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Agrigento. Nella Valle dei Templi, dopo vent’anni di studi, alzato uno dei telamoni del Tempio di Zeus Olimpio, l’Olympieion, che aveva dimensioni colossali (quasi il doppio del Partenone). Sarà il nuovo simbolo del parco, gemello di quello assemblato dentro il museo Archeologico “Pietro Griffo”. Prossima tappa la ricostruzione a terra di una parte della trabeazione e della cornice del tempio

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Il telamone del Tempio di Zeus Olimpio, l’Olympeion, rialzato nel parco archeologico della Valle dei Templi ad Agrigento (foto regione siciliana)

Dopo venti anni di studi, ricerche e restauri il “gigante di pietra” dell’antica Akragas si è rialzato. Il “telamone”, una delle colossali statue antropomorfe che sostenevano l’architrave del tempio di Zeus Olimpio, l’Olympieion, simbolo della Valle dei templi, è stato riportato in posizione eretta. Giovedì 29 febbraio 2024 la cerimonia di presentazione del telamone ricostruito con il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani; l’assessore regionale ai Beni culturali, Francesco Paolo Scarpinato; il direttore del parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi, Roberto Sciarratta; il sindaco di Agrigento, Francesco Micciché; il curatore del progetto di musealizzazione, Carmelo Bennardo, e l’esperto scientifico del progetto, Alessandro Carlino. La statua, alta quasi 8 metri, è sostenuta da una struttura in acciaio di 12 metri alla quale sono ancorate delle mensole dove sono collocati i singoli pezzi del monumento assemblato. L’intero progetto di musealizzazione dell’area dell’Olympieion, che finora è costato 500mila euro di fondi del Parco, include la prossima ricostruzione a terra di una parte della trabeazione e della cornice del tempio, in modo da rendere un’idea più concreta delle dimensioni colossali e dell’unicità del monumento e, nello stesso tempo, proteggere i reperti.

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Un telamone del tempio di Zeus Olimpio, disteso, nel parco della Valle dei Templi ad Agrigento (foto regione siciliana)

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Il telamone assemblato all’interno del museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento (foto regione siciliana)

Nel 2004, il parco della Valle dei Templi ha avviato un’estesa campagna di studi e ricerche sull’Olympieion affidata all’Istituto archeologico germanico di Roma (Dai Rome) e guidata da Heinz-Jürgen Beste. Lo studio, oltre a nuove conoscenze sul monumento, ha portato alla precisa catalogazione degli elementi ancora in situ. Sono stati così individuati più di 90 frammenti che appartenevano ad almeno otto diversi telamoni e, di uno di essi, si conservavano circa i due terzi degli elementi originari che lo componevano. Questo nucleo omogeneo di blocchi è stato utilizzato per la ricostruzione del telamone, “fratello” di quello già ricostruito a fine Ottocento, ospitato al museo Archeologico “Pietro Griffo” dove è tuttora. Il curatore del progetto è l’architetto Carmelo Bennardo, attuale direttore del parco archeologico di Siracusa, mentre l’esperto scientifico è l’architetto Alessandro Carlino.

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Presentazione del telamone rialzato del tempio di Zeus Olimpio ad Agrigento: il sindaco di Agrigento Francesco Miccichè e il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani (foto regione siciliana)

“Oggi – dice il presidente Renato Schifani – è un giorno importante per Agrigento e per tutta la Sicilia. Certifica la grande attenzione del governo regionale per la tutela e la valorizzazione dell’immenso patrimonio artistico e culturale che la nostra Isola custodisce. Il telamone, che oggi consegniamo alla collettività nella sua straordinaria imponenza, rappresenta uno dei migliori biglietti da visita di Agrigento Capitale della cultura. Questo gigante di pietra dell’antica Akragas, che dopo tanti anni di studi e ricerche possiamo osservare nella sua posizione naturale, è il cuore di un importante progetto di musealizzazione dell’intera area del tempio di Zeus”.

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Lo scoprimento del telamone rialzato nel parco della Valle dei Templi ad Agrigento (foto regione siciliana)

“Tuttavia – sottolinea il presidente della Regione Siciliana – la giornata di oggi non va intesa come punto di arrivo, ma deve servire da stimolo a tutti gli addetti ai lavori, per fare di più e meglio. Occorre migliorare la capacità attrattiva e la fruizione del nostro inestimabile patrimonio culturale. Nonostante i dati sul turismo del 2022 e del 2023 ci dicano che la Sicilia è una delle mete turistiche più gettonate, il rapporto tra patrimonio culturale e flussi turistici non è ancora, a mio avviso, soddisfacente. Si può fare di più e meglio. Dobbiamo migliorare i servizi di accoglienza, soprattutto per le persone con disabilità, dobbiamo aumentare la capacità ricettiva nei confronti dei turisti stranieri, occorre lavorare per rendere attrattivi i nostri gioielli 365 giorni all’anno, nell’ottica di processo di destagionalizzazione dei flussi turistici”.

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Roberto Sciarratta, Alessandro Carlino e Francesco Paolo Scarpinato davanti al telamone rialzato (foto regione siciliana)

“Il telamone – osserva l’assessore regionale ai Beni culturali, Scarpinato – diventerà uno dei punti di attrazione della Valle dei Templi, un nuovo ambasciatore internazionale di un sito archeologico unico al mondo che, proprio lo scorso novembre, ha superato il milione di visitatori in un anno. Grazie a un progetto di valorizzazione che include visite guidate, un progetto di realtà aumentata e anche una particolare illuminazione per favorire le visite notturne, potremo far conoscere questa imponente opera alla comunità internazionale”.

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Il modellino del Tempio di Zeus Olimpio conservato all’interno del museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento (foto regione siciliana)

Il tempio di Zeus Olimpio sorgeva a Sud della città antica, sulla parte occidentale della collina dei templi. Venne eretto in segno di ringraziamento per la vittoria di Akràgas sui Cartaginesi dopo il 480 a.C. per celebrare il prestigio del tiranno Terone. Furono escogitate soluzioni architettoniche mai viste prima, come le altissime semicolonne scanalate, in ognuna delle quali “poteva stare comodamente un uomo” (scrive Diodoro Siculo). Di dimensioni colossali, basti pensare che misurava circa 112 x 56 metri (il Partenone ad Atene misura 69,54 x 30,87 m.), occupava 6340 mq e fu realizzato in blocchi di calcarenite locale. A pianta inusuale (pseudoperipteroeptastilo, 7 semicolonne doriche sui lati corti e 14 sui lati lunghi), con l’architrave, composto da tre filari di blocchi, sormontato da un fregio dorico, dal geison e dalla sima. Negli spazi tra le colonne (intercolumni), a circa 11 metri d’altezza, erano posizionate le statue monumentali (telamoni) nell’atto di reggere con le braccia un gravoso carico. Il tempio fu irrimediabilmente compromesso da un terremoto nel 1401, poi depredato nel XVIII secolo e i suoi blocchi utilizzati per costruire il molo di Porto Empedocle.

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Il tempio della Concordia nella Valle dei Templi ad Agrigento (foto regione siciliana)

Con il tempio della Concordia e i templi di Paestum, l’Olympieion affascinò viaggiatori ed eruditi tra ‘700 e ‘800, soprattutto Winckelmann, padre della moderna storia dell’arte, che ne sottolineò le dimensioni enormi paragonando le sue colonne a quelle di San Pietro. Con il contributo delle incisioni e degli acquerelli di Jean Houel e Philipp Hackert, nacque il mito del misterioso Olympieion. Gli archeologi si interrogavano su dimensioni e struttura, ma fu un giovane architetto britannico, Charles R. Cockerell, nel 1812, a individuare per primo l’esistenza dei telamoni – riconobbe una testa rinvenuta durante scavi borbonici, erroneamente attribuita al frontone – e combinarli in una prima figura. Sarà poi Pirro Marconi, intorno al 1920, a portare alla luce i diversi reperti che oggi fanno parte dell’attuale progetto di musealizzazione; e fu l’allora sovrintendente Pietro Griffo nel 1965, a collocare nel neonato Museo archeologico (a lui oggi intitolato) il primo telamone ricostruito. Negli anni successivi, il crescente interesse per i resti dei misteriosi colossi mai menzionati nella descrizione del tempio fatta da Diodoro, ha visto proseguire un acceso dibattito internazionale tra gli archeologi, che prosegue tuttora.

agrigento_valle-dei-templi_tempio-di-zeus_caccia-al-tesoro_3-marzo_locandina“Il lavoro che abbiamo condotto sul telamone e sull’intera area dell’Olympeion – dice Roberto Sciarratta, direttore del Parco della Valle dei templi – risponde perfettamente alla nostra mission di tutela e valorizzazione della Valle dei Templi, insieme all’identificazione, alla conservazione, agli studi, alla ricerca e alla promozione di ogni intervento che porti lo sviluppo di risorse del territorio. Sin dal 2019, da quando sono alla guida del Parco, ho fatto mio il progetto del precedente direttore Pietro Meli, ma ho anche risposto al grande fascino esercitato da questi colossi di pietra, dal tempo antico ad oggi”. Il Parco Valle dei templi, con il supporto di CoopCulture, ha già annunciato eventi formativi per le guide turistiche a cui parteciperanno studiosi e archeologi coinvolti nel progetto di musealizzazione. È stata integrata, inoltre, l’app gratuita per i visitatori della Valle con notizie sul telamone e sull’antico Olympieion e sono stati realizzati cartelli esplicativi in italiano e inglese lungo il percorso che conduce all’area del tempio. È nata anche una linea di merchandising dedicata al telamone, in vendita nei bookshop della Valle dei Templi. Sempre a cura di CoopCulture, nella prima domenica del mese (3 marzo 2024, alle 16) a ingresso gratuito sarà invece organizzata una visita laboratorio “All’ombra del telamone”, quasi una caccia al tesoro tra i ruderi del tempio, per bambini tra 6 e 12 anni che potranno così scoprire le caratteristiche, i segreti e le curiosità dell’antica e colossale struttura. Altre iniziative coinvolgeranno gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Agrigento: si sta lavorando a un puzzle in 3D che resterà nel Parco e all’organizzazione di giornate di “disegno en plein air”, sullo stile degli acquerellisti del Grand Tour, usando le diverse tecniche artistiche.

#iorestoacasa. Cinque nuovi “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalla basilica romana al museo Narrante di Hera, dagli studi sulle metope del tempio di Hera a un tour nell’area sacra alle foci del Sele, fino ai depositi del museo

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Con il bollettino numero 16 del Parco Archeologico di Paestum e Velia, il direttore Gabriel Zuchtriegel ci riporta alla Paestum romana e alla “Basilica”, la sede dei tribunali civici. Un’iscrizione ci fa sapere che la Basilica di Paestum fu costruita con il sostegno economico di Mineia, moglie del senatore Flaccus. “La basilica di Paestum”, spiega il direttore, “prende come modello le famose basiliche sul Foro romano a Roma, dove importanti aristocratici e uomini di potere usavano questa tipologia di edifici per esprimere le loro ambizioni: non è un caso che le basiliche a Roma spesso portano il nome di chi ha finanziato l’edificio, come ad esempio la basilica Emilia, dal nome della famiglia che ha contribuito notevolmente a questa costruzione. Qui a Paestum invece è una donna protagonista della ricostruzione della basilica in epoca augustea (15 a.C.), e questo è un dato eccezionale perché nel mondo antico le donne spesso non avevano la stessa visibilità, e non avevano lo stesso accesso alla vita pubblica e al potere come gli uomini. La cosa cambia leggermente con l’epoca romana, ma non bisogna per questo immaginare che ci fosse una vera emancipazione delle donne. Tuttavia hanno delle possibilità, soprattutto chi appartiene ai ceti elevati, di apparire pubblicamente, e Mineia che era sposata con il senatore Flaccus è ricordata in alcune iscrizioni per aver provveduto alla ricostruzione di questo edificio sontuoso, con decorazioni e colonne, e pitture parietali (di cui rimangono ancora delle tracce). Interessanti le nicchie sui due lati corti interni dell’edificio dove c’erano le statue di Minea e della sua famiglia. Qui si vede come Paestum da grande centro della Magna Grecia si trasforma man mano in una città del grande impero romano dove il modello diventa sempre di più la città di Roma, l’Urbe con i suoi monumenti, ma anche nei comportamenti e nelle interazioni sociali”.

Nel bollettino numero 17 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci porta al museo Narrante di Hera alla foce del fiume Sele. Attualmente il museo è oggetto di lavori di ristrutturazione previsti dai fondi PON Cultura e Sviluppo. Non appena l’emergenza terminerà, i lavori riprenderanno veloci. “Vi aspettiamo tutti alla riapertura”. Il sito è estremamente importante con una storia affascinante. “I Greci quando vengono qua”, ricorda Zuchtriegel, “contestualmente o subito dopo la fondazione della città, fondano alla foce del Sele un importante santuario dedicato a Hera, importante divinità soprattutto nel Peloponneso dove è venerata e da dove vengono anche i coloni di Sibari che poi fonderanno Posidonia. Nel museo Narrante – continua il direttore -, museo molto bello con un approccio didattico per le scuole e per le famiglie, si spiega questa parte essenziale della storia di Paestum. E proprio recentemente abbiamo fatto degli studi multispettrali sulle metope che vengono da questo santuario, e oggi sono al museo di Paestum, che risalgono alla prima metà del VI sec. a.C., quindi alla prima o seconda generazione della città, fondata probabilmente intorno al 600 a.C. Secondo queste recenti analisi erano dipinte: quindi la lunga discussione se queste metope furono mai parte di un tempio o solo un progetto iniziato e poi abbandonato, ora si può chiudere perché se le metope erano dipinte, vuol dire che erano anche montate su un edificio. E quindi qua da qualche parte doveva stare questo primo tempio di Hera alla foce del Sile. Probabilmente era proprio sotto il tempio più grande, più recente, che si vede tuttora in fondazione. E al di sotto di questo monumento effettivamente ci sono tracce di un edificio più antico. Quindi l’archeologia continua, le scoperte continueranno anche nel futuro, superata l’emergenza”.

Il bollettino n° 18 il direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, Gabriel Zuchtriegel, parte dalle metope provenienti dal santuario di Hera alla foce del Sele e conservate al museo Archeologico nazionale di Paestum, per cercare di capire come era fatto questo edificio e come erano disposte le metope sul fregio. Il direttore si sofferma su una metopa in particolare, quella con Aiace suicida. “Aiace aveva tentato di uccidere il re dei Greci Agamennone”, spiega Zuchtriegel, “e, dopo aver realizzato di aver commesso un atto così grave, si suicida perché non si considera più un uomo degno della comunità degli eroi e dei guerrieri greci. È un episodio che richiama all’osservazione del codice d’onore di questa società arcaica in cui la guerra e i comportamenti dei guerrieri sono molto centrali”. Nel precedente bollettino il direttore aveva spiegato come le nuove indagini hanno chiuso la discussione sul collocamento delle metope. “Sappiano oggi che anche queste metope, come quella di Aiace, che sembrano solo abbozzate e semifinite, in realtà erano finite con la pittura e questo vuol dire che un edificio doveva essere lì da qualche parte perché la pitturazione di solito è uno degli ultimi step nella costruzione di un tempio. Non può essere l’edificio cui si pensò in un primo momento, il cosiddetto Thesaurus, ma ci sono altri elementi, come due capitelli in arenaria (esposti in museo) probabilmente parte di un primo tempio, che propendono per la presenza di un edificio al di sotto del tempio tardo arcaico, quindi intorno al 500 a.C.”. Gli scavi diretti da Giovanna Greco hanno permesso di recuperare le trincee di fondazione di un tempio. “E oggi, in base alle recenti analisi sui colori non più visibili ma che possiamo rintracciare con la fotografia multispettrale, pensiamo che questo era il primo tempio di Hera con le metope. E ora stiamo anche lavorando su un’ipotesi di ricostruzione grafica, un’ipotesi ricostruttiva, che si basa appunto sulla presenza delle metope, e di elementi come i capitelli e altri frammenti architettonici: in questa ipotesi, la metopa di Aiace è proprio all’angolo perché è una di quelle che sono un po’ più larghe e quindi potrebbero stare benissimo all’angolo dove c’è il cosiddetto conflitto angolare e quindi la necessità di allargare un po’ il fregio”. Si fanno anche ipotesi su come poteva essere la struttura interna di questo edificio. “Un dato interessante riguarda proprio il fregio delle metope: poiché la superficie di molte metope è irregolare, sembra che non potevano avere una funzione portante. Quindi il fregio di uno pei primi grandi templi dorici in pietra è un elemento puramente decorativo. Ciò dimostra come la volontà di adornare questi templi con immagini sia un fattore determinante nella costruzione di un nuovo linguaggio architettonico quale è quello dorico nella prima metà del VI sec. a.C.”.

Nel bollettino numero 19 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci accompagna in un tour virtuale nel santuario di Hera Argiva alle foci del fiume Sele, a 9 chilometri dalla città, un’area sacra che apparteneva a Paestum e che oggi fa parte del parco archeologico di Paestum e Velia. Sono presenti due altari, uno grande e uno più piccolo. “E questo è uno dei punti interrogativi del santuario, perché quello maggiore sicuramente apparteneva al grande tempio di cui sono state trovate le evidenze, a partire dalle fondazioni, di un grande edificio periptero (circondato da colonne) con una cella centrale e un fregio dorico con le famose danzatrici, rilievi di pietra che adornavano l’edificio oggi esposti al museo di Paestum. A fianco c’è un’area libera dove sono state trovate alcune stele e cippi che troviamo in modo simile anche nel santuario Meridionale urbano di Posidonia: i due luoghi erano probabilmente in qualche modo anche connessi attraverso processioni perché anche a Paestum troviamo Hera in un ruolo da protagonista. E poi più in là c’è questo piccolo edificio che in un primo momento fu interpretato come un Thesaurus, cioè un piccolo sacello dove venivano custoditi i doni votivi per la divinità. Invece recenti scavi diretti da Giovanna Greco dell’università Federico II di Napoli hanno suggerito si tratti di un edificio molto più recente, forse un recinto, perché manca un lato aperto verso l’area degli altari, e questo è sicuramente un aspetto che dobbiamo ancora chiarire. E poi intorno c’è un’area con altri edifici porticati: portici e anche piccoli edifici di culto. Gli scavi continuano sempre da parte dell’università Federico II per capire anche meglio il contesto ambientale più ampio: la situazione di oggi con una zona paludosa e uccelli ricorda un paesaggio molto simile all’antichità, quando la dea Hera qua venerata aveva intorno a sé una specie di giardino sacro”.

Con il bollettino numero 20 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci mostra i depositi del museo Archeologico nazionale di Paestum, dei luoghi solitamente inaccessibili ai visitatori, ma che a Paestum sono visitabili tutti i pomeriggi tranne il lunedì quando con “Il museo dietro le quinte” va in scena il racconto di una tomba di età lucana e del suo corredo: dopo lo scavo tante sono le strade che un oggetto archeologico può intraprendere, l’esposizione nelle sale del museo è solo una di queste. Gli assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza raccontano di schede di catalogo, di viaggi in altri musei per mostre temporanee e di operazioni di conservazione e di restauro. “Purtroppo l’emergenza sanitaria ha sospeso anche le visite ai depositi, ma noi ci teniamo pronti per farvi rivivere emozioni uniche nei depositi di Paestum”.