Torino. Il museo Egizio si racconta in piemontese (la lingua dei suoi ideatori) nel progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: otto clip (una per ogni provincia) realizzate col Centro Studi Piemontesi e patrocinate dalla Regione Piemonte. Greco: “Ricerca e comunicazione non si fermano neppure con la pandemia”. Christillin: “Torino e il Piemonte: un rapporto antico con l’Egizio”. Cirio: “Egitto e Piemonte insieme contro la desertificazione linguistica”


Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Il museo Egizio non si ferma, nel rispetto delle regole. E si racconta in piemontese, la lingua dei suoi ideatori. Così mentre l’emergenza sanitaria non molla la presa, ed è imminente un nuovo Dpcm con ulteriori misure restrittive per contenere il contagio, come la chiusura di musei e mostre (e per il museo Egizio sarebbe la terza in questo horribilis anno 2020, dopo quella del 24 febbraio e dell’8 marzo), il direttore Christian Greco ne è certo: “In tempi di pandemia siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, a seguire quanto ci viene chiesto. Ma non verremo meno alla missione del museo. Continueremo a curare, studiare, restaurare, custodire le collezioni egizie; e anche a comunicare, a mantenere il dialogo con il pubblico – locale, nazionale, globale -, perché il museo è la casa di tutti. E quando questa casa è chiusa, siamo noi ad andarli a trovare nella loro”. È in questa filosofia – di ricerca e comunicazione – che si inserisce il nuovo progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” otto clip realizzate in collaborazione col Centro Studi Piemontesi e patrocinate dalla Regione Piemonte in cui il museo Egizio di Torino si racconta in piemontese. Il progetto è stato presentato in un’inedita sala conferenze dell’Egizio priva di pubblico, con la presidente Evelina Christillin, il direttore Christian Greco, il governatore della Regione Piemonte Alberto Cirio e la direttrice del Centro Studi Piemontesi Albina Malerba a parlare davanti alla telecamera.

Il cammino di riscoperta delle proprie radici intrapreso dal museo Egizio in vista della celebrazione dei suoi 200 anni di vita nel 2024, avviato nell’autunno scorso con il riallestimento delle cosiddette “sale storiche” dedicate alla genesi della collezione egittologica torinese, vive oggi una nuova e inedita tappa. Un’operazione culturale vede protagonista la “lingua” della Torino dell’800, il tempo in cui l’istituzione vide la luce: il piemontese è infatti stato scelto come strumento per un viaggio narrativo sul filo della memoria che racconta la storia del museo Egizio e dei personaggi che l’hanno reso grande. Nascono così le otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” che, nel vero senso della parola, ridà voce, con la parlata del loro tempo (ma con sottotitoli in italiano), ad alcune delle più autorevoli figure del passato del Museo, ciascuna legata a una provincia della nostra regione. Sarà quindi possibile ascoltare in perfetto piemontese le vicende di Bernardino Drovetti nel video dedicato alla provincia di Torino, quelle del casalese Carlo Vidua per la provincia di Alessandria, conoscere l’astigiano Leonetto Ottolenghi, il biellese Ernesto Schiapparelli, per la provincia di Cuneo il monregalese Giulio Cordero di San Quintino, per quella di Novara Stefano Molli, natio di Borgomanero, mentre la provincia di Vercelli sarà rappresentata da Virginio Rosa e quella del Verbano Cusio Ossola da Giuseppe Botti.

Evelina Christillin, presidente del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
“Nell’assolvere al nostro ruolo di custodi di un patrimonio culturale che appartiene all’umanità intera”, spiega la presidente del museo Egizio, Evelina Christillin, “abbiamo al contempo il dovere e l’onore di valorizzare il legame che ci unisce a Torino e alla Regione Piemonte, di cui siamo ambasciatori nel mondo. Un rapporto antico in cui affondano le origini di questa storica istituzione, in virtù del quale la comunità regionale vive con orgoglio la presenza del museo Egizio sul proprio territorio, così come noi siamo orgogliosi di far parte della storia del Piemonte e di rappresentare un punto di riferimento per la sua gente. Raccontando nel nostro dialetto le vicende dei personaggi provenienti dalle otto Province del territorio, desideriamo dedicarle al 50esimo anniversario della fondazione delle Regioni italiane, e a tutti coloro che ne hanno costruito la storia”.

Il Centro Studi Piemontesi è attivo da mezzo secolo a Torino
“Il Centro Studi Piemontesi”, spiega la direttrice, Albina Malerba, “da sempre ha a cuore la collaborazione con chi è impegnato nella valorizzazione dell’immagine e della storia del Piemonte e ha accolto con entusiasmo l’invito del museo Egizio, una bella e ghiotta occasione – dovremmo dire galupa in piemontese – per raggiungere un pubblico più ampio e probabilmente meno avvezzo alle parlate della nostra terra, ma che ci auguriamo possa affezionarsi a questa lingua di lunga e ricca tradizione letteraria nonché glottologico-linguistica. Come Centro Studi siamo depositari e promotori di una lingua capace di indiscutibile forza espressiva e creativa, e dunque non diminutivamente confinabile nell’esercizio di un quotidiano e purtroppo sempre più povero parlare. Per i testi del progetto del Museo abbiamo optato per il piemontese di koinè, cioè quello della tradizione letteraria scritta (e anche parlata nel capoluogo), che tuttavia non rinuncia ad accogliere apporti di altre realtà più periferiche. Una soluzione ragionevolmente obbligata, che certo non sottovaluta le singole e plurime parlate del Piemonte, ma consente una più ampia e comune comprensibilità”.
Nel corso dei mesi di novembre e dicembre, ogni martedì con cadenza settimanale, il canale YouTube del museo Egizio proporrà queste otto storie esclusive, offrendo al pubblico non soltanto l’opportunità di riscoprire il dialetto piemontese quale patrimonio linguistico accessibile, ridando vigore e dignità alla cultura regionale, ma anche l’occasione per dare un volto ai protagonisti di grandi imprese e guardare da una nuova prospettiva al legame fra questa regione e l’antico Egitto. Ciascuno degli otto racconti si fonda su notizie documentate ed accertate seppur restituite da una narrazione creativa, non inverosimile, con l’intento di accompagnare i fatti reali ai sentimenti, alle ambizioni e allo spirito di uomini che guardarono allo studio, alla scoperta e alla cultura come uniche vie di arricchimento e crescita della società. Il medesimo approccio ha inoltre guidato la scelta della colonna sonora che caratterizza i video: si tratta della Danza Piemontese op. 31 di Leone Sinigaglia (1868-1944) nell’esecuzione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino. Anche Sinigaglia è un illustre figlio del Piemonte, formatosi fra Torino, Vienna e Praga, la cui produzione musicale comprende opere sinfoniche, da camera e vocali. Molti dei suoi lavori, e quello che accompagna i racconti del Museo Egizio ne è un esempio, traggono spunto dal patrimonio della musica popolare piemontese e si fondono con gli schemi formali del romanticismo tedesco.


Il logo della Regione Piemonte nel 50.mo dell’istituzione
Il progetto ha raccolto l’attenzione della Regione Piemonte, che l’ha patrocinato quale omaggio del museo Egizio ai piemontesi e alla loro terra nell’anno in cui si celebrano i 50 anni della costituzione delle Regioni a statuto ordinario. Un omaggio realizzato grazie alla collaborazione e alla piena condivisione dell’iniziativa con il Centro Studi Piemontesi, la cui attività istituzionale si fonda proprio sull’impegno scientifico volto a promuovere lo studio della vita e della cultura piemontese in ogni sua manifestazione, nella convinzione che un’identità affonda le sue radici più vere e profonde nel proprio patrimonio storico e culturale. “Non è un paradosso parlare la lingua piemontese dentro al più grande museo egizio del mondo”, interviene Alberto Cirio, governatore della Regione Piemonte, che non è voluto mancare alla presentazione del progetto, nonostante questo difficile momento. “La storia si incarica sempre, prima o poi, di scuotere la scatola della memoria per disvelare arcani misteri. Erano Piemontesi e parlavano piemontese i collezionisti del tempo quando fu pensato e costruito il secondo più grande museo dedicato alle antichità egizie dopo quello del Cairo. A queste persone, la cui storia è pressoché sconosciuta se non per gli addetti ai lavori, gli organizzatori hanno dedicato l’omaggio più grande, quello di farli parlare in video attraverso i loro manoscritti trasformandoli così da nomi stampati sui libri in personaggi che raccontano le loro scoperte nella lingua del loro tempo. Nel 50esimo anniversario delle identità regionali siamo orgogliosi di aver sostenuto questa iniziativa geniale nella sua «intuizione scenica», e allo stesso tempo pedagogica quando ricorda che la nostra terra custodisce beni materiali di inestimabile valore ma anche immateriali come quello dell’antico idioma che parlavano i nostri antenati. Spesso parliamo per acronimi che condensano meccanismi complessi in poche letterine che testimoniano la dolorosa rinuncia ai nostri idiomi, da quello nazionale a quelli dialettali. Egitto e Piemonte – chi l’avrebbe detto – uniscono oggi le forze per resistere alla tempesta della desertificazione linguistica, ma anche per omaggiare personaggi illustri della nostra regione che parlavano piemontese anche nelle terre d’Oriente. C’è, tuttavia, un significato ulteriore – conclude – che segna il passo di iniziative come questa che coincidono con il «senso della continuità» e la voglia di «proseguire» per portare a termine un progetto, un’idea un programma che non si fermano neppure di fronte alla pandemia trasformando così le insidie della condizione umana in opportunità”.
Al museo Egizio di Torino torna Silvia Giorcelli Bersani per presentare in streaming il libro “L’Impero in quota. I Romani e le Alpi”, evento annullato a marzo per l’emergenza coronavirus

Silvia Giorcelli Bersani torna al museo Egizio di Torino per presentare il suo libro “L’impero in quota. I romani e le Alpi” (Einaudi, 2019) in dialogo con il direttore del museo Egizio, Christian Greco. L’appuntamento è per lunedì 19 ottobre 2020, alle 18. Ma stavolta non ci sarà il rischio che salti per l’emergenza Covid, come è già successo il 2 marzo scorso, perché la presentazione sarà in streaming sulla sola pagina Facebook del museo Egizio (https://www.facebook.com/events/950654795455141/). Al termine, la registrazione verrà caricata sul nostro canale ufficiale YouTube.

La prof.ssa Silvia Giorcelli Bersani dell’università di Torino
Silvia Giorcelli Bersani insegna Storia romana ed Epigrafia latina all’università di Torino e, dall’anno 2020/21, Storia delle donne romane. Studia i processi di romanizzazione in area cisalpina con particolare riferimento alle strutture istituzionali, sociali, religiose delle comunità urbane; si interessa di ricezione del passato romano tra XVI e XX secolo, con attenzione alla storiografia e alle antichità sabaude. Ha curato le edizioni critiche del patrimonio epigrafico di Alba Pompeia, Vercellae e Augusta Praetoria e, sulla genesi del Corpus Inscriptionum Latinarum, ha curato la mostra “Carlo Promis e Theodor Mommsen cacciatori di pietre fra Torino e Berlino”, Biblioteca Reale di Torino, Catalogo edizioni Hapax 2015. Tra i suoi volumi, si segnalano: Epigrafia e storia di Roma (2004 e 2015); L’auctoritas degli antichi. Hannah Arendt tra Grecia e Roma (2010); Torino «capitale degli studi seri». Carteggio Theodor Mommsen-Carlo Promis, (2014); con Filippo Carlà-Uhink, «Monsieur le Professeur». Correspondances italiennes 1853-1888 (2018). Ha presieduto il Comitato Pari Opportunità e il Comitato Unico di Garanzia dell’Ateneo torinese ed è attualmente Presidente del corso di laurea magistrale in Archeologia e Storia antica e vicedirettrice della Scuola di Scienze Umanistiche. Per il volume L’impero in quota. I Romani e le Alpi (2019) ha vinto il Premio Itas del Libro di montagna 2020 (sezione Vita e Storie di montagna) e il Premio Mario Rigoni Stern 2020.

La copertina del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi”
Il volume non ha una sequenza cronologica, ma segue lo snodarsi storico degli eventi importanti con approfondimenti sulla vita materiale, sulle mentalità, sulle strutture sociali, economiche e religiose entro cui si sono formati e hanno operato uomini e donne vissuti nel territorio alpino. I Romani hanno scritto un capitolo importante nella storia delle Alpi, anche se a loro non piacevano affatto; per ragioni politiche e strategiche essi decisero di occuparle, abbastanza tardi nella loro storia, per riuscire a valicarle in sicurezza e completare la costruzione del loro grande impero. La conquista non si tradusse però nella mera occupazione militare di un territorio sottratto con le armi ai popoli che lo abitavano. Ben presto i Romani compresero che le Terre Alte, in apparenza «naturalmente» svantaggiate, potevano essere utili non solo dal punto di vista del controllo territoriale ma anche come serbatoio di materie prime e come potenziali incubatori di sviluppo economico. Nei secoli della conquista le Alpi diventarono dunque il teatro di avventure umane quasi in stile Far West rappresentando un’opportunità concreta per uomini spregiudicati alla ricerca di fortuna, per coloni italici trapiantati nelle città alpine, per imprenditori che fondarono le loro attività nelle valli e nelle aree collinari prealpine.
Al museo Egizio la cerimonia (in streaming) della consegna del Premio del Patrimonio / Premi Europa Nostra 2020 nella categoria ricerca al progetto Turin Papyrus Online Platform (TPOP) realizzato dal museo Egizio di Torino
Alla Turin Papyrus Online Platform (TPOP), progetto realizzato dal museo Egizio di Torino per la digitalizzazione e messa a disposizione della propria collezione papirologica, è stato riconosciuto il prestigioso Premio del Patrimonio/Premio Europa Nostra 2020 nella categoria ricerca. Lunedì 12 ottobre 2020 alle 18 al museo Egizio la cerimonia di presentazione del progetto e consegna del premio: l’evento verrà trasmesso in dirette streaming sul canale Facebook del museo Egizio. Con il progetto è stata digitalizzata e messa a disposizione la collezione dei papiri ieratici del villaggio di Deir-el-Medina. La collezione papirologica torinese è tra le più significative a livello mondiale, con quasi 700 manoscritti interi o ricomposti e oltre 17mila frammenti di papiro. TPOP, avviata nel 2017 e resa disponibile al pubblico a settembre 2019, è una piattaforma per la condivisione della collezione papirologica torinese, realizzata con l’obiettivo di renderla ampiamente accessibile e, in particolare, di consentirne liberamente lo studio alla comunità scientifica, oltre a garantirne una migliore conservazione e valorizzazione (Visita la Collezione Papiri Museo Egizio).

Alla cerimonia di presentazione del progetto, lunedì 12 ottobre 2020, interverranno Evelina Christillin, presidente del museo Egizio; Christian Greco, direttore del museo Egizio; Susanne Töpfer, curatrice Papiri museo Egizio; Hermann Parzinger, presidente esecutivo di Europa Nostra (con un video messaggio); Maria Cristina Vannini, membro della giuria dell’European Heritage Awards / Europa Nostra Awards; Massimo Gaudina, capo della rappresentanza a Milano della Commissione Europea; Luca Jahier, presidente del comitato economico e sociale europeo. Chiude la consegna del premio, con questa motivazione: “L’Europa ha numerose collezioni papirologiche e raccolte di papiri, una ricchezza documentaria che testimonia l’interesse europeo per l’Orientalismo, emerso nel XVIII secolo e presente fino al XIX secolo, che ha permeato la sua cultura materiale. Lo sviluppo di una tale piattaforma online, di libero accesso e ad alta risoluzione, è di grande valore per i musei, soprattutto in considerazione del suo potenziale di essere utilizzato per la creazione di un museo digitale europeo che riunirebbe un patrimonio disperso, una raccolta virtuale omogenea che sarebbe impossibile realizzare a livello materiale. L’applicazione di strumenti dell’era digitale contribuisce allo sviluppo della conoscenza, alla conservazione della cultura materiale e alla sua accessibilità, sia per gli studiosi che per il pubblico generale, promuovendone la diffusione”.
Come si possono preparare musei e parchi archeologici all’epoca post-Covid? Se ne parla a LuBeC 2020 di Lucca con la presentazione di due ricerche della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali: “I musei invisibili” e “Analisi dell’impatto Covid-19”

Come prepararsi all’epoca del post-Covid? Cosa deve fare il settore dei beni culturali per riemergere dalla crisi che ha rivoluzionato, forse per sempre, i modelli di gestione e di fruizione del sistema culturale italiano? La Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali, istituto di formazione e ricerca del MiBACT dedicato ai temi della cura e della gestione del patrimonio culturale, ha promosso due indagini diverse che saranno presentate nel corso di LuBeC 2020, il salone dei beni culturali in programma l’8 e il 9 ottobre 2020 a Lucca. La presentazione delle ricerche avrà luogo al Real Collegio di Lucca venerdì 9 dalle 9.30 alle 13, con un’introduzione di Alessandra Vittorini, neodirettore della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali, e di Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino nonché membro del consiglio scientifico della Fondazione (per partecipare agli incontri in presenza, iscrizione necessaria su www.lubec). “La presenza a LuBeC è una straordinaria occasione per avviare un confronto su temi così urgenti come quelli della gestione museale nel post Covid”, dice Vittorini, che dal primo settembre ha lasciato la soprintendenza per l’Aquila e i comuni del Cratere per assumere la guida della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali. “Con le nostre attività di studio e ricerca riteniamo di poter contribuire al dibattito e all’innovazione nel campo delle politiche culturali, con l’ambizione di portare la Fondazione – nata come Scuola di alta formazione – a rafforzare il suo ruolo di centro di competenze per lo studio dei problemi del settore e di advisor a favore del Ministero e delle altre istituzioni”.


Cartelli di avviso a fare attenzione in epoca post-Covid al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
Due – come si diceva – le indagini diverse ma complementari promosse dalla Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali: una indagine dal titolo “I Musei invisibili. Visioni di futuro per i Musei italiani per il dopo emergenza Covid-19” ed una “Analisi dell’impatto Covid-19 sulle politiche di valorizzazione e fruizione dei parchi archeologici”. La prima ha fatto emergere una serie di scenari possibili, una volta usciti dall’attuale pandemia, inerenti la gestione museale ed una serie di proposte operative provenienti da oltre 650 professionisti e specialisti dei beni culturali. La seconda si è misurata con i dati reali di fruizione nei parchi archeologici nel “periodo di riapertura sperimentale”, così come disposto dalle linee guida per la riapertura dei musei e dei luoghi della cultura statali. L’emergenza sanitaria ha reso urgente anche la necessità di fornire nuovi servizi di formazione a distanza. Una sfida accolta dalla Fondazione, che in pieno lockdown ha saputo portare a termine lo sviluppo della propria piattaforma (fad.fondazionescuolapatrimonio.it) per soddisfare in tempo utile questa domanda. Una buona pratica che verrà illustrata giovedì 8, nel corso dell’incontro “La formazione a distanza secondo noi” (a partire dalle 16), che presenterà una riflessione sulle prospettive future della formazione digitale.
“Vacanze egiziane”: dal 31 luglio al 31 agosto 2020 il museo Egizio di Torino aperto tutti i giorni a tariffe scontate
Con lo slogan “Vacanze Egiziane” il museo Egizio di Torino lancia il ritorno all’orario ordinario per il mese di agosto 2020: dal 31 luglio al 31 agosto, infatti, il museo sarà aperto tutti i giorni, il lunedì dalle 9 alle 14 e dal martedì alla domenica dalle 9 alle 18.30. Dopo la riapertura del 2 giugno 2020 il museo ha visto infatti crescere l’interesse dei visitatori e ha quindi deciso di aumentare i giorni di apertura nel prossimo mese: “È una scommessa in cui crediamo moltissimo, ma anche un dovere nei confronti della città, per garantire l’accessibilità di un patrimonio che appartiene a tutti e che crediamo possa attrarre cittadini e turisti”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Pur continuando a convivere con molte incertezze, come tutti, abbiamo sentito la responsabilità di ricambiare la fiducia che il pubblico ci sta accordando dal giorno della riapertura”. Confermate per il mese di agosto le tariffe scontate (intero a 9 euro, ridotto studenti a 2 euro, ridotto giovani a 1 euro, Family Ticket per nuclei composti da due adulti e due minorenni al costo di 18 euro), oltre all’obbligo di acquistare il biglietto online. I visitatori avranno quindi l’opportunità di scoprire, avendo a disposizione orari di apertura molto più ampi, la collezione permanente del Museo, la mostra temporanea “Archeologia Invisibile” e “Lo sguardo dell’antropologo”, progetto espositivo realizzato in collaborazione con il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino.
Il museo Egizio di Torino e il museo di Antropologia dell’Università di Torino, propongono tre “talk” online per approfondire e riflettere sui temi della nuova mostra temporanea “Lo sguardo dell’antropologo”
Il museo Egizio di Torino e il museo di Antropologia dell’Università di Torino, propongono tre “talk” online per approfondire e riflettere sui temi della nuova mostra temporanea “Lo sguardo dell’antropologo” (visitabile fino al 15 novembre 2020) (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/07/07/lo-sguardo-dellantropologo-al-museo-egizio-di-torino-aperta-una-nuova-mostra-per-esplorare-le-connessioni-tra-egittologia-e-antropologia-realizzata-in-collaborazione-con-i/). Appuntamento il 13, 20, 27 luglio 2020. Le conferenze sono organizzate nell’ambito dell’iniziativa “Settimane della Scienza”, organizzata dal Centro Scienza onlus.

L’allestimento della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco (foto museo Egizio)
Lunedì 13 luglio 2020, alle 17: “I direttori si incontrano” con Cecilia Pennacini, direttrice MAET; Christian Greco, direttore museo Egizio; Modera Luigi Civalleri, CentroScienza ONLUS. La conferenza è trasmessa in streaming sulla pagina Facebook del museo di Antropologia (https://www.facebook.com/MusAntropoEtno/)
Lunedì 20 luglio 2020, alle 17: “La giovane donna di Gebelein” con Rosa Boano, antropologa fisica (dipartimento di Scienze delle Vita e Biologia dei Sistemi – UniTo); Beppe Moiso, curatore (museo Egizio). Modera Luigi Civalleri, CentroScienza ONLUS. Per partecipare alla conferenza clicca qui: https://unito.webex.com/webappng/sites/unito/meeting/download/fa1270a5acb84a97abe27b24362de569?siteurl=unito&MTID=m12e9b535384fa6d917e70fa4959a3c40. N° riunione: 121 509 3247 – Pwd: ZCv2PTpn5b3

La locandina della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” aperta al museo Egizio di Torino fino al 15 novembre 2020
Lunedì 27 luglio 2020, alle 17: “Dietro le vetrine” con Erika Grasso, antropologa culturale (MAET); Gianluigi Mangiapane, antropologo fisico (MAET); Valentina Brambilla, registrar (museo Egizio). Modera Luigi Civalleri, CentroScienza ONLUS. Per partecipare alla conferenza clicca qui: https://unito.webex.com/webappng/sites/unito/meeting/download/45a3fa3359404a76a770cc0714ab5393?siteurl=unito&MTID=me1a3a884d9c8320c78cc948fd28dbec2. Numero riunione: 121 227 0071 – Password riunione: JBdAwfhA552
“Lo sguardo dell’antropologo”: al museo Egizio di Torino aperta una nuova mostra per esplorare le connessioni tra egittologia e antropologia. Realizzata in collaborazione con il museo di Antropologia dell’università di Torino, chiuso dal 1984, restituisce al pubblico una parte della collezione dell’istituto universitario, tra cui la mummia da Gebelein

La locandina della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” aperta al museo Egizio di Torino fino al 15 novembre 2020
La visita del museo Egizio di Torino si arricchisce de “Lo sguardo dell’antropologo”, una piccola mostra allestita in una sala del primo piano, realizzata dai curatori del museo Egizio in collaborazione con il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino (MAET). La mostra, che rimarrà aperta fino al 15 novembre 2020, nasce dall’intento di mettere in dialogo le collezioni dei due musei, proponendo una riflessione sulle modalità con cui la cultura scientifica europea, tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX, percepiva e classificava i suoi “altri”. Un progetto che mira a ricostruire i rapporti tra egittologia e antropologia, individuando prospettive di ricerca e possibili aree di collaborazione futura. “Lo sguardo dell’antropologo” espone una quarantina di oggetti, in gran parte prevenienti dalle collezioni etnografiche del MAET, rappresentativi delle culture extraeuropee e dell’antico Egitto: fra essi il ruolo di protagonista spetta a una mummia di una giovane donna, caratterizzata da una tunica finemente plissettata, proveniente dal sito archeologico di Gebelein, oggetto di recenti indagini scientifiche e il cui restauro è stato da poco concluso presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.
L’esposizione intende dare particolare risalto alle tracce degli “sguardi” che si sono posati sui reperti nel momento del loro rinvenimento da parte di studiosi e antropologi: sguardi colmi di stupore, meraviglia ma anche di disprezzo o di compiacimento, improntati a una visione che classificava i gruppi umani all’interno di una griglia evolutiva. In quella prospettiva, gli abitanti dell’Africa – insieme alla maggior parte delle culture extraeuropee – erano visti come dei “primitivi” immersi nella magia e nella superstizione; l’Egitto, invece, fu idealmente disconnesso dal continente cui appartiene, per essere invece considerato la culla della civiltà occidentale. Su questo tema si concentra un video presente in mostra: “I giovani africani e l’Egitto”, che indaga il significato che l’antico Egitto ricopre per gli africani contemporanei, i quali, attraverso una serie di interviste, ribaltano provocatoriamente questa visione tipicamente orientalista dell’Egitto.

L’allestimento della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco (foto museo Egizio)
L’esposizione – realizzata in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco – conta altre tre sezioni, che riguardano la nascita e i contenuti dell’antropologia, la storia del museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino, museo a partire dalla sua fondazione nel 1926 da parte dell’antropologo Giovanni Marro, e il contesto di scavo nel quale fu rinvenuta la mummia su cui è stato effettuato il restauro. Sulla mummia della “giovane donna con tunica plissettata” sono state recentemente condotte dai ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’università di Torino delle analisi biomolecolari innovative, le prime realizzate in modalità non invasiva su un resto umano di epoca egizia. Utilizzando una membrana che estrae le proteine presenti sulla superficie del reperto, è stato possibile rilevare i componenti originari della pelle della donna e i potenziali microrganismi causa del degrado, dati fondamentali per progettare il futuro monitoraggio dello stato di conservazione.
“Questa mostra”, spiega Christian Greco, direttore del museo Egizio, “esprime appieno la centralità dell’attività di ricerca nel nostro lavoro quotidiano: antropologia ed archeologia sono due discipline che camminano fianco a fianco per studiare e comprendere l’uomo, la sua cultura materiale. Un ambito in cui la collaborazione fra il Museo e l’Università assume una funzione primaria, consentendoci di approfondire la comprensione di quei frammenti di memoria che ci permettono di ricostruire i comportamenti, i rituali, le risposte alle domande esistenziali e, quindi, di comprendere noi stessi ed il ruolo che occupiamo nella società”. “Inoltre – aggiunge il direttore – con questa operazione vogliamo offrire una finestra al museo di Antropologia, purtroppo chiuso al pubblico, creando una connessione che racconta una pagina importante della storia della nostra collezione. Riportare la mummia al museo significa anche ricomporre corredi unitari: si tratta di scoperte fatte in Egitto durante le campagne della MAI dirette da Schiaparelli, di cui il Marro era l’antropologo fisico, e i reperti vennero poi suddivisi fra Museo e Università, dove andarono sostanzialmente i resti antropologici. L’esposizione consente quindi di riproporre e mostrare la collaborazione scientifica, di spiegare l’evoluzione dell’interesse accademico torinese che, oltre all’antropologia fisica, ha visto poi lo sviluppo dell’antropologia culturale. E proprio questo oggi ci avvicina ancora una volta, con un’iniziativa della cui realizzazione sono grato alla direttrice del museo di Antropologia, Cecilia Pennacini, e al presidente del Sistema Museale d’Ateneo dell’università di Torino, Enrico Pasini, nonché alla soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Città Metropolitana di Torino, nella persona di Elisa Fiore Marochetti”.
“Il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino è chiuso al pubblico dal 1984: questa mostra, organizzata in collaborazione con il Museo Egizio, offre finalmente l’opportunità di esporre al pubblico alcuni preziosi reperti e di raccontare la storia di questo straordinario museo, che conserva oggetti e reperti provenienti da ogni parte del mondo”, dichiara Cecilia Pennacini, direttrice del MAET. “L’eterogeneità delle collezioni riflette lo sguardo del fondatore che, come molti studiosi dell’epoca, cercava di documentare la diversità dei gruppi umani inquadrandola erroneamente in una gerarchia di “razze” inferiori e superiori. L’antica civiltà egizia, a lungo studiata da Marro nell’ambito della Missione Archeologica diretta da Ernesto Schiaparelli, era posta al vertice di questa scala mentre le culture dell’Africa e di altre società extra-europee erano viste come arretrate. L’antropologia ha abbandonato da tempo questa visione, sia in ambito biologico che culturale, e il percorso espositivo suggerisce come oggi il lavoro sul terreno e lo studio analitico dei reperti consentano di produrre conoscenze preziose in grado di illuminare la storia di civiltà tuttora poco conosciute, restituendo a tutte la medesima dignità”.
“Le Passeggiate del Direttore” sono al finale di stagione: col 28.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci parla delle statue della dea Sekhmet e quella di Horemheb nella famosa Galleria dei Re. E poi invita tutti al museo Egizio di Torino dal vivo
Siamo al finale di stagione. Come tutte le serie Tv, anche le “Passeggiate del direttore” con il 28.mo appuntamento, dedicato alla dea Sekhmet e a Horemheb, sono arrivate all’ultimo episodio. “Insieme abbiamo viaggiato attraverso millenni di storia”, ricorda il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, “conosciuto più da vicino gli oggetti della collezione e la cultura degli antichi Egizi. Ora tocca a voi passeggiare nelle sale… dal vivo! Vi ringraziamo per averci seguito e sostenuto in questi mesi. Continuate a seguirci perché abbiamo in serbo altre sorprese”.

La sala del museo Egizio di Torino con la teoria di statue delal dea Sekhmet, stanti e sedute (foto Graziano Tavan)
Nella sala della Galleria dei Re in cui è conservato Thutmosi III c’è una serie di Sekhmet. Chi è la dea Sekhmet? Sekhmet significa “la potente”. Sekhmet è legata a uno dei miti cosmogonici dell’inizio dell’Egitto quando il dio sole Ra, adirato con il genere umano perché non lo rispetta, manda il suo occhio che prende la forma della potente leonessa per punire gli uomini stessi. E la leonessa prende sul serio l’incarico che le viene dato e anzi diventa molto avida di sangue e quindi uccide gli uomini per berne il sangue. Il dio Ra si rende conto che se la lasciasse andare il genere umano verrebbe a finire. Ed ecco quindi che le fa bere con l’inganno della birra colorata di rosso. Alcune fonti dicono del vino. Così lei si addormenta e si ammansisce. Quindi il genere umano è salvo. Da dove provengono così tante Sekhmet? “Provengono dal tempio di Kom el-Hettan, il tempio di milioni di anni, fatto costruire da Amenofi III”, spiega Greco. “Abbiamo visto come nel Nuovo Regno vi siano dei templi che vengono costruiti dai sovrani perché il loro culto possa essere portato avanti, che vengono appunto definiti templi di milioni di anni. Il culto quindi viene trasferito dalla tomba a un tempio che si trova a valle. Perché? Perché la modalità di sepoltura si è diversificata, i sovrani non vengono più sepolti in una piramide. Abbiamo visto come la piramide fosse un complesso in cui c’è il tempio della valle, cioè la via processionale, c’è il tempio mortuario e quindi vi sono tutti i luoghi in cui il culto del sovrano può essere portato avanti. Adesso il tempio staccato è dedicato alla prosecuzione del culto”. Il tempio di Amenofi III di milioni di anni si trova a Tebe: è il tempio dei colossi di Memnone. All’interno di quel tempio vengono fatte una serie di corti e in queste corti vengono poste su tutti i lati le statue della dea Sekhmet, come si vede al museo Egizio nella bella riproduzione fatta dall’egittologo Simon Connor. “E perché tutto ciò? Miguel John Versluys dell’università di Leiden l’ha definita una splendida litania di pietra. Di fronte a ogni Sekhmet deve essere fatto un rituale, si portano delle offerte, si dice una preghiera in modo che la Sekhmet possa essere mansueta e possa rimanere docile e spargere concordia e amore nell’Egitto e non più guerra e pestilenza”. Nella Galleria dei Re le Sekhmet accompagnano la sala e sembrano quasi riprodurre nella loro cadenza, nell’alternanza tra Sekhmet stanti e Sekhmet sedute, quello che appunto si vedeva all’interno del tempio di Kom el-Hettan. “Sappiamo poi che in età ramesside il tempio stesso venne usato come una cava di pietra”.

Il grupo scultoreo con il faraone Horemheb e il dio Amon al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Le “Passeggiate del Direttore” si chiudono con un gruppo scultoreo molto importante che al contempo parla dell’attività di ricerca che il museo Egizio di Torino sta facendo in questo momento. “È una diade, quindi un gruppo composto da due elementi. La statua stante rappresenta un faraone, Horemheb: indossa il cosiddetto gonnellino shendit, il busto è nudo. E mostra una leggera pancetta. Nella letteratura specialistica è definita beer belly, pancetta dovuta alla birra bevuta. Se lo confrontiamo con Thutmosi III, visto precedentemente, vediamo infatti che la resa del corpo non è così idealizzato, non è così snello come il sovrano precedente. Ma questo è un tipico elemento dell’epoca di transizione post-amarniana, di quella parte artistica che va da Tutankhamon fino al regno di Horemheb e che ci fa vedere come da quelle forme esagerate tipiche di Akhenaten si ritorni via via alle forme snelle idealizzate con cui vengono presentati i sovrani. Questo sovrano abbraccia un dio, e il dio è il dio Amon. Il volto del dio ha dei tratti assolutamente fanciulleschi. I geroglifici ci dicono: figlio del dio sole, signore delle apparizioni, Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Dall’altra parte, in modo assolutamente speculare, leggiamo buon dio, signore delle due terre, Djeserkheperure Setepenre, ovvero il nome di Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Ai lati del trono c’è il simbolo usuale che abbiamo imparato a conoscere, il sema tawi, l’unione dell’alto e del basso Egitto. Anche qui, come nella statua di Thutmosi III, vi è l’epigrafe che ci ricorda che la statua è stata scoperta nel 1818 da Rifaud a Tebe, e che Rifaud era al servizio del signor Bernardino Drovetti. Ci sono altri elementi che abbiamo imparato a conoscere nelle altre statue, come ad esempio la coda che vediamo qui tra le gambe del sovrano Amon. La coda legata all’epiteto ka nekhet, ovvero toro potente”.

L’inizio della campagna di scavo congiunta museo Egizio di Torino – museo delle Antichità di Leiden a Saqqara (foto museo Egizio)
Perché questa statua di Horemheb è particolarmente importante per il museo Egizio di Torino? “Il museo Egizio a partire dal primo maggio 2015 ha cominciato la sua attività sul campo a Saqqara”, racconta Greco. “Lavoriamo circa 200 metri a Sud della piramide a gradoni di Djoser e lavoriamo nella necropoli dove i grandi funzionari della diciottesima dinastia si fecero seppellire. Tra loro, Horemheb. Pensate che lo scavo è iniziato 44 anni or sono, perché il museo nazionale delle Antichità di Leiden aveva una serie di rilievi che provenivano dalla tomba di Horemheb, e aveva tre statue, una diade e due statue singole che provengono dalla tomba di Maya. Maya era il responsabile del tesoro del faraone. Ebbene nel 1975 il museo di Leiden insieme all’Egypt Exploration Society decide di andare in Egitto per ritrovare i monumenti da cui provenivano le statue e i rilievi che avevano in museo. E l’idea era di riuscire a trovare la tomba di Maya perché su una carta redatta da Karl Richard Lepsius, uno dei pionieri della nostra disciplina, era indicato dove era la tomba di Maya. All’epoca, negli anni Quaranta dell’Ottocento, era ancora visibile, ma negli anni Settanta del secolo scorso non più. E allora la spedizione dell’Epypt Exploration Society e di Leiden, diretta da Geoffrey Martin, parte per l’Egitto alla ricerca della tomba di Maya, che non troveranno nel 1975 ma ben undici anni dopo, nel 1986. Perché nel 1975 si trovano a scavare leggermente più a Sud della tomba di Maya e scoprono la tomba di Horemheb. Colui che era stato il generale di dell’esercito egizio, e che poi diventerà faraone dopo il breve regno di Ay. Ebbene dopo quella tomba furono trovate un’altra serie di tombe, quella di Maya nell’86, la tomba di Tya e Tya, nel 2001 fu trovata la tomba di Meryneith (o Meryre), intendente del tempio dell’Aton ad Akhetaten (Amarna) e a Men Nefer (Menfi). E da allora in poi quindi più di 15 tombe sono venute alla luce. Nel 2015 il museo Egizio di Torino si è unito al museo nazionale delle Antichità di Leiden e assieme ogni anno torniamo in Egitto per imparare a comprendere e a capire questa necropoli, dove gli altissimi funzionari si sono fatti seppellire e dove poi in epoca Tarda c’è stato un riuso della necropoli per arrivare fino agli anacoreti del deserto, quando l’Egitto si converte alla cristianità e questi monaci trovano rifugio lontano dalla vita comunitaria nel deserto, per pregare, per conoscere dio”. “L’importanza per noi di essere tornati sul campo”, conclude Greco, “è quella di riuscire a dare un contesto ai monumenti. Molti mi chiedono se adesso quando andiamo in Egitto riportiamo i monumenti in Italia, se riportiamo oggetti. Assolutamente no. L’Egitto, come l’Italia del resto, ha sottoscritto la convenzione Unesco nel 1970, quindi tutti gli oggetti che vengono ritrovati rimangono in Egitto, come è giusto che sia. Ma andare a scavare ci permette di avere nuove informazioni e di ricostruire la storia di oggetti importanti come questa statua che è di provenienza tebana ma che ci parla di un personaggio, Horemheb, che ha avuto un cursus honorum molto importante, e che prima di diventare sovrano si era fatto costruire per lui e per la moglie Mutnedjemet una tomba monumentale, cosiddetta tomba a tempio, con una serie di porte monumentali che davano accesso a delle corti proprio a Saqqara”.
“Le Passeggiate del Direttore”: col 27.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci porta nella famosa Galleria dei Re del museo Egizio di Torino alla scoperta di alcune delle meravigliose statue della collezione
Col 27.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicato a “Faraoni: dei e re”, Christian Greco ci porta nella cosiddetta Galleria dei Re, uno degli ambienti più famosi del museo Egizio di Torino, alla scoperta di alcune delle meravigliose statue lì esposte. Una delle statue più importanti conservate al museo Egizio di Torino, e davvero una delle più conosciute al mondo, mostra un giovane Ramses II: indossa la corona di combattimento khepresh, una tunica plissettata che gli avvolge il corpo, e tiene in mano lo scettro. “È interessante notare”, spiega Greco, “come i suoi piedi con i sandali schiaccino i nemici dell’Egitto. Ci sono i nove archi che rappresentano i nemici dell’Egitto, schiacciati dal sovrano che siede in trono. Ai lati del trono riconosciamo il sema tawi, l’unione del Basso e dell’Alto Egitto, quindi il sovrano dell’Alto e Basso Egitto sconfigge e domina i nemici. Del resto si vede nella parte frontale del piedistallo che questi nemici sono legati e dominati assolutamente dal potere regale del faraone”.
Vicino alla statua di Ramses II c’è una statua molto importante, ma che spesso viene ignorata dai visitatori del museo Egizio di Torino, forse perché ritenuta una statua minore. Si tratta di una diade ovvero di una statua di due persone: c’è Horemheb, giuntoci acefalo, con la moglie Mutnedjemed. “Perché è importante questa statua?”, si chiede il direttore. “È importante per quello che sfugge perché non si vede, ovvero per il testo che è conservato in 26 righe nella parte posteriore della statua. Questo testo ci narra di un momento importantissimo nella storia dell’antico Egitto. Il momento in cui viene a finire quella che si definisce l’eresia di Amarna”. Durante il periodo di Amarna, Amenofi IV, che cambia il nome in Akhenaten, trasferisce la sua capitale da Tebe ad Akhetaten (l’odierno tell el-Amarna), e avvia una profonda rivoluzione religiosa. Dice che il pantheon degli antichi dei non deve più essere adorato ma che vi è una divinità che adesso deve essere adorata e questa divinità è l’aton, il disco solare. “Sappiamo che dopo la morte di Akhenaten”, continua Greco, “c’è il regno di Smenkhara, quindi il regno del sovrano bambino Tutankhamon che muore a 18 anni, al quale succederà Ay un generale che regnerà solo per cinque anni, e poi Horemheb. “Horemheb porta avanti l’opera di restaurazione, va in tutte le città e riapre i templi e cerca di ristabilire l’antico culto perché l’Egitto torni a essere prospero. E proprio questo testo ci parla della situazione in cui si trova l’Egitto, l’Egitto che non è più florido perché gli dei non gli sono più benevolenti. Ed ecco quindi come sia necessario ristabilire il culto di tutti gli dei, ritornare all’ortodossia perché il nome dell’Egitto sia di nuovo grande e l’Egitto venga adorato in tutto il mondo”.

La colossale statua di Seti II domina la Galleria dei Re del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Sempre nella Galleria dei Re colpisce la statua di Seti II, la statua più grande presente al museo Egizio: è lunga 5,16 metri. Ha una statua assolutamente gemella che si trova al Louvre. Questa statua, assieme alla sua gemella, sono state trovate nella parte Nord della prima corte del tempio di Karnak. Quando oggi si va a visitare il tempio di Karnak si passa attraverso la porta monumentale, il cosiddetto primo pilone, costruito da Nectanebo I, e sulla nostra sinistra vi è una cappella fatta costruire da Seti II, e nella parte anteriore vi erano appunto due statue entrambe alte 5,16 metri. “Il nome di Seti II era scritto dove ora c’è un buco. Si legge ancora “ptah”, parte del nome Merenptah, ma il nome Seth è stato scavato, tolto quasi in un segno di damnatio memoriae. Seth era legato con tutto ciò che veniva definito come male, come non ordine, colui che dominava il deserto. Cosa dice il testo? Dice che il sovrano delle due terre è amato da Amon Ra, signore dei troni delle due terre. La stessa formula viene ripetuta su ambo i lati”. Ma come è arrivata a Torino questa statua? “È arrivata a Genova e poi è stata trasportata su fusti di cannoni fino a Torino”, racconta Greco. “Una volta arrivata qui non c’era una sala che la potesse ospitare e fu lasciata fuori, coperta con della paglia per preservarla dalle intemperie dell’inverno. E quando Jean François Champollion, il padre dell’egittologia, che arriva qui per studiare la collezione, vide questa statua fuori, scrisse un pamphlet in cui lui stesso si impersonifica in Seti II. E Seti II scrive al Re di Sardegna e gli dice “io re dei re mi trovo ora prigioniero in una stalla piemontese, cerca di trovare un luogo adeguato alla mia statura di gran re”.
C’è un’altra statua meravigliosa che è conservata all’interno del museo Egizio: è la statua di Thutmosi III, un altro grande sovrano guerriero. Ramses II – sappiano – resta sul trono 67 anni, espande i confini dell’Egitto, impone il suo nome su tantissimi monumenti dell’antico Egitto: forse quello più famoso è il tempio di Abu Simbel dove ci sono quattro statue colossali che rappresentano Ramses II. “Ma prima di lui vi era stato un altro sovrano guerriero molto importante, Thutmosi III, che espande i confini dell’impero egizio, arrivando nel Levante, fino al confine con la Turchia. A Torino lo vediamo rappresentato con le tipiche fattezze faraoniche: busto slanciato, idealizzato, tipico dei faraoni; in testa la corona nemes, con al centro l’ureo, o il cobra, simbolo di regalità. Tra le gambe ha una coda, la coda di toro, perché uno dei suoi epiteti è “ka nekhet”, ovvero “toro potente”, toro forte, colui che con la sua potenza riesce a dominare l’Egitto, riesce a garantire maat e a rendere sicuro l’Egitto. Ai lati i suoi nomi, il sovrano dell’alto e basso Egitto con il nome del sovrano. E poi di nuovo, come nella statua di Seti II, “amato da Amon Ra, signore dei troni delle due terre e signore del cielo”. E poi “dotato di vita per sempre”. E qui la stessa cosa, ma prima del cartiglio c’è l’epiteto “sa Ra”, “figlio del dio sole”. Epiteto che si trova nelle statue e negli epiteti regali a partire dalla IV dinastia. E come nella statua di Ramses II, di nuovo i piedi del sovrano che schiacciano i nemici dell’Egitto e di nuovo la rappresentazione dei nove archi dei nemici dell’Egitto. Per quanto concerne poi la storia della collezione vi è un altro aspetto interessante ovvero il nome di Rifaud, che è definito scultore al servizio di monsieur Drovetti. Jean Jacques Rifaud era uno degli agenti di cui Drovetti si serviva per andare in giro per Tebe a trovare statue che poi entrarono a far parte della collezione arrivata nel 1824 qui a Torino”.









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