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Napoli. Nel giorno del 700mo anniversario dalla morte di Dante il museo Archeologico nazionale presenta la mostra “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Divina Commedia nelle Collezioni del Mann”: 56 reperti, in gran parte inediti; due sezioni espositive, tra mito e storia. Progetto di valorizzazione con un podcast dedicato

Locandina della mostra “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Divina Commedia nelle Collezioni del Mann” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 29 ottobre 2021 al 10 gennaio 2022

Lo scorso marzo, in occasione del Dantedì 2021 e delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Alighieri, il museo Archeologico nazionale di Napoli aveva presentato in anteprima digitale, su Facebook ed Instagram, alcune opere dell’esposizione dedicata a “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Divina Commedia nelle Collezioni del Mann” (vedi Napoli. In occasione del Dantedì 2021 il museo Archeologico nazionale presenta on line della mostra “Divina Archeologia” (dal 14 settembre), mitologia e storia della Divina Commedia nelle collezioni del Mann. Giulierini: “Racconteremo Dante e il mondo classico. E anche il rapporto del nostro territorio con Virgilio e l’immaginario del Sommo Poeta” | archeologiavocidalpassato). “Annunciamo nel DanteDì  la data simbolica scelta  per l’inaugurazione della mostra, il 14 settembre 2021”, aveva spiegato il direttore Paolo Giulierini. Il 14 settembre 2021 la mostra “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Commedia di Dante nelle collezioni del MANN” non apre (sarà in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 29 ottobre 2021 al 10 gennaio 2022: 56 reperti, di cui 40 selezionati dai depositi, manufatti in gran parte poco conosciuti al pubblico o inediti).  Ma in questa data emblematica, il direttore Paolo Giulierini traccia le linee guida dell’esposizione: “Perché Dante al museo Archeologico nazionale di Napoli?  Divina archeologia, che abbiamo voluto annunciare proprio in occasione del 14 settembre, data della morte del Sommo Poeta 700 anni fa, vuole essere un cammino dantesco originale e pieno di scoperte.

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L’affresco da Ercolano con Achille e il centauro Chirone, conservato al Mann (foto Giorgio Albano)

Dante, che fu a Napoli due volte come ambasciatore presso Carlo II d’Angiò, nella Commedia come in altre sue opere ci parla infatti di argomenti e personaggi  rappresentati  negli straordinari reperti del nostro Museo.  Da creature fantastiche, come Cerbero, Medusa, Eracle, Diomede, Ulisse, Teseo, Minosse, il Minotauro, le Arpie,  a personaggi storici, a partire da Virgilio, Cesare, Costantino, Traiano.  E su una volta del museo c’è anche lui, Dante. Tanti sono poi gli spunti per itinerari dedicati, a Napoli e in Campania, dalla tomba di Virgilio, ai Campi Flegrei, fino alla vicina piazza Dante, dalla facciata del duomo alla Biblioteca nazionale di Napoli che custodisce uno dei primi manoscritti della Commedia. La nostra narrazione è arricchita anche da  una serie di podcast che ci condurranno con i loro protagonisti all’interno e all’esterno del Mann”.

Monete conservate al Mann ed esposte nella mostra “Divina Archeologia” (foto mann)

napoli_unina_illuminated-dante-project_logoLa mostra, realizzata con il contributo della Regione Campania, si avvarrà della consulenza scientifica del dipartimento di Studi umanistici dell’università di Napoli “Federico II”, in particolare con il professore Gennaro Ferrante, responsabile scientifico dell’Illuminated Dante Project, e delle collaboratrici Fara Autiero e Serena Picarelli. Al team della “Federico II” sono affidate l’analisi e la scelta delle immagini tratte dai manoscritti medievali della Commedia: queste miniature saranno parte integrante del percorso espositivo, instaurando così un dialogo suggestivo tra il reperto classico ed il mondo al tempo di Dante.  Alighieri ed i suoi contemporanei, infatti, studiavano la classicità quasi esclusivamente grazie alle fonti letterarie e, per questo, l’esposizione creerà una saldatura ideale tra espressioni culturali diverse (vasi, statue, affreschi, monete) che hanno “tradotto”, con il proprio linguaggio, la fortuna millenaria della tradizione mitologica.

Vasi, recuperati dai depositi del Mann, con raffigurati miti ripresi da Dante (foto mann)

L’esposizione, che potremo ammirare nelle sale degli affreschi del Mann, sarà articolata in due sezioni: “I racconti del mito” e “I personaggi del mito e della storia”. Nella prima parte dell’allestimento, a cura di Valentina Cosentino (segreteria scientifica del museo), saranno illustrati cinque miti, legati a cinque personaggi significativi del poema dantesco: Achille, Teseo, Ercole, Enea, Ulisse. La seconda sezione sarà immaginata come una galleria di ritratti dei personaggi reali o fantastici che Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno: quattro le “categorie” narrate, con mostri, dei, figure storiche, scrittori.

La presunta tomba di Virgilio a Piedigrotta (Napoli)
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La giornalista e scrittrice Cinzia Dal Maso

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Il regista Andrea W. Castellanza

Un allestimento e non solo: il 14 settembre, su Spreaker e sulla pagina Facebook del Mann, viene lanciata la prima delle sei puntate della serie “Divina Archeologia podcast”, promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli e realizzata da Archeostorie e NW.Factory.media. Per questo podcast introduttivo, dedicato a Virgilio, ecco un suggestivo viaggio dal presunto sepolcro del poeta a Piedigrotta, giungendo al Lago D’Averno, a Castel dell’Ovo ed, infine, in un ricongiungimento ideale, alle sale del nostro Istituto: musica e parole in un percorso che si svilupperà in altri cinque racconti, diffusi sulle piattaforme podcast e sui canali del Mann, a partire dall’inaugurazione della mostra. Sei puntate, dunque, che raccontano Dante guardandolo da lontano, dal punto di vista di quegli antichi che lui ha usato come metafore di umani vizi e virtù. Ogni puntata è un filo teso tra le epoche per cogliere continuità, connessioni, diversità, stravolgimenti. I brevi testi evocativi di Cinzia Dal Maso e Andrea W. Castellanza, interpretati da attori di vaglia, sono inseriti in un ambiente sonoro che, ideato e realizzato da Erica Magarelli e Francesco Sergnese con la regia di Paolo Righi, è esso stesso racconto. Il risultato è un vero e proprio “podcast narrativo” dove tutto, parole suoni e musiche, concorre armonicamente allo svolgersi del racconto. Divina Archeologia Podcast si ascolta sul sito web del Mann (www.mannapoli.it) e su tutte le piattaforme podcast.

#iorestoacasa. Cinque nuovi “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalle metope del santuario di Hera alla foce del Sele al santuario meridionale, da Eracle a Chirone, da Apollo ad Asclepio, in un viaggio di miti, di pratiche rituali e di guarigione, dall’Arcadia e dall’Acaia fino alle coste campane, nel lontano Occidente

Il tempio di Nettuno a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Nel bollettino numero 11 del Parco Archeologico di Paestum e Velia parla Claudio Ragosta, responsabile dell’Ufficio Bilancio: “In questi giorni stiamo liquidando tutti i fornitori, sia per quanto riguarda i servizi, sia i lavori, per contribuire in qualche modo al non decadimento dell’economia locale”. In questo momento così delicato, l’economia italiana va sostenuta e la direzione del parco spiega come “nel nostro piccolo siamo dalla parte di tutti i lavoratori”.

Nel bollettino numero 12 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel parla di Eracle, il semidio figlio di Zeus, ammirato dagli antichi per la sua forza. Rappresentato sul fregio del tempio di Hera nel Santuario alla Foce del Sele. In una metopa, ad esempio, si vedono i due fratelli Cercopi catturati da Eracle, legati a una pertica a testa in giù. “È emblematico – spiega Zuchtriegel – che in uno dei primi templi, quello di Hera, che i Greci, appena arrivano intorno al 600 a.C. alle foci del Sele per fondare la città di Poseidonia-Paestum, costruiscono, Eracle abbia un ruolo centrale: ci sono le sue avventure, le vicende legate alla sua lunga vita che si conclude con il suo accoglimento nell’Olimpo”. Perché la centralità di Eracle? Per i Greci era un po’ il garante dell’ordine, della giustizia, della difesa contro ogni tipo di oltraggio. E soprattutto in queste terre lontane dalla madre patria, circondati da un mondo sconosciuto con altre culture, altre lingue, altri popoli, era rassicurante vedere l’eroe greco per eccellenza punire chi non rispettava l’ordine divino di Zeus”.

Nel bollettino numero 13 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci guida alla scoperta di alcune metope provenienti dal tempio di Hera alla foce del fiume Sele, conservate nel museo Archeologico nazionale di Paestum. “Alcune metope provenienti dal tempio di Hera alla foce del fiume Sele sembrano non finite”, spiega Zuchtriegel. “In realtà esse erano completate con il colore”. In una metopa vediamo due figure con arco e frecce: sono Apollo e la sorella Artemide, due divinità. Apollo è raffigurato come sempre con i capelli lunghi, che erano aggiunti con la pittura. Stanno inseguendo Tizio, il gigante raffigurato nella metopa successiva, che tiene col braccio la loro madre Latona. Quindi stanno tentando di liberare la madre dal gigante. “Cosa ci fa Apollo sul fregio del tempio più antico di Hera?”, si chiede il direttore. “Apollo è l’unica divinità, insieme ad Artemide, presente sul tempio di Hera dove ci sono soprattutto episodi del mito, con Eracle, Achille, e altri. In realtà Apollo era un dio molto importante per i coloni: per l’oracolo di Delfi che era ospitato nel tempio a lui dedicato, ma anche per la medicina: il suo figlio, Asclepio, era il dio dei santuari Asclepiei, specie di ospedali dove la gente si recava, dove c’erano medici che curavano i malati. Questi Asclepiei esistevano probabilmente a Poseidonia, ma anche a Velia e in molti altri siti del Mediterraneo sono state scoperte strutture interpretate come Asclepiei. Apollo, il padre di Asclepio, è un po’ più ambivalente: è sì il dio della medicina e della guarigione, ma è anche quello che manda le piaghe quando qualcosa non va e comunica proprio attraverso la piaga. È quindi anche il dio della riflessione, una riflessione per certi versi etica di quello che sta succedendo. E anche per questo ha una grande importanza per tutto il mondo greco”.

Nel bollettino numero 14 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci guida alla scoperta del centauro Chirone. Siamo sempre all’interno del museo Archeologico nazionale di Paestum, ma non più nella sala dedicata la tempio di Hera alla foce del Sele, ma a quella del santuario meridionale della città, nel centro urbano, santuario di Hera e forse anche di Apollo. Anche qui c’è l’elemento della salute, della medicina, solo che è presente in una forma totalmente diversa. C’è un cippo che porta un’iscrizione greca: “Cheironos”, cioè di Chirone, un centauro, il più saggio e benevolo dei centauri, metà uomo e metà cavallo, medico saggio ed esperto che utilizzava i poteri curativi di erbe e radici. “Questo cippo è particolare”, spiega Zuchtriegel: “è aniconico, quindi senza immagine, ben lontana da quel modello che ci viene dal mondo classico ricco di statue, esempi di bellezza e di arte realistica attenta ai dettagli e alla rappresentazione veristica del corpo. Qui invece abbiamo un monumento che sembra di un altro mondo, primitivo, aniconico, con cippi come conosciamo in altre culture. Eppure è più o meno dello stesso periodo delle metope e di altre opere. Quindi dobbiamo immaginare un mondo classico dove coesistevano varie forme di religiosità, di arte, di ritualità. Accanto a templi, a statue, a quello che nell’immaginario è il classico, c’era anche questa parte “sommersa” o meno presente per noi, così come lo era la medicina rappresentata da Chirone. I centauri sono esseri molto ambigui: da un lato sono selvaggi, vivono nei boschi, e non rispettano le regole della polis, della città, e perciò vengono cacciati, o uccisi da Eracle e da altri eroi. Alcuni sono anche dei rifugiati: secondo la tradizione, anche qui in Italia. Il capostipite degli Ausoni, la prima popolazione italica, quella che i greci avrebbero incontrato approdando sulle nostre coste, sarebbe stato il centauro Mares. Rappresentano quindi un po’ quella parte repressa della storia, che viene poi spazzata via dall’urbanizzazione, dalla colonizzazione. Ma c’è anche un centauro come Chirone: quindi i centauri rappresentano anche un antico sapere su come trattare uomini e animali (loro stessi sono un mix di uomini e animali), e perciò rappresentano un altro legame con la natura, con i boschi dove vivono, le montagne, gli animali. Loro sfruttano le risorse della natura, come radici ed erbe, per curare gli esseri viventi, siano essi animali o uomini”.

Nel bollettino numero 15 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci porta a passeggiare nel santuario Meridionale della città antica alla scoperta di miti, leggende e pratiche rituali legate alla guarigione. Siamo sul luogo dove è stato trovato il cippo di Chirone che abbiamo visto esposto nel museo Archeologico nazionale di Paestum. Di fronte al tempio di Hera, la cosiddetta Basilica, c’è un edificio ancora moto discusso, costruito sopra un grande spazio sotterraneo vuoto, probabilmente per la raccolta dell’acqua, importante per tutte le attività di guarigione e medicinali. “Da qui – spiega Zuchtriegel – viene il cippo di Chirone, e qui c’è ancora in situ un’altra stele in arenaria che faceva parte di un gruppo di cippi aniconici, quindi pietre lasciate più o meno grezze che popolavano lo spazio del santuario. Questo è riscontrato anche nel santuario di Hera alla foce del Sele, e a Metaponto, la colonia sorella di Poseidonia, dove davanti al tempio di Apollo c’erano questi pietre non lavorate. Dobbiamo immaginare questi cippi soprattutto davanti al tempio di Nettuno. Purtroppo spesso non sono stati documentati nella prima metà del Novecento quando furono effettuati degli scavi a Paestum. Comunque proprio da questa presenza scaturisce l’ipotesi che il tempio cosiddetto di Nettuno potesse essere in realtà un Apollonion, un tempio cioè di Apollo. In quel caso avremmo esattamente come a Metaponto Hera accostata a due divinità estremamente importanti”. Oggi davanti al tempio di Nettuno vediamo un edificio e, accostato, una piccola vasca, dove le analisi hanno dimostrato che qui l’acqua è stata presente per tempi prolungati. La vasca è strutturata in tre parti: una parte abbastanza larga, poi una – quasi un pozzetto – più profonda con degli scalini per immergervisi, e quindi una parte per i bagni rituali. Le donne si sedevano sul pilastrino centrale e poi su di loro veniva versata l’acqua: rito spesso illustrato con protagonista la stessa dea Afrodite. L’archeologo Mario Torelli ha ipotizzato che il tempio di Nettuno fosse dedicato ad Apollo, e che l’edificio più piccolo davanti ad esso fosse dedicato alla sorella Artemide. Quindi questo santuario riprenderebbe le forme del santuario di Artemide Hemera a Lusi, al confine tra Acaia e Arcadia, nella patria dei coloni di Sibari che poi hanno fondato Poseidonia. Siamo quindi in presenza di un lungo viaggio di riti, di miti, di pratiche rituali e di guarigione, dall’Arcadia – che era anche la terra nativa dei Centauri – e dall’Acaia fino alle coste campane, nel lontano Occidente”.

#iorestoacasa. Il direttore del parco, Massimo Osanna, dopo l’Heroon, continua la descrizione degli altri altari del Foro Triangolare sulla spianata antistante il Tempio Arcaico

Siamo ancora nel Foro Triangolare di Pompei. Il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, dopo aver presentato le nuove ipotesi interpretative sull’Heroon, stavolta ci parla di alcuni altari che si trovano proprio accanto all’Heroon, su una spianata antistante al Tempio Arcaico. “Se il cosiddetto Heroon è un altare per olocausti”, spiega Osanna, “altari diversi sono a fianco all’Heroon su questa spianata antistante il tempio Arcaico. Troviamo un altare tripartito forse perché le ninfe, che spesso sono venerate in forma triplice, richiedevano un altare di questo genere- Ma ci sono anche altri altari: uno è singolo, e l’altro è un basamento forse di un donario. Questo è veramente il Sancta Santorum del Foro Triangolare: qui si svolgevano i riti, qui si svolgevano i sacrifici, qui venivano venerate tutte le divinità che dovevano contribuire alla protezione della città e del suo corpo civico: Atena, Eracle, le ninfe e forse altri ancora”.

Dantedì 2020: il Mann partecipa sui canali social anticipando i contenuti della grande mostra “Divina Archeologia. La mitologia e la storia nella Commedia di Dante”. Messaggio del direttore ai visitatori virtuali

 

Il retro della celebre Tazza Farnese con raffigurazione di Medusa (foto Mann)

“Divina Archeologia. La mitologia e la storia nella Commedia di Dante”, il cui progetto scientifico è stato già presentato al “Comitato Nazionale per le Celebrazioni dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri nel 2021” è la grande mostra in programma al Mann in autunno del 2021. Il 25 marzo 2020, per il primo Dantedì, il museo Archeologico nazionale di Napoli parteciperà alla campagna di comunicazione del MIBACT: utilizzando, sui propri canali social, gli hasthag ufficiali #IoleggoDante e #Dantedì, il Mann intraprenderà un suggestivo viaggio virtuale, tra letteratura ed arte, anticipando i contenuti della mostra. Attraverso le rappresentazioni di vasi, affreschi, statue e rilievi, sarà possibile seguire figure ed immagini della fantasia dantesca, che recepiva con curiosità e profondità la cultura del mondo antico: Cerbero, Diomede, Ulisse, le Arpie, Medusa, Eracle, Minosse e Teseo saranno soltanto alcuni dei personaggi raccontati nel percorso espositivo, che traccerà un curioso itinerario di visita anche grazie alle terzine della Commedia; la mostra rivolgerà uno sguardo attento anche alla città di Napoli, per individuarne i legami con il poeta fiorentino.

Hydria a figure nere (VI sec. a .C.), attribuita al pittore di Edimburgo, con Eracle e Cerbero (foto Mann)

Il 25 marzio 2020, dunque, i fan e i follower dei social del Mann potranno non soltanto ammirare alcuni splendidi reperti, ma anche ritrovare le simmetrie tra i capolavori antichi ed i versi danteschi: tra le opere che saranno presentate al pubblico virtuale del Museo, vi sarà anche l’Hydria a figure nere, attribuita al pittore di Edimburgo, con Eracle e Cerbero (fine VI sec. a.C.); lo splendido vaso sarà naturalmente inserito nell’esposizione dedicata a Dante nel 2021.

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Sempre mercoledì 25 marzo 2020 alle 12, in concomitanza con l’appuntamento web lanciato dal Mibact in tutta Italia, il direttore del Mann, Paolo Giulierini, sarà presente sulla pagina Facebook del museo Archeologico nazionale di Napoli con un proprio videomessaggio: una lettura significativa da dedicare al popolo dei social, attendendo il momento in cui tutti usciremo “a riveder le stelle”.

Calabria. La musica antica rinasce a Vibo Valentia con la mostra “ReSÒNAnT Ritmi e Suoni: l’Arte ritrovata”: dallo scavo archeologico alle fonti letterarie e iconografiche fino agli strumenti e ai riti dell’antica Grecia

Una rara rappresentazione di una siringa sul rovescio di un hemilitron di bronzo di Siracusa (344-317 a.C.)

Una rara rappresentazione di una siringa sul rovescio di un hemilitron di bronzo di Siracusa (344-317 a.C.)

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia "Vito Capialbi"

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia “Vito Capialbi”

Testimonianze dal passato con suoni e parole che evocano il mondo antico: ecco “ReSÒNAnT Ritmi e Suoni: l’Arte ritrovata”, la mostra archeologica aperta fino al 17 settembre al museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, in Calabria, con reperti provenienti da scavi archeologici e da musei e con ricostruzioni desunte da fonti letterarie o iconografiche, ritmi, suoni, declamazioni di testi classici, rappresentazioni scenografiche. “La mostra è dedicata alla cultura musicale; arte molto importante e assai praticata nel mondo classico, della quale si trovano solo pochi frammenti, spesso anche di difficile interpretazione e con tentativi di riproduzione sonora”, spiega il direttore Adele Bonofiglio. “Questa esposizione è frutto di una fattiva collaborazione fra enti e istituzioni che operano nel nostro territorio. Solo lavorando nella stessa direzione e in piena armonia è possibile, infatti, realizzare eventi capaci di porre all’attenzione generale il nostro ingente patrimonio culturale”.

Una cetra a sette corde sul rovescio di una tetradracma della zecca di Olinto (Macedonia) del 410-400 a.C.

Una cetra a sette corde sul rovescio di una tetradracma della zecca di Olinto (Macedonia) del 410-400 a.C.

L'hydraulis sul medaglione di Valentiniano

L’hydraulis sul medaglione di Valentiniano

Si comincia con la musica nella numismatica: gli strumenti a fiato nelle monete antiche. Nonostante l’ampia diffusione e l’uso dell’aulos nel canto lirico, rarissime ne sono le rappresentazioni nell’iconografia monetale. “Più diffusa”, spiega Giorgia Gargano, “è invece la rappresentazione del doppio flauto e della syrinx, lo strumento musicale costituito da sei o più canne, il cui nome si deve a Siringa, la ninfa dell’Arcadia amata dal dio Pan. Un tardo medaglione dell’epoca di Valentiniano (IV sec. d.C.) ci mostra in un’immagine rara quanto preziosa l’evoluzione del flauto di Pan: l’hydraulis, un organo ad acqua inventato nel III secolo a.C. dall’ingegnere Ctesibio di Alessandria”. Per quanto riguarda invece gli strumenti musicali a corda, l’iconografia monetale permette di seguire le varianti e l’evoluzione della foggia degli strumenti musicali spesso attributi di divinità. “Vengono rese con precisione le differenze tra lira e cetra”, continua Gargano, “la prima con cassa rettangolare o arrotondata, con cinque o sette corde; la seconda a forma di carapace di tartaruga: entrambi attributi di Apollo, ma suonati anche da Pan ed Eracle”.

Statuette di Bes, di un satiro e di una suonatrice: tutti con il doppio aulos

Statuette di Bes, di un satiro e di una suonatrice: tutti con il doppio aulos

La presenza della musica e il suo legame con la sfera rituale e cultuale emerge con chiarezza dalla documentazione archeologica proveniente dalle aree sacre e dalle necropoli di età greca ed ellenistica, in Italia meridionale e in Calabria. Il ritrovamento di strumenti a fiato, a corda e a percussione, come ben illustra Paola Vivacqua, le raffigurazioni iconografiche su vasi, le statuette fittili e i pinakes evocano pratiche, relative sia a determinati culti effettuati nei santuari, che ai riti funebri che accompagnavano il passaggio del defunto nell’aldilà, sottolineando un forte rapporto con la divinità a cui rivolgere preghiere di ringraziamento e di supplica. “I corredi tombali a cui sono associati gli strumenti musicali”, sottolinea Vivacqua, “molto spesso rimandano alla sfera del simposio, dove la musica e il canto erano i mezzi di comunicazione privilegiati per potervi accedere e godere dei piaceri dell’incontro conviviale, dell’esibizione e dello spettacolo. In questo senso la presenza degli strumenti musicali era finalizzata all’educazione e alla formazione in cui l’attività musicale e poetica era considerata fondamentale per l’acquisizione di prestigio”.

Vasi e terrecotte con raffigurazioni di strumenti musicali o di cerimonie in cui la musica è protagonista

Vasi e terrecotte con raffigurazioni di strumenti musicali o di cerimonie in cui la musica è protagonista

Dal punto di vista archeologico la profonda permeazione che la musica ebbe nella vita quotidiana è difficilmente connotabile a causa della natura immateriale della documentazione. “Per questo motivo”, interviene Anna Maria Rotella, “è oltremodo indispensabile l’apporto documentario costituito dal repertorio figurativo sia vascolare che coroplastico”. Il museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia, dedicato a Vito Capialbi, è stato istituito nel 1969 proprio per offrire un’idonea collocazione alla collezione di Viro Capialbi, il più illustre dei collezionisti calabresi dell’Ottocento, collezione che comprende anche un piccolo nucleo di oggetti che presenta chiari rimandi alla musica in età greca.

Lekytos attica conservata nel museo di Vibo Valentia con fanciulla che suona il doppio aulos

Lekytos attica conservata nel museo di Vibo Valentia con fanciulla che suona il doppio aulos

La forte componente religiosa che caratterizzava la Calabria greca trova riscontro nelle offerte votive alla divinità. E tra le terrecotte votive meritano particolare attenzione quelle con raffigurazioni musicali. “Esse documentano l’importanza della musica nei luoghi sacri”, spiega Mariangela Preta, “e aiutano non solo a comprendere la funzione della musica nel suo contesto di produzione e fruizione ma anche a ricostruire cosa la musica e il far musica significassero per le società antiche. I rinvenimenti attestano la presenza di figure femminili suonatrici singole o in gruppo. Il contesto di ritrovamento di questi particolari ex voto, datati tra il V e l’inizio del III sec. a.C., forniscono informazioni sia su quali strumenti fossero più adatti alle diverse occasioni rituali, sia alla relazione tra le performance con le divinità destinatarie dell’offerta musicale”.

L'eccezionale lyra trovata da Paolo Orsi nella necropoli di località Lucifero a Locri

L’eccezionale lyra trovata da Paolo Orsi nella necropoli di località Lucifero a Locri

Chiude il percorso della mostra l’eccezionale lyra ritrovata da Paolo Orsi negli scavi condotti a Locri tra il 1913 e il 1915 nella necropoli di località Lucifero: il carapace faceva parte di un corredo funerario che comprendeva anche un alabastron in alabastro e uno strigile. “Diversi gli esemplari di lyra tra i corredi”, ricorda Rossella Agostino, “attestazione che sembra documentare il grado di livello culturale del defunto e la sua appartenenza a un ceto sociale elevato. In alcune sepolture alla lyra, strumento rappresentato anche su alcuni pinakes, si accompagnava l’aulos. Va ricordato che la colonia locrese fu musicalmente molto attiva e sembra che sia stato Senocrito, originario di Locri e autore di ditirambi e peani, ad inaugurare tale attività poetico-musicale in città. E fu ancora lui a inventare l’armonia Lokristi, caduta in disuso alla fine del V secolo a.C.”.