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Grandi dei e sovrani scolpiti nella roccia lungo un imponente canale d’irrigazione: la grande scoperta dell’università di Udine nel Kurdistan iracheno illustrata a Roma. Il team di Daniele Morandi Bonacossi impegnato in una missione dove l’archeologia diventa strumento di cooperazione internazionale per la protezione del patrimonio culturale minacciato dell’Iraq

Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione dell’università di Udine, davanti al rilievo 4 scoperto a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Dettaglio del rilievo 8 di Faida con il corteo di animali che sorreggono le statute delle grandi divinità assire (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Il sovrano assiro, stante, è al cospetto del sacro corteo: le statue di sette divinità su dei piedistalli procedono sul dorso di altrettanti animali. Sono il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna; sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone; il dio della luna, Sin, anch’egli su un leone con corna; il dio della sapienza, Nabu, su un dragone; il dio del sole, Shamash, su un cavallo; il dio della tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro; e Ishtar, la dea dell’amore e della guerra su un leone. Gli animali che portano le statue delle divinità avanzano verso destra, nel senso della corrente dell’acqua che anticamente scorreva nel canale di Faida, nel Nord dell’Iraq, il Kurdistan iracheno. Proprio questi dieci imponenti rilievi rupestri raffiguranti il sovrano e i grandi dei d’Assiria lungo un grande canale d’irrigazione scavato nella roccia rappresentano l’ultimo eccezionale risultato delle ricerche della missione archeologica dell’università di Udine e della direzione delle Antichità di Duhok guidata dal professor Daniele Morandi Bonacossi e dal dottor Hasan Ahmed Qasim in una terra, la Mesopotamia del nord, cruciale per la storia rimasta inesplorata per decenni a causa della complessa situazione politica che l’ha caratterizzata fino ad anni recenti. Ricerca, tutela, restauri, valorizzazione, formazione e cooperazione internazionale sono i cardini di un progetto, presentato a Roma nella sede di rappresentanza della Regione Friuli-Venezia Giulia, sostenuto da Governo Regionale del Kurdistan – Iraq, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli, ArcheoCrowd e Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Sono intervenuti Alessia Rosolen, assessore della Regione Friuli -Venezia Giulia a Istruzione, Ricerca e Università; Marina Brollo, delegata del rettore dell’università di Udine; Rezan Kader, Alto Rappresentante del Governo Regionale del Kurdistan- Iraq; Giuseppe Morandini, presidente della Fondazione Friuli; Paolo Bartorelli della Direzione Sistema Paese del Ministero degli Affari esteri e Cooperazione Internazionale; e Francesco Zorgno, presidente di ArcheoCrowd.

Veduta col drone dell’acquedotto assiro a Jerwan, nel Kurdistan iracheno (Foto Alberto Savioli /LoNAP)

Il logo del progetto archeologico regionale “Terre di Ninive” (“Land of Nineveh Archaeological Project”)

Una scoperta eccezionale, nata nell’ambito del progetto archeologico regionale “Terre di Ninive” (“Land of Nineveh Archaeological Project” – ParTeN) dell’università di Udine e della Direzione delle Antichità di Duhok guidata dal professor Daniele Morandi Bonacossi e dal dottor Hasan Ahmed Qasim, a sua volta collegata ad un’iniziativa di cooperazione internazionale della regione Friuli Venezia Giulia avviata nel 2012. “La Regione sostiene l’Università di Udine nel percorso di scoperta delle radici della nostra civiltà che si concentrano nella Mesopotamia”, ha ricordato l’assessore regionale alla Ricerca e Università, Alessia Rosolen. “È un dato importante perché credo che l’archeologia in un frangente diplomatico come questo e in un momento di nuove conoscenze sia fondamentale, da un lato per la trasversalità dei saperi che riesce a mettere in connessione, dall’altro per quella cooperazione internazionale che ci consente di iniziare davvero a parlare di diplomazia culturale e scientifica”. Per Rosolen “la collaborazione che l’università di Udine ha avuto con le università del Kurdisatn iracheno ci offre la possibilità di andare a tracciare una nuova identità del popolo iracheno e immaginare uno sviluppo della loro economia turistica”.

Veduta d’insieme col drone dell’area di scavo dei rilievi 5-10-6-7 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Veduta dall’alto dello scavo dei rilievi 6 e 7 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

A tratteggiare gli aspetti salienti del progetto sono stati chiamati i protagonisti di questa cooperazione a partire da Rezan Kader, alto rappresentante del governo regionale del Kurdistan, che ha evidenziato come “sia stata salvata la radice dell’umanità di tutti quanti noi”. Di “trasversalità della ricerca” ha parlato Marina Brollo, delegata del Rettore dell’università di Udine per il trasferimento della conoscenza; Giuseppe Morandini, presidente della Fondazione Friuli Continuità, ha posto l’accento sulla determinazione, continuità e metodologia utilizzata impressa al progetto. Francesco Zorgno, presidente di ArcheoCrowd, è invece il partner privato che ha condiviso la finalità della difesa del patrimonio archeologico come investimento culturale. Paolo Andrea Bartorelli, capo ufficio VI della direzione generale per la promozione del sistema Paese, ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, ha evidenziato “il ruolo dell’Italia nella difesa del patrimonio dagli attentati sia del fondamentalismo islamico che della scarsa attenzione verso i siti in pericolo, sensibilizzando la comunità internazionale”.

Fase di scavo del rilievo 7 a Faida, nelKurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Fase di scavi del rilievo 6 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

La straordinaria scoperta della missione congiunta italo-curda nel sito archeologico di Faida (20 km a sud della città di Duhok, Kurdistan iracheno settentrionale) risale ai mesi di settembre e ottobre 2019. Gli archeologi hanno individuato dieci imponenti rilievi rupestri di epoca assira (VIII-VII secolo a.C.) scolpiti nella roccia lungo un antico canale d’irrigazione di quasi 7 km di lunghezza. Il canale di Faida, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, fu fatto probabilmente scavare dal sovrano assiro Sargon (720-705 a.C.) alla base di una collina. Oggi, il canale, che ha una larghezza media di 4 metri, è quasi completamente sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Dal canale principale si diramavano canali più piccoli, che consentivano di irrigare i campi circostanti e di aumentare la produzione agricola della campagna ubicata nell’entroterra di Ninive, la capitale dell’impero. Sono passati quasi duecento anni dall’ultima scoperta di rilievi rupestri assiri, monumenti estremamente rari, avvenuta nel 1845 in quest’area, per opera del console francese a Mosul, Simon Rouet, che scoprì i rilievi di Khinis e Maltai. Più recentemente, nel 1972, Julian Reade, un archeologo inglese del British Museum, aveva individuato l’ubicazione di tre bassorilievi sepolti lungo il canale, senza però poterli portare alla luce a causa dell’instabilità politica e militare che contraddistingueva la regione in quegli anni di aspro confronto fra i Peshmerga curdi e l’esercito del regime baathista.

Il rilievo 8 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Il rilievo 7 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Lungo il canale, il sovrano assiro fece scolpire grandi pannelli di quasi 5 metri di larghezza e 2 metri di altezza rappresentanti il sovrano assiro ai due lati di una serie di divinità stanti sui loro animali simbolo. Dalla terra che riempiva il canale emergeva solo la parte superiore dei pannelli scolpiti a rilievo, dei quali si intravvedeva la cornice superiore e, in alcuni casi, la sommità delle tiare indossate dalle divinità. Già nel 1972 Julian Reade, un archeologo inglese del British Museum, aveva individuato l’ubicazione di tre bassorilievi sepolti lungo il canale, senza però poterli portare alla luce a causa dell’instabilità politica e militare che contraddistingueva la regione in quegli anni di aspro confronto fra i Peshmerga curdi e l’esercito del regime baathista. Quarant’anni dopo, nell’agosto del 2012, durante la ricognizione archeologica condotta dal “Land of Nineveh Archaeological Project” dell’università di Udine diretto dal prof. Daniele Morandi Bonacossi, gli archeologi italiani individuavano sei nuovi rilievi lungo il canale di Faida. A sette anni di distanza, grazie alla collaborazione fra l’Università di Udine e la Direzione delle Antichità di Duhok e al sostegno del Consolato italiano a Erbil, i rilievi rupestri assiri di Faida sono stati finalmente portati alla luce.

Il rilievo 4 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Rilievo 9 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Isabella Finzi Contini / LoNAP)

Questo stupefacente complesso di opere d’arte rupestri uniche al mondo è però oggi parte di uno scenario ancora post-bellico, fortemente minacciato dal vandalismo, scavi clandestini e dall’espansione del vicino villaggio e delle sue attività produttive che lo hanno già gravemente danneggiato. Negli anni fra la nascita dello Stato Islamico come auto-proclamata entità statale nel 2014 e la sua sconfitta nel 2017, inoltre, i rilievi di Faida si sono trovati ad essere ubicati a soli 25 km dalla linea del fronte. Il progetto congiunto italo-curdo è dunque un intervento di salvataggio, che mira non solo a portare alla luce questi importantissimi rilievi assiri (dieci sono già stati scavati, ma molti altri attendono ancora di essere individuati ed esposti), ma anche a documentarli con tecnologie innovative, a restaurarli e soprattutto a proteggere questo sito archeologico assolutamente unico ed eccezionale. A conclusione dei lavori di scavo e restauro, sarà creato un parco archeologico dei rilievi assiri di Faida, che consentirà di aprire il canale e i suoi bassorilievi al turismo iracheno e internazionale, permettendo così la più vasta diffusione della loro conoscenza e una loro più adeguata protezione. In questo modo, il canale di Faida con i suoi meravigliosi rilievi si affiancherà agli altri canali, acquedotti e rilievi rupestri assiri (Khinis, Maltai e Shiru Maliktha, acquedotto di Jerwan) che il “Land of Nineveh Archaeological Project” ha già studiato e documentato, progettando il loro restauro e valorizzazione attraverso la creazione di un parco archeologico-ambientale del sistema idraulico assiro nella regione di Duhok ed elaborando il dossier necessario a sostenere la proposta di inserimento di questi straordinari beni culturali nella lista UNESCO del patrimonio dell’umanità.

Dieci imponenti rilievi rupestri raffiguranti il sovrano Sennacherib e i grandi dei d’Assiria: è l’ultima grande scoperta della missione archeologica dell’università di Udine e della direzione delle Antichità di Duhok nel Kurdistan iracheno con il progetto Terre di Ninive. La presentazione dei risultati a Roma

Uno dei grandi rilievi assiri con re e divinità scoperto a Faida nel Kurdistan iracheno dalla missione dell’università di Udine “Terre di Ninive” (foto LoNAP)

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

Dieci imponenti rilievi rupestri raffiguranti il sovrano Sennacherib e i grandi dei d’Assiria, lungo un grande canale d’irrigazione scavato nella roccia: è l’ultimo grande risultato delle ricerche della missione archeologica dell’università di Udine e della direzione delle Antichità di Duhok in una terra, il Kurdistan iracheno, nella Mesopotamia del Nord, cruciale per la storia. Lunedì 9 dicembre 2019, alle 11, a Roma (Palazzo Ferrajoli, piazza Colonna 355, secondo piano) nella sede della Regione FVG presentazione alla stampa degli importanti risultati delle ricerche della missione archeologica in Kurdistan Iracheno condotta dal prof. Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine nell’ambito del Progetto Archeologico Regionale Terre di Ninive. Ricerca, tutela, restauri, valorizzazione, formazione e cooperazione internazionale sono i cardini di un progetto sostenuto da ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli, Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e ArcheoCrowd. Interverranno: Alessia Rosolen, assessore Istruzione, Ricerca, Università, della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Marina Brollo, delegata del rettore dell’università di Udine per il Trasferimento della Conoscenza; Rezan Kader, Alto Rappresentante del Governo Regionale del Kurdistan – Iraq; Paolo Andrea Bartorelli, capo Ufficio VI – direzione generale per la Promozione del Sistema Paese, ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; Giuseppe Morandini, presidente della Fondazione Friuli; Francesco Zorgno, presidente di ArcheoCrowd; Rita Gonelli, esperto senior Cultura e Sviluppo, Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo; Daniele Morandi Bonacossi, direttore del “Land of Nineveh Archaeological Project” e ordinario di Archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Udine.

Ad Aquileia in prima assoluta il film “Incanto” che, seguendo gli studi di don Pressacco, ci aiuta a collegare l’Aquileia del I secolo d.C. con Alessandria d’Egitto e a interpretare la nascita e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese

Il manifesto del film “Incanto” di Marco D’Agostini

“Incanto”: non poteva essere scelto titolo più indicato per il film di Marco D’Agostini: un viaggio di scoperta attraverso la ricerca storica e le intuizioni di don Pressacco, uno dei protagonisti della scena culturale friulana di fine Novecento, che ci aiuta a collegare l’Aquileia del I secolo d.C. con Alessandria d’Egitto e a interpretare la nascita e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese. Ecco dunque l‘incanto della basilica e dei suoi splendidi mosaici testimonianza di fede prima ancora che di arte unica. Ecco l’incanto dei ritmi, delle musiche, dei canti che da questa basilica sono stati elementi di identità di un’intera comunità cristiana. Per iniziativa della Fondazione Aquileia, con il patrocinio del Comune di Aquileia, martedì 30 luglio 2019, alle 21, verrà proiettato in prima assoluta sul grande schermo in piazza Capitolo “Incanto”, l’ultimo documentario del regista Marco D’Agostini nato da un progetto dell’Associazione culturale don Gilberto Pressacco e prodotto da Agherose. Il film è stato realizzato con il sostegno di Fondo per l’Audiovisivo del FVG, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli, Fondazione Aquileia, CIRF dell’Università di Udine, patrocinato dalla Società Filologica Friulana e distribuito da Forum editrice. In caso di pioggia la proiezione si svolgerà nella Sala Romana affacciata su piazza Capitolo.

Un dettaglio del pavimento musivo della basilica di Aquileia

Un momento delle riprese del film “Incanto” in basilica di Aquileia

“L’idea del documentario “Incanto” – spiega la produzione Agherose – prende le mosse da una ricognizione sull’operato della figura di don Gilberto Pressacco (1945-1997) protagonista della scena culturale friulana di fine Novecento per le sue originali idee sulle origini e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese e per le sue attività di rilievo in campo musicologico e corale. Questi temi, apparentemente localistici, sono in realtà di ampio interesse vista l’importanza storica della città di Aquileia e la diffusione di un insieme di canti corali e danze nelle comunità rurali friulane, portatori di un sistema ritualistico originale e rappresentativo di una pluralità di cristianesimi in tutto il bacino del Mediterraneo. In questo senso, raccontare Gilberto Pressacco è raccontare un caleidoscopio di suggestioni, un gioco di rimandi continuo: dagli studi in ambito musicale – partendo da una delle specificità del canto corale di area aquileiese – fino al tema della danza sacra e popolare. Di ritmo in ritmo, di nota in nota, fino alla ricerca dei lontani ascendenti di queste particolarità, Pressacco con la sua ricerca ha riannodato fili dispersi e sparpagliati dal tempo, giungendo a collegare Aquileia con Alessandria d’Egitto che durante il I sec. d.C. era la vera capitale del Mediterraneo”.

La casa colonica di Turrida di Sedegliano dove don Gilberto Pressacco ha vissuto la sua infanzia

Don Gilberto Pressacco

Turrida di Sedegliano è un piccolo centro che sorge a qualche centinaio di metri dal fiume Tagliamento. È qui che Gilberto Pressacco ha vissuto i suoi primi anni assorbendo i ritmi e la cultura di una civiltà contadina oggi scomparsa. Ed è qui che Pasquale Pressacco insieme a fratelli, racconta le atmosfere, la vita in famiglia, il carattere di Gilberto bambino. Durante il loro racconto, Pasquale e i fratelli mostrano le foto un po’ sgualcite e invecchiate, la camera rimasta quella di un tempo, gli spazi dove erano soliti giocare. Questa descrizione del personaggio è arricchita dalle immagini del Tagliamento, luogo dei giochi ma anche dei primi lavori, e dalle testimonianze di Sandro Azaele, prima allievo e poi amico di Pressacco, e da Gianpaolo Gri, compagno di studi e oggi antropologo ed esperto proprio di quella vita contadina che non c’è più.

Ricostruzione di Aquileia romana (foto Società friulana di archeologia)

Lo straordinario pavimento musivo della basilica di Aquileia (foto Fondazione Aquileia)

“Dopo aver introdotto a livello biografico il “personaggio” don Gilberto Pressacco”, continua la produzione, “il film documentario procede su una doppia linea narrativa. Da una parte le ricerche legate al cristianesimo aquileiese e dall’altra alcuni aneddoti di vita ad arricchire il percorso. Nella parte centrale del documentario, quindi, il prete friulano diventerà il tramite attraverso il quale scoprire la sua affascinante ricerca, ricca di suggestioni e approfondimenti storico-religiosi. Rifacendosi anche ad altri studi e collegando spunti e conoscenze anche del campo musicologico, Gilberto Pressacco elaborò una teoria singolare e suggestiva: Aquileia e il territorio della bassa friulana sono stati la culla di una comunità religiosa di “terapeuti” proveniente da Alessandria d’Egitto che ha portato in questo territorio un primo Cristianesimo, probabilmente divulgato direttamente da San Marco. Una teoria che anche all’interno del documentario trova un contrappunto critico da parte di una studiosa e ricercatrice, Emanuela Colombi, docente di Cristianesimo delle origini all’università di Udine. Insieme a Luca De Clara (storico ed insegnante) siamo ad Aquileia, dove vengono illustrati alcuni aspetti cruciali della ricerca di don Pressacco ad un gruppo di studenti. Insieme a loro ci muoviamo all’interno della Basilica di Santa Maria Assunta e tra gli scavi nella zona dei mercati, in cui giovani archeologi stanno operando. Questo percorso è arricchito e intervallato da brevi sequenze di disegno animato che approfondiscono alcuni aspetti della ricerca visualizzando i contenuti e rendendo il tutto fruibile ad un ampio pubblico. Attraverso l’animazione infatti, viviamo le atmosfere del primo secolo dopo Cristo. Con una serie di disegni animati accompagniamo il tragitto di una nave mercantile lungo il mar Adriatico e vediamo sbarcare ad Aquileia, insieme alle merci, un gruppo di uomini con tuniche bianche. Sono loro i terapeuti che opereranno nella città romana e nelle altre zone della bassa friulana. Le immagini d’animazione sono arricchite da suoni, rumori e voci che provengono dalla notte dei tempi. In una sovrapposizione tra passato e presente, alla città di Aquileia del I sec. d.C. con i suoi 200mila abitanti si fondono i mosaici della Basilica giunti intatti fino a noi, testimoni proprio della vita e delle pratiche religiose del tempo; la zona dei mercati, oggi importante sito archeologico; il porto fluviale, luogo strategico per lo scambio di commerciale ma anche culturale”.

Dettaglio del pavimento musivo della basilica di Aquileia

Il coro Candotti di Sedegliano

“Altro elemento chiave che funge da contrappunto alla narrazione è la musica e il canto corale. Le sequenze di un coro che sta provando alcuni canti tradizionali all’interno di una chiesetta con affreschi del ‘500 del medio Friuli (Santa Marizza), sono l’occasione che ci permette di ascoltare l’intensità del canto polifonico e nello specifico del canto a due cori (es. Scjarazzule Marazzule). La musica corale, con alcune versioni anche di canto gregoriano, ritornerà a cadenzare il racconto fondendosi e costituendo il supporto decisivo per dimensionare con intensità le immagini del territorio della bassa friulana (Aquileia, Grado, Palazzolo dello Stella, Codroipo). Alle immagini di oggi si succederanno anche frammenti di materiali audiovisivi d’archivio che mostrano la direzione del coro e le lezioni-concerto dello stesso Gilberto Pressacco che ha messo in luce più di altri l’originalità del cantare “popolare” e “sacro”. In questo contesto, la testimonianza di Claudio Zinutti, successore alla direzione del coro Candotti, e Milvio Trevisan, suo assistente, saranno fondamentali per approfondire l’aspetto umano e di insegnamento. Nell’ultima parte, coincidente con il racconto dell’ultimo periodo di vita e ricerca di don Gilberto Pressacco, i testimoni incontrati lungo il cammino, tracciano un bilancio della ricerca e dell’importanza del territorio friulano e della sua cultura. Un territorio spesso dimenticato, ma ricco di storia e originalità. Anche in questo caso”, si conclude la presentazione di “Incanto”, “Aquileia e infine Grado, sono i luoghi principali nei quali Sandro Azaele e Luca De Clara, espongono con forza e chiarezza l’importanza del passato da cui proveniamo. Passato ricco di confronto tra culture diverse, originalità musicale e incanto artistico”.

Svelato giallo archeologico. In Kurdistan iracheno la missione dell’università di Udine ha scoperto il luogo della battaglia di Gaugamela (330 a.C.) dove Alessandro Magno sconfisse il re persiano Dario III. Evento cruciale che fece nascere l’Ellenismo. Col progetto “Terre di Ninive” in sette anni mappati 1100 siti archeologici

Il prof. Daniele Morandi Bonacossi sul campo presso il sito neo-assiro di Chamarash, sulla sponda orientale del lago artificiale di Eski Mosul

È una delle battaglie che hanno segnato la storia: Gaugamela, 331 a.C. In una piana della Mesopotamia settentrionale, le truppe guidate da Alessandro Magno sconfiggono l’esercito persiano del re dei re Dario III, aprendo le porte dell’Oriente ai macedoni dalla Mezzaluna fertile all’altopiano iranico fino alla valle dell’Indo. Fu un evento cruciale: un mondo finiva e iniziava una nuova era, l’Ellenismo, fecondissimo momento di incontro culturale tra Oriente e Occidente. Ma a quasi 23 secoli dall’evento il luogo della battaglia è ancora in discussione, con gli storici e gli archeologi dubbiosi sull’interpretazione dei dati disponibili. Un giallo archeologico che ora è stato svelato dalle ricerche multidisciplinari della missione archeologica nel Kurdistan iracheno dell’università di Udine, guidata dal professore Daniele Morandi Bonacossi, dove è presente dal 2012 con il progetto “Land of Nineveh / Terre di Ninive”. La spedizione, sostenuta da ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale; Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo; ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca; Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Fondazione Friuli, ha portato gli archeologi a una scoperta straordinaria: l’identificazione del sito di Gaugamela con l’attuale Tell Gomel, nei pressi dell’odierna Mosul – l’antica Ninive – nel Kurdistan iracheno. L’annuncio a Roma in un’affollatissima conferenza stampa, cui sono intervenuti Andrea Zannini, direttore del dipartimento di Studi umanistici e del Patrimonio culturale dell’università di Udine; Ettore Janulardo , ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale; Ahmad A.H. Bamarni, ambasciatore della Repubblica dell’Iraq in Italia; Alessia Rosolen, assessore Istruzione, Ricerca, Università della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Daniele Morandi Bonacossi , direttore del “Land of Nineveh Archaeological Project” e ordinario di Archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Udine.

Progetto “Terre di Ninive” in Kurdistan iracheno: mappatura dei 1100 siti individuati dalla missione dell’università di Udine

La spedizione archeologica dell’università di Udine, che coinvolge ogni anno circa 25 specialisti (archeologi, topografi, restauratori, archeobotanici, palinologi, esperti GIS,…) e diversi studenti, indaga la trasformazione del territorio dal Paleolitico al periodo islamico (da un milione di anni fa ad oggi) grazie ad una concessione di ricerca che copre un’area di 3mila kmq, una delle più ampie mai rilasciate in Iraq, che ha consentito al team di scoprire e mappare ben 1100 siti archeologici. Grazie alle riprese con droni, a ortofoto, allo studio della ceramica e agli scavi stratigrafici, è stata ricostruita la storia dell’insediamento e della demografia della regione, che risulta essere una delle zone della Mesopotamia con la più alta densità di siti archeologici (0,7 per chilometro quadrato). E il team del prof. Morandi ha ricevuto l’apprezzamento dell’ambasciatore della Repubblica dell’Iraq Ahmed Bamarni che ha commentato: “La squadra del prof. Daniele Morandi Bonacossi sta svolgendo un considerevole lavoro nella Regione del Kurdistan, e apprezziamo il loro impegno nel recupero del patrimonio culturale iracheno, come la recente identificazione del sito originale della Battaglia di Gaugamela, che vide la vittoria di Alessandro Magno sull’esercito persiano di Dario, evento che rappresenta uno dei momenti storici più significativi della storia regionale e mondiale”. E allora vediamo meglio questa eccezionale scoperta archeologica.

Il grande mosaico pavimentale con Alessandro Magno dalla casa del Fauno di Pompei oggi al Mann

Cosa successe nella piana di Gaugamela nel 331 a.C.? Il re achemenide Dario III era già stato sconfitto da Alessandro Magno due anni prima, nel 333 a.C., a Isso, città costiera nell’Anatolia meridionale, al confine tra la Cilicia e la Siria, con la cattura della moglie, della madre e delle due figlie del re persiano che si era ritirato a Babilonia, per riorganizzare l’esercito. Di quella battaglia ci è rimasta una rappresentazione memorabile nel mosaico scoperto a Pompei nella Casa del Fauno, oggi conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli. La vittoria di Isso aveva dato ad Alessandro il controllo dell’Asia Minore meridionale, e da lì aveva occupato la costa mediterranea dalla Fenicia fino all’Egitto, dove si era fatto consacrare faraone. E arriviamo all’autunno del 331 a.C. Le fonti disponibili sulla battaglia di Gaugamela non sono molte (Arriano con l’Anabasi di Alessandro; Quinto Curzio Rufo con Storie di Alessandro Magno; Diodoro Siculo con Biblioteca storica; Plutarco con Vita di Alessandro), e tutte di storici vissuti molti secoli dopo la spedizione di Alessandro in Asia. Non è quindi facile fare una ricostruzione fedele degli eventi, del numero di soldati e delle perdite della battaglia, ma almeno sul nome del luogo della battaglia sembrano concordare tutti: Gaugamela, nella Mesopotamia settentrionale.

Il percorso delle truppe di Alessandro Magno dalla Siria a Gaugamela, in Mesopotamia

Alessandro guada l’Eufrate senza trovare resistenza ed entra in Mesopotamia. Ma non punta direttamente su Babilonia. Sceglie la strada verso Nord che, una volta superate le colline, portava comunque alla città dove si era acquartierato Dario III. Ciò gli avrebbe reso più facile procurarsi foraggio e provviste, e non avrebbe fatto soffrire alle truppe il caldo estremo del percorso diretto. Alessandro passa anche il Tigri e si verifica un’eclisse lunare, ritenuto un presagio favorevole. E così decide di attaccare i persiani con la sua cavalleria. Alla vista del re macedone la cavalleria persiana fugge. I prigionieri riferiscono che Dario III non è lontano: è accampato a Gaugamela. Lo scontro è epocale. Alessandro riesce ad annullare il divario di forze in campo e a imporsi. Dario III riesce a fuggire ad Arbela (l’odierna Arbil), a un centinaio di chilometri a Est, convinto di poter ancora organizzare una resistenza che ormai appariva disperata anche agli occhi dei suoi più fedeli generali.

Progetto “Terre di Ninive”: la piana di Gaugamela (Kurdistan iracheno) ripresa con il drone

Lo scavo archeologico a Tell Gomel diretto da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine

La scoperta del sito di Gaugamela. Le fonti – come si diceva – non concordano sul luogo della battaglia. Ma, grazie a un mix di storia antica e nuove tecnologie, filologia e GIS, remote sensing e lavoro sul campo, il team diretto dal prof. Morandi Bonacossi ha raccolto evidenze scientifiche sufficienti per individuare il luogo in cui il condottiero macedone trionfa sull’armata persiana. “La prova regina è lo studio filologico del toponimo del sito di Tell Gomel, che stiamo scavando”, spiega Morandi Bonacossi. È un percorso a ritroso che ci porta dai giorni nostri all’impero assiro. “Proprio sull’acquedotto di Jeruan, monumentale sistema d’irrigazione costruito dal re assiro Sennacherib nel 700 a.C. per portare l’acqua a Ninive e irrigare la pianura circostante”, continua il direttore della missione friulana, “troviamo in un’iscrizione cuneiforme celebrativa dell’epoca del re assiro Sennacherib (704-681 a.C.) che ricorda il sito di epoca assira Gammagara/Gamgamara. Da questo toponimo assiro deriva la dizione greca: da Gamgamara in greco la m diventa u e la r una l che ci dà Gaugamela. Il toponimo si mantiene nei secoli. Così lo troviamo trascritto in epoca medievale (IX sec. d.C.) con una storpiatura dal greco che dà Gogemal, toponimo che a sua volta subisce una corruzione in Gomel che è il nome del sito che stiamo scavando”.

Il rilievo del cavaliere rifacimento di età ellenistica di un precedente monumento assiro del complesso di Khinnis (Kurdistan iracheno) per celebrare la vittoria nella vicina Gaugamela

Veduta aerea di Tell Gomel e della piana di Gaugamela nel Kurdistan iracheno

E poi ci sono i riscontri archeologici. “A ulteriore conferma, le nostre ricerche archeologiche hanno dimostrato che il sito di Gomel, dove si stanno concentrando le nostre ricerche, era solo un piccolissimo villaggio rurale poco prima dell’arrivo di Alessandro in Oriente, ma fu rifondato proprio alla fine del IV secolo a.C., quindi contemporaneamente alla battaglia, e da quel momento si sviluppò come un sito esteso e importante”. Ma non è tutto. Nelle vallate montuose circostanti, sono stati trovati alcuni monumenti rupestri con rilievi che potrebbero essere riconducibili alla presenza di Alessandro Magno. Due di questi potrebbero rappresentare proprio il condottiero a cavallo ed essere considerati monumenti celebrativi della vittoria di Gaugamela. Un rilievo si trova in una valletta della montagna che domina il sito di Gomel, nel complesso rupestre di Gali Zerdak, rilievo conosciuto, ma fortemente compromesso dal tempo e da recenti asportazioni vandaliche: si riesce a vedere una Nike alata che porge una corona a un cavaliere – che potrebbe essere Alessandro – proprio per la vicinanza all’iconografia che troviamo in pitture ellenistiche e tombe macedoni come a Kasta-Anfipoli. La rappresentazione di Gali Zerdak suggerisce agli archeologi friulani che questa potrebbe essere la montagna che, secondo le fonti, dopo la battaglia fu ribattezzata monte Nikatorion, “il monte della vittoria”. L’altro rilievo è ubicato a 20 chilometri di distanza dalla piana individuata come il campo della battaglia di Gaugamela: è il sito di Khinnis, noto dalla metà dell’Ottocento e leggibile ancora all’inizio del ‘900, danneggiato ancor prima dell’arrivo dell’Isis nella regione, più di recente studiato da Julian Reade, dove i re assiri avevano scolpito i loro volti. “Ma in periodo ellenistico”, riprende Morandi Bonacossi, “si interviene su questo rilievo celebrativo, un modo per dare continuità alla simbologia del monumento onorando il generale macedone: si cancella l’antica iscrizione in cuneiforme per aggiungere un cavaliere con la sarissa, la tipica picca macedone, molto simile a quella che vediamo impugnare ad Alessandro nel mosaico di Pompei”. C’è poi un terzo monumento, trovato nel raggio di pochi chilometri da Gomel: il rilievo di Nirok. “L’abbiamo scoperto nell’ambito del progetto Terre di Ninive, e riteniamo sia importantissimo per l’iconografia che rappresenta tre stelle o tre soli. È molto mal conservato, in gran parte distrutto in anni recenti, ma si riconosce il sole argeade o sole di Verghina, simbolo della dinastia macedone”.