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Pompei. Nella necropoli di Porta Stabia scoperti i resti di due uomini che cercavano di scappare dalla città sotto l’eruzione del Vesuvio. Per la prima volta ricostruita con l’IA, in collaborazione con l’università di Padova, la fuga di un pompeiano dall’eruzione. E a luglio il convegno “Orbits — Dialogues with Intelligence. Habitat — Disegnare la società post-AI”

Pompeiano in fuga dall’eruzione del Vesuvio: ricostruzione con IA su ritrovamento a Porta Stabia (foto parco archeologico pompei)

Un pompeiano appena fuori Porta Stabia cerca di mettersi in salvo dalla pioggia di lapilli e frammenti vulcanici dell’eruzione del Vesuvio: ricostruiti questi momenti con l’IA in collaborazione con l’università di Padova. Per la prima volta, infatti, il parco archeologico di Pompei ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per proporre, in collaborazione con l’università di Padova – Laboratorio Digital Cultural Heritage, una ricostruzione digitale basata sui dati emersi dalle indagini archeologiche condotte dagli archeologi del ministero della Cultura. La ricostruzione riguarda un uomo morto durante l’eruzione del Vesuvio, che distrusse la città nel 79 d.C. in meno di 24 ore, ritrovato con un mortaio di terracotta, che sembra essere stato utilizzato come protezione durante la caduta di lapilli e frammenti vulcanici. Il gesto richiama le descrizioni di Plinio il Giovane, testimone oculare, che in una lettera riferisce come le persone in fuga dal vulcano cercassero di difendersi dal materiale eruttivo con oggetti o con cuscini legati sulla testa: “Con stracci legano dei cuscini posati sulle teste” (cervicalia capitibus imposita linteis constringunt)”.

“Si tratta del rinvenimento di due uomini che cercavano di scappare dalla città sotto l’eruzione del Vesuvio”, spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei. “uno dei due cercava di coprirsi la testa con un mortaio, un vaso in terracotta, e abbiamo proposto per la prima volta in maniera scientifica, insieme all’università di Padova, una ricostruzione utilizzando l’intelligenza artificiale. E credo che si tratti di uno strumento che in futuro sarà sempre più importante, non solo per affrontare la vastità dei dati che emerge a Pompei e in altri siti, per tutelare un patrimonio fragile, esteso come appunto la città di Pompei, ma anche per raccontare un patrimonio molto articolato, molto ricco, un pubblico sempre più diversificato”.

Il rinvenimento è avvenuto durante recenti scavi nell’area della necropoli di Porta Stabia, appena fuori le mura dell’antica Pompei, condotti nell’ambito del completamento dell’indagine sulla tomba a schola di Numerius Agrestinus Equitius Pulcher. Gli archeologi impegnati sul campo hanno portato alla luce i resti di due uomini che tentarono di fuggire verso la costa durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. I due individui, morti in momenti diversi dell’eruzione, offrono nuovi elementi per comprendere le dinamiche dell’evento e le condizioni affrontate dagli abitanti nelle vie di fuga.

Lo scheletro di adulto probabilmente travolto da una corrente piroclastica, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Uno di loro, più giovane, fu probabilmente travolto da una corrente piroclastica, ovvero una nube ardente di cenere e gas tossici, mentre tentava di allontanarsi dalla città. L’altro, più adulto, morì qualche ora prima sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi la testa con un mortaio di terracotta ritrovato accanto al corpo, con evidenti segni di frattura. Inoltre, portava con sé una lucerna in ceramica per orientarsi in condizioni di scarsa visibilità, un piccolo anello in ferro al mignolo sinistro e un gruzzolo di dieci monete in bronzo.

Pompeiano in fuga dall’eruzione del Vesuvio: ricostruzione con IA su ritrovamento a Porta Stabia (foto parco archeologico pompei)

Il modello digitale, che propone una ricostruzione della seconda vittima, è stato generato attraverso una combinazione di software di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco, con l’obiettivo di restituire un’immagine scientificamente fondata ma accessibile a tutti. La ricostruzione rappresenta un prototipo sperimentale, pensato per rendere i risultati delle ricerche archeologiche maggiormente accessibili a un pubblico di non specialisti.

Lo scheletro di adulto morto sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi con un mortaio, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Quando Plinio il Giovane racconta la fine di suo zio, Plinio il Vecchio, che spirò sulla spiaggia di Stabia nel tentativo di mettersi in salvo la mattina del secondo giorno dell’eruzione”, si legge nell’approfondimento sull’E-journal degli scavi di Pompei https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/, “lo fa usando il presente storico (Epist. VI 16.). Nella lingua latina è una scelta ancora più forte rispetto all’italiano odierno, ispirata all’arte della retorica classica. Vuol dire portare il lettore sul posto, facendogli rivivere gli ultimi momenti dello zio. Ed è questo che l’archeologia, che in fondo altro non è che un monumentale “presente storico”, continua a fare sin dall’inizio degli scavi nelle città vesuviane: ci rivela gli ultimi momenti di bambini, donne, uomini che erano lì, in quella notte oscura, e non ce l’hanno fatta. Che i cuscini con cui Plinio il Vecchio e i suoi compagni si coprivano le teste fossero tutt’altro che superflui, viene ora confermato da un rinvenimento di due vittime nei pressi della biblioteca di San Paolino, al di fuori di Porta Stabia, dove nel 2024 venne alla luce una tomba a schola d’età augustea (Zuchtriegel et al. 2024). Si tratta di due uomini, che cercavano di raggiungere la spiaggia. Il primo rinvenuto durante lo scavo, il cui scheletro purtroppo risultava molto compromesso dai lavori di costruzione del complesso ottocentesco, morì verosimilmente la mattina del 25 agosto (secondo la data pliniana), nelle stesse ore in cui Plinio il Vecchio si trovava sulla spiaggia di Stabia: è stato trovato al di sopra dei lapilli, all’interno della cinerite. Secondo le analisi antropologiche eseguite sui resti scheletrici, era di giovane età.

Dettaglio del mortaio, con bollo, rinvenuto accanto allo scheletro di adulto nella necropoli di Porta Stabia (foto parco archeologico pompei)

Il secondo uomo, di età più matura, morì invece all’interno dei lapilli, dunque qualche ora prima. Portava con sé un grande mortaio di terracotta con cui si copriva la testa, che mostra evidenti segni di fratture. Ciò suggerisce che la pioggia di lapilli che si abbatteva sulla città tra il primo pomeriggio del 24 agosto e le prime ore del mattino del giorno successivo potesse essere letale a causa della natura dei frammenti. Infatti, oltre alle pomici, rocce vulcaniche poco dense perché ricche di vacuoli, anche frammenti lavici con dimensioni fino ad alcuni centimetri, molto più densi e pesanti, cadevano sulla città. Al di là del caso specifico, le due vittime rinvenute presso il complesso di San Paolino, insieme a numerose altre trovate nelle vicinanze delle porte urbiche, sono un monito per chi tenta di stimare il numero complessivo delle vittime dell’eruzione. Se è vero che le vittime trovate all’interno della città non sono tantissime (si stima un numero complessivo intorno ai 2.000 incluse le parti non scavate, rispetto a una popolazione di almeno 20.000 persone), è da tener presente che molti potrebbero aver perso la vita fuori dalla città, nel tentativo di raggiungere la costa, come appunto Plinio il Vecchio e i due uomini di San Paolino (Tuck 2019; Zuchtriegel 2022; Zuchtriegel et al. 2025)”.

Dettaglio dello scheletro di adulto morto sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi con un mortaio, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)

La zona di scavo nella necropoli di Porta Stabia a POmpei (foto parco archeologico pompei)

La lucerna rinvenuta accanto allo scheletro di adulto assieme al mortaio nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Pompei è forse il luogo più prestigioso al mondo per la ricerca archeologica”, dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “dove ogni nuova scoperta illumina in modo entusiasmante la trama della vita antica. Le indagini condotte con questi scavi dimostrano che le metodologie innovative, utilizzate con rigore, possono regalarci nuove prospettive storiche. È in questa direzione che il ministero della Cultura intende proseguire: rafforzare lo studio e la Tutela del nostro patrimonio, sostenendo la ricerca e ampliando la capacità di trasmettere conoscenza in modo sempre più efficace”. “La vastità dei dati archeologici a Pompei e oltre è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli adeguatamente”, afferma il direttore Gabriel Zuchtriegel. “Ed è importante che noi archeologi ce ne occupiamo in prima persona, perché altrimenti lo faranno altri al posto nostro che non hanno le basi umanistiche e scientifiche necessarie. Se usata bene, l’IA può contribuire a un rinnovamento degli studi classici, raccontando il mondo classico in maniera più immersiva. Visitare Pompei o imparare il latino, essenzialmente, significa fare un’esperienza profonda, unica e bellissima, e le ricostruzioni ci aiutano a coinvolgere più persone in questa avventura”. “Il progetto apre una riflessione più ampia sull’impiego dell’IA in archeologia”, aggiunge il prof. Jacopo Bonetto dell’università di Padova, “una tecnologia che può contribuire alla produzione di modelli interpretativi e al miglioramento degli strumenti di comunicazione, ma che richiede un uso controllato e metodologicamente fondato, sempre in integrazione con il lavoro degli specialisti”.

Lo scheletro di adulto morto sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi con un mortaio, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Proprio sul tema dell’intelligenza artificiale, a luglio 2026 nel parco archeologico di Pompei, è in programma l’edizione 2026 di “Orbits — Dialogues with Intelligence. Habitat — Disegnare la società post-AI” che riporta l’etica e la filosofia al centro del dibattito tecnologico, promuovendo un uso consapevole del digitale. Tra i protagonisti, il prof. Luciano Floridi, founding director del Digital Ethics Center a Yale, che ha commentato così la novità: “L’uomo di Pompei fuggiva con un mortaio sul capo, una lucerna in mano, e dieci monete: portava ciò che gli sembrava utile per orientarsi nel buio. Duemila anni dopo, l’IA ci aiuta a ricostruire i suoi ultimi momenti. Il caso parla a tutte le discipline umanistiche. L’IA non sostituisce l’archeologo. Sotto il suo controllo, ne amplia e approfondisce le potenzialità; e rende accessibile a molti ciò che prima era leggibile solo per pochi. Senza l’IA, gran parte del patrimonio rischia di restare inesplorato per chi fa archeologia, e muto per chi la ama. Marguerite Yourcenar, nei taccuini delle Memorie di Adriano, descriveva il suo esercizio come un piede nell’erudizione, l’altro nella magia: quella magia che consiste nel trasportarsi col pensiero dentro qualcun altro. È esattamente ciò che l’archeologia fa da sempre: ricostruire scientificamente dal di dentro un mondo scomparso, e permetterci di immaginarlo. L’IA accelera la resa di quella ricostruzione, ma la magia resta umana. Una tecnologia così potente porta con sé rischi reali. L’IA produce ipotesi, non verità. Le ipotesi vanno riviste, discusse, corrette, integrate, approvate. La responsabilità scientifica non si delega. Ma il rischio non è che l’IA sbagli: è che smettiamo di pensare usandola. Le discipline umanistiche ci insegnano proprio questo, a distinguere la ricostruzione dalla fantasia. Pompei, ancora una volta, è il grande laboratorio che ci istruisce”.

 

Pompei. All’auditorium, in presenza e on line, il convegno internazionale G.R.E.E.N. – Gardens as Resources for the Enhancement of Environmental and Natural Heritage, dedicato al ruolo del verde nella conservazione e valorizzazione dei contesti archeologici: due giornate di lavoro. Ecco il programma

Il 16 e 17 aprile 2026 il parco archeologico di Pompei ospita, al proprio Auditorium, il convegno internazionale G.R.E.E.N. – Gardens as Resources for the Enhancement of Environmental and Natural Heritage, dedicato al ruolo del verde nella conservazione e valorizzazione dei contesti archeologici. Ingresso libero su prenotazione fino a esaurimento posti. Per partecipare è necessario accreditarsi al link https://www.frcongressi.it/green-conference-2026…/. Diretta streaming sul canale YouTube del parco archeologico di Pompei: G.R.E.E.N. – CONVEGNO INTERNAZIONALE. I giardini storici e archeologici costituiscono parte integrante del patrimonio culturale e paesaggistico. Non si tratta di semplici spazi verdi ornamentali, ma di testimonianze storiche e ambientali che raccontano il rapporto tra l’uomo, la natura e il territorio nel corso del tempo. Inseriti all’interno o in prossimità dei siti archeologici, essi contribuiscono in modo significativo alla comprensione e alla fruizione del patrimonio. Nel corso degli ultimi anni, l’approccio alla gestione del verde nei contesti archeologici ha conosciuto un’evoluzione sostanziale. Il verde, tradizionalmente percepito come elemento di rischio per la conservazione dei manufatti, è oggi riconosciuto come una risorsa strategica, capace di concorrere alla tutela dei siti, al miglioramento della qualità paesaggistica e alla valorizzazione dell’esperienza di visita. La gestione degli spazi verdi si configura pertanto come un ambito di intervento complesso, che richiede competenze interdisciplinari e un costante equilibrio tra esigenze di conservazione, tutela ambientale e valorizzazione culturale. In tale prospettiva, i giardini storici e archeologici assumono un ruolo attivo nella mediazione culturale, favorendo una maggiore consapevolezza del patrimonio naturale e archeologico e contribuendo alla diffusione dei valori della sostenibilità.

Il convegno internazionale G.R.E.E.N. nasce con l’obiettivo di promuovere il confronto tra istituzioni culturali, enti di ricerca ed esperti del settore, italiani e stranieri, sulle più avanzate strategie di gestione sostenibile del verde nei contesti archeologici. L’integrazione tra patrimonio naturale e patrimonio archeologico rappresenta infatti una sfida attuale e condivisa, che coinvolge ambiti disciplinari quali l’archeologia, l’architettura del paesaggio, la botanica e la conservazione. Nel corso delle due giornate di lavoro, il Parco Archeologico di Pompei accoglierà contributi scientifici e casi di studio di rilievo internazionale, offrendo un’occasione di dialogo e scambio di buone pratiche e rafforzando la cooperazione tra istituzioni impegnate nella tutela e valorizzazione del patrimonio. Attraverso la ricostruzione dei paesaggi storici, l’impiego di specie vegetali documentate dalle fonti e la valorizzazione dei sistemi idraulici antichi, i giardini si confermano come strumenti di conoscenza e di interpretazione, capaci di restituire una visione integrata del patrimonio archeologico e del suo contesto ambientale.

PROGRAMMA GIOVEDÌ 16 APRILE 2026. Apertura istituzionale: 9.30, saluti di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei; introduzione, 10, Maurizio Di Stefano, presidente ICOMOS, Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti, NC Italia; 10.30, Lionella Scazzosi, comitato scientifico internazionale sui Paesaggi culturali ICOMOS – IFLA; 11, pausa caffè; Sessione I Gestione dei giardini storici: buone pratiche, strategie innovative e gestione delle risorse idriche per una conservazione sostenibile: 11.30, Maurizio Bartolini – Paolo Mighetto, parco archeologico di Pompei – soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la Provincia di Vibo Valentia, “Paesaggio e perdura, Pompei tra pietra e terra”, “Progettare il paesaggio archeologico di Pompei: percorsi, Strategie e approcci”; 12, Marco D’Antraccoli, Giardino Botanico e Museo di Pisa, “I giardini botanici come sistemi di patrimonio vivente: spunti gestionali dal Giardino Botanico e Museo dell’Università di Pisa”; 12.30, Sergio Del Ferro – Antonella Mastronardi, istituto Villa Adriana e Villa d’Este, “Strategie di gestione per gli spazi verdi storici e le risorse idriche di Villa Adriana (Tivoli)”; 13, pranzo; 14, Kenneth Lapatin – Brian Houck – Camille Kirk, Getty Museum, “Da Ercolano a Malibu: passato, presente e futuro”; 14.30, Eva Serpe, museo reale di Capodimonte, “OPERE ED ESPERIMENTI: Il sistema di drenaggio nella Foresta Reale di Capodimonte”; 15, Gerd Koch, direttore dei Giardini Federali Austriaci, “Gestione delle acque nei Giardini del Belvedere a Vienna”; 15.30, Davide Bertolini – Sara Tarissi de Jacobis, istituto Villa Adriana e Villa d’Este, “Gestione dell’acqua, dell’energia e del patrimonio nei Giardini Storici: l’approccio integrato di Villa d’Este”; 16, pausa caffè; Sessione II Genotipi e studi varietali e nuove prospettive: ricerca e applicazioni per la sostenibilità: 16.30, Riccardo Aversano, dipartimento di Agraria, università di Napoli Federico II, “Dai semi archeologici alle collezioni viventi: un caso di studio sulla diversità genetica della vite”; 17, Luisa del Piano, CREA (Consiglio per la Ricerca e l’Economia Agraria – Centro di Ricerca per i Cereali e le Colture Industriali), “L’esperienza del CREA incontra una visione olistica per la gestione del patrimonio verde del Parco Archeologico di Pompei”.

PROGRAMMA VENERDÌ 17 APRILE 2026. Sessione III Cultura e coltivazione: sperimentazioni in contesti archeologici e storici: 9.30, Vincenzo Calvanese – Claudia Buonanno, parco archeologico di Pompei, “Parco Archeologico di Pompei: dall’agricoltura antica alle pratiche sostenibili”; 10, Francesco Uliano Scelza, parchi archeologici di Paestum e Velia “Il Parco Archeologico di Velia come polo per la valorizzazione dell’archeologia e dell’agricoltura locale”; 10.30, pausa caffè: 11, Gabriella Strano – Simone Quilici, parco archeologico del Colosseo, “Parco Archeologico del Colosseo: umanità, natura e ricerca scientifica per una visione sostenibile del futuro”; 11.30, Anabel Ford – Abil Castañeda, MesoAmerican Research Center – Protected Area Conservation Trust, “Archeologia sotto la chioma: apprezzare il naturale e il culturale Patrimonio del luogo”; 12, visita guidata agli scavi archeologici; 13.30, pranzo; Sessione IV Spazi verdi e turismo sostenibile nel patrimonio culturale: 14.30, Silvia Barbone – Abdullah AL Hameid AlUla, “Gestire l’oasi culturale di AlUla: un approccio multi-stakeholder al più grande museo a cielo aperto del mondo”; 15, Yogesh Kapoor, Vivaio Sunder, “Gestire i flussi di visitatori in un distretto culturale storico: conservazione, progettazione del paesaggio e governance al Vivaio Sunder”; 15.30, Bokonics Kramlik Márta, Szabadtéri Néparajzi Mùzeum Skanze, “L’impatto dei giardini del Museo ungherese a cielo aperto sul benessere e sulla sostenibilità”; 16, osservazioni finali e pausa caffè di chiusura; dopo la chiusura della conferenza, i partecipanti possono continuare autonomamente la visita al sito archeologico scavi.

 

 

Pompei. Aperta nella Palestra Grande l’esposizione permanente dei calchi originali delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. e dei reperti organici (piante e animali): per la prima volta si racconta l’origine, la storia e la tecnica dei calchi di Pompei nel rispetto dell’archeologia del dolore. Parlano il direttore Zuchtriegel, il ministro Giuli e l’archeologa Bertesago

Il braccio nord della Palestra Grande di Pompei con l’esposizione permanente di 22 calchi originali delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. (foto graziano tavan)

Palestra Grande a Pompei: l’avviso ai visitatori che chiede silenzio e rispetto (foto graziano tavan)

Silenzio. E rispetto. L’avviso per i visitatori all’ingresso del braccio Nord della Palestra Grande di Pompei, di fronte all’anfiteatro, che torna a essere monumento a sé stante e non più spazio per mostre temporanee, è chiaro: chi varca quella soglia lo faccia in silenzio e nel rispetto di quei “corpi” testimoni di una morte violenta e tragica con l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è un vero e proprio “memoriale”, o se si vuole “sacrario”, quello inaugurato l’11 marzo 2026 dal ministro della Cultura Alessandro Giuli nella Palestra Grande che racconta la fine di Pompei e le sue vittime per la prima volta narrata attraverso un allestimento museale permanente, aperto al pubblico dal 12 marzo 2026, che ne restituisce la storia, momento per momento, esponendo i calchi delle vittime e una selezione di reperti organici straordinariamente conservati.

Una galleria di 22 calchi di vittime dell’eruzione da percorrere col rispetto che questi corpi meritano perché, come ha spiegato il ministro Giuli, “qui vediamo ciò che vedono i medici legali, cioè cadaveri, morti di morte violenta, morte acerba – come dicevano gli antichi – che nell’antichità procurava uno shock delle anime che lasciava nel luogo in cui morivano la disperazione, la rabbia, lo sgomento per l’epilogo inatteso da placare con determinati riti. Perché non erano le ombre silenti, come ci racconta Omero, di chi ci lascia per vecchiaia, malattia”. Sono vite umane che richiedono rispetto.

Il calco di un bambino di tre anni ritrovato nella Casa del Bracciale d’Oro a Pompei (foto graziano tavan)

Calco di adulto in posizione rannicchiata ritrovato nella Palestra Grande di Pompei (foto graziano tavan)

Ecco nella nuova galleria il calco del bimbo di tre anni, ritrovato da solo, perduto, nella Casa del Bracciale d’Oro, sdraiato su un fianco, le labbra tumefatte, con i segni della sofferenza per il calore elevatissimo. Ecco la coppia, un adulto e un corpo più giovane, il sesso è incerto, trovata nel giardino della Casa del Criptoportico: la testa del giovane appoggiata nel grembo dell’adulto forse in cerca di conforto o sicurezza, un gesto di grande umanità. Ecco il calco di una vittima, un uomo adulto, ritrovato proprio nella Palestra Grande dove ora è esposto, in posizione rannicchiata con gambe e braccia piegate verso il petto, le ginocchia appoggiate sullo strato di cenere e pomici, in un tentativo estremo di proteggersi. “Sono morti da diciotto secoli”, scrive Luigi Settembrini, scrittore e patriota napoletano, subito dopo aver ricevuto la notizia da Giuseppe Fiorelli, nel 1863, che era stato realizzato il primo calco di una vittima dell’eruzione, “ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura”. I calchi non sono quindi semplici reperti, ma testimonianze dirette della tragedia che colpì Pompei. Attraverso di essi la scienza ci restituisce i volti, i gesti e l’umanità degli abitanti dell’antica città, fermi nell’attimo in cui il tempo si è interrotto. “Questo siamo noi”, ha detto il direttore Gabriel Zuchtriegel, ricordando l’espressione di un collega durante lo scavo di alcune vittime di Pompei: “era vero. Quello che vediamo è la nostra fragilità, la nostra umanità, ma anche la nostra speranza di umanità”.

“Quello che cerchiamo di raccontare in questa nuova esposizione permanente”, spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, “è quello che rende Pompei un luogo speciale. È la più grande tragedia naturale dell’antichità, ma è anche un tesoro per l’archeologia e per la storiografia. E questa ambiguità è una sfida enorme per la museografia perché da un lato abbiamo voluto dare dignità alle persone: esponiamo resti umani, sono donne bambini uomini come noi che hanno perso la vita, e dunque è un po’ un memoriale, un luogo della memoria, ma vuole anche essere un’esposizione inclusiva. Ci sono modelli tattili, ci sono vari linguaggi, Abbiamo cercato di parlare a tutti e abbiamo cercato di lasciare a chi visita Pompei la scelta fino a che punto esporsi a questo dolore, a questa esperienza.  Comunque c’è una specie di avviso all’inizio del percorso. Ci sono apparati didattici, ci sono disegni, ci sono video, ma il tutto con un linguaggio scientifico, di basso profilo, ma spero anche di grande dignità per le persone per cui dobbiamo avere grande rispetto”.

Palestra Grande di Pompei: percorso espositivo permanente dei calchi originali delle vittime dell’eruzione (foto parco archeologico pompei)

“L’allestimento? Fatto con un grandissimo rigore scientifico”, commenta il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “la capacità di restituire la cruda drammatica verità dell’eruzione di Pompei, la tragedia e l’espressività delle vittime, e al tempo stesso l’atteggiamento rispettoso nei confronti delle vittime attraverso una galleria del dolore che ci restituisce la verità, ma ce la restituisce come un sacrario molto contemporaneo. Perché tutte le tragedie che avvengono per calamità naturali vengono condensate in questa magnifica e terrificante e molto molto istruttiva rappresentazione che il direttore Zuchtriegel e tutto il magnifico staff del parco archeologico di Pompei ci hanno offerto. È un’esposizione intensa e coraggiosa perché è anche estremamente contemporanea. Non è facile la rappresentazione della morte, non è facile mettere in mostra la nudità dei calchi, di corpi travolti da cenere, lapilli e lava. Bisogna saper farlo e saper raccontarlo. Raccontarlo appunto con uno sguardo che è scientifico ovviamente, ma allo stesso tempo deve essere empatico. Empatico nei confronti del dolore. E la missione è riuscita”.

“Oggi qui alla Palestra grande inauguriamo il nuovo percorso permanente”, interviene Silvia Bertesago, funzionario archeologo del parco archeologico di Pompei, responsabile unico di progetto. “Che cosa potrà vedere il visitatore di Pompei? Due portici all’interno dei quali abbiamo raccontato la storia dell’eruzione di Pompei, la storia della distruzione attraverso uno studio vulcanologico, installazioni multimediali, ma anche le straordinarie testimonianze che questa eruzione ci ha conservato e tramandato. E quindi resti organici straordinariamente conservati di animali e piante che ci parlano del rapporto tra uomo e risorse naturali. E poi nel braccio nord, invece, la sequenza di 22 esemplari di vittime umane che sono state colpite in questa immane catastrofe. Sono i calchi delle vittime di Pompei, sono calchi originali, esposti alcuni per la prima volta, altri riallestiti, che sono accompagnati da un apparato grafico, fotografico, di installazioni multimediali, che ci consente di capire per la prima volta di cosa stiamo realmente parlando: come è fatto un calco, cos’è in realtà il calco, come si forma, come si realizza. E che cosa ci dice ancora oggi.

Palestra Grande di Pompei: calchi di porte da domus di Pompei (foto graziano tavan)

A finire ci sono due calchi di porte, cioè di arredi, perché noi oggi possiamo fare, grazie appunto alla tecnica dei calchi, calchi di qualsiasi reperto organico in teoria, cioè qualsiasi reperto che decomposto ha lasciato un vuoto e la sua impronta all’interno di questo strato durissimo di cenere. E quindi anche degli arredi delle stanze delle case noi possiamo avere spesso calchi che ci consentono di ricostruire gli interni come se ci fossero degli scatti fotografici dei giorni nostri. Per raggiungere questo risultato – conclude Silvia Bertesago -, abbiano lavorato per circa due anni, partendo dalla progettazione scientifica, dalla progettazione dell’allestimento, la gara di appalto per la realizzazione dell’allestimento e poi i lavori, e quindi un lavoro molto lungo che ha impegnato tantissime persone: c’è un grande gruppo di lavoro che ha seguito le varie fasi e quindi è stato veramente un lavoro di tutto il parco”.

La colonna di 4 metri che mostra la stratigrafia di ceneri e lapilli che ha ricoperto Pompei (foto graziano tavan)

Palestra Grande. Sezione reperti organici: radici e tronco di cipresso (foto graziano tavan)

Il percorso espositivo. Nel braccio Sud trova spazio una sezione vulcanologica, dedicata al Vesuvio e al racconto dell’eruzione del 79 d.C., arricchito da un nuovo video che ne ripropone in sintesi la dinamica e dalla ricostruzione di una colonna di circa 4 metri di ceneri e lapilli, il materiale eruttivo che seppellì completamente la città di Pompei. Segue una parte dedicata agli animali e alle piante con una collezione dei reperti organici straordinariamente conservati che raccontano il rapporto fra l’uomo e le risorse naturali. La sezione è accompagnata da un apparato grafico di testi e riproduzioni iconografiche di fauna e flora presenti in famosi affreschi pompeiani, alcuni anche di recente scoperta (come quelli provenienti dalla casa del Tiaso).

Calchi originali esposti nell’allestimento permanente nella Palestra Grande di Pompei (foto graziano tavan)

Il braccio Nord, accanto ad una piccola parte sugli arredi con due calchi di porte, ospita la grande sezione dedicata ai resti umani, che espone una collezione di calchi originali delle persone colpite dall’eruzione. I calchi delle vittime del 79 d.C. sono tra le testimonianze più famose e commoventi di Pompei. Spesso confusi con corpi pietrificati, sono in realtà il risultato di un processo unico, reso possibile dalle condizioni create dall’eruzione e da una tecnica archeologica sviluppata nel tempo. Anche se sono noti tentativi negli anni precedenti, fu nel 1863 che l’archeologo Giuseppe Fiorelli, versando gesso liquido in queste cavità, per primo riuscì a restituire la forma originaria delle vittime. Una volta indurito il gesso e rimossa la cenere circostante, riemergevano figure umane sorprendentemente dettagliate, spesso con ossa ancora presenti al loro interno. Il tema trattato e il tipo di reperti esposti ci pongono a stretto contatto con il momento della morte improvvisa. Per tale motivo la sezione delle vittime non è subito visibile, ma è protetta alle due estremità, da elementi divisori che avvisano dell’ingresso in un settore peculiare, dando quindi allo spettatore la possibilità di scegliere se affrontare o meno la visita.

L’allestimento è scandito da un apparato grafico in cui è ridotto al minimo l’uso del colore e di ogni elemento decorativo, a vantaggio di testi lineari accompagnati da foto d’archivio, che documentano i contesti o i calchi in fase di scavo o di restauro. È arricchito da contenuti multimediali dedicati da un lato alla tecnica di realizzazione dei calchi dal momento dell’invenzione fino ad oggi e alla struttura interna dei calchi con immagini tratte da TAC eseguite su alcuni esemplari, dall’altro lato a contenuti storici come l’intervista ad Amedeo Maiuri sui calchi dell’Orto dei Fuggiaschi o ancora agli aspetti emozionali legati alla vista di questi reperti, come ben rappresentato nel frammento del film “Viaggio in Italia” di R. Rossellini

Modellino tattile di un calco di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. espostio nel percorso permanente nella Palestra Grande di Pompei (foto graziano tavan)

Palestra Grande: postazione dove si possono testare profumi e odori da Pompei (foto graziano tavan)

Un percorso flessibile e accessibile: video in LIS e ISL e modellini tattili. Tutto il percorso, per la sua ubicazione all’interno dell’area archeologica, è volutamente flessibile, è cioè strutturato per poter essere visitato ed avere una lettura compiuta nei diversi sensi di marcia e a prescindere dal lato di ingresso al monumento, adattandosi così alle diverse direzioni dei flussi di visitatori. Particolare attenzione è stata data all’accessibilità, attraverso contenuti audio, video in LIS e ISL, strumenti in CAA (Comunicazione Aumentata Alternativa) e due sezioni tattili dedicate rispettivamente una alla parte sulle vittime umane e l’altra a quella sugli animali e le piante con modellini 3d dei reperti accompagnati da testi in braille.  Attraverso gli apparati grafici, i video e gli approfondimenti, l’allestimento vuole garantire la più ampia fruizione di questi materiali unici, rispettandone e valorizzandone le peculiarità, restituendo loro il giusto significato, quali straordinarie testimonianze della storia di Pompei e dei suoi abitanti.

Pompei. Alla Biblioteca del Parco il convegno “Scavi bibliografici. Biblioteche e archivi degli archeologi del Novecento”: due giornate su biblioteche e archivi come strumenti fondamentali per la ricostruzione della storia della disciplina archeologica. Ecco il programma

Due giornate di studio al parco archeologico di Pompei accendono i riflettori su biblioteche e archivi degli archeologi del Novecento. Dalla collaborazione del parco archeologico di Pompei con l’Associazione Italiana Biblioteche (Sezione Campania e Commissione nazionale biblioteche speciali, archivi e biblioteche d’autore) prende vita il convegno “Scavi bibliografici. Biblioteche e archivi degli archeologi del Novecento” che si articola in due giornate, il 26 e 27 febbraio 2026, alla Biblioteca del Parco, tematicamente distinte ma complementari, in cui studiosi e professionisti si confronteranno sul tema di biblioteche e archivi come strumenti fondamentali per la ricostruzione della storia della disciplina archeologica. L’iniziativa nasce dalla volontà di valorizzare una realtà strategica del parco archeologico di Pompei: la Biblioteca che insieme all’Archivio storico, conserva importanti fondi di persona legati ai grandi protagonisti degli scavi e degli studi pompeiani. A partire da questo patrimonio, il Parco ha avviato un dialogo strutturato con le associazioni di categoria AIB – Associazione Italiana Biblioteche e ANAI – Associazione Nazionale Archivistica Italiana, riconosciute come risorse fondamentali per la tutela, lo studio e la valorizzazione dei fondi bibliografici e archivistici. Comitato scientifico: Alessandra Boccone; Concetta Damiani; Concetta Filodemo; Tania Maio; Pio Manzo; Valentina Sonzini; Gabriel Zuchtriegel. Segreteria organizzativa: Adele Acanfora, Rosa De Venezia, Silvia Maiorano, Valentina Mautone, Salvatore Nardiello, Remo Rivelli.

La prima giornata, giovedì 26 febbraio, è dedicata ai pompeianisti e alle raccolte librarie e archivistiche legate alla storia degli scavi di Pompei. La seconda giornata, venerdì 27 febbraio, amplia lo sguardo alle biblioteche e agli archivi degli archeologi del Novecento grazie al contributo di numerosi enti, istituti di ricerca e università. Il programma del convegno è il risultato di una call for papers che ha riscosso un notevole successo, testimoniato dall’elevato numero e dalla qualità delle proposte pervenute, provenienti da università, archivi, biblioteche, enti di ricerca e istituzioni culturali. La call ha attivato una rete ampia di studiosi e professionisti, confermando l’interesse e l’attualità del tema. Scavi bibliografici si configura così come un appuntamento di rilievo nel panorama degli studi archeologici, archivistici e biblioteconomici, al fine di coniugare ricerca storica, riflessione metodologica e valorizzazione del patrimonio documentario, riaffermando il ruolo del Parco Archeologico di Pompei come luogo di conservazione, produzione e condivisione della conoscenza.

GIOVEDÌ 26 FEBBRAIO 2026, I Giornata: “Raccolte librarie e carte d’archivio nell’orbita degli scavi archeologici di Pompei”. Alle 9, registrazione; 9.30, saluti: Gabriel Zuchtriegel, direttore parco archeologico di Pompei; Alessandra Boccone, AIB Commissione biblioteche speciali, archivi e biblioteche d’autore; Alessia Ricci, ANAI Campania. Alle 10.30, Introduzione ai lavori: Concetta Filodemo, Biblioteca del parco archeologico di Pompei; Pio Manzo, AIB Campania. Interventi: “Le raccolte librarie dei pompeianisti nella Biblioteca del Parco Archeologico di Pompei”, Cristina Del Fiacco, Concetta Filodemo, Gabriel Zuchtriegel (parco archeologico di Pompei); “Le carte d’archivio dei pompeianisti nell’Archivio storico del Parco Archeologico di Pompei”, Rosanna De Simone, Giuseppe Scarpati (parco archeologico di Pompei). Sessione call. Introduce e modera Tania Maio, AIB Commissione biblioteche speciali, archivi e biblioteche d’autore. Interventi: “Vis maior. L’architetto René von Schöfer e la Casa del Fauno. Un percorso accademico del Novecento”, Julian Bauch (Deutsches Archäologisches Institut / DAI Berlino); “Oltre la carta: il Fondo Sogliano tra digitalizzazione e storytelling”, Marilina Laganà (Sistema bibliotecario di ateneo dell’università di Salerno); “Carlo Giordano e l’ornitologia pompeiana. Una vita spesa tra archeologia e insegnamento, epigrafia e ricerca”, Anna Cio e Antonio Giordano (Biblioteca e archivio Giordano); “Il caso Fiorelli: vicende di un archivio disperso tra la fine dell’Ottocento e la seconda guerra mondiale”, Lavinia De Rosa (Biblioteca Universitaria di Napoli – MiC). Tavola rotonda. Coordina Pio Manzo (AIB Campania). “Archivi e biblioteche dei pompeianisti: stato dell’arte e nuove prospettive”, Laurentino Garcia y Garcia (editore), Umberto Pappalardo (Centro internazionale per gli Studi pompeiani, université de Tunis), Grete Stefani (già funzionario ministero della Cultura), Antonio Varone (già funzionario ministero della Cultura); 13.30, pausa pranzo; 15, visita agli Scavi nuovi del parco archeologico di Pompei, a cura di Alessandro Russo e Gennaro Iovino (parco archeologico di Pompei).

VENERDÌ 27 FEBBRAIO 2026, II Giornata: “Biblioteche e archivi degli archeologi del Novecento”. Alle 9.30, registrazione; 10, introduce e modera Valentina Sonzini (università di Firenze). Interventi: “Pietre d’oltremare. Archeologia e propaganda del colonialismo fascista”, Simona Troilo (università dell’Aquila); “La Bibliothèque de l’INP comme reflet de l’histoire de l’archéologie en Tunisie”, Nejib Ben Lazreg (Ancien Membre de l’Institut National du Patrimoine (INP) Tunis); “Gli archivi degli archeologi”, Concetta Damiani (università della Campania “Luigi Vanvitelli”); “Per un primo censimento delle biblioteche degli archeologi italiani”, Manuela Parrilli (università di Salerno). Sessione call, “L’archivio di Gabriella Bordenache Battaglia presso il CNR di Roma”, Laura Ambrosini e Adriana Emiliozzi (CNR ISPC – Roma); “Eugénie Strong, un’archeologa britannica a Roma”, Raphaële Mouren (British School at Rome); 12.30, pausa pranzo; 14, sessione call. Introduce e modera Simona Inserra (università di Catania). BIBLIOTECHE: “Memorabilia Urbis. La costellazione documentaria di Antonio Muñoz tra libri, restauri e archeologia urbana”, Rosa Parlavecchia (università di Salerno); “Antonio Bellucci: un bibliotecario archeologo da ri-scoprire”, Angelica Parisi (Complesso monumentale e Biblioteca dei Girolamini di Napoli), “Il Fondo bibliografico di Werner Johannowsky”, Vittoria Minniti (museo Archeologico nazionale di Napoli). ARCHIVI: “Il soprintendente e la Libia. Ricostruzioni bio-bibliografiche attraverso le carte personali dell’archeologo”, Giacomo Caputo Laura Buccino (università di Firenze) e Lorenzo Sergi (università della Tuscia); “Dal fondo d’autore alla storia del restauro: l’opera di Salvatore Aurigemma per la conservazione di Villa Adriana”, Martina Ambrogi (Sapienza università di Roma); “Le carte di Guglielmo Gatti all’Archivio centrale dello Stato: un unicum tra gli archivi di archeologi”, Mirco Modolo (università di Siena).

 

Pompei. “Coltivare la storia”: nel parco nasce la nuova azienda vitivinicola – interamente a conduzione biologica – con oltre 6 ettari di vigneti (una vera e propria vigna “archeologica”) grazie a un partenariato con le cantine Feudi di San Gregorio del Gruppo Tenute Capaldo

In uno dei siti più iconici del nostro patrimonio archeologico, la cantina Feudi di San Gregorio e il parco archeologico di Pompei stanno dando vita a una azienda vitivinicola unica nel suo genere, con oltre 6 ettari di vigneti coltivati secondo pratiche biologiche e sostenibili, e una cantina situata all’interno dell’area archeologica. Un progetto con finalità culturali prima che commerciali, volto a far rivivere la storia del vino laddove, duemila anni fa, questo prodotto si faceva ambasciatore della civiltà romana nel mondo. Il progetto nasce dalla convinzione che agricoltura e cultura siano due espressioni della medesima tensione dell’uomo verso la cura: della terra, dello spirito, della comunità. Entrambe, non a caso, derivano dal verbo latino colere, “coltivare”. Il sito di Pompei offre un’opportunità unica: coltivare su terreni di origine vulcanica, intatti da oltre due millenni, e riscoprire tecniche agronomiche antiche, supportati da una solida collaborazione scientifica con importanti Università. Ma ancora più unica è la forma con cui tutto ciò prende vita: un partenariato sperimentale, in cui pubblico e privato uniscono le forze in nome del bene comune, per portare nel mondo un modello virtuoso del Made in Italy che racconta bellezza, sostenibilità e responsabilità.

Il progetto “Coltivare la storia” è stato presentato il 3 febbraio 2026 al ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida. Forte dell’esperienza acquisita negli ultimi anni su alcuni vigneti già esistenti si costruirà una vera e propria vigna “archeologica” con un’estensione vitata che nel tempo supererà i 6 ettari e con strutture di vinificazione e affinamento da realizzarsi nell’ambito del perimetro del Parco, finalizzate alla produzione di vino. L’esecuzione di questo progetto di lungo termine non è affidata ai classici strumenti di collaborazione pubblico-privato (la concessione o l’appalto), ma sarà garantita da un partenariato in cui il Parco e il Gruppo Tenute Capaldo collabora mettendo a fattor comune le rispettive esperienze e competenze.

Foro Boario a Pompei: vigneti con vista Vesuvio (foto parco archeologico pompei)

“Il Parco archeologico fin dagli anni Novanta si è occupato, attraverso gli studi di botanica condotti dal Laboratorio di ricerche applicate interno, di analizzare i vigneti dell’antica Pompei, per indagarne le caratteristiche storico scientifiche, le tecniche di viticoltura e dunque le abitudini alimentari. Da allora sono state attuate azioni di valorizzazione dei vigneti, quale modo per raccontare e far conoscere la città antica sotto aspetti diversi”, commenta il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel. “Oggi il Parco sta investendo in una più ampia forma di valorizzazione nonché di tutela del patrimonio naturale, del paesaggio e dell’ambiente che sono elementi integranti dell’area archeologica. L’azienda vitivinicola fa parte di un più ampio progetto di azienda archeo agricola che sta interessando anche altre attività, quali ad esempio la valorizzazione e coltivazione degli ulivi, i progetti di agricoltura sociale nell’ambito della fattoria sociale e culturale. E la strada vincente per raggiungere importanti risultati per tutto il territorio circostante è a nostro parere il coinvolgimento di privati con competenze specifiche, quali partner attivi dei progetti”.

Vigneti a pochi passi dall’anfiteatro di Pompei (foto parco archeologico pompei)

La nuova azienda vitivinicola – interamente a conduzione biologica – fa leva su un’importante ricerca in merito alle tecniche tradizionali di allevamento della vite e di trasformazione delle uve, in collaborazione con il prof. Attilio Scienza dell’università di Milano, oltre a beneficiare delle consolidate competenze agronomiche di Feudi di San Gregorio e del suo responsabile di produzione Pierpaolo Sirch, agronomo di fama internazionale. L’obiettivo è duplice: da una parte, produrre vini autentici di elevata qualità, dall’altra integrare la viticoltura con la storia e il percorso di visita del parco archeologico. Sarà un’azienda fortemente inserita nel suo territorio, non soltanto dal punto di vista culturale e produttivo, ma anche dal punto di vista del tessuto sociale, con il coinvolgimento di realtà del c.d. Terzo Settore nelle fasi di lavorazione. Per Feudi di San Gregorio, da 40 anni impegnata nello studio e nella valorizzazione dei vitigni autoctoni campani (tra cui le viti centenarie di Taurasi), il progetto si iscrive nell’impegno volto alla valorizzazione del territorio e delle comunità locali, inserito anche nello statuto societario all’atto della trasformazione in Società Benefit (2021).

Negli orti delle domus pompeiane spuntano nuovi vigneti (foto parco archeologico pompei)

“Il parco archeologico di Pompei è uno dei siti culturali più rilevanti al mondo e rappresenta un pilastro fondamentale dell’identità della nostra regione. Abbiamo quindi aderito a questo progetto con entusiasmo, mettendo le nostre competenze al servizio del Parco per sviluppare insieme un innovativo progetto agricolo e agronomico”, ha dichiarato Antonio Capaldo, presidente di Feudi di San Gregorio. “Vogliamo far rivivere Pompei non solo come luogo di ricerca e conoscenza, ma anche come centro di produzione e scambio, ritornando alle sue radici storiche. Per questo, occorreranno tempo e investimenti importanti ma la cosa non ci spaventa, anzi: avere il coraggio di percorrere nuove strade, guardando questo progetto millenario con occhi nuovi, accumuna la nostra visione a quella del Parco. L’approccio scelto è fortemente culturale e non speculativo, con una visione lungimirante che guarda oltre il ritorno immediato e pensa al futuro delle generazioni a venire, assicurando un avvenire sostenibile a questo luogo straordinario. Inoltre, ci offre la possibilità di continuare a condividere con il mondo la cultura millenaria del vino”.

 

Pompei. All’auditorium degli Scavi il convegno “Volti e voci di donne tra Pompei e Roma”, due giorni di confronto scientifico promosso dal parco archeologico con l’università di Padova, in chiusura della mostra “Essere donna nell’antica Pompei”

La mostra “Essere donna nell’antica Pompei” alla palestra grande di Pompei (foto parco archeologico pompei)

A due giorni dalla chiusura della mostra “Essere donna nell’antica Pompei”, visitabile alla Palestra grande degli scavi fino al 31 gennaio 2026, il parco archeologico di Pompei, in collaborazione con l’università di Padova, promuove il convegno “Volti e voci di donne tra Pompei e Roma”, due giorni di confronto scientifico, il 29 e il 30 gennaio 2026 all’Auditorium degli scavi, con ingresso da Piazza Esedra, che vedranno la presenza di ricercatori di spicco in ambito nazionale e internazionale. Il convegno si inserisce nel filone dell’attenzione per il mondo antico andando a indagare vite non sempre messe in luce dalla storiografia ufficiale, ma che appaiono continuamente in filigrana. A quel mondo femminile sommerso fatto di schiave, matrone, bambine, imperatrici e imprenditrici è dedicato il dibattito.

La mostra “Essere donna nell’antica Pompei” alla palestra grande di Pompei (foto parco archeologico pompei)

La mostra “Essere donna nell’antica Pompei” alla palestra grande di Pompei (foto parco archeologico pompei)

PROGRAMMA. Il convegno si apre giovedì 29 gennaio 2026, alle 9, all’auditorium, con i saluti istituzionali. Alle 9.30, la I SESSIONE “Aspetti politici e socio-economici” moderata da Daniele Manacorda (università Roma Tre) con interventi di Francesca Cenerini (UniBo), Marilena Casella (UniMe), Mauro Menichetti (UniSa), Silvia Braito (universitat Jaume), Maria Stella Busana, Francesca Scotti (UniPd), Katharina Korthaus (Scuola IMT Lucca). Nel pomeriggio, alle 14.30, la II SESSIONE “Aspetti iconografici” moderata da Giuseppe Scarpati (parco archeologico di Pompei) con interventi di Eleonora Voltan (universidad Madrid), Monica Baggio, Monica Salvadori (UniPd), Anna Favero (UniSa), Gian Luca Grassigli (UniPg), Francesca Ghedini (UniPd), Anna Anguissola (UniPi). Il convegno riprende venerdì 30 gennaio 2026: alle 9.30, la III SESSIONE “Aspetti medico/magici, antropologici, giuridici” con interventi di Daniela Marrone (UniPd), Martina Elice, Luca Beltramini (UniPd), Marco Giuman, Romina Carboni (UniCa), Patrizia Basso (UniVr), Gabriel Zuchtriegel, Valeria Amoretti, Alessandro Russo (parco archeologico Pompei), Luigi Garofalo (UniPd), Sofia Piacentin (UniVr). Alle 15, la IV SESSIONE “Aspetti sociologici e comunicativi” moderata da Gabriel Zuchtriegel (parco archeologico Pompei) con interventi di Demetrios Athanasoulis, Panagiotis Iossif (Ephorate of Cyclades), Ottavia Mazzon (UniPd). Alle 16, chiude la proizione di “Pompei. Vox Feminae. Le parole segrete delle donne”, video del progetto teatrale a cura di Casa del Contemporaneo e del parco archeologico di Pompei.

 

Pompei si esplora con tutti i sensi: al parco archeologico installati nuovi supporti per visite inclusive e coinvolgenti. Nuove tariffe di ingresso dal 12 gennaio a sostegno dei servizi e della manutenzione

Pompei: supporti tattili con bassorilievi ad alta definizione corredati da didascalie in Braille (foto parco archeologico pompei)

Pompei si esplora con tutti i sensi. Il parco archeologico di Pompei amplia i servizi di accessibilità per un’esperienza di visita più coinvolgente per tutti. Un supporto tattile che racconta la storia di Pompei, posto all’ingresso di Piazza Anfiteatro, introduce al percorso. Supporti tattili con bassorilievi ad alta definizione corredati da didascalie in Braille, modelli 3D e QR code, che rimandano ad audio descrizioni e video in LIS, sono ora disponibili in diversi luoghi del sito. Una mappa progettata graficamente e linguisticamente per la lettura non visiva e una mappa concettuale, con i modelli dei luoghi più iconici riprodotti in 3D, favoriscono l’orientamento per una visita in piena autonomia.

L’ingresso di Porta Marina agli scavi di Pompei (foto parco archeologico pompei)

E al fine di migliorare gli standard di fruizione del parco archeologico di Pompei, è previsto un adeguamento della tassa d’ingresso del Parco, che sarà in vigore dal 12 gennaio 2026. Il biglietto base per Pompei passa a 20 euro, mentre quello che include anche la visita alle ville suburbane (villa dei Misteri e villa di Diomede), villa Regina a Boscoreale e l’Antiquarium sarà di 25 euro. Sono previsti anche l’adeguamento del costo del biglietto di 3 giorni a 30 euro e quello della card di abbonamento a 45 euro. Resteranno invariati gli ingressi agli altri siti del Parco (Boscoreale, Oplontis, Museo archeologico di Stabia), le gratuità (gratuite le Ville di Stabia, gratuito sotto i 18 anni, ingresso libero per tutti la prima domenica del mese) e le riduzioni (2 euro dai 18 ai 25 anni).

Pompei: supporti tattili con bassorilievi ad alta definizione corredati da didascalie in Braille (foto parco archeologico pompei)

I nuovi supporti si inseriscono nel progetto “Pompei tra le mani”, un percorso multisensoriale per consentire a tutti di esplorare l’antica città anche attraverso i sensi. Il progetto è promosso dal parco archeologico di Pompei e realizzato con il sostegno del ministero della Cultura attraverso i fondi del PNRR – Investimento “Rimozione delle barriere fisiche e cognitive nei luoghi della cultura”, che include anche altre azioni e strumenti quali video accessibili in Lingua dei Segni Italiana (LIS) e International Sign (IS), sottotitolati e con voice-over; tour virtuali e audiodescrizioni inclusive, fruibili anche da remoto; una postazione sensoriale per scoprire forme e profumi della Pompei antica; segnaletica interattiva con QR code; e con le visite guidate con interprete LIS, oltre a una formazione specifica per il personale del Parco.

Pompei: supporti tattili con bassorilievi ad alta definizione corredati da didascalie in Braille (foto parco archeologico pompei)

L’implementazione dell’accessibilità al sito procede di pari passo con una serie di altre attività che il Parco sta portando avanti per far sì che la fruizione del sito risulti la più completa possibile, ma anche sempre più accogliente e confortevole per ogni visitatore. “Vogliamo che da Pompei parta una visione fresca dell’accessibilità, che non si limiti a giornate dedicate o a percorsi ad hoc”, dice al riguardo il direttore Gabriel Zuchtriegel. “L’accessibilità, infatti, riguarda ciascuno di noi. Ciascuno di noi funziona in modo diverso, ciascuno di noi invecchia e basta avere un neonato in una carrozzina per rendersi conto di quante barriere ostacolino la vita di ogni giorno. I nuovi percorsi si pongono come facilitatori per tutti, a partire dai bambini che esplorano il mondo con tutti i sensi. Come Parco archeologico ci impegniamo ogni giorno, affinché l’accessibilità diventi un servizio e un principio insito in ogni attività di fruizione, tutela, ricerca, restauro”.

Interventi di manutenzione a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Nuove tariffe. C’è un investimento notevole di risorse del ministero per garantire l’accoglienza e la fruizione, i servizi di pulizia e la cura del verde. Inoltre, dal 2024, per la prima volta nella storia degli scavi, si procede a un monitoraggio sistematico e periodico di tutta la città (più di 13mila ambienti), supportato da una nuova piattaforma digitale dove confluiscono tutti i dati sullo stato di conservazione del patrimonio e finalizzato alla programmazione degli interventi di manutenzione e di cura del patrimonio.  “La manutenzione è essenziale non solo per il decoro e per l’apertura di aree finora non fruibili al pubblico, ma anche per garantire la sopravvivenza e l’accessibilità del patrimonio di Pompei alle future generazioni”, conclude il direttore.

Pompei. Restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei l’affresco con Ercole bambino sottratto illecitamente dal sacello della villa suburbana di Civita Giuliana. Un riscatto di legalità contro le attività clandestine, grazie alla collaborazione tra Parco e Procura. Da metà gennaio sarà esposto nell’Antiquarium di Boscoreale

L’affresco con Ercole bambino, Zeus e Anfitrione strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Il sacello della villa suburbana di Civita Giuliana depredato dai tombaroli (foto parco archeologico pompei)

Il sacello scoperto tra il 2023 e il 2024 nella villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei era dedicato ad Ercole. È il risultato di un lavoro congiunto di ricerca e indagine tra il parco archeologico di Pompei, la Procura di Torre Annunziata e il Comando Tutela Patrimonio Culturale Carabinieri: Un riscatto di legalità contro le attività clandestine. Come in un romanzo giallo che vede ricomporsi nel tempo, tra indizi e ipotesi, una vicenda dai contorni criminosi, restituendo verità e dignità alla Storia, così la Villa suburbana di Civita Giuliana a nord di Pompei, si riappropria di un frammento di affresco trafugato anni addietro da uno dei suoi ambienti di culto. Si tratta del frammento di un affresco raffigurante Ercole bambino nell’atto di strozzare i serpenti, un tempo collocato nello spazio di una lunetta superiore della parete di fondo dell’ambiente – che risultava asportata da tombaroli – e le cui caratteristiche consentono di riconoscerne inequivocabilmente la provenienza da tale contesto. L’affresco sarà esposto da metà gennaio 2026 all’Antiquarium di Boscoreale, che già ospita una sala dedicata ai rinvenimenti di Civita Giuliana.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, e Nunzio Fragliasso, procuratore FF di Torre Annunziata, nel 2021 al rinnovo del protocollo di intesa per il contrasto al saccheggio e al traffico di reperti archeologici (foto parco archeologico di pompei)

Il reperto, illecitamente asportato, proveniva da una collezione privata negli Stati Uniti. Nel 2023, nell’ambito di un procedimento penale della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, a seguito della collaborazione tra il Comando Tutela Patrimonio Culturale Carabinieri di Roma e le Autorità degli Stati Uniti, è stata disposta l’assegnazione al parco archeologico di Pompei. La vicenda si inserisce nell’ambito di una serie di azioni che il parco archeologico di Pompei sta conducendo dal 2017 assieme alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, consistenti in campagne di scavo e indagini giudiziarie presso la Villa romana di Civita Giuliana. Una collaborazione strategica, formalizzata da un protocollo d’intesa rinnovato più volte dal 2019, che ha permesso non solo di riportare alla luce testimonianze storiche di eccezionale importanza, ma anche di contrastare il sistematico saccheggio condotto da anni di attività criminale nell’area e che nel tempo, oltre alla sottrazione di reperti e decorazioni, ha causato la distruzione irreversibile di preziosi dati scientifici.

Ultimi ritocchi alla sala dedicata ai ritrovamenti a Civita Giuliana nel “nuovo” Antiquarium di Boscoreale (foto parco archeologico pompei)

Dettaglio di Zeus (aquila) e Anfitrione dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Un reperto archeologico possiede valore non soltanto per la sua materialità, ma soprattutto per ciò che può raccontare sul passato”, spiega il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel. “Ogni oggetto rinvenuto in uno scavo è una testimonianza storico-culturale preziosa, perché il suo significato dipende dal contesto in cui è stato trovato. Quando un reperto viene rubato, questo legame con il suo contesto originario si spezza irrimediabilmente. Anche se l’oggetto rimane integro dal punto di vista fisico, perde gran parte del suo valore scientifico. Senza conoscere dove, come e insieme a cosa è stato scoperto, il reperto non può più contribuire alla ricostruzione storica e diventa un semplice oggetto isolato, privato della sua funzione di testimonianza. Per questo rubare un reperto significa sottrarre a tutti noi una parte di conoscenza e cancellare un frammento della storia dell’umanità”. E il Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso: “Questo ritrovamento è l’ennesimo frutto della collaborazione sinergica tra il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, rivelatasi uno straordinario strumento non solo per riportare alla luce reperti archeologici di eccezionale importanza, ma anche per interrompere l’azione criminale di soggetti che per anni si sono resi protagonisti di un sistematico saccheggio dell’enorme patrimonio archeologico custodito nella vasta area, ancora in gran parte sepolta, della villa romana di Civita Giuliana, recuperando preziose testimonianze storiche e restituendole alla fruizione della collettività”.

Il sacello della villa suburbana di Civita Giuliana depredato dai tombaroli (foto parco archeologico pompei)

Planimetria con il settore Nord-est della villa suburbana di Civita Giuliana con il sacello dedicato a Ercole (foto parco archeologico pompei)

Nell’ambito di questa collaborazione, gli scavi archeologici condotti nel sito di Civita Giuliana tra il 2023 e il 2024 avevano portato all’individuazione di un ambiente a pianta rettangolare con funzioni rituali, identificato come un possibile sacello o sacrarium. Il sacello presentava un basamento quadrangolare, probabilmente destinato a sostenere una statua, ed era stato quasi completamente spogliato della sua decorazione dai tombaroli, inclusi 12 pannelli figurati e la lunetta affrescata superiore, di cui il frammento recuperato sarebbe pertinente.

Ricostruzione della decorazione del sacello della villa suburbana di Civita Giuliana by Inklink Musei (foto parco archeologico pompei)

Veduta zenitale del sacello della villa suburbana di Civita Giuliana depredato dai tombaroli (foto parco archeologico pompei)

La restituzione dell’opera si inserisce, a sua volta, in una più ampia operazione che ha permesso il rientro in Italia di 129 reperti, nell’ambito del Protocollo siglato tra il District Attorney della Contea di New York e il Governo della Repubblica Italiana. Accertata la provenienza pompeiana dell’affresco, la direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio ne ha quindi disposto l’assegnazione al parco archeologico di Pompei: al momento della restituzione non era però possibile fare alcuna ipotesi sulla sua collocazione originaria. Grazie a successive indagini approfondite, a cura dei funzionari del Parco in parallelo impegnati nello scavo extraurbano, e al confronto con informazioni acquisite, inclusi i dati emersi da intercettazioni ambientali, è stato possibile identificare con assoluta certezza l’affresco come proveniente dal sacello di Civita Giuliana.

Dettaglio di Ercole dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Dettaglio di Zeus (aquila) dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Dettaglio di Anfitrione dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Di fatto l’affresco raffigura Ercole in fasce mentre strozza i serpenti alla presenza di Zeus (simboleggiato dall’aquila sul globo) e Anfitrione: tale episodio non fa parte delle canoniche 12 fatiche, ma ne è un presagio. Poiché le pareti del sacello presentano traccia di altri 12 pannelli figurati, staccati clandestinamente, si può ragionevolmente ipotizzare che il tema dei pannelli staccati fosse costituito dalle dodici fatiche di Ercole: seguendo questa ipotesi, ben si inserisce l’affresco con Ercole bambino che lotta con i serpenti, poiché tale episodio non costituisce una delle fatiche che Ercole compirà in età adulta bensì è un evento che segna la sua nascita ed è la dimostrazione della sua forza prodigiosa. La sua collocazione in alto, all’interno della lunetta, sarebbe dunque prodromica e presagio delle future dodici fatiche. Sono in corso analisi e indagini sul pannello per chiarire nel dettaglio le geometrie e i punti di connessione con i lacerti di affresco ancora conservati in loco per una futura (auspicata) ricollocazione, all’interno di quel processo di valorizzazione e fruizione del sito archeologico di Civita Giuliana. Gli ulteriori approfondimenti investigativi proseguiranno per rintracciare gli altri affreschi sottratti dal sacello.

La cipolla bianca di Pompei protagonista della prima puntata di “Convivium: Sapori di Pompeii”, il nuovo format sul canale YouTube del parco archeologico di Pompei. L’anima green di Pompei raccontata in video tra archeologia e gastronomia antica e contemporanea

Convivium: sapori di Pompei. Da sinistra, Halinka Di Lorenzo, funzionario archeologo del Parco; lo chef Fabrizio Mellino; il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel (foto parco archeologico pompei)

La cipolla bianca di Pompei, emblema dell’identità agricola locale e ponte narrativo tra archeologia e gastronomia antica e contemporanea, è protagonista della prima puntata di “Convivium: Sapori di Pompeii”, il nuovo format sul canale YouTube del parco archeologico di Pompei dedicato alla valorizzazione del patrimonio vegetale del Parco: l’anima green di Pompei raccontata in video. Uno show culinario-culturale, puntata pilota di un programma che partendo dalla realizzazione e reinterpretazione di una antica ricetta pompeiana coniuga cultura, cucina e agricoltura sostenibile, per promuovere la conoscenza del patrimonio gastronomico e botanico del territorio, dal passato al presente.

L’episodio si apre con uno show cooking ispirato alla Patella Lucretiana, ricetta dell’antica Roma a base di cipolle tratta dal De re coquinaria di Marco Gavio Apicio.

La “patella pompeiana” realizzata da Fabrizio Mellino, chef patron del ristorante “Quattro Passi” di Nerano (foto parco archeologico pompei)

Fabrizio Mellino, chef patron del ristorante “Quattro Passi” di Nerano, affiancato dal Direttore del Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel e dal funzionario archeologo Halinka Di Lorenzo, propone una reinterpretazione contemporanea del piatto utilizzando gli ingredienti vegetali prodotti nel Vivaio della Flora Pompeiana sito nella Casa di Pansa (Regio VI, 6, 1), che fa da ambientazione alla puntata.

Calco di cipolle realizzato da Amedeo Maiuri nella Villa dei Misteri a Pompei (foto parco archeologico pompei)

A seguire, il programma include due focus scientifici dedicati al passato e al presente della cipolla bianca di Pompei, affidati agli esperti del Parco. Attraverso la presentazione di reperti paleobotanici (a cura dell’archeobotanica Chiara Comegna Ales SPA), viene raccontata la produzione e l’uso delle cipolle a Pompei nell’antichità; un secondo approfondimento (a cura del restauratore di giardini storici Maurizio Bartolini) è invece rivolto alle caratteristiche della varietà oggi coltivata nel Vivaio della Flora Pompeiana, mettendo in luce continuità e innovazioni rispetto alla tradizione agricola storica.

 

Grande Pompei. Dal cantiere di scavo e restauro della Villa di Poppea a Oplontis (Torre Annunziata) i primi affioramenti di affreschi: il raffinato salone della Maschera e del Pavone disvela le sue reali dimensioni e ricchezze decorative. Parlano Zuchtriegel e Arianna Spinosa

Dettaglio della pavonessa scoperta nella parete messa in luce nel salone della Maschera e del Pavone nella villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

Planimetria dell’area di scavo nella villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

Il raffinato salone della Maschera e del Pavone della Villa di Poppea, disvela le sue reali dimensioni e ricchezze decorative. È il primo risultato del cantiere in corso di scavo e restauro della Villa di Poppea di Oplontis, l’odierna Torre Annunziata (Na), che sta interessando in particolar modo proprio il celebre salone della Maschera e del Pavone, uno degli ambienti più raffinati della villa, decorato in II stile. Dallo scavo, di recente avviato, affiorano primi nuovi scorci di raffinati affreschi, tra cui vivaci figure di pavoni e maschere. I primi risultati delle indagini, tra cui il completamento dello scavo del salone, sono illustrati in un articolo dell’e-journal degli scavi di Pompei https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/, pubblicato il 18 dicembre 2025. L’intervento, dettato da necessità di chiarire aspetti relativi allo sviluppo del settore ovest della villa che costeggia il tratto urbano di via dei sepolcri e risolvere criticità conservative, si configura anche come occasione importante di valorizzazione del contesto archeologico e urbano. Lo scavo in corso consentirà di fatto di creare una connessione con il confinante Spolettificio Borbonico dove, nei prossimi anni, saranno realizzati spazi museali espositivi, depositi e servizi aggiuntivi.

“È uno scavo qui a Torre Annunziata con cui prende forma la nostra visione per questo sito che fa parte del sito Unesco”, spiga Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei. “E dunque è molto importante svilupparlo. Abbiamo qui una conoscenza che sta emergendo, abbiamo tracce di meravigliosi affreschi che stiamo già mettendo in sicurezza, restaurando. Abbiano tracce della vita quotidiana, ma anche della vegetazione, tra cui i calchi di due alberi, ma è anche un’occasione per congiungere questa realtà con l’ex Spolettificio Borbonico di Torre Annunziata, dove svilupperemo nei prossimi anni finalmente spazi museali, depositi, servizi aggiuntivi degni di un sito così importante come l’antica Oplontis”. E Arianna Spinosa, direttrice dei lavori di scavo: “Siamo in una fase molto avanzata dello scavo della villa di Poppea ad Oplontis. E siamo arrivati a definire quella che è la parete che mancava del famoso salone della Maschera e del Pavone. Sicuramente le previsioni progettuali avevano come primo obiettivo quello di rimettere in luce la parete occidentale, ma di fatto lo scavo ci sta portando, come sempre succede, a delle sorprese. Quindi non solo dalle stratigrafie stanno emergendo dei particolari meravigliosi, come sono già presenti qui nella villa di Poppea, però addirittura siamo riusciti a rimettere in luce anche le pavonesse che quindi fanno da specchio ai pavoni presenti sull’altra parete, ma stanno venendo in luce dei meravigliosi colori, come già conoscevamo qua ad Oplontis, ma soprattutto anche una porzione di una parte della villa ancora non conosciuta. E quindi questo ci porterà ad approfondire con maggiore dettaglio quello che è l’ampliamento, quello che è l’impianto planimetrico di questa villa ancora non conosciuta soprattutto per la parte che correva sotto la strada di via dei Sepolcri e che si ricongiunge poi allo Spolettificio”.

Frammento di affresco con maschera scenica scoperto nel salone del Pavone e della Maschera nella villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

Parete con la pavonessa scoperta nella parete messa in luce nel salone della Maschera e del Pavone nella villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

Tra le scoperte di particolare rilievo sono emersi una figura integra di una pavonessa, speculare all’esemplare maschio rinvenuto sulla porzione meridionale della stessa parete, e alcuni frammenti con la raffigurazione di una maschera scenica riconducibile a un personaggio della Commedia Atellana, a differenza di altri presenti nell’ambiente e attribuibili alla Tragedia. Si tratta di Pappus, un vecchio rimbambito che tenta di fare il giovane ma che finisce regolarmente per essere beffato e deriso. Di notevole interesse anche il rinvenimento di alcuni frammenti di affresco raffiguranti parte di un tripode dorato, inscritto in un oculus (cerchio), allo stesso modo della raffigurazione al centro di un’altra parete, dove invece è rappresentato un tripode in bronzo.

Calchi di alberi del giardino della villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

Grazie alla tecnica dei calchi, lo scavo ha anche restituito le impronte di alberi che ornavano il giardino, in posizione originale e inseriti in un preciso schema ornamentale, che raddoppiava il colonnato del porticato meridionale, richiamando schemi documentati nelle domus pompeiane e nello stesso sito di Oplontis. È possibile che le specie arboree presenti in questo ambiente fossero affini a quelle individuate dalle analisi archeobotaniche effettuate in passato negli ambienti adiacenti come ad esempio l’olivo.

Planimetria dello scavo alla villa di Poppea a Oplontis con evidenziati i quattro nuovi ambienti individuati (foto parco archeologico pompei)

Lo scavo ha, inoltre, determinato l’individuazione di quattro nuovi ambienti che si aggiungono ai 99 già noti, tra cui un vano absidato che fa verosimilmente parte del settore termale. Interessante è il rilevamento di un paleoalveo, antico tratto di alveo di un torrente a carattere stagionale, che scorreva proprio in corrispondenza del tracciato di via dei Sepolcri, formatosi probabilmente dopo l’eruzione del 1631, che ha eroso parte dei depositi dell’eruzione del 79 d.C., offrendo una comprensione più chiara del paesaggio circostante.

Intervento di restauro dei cubicula nella villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

In contemporanea all’intervento di scavo è in corso anche un cantiere di restauro degli apparati decorativi di due piccoli e preziosi ambienti, in origine destinati ad area di riposo, detti cubicola, che affacciano nell’area sud occidentale della Villa, proprio in prossimità dell’area dell’altro cantiere. Colpisce la loro ricca decorazione, costituita da stucchi, pareti affrescate, volte dipinte e mosaici pavimentali di straordinaria bellezza, che rivela, al pari degli altri ambienti della Villa, una capacità tecnica da parte degli esecutori dell’epoca molto alta, ed una palette di pigmenti varia, costituita anche dal blu egizio. L’obiettivo dell’intervento è quello di recuperare la piena leggibilità della decorazione dipinta e dei mosaici, perduta nel tempo a causa dei processi di degrado dei materiali originali e dell’alterazione dei materiali utilizzati nei precedenti interventi di restauro.

Decorazioni venute alla luce nello scavo alla villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

Il primo ambiente è decorato da affreschi in II stile che rappresentano finti marmi ed architetture fantastiche e che permettono di allargare illusivamente lo spazio; in alto, le volte sono decorate con un motivo a cassettoni, mentre le lunette rappresentano dei paesaggi. La pavimentazione a mosaico è conservata solo in parte, con tessere bianche e nere con motivi geometrici. Da uno stretto passaggio ci si immette in un secondo ambiente, apparentemente più semplice, decorato in III stile con fondi monocromi e motivi floreali; originariamente doveva essere presente una controsoffittatura a volta, di cui restano poche tracce. Questo secondo ambiente, nel quale si riconoscono più fasi di realizzazione, alcune non terminate, doveva essere probabilmente in ristrutturazione al momento dell’eruzione.

La villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

Inoltre, sono presenti i calchi delle imposte delle porte e delle finestre che furono realizzati in gesso al momento della scoperta degli ambienti, secondo la tecnica che deriva da quella messa a punto da Fiorelli e che conservano ancora tracce originali in legno. L’intervento di restauro che sta volgendo al termine, dopo quasi un anno di lavoro, ha restituito finora risultati ottimali, riportando gli affreschi e le pavimentazioni al loro splendore originario, rivelando cromie e dettagli precedentemente non visibile. Il completamento dell’intervento di pulitura ed asportazione dei materiali alterati prevede un intervento di ritocco pittorico che restituirà una piena leggibilità e valorizzazione a queste bellissime decorazioni.