#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 17.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, completa l’illustrazione della tomba di Kha e Merit soffermandosi sul corredo intatto, una straordinaria capsula del tempo che ci riporta al 1350 a.C.
Il 17.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” è il terzo e ultimo dedicato alla tomba di Kha e Merit. Il direttore Christian Greco illustra “Il corredo di Kha e Merit”, corredo intatto, una straordinaria capsula del tempo che ci riporta al 1350 a.C. Ci sono i letti con poggiatesta di Kha e di Merit. E poi le giare ancora con residui di cibo all’interno, firmate con il nome del defunto. “Si legge en ka en kha cioè per lo spirito vitale di Kha e poi ankh wehem cioè possa egli vivere di nuovo”, spiega Greco. “E a volte c’è scritto en ka en imy-er kawt Kha, cioè per la forza vitale del responsabile delle opere Kha. Quindi tutto viene definito con il nome del proprietario. E queste sono le offerte funerarie che devono essere messe all’interno della tomba in modo che il defunto possa fruirne dopo la morte”.

Il beauty case di Merit, parte del corredo nella tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Ma all’interno della tomba sono stati posti anche oggetti che probabilmente erano stati usati dalla coppia, da Kha e Merit, durante la vita. A cominciare dal cosiddetto beauty case di Merit: una cassetta che conteneva una serie di oggetti in alabastro che contenevano gli unguenti, per il belletto di Merit. “Invece il contenitore a forma di palma serviva invece al kohl, al trucco per gli occhi. E c’è anche un oggetto eccezionale: una parrucca in capelli veri che era contenuta all’interno di un porta-parrucca meraviglioso, anche nella sua forma, nel suo design, direi quasi minimalista e contemporaneo. E dove un’iscrizione ci dice un’offerta che il sovrano e Osiride devono dare al ka, alla forza vitale di Merit. E non solo Merit aveva i suoi oggetti personali ma anche Kha. Kha era il capomastro, quindi doveva garantire che i lavori potessero andare avanti all’interno delle tombe, all’interno della necropoli”. Ecco spiegato la serie di oggetti che servivano a misurare, la paletta dello scriba, una bilancia, dei trapani. Ma anche lui ha oggetti per la cura della persona: “Un borsellino in cuoio che conteneva dei rasoi e un vaso di alabastro, dove di nuovo leggiamo per il ka, per la forza vitale di Kha, con all’interno c’era d’api che probabilmente veniva usata come emulsionante dopo la rasatura. E poi borracce per l’acqua che venivano utilizzate probabilmente al lavoro. Ci sono anche dei filtri che servivano per filtrare le impurità della birra, e i bastoni lavorati a intrecci con particolari in cui in cuoio, che indicano il ruolo che Kha poteva avere, un ruolo di rilievo nel dirigere le squadre di lavoratori”.

Le tuniche di Kha, parte del corredo nella tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Un altro oggetto di una valenza incredibile è il cubito. “Gli Egizi usavano il cubito per misurare: il cubito era la distanza tra il gomito e l’indice, calcolata in 48 centimetri. Questo cubito è un dono che il sovrano Amenofi II fa a Kha. Un cubito coperto da una foglia d’oro che indica quanto il sovrano abbia apprezzato Kha facendogli un dono così prezioso. Peraltro sappiamo, perché l’abbiamo visto nelle recenti ricerche sulla mummia, come all’interno della mummia sia contenuto anche lo “shebyu” o collare dorato. Ma la valenza del corredo è incredibile soprattutto se pensiamo che questi oggetti risalgono al 1350 a.C. e si sono conservati perfettamente come le tuniche di Kha. E deve essere stata davvero incredibile la sorpresa che Ernesto Schiaparelli e i suoi archeologi ebbero quando entrarono all’interno della camera sepolcrale e videro tutti questi tessuti, tutti firmati col nome di Kha o un suo anagramma. La tomba di Kha – conclude Greco – è quindi uno dei gioielli più importanti che abbiamo al museo Egizio: 467 reperti che ci fanno capire quale attenzione lui e la moglie abbiano messo al rituale perché il loro corpo potesse essere preservato, perché fosse seguito il rituale funerario e loro potessero vivere dopo la morte, ma che ci permettono al contempo anche di vedere quali fossero le loro abitudini di vita, di cosa si cibassero e di come si prendessero cura del corpo. È davvero quasi una capsula del tempo che ci permette di capire come avveniva la vita nel 1350 a.C.”.
#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 16.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, si sofferma sul papiro di Kha che contiene il Libro dei Morti
Il 16.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” è il secondo dei tre dedicati alla tomba di Kha e Merit. Il direttore Christian Greco illustra il papiro di Kha che contiene il Libro dei Morti: un testo policromo meraviglioso, lungo più di 14 metri, esposto in tutta la sua estensione e bellezza al museo Egizio di Torino. “All’inizio – spiega Greco – c’è un’immagine con Kha seguito da Merit di fronte a un tavolo di offerte. Dietro, all’interno di una cappella sorretta da colonne papiriformi, siede Osiride, il sovrano dell’Oltretomba, rappresentato con il colore verde, il colore della fertilità. Osiride siede su un trono a fianco del quale c’è un simbolo che si legge sema-tawy che significa l’unione dell’Alto e del Basso Egitto. Osiride poggia i piedi su una pedana che ha la stessa forma del geroglifico che si legge “maat” (“giustizia”). Quindi lui come sovrano dell’Oltretomba garantisce la giustizia e l’ordine”. Kha e Merit, nella raffigurazione, sono coperti di gioielli. “Quello che è interessante – continua Greco – è che le Tac che abbiamo fatto alle mummie di Kha e Merit hanno mostrato che all’interno delle bende ci sono effettivamente questi magnifici gioielli. Kha ha attorno al collo un collare “shebyu”, un collare dell’onore, che veniva dato ai funzionari come ricompensa del sovrano per i loro servizi. E ha uno scarabeo del cuore ancora intatto, ancora all’interno delle fasce della mummia. Scarabeo probabilmente iscritto con il capitolo 30a o 30b al Libro dei Morti in cui si dice al cuore di assistere il defunto, di dire la verità a Osiride e di non tradirlo. Probabilmente questo scarabeo ancora iscritto contiene anche il nome e il titolo del defunto, di Kha, e noi stiamo cercando di sviluppare delle tecnologie per riuscire a leggere questi geroglifici. Merit, all’interno delle bende della mummia, ha proprio il collare “wsekh”, riprodotto sul papiro. Questo collare a giorno le decora la parte superiore del collo e del petto. E poi aveva anche una cintura fatta di conchiglie, una serie di bracciali e di orecchini molto pesanti”.

Particolare del papiro di Kha conservato al museo Egizio di Torino con Kha e Merit al cospetto di Osiride (foto museo Egizio)

Particolare del papiro di Kha conservato al museo Egizio di Torino con la barca e il sarcofago in verticale e sotto le colonne in geroglifico del Libro dei Morti (foto museo Egizio)
Kha e Merit si trovano dunque di fronte a Osiride. Segue un’altra scena dove si vede una barca con un catafalco che viene trasportato da una slitta. “Il sarcofago poi viene messo in verticale di fronte all’apertura della tomba e qui – ricorda Greco – riconosciamo un rituale che abbiamo già visto in una delle “passeggiate” precedenti ed è quello dello Pesh Kef: il Pesh Kef è lo strumento che viene utilizzato da un sacerdote sem nel momento in cui sta portando avanti il rituale dell’apertura della bocca. Il defunto deve tornare a respirare, deve tornare a poter fruire non solo dell’aria ma anche delle offerte che per lui vengono depositate nella tomba. E il testo del papiro ci indica in modo molto chiaro ciò che sta avvenendo. Leggiamo: è il giorno del funerale, del responsabile delle opere, Kha. I geroglifici che indicano il nome di Kha e di Merit sono più spaziati rispetto a quelli nelle altre colonne: potrebbe indicare che sono stati inseriti all’ultimo momento. E questo potrebbe significare che esistevano dei modelli di papiri quasi pronti: si poteva andare probabilmente in una bottega a scegliere parte dei papiri e i nomi dei proprietari che volevano avere il papiro potevano essere aggiunti all’ultimo momento”.
#iorestoacasa. Il museo Egizio di Torino arriva a casa tua: ripartono gli incontri dopo tre mesi, ma in modalità live streaming. Presentazione del libro “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano

La locandina della presentazione in streaming del volume “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano
Tre mesi dopo. Ma in modalità compatibile con i musei all’epoca del coronavirus. Così il museo Egizio di Torino arriva “a casa tua”: martedì 12 maggio 2020, alle 18, presentazione in live streaming del volume “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano. L’ultimo incontro nella sala conferenze del museo Egizio di Torino è stato quello del 4 febbraio 2020 con l’egittologo ungherese Gábor Schreiber su “Glimpses into the history of Theban Tombs 32 and -400-: The Ramesside owners” (“Scorci nella storia delle Tombe tebane 32 -400-: i proprietari ramessidi”) ; perché quello del 25 febbraio 2020 (con Antonio J. Morales sulla missione archeologica dell’università di Alcalà (Madrid) nella zona di Deir el-Bahari) e del 3 marzo 2020 (con la presentazione del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi” di Silvia Giorcelli Bersani) erano stati annullati. Dunque martedì 12 maggio 2020, alle 18, la pagina Facebook del museo Egizio di Torino ospiterà la presentazione del libro “Museo e media digitali”, a cura di Nicolette Mandarano. Un’iniziativa che si inserisce nell’ambito delle attività digitali messe a disposizione del pubblico dal Museo nel corso dell’emergenza sanitaria, per continuare a dialogare con i propri pubblici anche a distanza. La presentazione sarà introdotta dal direttore del museo Egizio, Christian Greco, e si svolgerà in dialogo con il direttore Comunicazione del museo Egizio, Paola Matossi L’Orsa.
Nicolette Mandarano è storica dell’arte, esperta in comunicazione digitale del Patrimonio culturale. È Digital media curator per le Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini e Galleria Corsini. È docente di Multimedialità dei Beni culturali all’Accademia di Belle Arti di Frosinone, docente di Tecnologie per la valorizzazione e la comunicazione del Patrimonio Culturale presso la Scuola di Specializzazione in Beni storico-artistici di Sapienza e coordinatore didattico-scientifico del master di I livello Digital Heritage. Cultural communication through digital technologies di Sapienza.
Qual è il rapporto tra musei e media digitali? Quali sono i mezzi più adatti per creare un dialogo fra istituzione museale e visitatore? Il libro offre una risposta concreta a queste e altre domande. Dopo aver ripercorso brevemente la storia della relazione fra musei e comunicazione, l’autrice indaga il contesto attuale in cui tale rapporto si sviluppa. Analizza gli strumenti che possono essere impiegati nei percorsi museali per coinvolgere il visitatore, agevolando la fruizione e la comprensione delle opere esposte e del loro contesto. Affronta, inoltre, il tema della comunicazione museale online, fra siti web e piattaforme social, per individuare le buone pratiche comunicative, in ambito italiano e internazionale. Chiude il libro una riflessione sulle modalità della fondamentale e irrinunciabile trasformazione digitale dei musei italiani.
#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 15.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino
Il 15.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” ci porta a conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino, l’unico corredo intatto del Nuovo Regno che sia preservato fuori dall’Egitto. “Forse è un tesoro che non tutti conoscono”, esordisce il direttore Christian Greco, “ma non avrò pace – l’ho detto più volte – finché tutti gli italiani, e speriamo tutto il mondo, non sapranno che al museo Egizio c’è questo corredo unico, che io ritengo valga una visita a Torino e valga una visita al museo Egizio. Vale programmare forse anche una visita in Italia per venire a vedere questo corredo funerario unico e che vi aspetta presto a Torino, quando potrete tornare, quando saremo di nuovo pronti ad accogliervi all’interno di questo museo”. La scoperta della tomba di Kha è un classico dell’archeologia. Nel 1905 gli operai, sotto la direzione di Ernesto Schiaparelli, stanno lavorando in una zona a Nord-Ovest del villaggio di Deir el Medina dove trovano una cappella, la cappella di Maya. E trovano anche la cappella di Kha. I dipinti, le pitture, della cappella di Maya vengono staccati e portati al museo Egizio mentre le pitture della cappella di Kha rimangono lì. Un anno dopo, facendo dei lavori in un terrazzamento dove c’è stato un crollo, gli operai improvvisamente trovano un pertugio. Questo pertugio che si allarga si scopre essere un pozzo, un pozzo che porta a delle stanze ipogee. Trovano una prima sala bloccata da delle pietre, una seconda anch’essa bloccata. Una volta tolte le pietre si trovano di fronte a una porta che era ancora sigillata: è il 15 febbraio 1906. Arthur Weigall, l’ispettore dell’antichità che era con Schiaparelli, annota nel suo diario “il momento della resurrezione è arrivato”. E una volta aperta questa porta gli archeologi si trovano davanti a un corredo intatto di 467 oggetti che oggi è preservato al museo Egizio di Torino.
Il titolo di Kha era “responsabile delle opere del faraone”. “Da alcuni viene definito architetto, anche se sulla terminologia potremmo soffermarci”, spiega Greco. “Cosa significa essere l’architetto? Forse la definizione più giusta potrebbe essere quella di capomastro”. Il primo reperto che si vede esposto a Torino è il sarcofago esterno di Kha. “È dotato di slitta che ne permetteva il trasporto alla necropoli. Probabilmente vi erano dei portatori d’acqua che buttavano dell’acqua sulla sabbia e la rendevano una specie di terra battuta in modo che poi il sarcofago potesse essere trasportato. Questo ovviamente era il contenitore esterno, all’interno vi era il sarcofago intermedio di Kha, che presenta una parte nera in bitume alternata a delle fasce d’oro. Se osserviamo il sarcofago interno della moglie Merit, che significa “l’amata”, e che ha come titolo “signora della casa”, vediamo che cassa, alveo e coperchio sembrano appartenere a due tipologie diverse. Infatti l’alveo ha questa alternanza tra campitura nera e parte dorata, come il sarcofago intermedio di Kha, mentre il coperchio è coperto da una foglia d’oro, come il sarcofago interno di Kha. Perché questo? È difficile rispondere. Forse Merit è deceduta improvvisamente, e per lei non c’è stato il tempo per fare un corredo intero: si è dovuto intervenire in velocità e quindi alveo e cassa sembrano non appartenere alla stessa tipologia”.
Merit mummificata ebbe anche la possibilità di avere una maschera, coperta da foglia d’oro. “La maschera, che copriva la parte superiore della sua mummia, oggi la possiamo vedere in tutta la sua bellezza. Ma come mai questa foglia d’oro? Ricordiamoci che il Libro dei Morti ci dice che il defunto dopo la morte non è più di carne ed ossa, ma la sua carne è dorata e il suo sangue è di lapislazzuli. Il defunto adesso è trasfigurato e deve andare verso una vita diversa, una vita eterna in cui viene assimilato agli dei”. Quindi gli archeologi scoprirono sarcofago esterno per Kha, sarcofago esterno per Merit, sarcofago intermedio per Kha, sarcofago interno di Merit (nel suo corredo vi è un sarcofago in meno), e poi sarcofago interno di Kha. “E il sarcofago interno di Kha – conclude Greco – ha le stesse caratteristiche viste nel coperchio del sarcofago di Merit: legno coperto da questa foglia d’oro. Guardate ancora la bellezza del volto e della maschera. E poi incredibilmente si sono conservate le ghirlande di fiori, ne abbiamo due. Queste ghirlande di fiori erano poste sul petto del sarcofago e, al loro interno, piegato e non arrotolato, vi era il Libro dei Morti di Kha”.
La piattaforma TPOP, progetto di digitalizzazione della collezione papiri del museo Egizio, vincitore nella categoria ricerca dei prestigiosi Premi del Patrimonio Europeo/Premi Europa Nostra 2020 promosso dalla Commissione Europea. Il direttore Greco: “Attestazione della qualità dell’attività di ricerca del museo Egizio”

Una pagina della nuova piattaforma online Tpop Turin Papyrus Online Platform per l’accesso alla collezione papirologica del museo Egizio di Torino (foto museo Egizio Torino)

Alla vigilia della celebrazione della Festa dell’Europa (9 maggio), la Commissione Europea ed Europa Nostra sono orgogliosi di annunciare i vincitori dell’edizione 2020 dei Premi del Patrimonio Europeo / Premi Europa Nostra. Il più prestigioso riconoscimento nel campo della conservazione del patrimonio culturale a livello europeo è stato assegnato a 21 progetti pervenuti da 15 Paesi. Tra i vincitori di quest’anno c’è la Turin Papyrus Online Platform (TPOP) ideata dal museo Egizio di Torino, nella categoria Ricerca. Con questa motivazione: “L’Europa ha numerose collezioni papirologiche e raccolte di papiri, una ricchezza documentaria che testimonia l’interesse europeo per l’Orientalismo, emerso nel XVIII secolo e presente fino al XIX secolo, che ha permeato la sua cultura materiale. Lo sviluppo di una tale piattaforma online, di libero accesso e ad alta risoluzione, è di grande valore per i musei, soprattutto in considerazione del suo potenziale di essere utilizzato per la creazione di un museo digitale europeo che riunirebbe un patrimonio disperso, una raccolta virtuale omogenea che sarebbe impossibile realizzare a livello materiale. L’applicazione di strumenti dell’era digitale contribuisce allo sviluppo della conoscenza, alla conservazione della cultura materiale e alla sua accessibilità, sia per gli studiosi che per il pubblico generale, promuovendone la diffusione”.

L’importante papiro da Deir el Medina con il disegno architettonico della tomba di Ramses IV conservato al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)
TPOP, avviata nel 2017 e resa disponibile al pubblico a settembre 2019, è una piattaforma per la condivisione della collezione papirologica torinese, realizzata con l’obiettivo di renderla ampiamente accessibile e, in particolare, di consentirne liberamente lo studio alla comunità scientifica, oltreché di garantirne una migliore conservazione e valorizzazione. La collezione custodita dal Museo Egizio è tra le più significative a livello mondiale, comprende quasi 700 manoscritti interi o ricomposti e oltre 17mila frammenti di papiro. “Il riconoscimento al lavoro condotto col progetto TPOP per la digitalizzazione dei nostri papiri ci regala una grande soddisfazione per l’attestazione che dà alla qualità dell’attività di ricerca del museo Egizio e rappresenta anche la consacrazione della funzione che siamo quotidianamente chiamati ad assolvere”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Essere un luogo di ricerca e porsi al servizio delle collezioni è la nostra missione. Il patrimonio culturale, i frammenti di memoria, che sono i resti tangibili delle generazioni che ci hanno proceduto, non possono essere abbandonati. Dobbiamo continuare e prenderci cura di loro e lo possiamo fare solo se ci sentiamo corresponsabili dell’eredità che abbiamo ereditato dal passato. La cultura materiale scritta può continuare a vivere solo se viene studiata, compresa, pubblicata. I testi antichi di cui ci prendiamo cura legano il passato al presente modellando e mantenendo attuali i ricordi fondanti e includendo le immagini e le storie di un altro tempo entro l’orizzonte del presente così da generare speranza e ricordo”.
Gli appassionati e i sostenitori del patrimonio culturale in tutta Europa e nel resto del mondo ora possono votare on line (https://vote.europanostra.org/) per il loro progetto preferito, e contribuire a decidere a quale dei premiati andrà il Public Choice Award di quest’anno. In questo periodo di isolamento e distanziamento sociale, la Commissione Europea ed Europa Nostra sperano di incoraggiare più persone possibili ad apprezzare i risultati dei progetti vincitori di quest’anno e di condividere i nominativi dei tre preferiti. Il Public Choice Award verrà annunciato dopo l’estate. I vincitori del Grand Prix, ad ognuno dei quali verrà assegnato un premio pari a 10mila euro, verranno anch’essi svelati nella stessa occasione. “La crisi legata al COVID-19 ha messo in luce quanto la cultura e il patrimonio siano necessari per le persone e le comunità di tutta Europa”, ha affermato Mariya Gabriel, Commissario Europeo per Innovazione, Ricerca, Cultura, Educazione and Gioventù. ”In questo momento, in cui centinaia di milioni di cittadini europei sono fisicamente isolati, il nostro patrimonio culturale continua, più di prima, ad essere occasione di incontro. I vincitori dei Premi del Patrimonio Europeo / Premi Europa Nostra di quest’anno rappresentano potenti modelli ispiratori che contribuiscono efficacemente ad una Europa più unita e resiliente”. E Hermann Parzinger, Presidente Esecutivo di Europa Nostra: “In questi tempi difficili, i nostri vincitori, con le loro storie che raccontano di come le avversità possano essere superate attraverso la professionalità, l’impegno, e il lavoro di squadra, rappresentano dei veri e propri portavoce di speranza. Questi progetti dal valore esemplare dimostrano che il patrimonio culturale è fondamentale nel processo di recupero fisico e mentale dal trauma causato dalla pandemia. Il nostro patrimonio condiviso, e coloro che lo custodiscono, possono contribuire in tanti modi: dalla condivisione di contenuti culturali attraverso soluzioni digitali innovative, all’implementazione di lavori di recupero e restauro che rappresentino delle occasioni di rinascita economica e sociale per le nostre città e paesi”. I Premi del Patrimonio Europeo / Premi Europa Nostra sono stati promossi dalla Commissione Europea nel 2002 e da allora sono gestiti da Europa Nostra – la Voce Europea della Società Civile Impegnata per il Patrimonio Culturale. I Premi sono sostenuti dal programma Europa Creativa dell’Unione Europea.
#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col tredicesimo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere i papiri scoperti a Deir el Medina, da quello famosissimo dello sciopero ai frammenti del giornale della necropoli
Le “Passeggiate del Direttore”, giunte al tredicesimo appuntamento, ci fanno scoprire quello che probabilmente è stato il più antico sciopero della storia. Ce lo racconta il direttore Christian Greco nel presentarci non solo il famosissimo “papiro dello sciopero” ma anche i frammenti del cosiddetto “giornale della necropoli”, che fanno parte della ricca collezione di papiri provenienti da Deir el Medina, il villaggio degli operai del faraone, e conservati al museo Egizio di Torino.

Il famosissimo papiro dello sciopero proveniente da Deir el Medina e conservato al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)
Il “papiro dello sciopero”. Siamo nell’anno 29 del regno di Ramses III e i lavoratori si rifiutano di continuare le loro operazioni. Dicono di smettere di lavorare e di andarsi a sedere fuori dal “tempio di milioni di anni” di Tutmosi III. Cos’è il “tempio di milioni di anni”? “Nel Nuovo Regno – spiega Greco – le sepolture regali vengono a trasformarsi: i sovrani non sono più sepolti nelle piramidi, che non erano solo la sepoltura del sovrano ma un insieme di luoghi che permettevano il proseguimento del culto: dal tempio della valle alla via processionale al tempio mortuario. Quindi la piramide non conservava solo il corpo del defunto ma permetteva che il suo culto potesse proseguire. Col Nuovo Regno le tombe vengono costruite nella Valle dei Re: luoghi sotterranei che vengono raggiunti attraverso un dromos. Ci si incunea nella cavità della terra per raggiungere, attraverso corridoi decorati con testi importanti, la camera sepolcrale. Ma quello è il luogo della trasfigurazione del corpo del sovrano, che può raggiungere le divinità e continuare a compiere un periplo attorno alla Terra assieme al dio Sole. Nel Nuovo Regno il culto funerario quindi subisce delle modificazioni: le tombe sono ipogei con corridoi decorati con testi che servono alla preservazione, alla trasfigurazione del corpo del sovrano, così il culto deve essere portato avanti in un altro luogo. Ecco quindi che sorgono i cosiddetti templi funerari o templi di milioni di anni. Di “milioni di anni” perché devono garantire per l’eternità che il culto del sovrano possa andare avanti. E questi templi sono situati sempre a Tebe Ovest, però distanti rispetto alla Valle dei Re”. Torniamo al papiro dello sciopero: gli operai decidono nel 29mo anno di Ramses III di smettere di lavorare. Se ne vanno dalla Valle dei Re e, dice il testo, vanno a sedersi fuori del tempio funerario di Tutmosi III. Dicono che non torneranno al lavoro, dicono di mettersi in contatto con il loro signore perfetto, con il faraone, perché da due mesi non ricevono unguenti, non ricevono panni, non ricevono cibo e finché non verranno pagati non proseguiranno con le loro attività. “Sappiamo”, ci fa sapere Greco, “anche se il testo questo non ce lo dice, che torneranno poi a lavorare, che la situazione si risolverà, ma capiamo anche in quale crisi economica profonda l’Egitto stia entrando. Di lì a poco, nell’età di Ramses XI, sarebbe finito il Nuovo Regno, e il Paese sarebbe entrato nel Terzo Periodo Intermedio. Un momento in cui il centro di potere non sarà più unico: il potere politico sarà diviso all’interno dell’Egitto, e il Paese conoscerà anche un momento di compressione economica. Non saranno più in grado – ad esempio – di andare in Libano per reperire il legno di cui avevano bisogno per costruire sarcofagi. Ecco quindi che questo è un documento storico importantissimo perché ci fa capire anche le trasformazioni che l’Egitto sta subendo”.

L’importante papiro da Deir el Medina con il disegno architettonico della tomba di Ramses IV conservato al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)
Il Giornale della necropoli. Di grandissima importanza sono anche i frammenti del cosiddetto “giornale della necropoli”, giornale che ci racconta quello che avveniva, chi andava al lavoro, chi non andava al lavoro, le motivazioni per cui non andava, e avvenimenti storici. “Un papiro – racconta il direttore – annuncia la morte di Ramses III e la salita al trono di Ramses IV. È bellissimo vedere in che modo questo viene detto: “il falco è volato in cielo”, e il nuovo sovrano adesso “è seduto sul trono di Horus”. Non si dice “il sovrano è morto” ma “il falco è volato in cielo” dove il falco rappresenta Horus, che è il figlio di Osiride, il vendicatore del padre, e che è il dio della regalità, che si incarna di sovrano in sovrano, vola in cielo per poi incarnarsi di nuovo nel sovrano successivo il giorno dopo. La linea dinastica è garantita. La continuità di Maat in Egitto è garantita. E questo è simbolo di stabilità e di continuità all’interno dell’Egitto”. In un altro frammento molto importante che risale all’epoca di Ramses IV, il sovrano dice di aumentare a 120 il numero degli operai che devono lavorare alla sua tomba. “Tra i compiti che il nuovo sovrano aveva era quello di garantire che la costruzione della propria tomba potesse andare avanti. Questo non ci deve stupire. Quando si arrivava all’apice del cursus honorum era ovviamente importante dare un’accelerazione alla costruzione della propria tomba che era la casa per l’eternità, il luogo in cui il sovrano sarebbe vissuto per sempre”. E proprio dello stesso sovrano Ramses IV il museo Egizio conserva uno dei documenti più importanti che ci siano pervenuti dall’antico Egitto che è la pianta della tomba stessa di Ramses IV: vi è il corridoio, una porta, un secondo corridoio, un’altra porta, una stanza, e un’altra porta che dà accesso alla camera sepolcrale dove al centro si trova il sarcofago di Ramses IV, di cui si vede il coperchio. “È un documento importantissimo perché presenta un progetto architettonico in cui non solo c’è la pianta, ma in ieratico, la scrittura corsiva, vengono anche indicati che tipo di ambienti sono e le loro dimensioni. Questo ci attesta in che modo si potesse costruire. Il fatto di avere un disegno architettonico ci fa capire anche quale fosse la capacità di pensare in astratto e di progettare in astratto di modo che poi gli operai potessero lavorare all’interno della Valle dei Re”.
#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con il dodicesimo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere gli artisti e gli artigiani del villaggio di Deir el Medina fondato da Amenhotep I, e la ricca collezione dagli scavi di Schiaparelli e della MAI
Le “Passeggiate del Direttore”, giunte al dodicesimo appuntamento, ci portano a tu per tu con gli artigiani e gli artisti che realizzarono le tombe dei faraoni e delle regine. Questi vivevano nel villaggio di Deir el Medina. Ed è proprio dalle sale dedicate alla cultura materiale di questo villaggio che parte la “passeggiata” del direttore Christian Greco. La pianta mostra chiaramente il nucleo abitativo con le necropoli a occidente e a oriente. “Il villaggio – ricorda Greco – era già stato investigato dagli agenti di Drovetti. E a Torino ci sono molti oggetti della collezione Drovetti. Ma fu oggetto di indagini specifiche a partire dal 1903 da parte di Ernesto Schiaparelli e della Missione Archeologica Italiana in Egitto”. Ma perché questo villaggio è così importante? “Deir el Medina fu fondato all’inizio del Nuovo Regno (XVI sec. a.C.) per insediare gli artigiani, i lavoratori, gli artisti che dovevano poi costruire e portare a compimento le tombe nella Valle dei Re e nella Valle delle Regine. Si tratta di una comunità di circa 120 famiglie che ha una sua evoluzione dall’inizio del Nuovo Regno all’età ramesside: quindi una comunità che per più di 500 anni continuerà ad abitare in questo villaggio e a costruire le tombe regali”.

La statua cultuale in calcare bianco del faraone Amenhotep I proveniente da Deir el Medina e conservata al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Il museo Egizio di Torino possiede una delle collezioni più importanti che ci parlano degli abitanti di Deir el Medina. “Una statua in calcare bianco ci ricorda uno dei fondatori del villaggio, il faraone Amenhotep I, oggetto di un culto privato e personale proprio all’interno del villaggio. Sulla statua – tra l’altro – si legge “Sa Ra” cioè “figlio del dio Sole”, che mostra ancora una volta la relazione molto stretta tra il sovrano e la divinità solare. Nella IV dinastia si aggiunse questo epiteto a quello regale e la solennizzazione del culto divenne molto importante. Il sovrano – ricordiamolo – non è solo colui che regge le sorti politiche, economiche e militari del Paese, ma è davvero colui che fa in modo che Maat (“l’ordine”) in Egitto possa essere portato avanti. La sua connessione con il divino quindi è fondamentale. Ma non c’è solo il culto del faraone. Anche la madre, Amhose Nefertari, viene vista come una divinità protettrice del sito di Deir el Medina. Di lei il museo Egizio di Torino possiede una serie di statue lignee importantissime, in cui a volte viene anche rappresentata con un colore nero. Probabilmente è un aspetto simbolico-rituale. Il nero è un colore importantissimo per l’antico Egitto. Lo stesso Egitto veniva chiamato Kemet “terra nera”, che altro non è che il limo che si deposita sulle sponde del Nilo quando vi è l’inondazione del dio Hapi, che fa diventare la terra molto fertile. Ecco quindi che il nero simboleggia la fertilità e la rinascita del Paese. Faraone e regina vengono continuamente rappresentati in vari oggetti che sono stati ritrovati a Deir el Medina: in stele dove i proprietari fanno delle offerte, ma anche in intarsi lignei che facevano parte del mobilio e a volte addirittura in un piccolo ostracon. Tantissimi e svariati gli oggetti provenienti da Deir el medina. Tra questi, un piccolo modellino di cappella: proprio quello dipinto in un quadro di Lorenzo Delleani, dove si vedeva Ariodante Fabretti, l’allora direttore del museo, insieme a Lanzone in una sala mentre studiavano gli oggetti e proprio sul pavimento era posizionato questo oggetto molto importante che si vede nella sezione di Deir el Medina”.
Il museo egizio ha avito un ruolo fondamentale nel determinare chi fossero questi lavoratori nel villaggio di Deir el Medina. Ed è stato possibile non solo grazie alla cultura materiale che era qui preservata, ma agli studi che proprio in questo museo vennero portati avanti, soprattutto da Černý, uno studioso che proveniva da quella che allora era la Cecoslovacchia e che nell’immediato dopoguerra cominciò a fare visite regolari in museo a Torino, a studiare i documenti qui preservati, scrivendo un libro fondamentale, “The Workman Village”, ancora oggi di importanza vitale per chiunque si voglia dedicare agli studi di Deir el Medina.
#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con l’undicesimo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere la cosiddetta Unità Solare Osiriaca, attraverso l’esame di sarcofagi antropomorfi in legno e in pietra
L’undicesimo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” ci fa conoscere la cosiddetta Unità Solare Osiriaca, un concetto, come ben spiega il direttore del museo Egizio di Torino Christian Greco, si sviluppa nel Nuovo Regno. Per introdurre l’argomento Greco ci ricorda come veniva definita una persona nell’Antico Egitto e quindi perché erano state elaborate per fare in modo di garantire al defunto di vivere e sopravvivere nell’Aldilà. C’era il ba, “l’anima”, che veniva rappresentato come un uccello con testa antropomorfa e poteva viaggiare da una parte all’altra della falsa porta. C’era il ka, la “forza vitale”, l’alter ego. C’era il corpo, che doveva essere preservato e trasfigurato con la mummificazione. E poi vi era il nome, che aveva una valenza molto importante: bisognava che il nome venisse ricordato, bisognava anzi che i passanti che si trovavano davanti alla tomba leggessero ad alta voce il nome per farlo vivere per sempre. E si arriva così, con il Nuovo Regno, con la definizione di Unità Solare Osiraca. Proprio quando cambia anche la forma dei sarcofagi che diventano antropomorfi. Nella cassa si evidenzia tutta la valenza di Osiride, sovrano d’Egitto, morto e risuscitato, ora sovrano dell’Oltretomba al quale il defunto vuole essere accomunato. “Osiride – e colui che vuole essere accomunato a Osiride –“, spiega Greco, “deve innanzitutto fare in modo che il proprio corpo venga conservato. Ecco quindi non solo la presenza di Osiride ma anche le divinità canopiche, Hapi e Qebehsenuf, Imset e Duamutef, che sono i quattro figli di Horus, e poi c’è Anubi, il dio Sciacallo che deve portare il defunto nell’Aldilà. Quindi il sarcofago è un cosmogramma, quel luogo in cui tutti gli elementi fondamentali della religione antico-egizia trovano spazio e, grazie ai testi che sono scritti, si fa in modo che il corpo venga preservato. Perché solo se il corpo è preservato, come è scritto nel capitolo 151 del Libro dei Morti, il defunto può sopravvivere nell’Aldilà”. Una volta che l’obiettivo è stato raggiunto, cioè che la cassa e il sarcofago riescono a preservare il defunto, arrivati sul coperchio il defunto deve avere la forza di essere trasfigurato e di poter viaggiare con il dio Sole e prendere parte al periplo solare. Le due divinità, Osiride e Ra, hanno un ruolo fondamentale nel determinare la vita dell’Antico Egitto. Osiride garantirà la sopravvivenza nell’Aldilà, il Sole con il suo periplo continuo garantisce che sulla terra ci sia maat “ordine” e che la terra possa continuare a vivere. Ecco quindi che il sarcofago con elementi osiriaci ed elementi solari garantisce che con la “nuova nascita” il defunto possa continuare a vivere: è l’Unità Solare Osiriaca”.

Il sarcofago di Djehutymes in granito rosa di Assuan al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
I sarcofagi antropomorfi compaiono dalla XVII dinastia. E non sono solo in legno ma anche in pietra. Al museo Egizio di Torino ci sono due esemplari meravigliosi in granito rosa di Assuan. Il sarcofago di Djehutymes, intendente del tempio di Amon a Karnak durante l’epoca di Ramses II, circa il 1250 a.C., e, di fronte a lui, il sarcofago della moglie, Isis, che ha il titolo di cantatrice di Amon, come dimostra il sistro che tiene in mano, titolo di una sacerdotessa molto comune in questo periodo”, descrive Greco. “Qui si vedono solo i due coperchi, dove si capisce che la policromia doveva rendere questi sarcofagi ancora più spettacolari. Sono imponenti e maestosi. Ma sono anche una testimonianza importante per quanto riguarda il collezionismo e la formazione della nostra collezione”. Questi due sarcofagi – ricorda il direttore – furono ritrovati da Antonio Lebolo, un piemontese nel 1819, e Lebolo penetrò probabilmente all’interno della tomba tebana TT32 che Djehutymes aveva fatto preparare per sé e la sua famiglia. “Lebolo dentro questa tomba non trovò solo questi sarcofagi di età ramesside, ma scoprì anche che la tomba fu riutilizzata in età romana, tra Traiano e Adriano. La tomba e il suo corredo venne suddiviso tra vari collezionisti, così oggi al museo Egizio vediamo reperti che appartengono alla prima occupazione di età ramesside, ma anche un sarcofago di età adrianea, che appartiene al piccolo Petamenofi. Ma i sarcofagi della famiglia di Petamenofi e le mummie della sua famiglia sono sparse per tutta Europa: i nonni al British Museum, i genitori a Parigi, cugini e fratelli a Berlino, e la zia al museo nazionale di Antichità di Leida”.
#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con il decimo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa scoprire alcune formule magico-funerarie che si trovavano sui sarcofagi
Nel decimo appuntamento con le “Passeggiate del Direttore” Christian Greco ci fa scoprire alcune formule magico-funerarie che si trovavano sui sarcofagi. A partire dal Nuovo Regno assistiamo all’introduzione di una nuova tipologia di sarcofagi: i sarcofagi a cassa, molto semplici nella loro forma, ma con una novità: sono coperti da un testo. Comincia infatti l’introduzione dei cosiddetti Testi dei Sarcofagi. “La letteratura funeraria dell’Antico Egitto”, spiega il direttore del museo Egizio di Torino, “si può classificare in questo modo: nell’Antico Regno abbiamo i cosiddetti Testi delle Piramidi, che cominciano a svilupparsi a partire dalla piramide di Unas, sovrano della V dinastia, che sulle pareti della sua tomba fa scrivere questi testi, riservati al sovrano e alla stretta cerchia della famiglia reale. I Testi delle Piramidi contenevano una serie di formule che dovevano garantire la sopravvivenza del sovrano nell’Aldilà. Nel Medio Regno, semplificando, si assiste a una democratizzazione del culto funerario. I Testi delle Piramidi, che prima erano riservati solo al faraone, ora possono essere scritti anche sui sarcofagi di persone che certo appartengono all’élite ma non è detto siano connesse alla cerchia regale. E così abbiamo i Testi dei Sarcofagi”. Oltre ai Testi dei Sarcofagi che hanno una serie di formule che riguardano la trasfigurazione del defunto e il raggiungimento dei Campi Elisi e la vita nell’Aldilà, continua Greco, “vi sono anche delle formule magico-funerarie che noi chiamiamo “Offerta magica” o “Offerta di voce”: solo il fatto di scrivere quello di cui il defunto ha bisogno farà in modo di garantire che lui avrà nell’Aldilà tutto ciò di cui necessita. A volte le formule magiche sono anche più estese: non si parla solo di offerte, ma anche di tutte quelle cose buone e giuste di cui vive un dio. E lo stesso tipo di formula si trova anche nelle stele”.









Commenti recenti