Napoli. Dopo più di vent’anni al museo Archeologico nazionale riapre, con un nuovo allestimento, la collezione Magna Grecia, con oltre 400 reperti una delle più antiche e ricche raccolte al mondo di antichità
Ci siamo. Dopo molti annunci, e qualche rinvio tecnico, stavolta la notizia è ufficiale: giovedì 11 luglio 2019 al museo Archeologico nazionale aprirà la sezione con la collezione Magna Grecia. Chiusa da più di vent’anni – il suo ultimo allestimento risale al 1996 -, la collezione Magna Grecia rappresenta uno dei nuclei storici del museo Archeologico nazionale di Napoli, e una delle più antiche e ricche raccolte al mondo di antichità della Magna Grecia, che a partire dalla fine del Settecento – e almeno fino ai primi decenni del Novecento – cominciarono a confluire tramite acquisti e donazioni nell’allora Real Museo Borbonico. Il nuovo percorso espositivo, progettato dall’archeologo Enzo Lippolis, scomparso prematuramente l’anno scorso, cui è dedicata la prima sala della nuova sezione del museo, sarà incentrato sul tema delle culture, per spiegare la complessità delle coesistenza e dei sistemi di relazioni tra le diverse comunità dell’Italia meridionale prima della Romanizzazione. La raccolta conta oltre 400 reperti, preziose testimonianze delle forme di popolamento, delle strutture sociopolitiche, dei sistemi di relazioni tra le comunità e del patrimonio religioso, artistico e culturale dell’Italia meridionale e della Campania in epoca preromana. Tra i maggiori nuclei esposti risalta la presenza del materiale votivo da Locri, in particolare quello proveniente dal santuario in contrada Parapezza, dedicato a Demetra. Questo complesso votivo permette di rappresentare in maniera esemplare l’importanza del rituale religioso nell’organizzazione sociale e politica delle società magno greche. Così, nell’originaria sede espositiva, i visitatori potranno ripercorrere il “mondo” della Magna Grecia attraverso alcuni grandi itinerari tematici (ad esempio, la religione, l’architettura, la pratica del banchetto e le forme di interrelazione tra le diverse popolazioni dell’Italia meridionale dal VI alla fine del III sec. a.C.). Il progetto di nuova apertura della collezione Magna Grecia è accompagnato da una guida-catalogo, a cura di Paolo Giulierini e Marialucia Giacco, edita da Electa.
“Dei Uomini Eroi”: al museo Ermitage di San Pietroburgo la più grande mostra su Pompei mai realizzata in Russia con 200 opere dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei

L’arco trionfale fulcro della mostra “DEI, UOMINI, EROI. Dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei” al museo Ermitage di San Pietroburgo (foto Paolo Soriani)

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)
Dei Homines Heroes: la scritta in caratteri cubitali latini campeggia sul grande arco trionfale rosso pompeiano, colore che avvolge tutto l’ambiente circostante. Attraversare quell’arco significa fare un viaggio indietro nel tempo di duemila anni e approdare in una città romana particolare, speciale: Pompei. Siamo a San Pietroburgo, al museo statale dell’Ermitage, per la precisione nelle ampie sale del Manege del Piccolo Ermitage (un palazzo a due piani eretto tra il Palazzo d’Inverno, antica residenza imperiale dei Romanov, e il Nuovo Ermitage, il primo palazzo in Russia a venire espressamente costruito per ospitare le collezioni del Museo). È qui che, ancora per pochi giorni – fino al 23 giugno 2019 -, si potrà attraversare quell’arco trionfale, fulcro della mostra “DEI, UOMINI, EROI. Dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei”, e immergersi nell’atmosfera dell’antica Pompei. La fine improvvisa di Pompei – avvenuta tra il 24 agosto o, come suggerirebbero anche le più recenti scoperte, in ottobre (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/16/pompei-la-scoperta-di-uniscrizione-a-carboncino-nella-casa-con-giardino-sposterebbe-la-datazione-delleruzione-del-vesuvio-del-79-d-c-da-agosto-a-ottobre-lannuncio-durante/) – ha in molti casi cristallizzato scene, situazioni e persone, colte di sorpresa in quel tragico momento, nelle attività consuete. Una città intera, con le sue case, gli edifici pubblici, le vie, i negozi, le fabbriche, i templi e i mercati, con i suoi abitanti ma anche con i tanti oggetti in uso nei diversi ambienti, è stata riportata in luce a partire dal 1748 e continua tuttora a rivelare nuovi siti e nuove opere. Poi, a fine giugno, le quasi 200 opere, tra affreschi, statue, mosaici, bronzi e preziosi vetri, torneranno a Napoli e Pompei.

Il rosso pompeiano domina nell’allestimento della mostra “Dei, uomini, eroi” all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Paolo Soriani)
A 185 anni dalla prima mostra su Pompei in Russia – era il 1834 -, sempre a San Pietroburgo, mostra che, nonostante fosse esposto un solo dipinto “L’ultimo giorno di Pompei” di Karl Brjullov, fu un successo clamoroso, fortemente ispiratore e in merito al quale scrissero anche Puskin e Gogol, l’esposizione “DEI, UOMINI, EROI. Dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei” verrà ricordata in Russia come la più importante mai realizzata su Pompei e sulle città vesuviane, grazie ai capolavori che i due partner Italiani – il Mann, vero forziere di testimonianze delle città sepolte dal Vesuvio nel 79 a.C., e il parco archeologico di Pompei – hanno concesso alla luce dell’importante accordo di collaborazione sottoscritto nel 2015 con il museo statale Ermitage. “Dei, uomini, eroi”, organizzata dal Dipartimento di Antichità Classiche dell’Ermitage, guidato da Anna Trofimova, è curata per la parte italiana da Paola Rubino De Ritis, Valeria Sanpaolo e Luana Toniolo, con la direzione scientifica di Paolo Giulierini, direttore del Mann, e Massimo Osanna, professore ordinario all’università di Napoli “Federico II” e Alfonsina Russo, direttrice ad interim del parco archeologico di Pompei; per il museo Ermitage è curata dalla stessa Anna Trofimova e Andrey Zuznecov. L’esposizione si avvale del supporto organizzativo di Villaggio Globale International, della collaborazione di Ermitage Italia, dell’Ambasciata d’Italia a Mosca, del Consolato Generale d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura di San Pietroburgo, ed è accompagnata nel nostro Paese da catalogo Electa, con contributi di Luigi Gallo, Massimo Osanna, Federica Rossi, Valeria Sanpaolo, Luana Toniolo e Anna Trofimova.
“Siamo orgogliosi di aver portato per la prima volta una mostra epocale su Pompei all’Ermitage”, commenta Paolo Giulierini, direttore del Mann. “Si tratta in fondo di quei tesori che determinarono la rinascita del gusto per l’antico, il Neoclassicismo, di cui la mostra di Canova in corso al Mann, promossa con il museo Ermitage, dà conto. In questo quadro europeo si deve cogliere pertanto l’operazione culturale che lega Napoli e San Pietroburgo, intimamente connesse anche dalla musica e dall’architettura settecentesca, con sviluppi futuri che vanno ben oltre le esposizioni”. E Alfonsina Russo, al momento dell’inaugurazione della mostra (aprile 2019), direttrice ad interim di Pompei: “Come all’epoca degli Zar, infervorati dalle suggestioni dei ritrovamenti e delle decorazioni delle case pompeiane, anche oggi l’interesse per Pompei travalica i confini nazionali. Oggi, senz’altro, con una prospettiva scientifica e grazie alla stretta sinergia tra grandi Istituzioni, quali quelle coinvolte per questa grande mostra che dimostrano di essere capaci di diffondere il senso profondo della cultura e della storia italiana e di saper valorizzare gli aspetti più artistici, a volte quelli meno conosciuti, di una civiltà che ci ha rappresentato e condotto al presente. Dei, Uomini, Eroi sintetizza già dal titolo, e dunque attraverso i reperti e gli affreschi esposti, quelli che erano i protagonisti attorno ai quali ruotava la vita dei pompeiani. Dai cittadini, impegnati nelle attività di tutti i giorni, di cui Pompei ci ha lasciato testimonianze uniche, agli Dei e agli Eroi da cui traevano ispirazione e che per questo erano presenti nelle raffinate decorazioni parietali, e non solo della domus, pompeiane”.

L’affresco con Dioniso e Arianna dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)
Vediamo di scoprire un po’ meglio i tesori che da Napoli e Pompei sono giunti sulle rive della Neva, a San Pietroburgo. Dunque gli “Dei” e gli “Eroi” innanzitutto: non solo quelli presenti nei decori e nelle opere di edifici pubblici come l’imponente “Erma di Mercurio” dal Tempio di Apollo o il Busto di Giove dal Capitolium, dedicato a Giove, Giunone e Minerva – entrambi in prestito dal Mann – ma anche e soprattutto all’interno della mura domestiche, nei Larari, nelle cucine e negli Atri. Gli splendidi affreschi con “Zeus in trono” dalla Casa dei Dioscuri e “Achille e Briseide” dalla Casa del Poeta Tragico (Mann), il “Dioniso e Arianna” e “Alessandro e Rossane” dalla Casa del Bracciale d’Oro e “Eracle e Deianira” e “Giunone ed Ebe” dalle ville di Stabia del parco archeologico di Pompei e ancora l’eccezionale tarsia in marmo con “Scena dionisiaca” riemersa dalla Casa dei Capitelli colorati, conservata nelle collezioni del museo Archeologico nazionale di Napoli, raccontano le gesta di divinità e eroi, rappresentandoli secondo l’uso del tempo da soli o con gli attributi che ne rendono immediata l’identificazione. L’usanza di ornare i giardini con raffigurazioni di divinità è testimoniata da statue come quelle provenienti dalla Villa A di Oplontis – la piccola e raffinata Venere realizzata verso la fine del I secolo a. C., che ancora conserva labili tracce di colore, o la statua di Nike – mentre i rilievi neoattici in mostra, inseriti a Pompei lungo le pareti delle abitazioni, ricordano la moda del tempo e l’interesse dei proprietari per le opere della Grecia.
Tuttavia il grande merito degli scavi vesuviani, promossi negli ultimi due decenni della prima metà del XVIII secolo da Carlo III di Borbone nelle città di Pompei, Ercolano e Stabiae, è stato quello di regalarci un inedito spaccato della vita quotidiana degli antichi romani, fino a quel momento pressoché sconosciuta; è in questo senso che la sezione della mostra dedicata agli “Uomini”, ricca anche delle rappresentazioni scultoree e pittoriche delle élites cittadine, assume particolare rilevanza. Dell’impressionante mole di oggetti d’uso comune riemersi a Pompei – crateri in bronzo, suppellettili in vetro e ceramica, pentole e padelle – sono stati selezionati per la mostra di San Pietroburgo esemplari di grande interesse, suddivisi per tipologia e materiali, che consentono di ricostruire le usanze, i commerci, le attività artigianali e quelle quotidiane: dall’educazione alla tavola. Un braciere dalla terme Stabiane ormai in disuso, uno scaldaliquidi in bronzo dalla Villa di Arianna di Stabia, con rubinetto a testa di leone e tre cigni ad ali spiegate sul bordo del fornello, alti candelabri per illuminare i triclini o un cratere come quello di Giulio Polibio ageminato con effetti policromi; così come la bellissima cassaforte in ferro e bronzo con complessi e ingegneristici sistemi di chiusura, posta solitamente nell’atrio, lì dove il padrone di casa presentava se stesso, e – ancora – tavoli di marmo riccamente decorati (bellissimo quello prestato dal parco archeologico di Pompei con due animali fantastici) illustrano tanti aspetti degli usi pompeiani.

Il rilievo da Pompei del capomastro (structor) Diogenes mostra gli strumenti utilizzati per le attività edili (foto parco archeologico di Pompei)
Il rilievo del capomastro (structor) Diogenes mostra gli strumenti utilizzati per le attività edili – un filo a piombo, una cazzuola, una mazza a taglio ortogonale, uno scalpello e un archipendolo – e i 4 affreschi dai praedia della ricca pompeiana Giulia Felice, offrono uno sguardo emozionante sui piccoli, grandi fatti che si svolgevano nel foro, in una giornata di mercato (le nundinae): “Vendita di vasellame”, “Vendita di tessuti” “Lettura di editto”, “Punizione dello scolaro”. Quindi, da Napoli, oggetti di grande raffinatezza e prestiti eccezionali, come l’assoluto unicum del “Vaso blu”, capolavoro in vetro blu e cammeo che costituisce una delle opere iconiche del Mann (scoperto dai Borbone nella necropoli di Pompei nel 1837) e le lastre in vetro cammeo di “Arianna” e “Dioniso e Arianna” dal parco archeologico di Pompei.
Non si potevano dimenticare il teatro e i giochi gladiatori. Ricchi arredi in marmo per i giardini delle case pompeiane recanti a rilievo raffigurazioni teatrali, così come le matrici in gesso di maschere selezionate per l’occasione testimoniano la passione degli abitanti di Pompei per il teatro, mentre affreschi, elmi e schinieri in bronzo, decorati con scene mitologiche che raccontano a loro volta di Dei ed Eroi – riaffiorati dalle ceneri del tempo – ricordano ai visitatori dell’Ermitage l’importanza e la diffusione nel mondo romano dei giochi gladiatori, tanto amati dal popolo, e fanno sognare le meraviglie conservate in Italia nelle due prestigiose sedi campane. “Dei, Uomini, Eroi” è dunque un evento di assoluto rilievo per Napoli e per il museo russo. È nota del resto la passione degli Zar e delle classi aristocratiche russe per Pompei, testimoniata anche dalla presenza di un nucleo di antichità pompeiane all’Ermitage e dal travolgente gusto “alla pompeiana” diffuso nelle decorazioni di palazzi, suppellettili e nella letteratura della Grande Madre Russia. Così come è noto l’interesse che il mondo e la cultura russi hanno sempre dimostrato per le città vesuviane, la costiera amalfitana e le isole campane, specialmente Capri, a partire dai vedutisti che hanno immortalato nelle opere i paesaggi italici. Un amore evidente anche ai tempi di Caterina la Grande, quando le musiche di Cimarosa e Paisiello allietavano i teatri e la corte di San Pietroburgo.

Il corridoio sopraelevato della sala del Maneggio con l’esposizione di documenti storici (foto Paolo Soriani)
Ma non è finita. Nel corridoio sopraelevato sono esposti per l’occasione documenti storici – foto ottocentesche, stampe antiche, volumi e acquarelli – su Pompei e gli scavi in corso a quel tempo e, vera chicca, una selezione di circa 70 opere di proprietà dell’Ermitage, in gran parte mai esposte prima d’ora e conservate nei depositi, provenienti dalle antiche città vesuviane. Si tratta per lo più di doni, come nel caso della statua di “Bambino con un uccellino” (un marmo alto 65 cm) o della “Bilancia a stadera con un busto di Caligola” rinvenuti a Pompei nel 1845 e nel 1846 alla presenza di Nicola I e regalati allo Zar dal re di Napoli Ferdinando II. Una testimonianza concreta dei rapporti e dell’amicizia che ha sempre legato Napoli alla Russia.
Parco archeologico del Colosseo: ai “Giovedì del ParCo” si presenta il libro di Carandini e Papi “Adriano. Roma e Atene”, l’imperatore che proprio tra le due città ha lasciato il segno del suo instancabile moto progettuale e costruttivo

La locandina dei “Giovedì del ParCo” per la presentazione del libro “Adriano. Roma e Atene” di Carandini e Papi
“Roma e Atene sono le città simbolo delle culture che questo principe ha per sempre ricongiunto, come dimostra la nostra stessa idea di classicità. È nell’impero di Adriano che la civiltà europea ha riconosciuto lo strato più nutriente per le sue più profonde radici”. Così scrivono Andrea Carandini e Emanuele Papi autori del libro “Adriano. Roma e Atene” (edizioni Utet) che sarà protagonista giovedì 16 maggio 2019 al parco archeologico del Colosseo a Roma, ottavo incontro della rassegna “I giovedì del PArCo”: il ciclo di conferenze previste i giovedì pomeriggio nella splendida sede della Curia Iulia nel Foro Romano. Andrea Augenti presenterà alle 16.30 il volume “Adriano. Roma e Atene” (ed. Utet) scritto da Andrea Carandini ed Emanuele Papi. Ripercorrendo le pagine del libro, verrà illustrata la figura dell’imperatore Adriano – appassionato di musica e poesia, filosofo, mecenate e perfino astrologo – che tra Roma e Atene ha lasciato il segno del suo instancabile moto progettuale e costruttivo destinato a imprimere segni profondissimi sulla fisionomia del mondo romano. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Electa.
Nel pantheon degli imperatori romani che la storiografia antica ci ha tramandato – si legge nella descrizione del libro -, Adriano è una figura eccezionale, così esuberante e poliedrica da ispirare i romanzieri e sfidare gli studiosi, anche a distanza di quasi due millenni. Di origine ispanica, pupillo di Traiano, secondo Andrea Carandini ed Emanuele Papi Adriano fu soprattutto un imperatore “architetto”: un princeps illuminato e smisuratamente ambizioso. Se la vita di Adriano fu un viaggio continuo da un confine all’altro dell’impero, due città ne costituiscono però i sicuri capisaldi: in nessun altro luogo la sua opera trasformatrice è riconoscibile come a Roma e ad Atene. In questo libro Carandini e Papi, tra i massimi conoscitori della storia antica di queste due città, mettono finalmente a disposizione del lettore un’inedita, duplice mappa della monumentale eredità che questo imperatore ci ha lasciato. Dal Pantheon all’Hadrianeum, dal Sepulcrum – trasformato nei secoli in Castel Sant’Angelo – al sarcofago imperiale riadattato in fonte battesimale barocco, passando per templi e biblioteche, archi trionfali e basiliche, terme e anfiteatri: ciascun sito archeologico è indagato alla luce delle scoperte più innovative e ricostruito nel dettaglio con l’aiuto di minuziose tavole grafiche. Nel racconto, storia e architettura si fondono per rievocare anche la vita e i personaggi che hanno abitato quei luoghi: la poco amata moglie di Adriano, Vibia Sabina, e l’amato Antinoo, e alcune figure finora rimaste in ombra come Plotina – la moglie di Traiano che fece adottare il futuro principe dal marito già morto, garantendogli così una discussa successione – o la suocera Augusta Salonina Matidia.
Al Mann di Napoli la mostra-evento “Canova e l’antico” co-promossa con l’Ermitage: per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore in dialogo con l’arte classica

La colossale statua di re Ferdinando IV di Borbone, realizzata da Antonio Canova, che troneggia al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019
Mancano solo tre settimane alla mostra-evento dell’anno “Canova e l’antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019, dove per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore (“L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”) metteranno a fuoco, nel “tempio” dell’arte classica, il legame fecondo tra Canova e l’antico. La mostra-evento, co-promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito dell’importante protocollo di collaborazione che lega le due Istituzioni, ha ottenuto il sostegno della Regione Campania, i patrocini del Comune di Napoli, della Gypsotheca-museo Antonio Canova di Possagno e del museo civico di Bassano del Grappa ed è stata realizzata con la collaborazione di Ermitage Italia. Catalogo della mostra edito da Electa. “Il museo Archeologico nazionale di Napoli, dove si trova la grande statua canoviana di Ferdinando IV di Borbone”, spiega il suo direttore Paolo Giulierini, “era il luogo ideale per costruire una mostra che desse conto di questo dialogo prolungato tra il grande Canova e l’arte classica”. Proprio a Napoli si conservano capolavori ammirati dal maestro veneto: pitture e sculture ‘ercolanesi’ che egli vide nel primo soggiorno in città nel 1780; quindi i marmi farnesiani, studiati già quando erano a Roma in palazzo Farnese e trasferiti a Napoli per volontà di re Ferdinando IV: marmi celeberrimi che sono stati all’origine di opere capitali di Canova come l’Amore Farnese, prototipo per l’Amorino alato Jusupov che il pubblico potrà confrontare in questa straordinaria occasione.

Il famoso gruppo delle Tre Grazie di Antonio Canova, capolavoro conservato all’Ermitage di San Pietroburgo
Per la prima volta, in una mostra, si mette a fuoco quel rapporto continuo, intenso e fecondo che legò Canova al mondo classico, facendone agli occhi dei suoi contemporanei un “novello Fidia”, ma anche un artista capace di scardinare e rinnovare l’Antico guardando alla natura. “Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili” era il monito di Winckelmann, padre del neoclassicismo: monito seguito da Canova lungo tutto il corso della sua attività artistica. Dal giovanile Teseo vincitore del Minotauro sino all’Endimione dormiente, concluso poco prima di morire, il dialogo Antico/Moderno è una costante irrinunciabile; fino a toccare, in tale percorso, punte che hanno valore di paradigma: per tutte, la creazione del Perseo trionfante, novello “Apollo del Belvedere”.
Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova – con un comitato scientifico internazionale – e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra, riunirà al museo Archeologico nazionale di Napoli, oltre ad alcune ulteriori opere antiche di rilievo, più di 110 lavori del grande artista, tra cui 12 straordinari marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere collezioni del Mann, in parte inserite nel percorso espositivo, in parte segnalate nelle sale museali. Prestiti internazionali connotano l’appuntamento: come il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – l’Amorino Alato, l’Ebe, la Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di Los Angeles. A questi si aggiungono tra i capolavori in marmo che hanno entusiasmato scrittori come Stendhal e Foscolo, riuniti ora nel Salone della Meridiana del museo Archeologico napoletano, la bellissima Maddalena penitente da Genova, il Paride dal museo civico di Asolo, la Stele Mellerio, vertice ineguagliabile di rarefazione formale e di pathos. Straordinaria la presenza di alcuni delicatissimi grandi gessi, come il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno (paese natale di Canova), che ha concesso con grande generosità prestiti davvero significativi; o ancora l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante restaurato quest’ultimo per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private.

Preziosa tempera su carta di Antonio Canova con Teseo e Piritoo alla corte di Diana, conservato alla Gypsoteca di Possagno
Altro elemento peculiare della mostra sarà la possibilità di ammirare tutte insieme e dopo un attento restauro, le 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista: quei “varj pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse e Filosofi ecc, disegnati per solo studio e diletto dell’Artista” – come si legge nel catalogo delle opere canoviane steso nel 1816 – chiaramente ispirati alle pitture pompeiane su fondo unito e, in particolare, alle Danzatrici. Con le tempere, lo scultore del bianchissimo marmo di Carrara sperimentava, sulla scia di quegli esempi antichi, il suo contrario, i “campi neri”, intendendo porsi come redivivo pittore delle raffinatezze pompeiane ammirate in tutta Europa, alle quali, per la prima volta, quei suoi “pensieri” possono ora essere affiancati. Proprio il confronto, per analogia e opposizione, fra opere di Canova e opere classiche, costituisce d’altra parte l’assoluta novità di questa mostra, evidenziando un rapporto unico tra un artista moderno e l’arte antica.
Roma. Il Colosseo punta a 7 milioni di visitatori. Alfonsina Russo nominata direttore del Parco archeologico del Colosseo: tutte le novità della nuova istituzione. Aperti i livelli IV e V dell’anfiteatro Flavio: vista mozzafiato sul monumento e su Roma. Nella mostra “Colosseo. Un’icona” il monumento si racconta dai giochi gladiatori ai film peplum e alla pop art
Ancora poche settimane e sapremo se il Colosseo ha battuto ogni record superando quota 7 milioni di visitatori: nel 2016 si erano sfiorati i 6 milioni e mezzo. Ne è convinto il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini che, dopo aver portato in porto la nascita del parco archeologico del Colosseo, alla fine di novembre 2017 ha fatto l’annuncio più atteso, quello che porta a regime il parco archeologico del Colosseo di Roma, cioè la nomina del direttore individuato dopo una gara internazionale: “Il parco archeologico del Colosseo ha una nuova direttrice. Si tratta di Alfonsina Russo”. Archeologa, specializzata e dottore di ricerca in archeologia classica. Dal 2009 è dirigente del Mibact. Nella sua attività professionale ha operato in Magna Grecia, nel Molise e nel Lazio. Si è occupata di allestimenti museali e di gestione di musei, di allestimenti di importanti mostre in Italia e all’estero. Ha curato numerose pubblicazioni scientifiche e ha tenuto conferenze in prestigiose università italiane e straniere. È stata soprintendente archeologo per l’Etruria meridionale e soprintendente per l’Archeologia belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale. La Russo l’ha spuntata su 78 candidature. Di queste circa il 15% provenienti dall’estero, vagliate dalla commissione presieduta da Paolo Baratta, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia. I 10 candidati ammessi al colloquio, tra i quali uno straniero, sono stati ascoltati il 18 novembre dalla commissione che, secondo quanto stabilito dal bando, ha individuato una terna da sottoporre al ministro per la scelta finale. E Franceschini ha scelto Alfonsina Russo. “Si tratta di un profilo di altissima qualità che saprà coniugare ricerca, innovazione e tutela per uno dei monumenti più celebri al mondo e autentica icona dell’Italia”, sottolinea il ministro, che ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. “Come si vede, tutte le polemiche sulla scelta di stranieri a guidare i musei o sulla mancata valorizzazione delle professionalità esterne al ministero erano fuori luogo. La commissione, che ringrazio, ha valutato i curricula e l’attitudine a guidare il parco archeologico più importante e conosciuto del mondo, indipendentemente dalla nazionalità e io ho scelto, all’interno della terna che mi è stata proposta, Alfonsina Russo, una archeologa italiana che ha accumulato una importante esperienza di tutela e valorizzazione a più livelli. Il suo nome esce da una selezione innovativa e trasparente che tutti i musei di tutto il mondo hanno studiato e apprezzato come un possibile modello. Di questo l’Italia deve essere orgogliosa”. E Alfonsina Russo si dice onorata della scelta: “Sono felicissima, ringrazio il ministro Franceschini e tutto il ministero per la fiducia che mi hanno accordato. È un grande onore per me, perché dirigo il luogo archeologico più importante al mondo. Sono emozionata e felice”. Per Russo ora “il primo obiettivo sarà ridare vita e riaprire il parco anche alla città di Roma, perché i cittadini devono essere consapevoli del tesoro che hanno. E poi affronteremo anche le tante problematiche che ci sono”.
Ma facciamo un passo indietro. Il parco archeologico del Colosseo di Roma, istituito con decreto ministeriale all’inizio del 2017, con l’autonomia di cui godono gli altri parchi archeologici, ha competenza sul Colosseo, sul Foro Romano, sul Palatino e sulla Domus Aurea. Accanto al parco è nata anche una soprintendenza ad hoc per il resto della città. “Il territorio di Roma sarà competenza di un’unica soprintendenza speciale”, spiega il ministro, “che avrà competenza su tutti i settori mantenendo l’autonomia gestionale e contabile anche su alcuni siti”. Si tratta di una soprintendenza che comprenderà l’intero territorio di Roma. Con l’istituzione del parco archeologico del Colosseo, l’esistente soprintendenza speciale sotto la quale ricadevano l’Anfiteatro Flavio, il Palatino, il Foro e la Domus Aurea, guidata da Francesco Prosperetti, è stata riorganizzata, inglobando quella delle Belle arti e del paesaggio, e rinominata soprintendenza speciale Archeologia, Belle arti e Paesaggio. La nuova soprintendenza mantiene la sua autonomia speciale. “Per assicurarne il buon andamento”, chiariscono al Mibact, “è stato individuato un apposito meccanismo di finanziamento. In particolare, alla soprintendenza speciale è trasferita una quota pari al 30% degli introiti complessivi annui del parco archeologico del Colosseo prodotti da biglietti di ingresso, al netto dell’eventuale aggio”. Se si considera che, per il 2016, l’importo degli introiti complessivi annui derivanti da bigliettazione da Colosseo, Palatino, Foro romano e Domus aurea è stato, al netto dell’aggio concessorio, di circa 35-36 milioni di euro, la soprintendenza speciale disporrà di un finanziamento stabile intorno ad almeno 11 milioni di euro annui. Importo che si aggiungerà comunque ai trasferimenti che saranno assicurati dal Mibact e a ogni altra eventuale risorsa come donazioni o sponsorizzazioni.
Per Alfonsina Russo quindi si prospetta un grande impegno. Con un Colosseo che non finisce mai di stupire. È lo stesso ministro Franceschini a intervenire sul progetto di sistemazione dell’arena (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/19/roma-il-colosseo-avra-di-nuovo-larena-come-era-fino-allottocento-franceschini-coi-diritti-tv-degli-eventi-si-pagheranno-i-restauri-dellarea-archeologica/), sicuramente destinato a richiamare altri visitatori. “Il progetto va avanti”, assicura. “È già finanziato per 18 milioni di euro. La ricostruzione dell’arena riporterà il Colosseo come è stato fino alla fine dell’Ottocento: ci sono foto splendide che lo testimoniano. Il monumento si potrà così ammirare anche dal centro e potrà ospitare eventi culturali di altissima e grandissima qualità. Ovviamente prima vanno restaurati i sotterranei, un intervento che richiede un anno e mezzo”. Ma in attesa dell’arena ripristinata c’è già ora una grande novità per le migliaia di visitatori. Dal 1° novembre 2017, dopo più di 40 anni di chiusura, sono visitabili il IV e il V livello del Colosseo con visite guidate su prenotazione. Riaprono al pubblico, dopo più di 40 anni, il IV e il V livello del Colosseo. Posizionati a circa 40 metri d’altezza rispetto al piano dell’arena, il V livello era destinato alla plebe e non consentiva una veduta dettagliata di quanto accadeva nell’arena, ma in compenso era coperto dal velarium che riparava dal sole e dalla pioggia. Il IV livello era riservato alla classe dei commercianti e la piccola borghesia, il III a una categoria che potremmo definire middle class, il II ai cavalieri (gli equites), e il I, infine, era destinato ai senatori, che sedevano su dei troni di marmo e agli ospiti pubblici. “È una giornata importante, riapriamo i piani alti dell’Anfiteatro Flavio dopo un restauro importante”, ha detto il ministro Franceschini. “Da qui si può apprezzare una vista incredibile sul Colosseo e su Roma. Insomma, il percorso di valorizzazione del monumento va avanti e proseguirà con il progetto di ricostruzione dell’Arena, che è stato già finanziato, che sta procedendo e che renderà ancora più spettacolare la visita di questo monumento, simbolo dell’Italia nel mondo”. Fino ad oggi era possibile visitare l’anfiteatro Flavio soltanto fino al III livello. Questo nuovo itinerario, consentito per ragioni di sicurezza soltanto accompagnati da una guida e per gruppi di massimo 25 persone, comincia con l’attraversamento dell’unica galleria conservata come in origine. Si tratta di uno spazio con copertura a volta destinato allo smistamento del pubblico. Situata in uno spazio intermedio tra il II e il III livello, la galleria – mai aperta al pubblico prima d’ora – presenta un ulteriore unicum: intonaci bianchi con segni di corone, riportati alla luce da un capillare restauro.
Intanto fino al 7 gennaio 2018 i milioni di visitatori dell’anfiteatro Flavio potranno visitare nell’ambulacro del secondo ordine la mostra “Colosseo. Un’icona” dove il Colosseo si racconta per la prima volta: si può così conoscere tutta la storia del monumento che va oltre la narrazione del tempo dei Cesari, per ripercorrere la lunga e intensa vita del sito nei secoli, fino ai giorni nostri. La rassegna, promossa dalla soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, è curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani con l’allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes. In sei sezioni ordinate cronologicamente, l’influenza storico-culturale dell’anfiteatro si riscontra negli ambiti più diversi: dalla pittura al restauro, dall’architettura all’urbanistica, dallo spettacolo alla letteratura, dalla sociologia alla politica. Nel tempo, il monumento diventa simbolo per eccellenza di eternità e potenza, di civiltà e cultura. Ancora oggi all’attenzione della cronaca internazionale, il Colosseo è presente nell’immaginario collettivo non solo degli italiani: il suo mito continua.

Palatino, arco di Costantino e Colosseo in un quadro di Jan Frans van Bloemen (1740) conservato all’Accademia di San Luca a Roma
La mostra “Colosseo. Un’icona” – come si diceva – va oltre la narrazione del periodo più noto, quando terminano ufficialmente i giochi gladiatori, per ripercorrere la lunga e intensa vita del sito nei secoli. Dalla vivace e poco nota attività commerciale, residenziale e religiosa che lo caratterizzò nel Medioevo, al fascino che esercitò su grandi architetti e pittori del Rinascimento. Dal suo imporsi nel Settecento come meta privilegiata del Gran Tour di poeti, scrittori e vedutisti a luogo dell’immaginazione romantica. Con l’avvento del fascismo, il Colosseo divenne nuovamente, come in antico, proscenio ideologico del potere. Nel dopoguerra comincia a costruirsi un nuovo mito del Colosseo: l’Anfiteatro Flavio entra prepotentemente al cinema con i film peplum e nei capolavori del Neorealismo italiano, mentre la pop art romana lo consacra al ruolo di icona, che continuerà a rivestire senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri. Anche l’arte contemporanea racconta il monumento, emblema della città e dell’Italia attraverso dipinti, installazioni, performance, video e scatti di artisti di fama internazionale. La rassegna ripercorre la vita del monumento attraverso immagini e oggetti, per un totale di circa cento opere esposte. La mostra è arricchita dai risultati inediti dei recenti scavi e restauri, che confermano che il Colosseo pullulava di vita, cripte, chiese, botteghe, edifici residenziali di grandi famiglie aristocratiche e umili dimore.
Anche il cinema celebra il Colosseo, coprotagonista di storie, amori e battaglie. Il filmato “Nuovo Cinema Colosseo” racconta questa vicenda in 23 minuti fitti di capolavori indimenticabili: una ricca antologia cinematografica dal prezioso archivio di Istituto Luce – Cinecittà. Dal “Quo Vadis?” di Enrico Guazzoni al “Gladiatore” di Ridley Scott, da “Vacanze romane” di William Wyler a “La commare secca” di Bernardo Bertolucci, da “Un americano a Roma” di Steno a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Mainetti, la storia del cinema si proietta sulle volte del Colosseo lungo tutto il percorso della mostra. Pur con tutte le sue trasformazioni, la fama del Colosseo rimane immutata nei secoli e il suo mito continua, diventando una vera e propria icona pop del nostro tempo.
“Serata Parade Pulcinella” al Teatro Grande degli Scavi di Pompei: con il Teatro dell’Opera di Roma in scena il balletto “Parade” di Picasso, Cocteau, Massine e Satie, e il balletto “Pulcinella” di Stravinskij, Massine e Picasso
Il sipario sulla grande mostra “Picasso e Napoli: Parade”, al museo e real bosco di Capodimonte a Napoli e all’Antiquarium degli scavi di Pompei, si è chiuso solo da pochi giorni, segnando un grande successo di pubblico (oltre 100mila visitatori per l’evento che ha voluto celebrare il centenario del viaggio di Picasso in Italia; catalogo Electa). Nel 1917 infatti Picasso compie un viaggio in Italia insieme a Jean Cocteau per lavorare con i Balletti Russi a “Parade”, balletto che andrà in scena a Parigi nel maggio 1917, su soggetto dello stesso Cocteau e musica di Erik Satie. Tra marzo e aprile 1917 Picasso è due volte a Napoli e a Pompei. Il sipario Parade, la più grande opera di Picasso (una tela di 17 metri di base per 10 di altezza), è stato dunque riavvolto per fare ritorno al Centre Pompidou di Parigi. Ma “Parade” riappare virtualmente a Pompei con il Teatro dell’Opera di Roma che al Teatro Grande degli Scavi di Pompei mette in scena “Serata Parade Pulcinella”. Da giovedì 27 a sabato 29 luglio 2017 i primi ballerini Rebecca Bianchi, Claudio Cocino, Manuel Paruccini, i solisti e il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma diretti da Eleonora Abbagnato faranno rivivere i personaggi e la magia dei balletti “Parade” e “Pulcinella”.
Il balletto “Parade” nasce a Roma nel 1917 dalla collaborazione – magistralmente orchestrata dall’impresario dei Balletti Russi, Sergej Djagilev – tra Pablo Picasso, Jean Cocteau, Léonide Massine ed Erik Satie, quest’ultimo rimasto però in Francia. Il celebre scrittore Guillaume Apollinaire vede in questa collaborazione un esprit nouveau e nel programma di sala afferma: “Parade sconvolgerà non poco le idee degli spettatori”. “Parade” è pensato fin da subito dai suoi creatori come un balletto nuovo e rivoluzionario, dove per la prima volta danzano costumi-scultura tridimensionali, su una partitura coreografica innovativa fatta di movimenti asciutti e veloci. “Parade” è rappresentato in prima assoluta il 18 maggio 1917 al Théâtre du Châtelet di Parigi, in piena guerra, ma tutta la sua modernità, volta a catturare gli aspetti più sfacciati, volgari e vivaci della natura umana, non viene colta dal pubblico che grida allo scandalo. I personaggi del balletto si esibiscono in danze molto vicine alla spettacolarità popolare, che poco si sposa con l’immagine seria e sublime che gli spettatori del tempo avevano dei ballerini russi. Tuttavia, “Parade” non è un esempio di teatro di varietà, ma una trasformazione artistica di esso. I suoi quattro geni creativi, Picasso, Cocteau, Massine e Satie – abituali frequentatori del circo, del cinema e del music-hall – sono i collaboratori ideali per un progetto pensato con l’obiettivo di portare nel balletto un po’ della vitalità e della schiettezza del teatro popolare. Picasso recupera il tema del circo a lui caro per il famoso sipario del balletto e realizza una scenografia e dei costumi non convenzionali. Satie compone una musica che include sonorità realistiche e quotidiane. Il ruolo di Cocteau è determinante: crea il progetto, ne scrive il soggetto, partecipa a ogni aspetto della sua evoluzione artistica e coinvolge entusiasticamente Picasso e Satie in questa avventura.
“Pulcinella”, balletto in un atto ambientato nella città di Napoli, è andato in scena per la prima volta il 15 maggio del 1920 al Teatro dell’Opéra di Parigi e la “provocazione visiva” di Picasso ha subito riscosso il consenso dei presenti. Triplice è la firma: la musica di Igor Stravinskij, la coreografia di Léonide Massine, la scenografia e i costumi di Pablo Picasso. L’idea nasce dalle suggestioni raccolte da Diaghilev, Stravinskij, Massine e Picasso durante i due viaggi nella città di Napoli e la gita a Pompei, nel marzo e nell’aprile del 1917. Fonte d’ispirazione per il balletto sono le atmosfere vissute nei vicoli e nei mercati napoletani, il fascino per la città antica di Pompei e la grande tradizione della Commedia dell’arte italiana. Picasso e Stravinskij, durante il secondo viaggio, restano affascinati dalla forza espressiva di uno spettacolo teatrale di matrice dialettale, notando come si possano superare le barriere della lingua trascinando il pubblico con una dinamica vena popolare. A suggerire il soggetto del balletto è il ritrovamento di un manoscritto nella Biblioteca Nazionale di Napoli, incentrato sulla celeberrima maschera di Pulcinella. I concepteurs cominciano a lavorare intorno alla figura di Pulcinella dandogli una forma del tutto originale. Stravinskij, nel comporre la musica, intraprende una nuova direzione e realizza la prima composizione neoclassica, il cui materiale tematico è tratto da Giovanni Battista Pergolesi ma rielaborato in chiave moderna. Massine, per supplire alla mancanza di espressività nel volto di Pulcinella che indossa una maschera, crea una coreografia non solo ricca di valori pantomimici ma in grado di modellare espressivamente il corpo dei danzatori. A Napoli aveva infatti avuto modo di assistere a numerosi spettacoli di marionette con Pulcinella protagonista, rimanendo particolarmente affascinato dai suoi continui cambiamenti nel gesto. Picasso realizza una scenografia la cui scomposizione in rettangoli, quadrati e trapezi si rifà all’impostazione geometrica del cubismo e le cui tinte fredde esaltano i colori brillanti dei costumi. La coreografia di Léonide Massine è ripresa da suo figlio Lorca Massine, ballerino e coreografo di fama internazionale, che da sempre mantiene viva la tradizione artistica tramandatogli dal padre e intrattiene con il Teatro dell’Opera di Roma, di cui ha diretto il Balletto dal 1981 al 1983, una relazione speciale. Assistenti alla ripresa coreografica sono Anna Krzyskow e Manuel Paruccini. Le scene e i costumi di Pablo Picasso sono ricostruite da Maurizio Varamo le prime e da Anna Biagiotti le seconde per l’allestimento del Teatro dell’Opera di Roma. Le luci sono di Mario De Amicis. Le musiche sono eseguite su base registrata.


























































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