Archivio tag | cartaginesi

Dentro il teatro dello scontro navale. A Vetulonia nella mostra-evento “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” il visitatore rivive la battaglia tra Greci, Etruschi e Cartaginesi nel mare Sardonio, con reperti preziosi, molti inediti

Il teatro della battaglia di Alalìa, ricreato a Vetulonia nel suggestivo allestimento di Luigi Rafanelli (foto Graziano Tavan)

La battaglia infuria. Lo scontro navale tra Greci, Etruschi e Cartaginesi è cruento. E non sono echi lontani. Siamo proprio in mezzo al teatro della battaglia ricreata nella “sala delle vele” del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia per la mostra-evento “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” aperta fino al 3 novembre 2019 (catalogo Ara edizioni). Così dopo aver conosciuto motivazioni e obiettivi della mostra-evento 2019 di Vetulonia, ed esserci immersi fisicamente nel Mediterraneo di 2500 anni fa, navigando lungo le sue coste, incrociando sulle frequentate rotte marittime navi commerciali e militari per avere un’idea precisa della situazione geopolitica ed economico-sociale nel VI sec. a.C., prima e dopo la battaglia di Alalìa, con la seconda sala della mostra entriamo nel vivo della battaglia (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/17/al-museo-archeologico-di-vetulonia-centocinquanta-reperti-da-corsica-sardegna-toscana-museo-etrusco-di-villa-giulia-e-dal-nucleo-tutela-della-guardia-di-finanza-raccontano-la-storica-battaglia-del/ e https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/29/il-mediterraneo-nel-vi-sec-a-c-traffici-mercantili-ricerca-di-minerali-spostamenti-di-popolazioni-la-mostra-evento-di-vetulonia-illustra-la-situazione-geopolitica-prima-e-dopo-alalia/).

Una panoramica a 360° della sala delle Vele del museo di Vetulonia: è come essere in mezzo al Tirreno con uno sguardo sulle coste della Sardegna, della Corsica e dell’Etruria (foto Graziano Tavan)

Stando al centro della sala, è come fossimo su una delle pentareme impegnate nello scontro. Ci guardiamo attorno, circondati dal mare Tirreno che ribolle sotto i colpi cadenzati dei rematori, e scorgiamo a Nord-Ovest le coste della Corsica con il porto di Alalìa/Aleria; a Nord-Est si profila all’orizzonte la costa etrusca con la città di Populonia, e più giù, a Est, si staglia l’isola dell’Elba, e a Sud-Est l’altura di Vetulonia; e a Sud-Ovest si vede bene l’isola di Tavolara, davanti ad Olbia, in Sardegna. All’altezza delle Bocche di Bonifacio è ambientato lo scontro ricostruito dal genio immaginifico dell’architetto Luigi Rafanelli.

Una nave cartaginese, una greca e una etrusca impegnate nella battaglia di Alalìa, ricostruite per la mostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” (foto Graziano Tavan)

“La scena è rappresentata da tre navi in legno (una etrusca, una cartaginese e una greca)”, spiega l’architetto, “ricostruite filologicamente nella dimensione all’incirca di metà del vero, in conflitto armato tra di loro, che fuoriescono improvvisamente da un sipario dove è raffigurato il mare aperto e irrompono sul palcoscenico”. La nave etrusca affonda il rostro nella nave greca, affiancata da una cartaginese. “Alle navi, dalla parte opposta, vengono incontro schierate a flottiglia altre sei imbarcazioni, cui alludono le vetrine alle quali è stata conferita una siffatta parvenza mediante il rivestimento della base in fasciame di legno, per l’assalto finale”. Ora, prima di osservare i preziosi reperti tra le vetrine, un consiglio: andate nella sala video, dietro il “teatro della battaglia”, e soffermatevi a guardare il video sulla battaglia di Alalìa. Se non l’avete fatto quando avete visitato il museo di Vetulonia, o non avete la possibilità di andare all’Archeologico “Isidoro Falchi”, ve lo proponiamo qui di seguito.

Sei vetrine come sei navi immaginarie con la stiva piena dei reperti provenienti dalle sponde del Tirreno prodotte dai popoli, che si sono scontrati nel mare Sardonio, nei secoli precedenti e successivi la battaglia navale del 540 a.C. Nelle prime tre sono esposti testimonianze dei popoli che si affacciavano sul mar Tirreno databili ai secoli precedenti la battaglia di Alalìa, cioè dalla prima Età del Ferro (IX sec. a.C.) alla metà del VI sec. a.C. Nelle altre tre vetrine possiamo conoscere i corredi dalla necropoli di Casabianda di Aleria, indagata negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, che ha restituito sepolture preromane con ricchi corredi posteriori alla battaglia di Alalìa.

Nella prima vetrina la presenza degli Etruschi in Sardegna nella prima Età del Ferro (foto Graziano Tavan)

Nel primo “bastimento” ecco la presenza degli Etruschi in Sardegna nella prima Età del Ferro: vediamo ossuari biconici, ben attestati nei centri protostorici dell’Etruria, recuperati dalla Guardia di Finanza. E poi materiali sardi ed etruschi tra l’età villanoviana e il periodo arcaico (IX-V sec. a.C.) provenienti da Tharros e il suo territorio, e conservati all’antiquarium Arbonense di Oristano: spilloni, brocchette, kantharos, oinochoe, pintadere, aryballoi. Accanto testimonianze etrusche in Corsica prima e dopo Alalìa: pendenti, collane, fibule, coppe (talora etrusche e corse affiancate) alcune delle quali conservate al museo Archeologico nazionale di Firenze.

Nella seconda vetrina la presenza dei Fenici in Sardegna (foto Graziano Tavan)

Nel secondo “naviglio” il carico ci porta a riconoscere la presenza dei Fenici in Sardegna con reperti conservati sempre nell’antiquarium di Oristano: esempi di ceramica fenicia (600-540 a.C.) sono brocche, piatti ombelicati, oil bottle (per contenere profumi e unguenti), vasi a chardon (a forma di fiori di cardo), un askos a forma di cavalluccio con cavaliere da esibire sulla tavola durante il banchetto, e ancora punte e puntali di lance (purtroppo l’asta in legno non si è conservata).

La terza vetrina è dedicata all’Olbia fenicia e all’Olbia greca (foto Graziano Tavan)

A Olbia è dedicata la terza vetrina. “Proprio il territorio di Olbia”, spiega Rubens D’Oriano, del comitato scientifico della mostra, “si è dimostrato particolarmente adatto all’insediamento umano: un porto naturale tra i più riparati dell’intero Mediterraneo, affacciato sulle principali rotte tirreniche e con bassi fondali adatti alla cattura e allevamento del pesce e alla raccolta del sale; un rilievo modesto, ininterrottamente occupato dall’area urbana, con una falda perenne di acqua dolce; una piana circostante ricca di acque e orlata di colline che la proteggono dai venti”. Gli scavi archeologici hanno confermato l’insediamento più antico, fenicio, anche se grazie a ritrovamenti di ceramiche fenicie in contesti più tardi; e poi la Olbia greca tra il 630 e il 510 a.C.: ecco un’hydria, un’oinochoe, una testina fittile, una coppa da vino corinzia, tutte di produzione greca, prestate dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Sassari e Nuoro.

Nella quarta vetrina alcuni corredi dalle sepolture della necropoli di Casabianda di Aleria e conservati nel musée d’Archéologie d’Aléria (foto Graziano Tavan)

Con la quarta vetrina cominciamo a conoscere alcuni corredi dalle sepolture della necropoli di Casabianda di Aleria e conservati nel musée d’Archéologie d’Aléria. Innanzitutto due oggetti eccezionali dalla Tomba 98 con due deposizioni databili tra il 475 e il 425 a.C.: sono il cratere attico a colonnette a figure rosse attribuito al Pittore di Pan e la kylix attica a figure rosse del Pittore di Pentesilea. Accanto due oggetti, meno appariscenti, dalla Tomba 155A, con deposizione femminile databile al 440 a.C., una brocca etrusca in bronzo a becco, e a un balsamario punico in pasta vitrea dalla Tomba 175 associato a sepolture del 430-405 a.C.

Nelal quinta vetrina reperti databili tra il V e IV sec. a.C. provenienti dal museo di Aleria (foto Graziano Tavan)

Nella quinta vetrina si esamina un’epoca un po’ più recente: reperti databili tra il V e IV sec. a.C. Ancora dalla Tomba 155A un colino in bronzo, coppe in ceramica di età ellenistica, mentre dalla Tomba 155B, con sepoltura maschile databile al 420 a.C., una serie di kyathos (specie di bicchieri-mestolo) rocchetto in bronzo e una lekythos attica a figure rosse. Dalla Tomba 155C, maschile, databile al 325 a.C., ceramica indigena corsa. E da tombe diverse, oggetti per il simposio come bacili, simpolum (mestoli), infundibulum. Dalla Tomba 85 un glaux (coppetta) di tipo attico prodotta in Etruria. E dalla grande Tomba 129B a camera (325 a.C.) il cratere a campana etrusco a figure rosse.

Nella sesta vetrina reperti databili al III sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

Con la sesta e ultima vetrina, vediamo affacciarsi in Corsica la presenza romana. Si comincia con un’oinochoe con bocca a cartoccio a figure rosse del gruppo Torcop e Pittore di Populonia, proveniente dalla Tomba 129C (300 a.C.). Quindi dalla Tomba 31 uno skyphos etrusco a vernice nera sovradipinta; in ceramica fine ecco un’olpetta (T 45), un’oinochoe (T 83), un’anfora (T 118B). Nella Tomba 46 troviamo invece ceramica fine da mensa di tipo campano, un boccalino corso in impasto, un’olletta di produzione indigena. Infine dalla Tomba 53, a camera, a inumazioni multiple, oinochoe e piatto in ceramica di Gnathia, skyphoi ceretani, piattelli Genucillia, ceramica di produzione etrusca e protocampana: materiali databili tra il 340 e il 280 a.C. I romani sono ormai alle porte: nel 259, durante la prima guerra punica, conquistano Alalia che viene chiamata Aleria, nome che conserva ancora oggi.

(3 – fine; gli altri post sono usciti il 17 e il 29 ottobre 2019)

Il Mediterraneo nel VI sec. a.C.: traffici mercantili, ricerca di minerali, spostamenti di popolazioni. La mostra-evento di Vetulonia illustra la situazione geopolitica, prima e dopo “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia”, con reperti da Corsica, Etruria e Sardegna e un capolavoro: il dinos di Exekias

Il grande pannello con la situazione del Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. nellamostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia” a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

Il Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. è un mare trafficato, solcato dalle navi commerciali di Fenici, Greci, Cartaginesi, Etruschi alla ricerca di minerali per forgiare il bronzo, favorendo i l contatto e lo scambio tra i diversi popoli. Lo si vede molto bene nel grande pannello che accoglie i visitatori annunciando il tema affrontato nella prima sala della mostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia fino al 3 novembre 2019 (catalogo Ara edizioni), curata da Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia: capire quali erano gli attori alla vigilia della battaglia del mare Sardonio, quali erano le condizioni economiche e sociali dei popoli che vivevano all’epoca sulle sponde del Mediterraneo, quali erano le strutture disponibili. Così dopo aver conosciuto motivazioni e obiettivi della mostra-evento 2019 di Vetulonia, avere avuto conto dei reperti esposti e con quale allestimento (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/17/al-museo-archeologico-di-vetulonia-centocinquanta-reperti-da-corsica-sardegna-toscana-museo-etrusco-di-villa-giulia-e-dal-nucleo-tutela-della-guardia-di-finanza-raccontano-la-storica-battaglia-del/) ora immergiamoci fisicamente nel Mediterraneo di 2500 anni fa, e navighiamo lungo le sue coste, incrociando sulle frequentate rotte marittime navi commerciali e militari. Basta scorrere i grandi pannelli che si dipanano lungo le pareti intervallati, agli angoli, a vetrine con oggetti significativi sui temi affrontati.

Le correnti marine nel Mediterraneo (foto Graziano Tavan)

La Corsica e le rotte di navigazione. Alalìa era un oppidum sulla costa nord-orientale della Corsica, organizzato come un emporion, cioè un porto aperto agli scambi marittimi su ampia scala. Se poi si studiano le correnti marine, si capisce subito che Alalìa non è nata lì per caso, ma per la sua posizione strategica: correnti specifiche portano facilmente verso Nord dal mar Ligure fino a oltre i Pirenei. La navigazione è anche guidata dai fari posti sui promontori, e Capo Corso – secondo Erodoto – era un “promontorio sacro” (hieron), in particolare Capo Sacru che controlla il canale di Corsica.

La posizione delle miniere e le rotte del commercio dei metalli nel VI sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

La ricerca dei minerali. Il rame (dal III millennio a.C.) e poi lo stagno (dal II millennio a.C.), necessario per realizzare il bronzo, sono al centro dei grandi flussi commerciali nel Mediterraneo. Nel Canale di Corsica e nelle Bocche di Bonifacio sono stati trovati molti relitti carichi di lingotti di rame e stagno. Nell’entroterra di Aleria (l’Alalìa romana) erano presenti miniere di rame. La metallurgia del ferro si diffonde nel Mediterraneo occidentale nel I millennio a.C. I ricchi giacimenti dell’isola d’Elba e del territorio di Populonia fanno del Tirreno settentrionale un grande polo industriale. L’intensa produzione di carbone da legna, necessario per la lavorazione del ferro, porta i Greci a chiamare l’isola d’Elba Aethalia (colei che fuma). La miglior qualità del minerale di ferro delle Colline Metallifere in Etruria e dell’isola d’Elba viene privilegiata a quello delle miniere corse, già sfruttate da secoli. Ciò porta a creare dei collegamenti privilegiati tra la Corsica e Populonia. Ma anche dalla Corsica alla Sardegna, ricca di rame.

Nave etrusca: particolare dell’affresco conservato all’intermo della Tomba della Nave a Tarquinia

Alalìa, un emporion in Corsica. Il Mediterraneo arcaico è un’area di grande mobilità. Il commercio si basa su una vera e propria rete di insediamenti, emporia, porti aperti a innumerevoli attori e intermediari. Le varie comunità possono avere un quartiere o una strada, a volte perfino il loro santuario. Alalìa è probabilmente un emporion di questo tipo, dove i Corsi sono in contatto con Etruschi, Greci e Fenici. Il trasporto marittimo avviene con imbarcazioni a forma arrotondata. Hanno una vela quadrata tessuta in lino, fissata su una trave orizzontale saldamente attaccata all’albero maestro. La nave etrusca della Tomba della Nave (Tarquinia) attesta la comparsa, nel VI sec. a.C., di un secondo albero verticale posto nella parte anteriore dell’imbarcazione per facilitare le manovre. L’onomastica della rosa dei venti, che i marinai usano ancora oggi, tradisce la sua origine antica, con il Mediterraneo centrale come punto di riferimento focale. Così il vento da Nord-Est viene dalla Grecia (è il Grecale), quello da Sud-Est dalla Siria (è il Sirocco), il vento da Sud-Ovest dalla Libia, nome antico dell’Africa (è il Libeccio). Ed infine il più forte e potente il Magister (Magistrale) che soffia come vento maestro da Nord-Ovest.

Lo stagno di Diana ad Aleria in Corsica che probabilmente fu il porto principale di Alalìa

I porti naturali della Corsica orientale. A Nord le piccole insenature di Capo Corso possono servire da rifugi sicuri durante la pericolosa traversata del Canale di Corsica. A Sud i golfi profondi di Porto Vecchio e Sant’Amanza, vicino alle Bocche di Bonifacio, sono siti portuali di qualità superiore. Al centro, all’altezza di Cerveteri e Vetulonia sul litorale opposto, la pianura è regolarizzata da un lido sabbioso che protegge molti stagni. Eccetto lo stagno di Diana, probabilmente il porto principale di Alalìa, i cui fondali superano i 30 metri, gli stagni sono generalmente poco profondi, e nei secoli si sono gradualmente prosciugati: come lo stagno del Sale, vicino a Aleria. O sono in fase di riempimento come lo stagno di Chjurlino, il più grande porto naturale dell’isola, dove, nel 1777, durante lo scavo di un canale, fu trovato il relitto del Golo (VII-VI sec. a.C.), che fortunatamente fu studiato prima della sua decomposizione per l’assenza di qualsivoglia forma di protezione. Lo scafo, 14,1 metri di lunghezza per 2,6 di larghezza, combinava la tecnica cucita a quella delle mortase e tenoni: ricorda le navi iberiche di influenza punica e greche di Marsiglia. Il relitto del Golo è il più antico documentato ad oggi e testimonia l’importanza dei siti portuali naturali della Corsica orientale. Questi golfi, insenature e stagni avevano, in epoca arcaica, rapporti diretti con i grandi porti etruschi di Caere, Tarquinia, Vulci, Vetulonia e Populonia, ma anche con quelli ellenici della Magna Grecia e della Sicilia, così come i porti fenici della Sardegna.

Una panoplia dal museo di Aleria in Corsica in mostra a Vetulonia: la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco (foto Graziano Tavan)

La ricostruzione di una trireme greca proposta nella mostra di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

La guerra navale. La distinzione tra una nave da guerra e una mercantile inizia a metà del II millennio a.C. anche se le attività mercantili e militari rimangono strettamente connesse. Le navi da guerra sono caratterizzate da un rapporto ben superiore tra la lunghezza e la larghezza. Sono azionate da remi ed è la velocità la loro arma in quanto la lotta consiste nello sventrare l’imbarcazione nemica con uno sperone, pesante e robusto pezzo di bronzo affusolato posto nella parte anteriore della nave. Alcuni soldati, principalmente arcieri, sono posizionati su piccole piattaforme a prua e a poppa. L’attrezzatura dei soldati etruschi evolve al VI sec. a.C. con l’introduzione del casco conico del tipo “Negau” e della spada a lama curva (la machaira) insieme allo scudo rotondo, all’armatura che protegge il torace e il cuore (cardiofilax), ai gambali (cnemidi), alla lancia, al pugnale e all’arco. Le navi raffigurate sulle ceramiche permettono di identificare i pentecontori già all’VIII sec. a.C. coi loro 50 vogatori, 25 su ciascun lato. È la nave di Ulisse nell’Odissea oppure la nave di Argo che trasporta gli Argonauti. Intorno al 700 a.C. si evolve il sistema di navigazione ovvero si ha una nuova disposizione dei vogatori che sono posizioni su due livelli da ambo i lati. Quest’imbarcazione viene chiamata bireme. I pentecontori focei sono tra i più potenti. Erodoto descrive la partenza dei Focei dalla loro metropoli sotto la minaccia dei Persiani, nel contesto delle Guerre Persiane: nel 545 a.C. uomini della città, donne, bambini, con le loro statue, offerte e “tutto ciò che gli apparteneva” si imbarcano in direzione di Alalìa. La trireme corrisponde a un’altra evoluzione della navigazione alla fine del VII sec. a.C. È azionata da 170 vogatori che, probabilmente, erano ripartiti su tre livelli. Lunga 35 metri e larga 5,50 metri, era molto maneggevole grazie al suo basso pescaggio. La trireme diventa quindi la grande forza delle flotte elleniche.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

La mappa della battaglia di Alalia, oggetto della mostra di Vetulonia

La battaglia di Alalìa. Molto attivi all’inizio del VI sec. a.C., i Focei fondano diversi emporia: prima Massalia (Marsiglia) nel 600 a.C. , poi dal 565 a.C. si stabiliscono ad Alalìa, un oppidum preesistente. Per approvvigionare i Focei, si stima fossero 15mila, servivano 10mila ettari di terreno a coltura. Con la presa della metropoli focea nel 545 a.C. da parte delle truppe persiane di Ciro, altri 500-1500 focei furono costretti all’esilio. Un piccolo numero, è vero, ma che mandò in crisi l’equilibrio raggiunto nello spazio tirrenico. Secondo Erodoto gli ultimi arrivati si alla pirateria e a incursioni “presso tutti i popoli vicini”. Di conseguenza le città marittime etrusche, preoccupate per la difesa delle loro aree di influenza diretta, organizzano con i loro alleati punici, saldamente stabiliti in Sardegna, una risposta militare che coinvolge rispettivamente 60 navi, i Focei ne oppongono altrettante 60. Così, nel 540 a.C. si svolge in mare, tra le Bocche di Bonifacio, Alalìa e Pyrgi, una delle più grandi battaglie del Mediterraneo nell’Antichità, che coinvolgerà 180 galere e oltre 14mila uomini, tutto ciò per il controllo di Alalìa.

Il sacrificio di prigionieri (in questo caso troiani) dipinto all’interno della tomba François a Vulci (foto museo della Badia Vulci)

Le conseguenze della battaglia di Alalìa. Le conseguenze immediate della battaglia di Alalìa sono catastrofiche per i Focei stabiliti in Corsica. Le tecniche di combattimento navale per immobilizzare le navi nemiche con potenti speroni spiegano il gran numero di prigionieri e i naufraghi recuperati dalle imbarcazioni ancora in grado di navigare. La maggior parte dei prigionieri focei appartiene ai capi di Agyla (nome greco di Caere-Cerveteri), che dimostra chiaramente il ruolo dominante di questa città nella coalizione etrusca. Sarebbero stati lapidati nel santuario di Monte Tosto, vicino alla città dove, da quel momento in poi, fenomeni nefasti avrebbero colpito i passanti. Gli abitanti di Agyla consultano allora la pizia di Delfi che ordina loro ricchi sacrifici e l’organizzazione di giochi rituali. I Focei sopravvissuti alla battaglia ritornano ad Alalìa e abbandonano rapidamente la Corsica. Imbarcano i loro figli, le loro mogli e tutto ciò che possono trasportare di quello che resta dei loro beni, a bordo delle venti navi sopravvissute alla battaglia, per prendere la direzione di Reghion e Hyele (Velia). Si stima che lasciano la Corsica 5mila Focei, cioè 1600 famiglie. Altra conseguenza, a più a lungo termine, è l’egemonia etrusca che si estende nello spazio tirrenico per sessant’anni. Con la battaglia di Imera (480 a.C.) in cui i Corsi partecipano a fianco di Cartaginesi, Iberi, Liguri, Elisichi e Sardi, emerge una nuova potenza, i Greci di Siracusa, introduce un nuovo equilibrio geopolitico. Dopo la vittoria navale di Cuma nel 474 a.C. contro gli Etruschi, i Siracusani si impongono come padroni assoluti del mar Tirreno.

La prima sala della mostra di Vetulonia “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” con, al centro, il dinos di Exekias (foto Graziano Tavan)

Exekias me poiese (Exekias mi ha fatto). è la firma, rarissima, del grande vasaio e ceramografo sul dinos attico (foto Graziano Tavan)

“A rendere particolarmente preziosa questa prima stanza della mostra è la vetrina centrale in cui campeggia il celeberrimo dinos attico frammentato”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli che ha curato l’allestimento, “che presenta sull’orlo interno del collo la raffigurazione di due pentecontere, il tipo di nave protagonista della battaglia di Alalìa, e, all’esterno del collo, la firma rarissima (se ne contano solo 14 in tutta la sua vasta produzione) di Exekias, il grande vasaio e ceramografo ateniese vissuto alla metà del VI sec. a.C., conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e di ritorno dalla grande mostra in suo onore a Zurigo. Per la straordinaria qualità artistica delle sue opere, per la coincidenza temporale della sua realizzazione con la data della battaglia intorno al 540 a.C. e per l’eccezionale riproduzione delle navi da guerra, il vaso è stato assunto come logo della mostra”.

(2 – continua; il primo post è uscito il 17 ottobre 2019)

Al museo Archeologico di Vetulonia centocinquanta reperti da Corsica, Sardegna, Toscana, museo Etrusco di Villa Giulia e dal nucleo tutela della Guardia di Finanza raccontano la storica battaglia del mare Sardonio nella mostra-evento “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”: un percorso emozionale, immersivo nel rigore della ricerca archeologica

L’ingresso del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Gli echi della battaglia risuonano nell’aria. Sono grida di ordini, ma anche urla, gemiti, lamenti di soldati feriti. E poi il ritmo cadenzato dei colpi dei remi che accarezzano le onde facendo volare le potenti navi da guerra. Ecco il colpo sordo del rostro che affonda nel ventre dei gusci nemici. Ecco l’esultanza dei vincitori, ecco il sangue che colora le spume del mare. Sono passati quasi 2500 anni da quello scontro navale al largo delle acque di Alalia, nello spazio tirrenico compreso fra la Corsica, l’Elba e il litorale toscano, ma quella che è passata alla storia come la battaglia del mare Sardonio (era il 540 a.C.), che ridefinì gli ambiti di influenza delle tre grandi potenze dell’epoca, Greci, Etruschi e Cartaginesi, rivive al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia nella mostra-evento 2019 “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” (fino al 3 novembre 2019, catalogo Ara edizioni), elaborata nel quadro del Programma Collettivo di Ricerca su “Aleria e i suoi territori”. Una mostra non solo storico-archeologica, rigorosa, che fa scientificamente il punto sulle ricerche archeologiche (soprattutto in Corsica, isola che sta vivendo una riscoperta-rinascita culturale), ma anche emozionale, immersiva, che fa del visitatore un protagonista attivo della memorabile battaglia navale. “È la prima mostra internazionale Italia-Francia per valorizzare la Corsica”, sottolinea Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia, che non nasconde la propria soddisfazione, perché la tappa italiana del progetto “è rappresentata da Vetulonia”. La mostra poi si trasferirà nel 2020 ad Aleria, in Corsica, per concludersi nel 2021 a Cartagine, Tunisia (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/07/20/alalia-la-battaglia-che-ha-cambiato-la-storia-greci-etruschi-e-cartaginesi-nel-mediterraneo-del-vi-secolo-a-c-mostra-evento-al-museo-isidoro-falchi-di-vetuloni/).

Una panoplia dal museo di Aleria in Corsica in mostra a Vetulonia: la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco (foto Graziano Tavan)

Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico di Vetulonia

“La mostra”, spiega Simona Rafanelli, “intende rappresentare una tappa importante nel percorso di studio sulle civiltà affacciate sul bacino del Mediterraneo, gettando le basi per instaurare una riflessione più profonda sull’identità corsa forgiata nell’antichità in un ambiente marittimo aperto e interculturale, ove la partecipazione della Corsica e dei Corsi in seno alla civiltà e allo spazio etrusco rappresenta un fatto fondamentale e, negli ultimi anni, largamente riconosciuto. Un rapporto assai stretto, quello tra Etruschi e Corsi, ancora purtroppo scarsamente documentato nei secoli che precedono la battaglia di Alalia, ma ravvisabile con immediatezza, per l’epoca posteriore all’evento bellico, nella fisionomia dei corredi che, recuperati dai coniugi Jehasse nella necropoli di Casabianda negli anni Sessanta del Novecento, formano oggi il patrimonio esposto nel museo di Aleria. Panoplie di armati, che associano la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco, testimoniano la presenza di una forza militare che, reclutata dagli Etruschi primariamente tra indigeni e cartaginesi, risponde all’esigenza di mantenere il controllo etrusco su Alalia e sull’intero versante litoraneo orientale dell’isola e che, permeata, al pari degli Etruschi stessi, di cultura ellenica, arreda i propri sepolcri di straordinari set da simposio e da banchetto, ove prestigiose ed eleganti ceramiche greche figurate affiancano pregiati utensili in bronzo di manifattura etrusca, che trovano identità di confronto con quelli usciti dalle botteghe di Vetulonia e Populonia”.

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

La mappa della battaglia di Alalia, oggetto della mostra di Vetulonia

Centocinquanta reperti di straordinario valore scientifico e artistico, richiesti in prestito primariamente al museo di Aleria (partner del progetto e della mostra), quindi all’Antiquarium Arborense di Oristano e della soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Sassari e Nuoro, sul suolo sardo, al museo Archeologico nazionale di Firenze, per quanto concerne la Toscana e, infine, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, cui si affianca una selezione di reperti sequestrati dal Nucleo Tutela del Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza di Roma (partner esclusivo dal 2013 delle mostre vetuloniesi), sono i protagonisti di un racconto che si snoda dietro le quinte di uno scenario che rappresenta il Mediterraneo in epoca arcaica, nel tempo che precede e segue lo scontro navale che, secondo lo storico greco Erodoto terminerà senza vincitori né vinti, ma che assai concretamente sancirà la spartizione delle isole del Tirreno tra le potenze marittime che dominavano i traffici e le rotte commerciali in questo ben definito angolo di mare, assegnando la Corsica agli Etruschi, la Sardegna ai Fenici di Cartagine e la Sicilia insieme al Sud Italia ai Greci.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

“È proprio il Tirreno o, più latamente, il Mediterraneo nella sua ansa occidentale”, riprende Simona Rafanelli, “a rivestire il ruolo di autentico protagonista dell’intera vicenda che sconvolse e riassestò gli equilibri commerciali e politici delle potenze marinare che si affrontarono al largo delle acque di Alalia. È il Mare ad aver disegnato le quinte dello scenario ove l’intero fatto storico rappresentato ha trovato origine e compimento. Ed è quindi al Mare che i curatori della mostra-evento hanno voluto dedicare la scelta di un oggetto-simbolo, coevo alla battaglia, destinato ad assurgere a logo tangibile della mostra e rappresentato dal celeberrimo deinos (dinos, grande vaso sferoidale) a firma di Exechias, il “padre” della ceramografia attica a figure nere, esposto al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, cui sarebbe affidato il compito di veicolare il significato, e con esso le finalità, dell’intero progetto scientifico ed espositivo. In esso, lungo la fascia interna dell’orlo circolare del vaso, trova infatti piena espressione figurata l’incedere, sulla superficie ondulata del mare, di quelle pentecontère ove sono riposti speranze e destino delle maggiori potenze navali del Mediterraneo”.

La prima sala della mostra “Alalia” nel museo di Vetulonia, nell’allestimento dell’arch. Luigi Rafanelli (foto Graziano Tavan)

“Exechias mi fece”: la firma sul dinos conservato al museo di Villa Giulia ed esposto a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Citando il deinos di Exechias siamo entrati nel vivo della mostra, che occupa due stanze del museo di Vetulonia (la sala G e la sala “delle vele”), più il locale a fianco della sala “delle vele”, che funge nell’occasione da saletta cinematografica, dove viene proiettato un cortometraggio ad hoc su “Aleria e i suoi territori”. “La mostra è intesa non come un semplice contenitore di una antologia di pezzi archeologici”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli, che ha curato l’allestimento, “ma come rievocazione del luogo dove l’evento è andato in scena, del theatre de bataille. È un allestimento che coniuga il rigore scientifico con la spettacolarità, in cui la battaglia fa da scenario alle preziose testimonianze archeologiche appartenenti ai tre popoli protagonisti e collocate nelle vetrine, ma ricrea anche il contesto ambientale, naturalistico e culturale, in cui aleggia ancora il pathos dello scontro. Il colore predominante dell’allestimento è l’azzurro del cielo e, soprattutto, del mare. Un secondo livello di lettura della mostra è infatti la storia vista attraverso il mare, il luogo dove si intrecciano i rapporti tra cultura e civiltà, tra scambi commerciali e scontri di guerra, tra terraferma e isole, tra uomo e mare. Un mare, il mare Mediterraneo, che è stato la culla delle più grandi civiltà del mondo antico e che, negli auspici, torni ad essere, anche attraverso queste iniziative culturali transfrontaliere, elemento di unione e non di divisione tra i popoli”.

(1 – continua)

“Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”: mostra-evento al museo “Isidoro Falchi” di Vetulonia con 150 reperti da Corsica, Sardegna, Toscana e museo di Villa Giulia raccontano lo scontro che portò alla spartizione delle isole tirreniche tra le superpotenze dell’epoca

Carta del Mediterraneo occidentale, con le aree di influenza della cultura etrusca, greca e cartaginese. Eaborazione: Jean Castela, Grafica: Alessandro Bartoletti

“Quando [i Focei] giunsero a Cirno (la Corsica, ndr), per cinque anni abitarono insieme a quelli che erano arrivati prima di loro e costruirono dei templi. Ma poiché depredavano e derubavano tutti i popoli confinanti, Tirreni (Etruschi, ndr) e Cartaginesi di comune accordo mossero contro di loro, entrambi con una flotta di sessanta navi. I Focei armarono anch’essi le loro navi, in numero di sessanta, e affrontarono il nemico nel mare chiamato di Sardegna. Attaccata battaglia, i Focei riportarono una vittoria cadmea: delle loro navi, quaranta furono distrutte e le venti superstiti erano inutilizzabili, avendo i rostri rivolti all’indietro. Approdati ad Alalia, presero a bordo i figli, le donne e tutti gli altri beni che le navi potevano trasportare e, abbandonata Cirno, fecero vela alla volta di Reggio (Calabria, ndr). Quanto agli uomini delle navi distrutte, la maggior parte di essi li presero i Cartaginesi e i Tirreni e, dopo averli condotti fuori dalla città, li lapidarono”. Così Erodoto (Storie, I, 166-167). Ma anche se lo storico greco parla di “vittoria cadmea”, noi diremmo “vittoria di Pirro”, “la Màχe (battaglia) del mare detto Sardonio, tra i Focei di Alalìe in Corsica e forse di Massalìe (Marsiglia), da una parte e i Cartaginesi e gli Etruschi, dall’altra, fu l’evento capitale del Mediterraneo centro occidentale del VI secolo a.C., che decise le sorti delle due isole tirreniche di Kyrnos (Corsica) e Sardò (Sardegna).

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

Alla battaglia del mare Sardonio, che ebbe luogo intorno al 540 a.C. al largo delle acque di Alalia, nello spazio tirrenico compreso fra la Corsica, l’Elba e il litorale toscano, il museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia dedica la mostra-evento 2019 “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” (fino al 3 novembre 2019), elaborata nel quadro del Programma Collettivo di Ricerca su “Aleria e i suoi territori”. “È la prima mostra internazionale Italia-Francia per valorizzare la Corsica”, sottolinea Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia, che non nasconde la propria soddisfazione, perché la tappa italiana del progetto “è rappresentata da Vetulonia”. La mostra poi si trasferirà nel 2020 ad Aleria, in Corsica, per concludersi nel 2021 a Cartagine, Tunisia.

Il suggestivo allestimento della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo di Vetulonia

Dedicata alla prima grande battaglia navale tramandata dalla Storia, destinata a dettare i nuovi equilibri geo-politici nel Mediterraneo Occidentale, la mostra vuole instaurare una riflessione più profonda sull’identità corsa forgiata nell’antichità in un ambiente mediterraneo aperto e interculturale, ove la partecipazione della Corsica e dei Corsi in seno alla civiltà e allo spazio etrusco rappresenta un fatto fondamentale. Idealmente centrato sulla battaglia d’Alalìa, le sue cause e le sue conseguenze nei secoli che immediatamente precedono e seguono lo scontro navale, il tema dell’esposizione è quello più generale dei contatti fra le Civiltà antiche presenti in questa parte del bacino del Mediterraneo, che hanno determinato la scelta del sottotitolo “Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”.

La direttrice Simona Rafanelli all’inaugurazione della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”

Centocinquanta reperti di straordinario valore scientifico e artistico, prestati primariamente dal museo di Aleria (Corsica), partner dell’esposizione, quindi dall’antiquarium Arborense di Oristano e dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Sassari e Nuoro, per quanto riguarda la Sardegna; dal museo Archeologico nazionale di Firenze, per quanto concerne la Toscana e, infine, dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma, cui verrà ad affiancarsi una selezione di reperti sequestrati dal Nucleo Tutela del Patrimonio Archeologico della GdF di Roma: questi reperti sono i protagonisti di un racconto che si snoda dietro le quinte di uno scenario che rappresenta il Mediterraneo in epoca arcaica, nel tempo che precede e segue lo scontro navale che – come abbiamo visto – secondo lo storico greco Erodoto terminerà senza vincitori né vinti, ma che assai concretamente sancirà la spartizione delle isole del Tirreno fra le potenze marittime che dominavano le rotte e i traffici commerciali in questo ben definito angolo di mare, assegnando la Corsica agli Etruschi, la Sardegna ai Fenici di Cartagine e la Sicilia insieme al Sud Italia ai Greci.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

R

La firma del pittore Exekìas autore del dinos conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a oma

eperto simbolo della mostra è un pezzo unico, straordinario, rappresentato dal vaso greco (un dinos) decorato a figure nere, che esibisce la firma di Exekìas, il padre della ceramografia attica, del quale si contano poco più di dieci firme ad oggi conosciute in tutto il mondo! A questo vaso, concesso in prestito in via eccezionale dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, esposto per la prima volta a Vetulonia completo del suo supporto, viene affidato il compito di veicolare il significato, e con esso le finalità, dell’intero progetto scientifico ed espositivo. Lungo la fascia interna dell’orlo circolare del vaso, trova infatti piena espressione figurata l’incedere, sulla superficie ondulata del mare, di quelle pentecontère (navi da guerra con 50 rematori) ove sono riposti speranze e destino delle maggiori potenze navali del Mediterraneo antico.

Recuperato nel mare di Levanzo il dodicesimo rostro che conferma l’ubicazione della battaglia delle Egadi del 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che pose fine alla prima guerra punica a favore dei romani

Il recupero del dodicesimo rostro dalle acque antistante Levanzo appartenuto a una nave coinvolta nella battaglia delle Egadi del 241 a.C.

Area della battaglia delle isole Egadi tra romani e cartaginesi del 241 a.C.

E 12! Se ancora ci fossero stati dubbi sull’ubicazione della battaglia delle Egadi, combattuta nel 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che concluse a favore dei romani la lunga ed estenuante Prima Guerra Punica iniziata nel 264 a.C., ora dovrebbero essere fugati definitivamente. A tredici anni di distanza dal sequestro del primo rostro, che avviò le ricerche subacquee sistematiche, è stato recuperato a 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo, il dodicesimo rostro in bronzo della battaglia delle Egadi, cioè proprio dove da anni Sebastiano Tusa, responsabile della soprintendenza del Mare, ritiene si sia combattuto lo scontro finale. Questa importante scoperta conferma dunque la veridicità dell’ipotesi e aggiunge un tassello importante al patrimonio culturale della Sicilia. Il suo recupero è stato possibile ancora una volta grazie alla fruttuosa collaborazione che la soprintendenza del Mare ha intrapreso con la statunitense RPM Nautical Foundation guidata da George Robb e la direzione scientifica archeologica di Jeff Royal. Per la soprintendenza del Mare la ricerca è diretta da Sebastiano Tusa con la collaborazione di Stefano Zangara. Le ricerche sono state condotte con l’ausilio della nave oceanografica Hercules a posizionamento dinamico (DPS) dotata di sistemi di ricognizione elettroacustica di ultima generazione.

Il dodicesimo rostro in bronzo a 80 metri di profondità nel mare di Levanzo (foto Luca Palezza)

Ma non è tutto. Perché questo dodicesimo rostro ha una particolarità eccezionale: il reperto, tra i 12 finora identificati, ha ancora la parte lignea della prua della nave incastrato al suo interno: Il reperto presenta la novità, tra i 12 finora identificati, ha la parte lignea della prua della nave all’interno: si notano le parti finali della chiglia, del dritto di prua, delle due cinte laterali e della trave di speronamento. La sua estrazione e il conseguente studio darà preziose informazioni sulla tecnologia navale adoperata per costruire le navi da guerra in quel periodo. Proprio il soprintendente Tusa, qualche anno fa, dava una spiegazione alla mancanza di ritrovamenti di reperti lignei: “L’assenza di legno è dovuta quasi certamente al fatto che le navi perdute in battaglia erano quelle adibite al combattimento. Erano, pertanto, prive di pesante carico che generalmente con il suo peso copre e fa sprofondare lentamente lo scafo al di sotto del sedimento del fondo marino preservandolo dall’aggressione della Teredo Navalis. Il legno è, pertanto, scomparso lasciando sul fondo le ceramiche usate dall’equipaggio, i chiodi e quegli elementi inorganici che facevano parte delle imbarcazioni affondate. Emerge, in tal modo, un vasto areale ove si raggruppano numerose concentrazioni di oggetti che offrono la percezione di numerose navi affondate costituendo l’ulteriore prova dell’identificazione esatta del luogo dello scontro”.

La sede logistica del team che partecipa alle ricerche archeologiche subacquee alle isole Egadi (foto Salvo Emma)

La svolta nel 2004. “Dapprima vi fu la consegna spontanea da parte di un pescatore”, ricorda Tusa, “di un elmo in bronzo del tipo Montefortino in uso proprio in quella battaglia da parte dei militi romani. Egli affermò di averlo trovato nello spazio di mare a poche miglia a Nord-Ovest di Levanzo. Poi venne l’elemento decisivo per darci la convinzione che la nostra ipotesi era esatta e che, pertanto, avrebbe avuto ottime possibilità di essere provata da auspicate ricerche. Fu la “scoperta” del primo rostro delle Egadi nello studio di un dentista trapanese ad opera del nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri. Chi lo deteneva ed era in procinto (su sua dichiarazione) di consegnarlo agli organi di tutela, ci diede la conferma che il luogo di rinvenimento era a poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo. Fu una “scoperta” eccezionale poiché oltre al valore storico-topografico legato all’evento bellico, il primo rostro delle Egadi era il secondo in assoluto rinvenuto fino ad allora seguendo quello di Athlit rinvenuto nelle acque israeliane qualche decennio prima”.

Lo studio del regime dei venti nella battaglia delle Egadi (vedi https://libreriainternazionaleilmare.blogspot.it/2015/11/egadi-241-ac-il-vento-cambio-il-corso.html)

Uno dei rostri in bronzo recuperati e già restaurato

Le scoperte archeologiche consentono di ricostruire la dinamica della battaglia con notevole accuratezza anche grazie agli studi sul regime del vento che dovette caratterizzare quel fatidico giorno. Così la sintetizza Tusa: “Annone all’alba del 10 marzo del 241 a.C., invogliato da una leggera brezza da Sud che andava girando da Ovest, diede l’ordine di salpare da Marettimo poiché pensava che con il vento in poppa avrebbe raggiunto rapidamente la costa siciliana eludendo i rigidi pattugliamenti romani della costa tra Drepanum e Lilibeo. Evidentemente Lutazio Catulo, l’astuto ammiraglio romano, intuì la mossa del nemico e pose tutta o parte della sua flotta al riparo dell’alta mole di Capo Grosso. Quando la flotta cartaginese si andava avvicinando diede l’ordine di salpare mollando cime ed ancore e scaraventando la sua forza d’urto e di sorpresa sul nemico. Lo scontro avvenne a circa miglia 4 ad Ovest / Nord-Ovest di Capo Grosso di Levanzo. Lo scompiglio nelle file nemiche dovette essere terribile sicché, anche in virtù del cambiamento del vento che già nel pomeriggio iniziò a spirare da Nord- Nord-Est ed Est, impossibilitato a proseguire e con il vento nuovamente in poppa per una salvifica ritirata verso il suo Paese, Annone diede l’ordine di far vela verso Cartagine. Svanirono per sempre le speranze cartaginesi di risolvere il conflitto a proprio favore. Amilcare, privo di rifornimenti, dovette capitolare cedendo la Sicilia ai Romani. La dinamica del vento che nel pomeriggio gira da Nord giustifica il rinvenimento della ben nota “nave punica di Marsala” sulle sponde dell’Isola Longa (qualche miglio a Sud del teatro del conflitto) giustamente identificata da Honor Frost come pertinente quella battaglia”. La battaglia delle Egadi fu di epocale valore per il destino del Mediterraneo ed oltre nei secoli a venire. “Nell’ambito dei 118 anni di guerra che videro lo scontro titanico tra due grandi potenze dell’antichità”, conclude Tusa, “questo fu uno dei momenti più importanti che ebbe un peso non indifferente per la vittoria finale del 146 a.C. dei romani, non foss’altro che perché tolse ai cartaginesi il controllo strategico della Sicilia. Ma, soprattutto, perché, come ci dice espressamente Polibio, il più attento osservatore, seppur di parte, del conflitto, i romani dopo il 10 marzo del 241 acquisirono la legittimità e l’autorevolezza di grande potenza mediterranea e di potenza navale intraprendendo con l’abilità che seppero sviluppare nei secoli seguenti la ben nota fisionomia di potenza imperialista anche se il vero e proprio impero nascerà dopo altre due secoli”.

L’Auriga di Mozia e la Phiale di Caltavuturo tornano in Sicilia con altri 63 capolavori: “Mai più fuori dall’isola”. Politica di rilancio dei musei siciliani valorizzando le opere “blindate”

L'Auriga di Mozia dopo un anno e mezzo è tornato al museo Whitaker

L’Auriga di Mozia dopo un anno e mezzo è tornato al museo Whitaker

La vacanza-assenza da casa è finita. Tornano in Sicilia l’Auriga di Mozia e la Phiale aurea di Caltavuturo, e con questi due capolavori assoluti dell’arte antica un’altra sessantina di tesori archeologici, dopo aver fatto il giro tra i più importanti musei del mondo, rientrano nelle loro sedi originarie: e da lì non si muoveranno mai più. Sono beni di valore inestimabile che la Regione Sicilia ha deciso di blindare per creare un circuito isolano di eccellenze da ammirare solo se si viene in Sicilia. “Dopo aver fatto bella mostra di sé al Paul Getty Museum di Los Angeles e al Cleveland Museum of Art nel 2013”, annuncia l’assessore regionale ai Beni Culturali Maria Rita Sgarlata, “ed essere state in giro con la mostra ‘Sicily: Art and Invention between Greece and Rome’ (oltre mille visitatori al giorno) tornano i ‘gioielli di famiglia’ per essere opportunamente valorizzati nella loro terra di appartenenza”. E se l’Auriga di Mozia e la Phiale aurea di Caltavuturo custodita nel parco di Himera sono i pezzi più famosi, il tesoro che rientra in Sicilia è ricchissimo: da un cratere attico a maschere teatrali (Vaso del Pittore di Boston) ai rilievi votivi con Demetra e Kore. E ancora medaglioni a rilievo, arule, coppe con emblema, statuette fittili, pissidi e antefisse, brocchette e bronzi.

Maria Rita Sgarlata, assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia

Maria Rita Sgarlata, assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia

I reperti, infatti, torneranno nei vari siti museali di provenienza: il museo archeologico di Agrigento, di Aidone, di Cefalù, il parco archeologico di Himera, il museo archeologico di Gela, Lipari, Palermo, Siracusa, Trapani e Catania. “Perchè è là che questi reperti devono stare”, stigmatizza l’assessore Sgarlata, “e non nei ‘mostrifici’ sganciati da contesti di effettiva qualità in giro per il mondo. Questo non vuole dire chiusura nei confronti degli scambi culturali, piuttosto è una sorta di “fermo biologico” in previsione di riequilibrio del rapporto con i musei stranieri”.A giovarsi degli scambi culturali e di beni d’arte “non devono essere solo gli altri”, aggiunge, “ma anche e soprattutto la Sicilia che troppe volte ha avuto come tornaconto solo un ritorno di immagine. Non si tratta di una pratica oscurantista o protezionista ma di buon senso il cui fine è solo quello di valorizzare, come meritano, i nostri beni. Questi sono i principi della nuova stagione di reciprocità”. Il che vuol dire ora sono i grandi musei del mondo a prestare alla Sicilia i loro capolavori.

Il canale che porta nello Stagnone di Marsala e all'isola di Mozia

Il canale che porta nello Stagnone di Marsala e all’isola di Mozia

IL RITORNO A MOZIA L’Auriga di Mozia ritorna in Sicilia dopo un lungo periodo di assenza, iniziato con la prima tappa a Londra in occasione delle Olimpiadi 2012. Il peregrinare del famoso giovinetto ha portato la statua marmorea anche oltre oceano prima per una mostra al Paul Getty Museum di Los Angeles poi al Cleveland Museum of Art. L’esposizione al Getty ha perlomeno consentito la realizzazione di una sofisticata base antisismica, la cui costruzione è stata inserita nell’accordo siglato nel 2010, destinata ovviamente a preservare la statua nel luogo in cui tornerà ad essere esposta, il museo Whitaker a Mozia. Il lungo viaggio di ritorno dell’Auriga con il resto del tesoro siciliano dagli Stati Uniti all’Italia è stato coperto per nave fino al porto di Genova. Dopo una sosta in un caveau a Milano, il carico col “tesoro” è arrivato nei giorni scorsi a Palermo dove è stato custodito in un magazzino di sicurezza. E quindi smistato nelle singole destinazioni. Il pezzo più pregiato, l’Auriga, con una chiatta è arrivato finalmente a Mozia dove sarà sistemato nel delizioso museo della fondazione Whitaker.

L'Auriga di Mozia scoperto il 26 ottobre 1979, nella zona “K” accanto al santuario di Cappiddazzu

L’Auriga di Mozia scoperto nel 1979 nella zona “K” accanto al santuario di Cappiddazzu

DALLA SCOPERTA AL MUSEO Il Giovinetto di Mozia, una statua in marmo del V sec. a.C., èsenza dubbio la principale attrazione dell’isola nello Stagnone di Marsala. La statua fu rinvenuta, quasi per caso, il 26 ottobre 1979, nella zona “K” accanto al santuario di Cappiddazzu, proprio durante l’ultimo giorno di quella campagna di scavi, quando il piccone di un operaio colpì qualcosa di diverso. Gli scavi furono così prolungati di una decina di giorni, il tempo di riportare alla luce questo splendido capolavoro dell’arte greca. La statua raffigura una figura maschile panneggiata, forse un auriga, e fu probabilmente portata nell’isola di Mozia dai Cartaginesi dopo che ebbero saccheggiato Selinunte nel 409 a.C. Molti studiosi pensano potesse raffigurare un giovane alla guida di un cocchio, un auriga, cioè un atleta vincitore nella corsa con il carro, o comunque un atleta vittorioso. Altre ipotesi comunque sono state avanzate: la particolare veste secondo alcuni ricondurrebbe ad un sufeta, magistrato punico, per altri sarebbe invece il dio punico Melqart, corrispondente all’Eracle dei Greci. L’Auriga è stata definita come la statua dei misteri, perché è un reperto greco rinvenuto in una provincia punica (spiegabile, abbiamo visto, come bottino del sacco di Selinunte) e poi perché la sua origine, la sua rappresentazione simbolica, lo stile artistico e il secolo in cui si possa collocare sono avvolti dal mistero. E di ogni ipotesi formulata non c’è stato un riscontro certo anche perché la statua è unica nel suo genere. La provenienza è di certo orientale, ipotesi avvalorata dall’analisi geochimica del materiale che ha rilevato che il marmo contiene dello stronzio, elemento presente esclusivamente nelle cave di Efeso e della Tessaglia, richiesto in gran quantità dalla Magna Grecia che non disponeva di marmo. Secondo la maggior parte degli studiosi, la statua risale al V sec. a.C., più precisamente al periodo compreso tra il 475 e il 450 a.C., ed è realistico ritenere che questo capolavoro fu realizzato in una città greca della Sicilia, Selinunte o Agrigento.

Il piccolo ma prezioso museo Whitaker a Mozia

Il piccolo ma prezioso museo Whitaker a Mozia

INCIDENTE DIPLOMATICO Il Giovinetto di Mozia ha rischiato di diventare il vessillo di una guerra di campanile. Da una parte, Marsala e il museo Baglio Anselmi dove sono custoditi i resti di una preziosa nave punica. Dall’altra, la Fondazione Whitaker composta da quanti preservano l’eredità del colto collezionista, amante dell’archeologia, al quale si devono tante magnifiche strutture, da Villa Malfitano alla sede della prefettura di Palermo. A Marsala che dista appena cinque chilometri dall’isola avevano tutto pronto per l’esposizione, con soddisfazione di Antonella Milazzo, la deputata regionale del Pd pronta a ringraziare con comunicati ufficiali la scorsa settimana l’assessore Sgarlata per il via libera. Entrambe ignare del putiferio scatenato da Renato Albiero e Fabio Virdi, un cardiochirurgo e un avvocato che, in sintonia con la segretaria generale della Fondazione, Enza Carollo, hanno convocato un minaccioso consiglio di amministrazione. Quanto è bastato per determinare la retromarcia, spiegata dall’assessore Sgarlata: “Non se ne farà niente. Il giovinetto torna a Mozia. Ma non sarebbe stato un dramma se fosse rimasto per qualche settimana, in periodo invernale, in un museo sulla terra ferma…”. Ma a Mozia lo avrebbero considerato un ulteriore “scippo”, come ripetono Albiero e Virdi davanti ai conteggi di Enza Carollo: “Abbiamo perduto 200mila euro all’anno. Chi arriva davanti alle barche per venire a vedere il giovinetto, si informa e non parte per l’isola. La Regione pensava di mandare in giro per il mondo questo gioiello per accendere interesse e fare approdare turisti da Londra o dagli Stati Uniti. La verità è che non ne è arrivato nemmeno uno”. Un dato che ha già portato il governatore Rosario Crocetta a decidere che le opere d’arte dal territorio regionale non dovranno più spostarsi: “Debbono diventare elemento di attrazione perché i turisti vengano ad ammirarle in Sicilia. Meglio fermare tante inutili costose e non produttive trasferte”.

Jerry Podany conservatore del Paul Getty Museum

Jerry Podany conservatore del Paul Getty Museum

AL WHITAKER NUOVO ALLESTIMENTO Basteranno due mesi per allestire al museo Whitaker un nuovo spazio espositivo, finanziato con un contributo della Banca Nuova e fondamentale per valorizzare uno dei pezzi più importanti rinvenuti in Sicilia. È Jerry Podany, Senior Conservator of Antiquities del J. Paul Getty Museum, a illustrare anche il progetto per la nuova base antisismica dell’Auriga di Mozia. “L’attuale configurazione di supporto della scultura – spiega – non è sufficiente a proteggerla dai danni in caso di terremoto di medio livello. Il supporto attuale collegato alla testa non impedirebbe, infatti, il movimento della scultura verso l’alto né sarebbe sufficiente a frenare lo spostamento in direzione laterale”. Per Podany “il fissaggio della scultura ad un piedistallo espositivo sarebbe una soluzione più fattibile e più sicura. Il supporto attuale della base (composto da numerosi pezzi) dovrebbe essere sostituito con un unico blocco di supporto in acciaio”. Alla complessa opera di montaggio della base si assoceranno interventi del Servizio Museografico del Dipartimento Beni Culturali mirati ad assicurare all’Auriga il migliore stato di conservazione, in rapporto al microclima dell’isola. «Accoglieremo l’Auriga più degnamente”, ribadisce dice l’assessore ai Beni culturali Mariarita Sgarlata, “e lo restituiremo alla fruizione dei visitatori a breve in un cornice più adatta e consona al suo immenso valore”.

Antonello Da Messina in mostra al Mart di Rovereto

Antonello Da Messina in mostra al Mart di Rovereto

OPERA BLINDATA, ACCORDI CULTURALI Ma oltre alla nuova veste espositiva c’è anche la volontà di farla restare in Sicilia nei prossimi anni. Dopo il “gran rifiuto” alla richiesta di prestito da parte del British Museum di Londra, l’Auriga sarà blindata. “L’opera è da troppo tempo fuori e la prima tappa fu proprio Londra in occasione delle Olimpiadi del 2012, quindi per adesso stop ai prestiti”. Anche perché rientra nella black list delle 23 beni culturali più preziose. “Le nuove trattative hanno consentito di ottenere due mostre di assoluto rilievo per la nostra isola, totalmente a carico del museo di Cleveland e Mart di Rovereto, che hanno chiesto i prestiti: una su Caravaggio e i caravaggeschi; l’altra su Antonello da Messina”, ribadisce l’assessore ai Beni culturali.

La Phiale di Caltavuturo, capolavoro dell'oreficeria antica (fine IV-inizio III sec. a.C.)

La Phiale di Caltavuturo, capolavoro dell’oreficeria antica (fine IV-inizio III sec. a.C.)

LA PHIALE DI CALTAVUTURO “È considerata un capolavoro dell’oreficeria antica , tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C., pregevole per i motivi decorativi e per la tecnica di lavorazione a sbalzo che utilizza la punzonatura, la cesellatura e l’ incisione”, spiegano Alessandra Merra e Valeria Sola, che hanno curato le schede regionali. “La forma della phiale mesomphalos (dal greco antico “coppa, patera umbilicata”) era molto frequente sia nella ceramica che nella oreficeria della Grecia antica. Destinata per lo più alle libagioni e alle offerte per le divinità durante i riti religiosi, talvolta se realizzata in metallo prezioso, confluiva nei tesori dei santuari”. La storia del recupero della phiale è complessa ed affascinante ed emblematica, risultato di laboriose indagini della Magistratura italiana e del Nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico. La prima segnalazione della coppa aurea nel 1989 in casa di un collezionista siciliano. Cinque anni dopo fu avviata dalla Procura di Termini Imerese un’indagine su alcune opere d’arte trafugate dal museo della stessa città. “Si appurò che nel 1980 in seguito ad alcuni lavori per la messa in opera di un pilone della rete elettrica era stata rinvenuta una phiale, che clandestinamente fu venduta prima ad un collezionista di Catania e successivamente ad un collezionista di Enna”. Nel 1991 la phiale viene esportata clandestinamente in Svizzera e qui venduta da un antiquario al miliardario statunitense Michel Steinhardt per 1 milione 200mila dollari, che la trasferì a New York. Nel 1995 la procura di Termini Imerese avanzò una richiesta di rogatoria internazionale alla competente autorità giudiziaria di New York, chiedendo la restituzione dell’opera. Venne accertata l’autenticità della phiale sulla base di una perizia archeologica e di analisi di laboratorio. Nel 1999 la coppa fu sequestrata dall’autorità giudiziaria americana e riconsegnata allo Stato italiano.

Il Satiro Danzante, al museo di Marsala, è tra le opere inamovibili

Il Satiro Danzante, al museo di Mazara del Vallo, è tra le opere inamovibili

NUOVA POLITICA CULTURALE: RILANCIO DEI MUSEI Esaurita la stagione dei viaggi all’ estero dei gioielli di famiglia, l’ assessorato ai Beni culturali inaugura una nuova era che prevede la fine dei prestiti delle opere d’ arte e il rilancio dei musei. È questo l’ indotto su cui la Regione punta: creare attorno a una lista di 26 opere “inamovibili” – tra cui le più importanti sono il Giovinetto di Mozia appena riconquistato, la Metope di Selinunte, l’ Ariete in bronzo del Salinas di Palermo, l’ Annunziata di Antonello da Messina, la Phiale aurea di Caltavuturo, la Dea di Morgantina di Aidone, il Satiro Danzante di Mazara del Vallo e il Trionfo della morte di palazzo Abatellis – un circuito museale superqualificato. Il progetto è ambizioso e può contare su un finanziamento di 55 milioni di euro, col programma operativo interregionale 2007-2013. I lavori per rimettere in sesto gli spazi espositivi prevedono illuminazione giorno e notte, percorsi pedonali e sentieri, segnaletica adeguata, aree per la sosta, diffusione sonora, climatizzazione, sistemi di allarme. Insomma, servizi che funzionino a puntino, per attrarre visitatori da un capo all’ altro dell’ Isola i musei all’ altezza. L’accordo è stato firmato nel giugno scorso a Roma dal presidente Rosario Crocetta e il ministro per la Coesione territoriale Carlo Trigilia. E l’assessorato ai Beni culturali, sotto la regia dell’ assessore Mariarita Sglarlata, ha redatto il programma di interventi, finalizzati al lancio dei nuovi “Poli Museali di Eccellenza” (a Palermo, Siracusa, Ragusa e Trapani) e dei siti di maggiore attrazione culturale (musei e aree archeologiche). A Palermo, ad esempio, il polo museale che nascerà mette in rete Palazzo Abatellis, Oratorio dei Bianchi, Museo di Palazzo Riso, palazzo Mirto e palazzo Steri. E ci sono anche 658mila euro per gli itinerari subacquei. Il sogno della Regione è che per l’ Expo 2015 i musei siciliani funzionino da calamita. E che nell’ Isola dove si contano più custodi di musei che visitatori, con una spesa di circa 600 milioni a fronte di incassi che superano di poco i 100 milioni, si possa invertire la tendenza. Il primo piano di interventi conta 18 opere per un valore di 21 milioni. I lavori sono tutti in fase di aggiudicazione e si concluderanno entro il 2015. La seconda fase, che utilizzerà le risorse del Pac (piano di azione e coesione) si concentra sui poli museali di Siracusa, Ragusa e Trapani e prevede 11 interventi per un valore di 33 milioni, con fine dei lavori entro il 2017. Tra i maggiori interventi: l’ area archeologica della Neapolis (9 milioni di euro), Segesta (1 milioni e 600 mila euro), Cava d’ Ispica e Parco della Forza (8 milioni di euro) oltre a interventi nei musei Paolo Orsi e Galleria di Palazzo Bellomo di Siracusa, museo Agostino Pepoli e Baglio Anselmi a Trapani. Ma c’ è, infine, un piano che punta sui piccoli musei per incrementare offerta e incassi. L’assessorato lavora al circuito dei siti minori, da affidare in gestione, attraverso i Comuni, ad associazioni no profit: “Dai Comuni abbiamo ricevuto moltissime richieste. Ci apriremo al volontariato. Abbiamo siglato già le prime convenzioni. Vogliamo riportare alla luce siti del tutto chiusi, come la penisola di Thapsos a Siracusa, o finora aperti in modo discontinuo”.

A Canosa di Puglia saranno visitabili le catacombe di S. Sofia: accordo tra il Vaticano e l’Italia

L'area archeologica paleocristiana di Santa Sofia a Canosa di Puglia

L’area archeologica paleocristiana di Santa Sofia a Canosa di Puglia

Le catacombe di Santa Sofia a Canosa riapriranno al pubblico grazie all’accordo firmato tra l’Italia e lo Stato del Vaticano al quale quella necropoli paleocristiana appartiene in base al Concordato Stato-Chiesa del 1984. E in attesa di poter finalmente accedere a quello che è considerato uno dei siti paleocristiani più interessanti in Italia, Canosa ha aperto il museo paleocristiano della Cattedrale. Così la cittadina pugliese in provincia di Barletta-Andria-Trani aggiunge un altro tassello – il tardo antico – al già ricco patrimonio archeologico che vanta il territorio, dalla preistoria alla Magna Grecia ai romani. Canne, in epoca romana “vicus” di Canosa ed emporio fluviale sulla riva destra dell’Ofanto, è infatti a pochi chilometri. Basta il toponimo per evocare la famosa battaglia che vide i cartaginesi guidati da Annibale avere la meglio sull’esercito romano agli ordini del console Lucio Emilio Paolo. La disfatta del 216 a.C. sicuramente è l’evento più famoso che ha legato indissolubilmente il territorio alla Storia. Ma Canosa era già importante  secoli prima quando era sotto l’influenza greca: la produzione dei suoi vasi, molto tipica (tanto che oggi parliamo di “vasi canosini” con le caratteristiche decorazioni applicate), era molto apprezzata e diffusa. E a distanza di 23 secoli quei vasi canosini li possiamo ammirare nei maggiori e più prestigiosi musei del mondo.

Al centro della necropoli di Lamapopoli sorge la basilica di S. Sofia

Al centro dell’area di Lamapopoli sorge la basilica di S. Sofia

L’area archeologica paleocristiana di S. Sofia sorge a un chilometro dall’abitato di Canosa, sulla statale che conduce a Barletta, nella zona nota come Lamapopoli: qui si trovano i ruderi della basilica paleocristiana di Santa Sofia e delle catacombe, attualmente chiuse in attesa che siano consolidate e rese sicure le strutture rocciose a rischio crolli. L’area è databile dalla seconda metà del II al V-VI secolo. “Al centro della zona, il suggestivo luogo delle catacombe del periodo delle persecuzioni”, spiegano gli archeologi della soprintendenza, “sorge la basilica con l’ingresso lungo la riva del torrente Lamapopoli, costruita tra il V e il VI secolo come edificio funerario a carattere familiare. All’interno sono state rinvenute quindici sepolture, un sarcofago e tombe a cassa. La disposizione delle tombe è regolare, ma le acque del torrente ne hanno cambiato la fisionomia”.

I suggestivi ambienti delle catacombe di S. Sofia a Canosa

I suggestivi ambienti delle catacombe di S. Sofia a Canosa

Ora sarà la Pontificia commissione di archeologia sacra a gestire le catacombe per renderle fruibili al pubblico grazie all’accordo firmato tra il ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, e Fabrizio Bisconti, membro della Pontificia commissione e sovrintendente archeologico alle catacombe di Santa Sofia a Canosa di Puglia. Da una decina di anni le catacomba di S. Sofia si conoscono un po’ meglio grazie all’accordo tra la Pontificia Commissione di archeologia sacra, l’Università degli studi di Bari, la Soprintendenza archeologica della Puglia e il Comune di Canosa che fa ha permesso una campagna di scavi proprio per avere a disposizione più informazioni. “Gli ambienti investigati – hanno spiegato i resoconti di scavo – sono caratterizzati da un’anarchia di tipologie tombali, abbastanza diversificate che coesistono molto probabilmente per ragioni di spazio; si tratta di sepolture ad arcosolio, sepolture a loculo con nicchie e sepolture pavimentali. Fra le tombe pavimentali oggetto di studio, una sepoltura, ha restituito otto deposizioni, presentandoci dunque il fenomeno di rioccupazione continua della stessa sepoltura. Delle otto, l’inumazione più recente è risultata essere una deposizione infantile che ha restituito cinque braccialetti di bronzo di tradizione tardo romana che trova attestazioni in Puglia fino al V-VI dopo Cristo”.

il Crocifisso d'avorio della Cattedrale (XII secolo) recuperato tre anni fa a Parigi dai carabinieri e ora al museo Paleocristiano di Canosa

il Crocifisso d’avorio della Cattedrale (XII secolo) recuperato tre anni fa a Parigi dai carabinieri e ora al museo Paleocristiano della Cattedrale di Canosa di Puglia

Sempre a Canosa di Puglia, Bray ha inaugurato il Museo Paleocristiano della Cattedrale, a Palazzo Minerva, dove, per l’occasione, è stato esposto al pubblico il Crocifisso d’avorio della Cattedrale (XII secolo) recuperato tre anni fa a Parigi dal Nucleo Tutela del patrimonio culturale dei carabinieri. Il ministro ha anche partecipato a Canosa ad un convegno promosso da Confindustria e dal Comune sulla gestione dei beni culturali. “La caratteristica dell’Italia – ha commentato Bray – è che ha fatto delle sue bellezze un motore di turismo consapevole. Se si mettono, dunque, insieme le sue bellezze, come Canne della Battaglia e Canosa, il turismo può diventare davvero una leva di sviluppo per il Paese, ma bisogna che si lavori con gli enti locali per sviluppare occupazione”.