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Per celebrare il Natale di Roma maratona da cinque cantieri di restauro con Alfonsina Russo, direttrice del Parco archeologico del Colosseo: gli stucchi del Colosseo, l’Arco di Costantino, l’area del Tempio di Vesta, la Basilica Emilia, e l’Arco di Settimio Severo. E un arrivederci alla vicina riapertura del PArCo

Panorama del Foro Romano (foto PArCo)

Maratona tra i cantieri di restauro nel cuore di Roma antica: è quanto proposto dal Parco archeologico del Colosseo per celebrare il Natale di Roma. Cinque dirette curate dalla direttrice Alfonsina Russo che di volta in volta ha dialogo con i restauratori impegnati sul monumento specifico. Per la responsabile del PArCo è stata anche l’occasione per anticipare qualche evento, come il convegno on line il 9 giugno sui restauri al Tempio di Vesta nel Foro romano o il riallestimento della Casa delle Vestali per il 21 giugno, o per sottolineare la linea green negli interventi di restauro, ribandendo che nel PArCo i prodotti chimici sono banditi. Ma soprattutto è stata l’occasione per dare un arrivederci a prestissimo, al 26 aprile 2021, quando il parco archeologico del Colosseo sarà riaperto al pubblico.

Prima tappa: i restauri degli stucchi del fornice Nord del Colosseo. Per la prima volta si sale sui ponteggi per avvicinarci a quel che resta degli stucchi che decoravano le superfici voltate e quelle della lunetta di questo angolo dell’anfiteatro. Tra il 1500 e il 1600 i grandi artisti, che da poco avevano scoperto le “grottesche” della Domus Aurea (tra tutti uno dei più brillanti allievi di Raffaello, Giovanni da Udine), riprodussero su disegni e altri supporti anche gli stucchi del Colosseo, consegnando a noi un patrimonio inestimabile di informazioni, altrimenti perdute. “Proprio grazie ai disegni di Giovanni da Udine, allievo di Raffaello, che nel ‘500 aveva visitato il Colosseo e aveva disegnato gli stucchi”, spiega Alfonsina Russo, “possiamo ricostruire anche quali erano i temi: temi legati a Dioniso, la divinità protettrice dei teatri e degli spettacoli”. Il restauro è appena iniziato. “Si procede innanzitutto con la pulizia”, spiega la restauratrice, “per conoscere meglio le modalità meno invasive per gli stucchi e capire il livello di degrado, dovuta anche alla vicinanza esterna con un’area particolarmente trafficata e a un punto del monumento in cui si incanalano diverse correnti che  trasportano molti inquinanti, e a materiali sovrapposti dovuti a interventi precedenti”. Di questi stucchi, anticipa Russo, “faremo anche le analisi proprio per capire se sono della stessa tipologia di materiale degli stucchi del passaggio di Commodo, nell’ingresso a Sud. E anche per inquadrarli meglio cronologicamente. Gli stucchi dovevano già esserci all’inizio, quando il monumento venne inaugurato nell’80 d.C.. E quindi dobbiamo immaginare che quest’area doveva essere completamente ricoperta da stucchi. Successivamente, nell’importante restauro che fecero i Severi tra la fine del II e l’inizio del III sec. d.C., vennero restaurate anche queste decorazioni con elementi cassettonati, un motivo che influenzò molto la scuola di Raffaello. Al centro della volta c’è un grande riquadro dove probabilmente era raffigurato Dioniso, e una serie di riquadri laterali con le Menadi e i Satiri. Da quello che è rimasto, possiamo immaginare una decorazione di grande raffinatezza. Del resto – non dimentichiamolo mai – questo era l’anfiteatro imperiale, il Colosseo era l’anfiteatro dell’imperatore, perciò tutto ciò che veniva realizzato – compresa la decorazione – era di altissimo livello”. Il cantiere andrà avanti per un mese. E poi si sposterà sui fornici laterali che pure presentano una decorazione a stucco.

Seconda tappa: i restauri dell’Arco di Costantino. Si sale al settimo piano dei ponteggi. Con le restauratrici diamo un’occhiata ai diversi tipi di malta e ai loro utilizzi. “Oggi analizziamo le tecniche di restauro e in particolare le stuccature”, sottolinea Alfonsina Russo. “Il cantiere è in una fase abbastanza avanzata del lavoro. I restauratori hanno ripulito i rilievi dallo sporco, e ora stanno passando alla fase della stuccatura. Si procede con diversi tipi di malte con colori diversi, calda chiara, fredda, calda scura e rossa, a seconda del colore del marmo. Si mescolano i colori fino a trovare una tonalità che si armonizzi con i marmi. Quindi è un lavoro molto importante e molto delicato che darà proprio l’aspetto finale del restauro dell’arco”. Queste malte sono realizzate con calce idraulica, molto resistente all’acqua. “Le malte”, spiegano le restauratrici, “le mischiamo con delle cariche inerti, polveri di marmo di diversi colori, e le setacciamo per avere una granulometria che si adatti alla superficie del marmo e a una tonalità. Nello stendere le malte cerchiamo di fare in modo che non ci siano ristagni d’acqua e favoriamo gli scoli, per evitare attacchi biologici, sigillando tutte le crepe”. Il restauro dell’arco di Costantino è alle fasi finali. “Lo seguiamo da febbraio (vedi Roma. Prime tre dirette dal cantiere di restauro dell’Arco di Costantino con le archeologhe Francesca Rinaldi ed Elisa Cella del Parco archeologico del Colosseo: la topografia del monumento e l’apparato figurativo dall’attico ai tondi adrianei al fregio costantiniano | archeologiavocidalpassato). L’arco di Costantino è uno dei monumenti più importanti del nostro parco archeologico, connesso alla via Trionfale che collega poi l’arco di Tito e l’arco di Settimio Severo”.

Terza tappa: area del Tempio di Vesta. Il direttore Alfonsina Russo mostra i restauri degli elementi architettonici del tempio e rivela alcune anticipazioni sul convegno dedicato all’Aedes Vestae e sul prossimo 21 giugno 2021. Siamo nel cuore di Roma, siamo nell’area della Casa delle Vestali, e dietro c’è il Tempio di Vesta. “In questo cantiere”, mostra Alfonsina Russo, “si stanno ripulendo i pezzi che fanno parte del tempio. Dopo aver partecipato virtualmente al cantiere del Tempio di Vesta (vedi Roma. Archeologi e restauratori del parco archeologico del Colosseo raccontano il cantiere di restauro del Tempio di Vesta nel Foro romano. E a primavera giornata di studi internazionali sull’Aedes Vestae | archeologiavocidalpassato), ora seguiamo questo nuovo cantiere allestito per pulire altri pezzi, frammenti di marmo, che facevano parte sempre del Tempio, e che nell’anastilosi realizzata tra il 1929 e il 1930 non sono stati utilizzati. Intanto vi segnalo che il 9 giugno 2021, proprio in occasione delle Vestalia, organizzeremo un convegno proprio sui lavori che stiamo portando avanti sul Tempio di Vesta e questo nuovo cantiere. In quell’occasione il convegno sarà on line e quindi tutti potranno seguire i vari interventi. E speriamo poi che il 21 giugno 2021, in occasione del Solstizio d’estate, di poter inaugurare la Casa delle Vestali con un nuovo allestimento: sarà una sorpresa”.  I frammenti di marmo sono trattati con il biocida. “Qui è tutto eco-compatibile”, spiega la restauratrice, “perché i prodotti chimici nel PArCo non si possono utilizzare. Questo biocida si spruzza tre o quattro volte. In qualche caso interveniamo con il micro trapano dove ci sono dei residui. E non si fa nient’altro”.

Quarta tappa: la Basilica Emilia. Stavolta scopriamo insieme il progetto di restauro ecosostenibile portato avanti con gli enzimi e condotto con Enea e piccole imprese. La Basilica Emilia è la più antica Basilica, fondata nel 179 a.C. da Marco Fulvio Nobiliore e Marco Emilio Lepido. Qui è aperto un cantiere di pulitura di un fregio che risale alla fase augustea. “Questo progetto utilizza degli enzimi, tutto eco-sostenibile, tutto naturale”, fa presente Alfonsina Russo. “È un progetto speciale che coinvolge anche micro imprese proprio per sostenerle in questo momento molto difficile dal punto di vista economico”.  Il restauro prevede interventi guidati dalla eco-sostenibilità, per il monumento con materiali originali dell’opera, per l’ambiente e per operatori e restauratori. “Il progetto ha avuto una piccola battuta di arresto dovuta alla pandemia”, ricorda la restauratrice, “ma ora è potuto ripartire grazie alla collaborazione delle piccole imprese e delle istituzioni. Abbiamo così potuto utilizzare un prodotto di nuova generazione a base di enzimi stabilizzati in una matrice di nanoparticelle. E vediamo che nelle prove effettuate la carica batterica si è completamente abbattuta. Questi interventi sono stati veramente di successo. E grazie alla collaborazione con Enea abbiamo la possibilità di testare un additivo tratto dalla pianta del fico d’India che conferisce solidità e compattezza alle malte di restauro. E ancora grazie alla collaborazione con una piccola impresa siciliana possiamo testare un compost riformulato a base di oli essenziali che ci consentirà di rimuovere le patine che nel PArCo  sono molto presenti e avrà un’azione deterrente nella formazione di nuove patine. Nella sua globalità il progetto vuole incoraggiare questi interventi per arrivare a una pratica di questo tipo di interventi fornendo strumenti tecnici e scientifici ma anche amministrativi perché un’istituzione come il PArCo possa pensare a una gestione sostenibile degli interventi di restauro e a una loro esecuzione anche con procedure di appalto”.

Quinta e ultima tappa: per la prima volta in diretta dal cantiere di restauro dell’Arco di Settimio Severo. Si sale sui ponteggi per guardare da vicino i rilievi sul fronte nord-occidentale del monumento che sarà oggetto di importanti lavori per i prossimi 7 mesi. “Siamo in un luogo unico, straordinario: siamo al quinto piano del ponteggio di restauro dell’Arco di Settimio Severo, fronte verso il Campidoglio”, interviene Alfonsina Russo. “Qui ci sono i grandi pannelli che narrano le Guerre partiche per le quali venne realizzato l’arco che narrava le gesta appunto di Settimio Severo nel 203 d.C. Il cantiere è iniziato da circa un mese e ne durerà altri sette, quindi fino all’autunno inoltrato. E perciò avremo modo di seguire più volte i lavori. Questo monumento non si restaurava da moltissimi anni e non eravamo mai potuto essere così vicini ai rilievi per vedere il loro stato di conservazione. Purtroppo i rilievi sono molto deteriorati, però si possono ancora riconoscere i vari particolari. Queste erano come delle grandi pitture che venivano portate durante i trionfi per raccontare le gesta dell’imperatore in guerra. E sono state poi riprodotte in scultura sugli archi. Raccontano nei minimi dettagli le varie tappe della guerra contro i Parti”. Il cantiere è ancora in una fase di studio. “Stiamo testando varie tipologie di pulitura per alleggerire le croste nere”, spiega il restauratore, “e l’utilizzo di strumentazioni laser per la pulitura molto delicata. Inoltre abbiamo testato due prodotti biocida per vedere quale dà una risposta migliore. Possiamo notare anche dei restauri antichi, come le cerchiature in bronzo poste nell’Ottocento, o integrazioni in cemento di inizi Novecento. Sulla base delle colonne verrà sperimentato il bio-consolidamento con enzimi: l’intervento durerà circa due mesi”.

Roma. Archeologi e restauratori del parco archeologico del Colosseo raccontano il cantiere di restauro del Tempio di Vesta nel Foro romano. E a primavera giornata di studi internazionali sull’Aedes Vestae

L’arcobaleno incornicia il Foro romano nel giorno della chiusura del cantiere di restauro del tempio di Vesta (foto PArCo)

Un arcobaleno ha salutato la fine dei lavori di restauro del Tempio di Vesta nel Foro Romano. “Mentre si smontano i ponteggi e il monumento torna pian piano completamente visibile”, raccontano archeologi e restauratori del parco archeologico del Colosseo che hanno seguito i tre mesi di lavori, e annunciano una buona notizia: “Stiamo organizzando una giornata internazionale di studi dedicata proprio all’Aedes Vestae che, con i buoni auspici della Dea (leggi Covid permettendo), sì terra il 1º Marzo 2021”.

Il Tempio di Vesta, l’Aedes Vestae, nel Foro romano (foto PArCo)

Il tempio di Vesta, nel Foro romano, è il fulcro del complesso monumentale legato al culto di Vesta, culto antichissimo e risalente già al secondo re di Roma Numa Pompilio, più volte ricostruito a causa dei numerosi incendi e infine restaurato, nelle forme visibili ancora oggi, dall’imperatrice Giulia Domna verso la fine del II secolo d.C. Dal podio circolare in opera cementizia rivestito in marmo, si innalzavano colonne con capitelli corinzi. L’interno accoglieva il braciere con il fuoco sacro, che non doveva mai spegnersi, simbolo dell’eternità di Roma e del suo destino di impero universale. La forma circolare era forse ispirata a quella delle capanne di epoca arcaica, con un foro al centro del tetto conico per far uscire il fumo. All’interno del tempio era anche conservato il Palladio, piccolo simulacro di Atena-Minerva, portato a Roma, secondo la leggenda, da Enea e simbolo della nobiltà della stirpe romana. Accanto al tempio è la casa delle Vestali, sacerdotesse dedicate al culto di Vesta e alla sorveglianza del fuoco sacro, l’unico sacerdozio femminile di Roma. In numero di sei e provenienti da famiglie patrizie, dovevano osservare il loro servizio per 30 anni, conservando la verginità, pena la morte. In cambio godevano di molti privilegi (si spostavano in carro in città e disponevano di posti riservati negli spettacoli).

Tutto è iniziato il 30 settembre 2020. E non è stato un caso. Il 30 settembre 1930 a seguito dei numerosi incendi, crolli e spoliazioni che ne avevano compromesso l’intera struttura, Alfonso Bartoli, direttore dell’Ufficio Scavi del Palatino e del Foro Romano, ordinò la ricostruzione del Tempio sulla base di un modello in gesso al vero, poi smontato. A distanza di 90 anni, il 30 settembre 2020, l’archeologa Federica Rinaldi insieme a tutto lo staff del cantiere inizia il racconto dei lavori di restauro avviati alla riapertura, in giugno 2020, del parco archeologico del Colosseo dopo il lockdown.

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Immagini d’archivio dei restauri e ricostruzione per anastilosi del Tempio di Vesta negli anni 1929-30 (foto PArCo)

La funzionaria archeologa del PArCo Giulia Giovanetti e Dimosthenis Kosmopoulos, archeologo e collaboratore del PArCo, ci raccontano le ricerche che hanno accompagnato il cantiere di restauro del Tempio di Vesta, iniziato nel 2019, per conoscere meglio il monumento e la sua storia. “Oggi ci troviamo di fronte al monumento che non è come ci è stato trasmesso dal mondo antico”, spiega Giovanetti. “Infatti noi operiamo un restauro su un monumento che è stato completamente ricostruito all’inizio del ‘900, tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Questa ricostruzione utilizzò una serie di elementi antichi che erano stati rinvenuti nei dintorni del tempio del quale si conservava esclusivamente il basamento circolare e nulla degli elevati. Dalle foto di archivio del primo Novecento si vede bene che molti dei frammenti architettonici che erano stati disposti tra Otto e Novecento nell’area del tempio in realtà erano già stati studiati, catalogati e posizionati per tentare di ricostruire l’elevato del tempio. Il tempio di Vesta è uno dei monumento del Foro romano che aveva restituito e conservato tantissimi elementi architettonici, e quindi già Rodolfo Lanciani alla fine dell’Ottocento e lo stesso Giacomo Boni decisero di studiarne gli elementi. A quel tempo tuttavia si decise che c’erano troppe incertezze per proporre una ricostruzione completa e quindi si accantonò il progetto di ricostruzione. In un’altra foto d’archivio si vede che è già stato realizzato il restauro, ma gli elementi ricostruiti sono posizionati in modo differente da come li vediamo attualmente. Si vede infatti che il tempio dei Dioscuri si trova a lato delle colonne del tempio di Vesta. E un’altra foto ci rivela che fu realizzato un modello in gesso al naturale preliminarmente al restauro e alla ricostruzione vera e propria. Quindi da una collazione delle fonti scritte e fotografiche ricostruiamo che il modello in gesso fu realizzato in una certa posizione, ma che poi una volta demolito la ricomposizione del tempio fu fatta rivolgendo le colonne verso la piazza del Foro, quindi nella posizione attuale.

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Le impalcature per il restauro del Tempio di Vesta nel Foro romano nel 2020 (foto PArCo)

“Questa ricomposizione, ritenuta importante fin dall’Ottocento ma poi accantonata, fu realizzata in periodo fascista sostenuta da motivazioni ideologiche, di propaganda politica, di connessione con l’antichità, in particolare con Vesta: perciò – conclude Giovanetti – si decise di recuperare e portare avanti il progetto. E ne parlarono diffusamente i quotidiani dell’epoca. E il 21 ottobre 1929 il grande architetto Gustavo Giovannoni fu chiamato a seguire questo restauro e il cantiere vero e proprio”. Dalla ricerca d’archivio al di fuori del parco archeologico del Colosseo Dimosthenis Kosmopoulos ha scovato un documento in cui si dice che si consigliava proprio ai giovani architetti lo studio dei molti frammenti a terra. “C’è stato anche un lungo dibattito sull’orientamento del tempio di Vesta, e alla fine ha prevalso la scelta verso il Campidoglio per una situazione più ottimale dal punto di vista altimetrico del terreno. E si scopre anche – una curiosità – che i lavori furono sospesi per un periodo per consentire al direttore dei lavori di allestire il matrimonio del principe ereditario. Comunque lo studio d’archivio ci permette di essere più precisi sulle scelte e sull’uso dei materiali per il restauro”.

Nel terzo appuntamento l’archeologa Federica Rinaldi, direttrice del Colosseo, è in compagnia dell’archeologa Francesca Caprioli (PhD, ricercatrice e docente in collaborazione con Sapienza Università di Roma e UCLA), esperta del tempio di Vesta, che focalizza soprattutto la funzione simbolica del tempio che molto dipende dalla sua forma. “La forma architettonica del tempio di Vesta rimane invariata fin dalla sua origine”, spiega Caprioli. “Ovidio ci dice nelle Metamorfosi che è legata alla forma della terra. L’Aedes Vestae si caratterizza fin da subito per essere non un tempio ma un aedes vero e proprio, un sacrarium, quindi una custodia dell’ignis aeternus, del fuoco sacro che poi nella propaganda augustea si dice venisse direttamente da Enea, dalla città di Troia, proprio per garantire questo imperium sine fine che da allora per tutta la durata dell’impero romano doveva ardere all’interno di questo sacrario. La forma quindi rotonda e anche la sua caratteristica di custodire il fuoco sono testimoniati sia dall’elevato architettonico (il decor) sia dal nome stesso, aedes, che ha la stessa radice di edificio, viene dal verbo greco che significa bruciare, ha la stessa etimologia di aestas (estate), e della stessa Vesta (la greca Estia), e ancora di ustionare: quindi è la casa del fuoco. Questa casa del fuoco era quindi prima una capanna dalla forma circolare, e poi piano piano è stata monumentalizzata mantenendo sempre la forma rotonda e, anche nell’elevato, il concetto di capanna e di contenitore (del fuoco). Le monete ci testimoniano la conservazione della forma dei secoli. E si arriva all’incendio del 14 a.C. quando Augusto ricostruisce il sacrario di Vesta dandogli un aspetto leggermente diverso. Compare un podio sagomato su cui si impostavano le colonne. Questa iconografia augustea, di cui non abbiamo testimonianza, viene reiterata dopo l’incendio del 64 d.C. con l’intervento di Tito e Domiziano, e verrà in qualche modo fissata dalla metà del I sec. d.C. Com’era dunque il tempio di Vesta? Un edificio rotondo con 20/22 colonne con fusto rudentato, cioè riempite per un terzo dell’altezza del fusto (ricorderebbe – secondo alcuni studiosi – il gusto dell’incannucciata della capanna). Probabilmente si vuole dare l’idea di uno spazio chiuso, protetto. Le colonne esterne hanno due lati scalpellati proprio per l’introduzione delle transenne. I capitelli sono a foglie d’acanto, che simboleggiano il trionfo sulla morte, secondo l’iconografia scelta da Augusto dal linguaggio ellenistico per celebrare anche il suo trionfo sulla morte di Cesare. Questi capitelli mostrano un respiro di epoca flavia, e attraverso i confronti tipologici, è stato possibile attribuirli a un’officina corrente che in qualche modo restaura il tempio anche nella seconda metà del II sec. d.C. Il materiale del tempio è fortemente restaurato anche in antico: quindi è un materiale che reitera l’iconografia flavia per almeno tutto il II sec. d.C. in un’officina di stile corrente non particolarmente brillante per la qualità e che però in qualche modo porta avanti l’aspetto del tempio dell’inizio I sec. d.C.”

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Federica Rinaldi, con una restauratrice, sui ponteggi del cantiere del Tempio di Vesta nel Foro romano (foto PArCo)

“Quello che non sembra essere stato restaurato in antico”, continua Caprioli, “sono i soffitti e anche il fregio che mostra gli instrumenta sacra: si vede il bucranio con le infulae (bende di lana bianca con cui si cingeva il capo dei sacerdoti, delle vestali e delle vittime sacrificali), l’urceulus (piccola brocca), il culter (coltello), la securis (ascia), la scatola dove si contenevano gli incensi. E si vede anche una patera, un altro culter, un ramo d’olivo con le drupe, e un’idria che era fondamentale nel culto curato dalle Vestali. Questo fregio sembra contestuale con un periodo che viene definito di stile proto-severiano, quindi simile al linguaggio architettonico del Pantheon: quindi anche questo aspetto potrebbe essere ascritto al restauro del tardo II sec. d.C. L’aedes Vestae guarda il tempio della diva Faustina, eretto nel 141 d.C. dall’imperatore Antonino Pio e dedicato alla moglie Faustina, e solo nel 161 d.C., alla morte dell’imperatore, dedicato a entrambi. Antonino Pio si è caratterizzato molto per la pietas, virtù che in qualche modo legava l’uomo attraverso la religio con le divinità, ed era anche ricordato come restitutum aedum sacrum: ciò è importante, perché Antonino Pio scelse per la costruzione del suo tempio, l’ultimo del Foro romano, la posizione proprio davanti l’antico tempio di Vesta. Ci sono due testimonianza che possono far pensare agli Antonini per il restauro del tempio di Vesta. Una è un medaglione in bronzo di Faustina che riproduce l’imperatrice come vestale maxima che sacrifica davanti a un tempio rotondo, sicuramente il tempio di Vesta. L’altra è il famoso medaglione d’argento di Iulia Domna che mantiene la stessa iconografia, su cui si basa la vulgata proprio per l’ultimo restauro del tempio che è quello che vediamo. Quindi dallo studio degli elementi architettonici del tempio di Vesta cogliamo un linguaggio di II secolo. Nel 191 d.C. fu danneggiato da un altro incendio, e fu di nuovo restaurato e ci sono dei frammenti che confermano questo rapporto modello-copia: quindi si perpetua in qualche modo un modello iniziato in età augustea. Era un simbolo, e questo simbolo appunto fu conservato vivo perché doveva essere come una sorta di miracolo sempre in piedi, sempre uguale, sempre del medesimo aspetto dall’epoca augustea fino, per lo meno, al 396, quando abbiamo l’ultima testimonianza dell’aedes Vestae: monumento della stabilità e dell’aeternitas dell’impero”.

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Il cantiere di restauro del Tempio di Vesta nel Foro romano (foto PArCo)

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Smontaggio dei ponteggi del cantiere di restauro del Tempio di Vesta (foto PArCo)

Nel quarto appuntamento, avviandosi ormai il cantiere alla conclusione dei lavori, Federica Rinaldi, funzionario archeologo e Angelica Pujia, funzionario restauratore, illustrano le attività di restauro fino qui condotte. “Siamo di nuovo sui ponteggi. Stesso tempio, stesso tempio, diverse condizioni delle superfici”, inizia a spiegare Angelica Pujia. “Siamo arrivati quasi alla fine dei lavori, grazie a Irene Giuliani e al team di restauratrici che ha guidato. Come tutti gli interventi di restauro, anche questo è stata un po’ una sfida. Abbiamo avuto la possibilità di osservare il tempio dal basso, e quindi abbiamo ipotizzato alcune forme di degrado. Salire sul ponteggio però ci ha permesso di confrontare quello che era stato il degrado che noi avevamo individuato con la reale condizione di questo manufatto. Manufatto che è composto da materiali differenti con storie conservative estremamente diverse. L’anastilosi del tempio risale a circa novant’anni fa. Abbiamo materiali che sono stati preparati per la ricostruzione del tempio, come il travertino, e materiali invece come il marmo che hanno avuto un storia conservativa ben più lunga, perché fanno parte del monumento originale. Questo intervento ci ha permesso di verificare lo stato delle superfici rispetto a uno stato di partenza molto differente, e quindi materiali in opera da poco tempo rispetto a quelli antichi. E poi è stato interessante vedere il modo in cui i vari materiali sono stati rimontati, quali sono stati i metodi per la ricostruzione, e in che modo i materiali originali hanno reagito a queste sollecitazioni. Sono stati quindi elaborati metodi di pulitura, di consolidamento differenti non solo per i diversi materiali, ma anche per i diversi stati di conservazione che gli stessi materiali avevano nelle parti alte e nelle parti basse, e quindi sottoposti a fattori di degrado differenti. Abbiamo cercato di intervenire senza modificare più di tanto l’impostazione degli anni Trenta, ma restituendo l’idea filologica di un tempio nella sua forma architettonica.

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Lo staff che ha seguito il cantiere di restauro del Tempio di Vesta nel Foro romano (foto PArCo)

“Il restauro, oltre ad allungare la vita del bene culturale, è anche un momento di conoscenza. E quindi alla fine di ogni restauro le nostre conoscenze sono ampliate, e questo anche grazie al dialogo delle diverse figure professionali coinvolte, che hanno messo in relazione le notizie storico-artistiche con i risultati delle indagini scientifiche ma anche le informazioni sul sistema di ancoraggio dei singoli elementi. E abbiamo potuto anche fare il punto sulle condizioni strutturali del monumento. Abbiamo dovuto fare i conti con il travertino, usato nella ricostruzione, e con il marmo, usato dagli antichi, ma anche con i materiali usati per mettere insieme marmo e travertino, come il cemento: materiali che ora non utilizziamo più perché hanno proprietà meccaniche troppo differenti dai materiali antichi. Ma ormai sono interventi storicizzati che fanno parte del monumento”.

Capodanno speciale a Roma: fori senza confini. Aperti gratuitamente i fori imperiali (del Comune) e il foro romano (dello Stato) in un’unica passeggiata grazie a un accordo tra sovrintendenza capitolina e soprintendenza ministeriale. Prova generale per il futuro?

Una panoramica dell'area archeologica dei fori di Roma: il 1° gennaio aperti gratis "senza confini"

Panoramica dell’area archeologica dei fori di Roma: il 1° gennaio aperti gratis per una passeggiata “senza confini”

Prosperetti, Bergamo e Parisi Presicce all'ingresso dei Fori

Prosperetti, Bergamo e Parisi Presicce ai Fori

È solo un piccolo cancello, ma riesce a dividere due mondi: di qua il Comune di Roma, di là lo Stato italiano; di qua la soprintendenza capitolina, di là la soprintendenza speciale; di qua i fori imperiali, di là il foro romano-palatino. Sì, avete letto bene: la più grande area archeologica del mondo nel cuore di Roma è divisa in due. Cioè due padroni, due gestioni, due biglietti. Ma non il 1° gennaio 2017: per la prima volta si potranno visitare i fori “senza confini”, con un percorso unico che collega il Foro Romano e i Fori Imperiali. E gratis. L’Area Archeologica Centrale aprirà dunque le sue porte per un unico grande percorso all’insegna dell’abbattimento di ogni tipo di cancello in grado di limitare e interrompere la continuità del racconto storico, in un percorso attrezzato senza barriere architettoniche. A presentare l’iniziativa, veramente “storica”, il vicesindaco e assessore alla Cultura di Roma Luca Bergamo, il sovrintendente capitolino ai Beni culturali Claudio Parisi Presicce e il soprintendente per il Colosseo e l’area archeologica centrale Francesco Prosperetti, che si sono ritrovati proprio al famoso cancelletto.

Prosperetti, Parisi Presicce e Bergamo al cancelletto che divide il foro romano (Stato italiano) dai fori imperiali (Comune di Roma)

Prosperetti, Parisi Presicce e Bergamo al cancelletto che divide il foro romano (Stato italiano) dai fori imperiali (Comune di Roma)

“Tutti coloro che trascorreranno il Capodanno a Roma avranno l’occasione unica di attraversare 25 secoli di storia”, interviene soddisfatto Parisi Presicce. “È un fatto storico vedere finalmente il Foro Romano e i Fori Imperiali senza soluzione di continuità e senza preoccuparsi di divisioni di competenze tra Stato e Comune. Le normative esistono ed esiste lo strumento che consente una gestione unificata tra Roma Capitale e lo Stato e il risultato è sotto gli occhi di tutti: siamo davanti a un complesso monumentale che tutti ci invidiano, credo che la giornata del primo gennaio sarà ricordata da tutti coloro, turisti e romani, che saranno a Roma quel giorno. È anche una sorta di promessa alla città: un piccolo passo per l’archeologia di Roma ma anche una grande idea che rappresenta il progetto per il futuro di quest’area archeologica centrale”. E Bergamo: “C’è un accordo di valorizzazione tra Roma e lo Stato che ha subito rallentamenti ed è stato messo in discussione, ma fin dal nostro insediamento sono state riprese le fila di questo discorso e lo possono vedere tutti: siamo probabilmente in uno di posti più belli del mondo, un posto che a causa di una certa interpretazione burocratica dell’organizzazione dello Stato italiano non è ancora oggi possibile vivere come un corpo unitario. Il primo gennaio facciamo un passo importante, un passo che non risolve il problema ma penso e auspico che faccia capire a tutti il valore aggiunto della cooperazione istituzionale che rende visitabile quest’area a chiunque voglia vederla. Con questo atto mettiamo un tassello che costituisce una pedina importante in un progetto di proiezione di questa città nel mondo e nel futuro. Non solo si rompe una barriera ma la si rompe per ricostruire una crescita culturale di un patrimonio unico al mondo”.

Veduta generale dell'area archeologica centrale di Roma dal Campidoglio al Colosseo

Veduta generale dell’area archeologica centrale di Roma dal Campidoglio al Colosseo

Addio dunque a barriere e cancelli. Un esperimento che durerà solo per il primo giorno dell’anno ma che amministrazione capitolina e soprintendenza speciale contano di poter continuare a realizzare. Dai Fori Imperiali al Foro Romano e Palatino: si potrà passare liberamente e gratuitamente da un sito a un altro. L’accesso ai siti sarà consentito dalle 10 alle 16, con ultimo ingresso alle 15. Il percorso che attraversa l’area archeologica dei Fori potrà essere compiuto indifferentemente partendo dall’area di competenza capitolina, da piazza Santa Maria di Loreto, presso la Colonna Traiana, o da uno degli ingressi della soprintendenza di Stato, a largo Corrado Ricci, all’Arco di Tito, o a via di San Gregorio, per una passeggiata archeologica unica. Partendo dalla Colonna Traiana seguendo la passerella presente nel sito, la visita toccherà una parte del Foro di Traiano, passerà sotto via dei Fori Imperiali percorrendo le cantine delle antiche abitazioni del Quartiere Alessandrino, attraverserà il Foro di Cesare e del Foro di Nerva per proseguire nell’area statale, senza la barriera divisoria che obbligava a uscire dai Fori imperiali per rientrare al Foro Romano. Il passaggio dall’area comunale a quella statale avverrà dietro la Curia Julia, antica sede del Senato romano, e permetterà di accedere nel fulcro della piazza del Foro, all’altezza della Basilica Æmilia, sulla Sacra Via. Di qui si articolano percorsi in diverse direzioni: Basilica Julia, Tempio del Divo Giulio, Casa delle Vestali, Lacus Iuturnæ, Tempio di Antonino e Faustina, per arrivare all’Arco di Tito e fino ai palazzi imperiali sul Palatino, dove per l’occasione resterà aperto il Museo.

Il foro romano e il Palatino: il 1° gennaio aperti gratuitamente insieme ai fori imperiali

Il foro romano e il Palatino: il 1° gennaio aperti gratuitamente insieme ai fori imperiali

Il soprintendente Francesco Prosperetti

Il soprintendente Francesco Prosperetti

“È un evento storico dal forte valore simbolico”, conferma Prosperetti. “Con questa iniziativa riusciamo a cogliere la possibilità di dare corpo a un progetto che avevamo in testa da anni, accompagnato da un accordo con il ministero ma che stentava a trovare attuazione: i Fori senza barriere architettoniche, visive ed economiche. Si apre il “confine” di Stato che separa il Foro Romano dai Fori Imperiali. Un risultato tangibile di una politica culturale portata avanti insieme verso l’obiettivo, che è di tutti noi romani, di ridare il senso di centro della città a questo luogo rimasto troppi anni separato e visto più dai turisti che dai romani, e che deve ritrovare la sua centralità rispetto alla città di Roma”. E nel 2017 quali sono le prospettive per il cuore antico di Roma? “Da luglio 2016 è in corso una situazione del tutto inedita che ci consente di intervenire sul patrimonio monumentale, almeno per le competenze di manutenzione, restauro e tutela che ricadono sullo Stato, su un patrimonio monumentale di Roma con risorse che questa città non ha mai più avuto dai tempi del grande Giubileo del 2000. Io quando ho preso in luglio la soprintendenza ai monumenti di Roma ho trovato le casse vuote, il programma di lavori azzerato e ritengo sia stato un mio preciso dovere di dare corso a una programmazione nuova per cui nel 2017 porto 10 milioni di euro sui monumenti di Roma, cosa che la città non aveva mai avuto negli ultimi 15 anni, e lo faccio grazie alle risorse della soprintendenza autonoma speciale del Colosseo e dell’area centrale di Roma. Mi auguro che questa possibilità mi sia confermata dalla riforma che ci sarà, perché sarebbe esiziale per la nostra città ritornare a una situazione come la precedente in cui i monumenti avevano risorse zero”.