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Parco archeologico di Ercolano. Ripartono dal 21 luglio 2023 i Venerdì di Ercolano, i percorsi notturni di visite guidate, arricchiti di illuminazioni artistiche e rappresentazioni teatrali di Teatri 35: ecco le tappe principali

ercolano_parco_i-venerdì-di-ercolano_2023_locandinaIl parco archeologico di Ercolano accoglie i visitatori nelle serate d’estate vestito di luce per “I Venerdì di Ercolano”.  Ripartono dal 21 luglio 2023 i percorsi notturni di visite guidate, arricchiti di illuminazioni artistiche e rappresentazioni teatrali di Teatri 35.  Quest’anno sono il cibo e l’alimentazione a ispirare il racconto nell’area archeologica. Il suggestivo percorso si articola con 8 tappe principali e 4 momenti artistici attraverso i quali si dipanerà un itinerario di scoperta di uno dei temi che insieme più ci avvicina e più ci allontana dal mondo degli antichi romani: la tavola e le cucine.  Le tappe principali saranno: l’area sacra con il santuario di Venere, la Casa dei Cervi, il V cardo con sosta alla grande taberna e al forno (pistrinum), il decumano massimo, la bottega di Nettuno e Anfitrite, la Casa del tramezzo di legno e la Casa dei due atri.

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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, ai “Venerdì di Ercolano” (foto paerco)

“L’antica Ercolano riapre i cancelli nella sua veste serale”, dichiara il direttore Francesco Sirano, “in un percorso con tappe di approfondimento legate al cibo, all’alimentazione e ai piaceri della tavola. I visitatori saranno coinvolti attraverso una rivisitazione piacevole dell’eccezionale documentazione ercolanese all’interno della quale reperti organici, cibi, oggetti, spazi connessi all’universo del cibo dalla cucina alla fogna sono in grado di illustrare come in nessun altro luogo di età romana non solo la dieta degli antichi, ma anche come si preparavano, cucinavano e consumavano i cibi. Il nostro obiettivo è offrire al pubblico una visita speciale e un racconto ispirato alle testimonianze provenienti direttamente dalle case e dagli edifici di culto, dalle strade, dalle botteghe e dalle mense degli antichi Ercolanesi. Insomma, l’intento è ancora una volta appassionare il pubblico ed immergerlo negli aspetti più particolari e unici dell’antica Ercolano per renderlo protagonista di un’esperienza di conoscenza”.

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Mappa dei percorsi serali de “I Venerdì di Ercolano” con i monumenti toccati e le soste per le rappresentazioni teatrali (foto paerco)

Sei le aperture serali previste, a partire dal 21 luglio fino al 24 agosto 2023, un viaggio tra luci e immagini che calerà il visitatore nell’atmosfera dell’antica Herculaneum. In ciascuna data (21, 28 luglio; 4, 11, 18, 25 agosto 2023), sono previsti 16 turni di visita a partire dalle 20 fino alle 22.50, con partenza ogni 10 minuti. I visitatori dovranno presentarsi 20 minuti prima del proprio turno di visita. I gruppi saranno composti da massimo 30 persone ciascuno, con accesso dei visitatori esclusivamente dall’ingresso monumentale di corso Resina. I biglietti sono acquistabili in biglietteria al costo di 8 euro intero + 1 euro per le zone alluvionate dell’Emilia Romagna; 4 euro ridotto per under 30 e over 65 e possessori Artecard + 1 euro; gratuito per gli under 18. I possessori dell’abbonamento “Un giorno un anno” (acquistabile esclusivamente online) avranno diritto ad un ingresso gratuito in una delle date programmate mediante prenotazione presso la biglietteria del Parco. La prevendita è obbligatoria anche per i bambini /ragazzi che usufruiscono del biglietto gratuito. Sarà prevista una visita in lingua inglese alle 22. Considerato il ristretto numero di biglietti, è vivamente consigliato, per non perdere l’evento ed evitare assembramenti all’esterno degli scavi, di acquistare i biglietti on line. Parcheggio alla scuola Rodinò (via IV Novembre) e la scuola Iovino Scotellaro (traversa via IV Novembre) fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Grazie alle aperture serali di quest’anno, nella magica atmosfera del sito illuminato, i visitatori potranno conoscere alcuni peculiari aspetti del sito legati al cibo e all’alimentazione, accompagnati dal racconto delle guide e degli attori di Teatri 35, che animeranno alcuni punti del percorso.

Discesa dal viale Maiuri e dalla rampa sotterranea – Antica Spiaggia – arrivo all’Area Sacra

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Panoramica dell’antica Herculaneum illuminata per le visite serali dei “Venerdì di Ercolano” (foto paerco)

Viale Maiuri La cultura alimentare è una materia affascinante, che comprende, in ogni epoca, aspetti diversi, attinenti non soltanto alle abitudini alimentari, ma anche alla vita materiale, religiosa, commerciale e sociale di ogni singolo individuo, come di ogni comunità. Per quanto riguarda l’antichità romana, i testi degli autori antichi forniscono un’ampia rappresentazione degli aspetti più diversi della cultura alimentare. Numerosi, infatti, sono i riferimenti alla tavola in opere di autori come Plauto, Catone, Cicerone, Marziale e Plinio il Vecchio. Il “De re coquinaria” di Apicio contiene un vero e proprio ricettario composto da ben 10 libri per un totale di 450 ricette. Inoltre, anche le arti figurative, soprattutto gli affreschi e i rilievi, suggeriscono molte informazioni sull’alimentazione e il convivio. Ad Ercolano abbiamo però dei dati archeologici eccezionali e unici in tutto il mondo antico, che rivelano molti dettagli dell’alimentazione degli antichi abitanti, grazie al fatto che l’eruzione del 79 d.C. ha carbonizzato e, in assenza di ossigeno, ha sigillato e perfettamente conservato moltissimi alimenti. Inoltre, passeggiando tra le strade della città, ci si imbatte nelle cucine che utilizzavano un metodo di cottura basato sul surriscaldamento di un piano di cottura in terracotta (pietra ollare) provocato da un focolare collocato al di sotto del banco di cottura sul quale si appoggiavano le pentole e le padelle. Inoltre lungo le strade si incontrano i famosi thermopolia (luoghi di rivendita di bevande e cibo pronto da mangiare) in cui si sono conservati i grandi otri/vasi da dispensa (dolia) incassati nei banconi con i piani colorati di marmo e straordinarie strutture in legno carbonizzato, come mensole per le anfore, soppalchi e balaustre. In molte abitazioni si possono ancora vedere le cucine con i banconi in muratura e nei panifici i forni, a volte quasi del tutto integri.

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I fornici dell’antica spiaggia di Ercolano illuminati per le visite guidate serali (foto paerco)

Antica spiaggia A Ercolano si conoscono molte informazioni sull’alimentazione e sullo stile di vita della popolazione anche grazie agli studi sugli oltre trecento scheletri ritrovati ammassati nei fornici dell’antica spiaggia, che costituiscono un campione molto rappresentativo per gli antropologici. Ad esempio, dalle analisi effettuate sul collagene (una proteina che tiene insieme il tessuto osseo) di 6 scheletri femminili e 11 maschili, sembra che il consumo di pesce fosse piuttosto elevato rispetto a quello dei cereali. Inoltre, vi sono differenze significative tra maschi e femmine: gli uomini mangiavano più pesce rispetto alle donne, che invece ricavavano le proteine per lo più da carne, uova e latticini. Forse perché gli uomini erano più impegnati nella pesca e in altre attività marittime? Oppure perché avevano più facilmente accesso a prodotti alimentari più costosi, come nel caso del pesce fresco? Inoltre, lo scavo recente di un condotto fognario che era rimasto inesplorato nel secolo scorso, ha consentito di analizzare materiali coprologici (escrementi), archeobotanici, zooarcheologici e di ittiofauna e di fare nuove importanti scoperte sull’alimentazione.

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Il bancone della cucina del santuario di Venere a Ercolano (foto Paerco)

Area Sacra L’area sacra dedicata a Venere, sia come dea della fertilità, sia come protettrice dei naviganti, era un importante centro di culto per gli abitanti di Ercolano e per i visitatori stranieri. Le persone vi si recavano per pregare, offrire doni, partecipare a rituali religiosi e cercare la protezione e le benedizioni della dea. Nella cucina del santuario (illuminata e visibile dall’esterno) nella quale si ammira un enorme banco di cottura in pietra ollare, venivano preparati i pasti comuni, che rappresentavano un importante momento di condivisione comunitaria in occasione di determinate festività, costituendo un legame spirituale e sociale tra i partecipanti. Le offerte alimentari alla dea potevano includere frutta, cereali, carne, pesce, vino, pane o altri alimenti considerati sacri. Questi cibi venivano spesso posti su altari o bruciati come sacrificio.

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La Casa dei Cervi a Ercolano illuminata per le visite serali (foto paerco)

Casa dei Cervi Iscrizione con una preghiera a Venere, graffita sulla cinta muraria della città, proprio lungo la rampa. “Fortunatus amat Amplianda. Ianuarius amat Veneria. Rogamus damna Venus ut nos in mente habias quod te modo introrgamus” “Fortunato ama Amplianda. Ianuarius ama Veneria. Preghiamo potente Venere che tu tenga presente quello che ora ti chiediamo”. La c.d. Casa dei Cervi è una grande dimora ispirata alle grandiose e principesche residenze ellenistiche. Il proprietario, Q. Granius Verus, del quale conosciamo il nome grazie ad un bollo impresso su una pagnotta di pane carbonizzato ritrovata nella cucina, acquistò diversi lotti abitativi per poter realizzare questa casa gigantesca, con sontuosi ambienti di rappresentanza al piano terra, in parte articolati intorno al giardino interno e, in altra parte, affacciati sulla splendida vista del golfo grazie ad un terrazzo con un piccolo giardino. Invece, il quartiere retrostante, con cucina e ambienti di servizio e un piano superiore, affacciato sul ballatoio nell’atrio, era riservato alla servitù. Muovendosi lungo il corridoio coperto (criptoportico), lungo le pareti affrescate, si notano numerosi quadretti con temi mitologici e naturalistici, che, durante la passeggiata lungo il corridoio, offrivano spunti di conversazione con gli ospiti. Ad esempio, la rappresentazione di amorini che, approfittando dell’assenza di Ercole, giocano con le sue armi. Le nature morte raffigurano frutta autunnale come noci, fichi e miele e anche cibi cotti: queste immagini erano anche un simbolo della ricchezza e della prosperità che si poteva trovare in una casa. Perché, nel mondo romano, come del resto in ogni epoca, il cibo era anche uno strumento attraverso cui ostentare lo stato sociale. Il settore meridionale della dimora appare interamente organizzato in funzione di ricevimenti e banchetti (symposium o convivium), per il cui svolgimento il proprietario aveva attrezzato non solo il grande triclinio aperto sul lato nord del corridoio coperto, ma anche le due sale rivolte verso il mare e soprattutto la grande sala finestrata (oecus Cyzicenus), immersa nel giardino.

Tra le classi più abbienti, i banchetti venivano organizzati in occasione del terzo pasto della giornata, la coena, e prevedevano il consumo di pietanze anche molto elaborate, mangiate con ingordigia fino alle tarde ore della notte. Durante queste cene, l’anfitrione, spesso il proprietario della casa in cui si teneva il banchetto, si sforzava di dare agli invitati il senso della propria ricchezza, magnificenza e buon gusto. Le portate (fercula) della coena erano almeno sette: Gustatio. Una serie di antipasti (uova, insalata, funghi, olive, crostacei, salsicce, cetrioli, tartufi e salse varie), accompagnati dal mulsum, cioè da vino misto a miele oppure annacquato. Prima mensa. Era costituita da varie portate di pesce, uccelli (gru, pavone, fenicottero, pappagallo), carni di manzo, agnello e maiale, oltre a tutti i tipi di cacciagione. Secunda mensa. Era più o meno un “dessert”, a base di frutta fresca e secca e dolci al miele.

Il cardo V doveva essere una strada particolarmente vitale e vivace, a giudicare dal numero di botteghe e laboratori artigianali che vi si concentravano.

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La Grande Taberna al parco archeologico di Ercolano (foto paerco)

Grande Taberna All’angolo con il decumano inferiore, come spesso accadeva negli incroci delle strade, si trova la grande taberna, in posizione molto felice essendo anche in prossimità di uno dei luoghi pubblici più frequentati, cioè la palestra. Le stanze collegate funzionavano come retrobottega e in parte potevano ospitare gli avventori per consumare i pasti. Le tabernae erano luoghi in cui si poteva mangiare e bere oppure anche solo comprare pietanze e bevande, ma in quelle più grandi, come questa, si poteva anche trovare alloggio. Ci si fermava di solito per consumare il secondo pasto della giornata, il prandium, un pasto veloce e frugale, offerto con una vasta gamma di opzioni culinarie, per lo più semplici ed economiche, accessibili anche ai meno abbienti, ma non mancavano piatti più elaborati e costosi per coloro che potevano permetterseli. Le pietanze venivano conservate all’interno dei dolia, grandi recipienti di terracotta incassati in banconi di marmo. Ad Ercolano si assaporavano sicuramente piatti a base di legumi, come fagioli, lenticchie e ceci. Immancabili le uova, alimento comune e versatile nell’antichità, così come la carne e il pesce, serviti in diverse preparazioni. Poi ancora formaggi, dolci e immancabile come bevanda il vino. Il tutto accompagnato da pani e focacce. Tra i condimenti, uno dei preferiti era di certo il garum, una salsa più o meno liquida di interiora di pesce.

All’incrocio, la grande fontana pubblica in pietra assicurava l’acqua, elemento fondamentale anche per la preparazione dei cibi e per l’alimentazione in generale.

V cardo superiore fino al Pistrinum di Sextus Patulcius Felix In questa zona c’era una vera concentrazione di botteghe: rivendite di vino, di cereali e lugumi, ma anche tintorie e panifici. Al di sotto del V cardo superiore corre un tratto della rete fognaria che assicurava alla città un corretto smaltimento delle acque e dei rifiuti. Si tratta in realtà, in questo caso, di una fossa settica, che veniva ciclicamente svuotata, collegata da tubazioni e canali alle cucine e alle latrine delle soprastanti abitazioni e botteghe. Qui sono stati recuperati moltissimi scarti di cibo e di deiezioni, una vera miniera di informazioni sulle abitudini alimentari degli antichi ercolanesi. Dalle analisi è stato dedotto che la dieta si basava per lo più su prodotti campani quali cereali (grano, orzo e miglio) olive e olio, vino, uova, finocchio e molto pesce. Sono state riconosciute infatti circa 46 specie quali orate, alici, sardine, anguille, spigole e altre più comuni al tempo come squali e razze. Oltre ai prodotti locali, ritrovate tracce di prodotti di importazione quali vino, olio e garum dalla penisola Iberica e alcune spezie, tra cui granelli di pepe nero proveniente dall’India, indizio di una buona attenzione data al gusto delle pietanze.

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Nei percorsi notturni de “I Venerdì di Ercolano” sono previste alcune tappe con rappresentazioni teatrali (foto paerco)

Pistrinum Il ritrovamento all’interno della fossa di numerosi frammenti di noccioli di oliva, è forse da collegare alla presenza dei due panifici, dove i residui della molitura delle olive potevano essere utilizzati come combustibili per i forni. Il pane era una parte essenziale dei pasti ed era consumato da tutte le classi sociali. Ne esistevano di diverse tipologie e poteva essere gustato in vari modi. Da solo, accompagnato da condimenti come olio d’oliva o formaggio o utilizzato come base per altre preparazioni. Mentre all’inizio la produzione di pane era esclusivamente casalinga, la diffusione di questo elemento, la richiesta sempre maggiore e l’evoluzione delle tecniche di setacciatura, macinazione e cottura, portarono alla comparsa di figure quali il pistores e la nascita delle pistrinae, rispettivamente i fornai e panetterie. Ad Ercolano, conosciamo il nome di uno di questi panettieri, Sextus Patulcius Felix.

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Il decumano massimo dell’antica Herculaneum illuminato per le visite serali de “I Venerdì di Ercolano” (foto paerco)

Il Decumano massimo era una delle vie principali di Ercolano, centro vitale per la presenza di tante botteghe, comprese quelle del mercato, la cui presenza è testimoniata da larghe buche di palo atte a sorreggere file di supporti lignei per i tendaggi. Qui vi sono ben due fontane pubbliche, che, così come gli edifici pubblici e privati, erano alimentate grazie al collegamento con l’acquedotto del Serino, che raggiungeva Napoli, dando acqua anche a Ercolano e Pompei. All’incrocio con il IV cardo, si riconoscono due massicci pilastri elevatori delle acque realizzati in laterizio. All’apice dei pilastri vi erano delle cisterne da cui discendevano una serie di condutture in piombo che permettevano la distribuzione dell’acqua in città attraverso una fitta rete di tubazioni distribuite sotto la pavimentazione, visibili in molti punti dei marciapiedi e anche all’interno delle abitazioni. Sul pilastro elevatore si conserva una iscrizione che nomina i magistrati Marcus Rafelius Robia e Orlus Tetius, i quali lanciano un duro monito ai cittadini, intimando loro di non gettare rifiuti nelle fontane pubbliche, pena una multa, se uomo libero, frustate, se schiavo. Ad Ercolano, come in altre città dell’Impero, la manutenzione di strade, mercati, fognature, fontane e controllo dell’igiene pubblica in generale era affidata a magistrati noti come aediles.

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Affresco all’interno della Bottega ad Cucumas nel sito di Ercolano (foto paerco)

Bottega ad Cucumas Con l’acqua veniva miscelato anche il vino, venduto in botteghe come quella ad cucumas, forse una caupona (locanda), dove si servivano bevande e cibi vari. Il pilastro all’ingresso reca dipinta l’insegna, che raffigura 4 brocche di colore diverso, con le bevande che qui si vendevano e l’indicazione del prezzo del vino. Il vino era parte essenziale di ogni banchetto: era più alcolico rispetto a quello che beviamo oggi e, per questo, veniva diluito con acqua calda o fredda o addolcito con il miele. Il vino poteva essere Atrum (rosso), Candidus (bianco) o Rosatum (rosato). I più diffusi nell’antica Roma provenivano dal Lazio, dalla Campania e dalla Sicilia. Alla fine della repubblica erano noti e ricercati il Falernum (Campano), il Caecubum e l’Albanum, che rimasero a contendersi i prime tre posti fino all’inizio del regno di Augusto. Nel territorio di Ercolano la viticoltura era una pratica agricola importante. I vigneti venivano impiantati lungo i pendii del monte Vesuvio per essere ben esposti al sole e favorire così una maturazione ottimale dell’uva.

Bottega di Nettuno e Anfitrite La bottega apparteneva al proprietario della Casa di Nettuno e Anfitrite, così chiamata per il famoso mosaico. È probabile che il padrone di casa fosse un commerciante, dato che il dio Nettuno era associato alla richiesta di protezione di chi viaggiava per mare. Certamente doveva trarre buon profitto anche dalla attrezzatissima bottega di generi alimentari, ricca di suppellettile in legno: scaffalature per sostenere le anfore, un soppalco e un tramezzo di separazione in ottimo stato di conservazione. Nel bancone in muratura sono ancora incassate le giare, da cui sono state estratte tracce di ceci e fave. Il crollo di parte del solaio consente di osservare la cucina e alcune delle stanze del piano superiore della casa.

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La Casa Sannitica di Ercolano illuminata per le visite serali de “I Venerdì di Ercolano” (foto paerco)

Casa Sannitica In età repubblicana (fine II – inizi I a.C.) questa abitazione si estendeva fino al limite dell’insula, raggiungendo il V cardo. Originariamente, alle spalle del tablino, si sviluppava il quartiere del peristilio, ceduto successivamente alla Casa del Gran Portale e alla Casa con giardino, mentre gli ambienti del piano superiore vennero dati in affitto. L’ingresso è inquadrato da un bel portale e nel corridoio di ingresso si ammira un ottimo esempio di decorazione parietale in Primo stile. Nel grande atrio tuscanico si conserva l’originario pavimento di cocciopesto, mentre la vasca dell’impluvio fu rivestita di marmo in età imperiale, quando fu anche rinnovata la decorazione delle pareti in Quarto stile. Bellissimo il finto loggiato di semicolonne ioniche.

Uscendo sul decumano inferiore si prosegue fino alla Casa dei due Atri, con una breve sosta alla latrina pubblica, che si puliva con l’acqua di spurgo del retrostante frigidarium della sezione maschile delle terme centrali. Entrando, la cucina sulla sinistra, con bancone di cottura a due bracci, e la contigua latrina posta sotto la finestra. Camminando lungo il III cardo, all’altezza della bottega di Messenius Eunomus, al primo piano sarà illuminata una delle latrine private site ai piani superiori delle case di Ercolano (ben 82!). Da citare mentre si va verso l’uscita oppure in concomitanza della latrina pubblica fuori alle terme centrali maschili. Uscendo, si costeggia la Casa dell’Albergo, che sfortunatamente non può essere apprezzata nella sua grandiosità per il cattivo stato di conservazione, ma della quale si può evidenziare il peculiare peristilio con l’ampio giardino posto a un livello inferiore rispetto al porticato, nel quale si scende attraverso una scaletta. Durante lo scavo, si rinvennero un pero, una quercia e una pianta di vite, che lo fecero interpretare da Maiuri come un piccolo frutteto (pomarium). Oggi vi sono piantati alberi di mele cotogne.

 

Ercolano. Quinto appuntamento con “Magma”, la serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e l’archeologo Varriale scopriamo i dettagli emersi in un ambiente della Casa dell’Albergo, a ridosso del punto in cui il mare bagnava Herculaneum, nel cantiere dell’antica spiaggia

Francesco Sirano e Ivan Varriale nell’ambiente livello antica spiaggia della Casa dell’Albergo a Ercolano (foto paerco)

Per il quinto appuntamento della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano la passeggiata continua alla scoperta del cantiere dell’antica spiaggia di Ercolano. Il direttore Francesco Sirano e l’archeologo Ivan Varriale illustrano alcuni dettagli emersi durante il cantiere in un ambiente della Casa dell’Albergo, a ridosso del punto in cui il mare bagnava Herculaneum.

“La Casa dell’Albergo”, ricorda Sirano, “è una delle dimore più grandi dell’antica Ercolano, articolata su vari livelli. Nell’ambito del progetto Antica spiaggia è previsto lo scavo e il restauro di questo ambiente”. In particolare dello scavo si sta occupando l’archeologo Ivan Varriale. “Questo della lussuosa domus era un ambiente di servizio che connetteva i livelli più bassi della casa con quella che era l’antica spiaggia”, spiega. “Si tratta probabilmente di un locale per il carico/scarico delle merci, visto che siamo anche nei pressi delle cucine della casa. Lo scavo restituisce proprio un’immagine dell’eruzione nel momento della tragedia, quando la porta dell’ambiente era chiusa. È rimasta proprio l’impronta della porta sullo strato di materiale vulcanico, che probabilmente è penetrato dall’esterno all’interno dell’ambiente, lasciando il calco della porta. Qui si vedono chiaramente le assi di legno e addirittura chiodi in ferro, elementi delle cerniere che permettevano di aprire la porta”. Si vedono anche dei fori. “Quello più in basso – continua Varriale – è probabilmente una finestra aperta per dare luce all’ambiente. Invece quel buco che si vede attaccato alla volta è probabilmente un pozzo di scavo. Era la tecnica di scavo dell’Ottocento quando si procedeva per pozzi e cunicoli. Qui troviamo proprio le tracce di questo scavo, perché non vediamo soltanto nella muratura dove si vedono le tracce delle picconate ben evidenti, ma riusciamo a ritrovare anche nello scavo: scavando abbiamo intercettato il piano dove gli scavatori ottocenteschi si sono fermati. Si vede il piano inciso tagliato dagli scavatori nell’Ottocento. Chiaramente sotto questo piano troviamo tutti i crolli relativi agli intonaci, parte dei legni della porta che sono stati trovati sul posto e sono stati poi scavati e ora sono conservati in deposito.

Ercolano. Quarto appuntamento con “Magma”, la serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e l’archeologo Camardo scopriamo il modo di lavorare degli antichi romani grazie a delle scoperte rinvenute sul banco tufaceo nel cantiere dell’antica spiaggia

Francesco Sirano e Domenico Camardo sul cantiere dell’antica spiaggia di Ercolano, tra il banco tufaceo e la rampa per le Terme Suburbane (foto paerco)

Per il quarto appuntamento della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano la passeggiata continua alla scoperta del cantiere dell’antica spiaggia di Ercolano. Il direttore Francesco Sirano e l’archeologo dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo raccontano alcune curiosità sul modo di lavorare degli antichi romani grazie a delle scoperte rinvenute sul banco tufaceo.

La passeggiata ci porta di fronte alle Terme Suburbane dove si vedono degli incassi nel banco tufaceo. “Quando abbiamo ripulito tutta quanta l’area”, spiega Camardo, “sono emersi tutti questi incassi che hanno delle inclinazioni molto chiare all’interno che servivano per ricevere dei pali di legno inclinati su cui erano poste delle carrucole che permettevano di sollevare i pesanti blocchi di tufo man mano che si procedeva con l’estrazione. È infatti qui che si vede ancora benissimo un’impronta quadrangolare di un grosso blocco che è stato staccato e sollevato: quindi questo è ciò che resta di un cantiere edile dell’antichità. In pratica vediamo al negativo l’estrazione dei blocchi”. L’area di ricerca è di fronte alla rampa di accesso delle Terme Suburbane, un ingresso secondario forse usato per portare legna per farle funzionare. “Vediamo che ci sono dei dislivelli”, fa notare Sirano. “A cosa è dovuto questo cambio di livello delle fondazioni? In realtà anche in questo caso siamo di fronte ai segni e alle tracce di una oscillazione della terra: quando la terra si abbassava, il mare si avvicinava alla città. Sono chiare le tracce dell’erosione della base della scala, ma anche della base dell’edificio che quindi è stato esposto a un certo punto all’azione delle mareggiate. E infatti basta guardare le finestre del Samovar per vedere che i romani sono stati costretti a restringerle con dei muretti e dei pannelli di cocciopesto per proteggersi dal mare”. Quindi – conclude Camardo – nel giro di pochi anni la città ha dovuto reagire a una serie di trasformazioni e di fenomeni naturali. “Erano eventi molto veloci, come quelli che succedono oggi nella vicina Pozzuoli dove nel giro di pochi anni il mare gonfia la terra anche di un metro per poi abbassarsi”.

Ercolano. Secondo appuntamento con “Magma”, la serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e gli archeologi Camardo e Sirleto scopriamo i dettagli dei ritrovamenti all’interno del flusso piroclastico che ricoprì l’antica città

Francesco Sirano, Domenico Camardo e Rosaria Sirleto al cantiere dell’antica spiaggia di Ercolano (foto paerco)

Seconda puntata della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano che torna a raccontare il fermento di attività in corso nell’area archeologica. Col direttore Francesco Sirano, l’esperto dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo e l’archeologa Rosaria Sirleto continua la passeggiata alla scoperta del cantiere dell’antica spiaggia: stavolta scopriamo i dettagli dei ritrovamenti all’interno del flusso piroclastico che ricoprì l’antica città di Herculaneum durante l’eruzione del 79 d.C.

“Nelle sezioni si intravede la furia con cui si è abbattuta l’eruzione”, spiega Camardo. “Si legge bene la violenza dell’eruzione e anche la ricchezza di questi diversi livelli per circa 2 metri e mezzo di altezza lungo tutta la sezione di scavo”. È davvero impressionante la quantità di materiale archeologico che è stato trascinato durante l’eruzione. Lo spiega bene Rosaria Sirleto, archeologa del parco archeologico di Ercolano, impegnata nel bellissimo cantiere dell’antica spiaggia. “Come dicevo anche agli operai”, illustra Sirleto, “questa è proprio l’istantanea di quello che è avvenuto in quel momento. La leggiamo chiaramente. La parte alta conserva il crollo degli edifici. Si leggono chiaramente pezzi di murature, ma anche le tegole dei tetti. E quindi questo ci dà proprio la percezione di quello che deve essere stato l’urto del flusso piroclastico contro i tetti degli edifici della città. E invece nella parte bassa ci sono gli elementi che sicuramente appartenevano in parte – come alcune travi – all’orditura dei tetti, e in parte sono sicuramente elementi relativi ad alberi: si vedono proprio degli alberi trascinati. Rispetto ad altri contesti dove solitamente siamo abituati a rinvenire ceramica, e poi anche dopo a processare questi dati, invece qui abbiamo proprio immediata la restituzione di quella che è stata la tragedia. Proprio un fotogramma”.

Ercolano. Primo appuntamento con “Magma”, la nuova serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e l’archeologo Camardo scopriamo i lavori di scavo e pulizia sull’antica spiaggia

Il direttore Francesco Sirano discute con l’archeologo Domenico Camardo sull’antica spiaggia (foto paerco)

Prima puntata della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano che torna a raccontare il fermento di attività in corso nell’area archeologica. Insieme al direttore Francesco Sirano e all’archeologo dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo entriamo nel cantiere dell’antica spiaggia per scoprire il “dietro le quinte” che ha recentemente portato alla scoperta dell’ultimo fuggiasco di Herculaneum (vedi Ercolano. Ritrovati sull’antica spiaggia i resti di un fuggiasco, sotto un muro pietrificato alto 26 metri: morto travolto da una tempesta di fuoco e cenere ardente. “Eccezionale scoperta. Porterà nuova luce sugli ultimi momenti di vita della cittadina sepolta dall’eruzione del Vesuvio” | archeologiavocidalpassato).

Sull’antica spiaggia di Ercolano sono in corso nuovi scavi archeologici che riprendono quelli iniziati nel 1980 e andati avanti fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. “Ora stiamo ripulendo l’area”, annuncia Sirano, “soffermandoci su quelle parti che allora non furono scavate completamente. E in questo contesto sono emersi dei segni di cava”. Lo spiega Camardo: “Questa è una conferma importante di una fase di vita della città. Siamo sopra un bancone di tufo preistorico creato da un’eruzione del Vesuvio di 8mila anni fa, che costituisce la base, la piattaforma su cui si sviluppa sia la spiaggia ma anche quello che troviamo sotto le case della città di Ercolano. E su questo bancone si possono notare tutta una serie di tagli, orizzontali paralleli  ma in alcuni casi anche più articolati, che non sono altro che i resti dei tagli realizzati probabilmente nel I sec. a.C. per estrarre blocchi di tufo, usati poi dai romani in città per costruire le abitazioni ma anche, per esempio, i bordi di tutti i marciapiedi della città”. Quindi in un certo momento, nell’antichità, questo “bancone” emerse dal mare. “Questa è una tra le più importanti acquisizioni fatte negli ultimi anni, grazie anche all’apporto dei geologi”, continua Camardo. “Abbiamo capito che negli anni precedenti l’eruzione tutta la zona antistante la città è sottoposta a un fenomeno di bradisismo locale: la terra si alza e si abbassa gradualmente. E questo comporta che nel momento in cui si abbassa il mare si avvicina al fronte della città, danneggia anche le facciate degli edifici, dove noi troviamo molti interventi di restauro realizzati in antico. E depone delle sabbie su questo banco di tufo. Quindi quando la terra è più bassa, la cava non può essere utilizzata. Si depongono queste sabbie che nascondono parzialmente queste tracce”. E la sabbia era nera, come quella vulcanica. “È esattamente uguale a quella che si ha oggi sul litorale davanti a Ercolano, davanti a Portici. È una sabbia vulcanica scura, caratterizzata dalla presenza di tanti cristalli”.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, vicino ai fornici dell’antica spiaggia di Ercolano dove sono stati trovati i resti dei fuggiaschi (foto Paerco)

È in questo tratto di spiaggia che negli anni ’80 furono trovati molti scheletri, in particolare di fronte all’ultimo fornice. E poi altri sparsi un po’ sulla spiaggia, fino alla zona davanti alle terme dove è stata trovata la famosa barca di Ercolano. E poi ci sono i calchi degli altri fuggiaschi che stavano aspettando probabilmente il loro turno per la partenza. Interessante è anche la presenza di una fogna, che dalla prospettiva dell’antica spiaggia si vede molto bene. “Questo dimostra come era articolato il sistema di scarico delle acque di Ercolano. Questa è una fogna che raccoglie tutte le acque del quarto cardo e le porta, passando sotto la terrazza dell’area sacra, direttamente sulla spiaggia. I romani avevano una fruizione della spiaggia diversa da quella che noi facciamo oggi. Quindi per loro non era strano scaricare direttamente le immondizie o gli scarichi fognari sulla spiaggia, e poi chiaramente il mare provvedeva a ripulire tutto”.

L’antica spiaggia di Ercolano è interessata da lavori di scavo e pulizia per essere aperta al pubblico (foto paerco)

Alla fine degli scavi e delle ricerche, la spiaggia sarà aperta al pubblico. “Il fine ultimo del progetto è ripotare il livello di sabbia vulcanica esattamente come era al momento dell’eruzione. E questo permetterà una circolazione libera sull’area della spiaggia, e quindi di eliminare le passerelle che oggi ancora esistono, perché appunto c’è il problema dell’acqua che sorge. Invece l’acqua sarà messa tutta quanta sotto controllo con un tipo di intervento ingegneristico. E quindi si riporterà esattamente il livello che c’era, permettendo di visitare i fornici e l’area della spiaggia liberamente”. E andare poi verso la Villa dei Papiri. E vedere il fronte a mare della città che è una cosa unica. Ercolano è l’unica città del mondo antico romano che ha conservato direttamente l’intero fronte a mare. Addirittura ora si vede una rampa, riportata in luce benissimo dagli scavi. “Questa rampa permetteva di scendere dal terzo cardo sulla spiaggia – continua Camardo. “È stata ripulita dalla vegetazione che la sommergeva, che nemmeno noi avevamo mai potuto osservare in tutti i suoi dettagli. Alla fine il pubblico avrà un’immagine doppia – si può dire: guardando verso il Vesuvio si vede il fronte della città, guardando invece alle spalle c’è l’impressionante sezione di tutti gli oltre venti metri di materiale piroclastico che nel corso dell’eruzione hanno seppellito e a sigillato completamente la città”.

Ercolano. Ritrovati sull’antica spiaggia i resti di un fuggiasco, sotto un muro pietrificato alto 26 metri: morto travolto da una tempesta di fuoco e cenere ardente. “Eccezionale scoperta. Porterà nuova luce sugli ultimi momenti di vita della cittadina sepolta dall’eruzione del Vesuvio”

I resti dello scheletro di un fuggiasco scoperto nello scavo dell’antica spiaggia di Ercolano (foto sirano / paerco)

Come gran parte degli ercolanesi aveva raggiunto la spiaggia, confidando che la salvezza arrivasse dal mare: dalla flotta romana di Plinio il Vecchio salpata in loro aiuto dalla base di Capo Miseno. Il Vesuvio rumoreggiava ma, rispetto alla vicina Pompei, Ercolano non aveva subito danni particolari. Così in centinaia si erano rifugiati nei piccoli magazzini dei pescatori che davano direttamente sulla spiaggia. Lì si sentivano più al sicuro: si facevano coraggio l’un l’altro, si erano portati con sé delle lanterne, qualche brocca con acqua e aceto per riuscire a respirare nonostante la caligine che impregnava l’aria. Poi succede qualcosa. L’uomo si volta a guardare la città e, lontano, il vulcano minaccioso. La tragedia piomba improvvisa e si consuma nel giro di pochi istanti. Non c’è il tempo per capire, né per mettersi in salvo. Nel buio pesto di una notte che durava dal mattino, la morte nell’antica Ercolano arriva infatti all’improvviso, con una tempesta di fuoco e cenere ardente: un vento fatto di fuoco e di gas, di travi e di marmi che volano, semina la morte istantanea di uomini e animali, le carni evaporate in un soffio. Il nostro uomo, prima di essere travolto da quella furia bollente di gas mefitici e detriti, viene colpito alla testa da una trave, scaraventato in aria. Cade di spalle, circondato da pesanti legni carbonizzati, anche la trave di un tetto che potrebbe averlo schiacciato. La testa è rivolta alla città: ha visto la morte in faccia. “Il flusso piroclastico si abbatté su Ercolano inaspettato e velocissimo”, spiega Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, “un inferno che correva a 100 chilometri all’ora e una temperatura che nelle zone più alte della città arrivò anche a 700 gradi, ridotti a 3-400 sulla spiaggia”. 

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La posizione dello scheletro del fuggiasco ritrovato sotto la parete lavica sull’antica spiaggia a Ercolano (foto sirano / paerco)

Sono passati duemila anni. Il mare si è ritirato di mezzo chilometro e la spiaggia è sepolta da un muro pietrificato di 26 metri di altezza. È lì che il fuggiasco è stato ritrovato nei giorni scorsi: sono i resti dello scheletro parzialmente mutilato di uomo che potrebbe avere tra i 40 e i 45 anni. Le ossa appaiono di un rosso acceso, effetto di una reazione dei globuli rossi, ricchi di ossigeno, nel particolarissimo processo di combustione provocato a Ercolano dalla corrente di magma, cenere e gas arrivata dal Vesuvio. “Una scoperta sensazionale”, l’ha definita il ministro Dario Franceschini. “Un ritrovamento da cui ci aspettiamo moltissimo”, sottolinea Sirano. “Un ritrovamento che porterà ancora grandi novità e scoperte”, conferma Massimo Osanna, direttore generale dei musei di Stato, per anni direttore a Pompei. A 25 anni dagli ultimi scavi, arriva dunque da Ercolano, documentata in esclusiva dall’ANSA, una scoperta che potrà portare nuova luce sugli ultimi momenti di vita della cittadina seppellita come la vicina Pompei dall’eruzione del 79 d.C.

Una fase dello scavo della parete lavica sopra l’antica spiaggia di Ercolano (foto sirano / paerco)
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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, vicino ai fornici dell’antica spiaggia di Ercolano dove sono stati trovati i resti dei fuggiaschi (foto Paerco)

Il cantiere di scavo è quello dell’antica spiaggia di Ercolano, dove nell’ultima sistematica campagna di scavi, condotta negli anni ’80 e ’90 del Novecento, vennero riportati alla luce, ammassati nei piccoli magazzini affacciati sull’antico arenile, i resti di più di 300 fuggiaschi che avevano cercato riparo nell’attesa di essere portati in salvo dalla flotta di Plinio il Vecchio. Poco più di due anni fa la direzione del parco archeologico di Ercolano ha deciso di riprendere la ricerca archeologica proprio nell’antica spiaggia, il lido della Ercolano romana, per consentirne la valorizzazione e il ricongiungimento alla visita della Villa dei Papiri, allestendo un percorso che consentirà ai visitatori di raggiungere la monumentale Villa dei Papiri ripercorrendo quella che nella città antica era la passeggiata sul lungomare e che ancora oggi rimane l’unico fronte a mare completamente conservato di una città romana. I lavori sono stati affidati a una équipe multidisciplinare formata da tecnici del parco archeologico di Ercolano, del ministero dei Beni culturali e dell’Herculaneum Conservation Project, che si sono avvalsi delle più aggiornate tecniche di indagine e documentazione che la scienza mette a disposizione (vedi Ercolano. Dopo 40 anni il parco archeologico riprende lo scavo dell’antica spiaggia: l’obiettivo è aprire ai visitatori la passeggiata sul litorale di Herculaneum dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. I lavori dureranno due anni e mezzo | archeologiavocidalpassato).

I resti dello scheletro del fuggiasco scoperti nello scavo dell’antica spiaggia di Ercolano (foto sirano / paerco)
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Travi e legni carbonizzati circondano i resti dello scheletro del fuggiasco all’antica spiaggia di Ercolano (foto sirano / paerco)

Chi era il fuggiasco dell’ultimo eccezionale ritrovamento? Per ora solo ipotesi: forse un soccorritore, o un compagno dell’ufficiale di Plinio ritrovato negli anni ’80 lì vicino, sempre sulla spiaggia. Un militare quindi che stava allestendo i soccorsi, o un cittadino che aveva lasciato i magazzini sperando di imbarcarsi su una delle lance di salvataggio. Per saperne di più dovremo attendere prima il completamento dello scavo (“La parete sarà sfogliata come un shangai”, spiega Sirano). E quando non ci saranno più “corpi estranei” attorno ai resti dello scheletro, sarò rimossa tutta la roccia che lo contiene e portato in laboratorio per il suo studio.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 22.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano esplora ancora il tema “Ercole a Herculaneum”: in questa terza parte scopriamo tra gli ambienti dell’Antiquarium oggetti e ornamenti che richiamano le gesta e il culto di Ercole

L’ingresso dell’Antiquarium di Ercolano dove è allestita la mostra permanente “SplendOri” (foto Graziano Tavan)

Con la 22.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano esplora ancora il tema “Ercole a Herculaneum”, cioè il Mito, la leggenda e la città. In questa terza parte scopriamo tra gli ambienti dell’Antiquarium oggetti e ornamenti che richiamano le gesta e il culto di Ercole.

Sono mille i modi attraverso i quali l’eroe, che ha dato il nome alla città di Ercolano, era vicino ai suoi cittadini. “Nessuno – ricorda Sirano – si faceva mancare anche negli arredi più lussuosi un’immagine che riguardasse Ercole. Per esempio dall’area del decumano viene il piede di un tavolo in marmo africano che raffigura proprio l’eroe fondatore. Si tratta di quella che si definisce una forma ermaica, cioè una forma dove la parte inferiore in realtà è un pilastro e la parte superiore ci raffigura il busto dell’eroe in età avanzata, completamente avvolto in una tunica. Attorno alle spalle ha avvolta la pelle del leone Nemeo di cui si vede molto bene la testa. Si può notare come si sfruttano bene i colori del marmo africano, per cercare di dare anche una colorazione, animare questa visione. Molto interessante è anche la presenza, sotto la mano destra dell’eroe, di un motivo che pende, interpretato da alcuni come la rappresentazione del pomo delle Esperidi. In realtà si tratta semplicemente della pelle della zampa del leone che è appesa perché il tutto è girato intorno alle spalle. Ancora una volta – continua Sirano – una figura ermaica cioè una figura di Ercole, inserita questa volta in un pilastro di marmo e la testa invece è di bronzo, ci porta a conoscere un altro aspetto: Ercole che diventa protettore della casa, oggetto di culto. Dalla Casa di Nettuno e Anfitrite viene una piccola erma in miniatura con un Ercole barbuto, quindi sempre in età avanzata, e che presenta la stephane, cioè la corona, che ci fa capire che è già diventato una figura divina oggetto di culto, e in questo caso un culto domestico”.

Statuetta in bronzo di Ercole già divinizzato, proveniente dalla Casa del Rilievo di Telefo a Ercolano (foto paerco)

La figura di Ercole accompagnava gli ercolanesi in tanti aspetti della loro vita. “Tra gli oggetti che conserviamo nell’Antiquarium – spiega Sirano – abbiamo anche delle statuine, che probabilmente facevano parte di piccoli santuarietti domestici, come quella che viene dalla Casa del Rilievo di Telefo. Raffigura l’eroe barbato, quindi greco in età matura, ancora in posizione atletica: con la mano sinistra tiene la leontea, cioè la pelle del leone Nemeo, una delle caratteristiche del dio: rappresenta infatti una delle fatiche che lo rese famoso. Qui Ercole è già diventato probabilmente un dio perché si trova su un piedistallo a forma di sgabello. Ed è questa l’idea che ci dà l’indizio che ci fa pensare si tratti di una statuina in qualche maniera legata a un culto domestico, cosa che sta molto bene a Ercolano. Perché il modo di realizzare questa statuina che ha un suo peso, quindi è a bronzo pieno, è estremamente attento soprattutto con la muscolatura. Si vedono i muscoli della schiena, le masse muscolari ben caratterizzate, addirittura le pieghe del collo potente, taurino, che caratterizzavano Ercole anche sulle spalle. È una statua ispirata alla scultura greca del IV sec. a.C. secondo la moda che possiamo trovare in tantissimi luoghi dell’Italia dal periodo ellenistico fino a quello romano”.

Anello in oro e corniola dalla Casa del Mobilio carbonizzato di Ercolano con raffigurato il nodo di Ercole (foto paerco)

Ma Ercole non era solo oggetto di culto domestico, era anche un eroe che gli antichi ercolanesi volevano tenere proprio vicino a sé, addirittura addosso a sé. “Alcuni gioielli o accessori dell’abbigliamento si ispiravano proprio a Ercole – assicura Sirano -.  Per esempio, da una cassettina che conteneva degli averi, qualcosa di prezioso per uno dei fuggiaschi dell’antica spiaggia, proviene un pendaglio di collana, probabilmente, che rappresenta proprio la clava di Ercole, cioè uno degli attributi che lo rendeva universalmente riconoscibile. In vetrina c’è un anello d’oro e corniola che proviene dalla Casa del Mobilio carbonizzato. L’anello raffigura il nodo di Ercole. Si tratta di un particolare modo con cui si allacciava la pelle del leone Nemeo. Questo nodo veniva riprodotto in molte occasioni nel mondo romano. Una di queste era il giorno delle nozze. La sposa aveva una cintura con un nodo simile a quello che viene qui riprodotto. Nel momento in cui andava per la prima volta a letto con lo sposo, il marito scioglieva questo nodo: segno anche della garanzia della verginità, ma soprattutto si riteneva che questo portasse bene perché l’eroe Ercole, cui erano attribuiti circa 70 figli, poteva essere un segno di abbondanza. Un anello molto prezioso che forse i padroni di casa non fecero in tempo a recuperare. E sempre restando nell’ambito degli ornamenti personali, c’è un bracciale d’argento dall’antica spiaggia. Ancora una volta ci porta nel mondo di Ercole. Qui abbiamo una serie di nodi che vengono riprodotti nella decorazione al centro del bracciale. Ancora una volta ispirato al potere magico che questo nodo poteva avere nell’ambito dell’abbondanza e della vita di tutti i giorni”.

Il nodo di Ercole, nuovo logo del parco archeologico di Ercolano

“Secondo alcuni studiosi Amedeo Maiuri nel far realizzare l’ingresso, oggi storico, al parco archeologico si ispirò alla porta di Adriano ad Atene che separava la città di Teseo, la città antica, dalla città moderna, dove l’imperatore Adriano promosse una serie di lavori di rinnovamento. Quale che sia la giusta spiegazione, per noi questa non è una porta ma è un passaggio, un collegamento tra la città antica e la città moderna che devono far parte di uno stesso futuro. Per creare il nostro nuovo segno identitario – conclude Sirano – ci siamo ispirati come gli antichi ercolanesi al nodo di Ercole, perché questo nodo valorizza soprattutto le connessioni. Sono proprio le connessioni che ora il parco vuole approfondire con l’esterno, con il territorio che lo circonda”.

Ercolano. Dopo 40 anni il parco archeologico riprende lo scavo dell’antica spiaggia: l’obiettivo è aprire ai visitatori la passeggiata sul litorale di Herculaneum dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. I lavori dureranno due anni e mezzo

Veduta di Ercolano con, in primo piano, l’antica spiaggia con i fornici dei pescatori (foto Graziano Tavan)
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Il muro di materiale lavico che dall’antica spiaggia di Ercolano impedisce di vedere il mare (foto Graziano Tavan

Il mare non la lambisce più. E neppure si vede più, dall’antica spiaggia di Ercolano, “nascosto” da un muro di lava. Ma l’obiettivo della dirigenza del parco archeologico di Ercolano è quello di aprire ai visitatori l’antica spiaggia di Herculaneum in tutta la sua lunghezza, dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. Un obiettivo ambizioso e spettacolare che sarà possibile raggiungere con la nuova campagna di scavo che partirà a breve e durerà due anni e mezzo. A quarant’anni dagli ultimi scavi (erano gli anni ’80 del secolo scorso), quando è stato portato alla luce il fronte della città verso il mare, si riprende infatti la ricerca archeologica al parco archeologico di Ercolano. I lavori interesseranno proprio l’Antica Spiaggia, il lido della Ercolano romana, per consentirne la valorizzazione e il ricongiungimento alla visita della Villa dei Papiri. I lavori saranno seguiti da una équipe multidisciplinare formata da tecnici del parco archeologico di Ercolano, del ministero dei Beni culturali e dell’Herculaneum Conservation Project, che si avvarranno delle più aggiornate tecniche di indagine e documentazione che la scienza mette a disposizione. L’intervento prevede di valorizzare l’antico litorale, riportando materiale sabbioso appositamente studiato per drenare l’acqua piovana, ripristinando le quote antiche, e consentendo finalmente al pubblico di accedervi, di passeggiare quindi sul litorale antico con un percorso finora inedito. Questa passeggiata potrà anche prolungarsi fino a raggiungere l’area dei cosiddetti “Nuovi Scavi” con la Villa dei Papiri, mettendo in connessione finalmente le due aree dell’antica Herculaneum da sempre separate dalla soprastante via Mare.

L’andamento dell’antica spiaggia di Ercolano che oggi sembra un vallo (foto Graziano Tavan)

A causa dei fenomeni dei movimenti del terreno legati all’eruzione del 79 d.C. la spiaggia si trova oggi a circa 4 metri al di sotto dell’attuale livello del mare, una condizione che fin da subito ha posto rilevanti problemi di regimentazione delle acque. Al fine di risolvere tali problematiche, gli specialisti dell’Herculaneum Conservation Project, tra il 2007 e il 2010, hanno messo in luce ulteriormente la parte orientale della spiaggia evidenziando la presenza di numerose testimonianze archeologiche riferibili sia alle fasi più antiche di vita della città che alla situazione al momento dell’eruzione. In seguito, e anche grazie alla quasi ventennale esperienza di conoscenza e conservazione acquisita a Ercolano, hanno predisposto per il Parco di Ercolano il progetto che entro poche settimane vedrà l’avvio. Le attività di scavo previste consentiranno di raggiungere il livello della spiaggia come si presentava al momento dell’eruzione anche nel lato Ovest. L’intervento, dunque, costituirà una straordinaria occasione per acquisire preziose informazioni, sulle fasi di vita più antiche della città, sulla situazione al momento dell’eruzione e sulle dinamiche della distruzione nel 79 d.C.  aggiungendo un ulteriore tassello alla conoscenza delle città romane affacciate sul golfo di Napoli.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, vicino ai fornici dell’antica spiaggia di Ercolano dove sono stati trovati i resti dei fuggiaschi (foto Paerco)

“Le straordinarie scoperte qui avvenute a partire dal 1980 suscitarono clamore internazionale e diedero il via ad una serie di studi settoriali di grande interesse”, interviene Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano. “Riprendiamo la ricerca sul terreno con rinnovata consapevolezza della complessità del sito e, grazie a un approccio multidisciplinare, ci aspettiamo ulteriori e solidi approfondimenti. Si tratta di un progetto che realizzerà interventi sistematici, coordinati e caratterizzati da un rigoroso approccio scientifico, di documentazione e di studio. Un progetto messo in campo in sinergia con HCP, ulteriore tassello che dimostra come sia possibile una collaborazione pubblico-privato a tutto vantaggio del bene pubblico e degli attori che vi partecipano. Lo studio andrà nella direzione di coniugare le indagini archeologiche, in stretta relazione con gli aspetti antropologici, geologici, paleobotanici, conservativi creando una stabile connessione con il pubblico presente e da remoto. Crediamo che questo sia il più genuino coronamento di un’attività iniziata oramai 40 anni fa e avanzata con discontinuità e tra mille difficoltà che il nuovo parco archeologico è ora in grado di affrontare e risolvere con efficacia”.

Ercolano. Eccezionale scoperta: per la prima volta al mondo trovati i resti vetrificati di cervello umano. Erano in una vittima dell’eruzione del 79 d.C.. Lo studio, frutto della collaborazione dell’università Federico II di Napoli e del parco, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Il prof. Petrone, autore della scoperta, racconta la ricerca nei “Lapilli di Ercolano”

I resti vetrificati di cervello umano studiati dall’università Federico II di Napoli (foto Petrone)

A guardarlo sembra uno scarto di lavorazione, un grumo di vetro caduto durante la produzione. E invece rappresenta una delle più grandi scoperte dell’archeologia degli ultimi anni: rinvenuti i resti di cervello di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. nella città di Ercolano. La conservazione di tessuto cerebrale è un evento estremamente raro in archeologia, ma è la prima volta in assoluto che vengono scoperti resti umani di cervello vetrificati per effetto del calore prodotto da un’eruzione. Ancora una volta, l’antica Ercolano si impone al centro dell’attenzione internazionale grazie ad una nuova sensazionale scoperta ad opera di un team di antropologi e ricercatori guidato da Pier Paolo Petrone dell’università Federico II di Napoli, che da anni studia gli effetti delle eruzioni del Vesuvio sul territorio campano e le popolazioni che lo hanno abitato nel passato. Ed è lo stesso prof. Petrone a raccontare questa eccezionale scoperta nella quarta clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano”.

Il Collegio degli Augustali di Ercolano dove è conservato lo scheletro del Custode (foto Petrone)

Il prof. Pier Paolo Petrone, antropologo forense dell’università Federico II di Napoli

La notizia della scoperta era stata data alla fine di gennaio 2020, poco prima dell’esplosione dell’emergenza da coronavirus, che ha cambiato l’approccio al patrimonio culturale italiano, chiuso al pubblico per decreto. Infatti proprio al 23 gennaio 2020 il New England Journal of Medicine, prestigiosa rivista medica leader a livello mondiale, aveva pubblicato i risultati di uno studio sui resti di materiale cerebrale rinvenuti in una delle vittime dell’eruzione, il cui scheletro si trova ancora oggi in uno degli ambienti di servizio del Collegio degli Augustali. Allo studio hanno preso parte il direttore del Parco Francesco Sirano, insieme al prof. Piero Pucci del CEINGE – Biotecnologie Avanzate e il prof. Massimo Niola dell’università di Napoli Federico II, insieme a ricercatori dell’università di Cambridge. L’eruzione, che nel 79 d.C. colpì con valanghe di cenere bollente Ercolano e Pompei uccidendo all’istante tutti gli abitanti, in poche ore seppellì l’intera area vesuviana fino a 20 km di distanza dal vulcano. Negli anni ’60, durante gli scavi condotti dall’allora soprintendente Amedeo Maiuri, nella cenere vulcanica furono rinvenuti un letto ligneo e i resti carbonizzati di un uomo, che gli archeologi ritengono fosse il custode del Collegio consacrato al culto di Augusto. Nell’ambito di una decennale collaborazione scientifica con Francesco Sirano, recenti indagini sul campo, condotte da Pier Paolo Petrone, hanno portato alla scoperta nel cranio della vittima di materiale vetroso, nel quale sono state identificate diverse proteine ed acidi grassi presenti nei tessuti cerebrali e nei capelli umani. L’ipotesi degli studiosi è che l’elevato calore sia stato letteralmente in grado di bruciare il grasso e i tessuti corporei della vittima, causando la vetrificazione del cervello.

Il letto carbonizzato con il corpo del Custode scoperto da Maiuri ad Ercolano nel 1961 (foto Petrone)

Il racconto del prof. Pier Paolo Petrone, antropologo forense e direttore del Laboratorio di Osteobiologia Umana e Antropologia Forense, Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate presso l’università di Napoli Federico II. “Ancora una volta – sottolinea – le ricerche condotte in collaborazione con il parco archeologico di Ercolano ci hanno permesso come università di Napoli, in particolate come laboratorio di Antropologia forense presso il dipartimento di Scienze biomediche avanzate della Federico II, di giungere a una scoperta eccezionale, quella dei resti vetrificati di un cervello dallo scheletro del cosiddetto Custode, una vittima dell’eruzione, un giovane uomo, rinvenuto nel 1961 dal direttore dell’epoca, Amedeo Maiuri, all’interno di un letto ligneo completamente carbonizzato e sepolto dalle ceneri. Per fortuna il direttore dell’epoca ha pensato di musealizzare questo reperto e noi, dopo 60 anni, abbiamo scoperto che all’interno del cranio di questa vittima si sono preservati dei resti vitrei, vetrificati, del cervello di questo individuo. Questa è stata una scoperta eccezionale pubblicata il 23 gennaio scorso dal New England Journal of Medicine, la massima rivista di medicina al mondo, che appunto riporta i risultati di questo studio che ci ha permesso, attraverso una serie di analisi, biomolecolari e di proteomica, di rinvenire e di scoprire all’interno di questi resti una serie di acidi grassi, tipici dei trigliceridi del cervello umano, e anche dei capelli umani, ma soprattutto una serie di sette proteine degli enzimi altamente rappresentati in tutti i tessuti cerebrali umani: parliamo di amigdala, cerebrocertex, ipotalamo, e così via”.

Una tavoletta in legno carbonizzato con iscrizione da Ercolano (foto da “Ercolano tre secoli di scoperte”, a cura di M. Borriello, M. P. Guidobaldi, P. G. Guzzo, Napoli 2008)

“Quindi – continua – una scoperta oggettivamente unica al mondo in quanto mai prima d’ora né in campo archeologico né tanto meno in ambito medico-legale o forense è stato mai prima scoperto un residuo del genere. La vetrificazione è nota in archeologia ma riguarda essenzialmente reperti vegetali. Infatti anche noi abbiamo scoperto, sempre nel sito di Ercolano, dei frammenti di legno carbonizzato in parte vetrificati. Quindi questo ancora una volta ci fa sottolineare l’importanza della collaborazione tra l’università di Napoli e il parco archeologico di Ercolano, in particolare nella persona del direttore Francesco Sirano, che da anni ci dà la possibilità di studiare questi reperti fondamentali sia per quanto riguarda lo studio della storia, dell’archeologia, della cultura romana e della popolazione di Ercolano, ma anche soprattutto se vogliamo dal punto di vista del rischio vulcanico cui qui sono esposti oltre 3 milioni di persone oggi a Napoli. Il Vesuvio dista solo sei chilometri da Ercolano e poco più del doppio da Napoli. Questo tipi di studi – conclude – sono fondamentali da vari punti di vista, e così si aggiungono ad altri ancora in corso molto importanti che spero presto potranno portare ulteriori grandi risultati”.

Ercolanesi sorpresi dall’eruzione sull’antica spiaggia di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Le fogne dell’Insula Orientalis II di Ercolano oggetto di scavo archeologico (foto archivio Hcp)

“Sin dalle eccezionali scoperte avvenute all’inizio degli anni ‘80 del 900 presso l’antica spiaggia, il campione antropologico offerto dal sito di Ercolano si è rivelato di estremo interesse”, dichiara il direttore Sirano. “Gli studi di antropologia fisica sono ora supportati da analisi di laboratorio sempre più sofisticate. Stiamo inoltre associando ad esse innovative ricerche sul DNA degenerato che, come sembrano dimostrare lavori di prossima edizione da parte del prof. Petrone, ha ancora racchiuse in sé alcune parti della sequenza del codice in grado di chiarire origine e grado di parentela delle vittime ritrovate nelle rimesse delle barche presso l’antica spiaggia. Questi straordinari dati possono peraltro confrontarsi con quelli derivanti dalle analisi sui materiali organici e sui coproliti rinvenuti nel corso degli scavi nelle fogne sotto il cardo V (scavi condotti in collaborazione con la Fondazione Packard) che hanno chiarito tanti aspetti del regime alimentare e contribuito ad arricchire il quadro delle più frequenti patologie che affliggevano gli abitanti di Herculaneum. Se pensiamo a tutto quanto conosciamo attraverso la variegata documentazione scrittoria antica formata da documenti pubblici e privati (epigrafi su marmo, tavolette cerate, papiri, graffiti) – conclude il direttore – davvero si comprendono l’inestimabile valore e le potenzialità ancora inespresse da questo prezioso sito UNESCO che il Parco Archeologico conserva e valorizza in un’ottica di ricerca aperta e multidisciplinare”.