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#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 21.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco si sofferma sul sarcofago di Khonsumes, tipico sarcofago maschile del Terzo Periodo Intermedio

Col 21.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco ci presenta stavolta i sarcofagi maschili descrivendo il sarcofago di Khonsumes esposto nella galleria dei Sarcofagi del museo Egizio di Torino. Siamo ancora di fronte a un cosiddetto sarcofago giallo, coperto di decorazioni con l’horror vacui, e la presenza degli stessi elementi dell’unità solare osiriaca: la dea Nut al centro. Sopra la sua testa il simbolo del cielo, solcato da una barca con all’interno uno scarabeo alato con la testa d’ariete, sormontato da un disco solare, e ai due lati la rappresentazione del dio Osiride. Ma perché questo è sicuramente un sarcofago maschile? “Innanzitutto ha una parrucca striata e non decorata a falde larghe orizzontali come un sarcofago femminile, come quello di Tabekenkhonsu”, spiega Greco. “Poi vediamo che invece di avere due mani stese ha due pugni. E non c’è la decorazione di orecchini e né vediamo le rosette sotto le falde della parrucca a indicare i seni. Quindi questo è un sarcofago maschile: siamo all’epoca della XXI dinastia, ed è proprio ora che si vede la distinzione di genere nei sarcofagi. Il sarcofago in questo periodo diventa quell’elemento che raccoglie in sé tutti gli elementi fondamentali per la resurrezione del defunto. E se andiamo a vedere la cassa, vediamo, riconosciamo scene che eravamo abituati a vedere nei rilievi delle tombe tebane. La tomba è rappresentata sormontata da una piramide in mattoni crudi con la parte della cuspide resa in un altro colore perché quella era la parte in pietra dove vi era il pyramidion. La tomba è inserita poi all’interno della necropoli, della montagna tebana, custodita da uno sciacallo. E dalla montagna tebana esce la vacca hathorica, simbolo della dea Hathor, la dea dell’Occidente, custode della necropoli tebana. Anche qui c’è sulla campitura del sarcofago come uno squarcio, di colore diverso dal giallo, per mostrarci l’aldilà. E poi c’è la scena della teogenesi ovvero della dea Nut nuda, simbolo del cielo, ricurva che forma quasi una volta sostenuta da Shu, e a terra invece una divinità maschile verde che è il dio Geb. Dall’unione di Nut e Geb nasceranno le quattro divinità: Iside, Nefti, Osiride e Seth”.

La dea Hathor appare tra i rami del sicomoro: particolare della cassa del sarcofago di Tabekenkhonsu (foto museo Egizio)

Sulla cassa del sarcofago di Tabekenkhonsu ci sono alcune scene molto interessanti. “Innanzitutto, la rappresentazione della dea dell’Occidente, Hathor, che appare nell’albero sicomoro e versa, quasi facesse una libagione, dell’acqua al defunto che è qui in adorazione. L’albero si trova di fronte alla tomba, la tomba di nuovo resa con la sua facciata, sormontata dalla piramide e la parte alta, la cuspide, il pyramidion in pietra. E questa raffigurazione ci ricorda anche un inno delle tombe tebane in cui sappiamo che i familiari che fanno visita alla tomba vengono invitati a soffermarsi e a sedersi sotto i rami dell’albero sicomoro; e quando sentiranno il frusciare delle foglie non dovranno pensare che quello è il vento ma le anime dei defunti che vengono lì a sedersi. Di nuovo la tomba – sottolinea Greco – è quell’elemento liminale che permette l’incontro tra i viventi e i defunti. E poi al centro è rappresentata una scena importantissima che abbiamo visto nel papiro di Iuefankh: il capitolo 125 del Libro dei Morti. La defunta Tabekenkhonsu in abiti di viventi si trova all’interno di uno spazio architettonico definito. Dietro di lei vi è una divinità femminile con una testa un po’ strana, che per noi però è molto utile perché quella testa resa in quel modo è un geroglifico e di legge “imentet” e quindi è la dea dell’Occidente, Hathor. Tabekenkhonsu assieme alla dea dell’Occidente entra in questo spazio. Davanti a lei c’è il dio Thot, il dio della scrittura, il dio della sapienza, con in mano la paletta scrittoria, che è lì a scrivere. Perché? Perché questa è una versione molto compatta del capitolo 125 del Libro dei Morti. Non vediamo la scena della psicostasia, però sappiamo che siamo di fronte a Osiride che siede in trono seguito dalla dea Iside. E riconosciamo un altro elemento importante: il mostruoso Ammit, il divoratore, che qui è rappresentato con la testa di coccodrillo, la parte anteriore di leone, la parte posteriore di ippopotamo. È lì pronto a divorare il cuore nel caso risultasse più pesante della piuma. Anche se la scena della psicostasia qui non è resa, sappiamo che abbiamo a che fare con questa. C’è un altro elemento importante: la presenza del dio Horus, colui che deve vendicare il padre dopo che era stato ucciso da Seth. E lo vediamo qui con la corona dell’Alto e del Basso Egitto, quindi è colui che adesso ha saldamente il potere sull’Egitto ed è succeduto al padre Osiride”.

Da Atum a Horus: la cosmogonia dell’Antico Egitto elaborata a Eliopoli al centro della mostra di Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini”

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

L’egittologo Alessandro Roccati

“La nascita del mondo (cosmogonia) costituisce uno dei cardini della religione egizia”, spiega l’egittologo Alessandro Roccati, uno dei curatori della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: “Secondo la visione egizia, l’uomo che diventava faraone si trasformava in dio, ovvero rivelava la propria natura divina non riconosciuta prima”. Quindi, dopo aver incontrato i popoli che nel II e I millennio a.C. interagirono con l’Antico Egitto; aver conosciuto le principali città che sorgevano lungo il Nilo, da Alessandria a Menfi a Tebe; ed essere stati a tu per tu con i faraoni, è arrivato il momento di saperne di più del pantheon egizio, tema della quarta sala della mostra jesolana. Il faraone era quindi “il solo a poter fornire il tramite con la popolazione celeste che avrebbe protetto il genere umano. Ma si pensava che anche gli dei avessero avuto un’origine, come avrebbero avuto una fine”.

Raffigurazione di Osiride proiettata sulla parete di un tempio egizio nella mostra di Jesolo (foto Gianfranco Grendene)

Stele in calcare con il dio Bes di tarda età tolemaica dal museo Barracco di Roma (foto Gianfranco Grendene)

La prima entità cosmica fu Atum, il “Tutto”. Da lui si generarono due coppie, che diedero origine ad altre due, nelle quali si riconoscono i quattro elementi: l’Aria (Shu) e il Fuoco (Tefenet), genitori della Terra (Geb: maschile in egiziano) e del(l’Acqua del) Cielo (la dea Nut). Geb e Nut separati da Shu, misero al mondo due coppie di dei, Osiride e Iside, Seth e Nefti. Dall’unione miracolosa di Osiride (che era stato ucciso da Seth) e Iside nacque Horus, il bambino modello di ogni faraone. La natura sregolata di Seth, oltre a portarlo all’uccisione di Seth, gli impedì di avere una famiglia stabile. Dalla sua unione con Nefti nacque Anubi, il dio dell’imbalsamazione (che però potrebbe essere stato frutto di una “scappatella” di Thot), ma da altre sue unioni adulterine furono generati demoni. In seguito alla sua morte, Osiride fu nel tempo considerato il dio dei morti. Atum fu presto collegato alla dottrina che vedeva nel Sole (il dio Ra, uno dei due occhi del cielo; l’altro era considerato Thot, la Luna) il creatore del mondo. Atum fu considerato quindi il sole serale, ormai vecchio, mentre il sole mattutino fu impersonato da Khepri. “Questa”, conclude Roccati, “fu la teologia elaborata ad Eliopoli (in greco la “città del sole”), presso Menfi, l’antica capitale. Essa non fu l’unica, ma altre fiorirono nel lungo periodo, connesse alle figure di altri grandi dei”.

Bronzetto ella collezione Sinopoli con il falco che porta la doppia corona dell’Alto e Basso Egitto del tardo periodo tolemaico (foto Gianfranco Grendene)

Gruppo di divinità egizie proiettate nella mostra jesolana (foto Graziano Tavan)

In mostra, accanto alla proiezione su una parete del tempio di gruppi di divinità egizie che sembrano materializzarsi e sparire nella sabbia del deserto, e a ampi pannelli con l’elenco e la descrizione delle singole divinità, ecco un bronzetto votivo di Ptah della XXV-XXVI dinastia (dal museo di Storia ed arte di Trieste) o la stele di Bes di età tardo-tolemaica (dal museo Barracco di Roma), e poi amuleti con Thot, Tauret, Bes e Pateco (museo Egizio di Firenze). Particolarmente interessante una statua in bronzo di falco con la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto del tardo periodo tolemaico che fa parte della collezione Sinopoli. “Il bronzetto”, spiegano gli egittologi, “riproduce il dio del cielo Horo sotto forma di falco, particolarmente venerato nel santuario di Edfu e identificato dai greci con Apollo. La corona che porta sul capo lo indica come titolare della regalità: il nome di Horo fu il primo titolo portato dai faraoni dall’inizio dell’età storica”.

(4 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio 2018)

A Tuna el-Gebel, vicino a Minya, nel Medio Egitto, scoperta una necropoli di tombe rupestri dei sacerdoti del dio Thot: in otto tombe di famiglia ritrovati 40 sarcofagi, molte mummie, oltre mille ushabti in faience. Il ministro: una scoperta eccezionale destinata a portare nuove conoscenze alla fine degli scavi nei prossimo cinque anni

Il ministro egiziano delle Antichità Khaled el-Enani dentro le tombe rupestri scoperte in una necropoli di Tuna el-Gebel

Mille ushabti, quaranta sarcofagi e molte mummie da otto tombe di Tuna el-Gebel, vicino alla città di Minya, nel medio Egitto: le tombe apparterrebbero ai sacerdoti di Thot, dio della sapienza, e ai loro familiari e risalirebbero a un periodo che va dall’Epoca Tarda all’inizio della dinastia tolemaica (VII-IV sec. a.C.). “L’eccezionale scoperta” (l’hanno definita le autorità egiziane) di una necropoli di tombe rupestri è stata annunciata dal ministro egiziano delle Antichità Khaled el-Enani: “E questo è solo l’inizio, frutto di due mesi di indagini. Ci vorranno almeno 5 anni per indagare in maniera esaustiva l’intera area archeologica”. Le piccole statue, il cui nome in egizio significava “quelli che rispondono”, elemento integrante ed indispensabile del corredo funebre, sono state trovate dalla missione  archeologica  egiziana, guidata dal Segretario Generale del Supremo consiglio delle Antichità, l’archeologo Mostafa Waziry. Il team di archeologi ha infatti portato alla luce “una incredibile necropoli di tombe rupestri della seconda metà del I millennio nei pressi di Minya, nella zona di el-Gharifa a quasi dieci chilometri a Nord di Tuna el-Gebel”, località sulla riva occidentale del Nilo a Ovest di el-Ashmunein, chiamata in greco Hermopolis, cioè la città del dio Hermes (corrispondente all’egizio Thot).

Il deserto occidentale dove sorge la località di Tuna el-Gebel, vicina al sito di el-Ashmunein chiamata in greco Hermopolis (foto Maurizio Zulian)

“Sparsi su sette chilometri di deserto vi sono numerosi monumenti”, spiega Maurizio Zulian, conservatore onorario egittologo della fondazione museo civico di Rovereto, per la quale ha curato la catalogazione dei siti archeologici del Medio Egitto in partnership con il Consiglio supremo delle antichità egiziane. “Il primo che si incontra durante la visita del sito, sulle pendici della bassa falesia è una delle stele di confine di Amenofi IV (Akhenaton), la cosiddetta stele A, tra le meglio conservate e comoda da raggiungere: delimitava la frontiera di Akhetaton (Amarna). Lì vicino un’altra stele di confine , la stele B, è ai limiti della terra coltivata. Più avanti, verso Sud, incontriamo la famosa tomba di Petosiri, un monumento funerario  prestigioso, una parte del quale è dedicato al proprietario della tomba l’altra ai membri della sua famiglia”. Si tratta di un tempio tradizionale in miniatura: “L’edificio – continua Zulian – combina lo spirito della tomba con quello del tempio. Si colloca tra la fine delle dinastie egizie e l’arrivo di Alessandro in Egitto”.

La “città dei morti” greco-romana nella zona di Tuna el-Gebel (foto Maurizio Zulian)

“A sud di questa tomba monumentale si estende una vasta città dei morti greco-romana con proprie strade di accesso. Le tombe e le case funerarie sono decorate con pitture egittizzanti dai vivaci colori. La più famosa è quella di Isidora che conserva ancora al suo interno la mummia della giovane annegata nel Nilo. A nord-ovest della tomba di Petosiri furono scavati grandi tunnel che occupano una superficie di alcuni ettari: queste catacombe erano i sepolcri di ibis e cinocefali, animali sacri a Thot, dei quali sono state ritrovate migliaia di mummie molte delle quali sono ancora in loco”.

“L’esercito” di ushabti trovati nelle tombe rupestri di Tuna el-Gebel (foto ministero delle Antichità egiziane)

“La scoperta delle tombe con gli ushabti, oltre mille statuette in faience”, interviene il ministro, “è destinata a portare a nuove rivelazioni una volta completati gli scavi del sito, una necropoli  per tombe di famiglia, che comprende un gran numero di pozzi di sepoltura. Finora ne sono state trovate otto che si possono datare tra la fine del periodo Tardo e l’inizio del periodo Tolemaico. La missione ha trovato una quarantina di sarcofagi in calcare, un gruppo di sepolture dei sacerdoti del dio Thot, la divinità principale del XV nomo la cui capitale era Ashmunein”.  Secondo il ministro particolarmente interessante una tomba che dai primi rilievi sembrerebbe appartenere a un sommo sacerdote di Thot, l’antico dio egizio della sapienza, della scrittura, della magia, della misura del tempo, della matematica e della geometria, rappresentato con una testa di Ibis. Il sacerdote, identificato dai geroglifici sui vasi canopi come Djehuty-Irdy-Es, ricevette il titolo di “Uno dei Grandi Cinque”, che veniva riservato al più anziano dei sacerdoti del dio. Tra i reperti, alcuni dei quali perfettamente conservati, è stato trovato anche uno scarabeo che riporterebbe l’iscrizione propiziatoria “Buon anno”. “Il caso ha voluto”, ha fatto notare Mostafa Waziry, “che quello scarabeo sia stato ritrovato proprio alla fine di dicembre 2017”.