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Archeologia in lutto. All’età di 86 è morto a Roma Paolo Moreno, uno dei massimi studiosi dell’arte greca. A lui si deve il primo studio scientifico sui Bronzi di Riace. Malacrino (MArRC): “Il suo contributo resta fondamentale”. Grande divulgatore, a lui si devono identificazioni e attribuzioni da Fidia a Prassitele il Vecchio

I Bronzi di Riace esposti in una speciale sala del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)
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Paolo Moreno, uno dei massimi studiosi dell’arte greca

L’Archeologia e la Storia dell’Arte antica sono in lutto. È scomparso a Roma, il 5 marzo 2021, Paolo Moreno, uno dei massimi studiosi dell’arte greca, protagonista di importanti identificazioni e attribuzioni da Fidia a Prassitele il Vecchio (quali autori, del gruppo colossale in bronzo di cui sono copia i Dioscuri del Quirinale) e dei Bronzi di Riace. I funerali si svolgeranno in forma privata. “La scomparsa, questa mattina a Roma, di Paolo Moreno lascia sgomenti. Sia per l’uomo, dalle nobili qualità umane, sia per lo studioso e l’archeologo, il cui contributo sui Bronzi di Riace resterà di fondamentale importanza per la ricerca scientifica”, è il primo commento rilasciato da Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, alla notizia della morte dell’archeologo e storico dell’arte di origini friulane, la cui ricerca scientifica è indissolubilmente legata alle due preziose statue conservate al MArRC. “Paolo”, continua Malacrino, “ci lascia a un anno dal cinquantesimo anniversario del ritrovamento dei Bronzi, in un momento in cui le fasi per la celebrazione dell’evento stanno per determinarsi. La sua assenza si farà sentire. È a Paolo Moreno, infatti, che si deve il primo studio scientifico sui Bronzi di Riace, oggetto di curiosità e interesse da parte dei più grandi studiosi. Moreno è stato il primo a intuire l’importanza delle nuove frontiere aperte dal mondo delle scienze applicate, in primis le analisi delle terre di fusione che hanno indicato la città di Argo, nel Peloponneso, come probabile area di produzione delle due sculture. Il suo nome, ne sono certo – conclude- non sarà dimenticato dal museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria e da tutto il mondo della cultura”.

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Paolo Moreno, allievo di Doro Levi, Giovanni Becatti e Ranuccio Bianchi Bandinelli

Nato a Udine il 30 ottobre 1934, Paolo Moreno ha intrapreso gli studi classici al liceo ginnasio “Jacopo Stellini” della sua città natale, continuandoli all’università di Bari dove ha conseguito la laurea in Lettere e Filosofia nel 1958. Il successivo percorso formativo lo ha visto nel 1961 ad Atene, allievo di Doro Levi alla Scuola archeologica italiana di Atene, e a Roma alla Scuola Nazionale di Archeologia, dove ha ottenuto il diploma di perfezionamento nel 1964, allievo di Giovanni Becatti e Ranuccio Bianchi Bandinelli. Ha insegnato all’università di Bari, dove è stato direttore dell’Istituto di Archeologia, e a La Sapienza di Roma. Dal 1992 è stato titolare della cattedra di Archeologia e storia dell’arte greca e romana alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università Roma Tre. Era in pensione dal 2008. È stato redattore dell’Enciclopedia dell’arte antica classica e orientale, e ha partecipato ad analoghe iniziative internazionali. Ha diffuso le sue scoperte su celebri monumenti di arte antica attraverso articoli in riviste specializzate, relazioni a congressi, conferenze pubbliche, incontri nelle scuole, interviste per i media e scritti su periodici divulgativi. Frequenti sono stati i suoi contatti culturali con la Grecia: ha presentato a Rodi la nuova ricostruzione del Colosso di Rodi, ha tenuto conferenze a Salonicco e ad Atene, ha promosso la collocazione sull’acropoli Cadmea delle copie moderne dei Bronzi di Riace da lui ravvisati come due dei Sette eroi della spedizione contro Tebe; ha ricevuto da Sicione riconoscimenti per gli studi su Lisippo nativo della città.

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Il libro di Paolo Moreno “I Bronzi di Riace. Il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe” (Electa)

Per Paolo Moreno quei due straordinari capolavori, originali del V secolo a.C. dalla bellezza mai vista prima, sono espressione di “un’arte che il rinascimento non ha mai neanche sfiorato”. Così lui stesso definiva i Bronzi di Riace nel documentario di Sky Arte andato in onda nel 2016, all’indomani della riapertura al pubblico del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Al 2002 risale, infatti, il suo celebre volume “I Bronzi di Riace. Il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe”, edito per Electa, in cui una serrata analisi storico-artistica e letteraria ha portato l’archeologo friulano ad identificare i due Eroi di Riace con due delle numerose statue che costituivano il monumento eroico (heroon) dei Sette a Tebe e dei loro epigoni, posto sull’agorà di Argo ed eretto dagli Argivi all’indomani della vittoria di Oinòe contro gli Spartani (456 a.C.). Secondo Moreno, il Bronzo A rappresenterebbe l’eroe Tideo, opera di Ageladas il Vecchio, mentre il Bronzo B, l’indovino Anfiarao, opera di Alkamenes di Lemno, gli stessi maestri a cui sarebbe da attribuire la decorazione scultorea del tempio di Zeus a Olimpia. “Molte delle ipotesi di Moreno sulle due statue di Riace”, ricorda Malacrino, “sono state oggi integrate o superate da nuove acquisizioni scientifiche, ma rimane attuale la sua lezione di metodo, sull’importanza di interpretare insieme, in maniera sinottica, i dati storico-artistici, quelli letterari e quelli archeometrici. Moreno è stato allievo di grandi maestri dell’archeologia italiano del calibro di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Doro Levi e Giovanni Becatti. Ha diretto l’Istituto di Archeologia dell’Università di Bari e dal 1992 è stato ordinario di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’Università di Roma Tre. Paolo Moreno è stato soprattutto un instancabile divulgatore della conoscenza del mondo antico, dai grandi maestri della classicità (Fidia e Prassitele soprattutto) alle grandi trasformazioni artistiche del mondo ellenistico e romano. Alla famiglia e agli affetti del prof. Moreno le più sentite condoglianze da parte di tutto il personale del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria”.

Alla mostra “Archaeology and Me” a Palazzo Massimo a Roma per la prima volta insieme due dei tre pezzi trafugati del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani

Il gruppo del "Gladiatore che uccide il leone" in un'incisione della seicentesca Collezione Giustiniani

Il gruppo del “Gladiatore che uccide il leone” in un’incisione della seicentesca Collezione Giustiniani

Palazzo Massimo a Roma, sede del museo nazionale Romano

Palazzo Massimo a Roma, sede del museo nazionale Romano

Per la prima volta dopo 50 anni tornano insieme due dei tre pezzi del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani, trafugati tra il 1966 e il 1971: sono la testa del leone, preso, ma ruggente. E il busto dell’atleta pronto a colpirlo a morte. Testa di leone e busto dell’atleta sono le star indiscusse della mostra “Archaelogy and Me – Pensare l’archeologia nell’Europa contemporanea”, aperta al museo nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma fino al 23 aprile 2017. Che cos’è l’archeologia? Come viene percepita dai cittadini europei? Quale ruolo ha nella società contemporanea? Sono le domande alle quali risponde la mostra a cura di Maria Pia Guermandi e Rita Paris, promossa dalla soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area centrale di Roma e dal museo nazionale Romano, in collaborazione con l’Istituto per i Beni Artistici Culturali e naturali dell’Emilia Romagna, con l’organizzazione di Electa.

Il torso di Mitra-Gladiatore restituito dal Paul Getty Museum, ora in mostra a Roma

Il torso di Mitra-Gladiatore restituito dal Paul Getty Museum, ora in mostra a Roma

Il gruppo del “Gladiatore che uccide un leone”, ritratto in una delle incisioni volute dal marchese Vincenzo Giustianiani nel 1631 per illustrare la sua collezione di antichità, era in realtà una composizione creata all’epoca intorno al frammento di un Mitra tauroctono di età romana. Rubato dalla Villa di Bassano Romano, il torso è stato restituito dal Getty Museum nel ’99 grazie al nucleo Tutela patrimonio culturale dei carabinieri dopo una lunga vicenda, ben riassunta sul sito “Archaelogy and me”, che dimostra come “l’archeologia non sia solo scavo, ma anche studio, conoscenza, collaborazione e tanta pazienza. E talora, come nel caso del “torso di Mitra”, l’archeologia un caso  da risolvere!”. “Siamo al 1984”, raccontano gli esperti di Archaeology and me, “quando alcune foto di dettaglio del solo busto della statua apparvero in un articolo sui restauri del Paul Getty Museum di Malibu, in California. Non venivano forniti né una foto per intero della statua né indicazioni sulla provenienza! Ancora una volta fu un archeologo a riconoscere il pezzo: il tedesco Rainer Vollkommer, studioso dell’iconografia del dio Mitra. Evidentemente il torso del “Gladiatore-Mitra” era uscito illegalmente dal nostro Paese per essere venduto sul mercato antiquario. Grazie al reparto operativo del comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale nel 1999 l’opera ritornò in Italia e venne collocato a Ostia, accanto all’originale come avrebbe voluto Giovanni Becatti”.

La testa di leone del gruppo Giustiniani: era esposta a Villa di Capo del Bove sulla via Appia

La testa di leone del gruppo Giustiniani: era esposta a Villa di Capo del Bove sulla via Appia

La testa del leone è stata invece rinvenuta ad aprile scorso nel sito archeologico di Capo di Bove sulla Via Appia, in una villa privata acquistata dalla soprintendenza e oggi aperta al pubblico. “Per una strana coincidenza della sorte”, ci raccontano ancora gli archeologi di Archaeology and Me, “la testa, rubata nel 1966, era già rientrata a far parte delle collezioni dello Stato: era esposta nella Villa di Capo di Bove, al Parco Archeologico dell’Appia Antica! È possibile che la testa fosse stata acquistata sul mercato antiquario dal vecchio proprietario della villa, prima che la proprietà fosse venduta alla Soprintendenza Archeologica di Roma nel 2002. E ora, grazie al sapiente lavoro dei Carabinieri del Nucleo Tutela il pezzo è stato riconosciuto e, in occasione della mostra “Archaeology&ME”, è finalmente possibile rivedere riuniti due “protagonisti” di questa lunga storia!”.