Archivio tag | Getty Conservation Institute

Ercolano. Riapre al pubblico, dopo più di trent’anni, il “cantiere open” della Casa del Bicentenario al crocevia tra città antica e città moderna, ma anche tra conservazione del passato e valorizzazione del futuro. I complimenti del ministro Franceschini: “Esempio di collaborazione tra pubblico e privato”. Storia della scoperta e dei restauri

Riapre a Ercolano la Casa del Bicentenario: la locandina dell’evento (foto Paerco)

Il ministro Dario Franceschini taglia il nastro per la riapertura della Casa del Centenario con Osanna, Bonajuto e Sirano (foto Paerco)

Giovedì 24 ottobre 2019: riapre al pubblico, dopo più di trent’anni, il “cantiere open” della Casa del Bicentenario a Ercolano. Ai visitatori si aprono le porte della dimora per entrare in alcuni ambienti di un gioiello di vita domestica antica, nonché laboratorio di conservazione per il futuro. Dopo il successo delle precedenti esperienze, diventa stabile il progetto di condivisione del dietro le quinte dei cantieri di conservazione messo in atto dal Parco Archeologico di Ercolano. Come annunciato, la presentazione in anteprima il 23 ottobre alla presenza del ministro per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, Dario Franceschini, presenti tutti gli attori del progetto condotto congiuntamente dal Parco Archeologico di Ercolano, il Parco Archeologico di Pompei, l’Herculaneum Conservation Project e il Getty Conservation Institute: il direttore generale del Grande Progetto Pompei, Mauro Cipolletta; il direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna; il direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Francesco Sirano; il sindaco del Comune di Ercolano, Ciro Buonajuto; il presidente dell’Istituto Packard Beni Culturali, Michele Barbieri; il responsabile dell’Herculaneum Conservation Project, Jane Thompson; e per il Getty Conservation Institute, il conservatore restauratore Leslie Rainer.

La Casa del Bicentenario a Ercolano si affaccia sul Decumano Massimo (foto Paerco)

 

Le autorità intervenute all’anteprima dell’apertura della Casa del Bucentenario a Ercolano (foto Paerco)

La Casa del Bicentenario nel crocevia tra città antica e città moderna, ma anche tra conservazione del passato e valorizzazione del futuro. “Il 23 ottobre 2019 è una data significativa per molti motivi, alcuni più evidenti altri più sottili, che vale la pena di raccontare”, spiegano gli archeologi di Ercolano, che invitano a una riflessione. “Infatti, ai più probabilmente questa data suggerisce solamente che si riapre al pubblico una delle più importanti domus dell’antica Ercolano finora portata alla luce. In realtà la celebrazione di questa data in cui 300 anni fa vennero avviati gli scavi di Ercolano antica serve a richiamare molte altre storie e, in qualche modo, anche a guardare insieme alla nostra futura comune storia. È per quello che oggi si sono riunite molte persone intorno a questa casa accogliendo l’invito a celebrare una data: tanti professionisti che hanno lavorato e ancora lavorano per conservare questa domus, rappresentanti delle istituzioni e dei partner internazionali coinvolti, membri della società civile, residenti della comunità che vive intorno agli scavi e che ne conosce tutta la storia recente. Per tutte queste persone la data è simbolica perché il decumano massimo si trova al confine degli scavi novecenteschi e questo confine, dove la città antica finisce e inizia quella moderna è oggi più che mai carico di significati, un punto di partenza per riavvicinare le persone al patrimonio culturale. Si riapre una casa che non è ancora completamente restaurata, per mostrare le attività che servono a restituirla alla visita e per invitarle a fare parte di un delicato processo che normalmente è gestito solo da specialisti. Per riavvicinarle le accogliamo a meglio comprendere la vita domestica antica in questa casa che è una di quelle che meglio la rappresentano. Per riavvicinarle, stiamo completando l’ultimo tassello di un lungo percorso di riqualificazione del quartiere che si affaccia sul sito archeologico, per consentire alla comunità che vive qui di accogliere la comunità dei visitatori in uno spazio verde e panoramico. Per riavvicinarle infine raccontiamo anche le difficoltà del percorso che abbiamo fatto fin qui e del contributo fondamentale che può portare il partner privato, sia esso filantropico sia scientifico, quando riunisce le forze per sostenere l’amministrazione pubblica nella tutela e valorizzazione del bene culturale”.

Il ministro per i Beni e le Attività culturali, Dario Franceschini, a Ercolano (foto Paerco)

“La preziosa collaborazione tra pubblico e privato che da un ventennio opera a Ercolano ha portato un altro frutto: la riapertura al pubblico dopo 36 anni della Casa del Bicentenario”, commenta il ministro Franceschini: “Si tratta di un risultato importante, che ha il merito di coniugare studio, restauro e fruizione di un monumento straordinario, caduto in stato di abbandono alla fine del XX secolo e ora nuovamente accessibile ai visitatori. Stato e mondo privato dimostrano così di poter agire insieme per la miglior tutela e valorizzazione del patrimonio culturale grazie a un progetto condiviso, che in questa circostanza ha riguardato anche il restauro degli ambienti del tablino. La guida illustra ai visitatori la lunga storia che dallo scavo del sito tra il 1937 e il 1939 porta ai nostri giorni, restituendo il clima di fervore e entusiasmo che accompagnava le prime scoperte, l’interesse cresciuto intorno alla Casa del Bicentenario, le vicende successive che portarono alla sua chiusura e l’entusiasmo con cui oggi si è lavorato al suo recupero. La cura scientifica che contraddistingue l’opera condotta a Ercolano rappresenta un modello e deve costituire motivo di orgoglio per tutti coloro che hanno lavorato a questo progetto. Cittadini e turisti potranno così tornare ad ammirare una delle case più interessanti del sito, godere dei suoi ricchi ambienti e stupirsi di fronte ai sontuosi affreschi del tablino”.

Il direttore del parco archeologico di Ercolano, Frabcesco Sirano (a destra) dialoga con, da sinistra, il sindaco Ciro Bonajuto, il responsabile dell’Herculaneum Conservation Project, Jane Thompson, e il ministro Dario Franceschini (foto Paerco)

Il direttore del Parco, Francesco Sirano, si sofferma sulla progettazione appena conclusa: “Inserita all’interno della programmazione congiunta pluriennale, di cui è responsabile per la Fondazione Packard l’architetto Jane Thompson, è stata affidata alla straordinaria equipe di professionisti dell’Herculaneum Conservation Project, coordinati dall’architetto capogruppo Paola Matilde Pesaresi, affiancata da Annunziata Laino per gli aspetti di restauro e da Giovanni Vercelli per gli aspetti strutturali. In una ideale staffetta hanno diretto i lavori l’architetto Annamaria Mauro del Parco Archeologico di Pompei e l’architetto Angela Di Lillo del Parco Archeologico di Ercolano. In questo contesto assume particolare pregio anche il progetto pilota del Getty Conservation Institute per lo studio e la conservazione delle superfici decorate nel tablino della Casa del Bicentenario, capitanato da Leslie Rainer. Si tratta di una rete virtuosa di soggetti internazionali di alto valore scientifico che il Parco coltiva come base imprescindibile per la qualità della propria azione”.

L’atrio con l’impluvium della Casa del Bicentenario a Ercolano

Massimo Osanna, direttore del parco archeologico di Pompei (foto Paerco)

Restauratori all’opera a Ercolano (foto Paerco)

“Ercolano, come Pompei, ha dimostrato negli ultimi anni di essere un esempio virtuoso di gestione pubblica in grado di garantire la salvaguardia e la conservazione del sito e di saperne rilanciare l’immagine”, interviene Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei. “Se da un lato Pompei è stata riconosciuta come modello di buona spesa dei fondi pubblici, Ercolano si è confermato esempio di riuscita sinergia tra pubblico e privato, in termini di capacità di programmazione e di strategia tesa alla salvaguardia e al restauro. La restituzione alla fruizione della Domus del Bicentenario ne è l’ulteriore dimostrazione. Il complesso intervento di restauro che ha interessato le strutture, le coperture e gli apparati decorativi è stato finanziato con fondi del Parco archeologico di Pompei, collocandosi in un momento di passaggio che ha poi portato all’autonomia degli scavi di Ercolano. I lavori, diretti dall’arch. Annamaria Mauro, capo dell’ufficio tecnico del Parco Archeologico di Pompei, sono stati eseguiti dal personale tecnico interno di Pompei ed Ercolano, con il supporto di esperti della Packard che da lungo tempo affiancano la direzione scientifica della Soprintendenza di Pompei, prima, oggi del Parco Archeologico di Ercolano. Anche questo passaggio di testimone da un’istituzione all’altra, senza interruzioni e intoppi, ha comprovato la capacità di agire in rete e collaborare per un obiettivo comune, che è la salvaguardia del patrimonio culturale universale. Il lungo lavoro di progettazione che precede il restauro dimostra quanto sia fondamentale l’attività di studio e ricerca che è alla base di ogni singolo intervento. Ma è soprattutto l’approccio globale alla conservazione, inteso come programmazione coordinata delle attività e non attuazione di azioni singole e slegate, che contribuisce al buon risultato finale, sia a Pompei sia a Ercolano”. Conclude Sirano: “Il progetto del Bicentenario come approccio bifronte rivolto non solo alla cura ed alla conservazione del sito ma anche alla riconnessione al territorio di riferimento. Non è infatti un caso che l’inaugurazione si svolga in concomitanza con i lavori di recupero urbano a Via Mare. I lavori di restauro al Bicentenario si inseriscono in un più ampio programma di manutenzione e restauri, articolato su cicli di tre anni, esteso all’intera città i cui benefici non tarderanno a essere percepiti anche dai nostri ospiti in termini di miglioramento della qualità complessiva dell’esperienza di visita. L’apertura della Casa del Bicentenario rappresenta un forte segno dell’avanzamento della collaborazione internazionale. Sono convinto che solo un approccio corale e aperto, di sostegno da parte di tutta la comunità, locale e internazionale, possa aiutare questa domus e questa città a non ricadere mai più nello stato di abbandono della fine del XX secolo”.

La Casa del Bicentenario sorge nel cuore dell’antica Herculaneum (foto Paerco)

La Casa del Bicentenario si trova nel centro dell’antica Ercolano, affacciata sulla strada principale a pochi passi dal Foro e dal teatro. Lo scavo, avvenuto negli anni tra il 1937 e il 1939 sotto la guida di Amedeo Maiuri, mise in luce questa importante domus sviluppata su tre piani ed estesa per una superficie complessiva di circa 600 mq. La scoperta della casa, che deve il suo nome ai festeggiamenti collegati all’anniversario dell’avvio degli scavi della città antica di Herculaneum, finì per attirare l’attenzione del mondo intero. Dopo 2000 anni, un’abitazione di lusso, affacciata sul Decumano massimo e vicina alla principale piazza cittadina, apriva i suoi battenti, svelando la propria storia, ma anche il volto della città e dei suoi abitanti negli anni che precedettero l’eruzione grazie ad alcune straordinarie scoperte. Il racconto di questa vicenda era stato affidato dal tempo alla struttura della casa con le sue trasformazioni, al pavimento e alle raffinate pitture del tablino, al ritrovamento di un pannello di porta con grata scorrevole carbonizzato e alla scoperta di una serie di tavolette cerate in un ambiente al piano superiore della casa, la cui lettura avrebbe ampliato di molto le conoscenze sui suoi proprietari, ma in definitiva sull’intera compagine sociale cittadina.

Amedeo Maiuri scoprì la Casa del Bicentenario a Ercolano nel 1938

A Maiuri fu fin da subito chiaro come l’eccezionale stato di conservazione di questi elementi, così come quello delle stoffe e degli alimenti carbonizzati recuperati in vari punti della città, fosse capace di raccontare, con maggiore forza espressiva di qualunque altra evidenza, la quotidianità di una città romana fornendo la prova tangibile dell’eccezionalità di Ercolano. Egli aveva saputo cogliere queste potenzialità scegliendo di restituire, al pari della fisionomia originaria degli spazi, il volto umano della città ricollocando gli oggetti nelle case e nelle botteghe per rendere comprensibile la funzione degli spazi. Chi visitava la casa all’epoca della sua riapertura avrebbe trovato ricollocata nell’impluvium una colonnina marmorea; nell’ala a sinistra dell’atrio una teca con alcuni reperti in bronzo, terracotta, marmo e vetro recuperati dallo scavo; un tavolo di marmo sostenuto da una colonna scanalata con base e capitello modanato e al piano superiore dell’edificio, un mobile carbonizzato.

Il complesso cantiere di restauro allestito all’interno della Casa del Bicentenario a Ercolano

La Casa, purtroppo chiusa al pubblico dal 1983 a causa di dissesti di ordine strutturale, riapre grazie all’importante tappa della programmazione congiunta tra Packard Humanities Institute, e il nuovo Parco Archeologico di Ercolano. Studi, ricerche e interventi di conservazione e manutenzione si sono susseguiti negli ultimi dieci anni all’interno di una strategia complessiva che ha l’obiettivo del restauro totale dell’intero edificio senza rinunziare alla fruizione, anzi, cogliendo l’opportunità per realizzare un laboratorio all’aperto in cui coinvolgere il pubblico. La ormai consolidata collaborazione pubblico – privata con la Fondazione Packard ha creato un clima di positivo interesse che ha attratto anche altre prestigiose istituzioni internazionali quali il Getty Conservation Institute (GCI) che, proseguendo con entusiasmo una collaborazione avviata nel 2011, sta contribuendo a restituire al pubblico il tablino della casa in una fase di conservazione ancora più avanzata con un progetto pilota e specifici studi in questo ambiente tra i più interessanti della dimora.

Restauratori al lavori a Ercolano (foto parco archeologico Ercolano)

I lavori di restauro nel tempo. La domus del Bicentenario è stata scelta per un percorso conservativo innovativo, nel quadro del consolidato sentiero collaborativo sopra menzionato che si è tradotto nell’Herculaneum Conservation Project (HCP), di cui il sito di Ercolano e la sua amministrazione si fregiano da quasi un ventennio. Questa domus infatti aveva rappresentato, all’epoca degli scavi novecenteschi, uno dei tasselli più significativi di una campagna di restauro mirata a trasformare il sito archeologico in una città museo. Con spirito simile, ma modalità diverse, l’HCP ha affrontato la sfida del restauro a partire dal 2010 in stretta collaborazione con la ex Soprintendenza Archeologica di Pompei, e ora con il Parco Archeologico di Ercolano, creandovi un laboratorio permanente di restauro, a beneficio dell’intera città antica. La casa infatti è esemplificativa delle sfide che questo prezioso e fragile sito archeologico affronta oggi: delicati elementi lignei carbonizzati, strutture in parte originali e in parte ricomposte, in un delicato equilibrio statico voluto da Maiuri per fini scenografici, affreschi e mosaici trattati innumerevolmente nel corso di quasi un secolo dal disseppellimento. Il laboratorio che si è voluto qui è anche rappresentativo di come l’iniezione privata possa estrarre il meglio dalle capacità dell’amministrazione pubblica: grazie al nuovo Parco Archeologico di Ercolano la casa del Bicentenario sarà un cantiere ‘permanente’ in cui studio e sperimentazione andranno di pari passo con la fruizione attraverso un utilizzo equilibrato delle risorse, un bene culturale comune su cui più soggetti lavorano insieme per migliorarne le conoscenze e il pubblico godimento.

In questo virtuoso contesto, risorse private e pubbliche sono confluite in questi anni per studiare, conservare e fare rinascere ancora una volta questa splendida dimora antica: con una staffetta esemplare della migliore amministrazione di tutela italiana, il parco Archeologico di Pompei ha passato il testimone al Parco Archeologico di Ercolano nel 2016, accompagnando l’avvio dell’ultima campagna di interventi, quella che ha permesso oggi la riapertura al pubblico; ad arricchire questa compagine, oltre al team dell’HCP, anche gli specialisti del Getty Conservation Institute, forse l’istituto di ricerca nel campo della conservazione dei beni culturali più conosciuto al mondo, che dal 2010 sperimenta tecniche per la conservazione degli affreschi del tablino della casa. Aprendo le porte della domus oggi non si ritrova solo la meraviglia di riscoprire ambienti e decorazioni celati al pubblico dal 1983, ma anche una modalità diversa di comprendere il processo di tutela, interagendo con gli specialisti e vedendo gli sforzi in atto per recuperare quanto, salvato una prima volta, rischiava di andare nuovamente perduto. Un appello alla partecipazione di tutti a prendere parte a tale processo, muovendosi con cautela e apprezzando i lavori in corso, più che osservando un restauro “perfetto”.

Ercolano. Il ministro Franceschini per la riapertura al pubblico, dopo più di 30 anni, della Casa del Bicentenario, una delle più sontuose dimore del Decumano Massimo, scoperta da Maiuri nel 1938, duecento anni dopo l’avvio degli scavi di Herculaneum

La Casa del Bicentenario sul Decumano Massimo di Ercolano riapre al pubblico dopo più di trent’anni

Era il 1938, quando ad Ercolano Amedeo Maiuri portò alla luce una delle più sontuose dimore del Decumano Massimo: la Casa del Bicentenario, così denominata a ricordo dei duecento anni trascorsi dall’inizio ufficiale degli scavi borbonici della città di Herculaneum (1738). Durante gli scavi, al piano superiore della Casa del Bicentenario, fu portato alla luce un piccolo ambiente che conservava a parete un riquadro in stucco con un incasso a forma di croce. La suggestione, al momento del ritrovamento, della scoperta di una traccia di culto cristiano, indusse a ritenere che l’incasso sulla parete fosse l’impronta di una croce in legno, segno della precoce diffusione nel mondo romano di questo simbolo in associazione al cristianesimo. A lungo la casa è stata oggetto di interesse particolare da parte dei visitatori anche per la presenza della cosiddetta “Croce del Bicentenario”, tuttavia studi successivi, sia di carattere paleografico che archeologico, hanno dimostrato che, in realtà, la traccia lasciata nel muro attesta la presenza di una mensola di legno a parete e del suo supporto verticale.

Veduta dall’alto del Decumano Massimo di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il ministro per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, Dario Franceschini

Dopo più di 30 anni di chiusura giovedì 24 ottobre 2019 apre al pubblico il “Cantiere open” della Casa del Bicentenario; ai visitatori si aprono le porte della dimora per entrare in alcuni ambienti di un gioiello di vita domestica antica, nonché laboratorio di conservazione per il futuro. Dopo il successo delle precedenti esperienze, diventa stabile il progetto di condivisione del dietro le quinte dei cantieri di conservazione messo in atto dal Parco Archeologico di Ercolano. La domus è attualmente oggetto di un cantiere di restauro gestito dallo staff del Parco congiuntamente con quello dell’Herculaneum Conservation Project, in esecuzione con fondi pubblici e con la partecipazione del Getty Conservation Institute per il restauro degli affreschi del tablino. L’ultimazione dei restauri restituirà nuovamente alla fruizione collettiva l’edificio, chiuso al pubblico dal 1985 per motivi di sicurezza e tutela. Il progetto, condotto congiuntamente dal Parco Archeologico di Ercolano, il Parco Archeologico di Pompei, l’Herculaneum Conservation Project e il Getty Conservation Institute, sarà presentato con un evento mercoledì 23 ottobre alla presenza del ministro per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, che chiuderà i lavori della giornata che vedrà i contributi del direttore generale del Grande Progetto Pompei, Mauro Cipolletta; del direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna; del direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Francesco Sirano; del sindaco del Comune di Ercolano, Ciro Buonajuto; del presidente dell’Istituto Packard Beni Culturali, Michele Barbieri; del responsabile dell’Herculaneum Conservation Project, Jane Thompson; e per il Getty Conservation Institute, del conservatore restauratore Leslie Rainer.

La Casa a Graticcio negli scavi di Ercolano

Restauratori al lavori a Ercolano (foto parco archeologico Ercolano)

Risale allo scorso novembre (2018) la firma del contratto di manutenzione ordinaria dei resti archeologici di Ercolano per tre anni (2018-2020) grazie alla quale il Parco si pone all’avanguardia in Italia mettendo in pratica un processo di manutenzione programmata completo. I lavori saranno diretti dal personale interno del Parco, tra i quali nuovi funzionari statali e i membri della Segreteria tecnica da pochi mesi insediati sul sito, che con entusiasmo, professionalità e spirito di squadra ha raccolto la sfida dell’innovazione lavorando fianco a fianco con i membri dell’Herculaneum Conservation Project che non vedevano l’ora di potere condividere l’enorme bagaglio di conoscenze e di nuovi approcci progettuali accumulati in 17 anni di esperienza. L’area archeologica è, contemporaneamente, interessata da alcuni importanti interventi di restauro profondo di strutture e apparati decorativi: il cantiere della Casa del Bicentenario è in fase avanzata; sono in fase di attuazione le gare per l’area dell’Antica Spiaggia, per la progettazione del consolidamento e della sistemazione idrologica della Villa dei Papiri, infine il restauro di sei tra le più importanti domus di Ercolano. “Tanto la Casa del Bicentenario, quanto le sei domus che saranno restaurate”, dichiara il direttore Francesco Sirano, “sono chiuse dagli anni ‘80 del secolo scorso. Le case del Colonnato Tuscanico, dell’Atrio a Mosaico, la Casa a Graticcio, la casa del Mobilio carbonizzato, solo per citare le più note, rappresentano pietre miliari non solo per Ercolano, ma per la storia dell’architettura romana. Basti pensare che sino alla scoperta della casa a graticcio, questa particolare tecnica edilizia basata sul risparmio di materiale pietroso e sull’uso del legno, si riteneva tipica del Medio Evo e invenzione dei paesi del Nord Europa”. L’insieme di questi progetti vale circa 20 milioni di Euro (finanziamenti in parte ordinari ricevuti dalla ex Soprintendenza Pompei, in parte fondi CIPE FSC del Governo). A questi fondi si aggiungono quelli del bilancio ordinario del Parco per il 2019, approvato in perfetto tempismo con le previsioni di norma il 31 ottobre scorso, con i quali saranno portati avanti interventi di manutenzione straordinaria e di valorizzazione delle strutture e dei servizi della sicurezza e dell’accoglienza nel sito. “Una delle sfide del Parco”, aggiunge il direttore, “è quella di riuscire a creare le condizioni affinché la manutenzione ordinaria a partire dal Secondo Ciclo (2021-2023) possa essere garantita dai proventi raccolti direttamente dall’Istituto e inseriti sul Bilancio ordinario di previsione”.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano

Fondazione Packard ed Herculaneum Conservation Project. “È con particolare orgoglio e senso di gratitudine”, prosegue Sirano, “che voglio ricordare il fondamentale supporto garantito dalla Fondazione Packard e dal team dell’Herculaneum Conservation Project. Tutte le progettazioni che abbiamo ricordato scaturiscono dall’Accordo attivo sul sito dal 2001 che ha messo Ercolano all’avanguardia non solo nello studio scientifico e delle più avanzate tecniche di restauro conservativo, ma anche come esempio ancora unico in Italia di stretta cooperazione pubblico-privato”. E conclude: “Grazie ad un grande lavoro portato avanti negli ultimi 20 anni dalla ex Soprintendenza Pompei e dalla Fondazione Packard, il Parco Archeologico di Ercolano si candida oggi ad essere un grande laboratorio all’aperto non solo per la gestione programmata ma anche per la valorizzazione e l’integrazione del Parco nel territorio di competenza. Siamo impegnati con l’Unità Grande Pompei, con la Fondazione Packard, con il Comune di Ercolano e con gli altri Enti territoriali a disegnare una nuova straordinaria pagina per il futuro sostenibile nella Buffer Zone UNESCO”.

Egitto. Dopo dieci anni di studi e lavori del Getty Conservation Institute completato il restauro della Tomba di Tutankhamon per salvarla dal degrado causato da migliaia di visitatori: un intervento complesso su graffi, polvere e muffe. Creata una terrazza panoramica per il pubblico

Howard Carter e Lord Carnarvon nella tomba di Tutankhamon scoperta nella Valle dei Re nel novembre 1922

L’ingresso della Tomba di Tutankhamon (KV62) nella Valle dei Re (foto Getty Conservation Institute)

Dieci anni: tanti ne sono passati per restaurare e quindi salvare per le generazioni future la Tomba di Tutankhamon (KV62), scoperta nella Valle dei Re nel 1922 da Howard Carter, oggi patrimonio dell’Umanità. Ma ne è valsa la pena, come è stato sottolineato in questi giorni a Luxor in un convegno in cui sono stati presentati ufficialmente i risultati del progetto di restauro per ridurre l’impatto di graffi, polvere e muffe favorite dall’umidità creata dai turisti, sviluppato dal ministero egiziano delle Antichità e dal Getty Conservation Institute di Los Angeles. L’intervento ha interessato una superficie di 110 mq, coinvolgendo team di una dozzina di restauratori alla volta, con un piano d’intervento quinquennale dal 2009 al 2014: ma per gli effetti della rivoluzione in Egitto del 2011 i lavori sono arrivati fino all’inizio del 2019. Ora, dopo 10 anni di restauro e di ingressi limitati ai visitatori, la tomba di Tutankhamon torna a splendere, grazie alle nuove tecniche usate: un sistema di ventilazione e filtrazione dell’aria ha permesso di eliminare polvere e biossido di carbonio dalla tomba e di ridurre l’umidità. Per proteggere i dipinti murali della camera del sarcofago è stata costruita una terrazza panoramica, che permette di ammirarli, senza avvicinarsi.

Le macchie marrone presenti sulle pitture murali della camera funeraria della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

Alta tecnologia per lo studio dello stato di salute delle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

In realtà le sfregiature di macchie nere che segnano le pitture murali della camera funeraria erano già state notate all’epoca dello scavo nel 1923, senza mai accertarne però l’origine o la causa. In compenso, dagli anni ’30 del secolo scorso, da quando cioè la tomba fu aperta alle visite, ha visto un sempre maggiore degrado provocato dall’umidità e dai microorganismi portati al suo interno dal pubblico. Le autorità egiziane hanno espresso particolare preoccupazione per il fatto che un gran numero di visitatori potrebbe contribuire al deterioramento fisico della tomba. Di qui l’accordo del Consiglio Supremo delle Antichità (Sca) in Egitto con il Getty Conservation Institute per un progetto di conservazione e gestione della tomba di Tutankhamon (KV 62). Il progetto segue una metodologia di conservazione che tenga conto dei dati archeologici, storici, artistici e il significato della tomba. Il team GCI-SCA ha lavorato per studiare e investigare queste preoccupazioni e per progettare e attuare un piano per la conservazione e la gestione della tomba e dei suoi dipinti murali che garantiranno la sua futura conservazione.

Studi approfonditi delle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

Il progetto è stato diviso in tre fasi. Durante la prima fase (2009-2011), il lavoro ha riguardato la ricerca e la valutazione di fondo, la preparazione di una registrazione accurata delle condizioni della tomba e dei suoi dipinti murali, l’analisi scientifica dei materiali e delle tecniche dei dipinti, lo studio delle condizioni ambientali, e diagnosi delle cause del loro deterioramento. I risultati di questa ricerca determinano le esigenze di conservazione.

La balconata riservata al pubblico per ammirare la camera funeraria di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

I restauratori intervengono sulle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

La seconda e la terza fase (2012-2014) erano previste in tre anni, slittati poi – come detto – fino alla fine del 2018. La seconda fase si è concentrata su test, valutazione e implementazione di interventi appropriati per la tomba e le sue pitture murali e lo sviluppo di un piano di monitoraggio delle condizioni a lungo termine. Anche l’infrastruttura tombale (passerelle, barriere protettone, illuminazione e segnaletica) è stata aggiornata e migliorata durante questa fase insieme a raccomandazioni per limitare i numeri dei visitatori. Durante tutto il corso del progetto, i conservatori, gli scienziati e il personale di SCA hanno seguito una formazione in materia di conservazione e gestione dei siti.

Veduta panoramica della Valle dei Re con l’ingresso della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

Nella terza fase, i risultati del progetto sono stati valutati e diffusi al pubblico sia professionale che pubblico attraverso supporti cartacei, visivi e basati sul web. L’obiettivo – hanno spiegato i tecnici – è stato promuovere buone pratiche di conservazione e gestione in Egitto, migliorare le capacità professionali del personale SCA e promuovere la comprensione da parte del pubblico delle pratiche di conservazione.

110 anni fa l’archeologo italiano Schiaparelli scoprì la più bella tomba della Valle delle Regine, la tomba di Nefertari, la Grande Sposa di Ramses II. Una mostra al museo Egizio del Cairo ricorda 110 anni di presenza italiana in Egitto

La regina Nefertari, la Grande Sposa di Ramese II, ritratta negli affreschi della sua tomba nella Valle delle Regine

La regina Nefertari, la Grande Sposa di Ramese II, ritratta nella sua tomba nella Valle delle Regine

La pianta della tomba di Nefertari a Tebe Ovest

La pianta della tomba di Nefertari a Tebe Ovest

“È uno dei monumenti più insigni della necropoli di Tebe che se non per ampiezza, certo per l’armonia delle sue parti e la squisitezza dell’arte, gareggia pur anco colle più belle tombe della Valle dei re”, avrebbe commentato la straordinaria scoperta della tomba della regina Nefertari l’archeologo italiano Ernesto Schiaparelli, direttore del museo Egizio di Torino dal 1894 fino alla sua morte nel 1928. Era il 1904. Schiaparelli a capo di una missione archeologica italiana scoprì nella Valle delle Regine, a Tebe Ovest, quella che probabilmente è la tomba più bella d’Egitto: la QV66, ovvero la tomba della celeberrima Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ramses II (1279-1212), sovrano egizio della XIX dinastia, la quale – pur non avendo regnato in modo autonomo – fu una delle regine più influenti dell’Antico Egitto, a fianco di nomi come Hatshepsut, Tyi, Nefertiti e Cleopatra VII. Ramses II la innalzò alla condizione di divinità vivente attribuendole appellativi come: “la Divina”, “la più amata”, “la Signora del fascino”, “la dolce in amore”, “Madre e Signora del dio in vita”. Non a caso il nome Nefertari letteralmente significa “la più bella”, nome inoltre quasi sempre seguito dall’attributo Mery-en mut, “amata da Mut”, la divinità tebana, sposa di Ammone. Una volta entrato, Schiaparelli si rese subito conto che l’opera dei saccheggiatori aveva lasciato ben poco del corredo originario, ma la QV66 restava ed è un gioiello per la sua struttura architettonica, paragonabile a quelle che si trovano nella Valle dei Re, e, soprattutto, per il magnifico ciclo pittorico che abbellisce le pareti e il soffitto, uno dei più completi e significativi del nuovo regno.

Il moderno ingresso alla tomba di Nefertari nella Valle delle Regine

Il moderno ingresso alla tomba di Nefertari nella Valle delle Regine

Il manifesto della mostra fotografica "Nefertari 1904 - 2014" al museo Egizio del Cairo

Il manifesto della mostra fotografica “Nefertari 1904 – 2014” al museo Egizio del Cairo

Sono passati 110 anni da quella straordinaria scoperta che parla italiano come la targa che ancora oggi campeggia sopra il cancelletto d’ingresso della tomba in fondo alla breve scala di accesso a ricordare l’opera di Ernesto Schiaparelli. E un anniversario così importante come la scoperta della tomba della regina Nefertari non poteva passare sotto silenzio. Per questo l’ambasciata d’Italia e l’Istituto di Cultura italiano al Cairo, in collaborazione con il ministero delle Antichità egiziano, hanno deciso di promuovere la mostra fotografica “Nefertari 1904 – 2014”, che celebra i 110 anni di presenza italiana in Egitto. L’inaugurazione della mostra, sponsorizzata da Alex Bank, del Gruppo Intesa SanPaolo di Torino, e da Bcube logistica di Coniolo (Al), l’8 dicembre al museo Egizio di piazza Tahrir al Cairo, alla presenza dell’ambasciatore d’Italia, Maurizio Massari, e del ministro egiziano delle Antichità, Mamdouh Eldamaty, e sarà successivamente trasferita ad Alessandria e Luxor. “È uno straordinario esempio dell’impegno e della qualità del lavoro di archeologi e restauratori italiani”, sottolinea l’ambasciatore Massari, “e soprattutto la conferma del grande valore della presenza italiana nel settore archeologico egiziano, presenza ancora oggi rilevante, con 23 missioni attualmente operative in tutto l’Egitto”.

L'interno, completamente affrescato, della tomba di Nefertari, la QV66

L’interno, completamente affrescato, della tomba di Nefertari, la QV66

Una visione assonometrica della tomba di Nefertari scavata nella roccia

Una visione assonometrica della tomba di Nefertari scavata nella roccia nella Valle delle Regine

Questa vasta tomba scoperta nel 1904 dall’egittologo Ernesto Schiaparelli, purtroppo deturpata e saccheggiata al punto da essere priva della mummia (il sarcofago in granito rosa è stato trovato aperto e spezzato), è collocata nel versante settentrionale della Valle delle Regine e presenta una pianta molto articolata. È infatti diversa rispetto alle tombe di altre regine (solitamente più semplici e dotate solo di una camera funeraria), e si ispira piuttosto alle sepolture faraoniche della vicina Valle dei Re. Sulle pareti della seconda scala discendente, la decorazione è anche a rilievo. I dipinti raggiungono apici di qualità nell’ambito dell’arte funeraria egizia soprattutto per la ricchezza di colori (verde, blu egiziano, rosso, ocra gialla, bianco e nero) e di dettagli, mentre i temi e i contenuti rispettano le indicazioni contenute nel Libro dei Morti. Le immagini descrivono il viaggio di Nefertari verso l’Aldilà, durante il quale gioca a senet (gioco da tavolo, considerato uno degli antenati del backgammon), entra nel mondo sotterraneo dove incontra molte divinità tra le quali Osiride e Iside. Al termine del ciclo pittorico, Nefertari trionfa e si tramuta in Osiride (dio dei morti), con il conseguente, auspicato raggiungimento dell’immortalità e della pace eterna. All’interno della tomba furono ritrovati resti del sarcofago in granito rosa e pochi pezzi del corredo funerario: 34 ushabti, un frammento di bracciale d’oro, amuleti, cofanetti di legno dipinti e un paio di sandali in fibra intrecciata.

La regina Nefertari al cospetto di Osiride: affresco della tomba di Nefertari

La regina Nefertari al cospetto di Osiride: affresco della tomba di Nefertari

Il nome di Nefertari, che visse più di 3500 anni fa, sin dalla scoperta della sua tomba, è stato soffuso da un alone di mistero, forse per il grande amore che le portò il suo sposo Ramses II il quale non seppe consolarsi della perdita della sua regina che morì nel 1255 a.C., sulla quarantina. Di lei venne narrata, nelle numerose iscrizioni e raffigurazioni rinvenute, la straordinaria bellezza e grazia, tanto che alcuni studiosi arrivano persino a stabilirne la parentela con un’altra famosa regina – Nefertiti – asserendo che entrambe erano figlie di Ay, il penultimo faraone della XVIII dinastia. Dal momento delle nozze, Nefertari diventò la compagna inseparabile e senza rivali del re; tutte le testimonianze dimostrano che aveva un ruolo estremamente importante nel regno per la sua intelligenza, la determinazione e la volontà che le permisero di mantenere al fianco del faraone il controllo non solo delle faccende interne, ma anche di quelle internazionali e sacre. Il comportamento di Ramses II nei confronti di Nefertari fu veramente eccezionale: egli giunse a dedicarle un tempio ad Abu Simbel, raro privilegio per una regina, e le costruì la più bella tra le tombe della Valle delle Regine sulla riva del Nilo, di fronte a Luxor, riempendola di oggetti preziosi e facendola decorare con dipinti ispirati agli “incantesimi”, o ai testi sacri del “Libro dei Morti”, per garantirle l’accesso all’eternità.

L'egittologo Ernesto Schiaparelli scoprì la tomba di Nefertari nel 1904

L’egittologo Ernesto Schiaparelli scoprì la tomba di Nefertari nel 1904

Nonostante l’impegno profuso da Ramses II per assicurare l’immortalità di Nefertari, la tomba della sposa venne – come detto – saccheggiata già nell’antichità, tanto che al momento della scoperta, non fu rinvenuta la mummia della regina e si trovarono solo pochi degli oggetti del suo corredo funerario. Non solo, ma molte delle pitture murali andarono danneggiate in seguito alla precedente profanazione; e Schiaparelli stesso constatò che il processo di deterioramento era in atto da tempi antichi, degrado che subì un’accelerazione drammatica dopo l’apertura della tomba da parte dell’archeologo italiano.

Il ritratto di Nefertari prima e dopo i restauri curati da un'equipe di esperti italiani diretta da Laura e Paolo Mora

Il ritratto di Nefertari prima e dopo i restauri curati da un’equipe di esperti italiani diretta da Laura e Paolo Mora per conto del Getty Conservation Institute

Un momento dei delicati restauri del ciclo di affreschi della tomba di Nefertari durati per cinque anni

Un momento dei delicati restauri del ciclo di affreschi della tomba di Nefertari durati per cinque anni

Se italiana fu la sua scoperta, italiano è stato anche il salvataggio della preziosa tomba. Schiaparelli intervenne con un ottimo restauro sui dipinti delle pareti, ma nei decenni successivi l’impiego di cemento per nuovi restauri provocò seri danni. Data questa situazione la tomba non venne aperta al pubblico e solo nel 1987 le autorità egiziane decisero di affidarne il restauro al Getty Conservation Institute che chiamò a operare un gruppetto di restauratori italiani guidato da Laura e Paolo Mora (allora direttore dell’Istituto italiano del restauro) e formato da Franco Adamo, Giorgio Capriotti, Lorenza D’ Alessandro, Adriano Luzzi, Giuseppe Giordano e Paolo Pastorello. Un’ équipe di super specialisti tra i migliori del mondo che hanno lavorato cinque anni per stabilizzare lo strato pittorico sull’intonaco e quest’ultimo sulla roccia calcarea delle pareti. Un delicato intervento fatto con bisturi, pennellini e siringhe con cui iniettare consolidanti sotto lo strato pittorico; nessuna integrazione dei dipinti. Durante il restauro sono emersi particolari che hanno fatto “vedere” gli antichi Egizi al lavoro. Sulle pareti sono state infatti trovate annotazioni degli operai che eseguirono lo scavo della roccia (“scavare fin qui!”) e anche le tracce lasciate dalle cordicelle intrise di colore con le quali i pittori “tirarono le righe” per organizzare gli spazi da dipingere. Inoltre, sui dipinti delle pareti sono stati osservati alcuni schizzi di colore blu (il colore del soffitto) e ciò dimostra che il soffitto venne dipinto dopo che erano state eseguite le pitture delle pareti. Un sistema di procedere, questo, che potrebbe sembrare sbagliato ma che trova invece una spiegazione quando si pensa che gli antichi pittori operavano alla luce delle lampade a olio e quindi con poca luce. Per questo preferirono lasciare il soffitto bianco fino alla fine dei lavori in modo che il suo chiarore integrasse la fioca luce delle lampade. Per realizzare la tomba gli antichi egizi estrassero tonnellate di roccia scendendo fino a una profondità di 812 metri e affrescarono una superficie di circa 520 metri quadrati. Uno sforzo immane per creare un luogo degno della regina e che, nella sua stessa disposizione delle camere e nei soggetti dei dipinti, rappresenta l’itinerario rituale che la defunta percorse per unirsi con le forze cosmiche e raggiungere le Stelle Perenni.