria” (foto Graziano Tavan)

Con il mito di Apollo e Marsia celebrato, come abbiamo visto, nel Salone di Apollo, si esalta l’arte della musica e del bel canto al suono della lira. Con la vittoria di Apollo sul satiro Marsia esperto suonatore di flauto, le Muse decretano la superiorità degli strumenti a corda su quelli a fiato. Il mito attestato in Grecia dalla metà del V sec. a.C. e documentato vivacemente nel vaso apulo del IV sec. a.C. conservato al Mann esposto in mostra a Vicenza, ebbe grande popolarità nell’arte romana di ambito privato come testimoniano l’affresco da Pompei e il celebre “sigillo di Nerone”, gemma della fine del I sec. a.C. entrata a far parte della collezione di Lorenzo de’ Medici alla fine del XV secolo e oggi al Mann: Apollo è a sinistra, in piedi. Con la sinistra tiene la cetra e con la destra il plettro. A destra, seduto su una roccia è Marsia, legato con le braccia dietro la schiena a un albero disseccato. È il momento prima della fine del mito quando Marsia viene punito per la sua tracotanza (hybris). Chiudono questa sezione due opere. Una antica: la statuetta di Apollo citaredo del II sec. d.C., proveniente dall’Archeologico di Venezia, ritratto mentre nudo pizzica il suo strumento preferito: la cetra. L’altra moderna, a conferma del mito che continua: è una tela di Pompeo Batoni del 1741 con Apollo, la Musica e la Geometria, dove il pittore realizza l’allegoria delle arti, in cui Apollo rappresenta la Poesia.