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#buonconsiglioadomicilio. Con Annamaria Azzolina, conservatrice archeologa del museo, scopriamo l’Antico Egitto a Trento, anteprima di quella che sarà la nuova esposizione permanente della collezione egizia

Maschera funeraria, tra i preziosi reperti della collezione egizia del museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Riprendono i video #buonconsiglioadomicilio con il racconto della ricca collezione egizia che si conserva al Castello del Buonconsiglio. Annamaria Azzolini ce ne svela segreti e curiosità. Dopo il grande apprezzamento ricevuto durante il lockdown riprendono i video realizzati dallo staff del museo lanciati sui social con l’hasthag #buonconsiglioadomicilio che raccontano lo straordinario patrimonio artistico-architettonico e collezionistico conservato nel castello e nelle sedi periferiche. In questo video girato e montato come sempre da Alessandro Ferrini l’archeologa Annamaria Azzolini, presenta la curiosa sezione egizia del Castello del Buonconsiglio, costituita da oggetti acquisiti nella prima metà dell’Ottocento dal trentino Taddeo Tonelli, ufficiale dell’Impero Austro Ungarico. Questa collezione rispecchia l’egittomania imperante in quell’epoca in tutta Europa e il gusto collezionistico che spinse molti nomi eccellenti dell’aristocrazia, rapiti dal fascino delle civiltà del Nilo, ad assoldare scienziati, esploratori e avventurieri “predatori” di antichità per arricchire i loro musei privati. Fra gli oggetti donati al Municipio di Trento da Tonelli figurano centinaia di amuleti, fra i quali soprattutto scarabei del cuore – simbolo di vita eterna – eleganti monili in paste vitree colorate, due stele iscritte, una splendida maschera funeraria in foglia d’oro, centinaia di modelli di servitori – detti ushabti – deposti nelle tombe perché sostituissero il defunto nelle attività nell’Oltretomba. Tra i pezzi intriganti spicca, per l’ottimo stato di conservazione, una mummia di gatto del I secolo a.C.- I secolo d.C., animale sacro alla divinità Bastet che simboleggia il calore benefico del sole ed è venerata in qualità di protettrice della casa e della famiglia.

“È il 1858 quando da Vienna arrivano in ben 36 casse moltissimi oggetti provenienti da posti diversi del mondo”, ricorda Azzolini. “Sono oggetti che restituiscono il gusto di un collezionista attento, sensibile e ben inserito negli ambienti più colti della Vienna del tempo. E proprio a Vienna come in molte altre città dell’impero stanno arrivando dalle terre bagnate dal Nilo molti oggetti. Sono di piccole dimensioni, facilmente trasportabili, ma per questo non meno preziosi. E rispondono a un bisogno crescente, che è presente in questo momento  a Vienna, in un’epoca che viene definita l’età dei consoli, proprio perché è molto alta la presenza consolare in Egitto. È un momento in cui c’è richiesta, molta richiesta di reperti egiziani. Si sta rispondendo a quello che è il bisogno della cosiddetta egittomania, una moda che sembra interessare molto anche il maggiore Tonelli, il quale però non è un archeologo e non è un egittologo. Un fitto carteggio intercorso tra lui e uno studioso romano egittologo ed etruscologo, Arcangelo Michele Migliorini, rivela in realtà che era proprio quest’ultimo a consigliare il maggiore sugli acquisti. Ecco quindi che la collezione del museo del Buonconsiglio ospita circa un migliaio di pezzi. Sono oggetti che sono riferibili alla cultura materiale della civiltà antica egizia ma anche al corredo e al contesto funerario. Quindi abbiamo amuleti, parti di mummie, stele funerarie, maschere funerarie e molti altri oggetti in parte noti perché sono stati esposti in una grande mostra curata dal museo nel 2009 “L’Egitto mai visto”, e in parte ancora inediti”. L’archeologa Azzolini mostra un’anteprima di quella che sarà la nuova esposizione permanente della collezione egizia. “È un progetto importante, impegnativo fortemente voluto dalla direzione del museo”, spiega. “un progetto che risponda a nuovi criteri espositivi ma anche di conservazione di questi reperti molto delicati. Ed è un progetto che vedrà coinvolte anche altre figure professionali e istituzionali dove si conservano collezioni analoghe a questa”.

Statuetta della dea Sekhmet nella collezione del museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Nella cultura egizia – continua Azzolini – le statue non sono ritratti ma reali sostituti del soggetto raffigurato, dei supporti nei quali il raffigurato si incarna. Queste statuette sono destinate ai templi e costituiscono un riflesso della devozione popolare testimoniato anche dall’elevato numero in cui vengono realizzati questi esemplari”. Nella collezione trentina c’è una statuetta che rappresenta la dea Sekhmet realizzata in faience, che risale all’epoca tarda, ovvero un periodo tra il 700 e il 300 a.C.: è raffigurata con un corpo di donna sopra il quale è collocata una testa leonina. Sulla sua testa a sua volta si doveva trovare il disco solare e la testa del cobra reale. È una dea particolare. Ha un significato ambivalente. È una dea che può essere apportatrice di pestilenze e calamità, ma può anche essere una dea guaritrice ed è per questo che è stata assunta quale protettrice dei medici”.

Serie di ushabti nella collezione del museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Un altro tipo di statuette ben rappresentato all’interno della collezione è costituito dagli ushabti che hanno un valore completamente diverso. Poiché rappresentano l’incarnazione di quelli che sono dei servitori che attendono il defunto nell’aldilà. Sono oggetti che venivano realizzati in gran numero di copie proprio perché sono molti che vengono collocati all’interno delle sepolture. In realtà un personaggio per ogni giorno dell’anno più i custodi. Vengono inseriti all’interno della sepoltura collocate in cassette di legno. Possono essere realizzati con materiali diversi, dalla faience al legno oppure alla terracotta. Generalmente hanno una forma antropomorfa che ricorda la forma del sarcofago. Sono stati prodotti in un arco cronologico che va dal 1500 al 300 a.C.”.

Scarabei nella collezione del museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Tra gli oggetti simbolo della civiltà egizia un posto di rilievo spetta allo scarabeo. “Ritenuto sacro è chiamato keper considerato un potente amuleto con funzione apotropaica, simbolo di rinascita e cambiamento. È associato al dio dell’alba, connesso al sole che scaccia le tenebre. Era usato in diversi contesti. Poteva apparire come anello sigillare per validare i documenti, usato dalle alte gerarchie, poteva comparire sulle porte sacre di grandi dimensioni con valori di protezione e, a partire dalla XVIII dinastia, è collocato nell’ambito funerario. Veniva posto al di sopra del cuore, sul petto della mummia, proprio perché lo scarabeo diveniva una sorta di cuore divino capace con i suoi poteri di percepire anche l’invisibile, ed era determinante nel passaggio dalla vita terrena a quella eterna perché donava alla mummia il potere di scacciare il terribile serpente Apopi e i pericoli disseminati nel cammino del viaggio notturno verso il mondo dei morti”. Un esemplare delle collezioni museali è di grandi dimensioni e fu realizzato durante il Nuovo Regno tra il 1500 e il 1070 a.C. “È un esemplare molto importante. Reca inciso un capitolo tratto dal Libro dei Morti, dove si esorta il cuore a non testimoniare contro il defunto durante la cerimonia della pesatura del cuore ovvero nel momento in cui gli dei, Osiride e altre 42 divinità, valuteranno l’operato in vita del defunto”.

La mummia di gatto nella collezione del museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Nelle collezioni del Buonconsiglio c’è una mummia di gatto. “Il gatto nell’antico Egitto era adorato quale manifestazione terrena del divino e la sua mummificazione è volta a trasformarlo in Osiride, dio dell’Oltretomba, concedendogli così la vita eterna. Per questo veniva spesso soppresso in tenera età trasformato in un dono votivo. Nella vita quotidiana l’animale riceveva molte cure. Questo spiega perché molte mummie di gatto sono accompagnate da un corredo con offerte funerarie. La cura nella preparazione di questa mummia delle collezioni rivela che poteva trattarsi di un animale domestico al quale fu riservato un trattamento particolare proprio perché considerato come un membro della famiglia”.

Particolare della maschera funeraria tardoantica nella collezione del museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

L’ultimo degli oggetti della collezione museale presentato in anteprima è una straordinaria maschera funeraria realizzata in cartonnage. “Fu costruita sovrapponendo bende di lino a foglie di papiro a cui a sua volta fu sormontato uno strato di gesso per modularla. Una volta asciutto il gesso fu dipinto con colori vivacissimi. La maschera funeraria è uno degli ornamenti esterni della mummia, con una funzione soprattutto pratica ovvero deve restituire al volto del defunto le sembianze umane celate dalla bende. È costruita rendendo la capigliatura con l’azzurro lapislazzulo, l’incarnato invece è reso stendendo una velatura in oro e sul petto sono restituite delle piccole perle e degli ornamenti a costituire la collana. Gli occhi sono resi con la sovradipintura in kohl ovvero con il nero che è il colore sacro e simbolo di fertilità secondo la cultura egizia. Questo sguardo, che ha attraversato 2300 anni, poiché la maschera risale all’epoca tolemaica romana, al 330 a.C. ancora oggi ci appare straordinario, uno sguardo che cattura, uno sguardo che ancora adesso ci incuriosisce”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con l’archeologa Annamaria Azzolini la sezione archeologica del castello, alla scoperta del lussuoso corredo della “principessa” longobarda di Civezzano

La sala romana della sezione archeologica del Castello del Buonconsiglio a Trento (foto Buonconsiglio)

Il tesoro della principessa di Civezzano è al centro del nuovo appuntamento di #buonconsiglioadomicilio dedicato alle collezioni archeologiche custodite al Castello del Buonconsiglio. In particolare, Annamaria Azzolini, archeologa del museo, illustra il lussuoso corredo della “principessa” longobarda di Civezzano di cui fanno parte gli splendidi orecchini in oro e ametista.

Negli ambienti più antichi del castello del Buonconsiglio, là dove un tempo sorgeva la domus di Sodegerio di Tito podestà della città di Trento nei primi decenni del XIII secolo, è allestita l’esposizione archeologica permanente museale, una collezione importante che vanta circa 12mila pezzi: sono oggetti per lo più provenienti dal territorio trentino che coprono un lungo arco cronologico che va dalla pre-protostoria al basso Medioevo. “Le collezioni archeologiche medievali – ricorda Azzolini – sono frutto di grandi e importanti donazioni ottocentesche che nobili ed eruditi avevano formato con diligenti cure e molte spese come ammette lo stesso conte Benedetto Giovannelli già promotore di quell’iniziativa che diede i natali al museo civico di Trento nel 1853. Il collezionismo è un fenomeno antico che ha origini assai lontane del tempo. Raccogliere oggetti strani, curiosi, bizzarri risponde a un bisogno antico, al bisogno di portarsi un pezzo del mondo a casa e con questo stesso spirito noi vogliamo portare nelle vostre case un pezzo di questo straordinario mondo museale. Scopriremo insieme oggetti meravigliosi. Vi porterò a vedere la tomba di una donna di altri tempi, una principessa longobarda”.

Così gli archeologi del Castello del Buonconsiglio hanno ipotizzato la principessa di Civezzano

Tra il 1885 e il 1902 a Civezzano, una località poco distante da Trento, durante i lavori agricoli vennero messe in luce una serie di sepolture pertinenti a due distinte necropoli. “Apparve subito chiaro per la presenza di particolari oggetti nei corredi funerari”, spiega Azzolini, “che dovevano trattarsi di sepolture pertinenti a popolazioni allora definite barbare ma che ora sappiamo essere longobarde. Tra le sepolture scoperte nel 1902, una in particolare è rinvenuta nei pressi di Castel Telvana destò molto interesse. Il corredo era composto da preziosi oggetti in oro e argento, un segno questo che l’inumata doveva essere un esponente dell’alta aristocrazia longobarda. Di quel contesto oggi purtroppo non si conserva quasi più nulla. Furono raccolti preziosi oggetti ma tutto venne disperso e con esso importanti informazioni che ci avrebbero potuto chiarire e aiutare a comprendere il costume funerario longobardo grazie al confronto con contesti italiani e stranieri. Noi oggi possiamo proporvi un’ipotesi ricostruttiva e farvi vedere come doveva apparire questa sepoltura. Gli oggetti che facevano parte del corredo dell’inumata pur collocandosi nella tradizione del costume longobardo rivelano un avvenuto processo di assimilazione dei costumi romano-bizantini, e quindi questi elementi ci permettono di datare la sepoltura ai primi decenni del VII secolo”.

Gli straordinari orecchini in oro dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Tra gli oggetti più noti che appartennero a questa donna troviamo un paio di singolari orecchini in oro che rientrano nella tipologia definita a cestello. Presentano un’elaborata lavorazione a traforo e filigrana con tre pendenti arricchiti da perle, ametiste e goccia in lamina d’oro. Questo tipo di orecchini rappresenta dei gioielli esclusivi rari di cui si conservano solo pochi altri esemplari. Sono gioielli il cui rimando alla tradizione romano-bizantina è molto chiaro. Un oggetto unico è la sottile lamina in argento con lavorazione a punzone, forse un elemento decorativo che finora non trova confronto in nessun altro contesto funerario. La fragilità del pezzo, che porta a escludere un suo utilizzo funzionale, sembrerebbe indicarne un uso puramente rappresentativo legato all’alto lignaggio dell’inumata”.

Linguette in bronzo dorato dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Un altro elemento di unicità per l’abbigliamento longobardo ma che trova invece confronto della sepoltura della regina franca Armegonda a Saint Denis, nei pressi di Parigi, è rappresentato dalle guarnizioni per cinture da calza in bronzo dorato con fibbia a placca fissa decorata in stile zoomorfo con teste di animali e rapaci, puntalini con motivi ad albero stilizzato e placche decorate a punzone, il medesimo utilizzato per le lamine in argento. Sempre come elemento distintivo e rappresentativo dell’alto rango è da considerarsi lo spillone in argento con fasce spiraliforme in oro. L’uso è molto antico. Poteva essere portato per appuntare i capelli come ago crinale oppure per allacciare le vesti che nel caso della donna di Civezzano dovevano essere decorate in oro come testimonierebbe il rinvenimento di filamenti di oro nella sepoltura. Una coppia di linguette in bronzo dorato decorate con motivi a zampa di animale e maschera umana dovevano costituire i terminali di una cinturetta in cuoio che era portata a stringere il punto vita. Alcuni vaghi in pasta vitrea colorata sarebbero pertinenti a una collana che la defunta portava al collo secondo l’uso tradizionale”.

Bacile copto in bronzo dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“È proprio del costume longobardo invece la presenza del bacile copto in bronzo presente soprattutto nelle sepolture aristocratiche di alto rango. Il termine copto collega questo oggetto o una serie di prodotti fabbricati in Egitto. Nel corso del VI secolo sono giunti in Occidente tramite commerci e donazioni. Nelle sepolture il bacile viene rinvenuto ai piedi del defunto e questo ne suggerisce un uso rituale nell’evoluzione tipico del mondo mediterraneo tardo-romano. Ancora una volta gli oggetti di questa sepoltura sottolineano il legame con la tradizione romano-bizantina”.

Croce aurea dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

L’ultimo oggetto che accompagna la donna è una croce aurea dalla straordinaria decorazione. “Nel centro -descrive Azzolini – una sorta di bottone circondato da un doppio nastro intrecciato. Nelle braccia, un motivo con nastro perlinato. Agli angoli delle braccia piccoli fori alludono alla funzione della croce che veniva infatti cucita sul sudario e copriva il volto del defunto. La croce in oro simboleggia un’adesione dell’élite longobarda agli orientamenti politici della società nella quale va a inserirsi e dunque una forma di ostentazione del prestigio dell’aristocrazia prima che un segno della conversione al Cristianesimo. E infatti nel momento in cui vi è piena adesione al culto cristiano il corredo funerario dalle tombe scompare. Gli oggetti deposti nella tomba rappresentano una scelta. Non sono oggetti di uso quotidiano ma oggetti usati nelle grandi occasioni e sono un modo dell’inumato per autorappresentarsi ed esporre il proprio prestigio sociale di questa donna per cui venne realizzata una parure con gioielli esclusivi e che per tradizione è chiamata “principessa di Civezzano”: di lei non sappiamo nulla perché le fonti non ne parlano, possiamo solo immaginarne l’aspetto. Di lei ci rimangono i preziosi monili, di altre principesse gli sguardi immortali che ancora ci osservano da opere straordinarie”.