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Napoli. Al museo Archeologico nazionale con la conferenza “L’oro di Napoli. Devozione, moneta e fiducia” si apre il ciclo di tre incontri “L’avventura della moneta. Lo scambio infinito”, organizzato in collaborazione con Banca d’Italia e MUDEM, propedeutico alla riapertura a maggio della Sezione Numismatica

Al lavoro nei laboratori del museo Archeologico nazionale di Napoli per la riapertura della Sezione Numismatica (foto mann)

La conferenza “L’oro di Napoli. Devozione, moneta e fiducia”, venerdì 24 aprile 2026, alle 11, all’Auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli, apre il ciclo di conferenze “L’avventura della moneta. Lo scambio infinito”, organizzato in collaborazione con Banca d’Italia e MUDEM (museo della Moneta della Banca d’Italia) e con il patrocinio della Città Metropolitana e del Comune di Napoli, nato per esplorare la moneta non solo come oggetto fisico, ma come fulcro di uno “scambio infinito” tra culture, tecnologie e società. Uno spazio dove la moneta e la finanza dialogano apertamente con il mondo della cultura, affrontando temi cruciali come l’oro, la statistica e l’archeologia. Il Mann sarà palcoscenico di un dialogo inedito tra economia, storia e innovazione attraverso uno sguardo trasversale capace di tenere insieme: passato e presente, istituzioni e comunità, strumenti antichi e tecnologie contemporanee. La scelta di Napoli e del Mann per un ciclo di incontri di rilevanza nazionale dedicato al ruolo e alla forma della moneta dall’antichità ad oggi non è casuale, ma si lega alla prossima riapertura, a maggio 2026, della Sezione Numismatica del museo Archeologico nazionale di Napoli.

Il primo incontro, venerdì 24 aprile 2026, alle 11, “L’oro di Napoli. Devozione, moneta e fiducia” si propone come una riflessione profonda sul ruolo dell’oro come garanzia di valore e stabilità nei sistemi monetari del passato, la sua funzione strategica nella finanza odierna e il suo profondo valore simbolico e devozionale nella Storia. Introducono Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli; Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia; Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli. Intervengono Renata Cantilena, presidente dell’Istituto Italiano di Numismatica; mons. Vincenzo de Gregorio, Abate Prelato della Cappella del Tesoro di San Gennaro; Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera.

Gli altri due appuntamenti del ciclo sono in programma il 18 maggio e il 22 giugno 2026. Nel secondo appuntamento del 18 maggio, Domenico Piccolo (professore emerito di Statistica all’università di Napoli Federico II) dialogherà con Giovanni Iuzzolino (progetto Museo della Moneta della Banca d’Italia) sul tema “Giocare con i numeri. La statistica come sesto senso finanziario”. Il pubblico è invitato a scoprire la statistica come strumento quotidiano. L’incontro mostrerà come i numeri aiutino a interpretare l’incertezza, riconoscere i rischi e prendere decisioni più consapevoli, in piena sintonia con la vocazione educativa del MUDEM. Nell’ultimo incontro, il 22 giugno 2026, dedicato a “Fiducia e registrazione: dall’Archivio dei Sulpici alla blockchain”, si confronteranno la vice direttrice generale della Banca d’Italia Chiara Scotti e il direttore del MANN Francesco Sirano. Sarà dunque un affascinante confronto tra l’Archivio dei Sulpici — straordinaria testimonianza archeologica delle pratiche creditizie romane — e le più moderne tecnologie di registrazione digitale come la blockchain.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale aperta la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” che conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità

Il 21 dicembre 2025 si sono celebrati i 2500 anni dalla fondazione di Neapolis, avvenuta nel 475 a.C. Ma sulla collina che oggi chiamiamo di Pizzofalcone dall’VIII secolo c’è già un insediamento, fondato dai Cumani, che prende il nome dalla sirena Parthenope sepolta sulla spiaggia sottostante, dove c’è Castel dell’Ovo. A Napoli Parthenope era venerata come protettrice. E ancora oggi i napoletani sono anche partenopei! Dal 3 aprile al 6 luglio 2026, al museo Archeologico nazionale di Napoli, la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” intende costruire una sorta di summa per immagini sul mito della sirena. Il percorso, curato da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia (significativamente, l’opera lascerà la mostra per la prima settimana di maggio in occasione della processione in onore di San Gennaro, per poi ritornare al Mann dopo i festeggiamenti).

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Dall’VIII secolo a.C. un legame indissolubile ha connesso Napoli a questa creatura, prima uccello con testa femminile, poi donna con coda di pesce; se, inizialmente, le Sirene erano pericolose ammaliatrici, ben presto divennero protettrici benevole. Parthenope, in particolare, è entrata a far parte della vita quotidiana napoletana: dalle monete dell’antica Neapolis ai rilievi, dalla fontana di Spinacorona detta “delle zizze” (dove si recavano ancora nell’800 le donne del popolo per chiedere protezione per il parto) alle decorazioni su edifici pubblici come il Teatro San Carlo o la Galleria Vittorio Emanuele, per giungere, infine, ai murales disseminati nella città.

La mostra “Parthenope. La Sirena e la città” è dedicata allo straordinario e lunghissimo rapporto della Sirena Parthenope con la città di Napoli, il cui nome greco più antico, Parthenope appunto, rimanda a quello della mitica creatura che morì nel golfo di Napoli. Tra miti, archeologia, e antropologia culturale, l’esposizione ripercorre le origini e le trasformazioni di questo essere dalla profonda potenza simbolica. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Parthenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. A fare da introduzione alla mostra, il visitatore trova nell’Atrio monumentale del Museo, davanti allo scalone, un grande telo bianco, della superficie di 45 metri quadri, con la rappresentazione del tuffo suicida della Sirena: l’opera è concepita e realizzata dall’artista argentino Francisco Bosoletti proprio per questa occasione e offerta in dono al Mann.

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, co-curatore della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Mann (foto mann)

“Grazie a un prestigioso Comitato scientifico”, commenta il direttore del Mann, Francesco Sirano, “le Sirene e Parthenope emergono oltre gli stereotipi, cogliendo le mille sfumature del mito e presentandone le rielaborazioni, anche grottesche e surreali. Napoli è lo scenario indispensabile per questo: e alla città dedichiamo un settore dell’esposizione dove molti materiali sono esposti per la prima volta, provenienti dagli scavi della metropolitana o da collezioni private, frutto dell’eccellente collaborazione con la soprintendenza di Napoli e della generosità dei proprietari (gli eredi Caputi). Mi piace pensare a Parthenope come a una mostra in divenire che esce necessariamente dalle sale del Mann per invitare tutti ad un affascinante viaggio nella nostra città alla scoperta dei tanti luoghi consacrati alla Sirena (come la fontana di Spinacorona o la cosiddetta tomba di Parthenope nella bellissima chiesa di San Giovanni Maggiore a Mezzocannone) o dove la Sirena è rappresentata. Questo progetto nasce anche grazie ad una rete virtuosa di collaborazioni con tante istituzioni del ministero (soprintendenza di Napoli, direzione regionale Musei della Campania, Biblioteca dei Girolamini e tanti altri Musei autonomi in tutta Italia) e la Regione Campania. L’apertura al presente e al futuro è inoltre simboleggiata, nell’Atrio del Museo, da un’opera concepita proprio per questo evento dall’artista Francisco Bosoletti che ha lavorato in un cantiere aperto al pubblico”.

Inaugurazione della mostra “Parthenope. La Sirena e la città”: da snistra, Francesco Sirano, Gaetano Manfredi, Alfonsina Russo, Luigi La Rocca, Massimo Osanna (foto livia pacera / mann)

“Sono lieto di inaugurare questa mostra”, dichiara il direttore generale Musei, Massimo Osanna, “esito di un progetto a cui ho lavorato durante il periodo della mia direzione del Mann e sviluppato attorno a uno dei temi più affascinanti e profondi dell’identità culturale di Napoli: il legame tra la città e la figura della Sirena, che attraversa i secoli e continua a vivere nella memoria e nell’immaginario collettivo. Il percorso mette in relazione archeologia, storia e linguaggi contemporanei, mostrando come il mito non sia un elemento statico, ma una narrazione in continua evoluzione, capace di rigenerarsi e di mantenere intatta la propria forza simbolica. È un progetto che coniuga ricerca e capacità narrativa, restituendo al pubblico la complessità di un racconto che attraversa il tempo”.

Urna con Odisseo e le Sirene, rilievo in alabastro da Volterra (metà II sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto mann)

“La mostra Parthenope. La Sirena e la città”, sottolinea Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del MiC, “rappresenta un’importante occasione di valorizzazione del patrimonio culturale, capace di mettere in luce il profondo legame tra mito, storia e identità territoriale. L’esposizione offre l’opportunità di rileggere un simbolo identitario in chiave contemporanea, mettendo in dialogo reperti, contesti e strumenti multimediali, valorizzando al contempo il ruolo delle istituzioni coinvolte nella tutela e nella ricerca. Ritengo particolarmente rilevante la capacità del progetto di attivare reti, anche internazionali, e di restituire al pubblico materiali inediti, ampliando le possibilità di conoscenza e accesso. Iniziative come questa confermano l’importanza di una strategia culturale che investa sulla qualità dei contenuti e sulla capacità di coinvolgere pubblici diversi, contribuendo allo sviluppo culturale e sociale dei territori. In questa prospettiva, il Dipartimento sostiene con convinzione progetti che rendono accessibili contenuti di alto valore e che rafforzano il legame tra patrimonio e comunità, promuovendo una fruizione consapevole e partecipata”.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

“Era finora mancata a Napoli una mostra che indagasse il mito e l’iconografia di Parthenope, una figura ancora vivissima nell’immaginario collettivo della città”, dichiara Luigi La Rocca, capo dipartimento Tutela del patrimonio Culturale del MiC, “e mi pare significativo che essa sia potuta nutrire delle testimonianze materiali e delle nuove conoscenze sulla città antica derivate dalle intense indagini archeologiche condotte dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il comune di Napoli. Tra tutte direi, la scoperta del santuario dei Giochi Isolimpici nell’area di piazza Nicola Amore, in cui, in epoca romana, la pratica della corsa con fiaccole, la lampadoforia, teneva viva la memoria del culto delle Sirena, una chiara forma di persistenza rituale della corsa istituita nel 425 a.C. dal navarca ateniese Diotimo. Ciò testimonia, ancora una volta, quanto siano fondamentali la tutela e la ricerca ai fini della valorizzazione del nostro patrimonio culturale e quanto sia necessaria la continua interazione tra i diversi uffici del nostro Ministero”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

La mostra è realizzata in cofinanziamento con fondi del ministero della Cultura e della Regione Campania (fondi di coesione 21/27) e di Scabec/Campania Artecard; Intesa Sanpaolo ha sostenuto il catalogo in pubblicazione per i tipi della casa editrice Allemandi; l’Azienda Napoletana Mobilità- ANM – e la compagnia di navigazione Snav hanno siglato appositi accordi di partenariato con il Mann per veicolare la conoscenza dell’allestimento, rispettivamente nella metropolitana e con i ticket integrati e a bordo degli aliscafi e delle navi. “Con la mostra su Parthenope”, sostiene Onofrio Cutaia, assessore alla Cultura e agli eventi della Regione Campania, “la Regione Campania non solo rinnova il proprio impegno nella valorizzazione del patrimonio culturale, ma afferma con chiarezza una visione: fare della cultura un’infrastruttura stabile di sviluppo, capace di generare identità, conoscenza e nuove forme di attrattività. Attraverso i Fondi di Coesione 2021–2027 e il Sistema Mostre, stiamo costruendo una programmazione organica e pluriennale che supera la logica dell’evento singolo e restituisce centralità ai luoghi della cultura come presìdi permanenti di crescita civile ed economica. In questo percorso, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si conferma protagonista, capace di attivare narrazioni che mettono in relazione il patrimonio con la contemporaneità e con il territorio. Parthenope è, in questo senso, più di una mostra: è un racconto che si estende dalla dimensione museale alla città e ai suoi paesaggi culturali, contribuendo a definire un modello di fruizione integrata e diffusa. È su questa direzione che la Regione Campania intende continuare a investire, consolidando un sistema culturale solido, connesso e sostenibile, all’altezza delle sfide e delle opportunità dei prossimi anni”.  

Dettaglio dell’oinochoe con Odisseo e le Sirene, in ceramica attica a figure nere (525-500 a.C.) conservata allo Staatlische Museen di Berlino (foto mann)

“Il nome Parthenope evoca un’immediata connessione tra la città e i suoi abitanti”, afferma Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. “Un legame inscindibile, da raccontare alle nuove generazioni. La mostra del Mann, una delle istituzioni culturali più rappresentative della città, mette in relazione elementi mitici e reali, rappresentazioni archetipiche e testimonianze materiali inedite, come i frammenti derivanti dagli scavi recenti della Metropolitana. La varietà dell’esposizione riflette la particolarità e la ricchezza simbolica della Sirena Parthenope. Ad arricchire il progetto, un gran numero di prestiti nazionali e internazionali che ritrovano, nelle sale del Mann, una location unica. La collaborazione tra musei nazionali, internazionali e collezioni private contribuisce a rendere la mostra un’eccezionale occasione di confronto, nonché un ulteriore tassello dell’offerta culturale della città sempre più articolata per i napoletani e per i turisti che avranno l’opportunità di visitarla”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Il percorso è diviso in tre macrosezioni – ciascuna individuata da un colore (celeste, giallo e rosso porpora) – a loro volta articolate in sette sale, il cui allestimento è curato dallo studio di architettura di Gregorio Pecorelli. La mostra parte dalla forma delle Sirene e indaga la progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri vivono nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello per diventare, nel Medioevo, donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes. Un articolato apparato multimediale accompagna l’esposizione dei materiali, per comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova”, fondata a poca distanza da Parthenope alla fine del VI secolo a.C., e del permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.

Anforetta con sirene, galli e motivi floreali, in ceramica calcidese a figure nere, dalla necropoli del Vadabillo di Massa Lubrense (550-500 a.C.) conservata al museo Archeologico della Penisola Sorrentina “George Vallet” di Piano di Sorrento (foto mann)

Tanti i prestiti importanti provenienti dalle istituzioni coinvolte, come il celebre cratere del naufragio dal museo di Villa Arbusto, che apre il percorso di visita, con un rimando alle difficoltà della navigazione verso l’ignoto; dal museo Archeologico della penisola sorrentina “Georges Vallet” proviene l’anfora calcidese con sirene, galli e motivi floreali, scelta come immagine guida della mostra; dai Musei di Berlino è giunta l’oinochoe attica a figure nere che raffigura Odisseo con un doppio paio di braccia, quasi a rendere il movimento frenetico provocato dal canto ammaliatore delle sirene; dal British Museum arrivano lo stamnos a figure rosse con il tuffo in picchiata della Sirena dopo il passaggio di Odisseo e l’affresco pompeiano in cui sono rappresentate le ossa dei naviganti caduti nel tranello delle Sirene; significativa, infine, la presenza in allestimento di sarcofagi di età imperiale e paleocristiana, in cui il re di Itaca è rappresentato mentre resiste alla tentazione (non a caso nel sarcofago del museo nazionale Romano, presente in mostra, la scena è affiancata a una conversazione filosofica, come prova di equilibrio e saggezza). Tra le curiosità dell’allestimento, una matrice apparentemente informe, riferibile alle officine bronzistiche operanti a Santa Maria Capua Vetere (l’antica Capua romana), tra I sec. a.C. e I sec. d.C.: qui le indagini tomografiche hanno permesso di rilevare la forma di un oggetto, una piccola sirena, che poteva decorare lucerne, arredi o grandi vasi.

Stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, in terracotta, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

Ricca la sezione dedicata all’insediamento di Parthenope, su cui hanno gettato luce anche i recenti scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana: in un viaggio diacronico, che parte dall’VIII sec. a.C., è possibile non solo ricostruire, anche tramite il supporto video, l’antica configurazione del paesaggio, ma soprattutto raccontare quanto il culto della sirena diventi un filo conduttore che unisce le diverse aree della città, tra acropoli (Sant’Aniello a Caponapoli) e fascia costiera (piazza Nicola Amore), dove sarebbe sorto in età augustea il Santuario dei Giochi Isolimpici.

Il busto seicentesco di Santa Patrizia, in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero (foto mann)

L’esposizione traccia anche un viaggio significativo tra opere che vanno dal Basso Medioevo alla contemporaneità: due rilievi, l’uno rinvenuto presso la cattedrale di Bari (fine XI sec.), il secondo ritrovato presso la chiesa di san Pietro di Alba Fucens (XII secolo), testimoniano il passaggio dall’iconografia della Sirena uccello a quella della Sirena pesce; tra i pezzi più interessanti di fine Cinquecento figura una sirena in bronzo della collezione Del Monte e Barberini; nel passaggio fra Ottocento e Novecento, la Sirena acquista un aspetto seducente e ammaliatore, come testimoniano il nudo della figlia Giuseppina come Sirena (1911) di Vincenzo Gemito, la Sirena in legno dorato (1915) di Guido Balsamo Stella e la Sirenetta in gesso policromo (1917) di Hendrik Christian Andersen. Chiude il percorso una sala dedicata alla Sirena in città, con il busto seicentesco di Santa Patrizia (in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero), che assorbe alcuni attributi della Sirena, e una carrellata di fotografie, scattate da Sabrina De Gaudio, che fissa alcune trasposizioni contemporanee del mito (tra queste, la celebre Sirena murales di Trallalà e la Sirena Lilith negli stencil LSD Alisei).

Sirene: dettaglio del libro “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, conservato nella Biblioteca del Mann (foto livia pacera / mann)

In mostra sono esposti anche alcuni pregevoli volumi provenienti dal fondo antico della biblioteca del museo Archeologico nazionale di Napoli: la “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, che ritrova, nella tradizione mitologica, il fondamento della costruzione identitaria della città; le “Historiae neapolitanae…” di Giulio Cesare Capaccio (edizione del 1771), che consolida il nesso tra mito, topografia e memoria civica; i “Monumenti antichi inediti spiegati…” (edizione del 1821) – di Johann Joachim Winckelmann, in cui figura una splendida incisione sulla sirena in forma d’uccello; la guida “Un mese a Napoli “ – di Achille de Lauzieres, edita da Gaetano Nobile (1850), volume che restituisce l’immagine di una città in trasformazione, documentandone il fermento ottocentesco.

Mostra “Parthenope. La sirena e la città”: video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C. (foto mann)

Tra i supporti multimediali presenti in mostra si segnala un video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C., agli albori della colonizzazione greca in Occidente. Il video, basato su un rigoroso studio scientifico e su un’approfondita ricerca bibliografica, è stato realizzato in collaborazione con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per il comune di Napoli. Il “volo” dello sguardo parte dalla penisola sorrentina, corre parallelo alla foce del Sarno, incontra un Vesuvio molto diverso da come lo conosciamo oggi. Dopo aver attraversato la piana del Sebeto, si raggiungono il promontorio del Pendino, su cui sorgerà Neapolis, quello di Pizzofalcone e, sormontata la collina di Posillipo, i Campi Flegrei, Ischia, dove si trovano la necropoli e il quartiere artigianale di Mazzola, fino a raggiungere l’acropoli di Cuma, sede della prima colonia della Magna Grecia.

 

Fotografia in lutto. Si è spento a 91 anni Mimmo Jodice, un gigante della fotografia, voce poetica di Napoli. Cordoglio di tutta la città. Il ricordo commosso di enti culturali, istituzioni, ex allievi. Il ministro Giuli: “ha saputo raccontare con la luce l’anima nascosta delle città, dei volti, delle rovine, della memoria”

Fotografie di Mimmo Jodice con i Corridori dalla Villa dei Papiri sulle pareti della stazione Museo della Metro di Napoli (foto anm na)

Quegli sguardi fissi, quegli occhi, quei movimenti che vengono dal passato e ti accompagnano verso l’uscita della stazione Museo della metropolitana di Napoli e ti preparano alle emozioni che ti aspettano, in superficie, al museo Archeologico nazionale di Napoli. Quelle immagini che fanno “parlare” l’Antico sono scatti memorabili del fotografo Mimmo Jodice: un patrimonio universale le sue foto, oggi ancora più prezioso. Domenico Mimmo Jodice si è spento a 91 anni il 28 ottobre 2025 a Napoli, nella sua Napoli dove erano nato, nel rione Sanità, il 29 marzo 1934. Lascia la moglie Angela, e i figli Barbara e Francesco. Napoli piange il suo figlio che ha fatto conoscere la città fuori dagli stereotipi. Grande il cordoglio di enti culturali, istituzioni, ex allievi, comuni cittadini. Per tutti il sindaco Gaetano Manfredi e tutta l’amministrazione comunale di Napoli esprimono “profondo cordoglio per la scomparsa di Mimmo Jodice, maestro della fotografia e voce poetica della città. Con la sua arte, Jodice ha saputo raccontare Napoli al di là dei cliché, restituendone l’anima più autentica”.  Giovedì 30 ottobre 2025, dalle 12 alle 16.30, per volontà del sindaco e della famiglia, la camera ardente sarà allestita al Maschio Angioino, luogo simbolico e caro all’artista, che ha ospitato la sua ultima grande mostra “Napoli Metafisica”.

L’annuncio della morte di Mimmo Jodice da parte di RaiNews

Mimmo Jodice è stato uno dei più grandi fotografi di sempre. Autodidatta, si avvicina alla fotografia negli anni ’50. Negli anni ’60 Jodice ha collaborato con artisti come Andy Warhol, Joseph Beuys, Sol LeWitt, Michelangelo Pistoletto e Alberto Burri. Dal 1970 al 1994 ha insegnato fotografia all’Accademia di Belle arti di Napoli. Nel 1970 la sua prima mostra nazionale Nudi dentro cartelle ermetiche alla galleria il Diaframma di Milano, con presentazione di Cesare Zavattini. Negli anni successivi si susseguono le mostre personali nei musei di tutto il mondo: Philadelphia Museum of Art 1995; Maison Européenne de la Photographie 1998; museo di Capodimonte 1998; Galleria nazionale d’Arte moderna e contemporanea 2000; Massachusetts College of Art and Design 2001; Moscow House of Photography 2004; Museu de Arte de Sao Paulo 2004; MART 2004; Bassano Fotografia 2013. Nel 2001 la Galleria d’Arte moderna di Torino gli ha dedicato un’esauriente Retrospettiva 1965/2000. Nel 2002 vince il Premio Flauto d’Argento. Nel 2003 è il primo fotografo a ricevere il Premio “Antonio Feltrinelli” dell’Accademia nazionale dei Lincei. Nel 2006 l’università Federico II gli conferisce la Laurea Honoris Causa in Architettura. Nel 2007 espone alla Fondazione Forma di Milano l’importante retrospettiva “Perdersi a guardare – Trenta anni di fotografia in Italia” che verrà poi esposta l’anno successivo ad Arles e di cui l’Editore Contrasto pubblica il libro omonimo in italiano, inglese e francese. Il museo d’Arte contemporanea di Napoli (MADRE) nel 2016 decide di dedicare una grande retrospettiva sul lavoro del fotografo. Tra i lavori che restano nella storia della fotografia le Vedute di Napoli e la serie Anamnesi, le foto ai capolavori del museo Archeologico nazionale di Napoli. “Con Mimmo Jodice scompare un maestro indiscusso della fotografia italiana e internazionale”, dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “un uomo di rara sensibilità che ha saputo raccontare con la luce l’anima nascosta delle città, dei volti, delle rovine, della memoria. Il suo sguardo era insieme antico e radicalmente moderno, capace di rendere visibile l’invisibile. La nostra amicizia, maturata durante la mia presidenza al Maxxi, era nutrita dalla comune convinzione che le arti riescano a trovare un senso compiuto quando vengono poste al servizio della società. È esattamente l’ideale che il maestro Jodice perseguì lungo l’intero arco della sua inarrivabile carriera. A sua moglie Angela e alla sua famiglia va il mio caloroso abbraccio”.

Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, con il fotografo Mimmo Jodice (foto da profilo FB de luca)

Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania: “Addio a Mimmo Jodice, uno dei grandi maestri della fotografia italiana del secondo Novecento e dell’età contemporanea. Legato intimamente a Napoli, in particolare al Rione Sanità, dov’era nato e cresciuto, ne ha rappresentato le problematiche e le contraddizioni sociali. È stato un grande innovatore delle tecniche e delle forme espressive. La macchina fotografica per Mimmo Jodice era un mezzo per raccontare la natura umana andando oltre il tempo e lo spazio. È stato un artista a tutto tondo, un grande intellettuale che ha dato lustro a Napoli e alla Campania a livello mondiale. Nel 2016, la Regione Campania, prodotta dal Museo Madre, gli aveva dedicato la prima monografia retrospettiva, come tributo ad una lunghissima carriera artistica. È una grave perdita per la nostra comunità. Facciamo le nostre condoglianze ai suoi familiari. Lo ricorderemo sempre con grande gratitudine ed affetto”.

Atleti dalla Villa dei Papiri, 1986: foto di Mimmo Jodice dei capolavori conservati al Mann

Museo Archeologico nazionale di Napoli. “Da ragazzo vivevo nella Sanità e lavoravo in una libreria a Port’Alba (…). Quando la libreria chiudeva per la pausa, mangiando il mio panino, mi fiondavo al Museo Archeologico. Lì trascorrevo la mia ora di pausa, conversando con la -mia- scultura. Ogni giorno sceglievo con chi parlare, un dialogo muto, intenso con uno degli Atleti, oppure con la Venere in Bikini o ancora con le Danzatrici. A seconda delle mie infelicità, paure o difficoltà, sceglievo colui o colei per confidare la mia vita difficile” (Mimmo Jodice per il libro “MANN che Storia”, “La Repubblica Napoli”, marzo 2022). Grazie a Mimmo Jodice, fotografo di fama internazionale che ha sempre conservato semplicità e coerenza, pur avendo segnato pagine indimenticabili della storia dell’arte. Il direttore generale del Mann, Francesco Sirano, lo ricorda così: “Mimmo Jodice ha dedicato al nostro Museo delle fotografie indimenticabili: tra queste, i celebri scatti dei capolavori della Villa dei Papiri sono la rappresentazione tangibile del valore universale dell’arte. Il perdersi a guardare di Mimmo Jodice rappresenta l’esito di un percorso rigoroso di studio attraverso uno sguardo onesto e acutissimo, appassionato di Napoli”.

Foto di Mimmo Jodice sulla copertina del libro “MANN che Storia” (“La Repubblica Napoli”, marzo 2022)

Paolo Giulierini, già direttore del Mann: “Addio Maestro, addio Mimmo. Scegliemmo uno dei tuoi capolavori per raccontare otto anni di riscatto. Non poteva essere altrimenti. E su quella scala del Museo, quel giorno che mi avevano estromesso, tu c’eri a metterci la faccia”.

Fotografie di Mimmo Jodice con le Danzatrici dalla Villa dei Papiri sulle pareti della stazione Museo della Metro di Napoli (foto anm na)

Anm Napoli. Con le immagini tratte dalla collezione delle Stazioni dell’Arte di Metro Linea 1, Museo e Municipio, rendiamo omaggio a Mimmo Jodice, grande maestro della fotografia italiana, scomparso il 28 ottobre 2025. Le accompagniamo con le sue stesse parole, tratte da una toccante intervista del 2015 in cui raccontava il suo profondo dialogo con la statuaria antica: “Ho dialogato con loro, ho cercato innanzitutto di rendere queste espressioni, queste facce, non come pezzi di marmo o di bronzo […] Prima di scattare una foto aspetto un tempo lungo, per cercare di capire che cosa stanno guardando questi occhi. La cosa che mi interessa di più è riuscire a cogliere i sentimenti. Tutto cambierà, ma queste immagini sono l’eternità, un modo di essere, come siamo stati e come saremo”.

Il fotografo napoletano Domenico Mimmo Jodice (foto paerco)

Il parco archeologico di Ercolano esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Mimmo Jodice, maestro della fotografia contemporanea e testimone sensibile della bellezza e della memoria del nostro patrimonio. Con il suo sguardo unico, Jodice ha saputo restituire attraverso l’obiettivo l’anima senza tempo dei siti e reperti archeologici, tra cui spiccano quelli ercolanesi, intrecciando presente e passato in immagini che sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo. La sua arte, capace di cogliere silenzi, dettagli e prospettive, ha dato nuova voce ai luoghi della cultura, contribuendo a rafforzare il legame tra la comunità e le sue radici. Il Parco di Ercolano si unisce al dolore della famiglia, del mondo della fotografia e di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo e di apprezzare la sua opera. Le sue immagini restano testimonianza viva e continueranno a ispirare le generazioni future.

La Piscina Mirabilis di Pozzuoli vista da Mimmo Jodice (pafleg)

Parco archeologico dei Campi Flegrei. Se n’è andato Mimmo Jodice, maestro della fotografia. Il suo sguardo innovativo, che si è posato anche sui monumenti dei Campi Flegrei, ha contribuito a rivoluzionare il mondo della fotografia. Il parco archeologico dei Campi Flegrei si stringe al cordoglio.

Mimmo Jodice col direttore Eike Schmidt al museo di Capodimonte (foto museo capodimonte)

Museo e real bosco di Capodimonte. Il direttore Eike Schmidt, i dipendenti e tutti i collaboratori del museo e real bosco di Capodimonte salutano il maestro Mimmo Jodice, immensa figura di artista e grande napoletano. “Nel porgere il nostro più profondo cordoglio alla famiglia e alla comunità artistica”, dichiara il direttore Schmidt, “non possiamo che rinnovare la nostra riconoscenza per il legame speciale che l’indimenticabile Maestro ha avuto con Capodimonte, testimoniato da importanti donazioni tra le quali la sua amata camera oscura. Caro Maestro, il Centro che porterà il suo nome sarà come voleva dedicato alla formazione dei giovani. Un impegno sacro preso con Lei e con la Sua famiglia che onoreremo con orgoglio”.

“Attesa” di Mimmo Jodice nella mostra opsitata al museo MADRE di Napoli

La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e il museo Madre ricordano Mimmo Jodice. “In anni in cui il la fotografia era prevalentemente strumento per indagini documentaristiche”, scrive la storica dell’arte Olga Scotto di Vettimo, “Mimmo Jodice (Napoli, 1934) sperimenta le potenzialità stesse del mezzo fotografico, conducendo la sua ricerca all’interno di un ambito di ascendenza concettuale. Il nudo, il ritratto e l’oggetto banale diventano il pretesto per interrogare la tecnica e il linguaggio fotografico, mettendo in secondo piano ogni dato emozionale e interpretativo. In tal modo, Jodice sperimenta e decostruisce, combina elementi astratto-cubisti con quelli figurativi, interviene sulla carta attraverso il collage e lo strappo e, ancor prima, nella camera oscura, imponendo movimento e potenzialità a soggetti statici”. Il museo MADRE di Napoli ha conferito a Mimmo Jodice il suo primo “Matronato alla carriera” nel 2014, in riconoscimento della sua eccellente carriera artistica. Inoltre, nel 2016, il museo ha ospitato la più grande retrospettiva a lui dedicata, intitolata “Attesa, 1960-2016”, che presentava più di cento opere.

Festa Teatrale per il giorno onomastico del Teatro di San Carlo: scenoigrafia di Carosi su foto di Jodice (foto teatro san carlo)

Il Teatro di San Carlo di Napoli si unisce al cordoglio per la scomparsa di Mimmo Jodice. Con la sua opera ha saputo raccontare Napoli, la sua luce e la sua memoria, restituendo alla fotografia una profonda dimensione poetica e civile. La sua ricerca artistica, segnata da sensibilità e visione, ha contribuito in modo indelebile alla cultura del nostro tempo. Il Teatro di San Carlo ricorda con riconoscenza un Maestro che ha onorato la nostra città con la sua arte e il suo sguardo unico sul mondo. Il 4 novembre 1987, la scenografia di Mauro Carosi fu basata su un celebre scatto di Mimmo Jodice in occasione dello spettacolo firmato da Roberto De Simone per il 250° anniversario del Teatro.

SCABEC. Ci lascia Mimmo Jodice, maestro che con il suo sguardo ha saputo trasformare l’antico in visione contemporanea. Grazie Maestro.

Villa Jovis a Capri: Opera 43, 1984, di Mimmo Jodice (musei di capri)

Musei di Capri. Con profonda tristezza apprendiamo la scomparsa di Mimmo Jodice, maestro della fotografia italiana contemporanea. Nel 2010 la Certosa di San Giacomo ha accolto la sua mostra “Figure del mare”. La visione del mare come luogo del vuoto, il silenzio, la sospensione del tempo, la persistenza del passato nel presente, frammenti di corpi e di volti di sculture della classicità restituiti dal mare.

Mostra “Le fiabe sono vere… Storia popolare italiana” al museo delle Civiltà (foto muciv)

Il MUCIV-Museo delle Civiltà si stringe alla famiglia di Mimmo Jodice nel ricordo di un grande artista della fotografia. Attorno a colui che ha ispirato coloro che hanno deciso di fotografare il mondo grazie ai suoi generosi insegnamenti, alla sua visione tanto estetica quanto etica. Dalla Napoli antropologica e popolare a quella surreale e metafisica, dalle immagini in cui ridà vita a architetture, sculture e paesaggi dell’archeologia alle immagini dei vuoti delle megalopoli contemporanee. Jodice celebra un umanesimo paziente e sapiente, riuscendo a dare rappresentazione al tempo oltre che allo spazio, in un’”attesa” che non ha fine. Nel suo mare Mediterraneo continueremo a ricordarlo tra gli echi e le memorie della mostra “Le fiabe sono vere… Storia popolare italiana”. Grazie, Mimmo.

Mimmo Jodice al Mart di Rovereto in occasione della presentazione della mostra: Mimmo Jodice. Dalla collezione “i Cotroneo” (foto Mart, Jacopo Salvi, 2016)

MART di Rovereto. Ci uniamo al cordoglio del mondo dell’arte per la scomparsa di Mimmo Jodice, artista a cui siamo molto legati e di cui conserviamo splendide opere. Fanno parte del patrimonio del Mart le fotografie del celebre ciclo “Mediterraneo”, alcune delle quali inserite nella mostra “Sport. Le sfide del corpo”, e sei opere appartenenti alla serie “Isolario Mediterraneo” che Jodice stesso decise di donarci. La nostra vicinanza va oggi ai familiari di Mimmo Jodice e in particolare al figlio Francesco a cui mandiamo un caloroso abbraccio.

Omaggio di Udine Musei al maestro Mimmo Jodice (foto da FB)

Udine Musei. Siamo vicini alla famiglia di Mimmo Jodice. Ci stringiamo attorno ad Angela, Barbara e Francesco. Oggi accendiamo con riconoscenza le luci sulla sua opera, le sue visioni e i suoi valori.

Occhi dalla collezione Mediterraneo di Mimmo Jodice (dal profil FB di laura noviello)

L’archeologa Laura Noviello: “Il “genio” di saper “scrivere con la luce”, il fotografare di Mimmo Jodice: di restituire al passato una contemporaneità viva di carne ferita e sangue. E al nostro quotidiano vivere un passato che è puro, eterno presente. Mimmo, un meraviglioso napoletano. Ci pensavo attraversando la metro, che i corridori ercolanensi mi guardavano accanto alle Danaidi nei tunnel cingolati di ferro, in mezzo alla folla. “Eccolo il genio”, e mentre tornavo in superficie davanti all’apparizione dell’Antro cumano con i suoi tagli straordinari di luce. Ai miei occhi ho sempre avuto peplophorai e amazzoni da lui ritratte, tanto che sabato davanti a quella ercolanense, ancora una volta, ho rivisto il suo occhio e il volto ferito. Non ho talento negli elogi pubblici, ma rivedo anche la mia prima, piccola agenda, costellata di sue foto vesuviane e in me è tutta la gratitudine immensa davanti alla costruzione di un universo complesso e stratificato di senso e significati. Se viviamo in questo tempo che è tutti i tempi insieme, danzando con le Danaidi e tra i corridori al Museo come in metro e ovunque a Napoli, è anche grazie a chi, come Mimmo, ha saputo cogliere e rendere tangibile questo straordinario miracolo che ci è dato. Ha lasciato un segno, uno sguardo, un modo di raccontare la terra campana: flegrea e vesuviana come nessun altro. D’altronde parlando di Napoli diceva e non a torto: “Se fossi nato a Milano o a Zurigo non avrei fatto il fotografo”. Inutile anche argomentarne il perché. A lui tutta la nostra viva e meravigliata gratitudine. Grazie Maestro”.

Il fotografo Mimmo Jodice con l’archeologo Giuliano Volpe (foto da FB)

L’archeologo Giuliano Volpe: “Un grande dispiacere per la perdita di Mimmo Jodice, grande fotografo con una sensibilità particolare per l’archeologia, il patrimonio culturale ma soprattutto per le persone. La sua celebre fotografia con la testa di Demetra tenuta con la sua stessa mano mentre la fotografava, è la copertina di un mio libro: Mimmo me la donò gratuitamente e generosamente, l’ho mostrata migliaia di volte in tante occasioni perché per me ha sempre rappresentato l’essenza del nostro patrimonio, bello, ricco, danneggiato e soprattutto bisognoso di una iniziativa dal basso, come quella mano. Una foto diventata anche simbolo del Rione Sanità, dove era nato e al quale è restato sempre legato, come presidente onorario della Fondazione San Gennaro e grande sostenitore del progetto di Antonio Loffredo. Grazie caro Mimmo, persona generosa, disponibile, colta, sensibile, le tue splendide foto resteranno immortali”.

Demetra, Opera III, Ercolano: foto di Mimmo Jodice (da profilo FB di caterina greco)

L’archeologa Caterina Greco: “Nessuno come lui ha saputo rendere contemporanea l’arte antica”.

Mimmo Jodice in Calabria (foto da profilo FB di Mirella Stampa Barracco)

Fondazione Napoli Novantanove. “Ci piace ricordare il nostro caro amico Mimmo Jodice”, scrive Mirella Stampa Barracco, “a cui ci legava affetto, stima e una profonda riconoscenza per quanto aveva fatto per la nostra Fondazione: dalla foto dell’Arco di Trionfo violato nel 1989 al magnifico album di 40 foto in Calabria rappresentazione in chiave moderna di un percorso del Grand Tour. Ci mancherà molto non solo a noi ma a tutti quelli come lui che hanno visto, sognato un mondo migliore. Grazie Mimmo”.

Gibellina in uno scatto di Mimmo Jodice (da profilo FB orestiadi)

La 𝗙𝗼𝗻𝗱𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗢𝗿𝗲𝘀𝘁𝗶𝗮𝗱𝗶 di Gibellina (Tp) ricorda con profonda gratitudine Mimmo Jodice, fotografo e testimone poetico del Novecento, la cui ricerca ha saputo trasformare lo sguardo in pensiero, la realtà in memoria. Con il suo lavoro ha raccontato l’Italia, Napoli, il Mediterraneo, il tempo e le sue assenze, rendendo la fotografia un linguaggio di conoscenza e coscienza civile. Alla fine degli anni Settanta Jodice arrivò a Gibellina, nella valle del Belìce, “𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑎𝑑𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑎𝑡𝑎” segnata dal sisma del 1968. Di quell’esperienza scrisse: “Ho cercato in quella terra addolorata gli spazi deserti, le architetture ancora in costruzione, la fantasmaticità dei luoghi, la ferita del paesaggio ancora aperta”. Da quell’incontro nacquero immagini potenti, tra memoria e rinascita, e un legame profondo con la visione di Ludovico Corrao, fondatore di Gibellina nuova e della Fondazione Orestiadi. Nel 1981 accompagnò Joseph Beuys a Gibellina, documentando quella visita in una serie di scatti raccolti nel volume “Joseph Beuys. Natale a Gibellina” immagini che ancora oggi raccontano la potenza del dialogo tra arte e ferita, distruzione e speranza. Oggi la Fondazione Orestiadi rende omaggio a un artista che ha saputo leggere l’anima dei luoghi e restituirla in luce.

Volti dall’antico di Mimmo Jodice (foto da profilo FB di Koch)

Roberto Koch, presidente della Fondazione Forma per la Fotografia: “Se ne è andato Mimmo Jodice il grande e insostituibile Mimmo e lascia la sua adorata Angela e i figli Barbara e Francesco con tutti i nipoti. Lascia a tutti noi e al mondo le sue meravigliose foto come questa di Anamnesi che ho amato montare a Torino e a Udine. Lo piange tutta Napoli e tutto il mondo della fotografia. Lo abbiamo amato e continueremo ad amarlo con le sue foto ma con una grande tristezza”.

Lucia Valenzi con Mimmo Jodice (da FB)

Lucia Valenzi dell’omonima fondazione di Napoli: “Ci uniamo al cordoglio per la morte del grande maestro Mimmo Jodice. La sua preziosa opera ha percorso e sperimentato le espressioni più alte della fotografia dalla indagine sociale degli anni 60 e 70 alle città “metafisiche” di tutto il mondo, senza mai staccarsi dalla realtà di Napoli. Un pensiero particolarmente dolente va alla amatissima Angela, mentre ricordiamo la sua generosità arrivata anche a me e alla Fondazione Valenzi con le foto della mostra “La Napoli di Maurizio” e la testimonianza nel film “La Giunta”.

“Carta d’Identità” di Mimmo Jodice (foto da profilo FB mazzolini)

Monica Mazzolini dell’accademia d’arte Vittorio Marusso in omaggio e ricordo di Mimmo Jodice propone un testo del 2022 in cui analizzava tre fotografie scelte tra quello che è il suo vasto ed importante archivio. Fotografia 1. Appassionatosi alla fotografia nei primi anni ‘60 dimostra fin da subito attenzione alla sperimentazione ed alle possibilità espressive del linguaggio fotografico. Napoli è una città in cui gli artisti s’incontrano e Mimmo Jodice è attento osservatore oltre che attivo partecipante agli eventi (tra gli altri frequenta Andy Warhol, Vito Acconci, Joseph Beuys). È in questo clima dinamico che si pone il quesito sul senso della fotografia, sul significato della relazione che intercorre tra realtà e rappresentazione. Una delle fotografie che gli permettono di provare a rispondere a queste domande è: “Carta d’identità” (1978). Mimmo Jodice dopo aver fotografato e stampato il suo documento d’identità applica una sua fotografia sulla fotografia. Se la vedessimo dal vero osserveremmo un’immagine identica, che copre quella sottostante, proprio in corrispondenza dello spazio per la fototessera. Un passaggio che dona tridimensionalità all’oggetto – elemento mancante nella riproduzione non cartacea – aggiungendo un ulteriore livello concettuale. Immaginando di osservare dal vero “Carta d’identità” sorgono spontanee alcune domande. Partendo dall’assunto che nulla più di ogni altra è in grado di rappresentare l’identità di una persona se non il documento che dal punto di vista legale ne è la prova, quanto è reale questa fotografia, quanto è reale quest’autoritratto, quanto la fotografia è ingannevole?

Dal reportage “Gli Esclusi” di Mimmo Jodice (foto da profilo FB di mazzolini)

Fotografia 2. Mimmo Jodice negli anni ‘70 si occupa di un progetto, per quegli anni molto attuale, riguardante la documentazione fotografica all’interno degli ospedali psichiatrici. In effetti molti sono stati i reportage (tra questi “Morire di Classe” e “Gli esclusi”) che hanno messo in luce le problematiche e hanno dato un contributo fondamentale alla nascita del movimento d’opinione pubblica con la conseguente approvazione della legge 180/1978 fortemente voluta da Franco Basaglia. Mimmo Jodice fotograferà l’ospedale psichiatrico di Napoli che come tutte queste strutture è un non-lieux, un nonluogo citando Marc Augé. La sua è stata un’indagine antropologica e poetica allo stesso tempo. Osservando la fotografia qui di seguito si ritrovano molti degli elementi sopra descritti: lo sguardo fisso in avanti e l’attenzione all’inquadratura, alla geometria, alla composizione, ai vuoti e pieni. La grata – elemento parte dell’architettura di contenimento che separa il mondo dei sani da quello dei malati, il mondo libero da quello dei reclusi, il fuori dal dentro, l’essere umano e la disumanizzazione – divide l’immagine, volutamente asimmetrica per creare dinamismo, in sei spazi all’interno dei quali sono collocate parti del corpo, frammenti, che in questo modo vengono messi in evidenza. Ed il gomito, fuoriuscendo, crea un effetto trompe-l’œil che permette una maggiore tridimensionalità all’immagine ed accentua il desiderio di evasione. Vengono sottolineati in questo modo la postura, gli occhi e la condizione psicologica di quest’uomo che silenziosamente attende e chiede. Cosa aspetta? Cosa chiede? Cosa o chi guarda? Vuoto, silenzio, attesa, frammento, enigma, saranno concetti ripresi in seguito da Mimmo Jodice che, dopo una fase dedicata alla sperimentazione concettuale ed al reportage, enfatizza la cifra stilistica in cui: “le mie immagini sono i miei pensieri”.

“Alba Fucens” di Mimmo Jodice (dal profilo FB di mazzolini)

Fotografia 3. La scultura è stata una tra i primi soggetti della fotografia quale rappresentazione neutra ed oggettiva delle forme plastiche. Tuttavia è anche espressione autonoma, con un ruolo interpretativo, come accade per le fotografie di Mimmo Jodice dedicate alla statuaria. Simulacri delle radici culturali del Mediterraneo diventano immagini che trasfigurano il reale ed inducono a guardare con occhi diversi evidenziando la capacità di sopravvivenza rispetto al tempo dei classici che risultano sempre attuali. Jodice nella fase di stampa enfatizza gli elementi che durante lo scatto sono stati catturati, sottolinea i dettagli, accentua il contrasto dei toni. I suoi progetti sono caratterizzati da almeno tre passaggi: prima pensati poi iniziati in fase di ripresa e portati a termine in camera oscura. Attraverso fotografie come Alba fucens (2008) egli descrive la cultura Mediterranea ed il mondo antico. Ma la sua è un’interpretazione che si serve della relazione tra luce e ombra e del concetto di frammento. La parte per il tutto. Un’immagine parziale in grado di restituire la “pienezza di un tutto”. Parziale perché una parte della testa è mancante, rovinata dal tempo. Un’estetica del frammento che non patisce l’assenza di altri elementi corporei, il loro equilibrio, l’armonia, la proporzione. Parte di corpo che sottolinea la dicotomia tra perfezione e imperfezione mostrando segni che assomigliano a cicatrici, fratture. Sono corpi mutilati che mostrano la fragilità e la caducità di eroi e divinità ma anche la precarietà dell’uomo che li ha creati. Fotografie che cuciono il passato e la memoria con il presente facendoli coesistere ed allontanandoci dal concetto di tempo. La fotografia in bianco e nero, fortemente espressiva, diventa uno strumento che trasforma, carica di emozione ogni singola immagine e supera il reale. Lo sfondo scuro e la luce, sapientemente dosata, il mosso – una vibrazione ottenuta in camera oscura con il movimento della testa dell’ingranditore – evidenziano la forma ed esaltano quell’inquietudine tipica. È questo un messaggio che si può trasporre anche al nostro tempo così incerto? Io ho la mia opinione, lascio a voi la domanda aperta. Un viaggio nel tempo che partendo da lontano conduce lo spettatore in un mondo in cui convivono elementi profondamente umani: vita e morte, ieri e oggi, luce e buio, equilibrio tra bellezza e fragilità. Grazie Maestro!

Mario Beltrambini con Mimmo Jodice al SI FEST 2007 (foto Mario Beltrambini)

Mario Beltrambini, vice presidente Associazione Savignano Immagini APS: “Ci ha lasciato un altro grande, Mimmo Jodice. È difficile accettare che, uno dopo l’altro, stiano andando via coloro che hanno costruito le fondamenta della nostra idea di fotografia, della nostra sensibilità, del nostro sguardo sul mondo. Quanta verità nelle sue parole, che oggi risuonano ancora più forti: “Tutto il mio lavoro poggia su un inoppugnabile principio: la fotografia è una forma d’arte”. Grazie per la bellezza e per la luce che ci hai insegnato a vedere. Riposa in pace, Maestro”.

L’artista Costabile Giariglia Senseria: “Un pensiero per Mimmo Jodice, la cui fotografia ha segnato la mia vita a Napoli durante gli anni di studio all’Accademia di Belle Arti. Ci lascia Mimmo Jodice, artista che per interi decenni ha segnato la fotografia italiana e influenzato lo sguardo internazionale sul nostro Paese. Con le sue immagini ha costruito un lessico visivo capace di raccontare Napoli non come semplice sfondo, ma come organismo vivo: una città bella e ferita, luminosa e popolare, attraversata da tensioni sociali e da una stratificazione culturale unica. Le opere di Jodice non si limitano a descrivere: istituiscono un contesto. Le sue fotografie non mostrano Napoli com’è, ma ciò che Napoli fa vedere quando la si guarda con un pensiero. Architetture sospese, archeologia del presente, corpi e volti, mare e pietra: tutto, nelle sue immagini in bianco e nero, appare come luogo di un dialogo tra classico e contemporaneo, tra storia e mito, che tende sempre verso un’infinita bellezza stilistica e compositiva”.

Bimbo con la cascettella di Mimmo Jodice (dal profilo FB di parlato)

Accorata la testimonianza della giornalista Lucilla Parlato: “Nel 1969 iniziò infatti la lunga e proficua collaborazione con il gallerista napoletano e con altri galleristi napoletani, come Lia Rumma. Jodice si ritrovò a confrontarsi con le avanguardie di allora che attraversavano Partenope con disinvoltura: da Andy Warhol a Robert Rauschenberg, da Joseph Beuys, a Gino De Dominicis. E ancora Giulio Paolini, Josef Kosuth, Vito Acconci, Mario Merz, Jannis Kounellis, Sol LeWitt, Hermann Nitsch… a stretto contatto con questo mondo stimolante, Jodice si scoprì particolarmente sensibile alle emergenze scaturite in quegli anni. Altrettanto naturale fu dunque la ricerca sulle radici e la collaborazione con Roberto De Simone. Forse è quello il momento in cui il giovane Mimmo diventa Mimmo Jodice. Il momento in cui Napoli diventa definitivamente centrale ma mai scontata, mai banale. Anche quando fotografa altro e altrove. Anche quando fotografa ora e qui: una città mai oleografica, sospesa, sorpresa, inattesa. La sua Napoli metafisica. Lucente come una statua greca. Spesso vuota e silente. È questo, sopra tutti gli altri, il motivo per cui lo amavo. Per quella sua capacità di trasformare il brutto in bello, l’indicibile in visibile, le lamiere e i tubi innocenti che picchettavano i ruderi post terremoto in bellezza. Quasi una magia. Nella città di oggi, degli Jago, degli Jorit, ho sempre scritto che era l’unica J che contava. L’unica che rimarrà solida nel tempo. Fu bello qualche anno fa ritrovarcelo fuori al Mann, dove si lottava per difendere il ruolo benefico per il museo e per la città dell’allora direttore Paolo Giulierini. Perché poi Jodice, a differenza di tanti fotografi tronfi e dimenticabili, è sempre stato anche un militante: col sorriso, la presenza discreta e il dito sul click. Mai invasivo, sempre incisivo, esempio di classe innata e senso della bellezza, anche nel brutto. Esempio di come si sta al mondo. È doveroso per me ricordare che Andrea Maresca ed io gli dobbiamo l’ispirazione finale per le cascettelle: è anche grazie alla sua foto che nacque il disegno che ha impreziosito il libro che recupera e racconta questa vecchia e dimenticata tradizione dei bambini di Napoli prima che Halloween si mangiasse la nostra identità. Quel bimbo con la cascettella di cartone che poi siamo stati un po’ tutti noi, bambini di Napoli, in giro per le strade. Grazie di tutto grande Mimmo. Non potremo mai dimenticarti. Anche perché le tue foto, il tuo sguardo, sono ormai ancorati per sempre alle nostre anime, assetate di bellezza e di occhi migliori dei nostri, capaci di offrire visioni altre e alte di questa città che amiamo e che ce fa suffrì. Sei luce che ci ha lasciato luce. Grazie davvero”.

Mirella Armiero con Mimmo Jodice (da FB)

La giornalista Mirella Armiero: “Aveva un modo tutto suo di dire agli amici: ti voglio bene. Mimmo Jodice era un uomo speciale, partecipe e generoso. Napoli gli deve molto, anche perché l’ha liberata dalla rappresentazione folklorica e l’ha resa metafisica”.

La giornalista Stella Cervasio: “Se fossi stata ancora in servizio, pur in un’epoca di giornalismo scadente e che pare senza prospettive, avrei ricordato Mimmo Jodice, che mi ha sempre accolto – lui e la sua bella famiglia – nella sua casa e nel suo studio con la cordialità e l’affetto di chi sa che un giornalista è un osservatore e un critico ma anche un vecchio amico. Mimmo Jodice era una persona che sapeva stare nel cuore delle persone, con le sue maniere di grande gentiluomo e con le sue immagini indimenticabili. Ad Angela, Barbara, Francesco un grande abbraccio da chi ha avuto la fortuna di incontrarli nella sua vita lavorativa e affettiva”.

Pasquale Raicardo con MImmo Jodice (foto FB)

Il giornalista Pasquale Raicaldo: “Che grande privilegio è stato conoscere Mimmo Jodice, vivere per qualche tempo dilatato i suoi spazi, leggere il mondo attraverso i suoi occhi. A Procida 2022 – Capitale italiana della Cultura una sua mostra straordinaria – “Abitare metafisico” – e poi le tante interviste con il privilegio di un racconto sempre intenso, mai banale, accompagnati da Angela, la compagna di una vita: nei loro sguardi il senso di un amore che è stato e sarà piena sintonia. L’ultima intervista qualche giorno fa, ancora non uscita. La terra gli sia lieve”.

Patrizio Paoletti, ex allievo: “Ho appreso con profonda commozione della scomparsa di Mimmo Jodice. Sono stato suo studente tra il 1978 e il 1983: insieme abbiamo fotografato i vicoli di Napoli, le luci e le ombre che li abitano. Da lui ho imparato a vedere l’invisibile — a passare dalla scena del teatro alla scena della vita, e a riconoscere come questa si formi prima di tutto nella nostra mente. È così che possiamo trasformare la realtà intorno a noi. Ricordo con nitidezza le ore passate in camera oscura: il silenzio, l’attesa, e poi la magia dell’immagine che prendeva vita sulla carta. In quell’attimo sospeso, come lui amava dire, il tempo si fermava. Era il tempo della verità, della visione, della nascita di un mondo possibile. Grazie Mimmo, maestro di sguardo e di luce. Hai insegnato a generazioni di uomini e donne che la fotografia non è un atto tecnico, ma un atto di coscienza. Il tuo “tempo sospeso” continuerà a parlarci, come una finestra aperta sull’eterno”.

Portici (Na). All’università “Federico II” la giornata di studi “Il Real Sito di Portici. Ricerche, restauri e prospettive”, importante momento di confronto scientifico sulla valorizzazione di uno dei più significativi siti reali borbonici del territorio campano

Venerdì 20 giugno 2025, alle 9.30, a Portici, nella Sala Cinese dell’università di Napoli “Federico II” in via Università 100, ospita la giornata di studi “Il Real Sito di Portici. Ricerche restauri e prospettive”, un importante momento di confronto scientifico dedicato alla valorizzazione di uno dei più significativi siti reali borbonici del territorio campano. L’iniziativa, che vede la partecipazione di istituzioni di primo piano nel panorama culturale nazionale, si propone di fare il punto sullo stato delle ricerche, sui cantieri di restauro in corso e sulle prospettive future per la conservazione e valorizzazione del Real Sito di Portici, prezioso esempio dell’architettura reale settecentesca e sede del primo museo ercolanense. Alla giornata porteranno i saluti istituzionali Matteo Lorito, rettore dell’università “Federico II”; Gaetano Manfredi, sindaco della Città Metropolitana di Napoli; Danilo Ercolini, direttore dipartimento di Agraria; Luigi La Rocca, capo dipartimento per la Tutela del patrimonio culturale; Mariano Nuzzo, soprintendente per l’area metropolitana di Napoli; Stefano Mazzoleni, direttore museo delle Scienze agrarie; Paola Costa, dirigente città metropolitana di Napoli; Vincenzo Cuomo, sindaco di Portici; Gennaro Miranda, presidente fondazione Ente Ville Vesuviane; Lorenzo Capobianco, presidente OAPPC  Napoli. L’evento è aperto al pubblico e alla comunità scientifica. La Giornata di Studi rappresenta un’occasione preziosa per fare il punto sui risultati raggiunti e delineare le strategie future per la conservazione di questo straordinario patrimonio, coinvolgendo tutti gli attori istituzionali e scientifici impegnati nella sua tutela.

Veduta dall’alto della Reggia di Portici (foto paerco)

La giornata si articola in quattro sessioni tematiche che spaziano dalla storia dei siti reali borbonici alle più moderne tecniche di restauro. Si parlerà dell’eredità di Luigi Vanvitelli e della sua influenza sull’architettura della Federico II, del rapporto tra la Reggia e l’antico museo ercolanense, fino ai cantieri di restauro attualmente in corso. Particolare attenzione sarà dedicata al ruolo del Real Sito come villa vesuviana del “miglio d’oro” e alle strategie innovative per il restauro e la valorizzazione del patrimonio borbonico. Gli interventi spazieranno dalle riflessioni sul restauro del Fortino di Ferdinando IV alle analisi del Gabinetto dorato della Regina, testimonianza dell’apogeo del tardobarocco.

SESSIONE 1 – I siti Reali: chair Serena Borea. Renata Picone, presidente Sira – università di Napoli “Federico II”, “Siti reali borbonici. Nuove strategie per il restauro e la valorizzazione”; Alessandro Castagnaro, università di Napoli “Federico II”, “Luigi Vanvitelli dalla Reggia di Portici alle sedi della Federico II”; Fabio Mangone, università di Napoli “Federico II”, “Fuga a Portici”; Massimo Visone, università di Napoli “Federico II”, “La fortuna iconografica del Palazzo Reale di Portici”.

SESSIONE 2 – Il Real Sito di Portici, villa vesuviana del miglio d’oro: chair Mariano Nuzzo. Serena Borea, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli, “Conservare per continuare a conoscere. L’impegno della Soprintendenza per il restauro, la tutela e la valorizzazione del Real Sito”; Marco De Napoli, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli, “Conoscere per tutelare. La vestizione del vincolo culturale per strategie di tutela e valorizzazione del Real Sito di Portici”; Valentina Russo, università di Napoli “Federico II”, “In oppugnandis propugnandisque opidis tirocinio: riflessioni per il restauro del Fortino di Ferdinando IV nella Reggia di Portici”; Andrea Pane – Damiana Treccozzi, università di Napoli “Federico II”- Scuola Superiore Meridionale / museo Archeologico nazionale di Napoli, “La Reggia di Portici tra apogeo del tardobarocco e istanze di rinnovamento stilistico: il caso del Gabinetto dorato della Regina tra conoscenza e conservazione”; light lunch. Inaugurazione mostra fotografica di Giovanni Genova. Presentazione di Francesca Stopper.

SESSIONE 3 – La Reggia e il museo ercolanense: chair Stefano Mazzoleni. Francesco Sirano, direttore parco archeologico di Ercolano, “Ercolano 1738 dallo scavo alla musealizzazione”; Elena Manzo, università della Campania “Luigi Vanvitelli”, “Genesi di una residenza reale tra Storia, Architettura e Archeologia”; Luca di Franco, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli, “Prima e dopo l’Herculanense Museum. La Reggia di Portici e l’antico”; Domenico Camardo, Mario Notomista, Packard Humanities Istitute / Istitute Packard per i Beni Culturali, “La villa romana delle scuderie del Palazzo Reale di Portici e le ville del territorio ercolanese”.

SESSIONE 4 – I cantieri in corso e prospettive future: chair Luigi Veronese. Brunella Como, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli, “Il restauro dei saloni dell’ala nord est della Reggia di Portici, già appartenenti alla Villa del Conte di Palena”; Palma Maria Recchia, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli, “Tracce ritrovate: interventi di restauro nell’ultimo quinquennio”; Valeria Fusco, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli, “Il restauro dello scalone della Reggia. Interventi di conservazione e innesti contemporanei per un nuovo ingresso all’area museale”; Giuseppe Napolitano, Gerardo Puca, Clea Martone, Città Metropolitana di Napoli, “Interventi di restauro alla Reggia curati dalla Città Metropolitana di Napoli. Dalla Galleria del piano nobile alle scuderie”.

Napoli. Il parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi riaperto con due itinerari (storico-archeologico e botanico) dopo un importante intervento di riqualificazione ai monumenti storici, verde ottocentesco, percorsi di visita accessibili: un giardino romantico, un museo a cielo aperto, un ponte tra archeologia, natura e letteratura

Vista su Napoli dal parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi a Napoli (foto drm-campania)

C’è un luogo, nel cuore di Napoli, dove la poesia ha messo radici. Il parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi è tornato a raccontare la sua storia: un giardino romantico, un museo a cielo aperto, un ponte tra archeologia, natura e letteratura. Grazie a un importante intervento di riqualificazione, finanziato con fondi PNRR, sono stati restaurati i monumenti storici, rigenerato il verde ottocentesco e creati nuovi percorsi di visita accessibili, con pannelli multilingue, percorsi tattili per ipovedenti e strumenti digitali. Così, il parco diventa anche uno spazio di innovazione: un tour immersivo 3D e il Digital Twin permettono di esplorare ogni angolo, anche da remoto. Un viaggio tra paesaggio, poesia e nuove tecnologie per riscoprire uno dei luoghi più identitari di Napoli, all’insegna dell’accessibilità.

Massimo Osanna, Alessandro Giuli e Luana Toniolo alla riapertura del parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi (foto drm-campania)

Il nuovo percorso di visita del parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi a Napoli è stato inaugurato il 17 aprile 2025 alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli. Alla cerimonia sono intervenuti il direttore generale Musei, Massimo Osanna; l’assessore alle Infrastrutture, Mobilità e Protezione Civile del Comune di Napoli, Edoardo Cosenza, in rappresentanza del sindaco Gaetano Manfredi; e la dirigente delegata della direzione regionale Musei nazionali Campania, Luana Toniolo. L’evento è stato accompagnato dalla lettura di versi di Virgilio e Leopardi, affidata rispettivamente alla scrittrice e drammaturga Valeria Parrella e all’attore e regista Gabriele Lavia: un momento di grande intensità, capace di restituire al pubblico il senso profondo del legame tra poesia, memoria e paesaggio che caratterizza questo luogo.

Itinerario storico-archeologico al parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi (foto drm-campania)

 

Parco delle Tombe di Vorgilio e Leopardi: l’acquedotto romano (foto drm-campania)

Grazie al progetto di riqualificazione realizzato con fondi del PNRR, il parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi è stato restituito alla città con un nuovo percorso di visita, che si articola in due itinerari, storico-archeologico e botanico, intrecciando archeologia, paesaggio e poesia. Un luogo che non è solo memoria, ma anche esperienza viva, capace di accogliere pubblici diversi e di risuonare, ancora una volta, con le parole dei suoi poeti. L’intervento ha incluso il restauro del verde storico, condotto secondo una rigorosa ricostruzione filologica ispirata al giardino romantico ottocentesco, e il restauro di tutti gli elementi monumentali presenti nel sito. Grazie all’inclusione nel più ampio progetto “Genius Loci”, dedicato al miglioramento dell’accessibilità culturale e sensoriale nei musei della direzione regionale Musei nazionali Campania e anch’esso finanziato con fondi PNRR, entrambi i percorsi sono corredati da pannelli multilingue e strumenti digitali, tra cui un sistema di QR code e un tour immersivo 3D.

Parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi: il mausoleo in opus reticulatum

Cuore simbolico del parco è il mausoleo in opus reticulatum, risalente ai primi decenni dell’età imperiale, tradizionalmente attribuito al poeta Publio Virgilio Marone. L’identificazione, benché non fondata su prove archeologiche, si consolidò nei secoli fino a diventare verità culturale condivisa, e fu ufficializzata nel 1930 dal soprintendente Amedeo Maiuri, che curò la sistemazione del parco e lo aprì al pubblico. Fu proprio Maiuri a concepire questo luogo come un giardino romantico in cui potessero convivere la suggestione del paesaggio e dell’archeologia, la potenza della memoria e il decoro urbano.

Parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi: il mausoleo di Giacomo Leopardi (foto drm-campania)

Nel 1939, il sito accolse anche il mausoleo di Giacomo Leopardi, le cui spoglie furono traslate dalla chiesa di San Vitale a Fuorigrotta. Oggi i due grandi poeti sono ricordati con due epigrafi, apposte per l’occasione, che riportano versi tratti dalle loro opere, scelti per entrare in risonanza con lo spirito del luogo.

Parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi: l’ingresso alla Crypta Neapolitana (foto drm-campania)

Ma il parco custodisce anche altri straordinari elementi: l’ingresso orientale della Crypta Neapolitana, spettacolare galleria scavata nella roccia in età augustea – probabilmente su progetto di Lucio Cocceio Aucto – per collegare Napoli con i Campi Flegrei, e un tratto dell’acquedotto, anch’esso di epoca augustea.

Napoli. Presentata al teatro Mercadante l’ottava edizione della rassegna POMPEII THEATRUM MUNDI al Teatro Grande di Pompei dal 20 giugno al 20 luglio, promossa dal Teatro di Napoli-Teatro Nazionale e dal parco archeologico di Pompei. Zuchtriegel confermato direttore per il secondo quadriennio

Il Teatro di Napoli-Teatro Nazionale presieduto da Luciano Cannito e diretto da Roberto Andò ed il parco archeologico di Pompei diretto da Gabriel Zuchtriegel presentano l’ottava edizione della rassegna POMPEII THEATRUM MUNDI, in programma dal 20 giugno al 20 luglio 2025 al Teatro Grande di Pompei, realizzata con il sostegno del ministero della Cultura, del Comune di Napoli, della Regione Campania, della Città Metropolitana di Napoli, e in collaborazione con Campania Teatro Festival. Il programma della nuova edizione della rassegna, ormai tra le maggiori e più attese dell’estate italiana dei festival, è stato illustrato al Teatro Mercadante di Napoli dal direttore Roberto Andò e dal direttore generale Gabriel Zuchtriegel, preceduti dagli interventi istituzionali del presidente Luciano Cannito, del sindaco dei Napoli Gaetano Manfredi, del Capo di Gabinetto della Regione Campania Almerina Bove. In calendario quattro spettacoli: GOLEM diretto da Amos Gitaï che aprirà la rassegna venerdì 20 giugno 2025, alle 21, con replica sabato 21 giugno sempre alle 21; seguirà NOTTE MORRICONE, con regia e coreografia di Marcos Morau venerdì 4 e sabato 5 luglio 2025, alle 21. I successivi due spettacoli, ovvero ELETTRA di Sofocle con la regia di Roberto Andò, in scena venerdì 11, sabato 12 e domenica 13 luglio 2025 e LISISTRATA di Aristofane con la regia di Serena Sinigaglia di venerdì 18, sabato 19 e domenica 20 luglio 2025, avranno inizio alle 20 (non alle 21): un inizio con la luce naturale del giorno, che ripropone la stessa modalità in cui queste opere venivano rappresentate nell’antica Grecia.

Con i suoi quattro titoli in programma, la rassegna estiva del Teatro Nazionale di Napoli conferma la sua natura di vetrina di inedite riletture o rivisitazioni di testi e opere della classicità, ma non solo. “Pompeii Theatrum Mundi – annota infatti Roberto Andò – è il festival dove si confrontano la grande eredità classica e la visione artistica contemporanea». «E mai – sottolinea ancora Andò – come in questo frangente storico la cultura deve continuare a essere, al di fuori da ogni retorica, uno strumento essenziale di libertà”. Anche il Presidente Cannito sottolinea come «Pompeii Theatrum Mundi anno dopo anno conferma il proprio valore culturale e simbolico… Anche quest’anno il Festival rinnova un rito condiviso tra pubblico e artisti, portando in scena opere che mettono in dialogo la grande drammaturgia antica con la sensibilità del nostro tempo”. Il direttore generale del parco archeologico Gabriel Zuchtriegel sottolinea che “domani (6 aprile 2025, ndr) è l’ultimo giorno del mio primo mandato a Pompei; ringrazio il ministro Alessandro Giuli e il capo del Dipartimento per la Valorizzazione, Alfonsina Russo, per la fiducia che hanno dimostrato affidandomi per altri quattro anni la guida del parco archeologico più bello del mondo, con una squadra eccezionale al mio fianco e tante sfide che ci attendono. Farò del mio meglio, e il teatro avrà un ruolo centrale nel nostro impegno di portare Pompei fuori Pompei, di creare sviluppo culturale, sociale ed economico in tutto il territorio vesuviano”.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale la seconda edizione del festival “Alla prova del tempo” dal titolo “Storia con complotti. Veri, falsi, finti”, concentrato sul metodo che permette agli storici di separare i fatti e le notizie autentiche dagli errori e dalle menzogne. Ecco il ricco programma della tre giorni di incontri

Al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 25 al 27 ottobre 2024 la seconda edizione del festival “Alla prova del tempo”. S’intitola “Storia con complotti. Veri, falsi, finti” e sarà concentrato sul metodo che permette agli storici di separare i fatti e le notizie autentiche dagli errori e dalle menzogne. Si parlerà anche di complotti e fake news del nostro tempo, di Russia e Stati Uniti, e della cosiddetta “ideologia gender”. Tutte le lezioni e i dibattiti sono ad ingresso gratuito. Tre giornate volte a guardare ai complotti sia per ricostruire alcune vicende storiche esemplari in cui un complotto, o una cospirazione o una congiura, effettivamente ci fu, sia per confrontarsi con i complotti immaginari, presunti, con l’invenzione di sana pianta di un nemico. “Questa è la seconda edizione del nostro festival di storia che riprende una tradizione che c’era nella nostra città. Abbiamo sostenuto questa ripresa”, ha spiegato il sindaco Gaetano Manfredi, “perché parlare di storia è fondamentale in un momento così complesso come quello che viviamo. Quest’anno è stata scelta una tematica molto interessante perché in tempi di fake news approfondire i complotti veri o presunti della storia è un modo per leggere meglio gli eventi di cronaca”. “Il festival di storia testimonia come questa Amministrazione concepisca le politiche culturali in termini trasversali, nella convinzione che siano uno straordinario motore di innovazione sociale e di sostegno alle fasce più deboli”, ha evidenziato Andrea Mazzucchi. “Un festival di storia che si interroghi su un tema attualissimo come quello dei complotti e delle fake news contribuisce alla crescita della collettività grazie all’impegno culturale”. “La storia dell’Occidente, ma non solo, è contraddistinta da complotti e cospirazioni. La logica di questo festival è anche un’altra: non sono importanti soltanto i complotti reali, sono altrettanto interessanti quelli presunti. Ci sono accuse di complotto totalmente infondate alle quali alcune frange credono ancora. Credo che il lavoro dello storico consista proprio nel cercare di distinguere il vero dal falso. Nel momento in cui la storia smette di fare questa distinzione, le conseguenze politiche, civili ed etiche possono essere devastanti”, ha concluso Gennaro Carillo.

napoli_mann_rassegna-alla-prova-del-tempo_presentazione_locandinaPRESENTAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE CULTURALE A VOCE ALTA. L’occhio è l’organo per eccellenza dello storico. Histor rimanda all’atto di vedere. Eppure, la ricostruzione dei fatti si rivela difficile, perché della storia molto rimane nascosto. Perché c’è un doppio fondo in cui la storia si svolge. Questa zona d’ombra è lo scudo al riparo del quale si ordiscono complotti, mentre la storia ufficiale fa il suo corso. Ricca la casistica di atti pianificati col favore delle tenebre: il putsch oligarchico del 411 ad Atene che instaura la tirannide dei Quattrocento, le Idi di marzo, la Congiura dei Pazzi, le stragi neofasciste degli anni Sessanta e Settanta… Accanto ai complotti reali e documentati, si sprecano esempi di complotti presunti o falsi, alimentati dal doppio fondo della storia: la mutilazione delle Erme, l’accusa del sangue periodicamente rivolta agli ebrei, i Protocolli dei Savi di Sion. Le imposture hanno prodotto effetti drammatici. In questi casi, è utile indagare i moventi ma anche le strategie attraverso le quali si costruisce il nemico perfetto. Gridare al complotto è un riflesso condizionato. Lo è sempre stato. La prima forma di difesa davanti a un’accusa, sia essa fondata o infondata. Proprio il fatto che il cospirazionismo – o la paranoia – sia diventato la cifra della politica contemporanea rende necessaria una storicizzazione adeguata del fenomeno. Alla prova del tempo guarda ai complotti da un duplice angolo visuale. Da un lato, prova a ricostruire alcune vicende storiche esemplari in cui un complotto, o una cospirazione o una congiura, effettivamente ci fu. Dall’altro, si confronta con i complotti immaginari, presunti, con l’invenzione di sana pianta di un nemico. Una volta attivata, la macchina mitologica è inarrestabile. È un tema che riguarda il nostro tempo. E non è un problema solo storico, ma anche teorico e politico. In questione è il rapporto tra potere e verità, oltre che tra potere e manipolazione o riscrittura del passato. Ci si è baloccati per qualche decennio, a seguito dell’ubriacatura post-modernista, con l’idea che la storia sia un racconto come un altro, senza soverchi vincoli di veridicità. Le conseguenze sono state perniciose. La distinzione tra il vero e il falso (e il finto) è appannaggio dello storico, che ha dunque una responsabilità di tipo epistemico. Per queste ragioni, il solo antidoto può essere la conoscenza. In primo luogo, quella storica.

napoli_mann_rassegna-alla-prova-del-tempo_locandinaIL PROGRAMMA DI VENERDÌ 25 OTTOBRE2024, Sala del Toro Farnese, museo Archeologico nazionale: alle 15, indirizzo di saluto delle Istituzioni: Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli; Andrea Mazzucchi, consigliere del sindaco per le biblioteche e la programmazione culturale integrata; Massimo Osanna, direttore generale Musei al ministero della cultura; 15.15, Pasquale Palmieri, presentazione del programma; 15.3,0 Laura Pepe, “Atene paranoica: Tra l’assassinio di Efialte e la mutilazione delle Erme”; 16.30, Massimo Osanna, “Complotti tarantini tra archeologia e storia”; 17.45, Emiliano Morreale, “Da L’invasione degli ultracorpi a Cadaveri eccellenti” (con proiezione di clip dai film).

IL PROGRAMMA DI SABATO 26 OTTOBRE 2024, auditorium, museo Archeologico nazionale: alle 10.30, Amedeo Feniello, “Il complotto finanziario politico: Pazzi contro Medici”; 12, Elisabetta Vezzosi, “Tempeste su Washington. Complotti e cospirazionismo negli Stati Uniti”, dialogo con Ottavio Ragone; 16, Andrea Mazzucchi, “Complotti danteschi”; 17.30, Benedetta Tobagi, “La verità non è sempre rivoluzionaria. 1969-74: dalle vere provocazioni nelle stragi alle fake news sui primi attacchi rossi”.

IL PROGRAMMA DI DOMENICA 27 OTTOBRE 2024, auditorium, museo Archeologico nazionale: 11, Laura Schettini, “L’ ideologia gender è un complotto? Dalla Conferenza di Pechino alla dignitas infinita”, dialogo con Lea Nocera; 12, Giovanni Savino, “All’ombra del Cremlino: complotti sovietici e russi”; 15, “Prendersi a parole”: gli studenti dei licei Eleonora Pimentel Fonseca e Giuseppe Mercalli si affronteranno, secondo le regole del debate, sostenendo in una giocosa e serrata gara le ragioni del Vero e quelle del Falso. Ad assegnare la vittoria del confronto sarà una giuria formata dai dottorandi della Scuola Superiore Meridionale presieduta dal direttore responsabile, Arturo De Vivo. 16.30, Clotilde Bertoni, “Nel nome di Dreyfus. La storia pubblica di un caso di coscienza”, dialogo con Matteo Palumbo; 17.45, Filippo Ceccarelli, “Abuso di complotto. Per un’interpretazione della storia repubblicana fra commedia e melodramma”, dialogo con Paolo Di Paolo

Ercolano. La mostra “Materia. Il legno che non bruciò a Ercolano” alla Reggia di Portici ha chiuso con un doppio successo: la risposta dei visitatori e la delocalizzazione dei reperti che conferma l’importanza della rete per lo sviluppo territoriale. Presto nuovi progetti in sinergia. Intanto i preziosi reperti lignei saranno esposti a rotazione nell’Antiquarium del Parco archeologico

portici_reggia_mostra-materia_locandinaVinta la sfida della delocalizzazione dell’esposizione dei reperti, conferma dell’importanza della rete per lo sviluppo territoriale. All’indomani della chiusura della mostra “Materia. Il legno che non bruciò a Ercolano”, prodotta dal parco archeologico di Ercolano con il consueto affiancamento del Packard Humanities Institute, nella settecentesca Reggia di Portici, residenza estiva della famiglia reale borbonica e sede del Herculanense Museum, tra i primi musei archeologici al mondo e meta dei viaggiatori del Grand Tour, si esulta per il successo del progetto culturale che non è solo la risposta del pubblico, più di 50mila visitatori, ma anche l’efficacia della partnership che ha soddisfatto tutti. La mostra è nata infatti da una straordinaria collaborazione interistituzionale con la Città metropolitana di Napoli, il dipartimento di Agraria e del Musa (Centro museale Reggia di Portici) dell’università di Napoli “Federico II” e con un finanziamento della Regione Campania. 

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Visitatori sullo scalone della Reggia di Portici che porta alla mostra “Materia. Il legno che non bruciò a Ercolano” (foto musa)


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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, all’ingresso della mostra “Materia. Il legno che non bruciò a Ercolano” alla Reggia di Portici (foto giorgia bisanti)

Il legno e la sua materia, primi attori indiscussi per 12 mesi nelle lussuose sale della Reggia, reperti intrisi di umanità, hanno raccontato ai visitatori storie di ritrovamenti, utilizzi, impieghi nella quotidianità degli antichi e non solo. Tutti questi elementi sono stati protagonisti anche dei social con le “Schegge del Parco”, il nuovo format lanciato di recente dove Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, narra la storia del reperto, e con una trasposizione all’interno del Parco, ne mostra poi il luogo del ritrovamento. Ma non finisce qui. Ai visitatori del Parco verrà offerta l’opportunità di poter fruire ancora dei reperti in legno, grazie a una programmazione cadenzata che permetterà di rivedere i pezzi nella cornice dell’Antiquarium del Parco.

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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, accompagna i giovani visitatori del territorio alla mostra “Materia” nella Reggia di Portici (foto paerco)

“Gli straordinari reperti in legno, particolarità unica al mondo del nostro patrimonio”, dichiara Sirano, “sono diventati, nello spirito UNESCO, occasione per proseguire la tessitura di rete territoriale valorizzando anche altri meravigliosi luoghi ricadenti nella buffer zone, quali la splendida Reggia di Portici. Non ci è parso sostenibile continuare a tenere i reperti in legno all’interno dei depositi e abbiamo scelto di condividerli sul territorio e con la comunità, non nell’Antiquarium del Parco, ma nel sito che fu la sede del primo museo borbonico dedicato ai siti vesuviani. Oggi i reperti tornano al Parco e, dato il successo della Mostra, questo non sarà un addio ma un arrivederci perché il Parco lavorerà ad esporre i reperti in Antiquarium, così come continueranno la collaborazione con i partner istituzionali e le ricerche con il dipartimento di Agraria”.

“Si è conclusa il 31 dicembre 2023 la straordinaria mostra Materia: il legno che non bruciò ad Ercolano”, interviene il direttore del Centro MUSA – Musei delle Scienze Agrarie, Stefano Mazzoleni. “Inaugurata a dicembre 2022, nella maestosa Reggia di Portici, la mostra ha rappresentato un’esperienza culturale senza precedenti, conducendo i visitatori in un viaggio attraverso la storia e l’archeologia, sottolineando il forte legame tra l’antica Ercolano e la settecentesca Reggia borbonica. La Reggia fu realizzata nel Settecento come residenza estiva per la famiglia reale borbonica e divenne sede dell’Herculanense Museum, uno dei primi musei archeologici al mondo, meta del Grand Tour da tutta Europa. Successivamente, dal 1872, diventò invece sede della Real Scuola di Agricoltura di Portici, oggi dipartimento di Agraria dell’università di Napoli “Federico II”. La mostra ha inoltre contribuito a rafforzare il legame di collaborazione tra l’ateneo federiciano e il parco archeologico di Ercolano, custode dei millenari reperti archeologici. Nonostante la fine di questa mostra unica, il legato culturale e storico continuerà a vivere, promuovendo la consapevolezza e l’apprezzamento della ricca eredità dell’area. Guardiamo avanti a nuove iniziative che continueranno a celebrare e preservare la storia di questo luogo straordinario. Un grazie a tutti i visitatori che hanno condiviso con noi l’entusiasmo e la meraviglia di fronte a delle opere assolutamente uniche ed affascinanti. La grande partecipazione e l’entusiastico interesse dei visitatori ha anche rinsaldato il legame tra il territorio e le istituzioni culturali”.

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Visitatori alla mostra “Materia. Il legno che non bruciò a Ercolano” nella Reggia di Portici (foto musa)

Soddisfazione anche da parte di Matteo Lorito, rettore dell’università di Napoli “Federico II”: “Si chiude una mostra di rara bellezza, frutto di una collaborazione virtuosa tra istituzioni, che ha consentito di riportare nella reggia voluta da Carlo di Borbone reperti archeologici unici al mondo esposti in un contesto straordinario e con modalità che hanno consentito a migliaia di persone di immergersi nella quotidianità dell’epoca romana. Si ringrazia il parco archeologico di Ercolano e la Città metropolitana per aver voluto prestare al dipartimento di Agraria legni fossilizzati. Un dipartimento nel quale da molti anni, tra le tante discipline scientifiche, si studiano legni fossili anche del Neolitico”. E Danilo Ercolini, direttore del dipartimento di Agraria: “Ospitare la mostra Materia a Portici è stato, oltre che un piacere, un chiaro esempio di proficua collaborazione tra istituzioni. Abbiamo a cuore la valorizzazione della reggia di Portici, e ogni collaborazione con altri enti territoriali che aiuta questa valorizzazione sarà benvenuta. I numerosi visitatori della mostra, unica e favolosa nel suo genere, hanno avuto anche occasione, non soltanto di visitare la reggia di portici e apprezzarne il valore, ma pure di entrare in contatto con la nostra realtà universitaria, maturando consapevolezza delle numerose attività di didattica, ricerca e terza missione svolte dal dipartimento di Agraria, dipartimento di eccellenza per il quinquennio 2023-’27”.

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Veduta dall’alto della Reggia di Portici che ospita la mostra “Materia” promossa dal parco archeologico di Ercolano (foto paerco)

Entusiasta della collaborazione anche Gaetano Manfredi, sindaco della Città Metropolitana, nel cui patrimonio immobiliare rientra la Reggia: “Si è trattato di un’esperienza molto positiva. Innanzitutto per la grande e proficua sinergia, che ha consentito di mettere insieme realtà istituzionali diverse che hanno lavorato tutte per un unico obiettivo. Ma soprattutto perché, grazie a questa mostra – che ha consentito a migliaia di visitatori non solo di ammirare reperti unici al mondo, ma anche di scoprire lo straordinario palazzo reale borbonico, di passeggiare nelle sue splendide stanze, nei suoi giardini, nel ricchissimo orto botanico – possiamo affermare che è iniziata una nuova era per la Reggia di Portici: quella in cui si è finalmente aperta al mondo, ritrovando la sua funzione originaria di polo museale e di attrattore culturale e turistico per tutto il territorio. Il grande impegno messo in campo dalla Città Metropolitana, con la realizzazione di importanti lavori di restauro per la valorizzazione del patrimonio architettonico e storico-artistico del complesso monumentale, che è oggi tra i più splendidi esempi in Europa di residenza estiva della famiglia reale borbonica, sta portando ora i suoi frutti. Il successo di questa mostra ci dimostra che dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Napoli. Al Complesso Monumentale dei SS. Marcellino e Festo il convegno internazionale “Magna Grecia nel secondo dopoguerra tra scoperte e tutela: politiche culturali e protagonisti. Omaggio a Juliette de La Genière”, in presenza e on line: due giorni di confronto sulle politiche culturali riguardanti il patrimonio archeologico della Magna Grecia nel corso della seconda metà del Novecento

napoli_complesso-san-marcellino_convegno-internazionale-magna-grecia-nel-secondo-dopoguerra_locandina“Magna Grecia nel secondo dopoguerra tra scoperte e tutela: politiche culturali e protagonisti. Omaggio a Juliette de La Genière” è il titolo del convegno internazionale, organizzato dal Dipartimento federiciano di Studi umanistici (con la responsabilità scientifica di Bianca Ferrara) e in collaborazione con il Centre Jean Bèrard di Napoli, in programma il 27 e 28 novembre 2023 nel Complesso di San Marcellino di Napoli, a partire dalle 9.30. Teams diretta streaming ID riunione: 311 312 168 060 Passcode: ruWHxv. L’evento richiama l’attenzione sulle politiche culturali riguardanti il patrimonio archeologico della Magna Grecia nel corso della seconda metà del Novecento. Si tratta di anni che hanno visto profonde trasformazioni sia nel campo della ricerca sia nel campo delle idee e delle pratiche relative alla gestione e alla valorizzazione dei beni culturali dell’Italia meridionale e della Sicilia.

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L’archeologa Juliette de La Genière (1927-2022) (foto Centre Jean Bérard)

L’incontro è dedicato alla memoria di Juliette de La Genière, che è stata una protagonista della ricerca archeologica in Magna Grecia durante questi stessi anni. Ricordarla diventa occasione per riflettere sulla storia degli studi nella prospettiva di un confronto con le più recenti tendenze di analisi e tutela di un patrimonio di interesse mondiale. Il convegno riunisce sia storici e archeologi, specialisti della Magna Grecia, di ambito nazionale e internazionale, sia rappresentanti istituzionali dei beni culturali dell’Italia meridionale e della Sicilia, proprio per discutere insieme sullo stato degli studi nello scenario culturale e politico della vita contemporanea, dove si tratta di distinguere ma non separare ricerca, tutela e promozione del territorio.

PROGRAMMA LUNEDÌ 27 NOVEMBRE 2023 Chiesa del Complesso Monumentale dei SS. Marcellino e Festo, largo San Marcellino 10, Napoli. Alle 9.30, saluti di apertura: Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli; Matteo Lorito, magnifico rettore dell’università di Napoli “Federico II”; Arturo De Vivo, professore emerito dell’università di Napoli “Federico II”; Andrea Mazzucchi, direttore del dipartimento di Studi umanistici dell’università di Napoli “Federico II”; Massimo Osanna, direttore generale Musei del MiC, università di Napoli “Federico II”; Luigi La Rocca, direttore generale Archeologia Belle arti e Paesaggio del Mic; Teresa Elena Cinquantaquattro, segretario regionale del MiC per la Campania; Alessandro Naso, direttore della Scuola di specializzazione in Beni archeologici dell’università di Napoli “Federico II”; Giampaolo D’Andrea, presidente dell’associazione nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia (ANIMI). Alle 11, Bianca Ferrara (università di Napoli “Federico II”), Introduzione. Presidente: Giovanna Greco (università di Napoli “Federico II”); 11.15, Gianfranco Maddoli (ANIMI) “Memoria del mio primo incontro con le problematiche della Magna Grecia”; 11.45, Mario Lombardo (università del Salento) “I convegni di Taranto e il loro contributo alla ricerca sulla storia dell’archeologia della Magna Grecia: qualche osservazione”; 12.15, Massimo Osanna (direttore generale Musei del MiC, università di Napoli “Federico II”) “Gli organi di tutela nella seconda metà del Novecento”; 12.45, discussione. Dopo la pausa pranzo, presidente: Carmela Capaldi (università di Napoli “Federico II”). Alle 14.30, Rosalba Panvini (università di Catania) “L’attività di tutela in Sicilia tra storia e nuova organizzazione dell’amministrazione”; 15, Alfonsina Russo (parco archeologico del Colosseo) “I Parchi archeologici e le prospettive future: il caso del Parco archeologico del Colosseo”; 15.30, Fabio Pagano (parco archeologico dei Campi Flegrei) “La modernità ripensata. Presupposti e determinazioni nella nascita di un Parco archeologico”; 16, Francesco Sirano (parco archeologico di Ercolano) “Ercolano. I molti futuri di una città. Scoperte, tutela, valorizzazione e interazione con il territorio”; Dopo la pausa caffè, alle 17, Tiziana D’Angelo (parco archeologico di Paestum e Velia) “Nuove antichità pestane: storie e progetti di un Parco archeologico in trasformazione”; 17.30, Filippo Demma (parco archeologico di Sibari) “Proporre, progettare, realizzare. Sperimentazione e nuovi modelli di gestione dai Parchi archeologici della Calabria”; 18, Francesca Spatafora (archeologa, dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana) “I parchi archeologici siciliani: variazioni sul tema”; 18.30, discussione.

PROGRAMMA MARTEDÌ 28 NOVEMBRE 2023 Chiesa del Complesso Monumentale dei SS. Marcellino e Festo, largo San Marcellino 10, Napoli. Presidente: Luigi Cicala (università di Napoli “Federico II”). Alle 9.30, Maria Concetta Parello (parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi) “Dalla frana di Agrigento al Parco della Valle dei Templi: tutela, ricerca e valorizzazione di Akragas/Agrigentum”; 10, Luigi Maria Gattuso (parco archeologico di Gela) “Parco archeologico di Gela: tutela e valorizzazione”; 10.30, Brigitte Marin (École française de Rome), Valérie Huet (Centre Jean Bérard), Claude Pouzadoux (Université Paris Nanterre), Priscilla Munzi (Centre Jean Bérard) “Dal secondo dopoguerra agli anni ‘80, 40 anni di collaborazione italo-francese per la conoscenza della Magna Grecia e della Sicilia: attori, spazi e strategie della ricerca archeologica”; dopo la pausa caffè, presidente: Priscilla Munzi (Centre Jean Bérard): alle 11.30, Tiziana D’Angelo (parco archeologico di Paestum e Velia), Bianca Ferrara (università di Napoli “Federico II”) “Heraion alla foce del Sele: questi ultimi trent’anni di ricerca”; 12, Raffaella Bonaudo (soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino), Bianca Ferrara (università di Napoli “Federico II”) “Roscigno – Monte Pruno tra valorizzazione e tutela. I progetti della Soprintendenza Archeologica e dell’Università degli Studi di Napoli”; 12.30, Rosalba Panvini (università di Catania), Marina Congiu (archeologa, soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Caltanissetta), Bianca Ferrara (università di Napoli “Federico II”) “Gela: una lunga collaborazione tra Università e Soprintendenza”; 13, discussione. Dopo la pausa pranzo, tavola rotonda “Omaggio a Juliette de La Genière: tra didattica, scavi e ricerche”, 15.30, introduce: Giovanna Greco “Didattica e ricerca tra Lille e Parigi”: Nathalie De Chaisemertin, Françoise Gaultier, Michel Gras, Stéphane Verger. Scavi E Ricerche A Paestum: Giuliana Tocco, Marina Cipriani, Bianca Ferrara, Antonella Tomeo; a Sala Consilina: Luigi Cicala, Maria Luisa Tardugno; in Basilicata: Annamaria Mauro, Carmelo Colelli; in Calabria: Elena Lattanzi, Raffaella Pierobon Benoit, Claudio Sabbione, Roberto Spadea; in Sicilia: Rosalba Panvini. Alle 18.30, Massimo Osanna (direttore generale Musei del MiC, università di Napoli “Federico II”) conclusioni.

Napoli. Nel giardino delle Fontane del Mann è tornata al suo splendore la “grande tazza” farnese in porfido rosso, al termine del restauro sostenuto da Rigoni di Asiago e Fondaco Italia, settima tappa del progetto itinerante “La natura nel cuore di…”

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Lo scoprimento della “grande tazza” farnese in porfido rosso nel Giardino delle Fontane del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Con un deciso strappo al grande velo rosso pompeiano la grande vasca in porfido rosso nel cortile delle Fontane del Mann è stata “rivelata”, come succede in occasione dello scoprimento di qualche targa commemorativa. A “tirare” il velo sono i protagonisti dell’operazione restauro della fontana, patrimonio della collezione Farnese: Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli; Andrea Rigoni, presidente di Rigoni di Asiago; Enrico Bressan, presidente di Fondaco Italia; Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. Il lavoro di restauro, iniziato a fine giugno 2023 e durato quindi tre mesi, condotto sotto la supervisione del Laboratorio del Mann (responsabile: Mariateresa Operetto) e realizzato da Pantone Restauri di Roma, ha avuto come obiettivo ed esito la conservazione e la valorizzazione dell’opera, solo per citare qualche esempio, attraverso trattamenti biocida, revisione degli interventi pregressi realizzati negli anni Sessanta e nel 2003, pulitura, realizzazione di nuove stuccature in luogo di quelle deteriorate, complessivo riequilibrio cromatico tra vecchi e nuovi interventi.

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Una fase dei restauri della vasca in porfido rosso nel giardino delle Fontane del Mann (foto mann)

napoli_mann_fontana-in-porfido-rosso_cantiere-restauro_telo-sponsor_foto-mannL’iniziativa è stata realizzata grazie alla sponsorizzazione dell’azienda Rigoni di Asiago che, in collaborazione con Fondaco Italia e in occasione dell’Expo di Milano del 2015, ha lanciato il progetto itinerante “La natura nel cuore di…”. Da allora questa buona pratica ha mantenuto intatte le proprie caratteristiche: l’azienda veneta, infatti, ha promosso una votazione online, cui hanno partecipato circa 30mila utenti. Sono stati questi cittadini virtuali a scegliere Napoli come settima tappa di un articolato percorso di tutela e valorizzazione dei beni culturali nazionali. Da Nord a Sud della penisola (da Milano, a Venezia, da Roma a Matera, da Firenze e Bergamo), l’impegno di Rigoni di Asiago si è concentrato su quei tesori che hanno non soltanto un valore artistico, ma anche un significato in chiave di promozione della sostenibilità. In tal senso, la vasca in porfido rosso del Mann ha assunto un ruolo particolare.

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Giardino delle Fontane del museo Archeologico nazionale di Napoli: la “grande tazza” farnese in porfido rosso a restauri conclusi (foto mann)

La “grande tazza” in porfido rosso, come spesso è chiamata negli inventari antichi, è una vasca di fontana, in latino labrum, rinvenuta presso le Terme di Caracalla a Roma durante gli scavi condotti dalla potente famiglia Farnese nel corso del XVI secolo. Si tratta di un manufatto molto raffinato, probabilmente commissionato da un imperatore romano per un edifico pubblico. L’oggetto si data alla prima metà del II secolo d.C., tra l’età di Traiano e quella di Adriano. In quell’epoca, infatti, è particolarmente diffuso l’uso del porfido. La vasca è registrata nell’inventario di Palazzo Farnese a Roma dal 1644 (in Campo dei Fiori, attualmente sede dell’Ambasciata di Francia in Italia). Come il resto della Collezione Farnese, l’opera fu ereditata da Carlo di Borbone per via materna e nel 1789 era registrata nell’inventario del Museum Herculanense di Portici. Compare, allo stato di frammenti, nell’inventario del 1796 del Nuovo Museo e Fabbrica della porcellana di Napoli, per essere infine restaurata nel 1808, per la prima volta, con integrazioni in gesso e trasferita definitivamente al Real Museo Borbonico, di cui il Mann è l’erede.

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Da sinistra, il direttore del Mann Paolo Giulierini, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, e Andrea Rigoni, presidente di Rigoni di Asiago (foto mann)

“Il felice incontro con il progetto Rigoni di Asiago per l’Arte ci ha visto subito in immediata sintonia”, dichiara Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli. “La scelta di restaurare la preziosa vasca di fontana in porfido rosso dalle Terme di Caracalla vuole essere un ulteriore segno di attenzione per la rinascita e la cura degli spazi verdi all’interno del Mann. Il prezioso manufatto, posto al centro del giardino delle Fontane, è parte integrante della nostra collezione Farnese, così come la sosta nei tre giardini storici è tappa irrinunciabile della esperienza di visita. Complimenti a Rigoni per aver realizzato, attraverso il suo tour e il coinvolgimento della rete, una iniziativa originale che diffonde l’amore per il patrimonio artistico italiano”.

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Un momento della cerimonia di consegna della vasca in porfido rosso del Mann dopo i restauri (foto mann)

Andrea Rigoni, presidente di Rigoni di Asiago Srl spiega i dettagli dell’iniziativa: “Sono veramente felice di sbarcare a Napoli, nell’anno del centenario della mia azienda. La città partenopea è la settima tappa del nostro progetto “La natura nel cuore di …” che abbiamo iniziato nel 2015 in collaborazione con Fondaco Italia. Il mio personale rapporto con le opere d’arte, che abbiamo sin qui restaurato, è molto profondo e non nascondo di essere orgoglioso perché ad esse, siamo riusciti a dare un futuro migliore. In particolare, questa fontana in porfido rosso mi ha rapito riportandomi all’epoca dei grandi personaggi dell’antica Roma. Desidero ringraziare tutti coloro che hanno votato questa città, contribuendo così alla rinascita di questa opera. Auspico che essa possa essere motivo di ulteriore interesse e curiosità, affinché sempre più persone vengano a visitare Napoli con il suo Mann, che rappresenta l’eccellenza della bellezza del nostro Paese!”. Enrico Bressan, presidente di Fondaco Italia, conclude: “Sono particolarmente orgoglioso di aver realizzato questo restauro a Napoli all’interno del Mann, tra i più prestigiosi musei archeologici del Mondo, perché all’impegno di Rigoni di Asiago si è aggiunta anche la forza di oltre 30.000 persone che, con il loro voto on line, hanno voluto confermare il valore e la centralità del patrimonio storico-artistico del nostro Paese. In questo particolare momento storico abbiamo bisogno di esempi positivi e concreti, abbiamo bisogno di messaggi valoriali, abbiamo bisogno di persone che, grazie al loro agire quotidiano serio, intraprendente, coerente e professionale contribuiscano ad attirare l’interesse in particolare, dei giovani. La responsabilità sociale d’impresa è una forma di cultura in forza della quale può e deve scaturire anche un rinnovato spirito di appartenenza e la consapevolezza che possiamo progettare un futuro (un nuovo rinascimento) soltanto se conosciamo e valorizziamo il nostro passato. Dal 2015 Andrea Rigoni e la sua azienda, che desidero ringraziare, con grande serietà e partecipazione, stanno rinnovando di anno in anno questo impegno che auspico con forza sia a tutti gli effetti un esempio al quale guardare con interesse e concretezza e che venga raccolto anche da altre imprese illuminate per implementare e rafforzare il non più derogabile rapporto pubblico-privato”.