Chieti. L’università D’Annunzio presenta, in presenza e on line, i risultati della prima campagna di scavi nella necropoli settentrionale di Vulci nell’area, localmente, denominata come Poggio o Punta delle Urne: finora identificate 25 sepolture ad incinerazione sia del tipo a pozzetto circolare che a fossa con risega
Nel mese di novembre 2021, tra il giorno 8 e il 26, si è svolta la prima campagna di scavi nella necropoli settentrionale di Vulci nell’area, localmente, denominata come Poggio o Punta delle Urne. L’origine del nome, non presente nella cartografia, si deve al ritrovamento, occasionale, da parte di scavatori clandestini, nel 1964, della “famosa” urna capanna in bronzo attualmente esposta nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. Le ricerche, autorizzate con concessione per il triennio 2021-2024 dalla Direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio del ministero per la Cultura su parere favorevole della soprintendenza Abap di Viterbo e l’Etruria meridionale, sono state condotte, in piena e totale collaborazione con il parco archeologico e naturalistico di Vulci, dall’università Gabriele D’Annunzio di Chieti Pescara, titolare il professor Carmine Catenacci, direttore il professor Vincenzo d’Ercole. Giovedì 19 maggio 2022, incontro in presenza e on line sugli scavi Ud’A a Vulci “Risultati della campagna di scavo archeologico 2021”. Appuntamento alle 11, in aula Giuntella, Edificio di Lettere e Beni culturali, Campus universitario di Chieti. E on line al link https://teams.microsoft.com/l/meetup-join/19%3aM-vxYp2sRXlKmV0MSxpzpHazhXlip4GGjXn_5n7qtRY1%40thread.tacv2/1651076556425?context=%7b%22Tid%22%3a%2241f8b7d0-9a21-415c-9c69-a67984f3d0de%22%2c%22Oid%22%3a%226ab30605-6d99-4ae7-8d14-6d23169ad66d%22%7d.

I vasti panorami che ci regala il parco archeologico naturalistico di Vulci (foto graziano tavan)
È stata esplorata un’area di 100 mq situata nel punto più alto della lingua di terra che si trova fra Casaletto Mengarelli ad Est e il Casale dell’Osteria ad Ovest. Nell’area di scavo, non esaustivamente esplorata, sono state, finora, identificate 25 sepolture ad incinerazione sia del tipo a pozzetto circolare che a fossa con risega. La maggior parte delle sepolture era stata manomessa sia dalle lavorazioni agricole, che avevano tagliato ed asportato la parte superiore delle urne cinerarie (colli ed orli dei biconici), che dagli interventi dei clandestini particolarmente devastanti nei casi delle tombe più monumentali: a fossa e a camera? Alcune sepolture a pozzetto, tombe 2, 3 e 6, collocate nella porzione di banco geologicamente più solido, nell’angolo nord ovest dell’area indagata, risultavano vuote, prive cioè di ogni reperto archeologico e antropologico: asportato in antico? Potrebbe infatti trattarsi dei resti di contesti ad incinerazione scavati nei secoli scorsi e non posizionate esattamente sul terreno. Sul lato orientale dello scavo si individua un altro pozzetto già svuotato, tomba 24, eccezion fatta per i resti di rogo rinvenuti sul fondo. Visibili solo in parte e pertanto non indagate risultano una fossa posizionata nell’angolo nord ovest, tomba 5, e i pozzetti numero 14, 17, 18 e 23 collocati nel settore orientale dello scavo. L’area meglio conservata è risultata essere quella sud-orientale dello scavo nella quale il banco di base risultava meno solido e compatto non permettendo ai “forini” dei tombaroli di distinguere, con precisione, tra il terreno in posto, di maggiore consistenza, e quello di riempimento delle sepolture più morbido e “penetrabile” con le punte degli spiedi (gli strumenti in ferro a forma di T). In questa zona è stato individuato un “grappolo” di pozzetti per incinerazioni manomessi solamente dalle arature meccaniche degli ultimi 70/80 anni. In particolare è stata portata alla luce la tomba 1, di 50 cm di diametro, pertinente ad un individuo femminile di circa 18/20 anni di età con un corredo composto da un biconico tagliato poco sopra il punto di massima espansione, all’interno del quale erano state deposte due fibule in bronzo, frammenti di lamina in bronzo decorata a sbalzo, gancetti metallici ed una fuseruola biconica in ceramica. La tomba 1 era stata tagliata dalla sepoltura numero 7 nella quale si rinvengono frammenti dell’urna cineraria con la base ancora in situ e degli anellini in bronzo. Sul lato sud-ovest della sepoltura precedente, di 80 cm di diametro, una lastra quadrangolare in pietra copriva un pozzetto di circa 40 cm di diametro che conteneva, ancora in situ, un biconico coperto da una scodella (tomba 7bis). All’interno dell’urna, oltre ai resti di un individuo infantile di 2/3 anni di età alla morte, vi era una fibula in bronzo. Ai margini occidentali di questo gruppo di sepolture è venuta alla luce la tomba 11 che ha restituito, oltre alla scodella e al biconico in frammenti, un “ricco” corredo, sempre di carattere femminile, con due scaraboidi in fayence con incastonatura mobile in argento, una tazza carenata, 158 borchiette di bronzo, vaghi in ambra, pasta vitrea ed argento, tre elementi tubolari di collana in bronzo. Il “grappolo” di sepolture si chiude, per ora, con la tomba 25 contenente l’urna biconica ed una armilla in bronzo. L’area centrale dello scavo è caratterizzata dalla presenza di grandi pozzetti circolari di oltre un metro di diametro che hanno suscitato l’interesse degli scavatori clandestini: tra questi si segnala la tomba 16, coperta da un grande lastrone circolare, con un orciolo decorato a lamelle metalliche, un rocchetto, due fibule in bronzo, vaghi ed anellini in ambra e bronzo, tre pendenti tubolari, biconici, in bronzo. La sepoltura più recente (seconda metà VIII secolo a. C.) portata alla luce è la tomba 4, una corta fossa con risega su cui poggiavano le lastre di copertura rinvenute cadute in cui era deposto un incinerato in biconico con articolato corredo femminile formato da uno scaraboide, una coppia di alari in ferro, una fuseruola, elementi in bronzo, coppe baccellate in impasto bruno della caratteristica produzione vulcente ed almeno una decina di vasi scampati al saccheggio dei violatori di tombe etrusche. Allo scavo hanno partecipato, oltre a studenti e laureati delle Università di Chieti-Pescara, Roma Sapienza e Padova, specializzandi dell’Istituto Centrale per il Restauro coordinati da Vilma Basilissi, antropologi fisici diretti da Alfredo Coppa e Francesco di Gennaro.
Al museo civico Archeologico di Orbetello il workshop “Conoscere senza scavare. La storia del territorio attraverso l’archeologia non invasiva: risultati e prospettive”, due giorni di studio in presenza e online con la presentazione dei risultati di tre progetti nelle aree di Orbetello (GR), Altinum (VE) e Sant’Andrea Priu a Bonorva (SS)

È sempre necessario scavare o esistono altri metodi per conoscere un giacimento archeologico? Quale aiuto può dare la cartografia digitale per conoscere e tutelare il patrimonio? E come si combinano le due cose? C’è da tutto questo un vantaggio per le comunità interessate? Da domande simili e da esperienze maturate sul campo scaturisce il workshop “Conoscere senza scavare. La storia del territorio attraverso l’archeologia non invasiva: risultati e prospettive” in programma al museo civico Archeologico nell’ex Polveriera Guzman di Orbetello sabato 12 marzo (ore 9.30-17.30) e domenica 13 marzo 2022 (ore 9.30-13.30), promosso dall’Istituto centrale per l’Archeologia (ICA), nell’ambito della Direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio (DG-ABAP), con la collaborazione dell’amministrazione comunale di Orbetello e della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Arezzo Grosseto e Siena (SABAP-SI). Le due giornate di studio si svolgono in presenza nella ex Polveriera Guzman (sede del museo civico Archeologico di Orbetello) e si possono seguire on line sulla pagina Facebook dell’Istituto centrale per l’archeologia (@IstitutoCentraleArcheologia). L’incontro di studi fa parte dei “Discorsi sul metodo”, finora promossi e organizzati dall’ICA in varie sedi istituzionali, con l’obiettivo di approfondire temi legati alla ricerca archeologica e al suo ruolo per la collettività. L’evento di Orbetello, che il Comune ha voluto ospitare, è un esempio di collaborazione e condivisione fra un’Amministrazione comunale e uffici centrali e periferici del ministero della Cultura, in cui la comunità locale non è teatro passivo della ricerca, ma svolge un ruolo attivo in una fase fondamentale qual è la prima presentazione dei risultati raggiunti; da parte loro, l’idea di spostare il workshop “dal centro al territorio” attua il principio secondo cui fine ultimo di qualsiasi ricerca è la sua condivisione con il pubblico, anche dei non addetti ai lavori, così da dare l’opportunità alla cittadinanza di partecipare alla costruzione di un futuro ben saldo, perché basato sulle proprie radici, creando un modello di sinergia che potrà essere riproposto per altri temi scientificamente fondati.

Il programma (vedi getFile.php (beniculturali.it) inizia con la presentazione del “modello Orbetello” e del suo contesto archeologico per proseguire, dopo l’inquadramento disciplinare curato da esperti del settore, con l’illustrazione del piano di interventi, attuato negli anni appena trascorsi su fondi della Direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio, con sperimentazione nei 3 siti campione: il centro storico di Orbetello (GR), quello di Sant’Andrea Priu a Bonorva (SS) e gli scavi di Altinum a Quarto d’Altino (VE). In questi siti, metodi di indagine non distruttiva sono stati applicati per “conoscere senza scavare” contesti differenti sia per caratteristiche del popolamento antico sia per dinamiche dell’insediamento contemporaneo. Ora si testerà l’inserimento di una sintesi dei dati raccolti nel Geoportale nazionale per l’Archeologia, secondo lo standard di descrizione e rappresentazione adottato per questo strumento di cartografia digitale, curato dall’ICA, grazie anche alla costante e proficua collaborazione del Servizio II della stessa DG-ABAP e dell’Istituto centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD). A seguire, si mostrano aspetti del contesto generale in cui il piano illustrato si inserisce: il significato delle riserve archeologiche, presente nella Convenzione de La Valletta 1992 ma già teorizzato dalla Commissione Franceschini prima del 1967; il quadro scientifico, normativo e amministrativo entro cui si opera; le ricadute per le comunità coinvolte.

Si continua con relazioni che forniscono parametri sia di metodo sia all’interno dell’azione amministrativa, e particolari esempi di applicazione, come le indagini subacquee. Segue il confronto con la presentazione di alcune esperienze di ricerca e di approcci metodologici da alcuni Paesi europei, come Norvegia, Regno Unito, Germania. Si giunge infine alla presentazione di aspetti legati allo sviluppo del piano: per primo, l’ambito della legalità, affidato al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; quindi l’inserimento delle indagini non invasive nel piano di valorizzazione di aree archeologiche. Conclude i lavori l’esposizione di alcuni significativi interventi operati recentemente direttamente dalla SABAP-SI o comunque nell’ambito delle sue funzioni di tutela del territorio grossetano: lo scavo del sito di Monterotondo Marittimo e il recupero del relitto di Follonica (interventi condotti grazie a finanziamenti della DG ABAP); il progetto di ricollocamento nella sua posizione originaria del Mosaico del Labirinto della villa romana di Giannutri (realizzato grazie alla sponsorizzazione del Rotary Club di Grosseto); gli interventi di carotaggio e geofisici in laguna e nei suoi tomboli, fino al ruolo della carta archeologica nella pianificazione urbanistica a Orbetello.
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