Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la giornata di studi “Vulci a Villa Giulia. Rileggere la Tomba François nel suo contesto” a cura di Luana Toniolo, Laura Maria Michetti e Christian Mazet in occasione dell’acquisizione degli affreschi della Tomba François da parte dello Stato Italiano e della loro esposizione all’Etru

In occasione dell’acquisizione degli affreschi della Tomba François da parte dello Stato Italiano e della loro esposizione al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, mercoledì 16 settembre 2026 in sala della Fortuna al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia giornata di studi “Vulci a Villa Giulia. Rileggere la Tomba François nel suo contesto” a cura di Luana Toniolo, Laura Maria Michetti e Christian Mazet. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. Prenotazioni all’indirizzo: mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it
PROGRAMMA. Alle 9.30, saluti Istituzionali: Alfonsina Russo (dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale); Giuseppe Sassatelli (Istituto nazionale di Studi etruschi ed italici); Luana Toniolo, Christian Mazet, Laura Maria Michetti, “Rileggere la tomba François nel suo contesto”. Alle 10, “Il contesto della Tomba François”: Alessandro Conti (Sapienza università di Roma) “La François e “le altre”. La necropoli di Ponte Rotto: topografia e architettura funeraria”; Giulio Paolucci (Fondazione Luigi Rovati), Lionel Pernet (Musée cantonal d’Archéologie et d’Histoire Lausanne) “Nuovi dati sul corredo della tomba François di Vulci”; Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore di Pisa) “La Tomba François e Roma arcaica, tra storia e mito”. Alle 11.30, pausa/discussione. Alle 12, “Storie di ricezione”: Laurent Haumesser (Musée du Louvre) “La tomba dei destini incrociati: la tomba François e i suoi lettori”; Maurizio Sannibale (Pontificia Accademia Romana di Archeologia) “L’ultima grande impresa di Carlo Ruspi: le copie della tomba François al Museo Gregoriano Etrusco”; Christian Mazet, Aude Mongiatti (British Museum) “Nuovi dati sugli ori della Tomba François: i gioielli Castellani del British Museum”. Alle 13.30, pausa. Alle 15, “Vulci in età ellenistica”: Anna Maria Moretti Sgubini (già soprintendente per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale) “Esperienze di pittura parietale e scultura nelle tombe ellenistiche di Vulci”; Maurizio Harari (IUSS Pavia) “Fenomenologia della parete dipinta nella Tomba François. La grande pittura a parete all’alba dell’età ellenistica”; Enrico Benelli (università Roma Tre) “Scrivere nelle tombe. Note di epigrafia vulcente”; Alfonsina Russo (DiVA), Simona Carosi (SABAP Viterbo-Etruria Meridionale), Carlo Regoli, Carlo Casi (Fondazione Vulci) “Vulci nel IV secolo: nuovi studi e scoperte”. Discussione e conclusioni.
Paestum (Sa). Inaugurato dal ministro Giuli “Paestum fuori le mura”, il nuovo allestimento del museo Archeologico nazionale al termine del vasto programma di riqualificazione e rinnovamento dell’edificio e dell’esposizione permanente avviato nel 2019: oltre quarantamila anni di storia tornano a comporsi in un unico racconto, dalla preistoria a Poseidonia, dal Grand Tour agli scavi recenti

Oltre quarantamila anni di storia tornano a comporsi in un unico racconto: dalle prime testimonianze della presenza umana alla città greca di Poseidonia, dalle trasformazioni di età lucana e romana alla riscoperta di Paestum durante il Grand Tour, fino alle più recenti attività di ricerca archeologica. Dal 4 agosto 2026 il museo Archeologico nazionale di Paestum si presenta al pubblico nel suo allestimento completo, al termine del vasto programma di riqualificazione e rinnovamento dell’edificio e dell’esposizione permanente avviato nel 2019 dai parchi archeologici di Paestum e Velia.

A inaugurare “Paestum fuori le mura” è stato – lunedì 3 agosto 2026 – il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, insieme al direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia, Tiziana D’Angelo; presenti anche Luca Mercuri, dirigente delegato della direzione generale Musei, e Gaetano Paolino, sindaco di Capaccio Paestum. “Il museo Archeologico nazionale di Paestum rappresenta da anni un punto di riferimento per il territorio”, dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli. “Il nuovo allestimento lo rende ancora più bello e ne amplia le possibilità di fruizione. Cura e accessibilità sono le parole chiave di questa giornata: un museo realizza pienamente la propria funzione quando favorisce la partecipazione e consente a ciascuno di sentirsi parte attiva della comunità. Professionalità, passione e tecnologie avanzate permettono di avvicinare pubblici sempre più numerosi. È così che il museo diventa un presidio fondamentale, capace di tenere viva una rete di relazioni e di rafforzare il senso di appartenenza. La cultura è anche presenza e prossimità ai cittadini”.


L’inaugurazione segna il punto di arrivo di un percorso sviluppato per fasi. Nel 2023 sono state riaperte la sezione dedicata alla Preistoria e alla Protostoria del territorio, le sale sui Santuari e sullo spazio pubblico della città greco-lucana e la nuova sezione “Oltre il museo”. Nel 2024 è stata inaugurata la sezione “Paestum: dalla città romana a oggi”. Con l’inaugurazione della sezione “Nuovi scavi e ricerche” e la riapertura delle sale dedicate alle necropoli, al territorio e alle tombe dipinte della città greco-lucana, il disegno espositivo del Museo giunge a compimento. Il titolo “Paestum fuori le mura” racchiude il cuore del nuovo racconto espositivo: lo sguardo si sposta oltre la cinta muraria dell’antica città, verso un paesaggio popolato in età greco-lucana da necropoli, santuari suburbani e rurali, nuclei abitativi e produttivi. Uno spazio tutt’altro che marginale, nel quale la città costruiva il proprio rapporto con il territorio, con il sacro e con la memoria dei defunti. Non si tratta, dunque, dell’apertura di un singolo nucleo espositivo, ma del momento conclusivo di un progetto pluriennale che restituisce il Museo nella sua interezza. Reperti, contesti archeologici, apparati didattici e strumenti multimediali costruiscono oggi una narrazione organica, capace di mettere in relazione la storia della città con quella delle comunità e del paesaggio che la circondavano. “Il nuovo allestimento del museo Archeologico nazionale di Paestum rappresenta un risultato di grande rilievo per la valorizzazione del patrimonio: porta a conclusione un progetto pluriennale che restituisce al Museo la piena unità del suo percorso e ne rafforza il ruolo nel panorama nazionale e non solo”, afferma Alfonsina Russo, capo del dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale. “Un risultato reso possibile anche dalla capacità di integrare risorse pubbliche e contributi privati, consolidando il legame con il territorio e ampliando la capacità del Museo di raggiungere nuovi pubblici”.

Il ritorno delle tombe dipinte. Tra i protagonisti della nuova esposizione c’è la straordinaria collezione delle tombe dipinte, uno dei nuclei più importanti e identitari del patrimonio archeologico di Paestum. Le lastre funerarie di periodo greco-lucano, databili tra il V e i primi decenni del III secolo a.C., tornano pienamente fruibili insieme ai rispettivi corredi, all’interno di un allestimento completamente rinnovato. Scene di ritorno del guerriero, combattimenti, gare, cortei e momenti di commiato raccontano i valori, le credenze e i ruoli sociali delle comunità lucane. Il nuovo percorso restituisce le pitture al loro contesto originario, ricostruendo le forme delle sepolture, i rituali funerari e le circostanze del rinvenimento. Le lastre non sono presentate soltanto come testimonianze di straordinario valore artistico, ma come parti di contesti funerari unitari. Il dialogo con i corredi consente di avvicinarsi alle storie delle persone per le quali quelle immagini furono realizzate e di comprendere il significato che la morte, la memoria e la rappresentazione dell’identità assumevano nella società lucana.

Alle tombe dipinte già presenti nel precedente allestimento, si aggiungono lastre che entrano ora per la prima volta prima volta nell’esposizione permanente del Museo. Spiccano, tra queste, le pareti dipinte della tomba a camera 113 della necropoli di Spinazzo, pregevoli per qualità di esecuzione del programma decorativo, sottoposte a un delicato intervento di restauro cofinanziato dal ministero della Cultura e dalla donazione privata della società Eutecne Srl. nell’ambito del programma nazionale Art bonus. Accanto alla collezione delle tombe dipinte, le sale dedicate alle necropoli e al territorio ricostruiscono l’organizzazione dello spazio esterno alla città in età greca e lucana. Reperti noti e materiali finora non esposti restituiscono i rapporti tra il centro urbano, i luoghi di culto, gli insediamenti, le attività produttive e le aree funerarie disseminate nella chora dell’antica Poseidonia.
“Paestum fuori le mura” segna il completamento del progetto di rinnovamento del museo Archeologico nazionale di Paestum ed è un traguardo di grande significato”, dichiara il direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia, Tiziana D’Angelo. “È il risultato di un lavoro di squadra che oggi, alla presenza del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, restituiamo alla comunità e ai visitatori. Il nuovo allestimento racconta ciò che accadeva oltre le mura della città antica e il legame tra Poseidonia e il suo territorio, attraverso reperti provenienti da scavi ancora in corso, materiali finora conservati nei depositi e restauri realizzati anche grazie al sostegno dei nostri mecenati. Un museo non è soltanto un luogo di conservazione, ma uno spazio in cui il patrimonio viene interpretato, condiviso e reso accessibile. Il nuovo percorso tattile, esteso all’intero Museo, testimonia questo impegno e si inserisce in un più ampio progetto dedicato all’accessibilità fisica, sensoriale e cognitiva. Con questo intervento il Museo di Paestum si conferma uno spazio aperto, di conoscenza e partecipazione. È un risultato che condividiamo con tutte le professionalità che hanno contribuito alla sua realizzazione a cui desidero esprimere un sentito ringraziamento e con tutta la comunità, alla quale oggi restituiamo un luogo fondamentale della propria identità e della propria cultura”.

Un Museo che racconta oltre quarantamila anni di storia. Fondato nel 1952 nel cuore dell’antica Poseidonia-Paestum, il museo conserva una delle più importanti collezioni archeologiche del Mediterraneo, formatasi attraverso oltre un secolo di scavi, studi e ricerche. L’edificio, progettato negli anni Trenta del Novecento secondo i principi dell’architettura razionalista, nacque per accogliere l’eccezionale ciclo di metope scolpite in arenaria, datate tra il 570 e il 560 a.C. e rinvenute nel santuario di Hera sul fiume Sele. Alle metope si sono aggiunte nel tempo testimonianze di valore eccezionale, prima fra tutte la celebre Tomba del Tuffatore, risalente al 480-470 a.C., unica tomba dipinta con scene figurate finora conosciuta nel mondo greco per questo periodo.

Il percorso museale, che dalla preistoria si spinge fino all’età moderna, comprende due sezioni concepite ex novo: “Oltre il museo”, inaugurata nel 2023 e dedicata ai depositi visitabili; e “Nuovi scavi e ricerche”, uno spazio dinamico nel quale presentare le attività condotte dai Parchi nell’ambito della ricerca, della tutela, della conservazione, della didattica e della valorizzazione. Quest’ultima sezione, aperta oggi per la prima volta, porta il pubblico “dietro le quinte” del Museo, rendendo visibile il lavoro svolto quotidianamente dal personale dei Parchi e l’impegno che accompagna ogni scoperta, dallo scavo allo studio, dalla conservazione alla restituzione pubblica. Le vetrine accolgono allestimenti temporanei dedicati anche alle collaborazioni con università, istituti di ricerca italiani e internazionali, scuole del territorio, enti e associazioni impegnati nel settore culturale. “Con il completamento del nuovo allestimento, il museo Archeologico Nazionale di Paestum offre al pubblico un racconto unitario e accessibile della città antica, del suo territorio e delle comunità che lo hanno abitato, valorizzando la straordinaria ricchezza delle sue collezioni”, afferma Luca Mercuri, dirigente delegato della direzione generale Musei. “È un progetto che unisce qualità scientifica e attenzione a tutti i pubblici, rafforza il ruolo di Paestum nel sistema museale nazionale e interpreta pienamente la funzione del museo contemporaneo: un luogo aperto, nel quale conservazione, ricerca e partecipazione concorrono a rendere il patrimonio sempre più comprensibile e condiviso”.

Un percorso accessibile e aperto alla comunità. Il rinnovamento del Museo non riguarda soltanto ciò che viene esposto, ma anche il modo in cui il patrimonio viene raccontato e condiviso. Apparati didattici, contenuti multimediali, supporti tattili e percorsi in Lingua dei Segni offrono diversi livelli di lettura e favoriscono l’accessibilità fisica, cognitiva e sensoriale. Gli interventi sono stati sostenuti dai programmi PON “Cultura e Sviluppo” FESR 2014-2020, dal Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche e da progetti finanziati dal PNRR, dedicati al miglioramento dell’accessibilità fisica e cognitiva, alla digitalizzazione del patrimonio documentale e all’efficientamento energetico. Con i lavori del PNRR “Miglioramento dell’accessibilità fisica e cognitiva del patrimonio archeologico e documentale storico e corrente del Parco Archeologico di Paestum e Velia” è stato integrato e completato, anche grazie alla collaborazione con il Museo Statale Tattile “Omero” di Ancona, il percorso tattile che accompagna il visitatore in tutte le sale, con 25 nuove riproduzioni in stampa 3D e con la realizzazione di supporti su misura e didascalie in italiano, inglese e Braille bilingue, che ripercorrono la storia di Poseidonia-Paestum. Sia le riproduzioni sia i relativi supporti sono stati progettati secondo i principi dell’universal design, in coerenza con i reperti originali. I supporti, corredati da didascalie, sono concepiti per essere movimentati insieme ai modelli che ospitano, così da consentire al percorso tattile del Museo di essere riproposto anche in mostre temporanee e in diversi allestimenti. In questo modo, l’intero progetto mantiene la propria unitarietà e identità anche in contesti espositivi differenti, valorizzando il patrimonio archeologico di Paestum. Nella strategia di accessibilità del Museo il nuovo percorso tattile coopera con il progetto “E.LIS.A. per Paestum”, precedentemente realizzato nelle sale espositive, promosso dalla Regione Campania in collaborazione con l’ENS – Ente Nazionale Sordi e coordinato dalla Fondazione IFEL Campania con fondi della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità. Il progetto ha previsto la disseminazione di contenuti multimediali in Lingua dei Segni Italiana (LIS) e in International Sign Language (IS), pensati per rendere la visita sempre più inclusiva e per dare ai visitatori sordi la possibilità di esplorare il patrimonio culturale in modo completo e accessibile.

“Paestum fuori le mura” è stato costruito assieme alla comunità. Nel cortile del Museo è stata ripristinata la piena funzionalità dell’installazione artistica realizzata da Carlo Alfano nel 1972, anche grazie al sostegno della famiglia Palmieri dell’azienda Vannulo, nell’ambito del loro impegno a favore della valorizzazione del patrimonio culturale. L’opera, concepita come conclusione del ciclo “Tempi prospettici” in seguito alla straordinaria scoperta della Tomba del Tuffatore avvenuta nel 1968, costituisce il primo esempio opera d’arte contemporanea installata in un museo archeologico, contestualizzando così il tema del dialogo tra antico e contemporaneo. Grazie al recente restauro, l’opera di Alfano torna a confrontarsi, grazie al complesso gioco di riflessioni e rifrazioni reso possibile dai suoi dispositivi ottici, con la celebre scena dipinta sulla lastra di copertura della sepoltura, esposta nella sala antistante.
Aquileia (Ud). L’Aquileia Film Festival entra nel vivo con un film sulla missione dell’Unesco e il patrimonio culturale distrutto dalle guerre, e uno sul patrimonio archeologico rivelato dalla metro di Roma, mentre con Simone Quilici e Alfonsina Russo si parla di tutela e innovazione

La 17ma edizione dell’Aquileia Film Festival, organizzato dalla Fondazione Aquileia con Firenze entra nel vivo mercoledì 29 luglio 2026 con la tre giorni di film e incontri proponendo un viaggio attraverso il cinema tra alcuni dei temi più affascinanti dell’archeologia contemporanea.

Alle 21, in piazza Capitolo ad Aquileia (Ud), apre le proiezioni il film “Nella mente degli uomini. UNESCO 1945-2025. Italia viaggio nella bellezza” di Eugenio Farioli Vecchioli, Brigida Gullo (Italia 2025, 60’). “Poiché la guerra ha inizio nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono essere costruite le difese della pace”. Le parole nel 1945 pronunciate nel preambolo della costituzione dell’UNESCO risuonano di drammatica attualità. Dal ponte di Mostar ai Buddha di Bamiyan, dalla città vecchia di Mosul, ai monumenti dell’Ucraina, ricostruire il patrimonio culturale distrutto dalla furia delle guerre, continua a essere una delle principali missioni dell’UNESCO.

Segue la conversazione “Dalla tutela all’innovazione: la sfida del futuro” a cura di Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva con Simone Quilici, architetto e paesaggista, dottore di ricerca in Progettazione urbana, territoriale e ambientale all’Università di Firenze. Dal 2019 al 2025 ha diretto il parco archeologico dell’Appia Antica, guidando tra l’altro il processo che ha portato all’iscrizione della Via Appia nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Da ottobre 2025 è direttore del parco archeologico del Colosseo, uno dei siti più visitati al mondo. E con Alfonsina Russo, archeologa e dirigente del ministero della Cultura, ha ricoperto incarichi di soprintendenza in Basilicata, Molise e per l’Etruria Meridionale, prima di diventare — dal 2017 al 2025 — direttrice del parco archeologico del Colosseo. Oggi è a capo del dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale del ministero della Cultura, con competenze che spaziano dall’accessibilità dei siti alla cooperazione internazionale.

Chiude la serata il film “Roma sotterranea, una metro nella storia” di Laurent Portes (Italia 2025, 52’). Quello di Roma è il sottosuolo archeologico più complesso al mondo profondo oltre 15 metri. Come fare dunque a costruire una linea metropolitana che attraversi il cuore del centro storico della città? Il film è un viaggio inedito nella città eterna raccontato attraverso scoperte sensazionali che hanno costretto gli esperti a riscrivere la Storia di ieri e oggi.
Roma. A Castel Sant’Angelo la mostra “Ercolano. L’arte di vivere” con reperti straordinari dai depositi del parco archeologico di Ercolano, raramente esposti al pubblico, che raccontano la vita quotidiana dell’antica città preservata dall’eruzione del 79 d.C.

Reperti straordinari provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano e raramente esposti al pubblico, oggetti che raccontano la vita quotidiana dell’antica città preservata dall’eruzione del 79 d.C., un pane sfornato duemila anni fa e carbonizzato dall’eruzione del Vesuvio, insieme ad alimenti, reperti organici, stoviglie, arredi e utensili d’uso quotidiano. Dal 22 luglio al 18 ottobre 2026 Castel Sant’Angelo apre le sue sale monumentali alla mostra “Ercolano. L’arte di vivere”, a cura di Massimo Osanna, capo dipartimento Attività culturali del ministero della Cultura; Federica Colaiacomo, direttrice del parco archeologico di Ercolano; Luca Mercuri, direttore dell’istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – direzione Musei nazionali della città di Roma; e di Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, mostra che conduce il visitatore alla scoperta della città vesuviana, fermata per sempre dall’eruzione del Vesuvio. Il progetto nasce dalla felice collaborazione tra Castel Sant’Angelo e il parco archeologico di Ercolano. L’esperienza della mostra “Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola nell’antichità”, presentata nelle sale affrescate di Villa Campolieto a Ercolano, costituisce il punto di partenza di un nuovo progetto espositivo, completamente ripensato per gli spazi monumentali della Mole Adriana. Il percorso, articolato in sette sezioni, amplia significativamente il racconto, estendendolo dall’alimentazione alla vita quotidiana dell’antica Ercolano, ed è arricchito da una selezione di oltre 70 reperti, molti dei quali finora custoditi nei depositi del Parco archeologico e presentati eccezionalmente al pubblico in occasione di questa mostra.

“Con questa iniziativa”, commenta Luca Mercuri, direttore del Pantheon e Castel Sant’Angelo – direzione Musei nazionali della città di Roma e curatore della mostra, “Castel Sant’Angelo conferma la propria vocazione a essere luogo di incontro tra patrimoni, istituzioni e pubblici diversi. Questa mostra nasce da una collaborazione che testimonia quanto il dialogo tra musei possa generare progetti culturali di qualità, capaci di ampliare le occasioni di conoscenza e di valorizzare il patrimonio attraverso nuovi percorsi di visita. Per Castel Sant’Angelo è motivo di particolare soddisfazione dare vita a un progetto espositivo che mette in relazione due realtà di straordinario valore e propone ai visitatori un’esperienza culturale ricca e originale. Si inserisce inoltre in una programmazione culturale sempre più ampia e diversificata che, attraverso mostre, eventi e iniziative, conferma il Castello come un luogo vivo, aperto al dialogo tra epoche, linguaggi e pubblici differenti”.

“Ercolano, come Pompei, offre una testimonianza straordinaria della vita di una città romana”, sottolinea Massimo Osanna, capo del dipartimento per le Attività culturali e curatore della mostra. “Le particolari condizioni di conservazione determinate dall’eruzione del 79 d.C. hanno preservato edifici, arredi e oggetti d’uso quotidiano, permettendo di ricostruire le attività, le abitudini alimentari e le forme della convivialità dei suoi abitanti. La mostra presenta questo patrimonio attraverso i risultati della ricerca più recente, offrendo al pubblico nuovi strumenti per comprendere la società romana e la sua vita quotidiana. Portare questo racconto a Roma amplia le occasioni di conoscenza di un contesto archeologico unico e conferma il ruolo dei musei come luoghi di ricerca, confronto e partecipazione”.

“Portare Ercolano a Castel Sant’Angelo significa far compiere alla città antica un viaggio quasi naturale”, interviene Federica Colaiacomo, direttrice del parco archeologico di Ercolano e curatrice della mostra, “si tratta di due luoghi che la storia ha sepolto sotto strati diversi — uno di cenere e lava, l’altro di funzioni e trasformazioni continue — e che oggi tornano a raccontarsi a vicenda. In questa mostra abbiamo voluto restituire al pubblico non i monumenti, ma la vita: i gesti quotidiani, i sapori, gli oggetti d’uso che rendono Ercolano una delle testimonianze più intime e vivide del mondo antico. È un progetto che nasce dal dialogo tra le nostre istituzioni e che desidero ringraziare di cuore per aver reso possibile. Un ringraziamento speciale va a PHI per la preziosa e continua collaborazione, che ha accompagnato anche questo percorso attraverso i contenuti del progetto Ercolano Digitale, e a tutto il personale del Parco Archeologico di Ercolano, che con competenza, entusiasmo e una costante disponibilità a mettersi in gioco ha reso possibile ogni forma di collaborazione. Portare a Roma, nel cuore della Capitale, un pezzo autentico dell’arte di vivere degli antichi ercolanesi è il risultato di un impegno condiviso e di una visione comune”.

“Ercolano è uno straordinario laboratorio a cielo aperto”, dichiara Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli e curatore della mostra. “La ricchezza dei materiali rinvenuti, insieme alla quantità e alla varietà delle testimonianze conservate, porta una luce eccezionale sul tema del cibo nel mondo antico. Sono certo che lo studio di Ercolano, luogo da cui ha preso avvio l’archeologia sistematica occidentale, permetterà di approfondire e comprendere meglio anche molti dei reperti custoditi nel Museo archeologico nazionale di Napoli. Ercolano continua dunque a rappresentare una fonte inesauribile di conoscenza e potrà riservarci, anche in futuro, nuove e importanti scoperte”.

“Ercolano. L’arte di vivere”, commenta Alfonsina Russo, capo del dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale, “rappresenta un esempio concreto di come la collaborazione tra gli istituti del ministero della Cultura possa generare progetti di alto profilo scientifico e al tempo stesso raggiungere pubblici sempre più ampi. La circolazione delle opere, la condivisione delle competenze e il dialogo tra musei rafforzano il Sistema museale nazionale, creando nuove occasioni di conoscenza e valorizzando il patrimonio attraverso reti e percorsi condivisi. È questa la direzione nella quale intendiamo continuare a investire: una valorizzazione capace di mettere in connessione luoghi, collezioni e persone, ampliando l’accessibilità e la partecipazione culturale”.

Il percorso si apre con una straordinaria Wunderkammer, una “camera delle meraviglie” ispirata alle celebri raccolte rinascimentali. Vi sono riuniti 42 reperti di eccezionale valore provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano: statue, busti, affreschi, gioielli e oggetti della vita quotidiana che raccontano la raffinatezza artistica, il livello culturale e la qualità della vita nell’antica città alla vigilia della catastrofe. Come nelle originarie camere delle meraviglie, l’obiettivo non è soltanto esporre, ma suscitare stupore. Il visitatore entra quindi nel cuore dell’evento che ha segnato il destino di Ercolano: una sala immersiva dedicata all’eruzione del Vesuvio, tra contenuti audiovisivi, dipinti, stampe e arti decorative che documentano la costruzione dell’immaginario del vulcano nell’Europa del Grand Tour. Accanto alla tradizione resa celebre da Pierre-Jacques Volaire, la tempera di Giacomo e Antonio Baseggio (1784), la Burrasca al chiaro di luna nel Golfo di Napoli (1822) di Joseph Rebell e una rara porcellana della manifattura Poulard Prad restituiscono il fascino del sublime che attirò a Napoli viaggiatori, artisti e studiosi da tutta Europa.

Dal mito alla strada: la mostra ricostruisce poi, con installazioni audiovisive e reperti archeologici, la città viva, con le sue botteghe e i thermopolia, luoghi destinati alla vendita di cibi e bevande pronti per il consumo quotidiano. Tra i reperti più sorprendenti, le pagnotte carbonizzate dall’eruzione ma conservate intatte, identiche a quelle raffigurate nel celebre affresco pompeiano della distribuzione del pane, e le teglie del forno di Sextus Patulcius Felix, parte di una serie di 25 stampi rinvenuti a Ercolano. Il percorso entra quindi nell’intimità della domus, tra cucina e dispensa: mortai, pentole, casseruole e preziosi reperti organici – cereali e legumi restituiti dagli scavi – documentano con rara precisione la dieta quotidiana degli antichi ercolanesi.

Il racconto prosegue con il vino, tra le attività economiche più floride della Campania antica – Plinio il Vecchio celebrava il Falerno come uno dei vini più rinomati del suo tempo – e al tempo stesso ponte verso il divino nel culto di Bacco, dio della vite, della fertilità e dell’ebbrezza rituale. Gran finale nella sala dei banchetti, dove una meridiana in marmo scandisce i tre momenti dell’alimentazione antica – ientaculum, prandium e cena – tra campanelli in bronzo, vasellame in vetro, bronzo e argento e l’oggetto forse più peculiare della mostra: la larva convivialis, la piccola figurina scheletrica che, posata sulla tavola, ricordava ai commensali la brevità della vita e li invitava, sulle orme di Epicuro, a godere dei piaceri del convivio.

La scelta di Castel Sant’Angelo come sede espositiva riveste un significato particolare. Il monumento, emblema della stratificazione storica di Roma – da mausoleo imperiale a fortezza, da residenza papale a museo – offre l’occasione per un dialogo tra due luoghi profondamente diversi ma accomunati dalla capacità di conservare, ciascuno secondo la propria storia, straordinarie testimonianze del passato. Il percorso espositivo accompagna il visitatore attraverso questo patrimonio eccezionale grazie al dialogo tra reperti archeologici, installazioni multimediali e ambientazioni immersive. La colata piroclastica che investi Ercolano nel 79 d.C. ha preservato edifici, oggetti, alimenti e materiali organici, trasformando una catastrofe in una straordinaria fonte di conoscenza e restituendo una documentazione unica sulle pratiche alimentari, le attività lavorative, la cura del corpo, le relazioni sociali nel mondo romano antico.
Roma. Nella sala Ottagona delle Terme di Diocleziano del museo nazionale Romano apre la mostra “AEGYPTUS – Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserti in epoca romana”, Video arte, archeologia e intelligenza artificiale per raccontare la presenza romana nelle oasi del deserto occidentale egiziano tra il I secolo a.C. e il V secolo d.C. E nella prima settimana ogni sera un incontro di approfondimento: ecco il programma

Dal 3 luglio al 15 novembre 2026 l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano del museo nazionale Romano ospita la mostra “AEGYPTUS – Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserti in epoca romana”, ideata da Elisabetta Bruscolini, e curato da Alfonsina Russo, Elisabetta Bruscolini, Angelo Piero Cappello, Federica Rinaldi, Alessio De Cristofaro, nell’ambito delle attività di cooperazione culturale con l’Africa e il Mediterraneo. L’esposizione, promossa dal ministero della Cultura, racconta un capitolo ancora poco noto della storia antica: la presenza romana nelle oasi del deserto occidentale egiziano tra il I secolo a.C. e il V secolo d.C. L’iniziativa si colloca nell’ambito delle linee strategiche promosse dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, finalizzate a coniugare ricerca scientifica, innovazione tecnologica e valorizzazione del patrimonio culturale. Una visione che individua nella cultura un fondamentale strumento di dialogo e conoscenza condivisa, in grado di rafforzare i rapporti tra i popoli, valorizzare un patrimonio storico comune e favorire nuove opportunità di cooperazione internazionale, soprattutto nel Mediterraneo e in Africa. Alla realizzazione del progetto hanno contribuito: Studio Convertino per l’opera di video arte e il progetto grafico; Riccardo Boccuzzi per la realizzazione del filmato con AI; Studio VPS architetti per il progetto allestitivo; Mappe di Mondi per l’organizzazione. Il progetto illuminotecnico della mostra è stato realizzato con la sponsorizzazione tecnica di IGuzzini Illuminazione S.p.A. L’iniziativa coinvolge studiosi e archeologi di importanti università e istituzioni italiane e internazionali, tra cui università di Roma Tor Vergata, università di Milano, Politecnico di Milano, università del Salento, università Federico II di Napoli, università di Padova e University of Leicester.
Grazie al fondamentale contributo degli archeologi e delle archeologhe impegnati negli scavi greco-romani in Egitto, realizzati con il sostegno del ministero delle Antichità Egiziano, “AEGYPTUS” si configura come una grande installazione immersiva e crossmediale che trasforma la visita in un’esperienza sensoriale e narrativa. Videoarte, ricostruzioni digitali, immagini degli scavi archeologici, animazioni e intelligenza artificiale accompagnano il pubblico alla scoperta del paesaggio delle oasi e del deserto romano, rendendo accessibile e coinvolgente il racconto della ricerca archeologica contemporanea. L’allestimento prevede un percorso che si apre con l’esposizione di significativi reperti archeologici provenienti sia dalle collezioni del museo nazionale Romano, che ne ha curato l’individuazione e la selezione, sia dalle attività di recupero e indagine condotte dal Comando dei Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale, protagonista del museo dell’Arte salvata ospitato all’interno dell’aula Ottagona. Il dialogo tra i reperti e i contenuti audiovisivi e digitali genera un originale intreccio tra storia e innovazione, offrendo una nuova chiave di lettura dell’Egitto romano. Al centro della narrazione emergono le oasi, luoghi di incontro e scambio tra culture, commerci, religioni e popoli diversi, in un territorio strategico che per secoli ha rappresentato un ponte tra Africa, Mediterraneo e Vicino Oriente. Più che una mostra tradizionale, “AEGYPTUS” è un vero e proprio evento che invita a riflettere sul valore della ricerca archeologica e sulla capacità del patrimonio culturale di raccontare storie ancora poco conosciute dal grande pubblico anche attraverso diverse forme d’arte e nuove tecnologie. In questa prospettiva, il deserto non appare come una periferia dell’Impero, ma come uno spazio vitale di connessione, scambio e contaminazione culturale, dove si intrecciano esperienze, identità e civiltà diverse. Un mondo magico dove gli insediamenti romani appaiono come un miraggio nel cuore del deserto.

La mostra sarà accompagnata da un Public Program di incontri e approfondimenti con archeologi e studiosi italiani e internazionali, ideato per avvicinare il pubblico ai temi della ricerca, della Tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale. Gli appuntamenti si svolgeranno nella prima settimana di apertura della mostra, dalle 21 alle 23, nello spazio antistante la sede espositiva. Ad accompagnare il progetto sarà inoltre un catalogo scientifico, curato dal dipartimento di Studi letterari, Filosofici e di Storia dell’Arte dell’università di Roma Tor Vergata. In occasione del Public Program, l’Aula Ottagona rimarrà straordinariamente aperta dalle 19.30 alle 23 (ultimo ingresso alle 22.30) dal 3 al 9 luglio 2026, al costo di 5 euro salvo gratuità e agevolazioni di legge.
3 luglio 2026, ore 21: apertura Public Program. Introduzione: “Oasi come hub dell’Antichità”. Primo incontro “L’Egitto romano. Da Alessandria ad Assuan attraverso il deserto occidentale”. Intervengono: prof.ssa Paola Davoli, università del Salento; prof.ssa Patrizia Piacentini, università di Milano; dott.ssa Walaa Moustafa, museo Greco Romano di Alessandria.
4 luglio 2026, ore 21. Introduzione: “Luce e arte per raccontare l’archeologia” con Nasreldin Moataz, direttore Biennale d’Alessandria d’Egitto; Carmelo Occhipinti, università di Tor Vergata. Secondo incontro “Egitto, dono del deserto: le oasi prima dei faraoni”. Intervengono: dott. Giulio Lucarini, CNR; dott.ssa Jade Bajeot, Université de Toulouse 2 – Jean Jaurès.
5 luglio 2026, ore 21: “Siwa, dall’Oracolo di Amon all’Impero Romano: agricoltura, necropoli e insediamenti nel nord-ovest egiziano”. Intervengono: prof. Mohamed Kenawi, University of Leicester; dott.ssa Francesca Simi, università di Udine.
6 luglio 2026, ore 21: “La rappresentazione degli imperatori in Egitto da Augusto a Diocleziano”. Intervengono: dott.ssa Giorgia Cafici, università di Verona; prof. Sobhy Ashour, Helwan University, il Cairo.
7 luglio 2026, ore 21: “Culti e trasformazioni religiose nel deserto occidentale tra epoca tolemaica e prima età cristiana”. Intervengono: prof.ssa Paola Buzi, Sapienza Università di Roma; prof. Angelo Colonna, Sapienza Università di Roma; prof. Emanuele Ciampini, Sapienza Università di Roma.
8 luglio 2026, ore 21: “L’Egitto in trasformazione tra Roma e tarda antichità”. Intervengono: prof.ssa Cristina Mondin, università di Padova; prof. Paolo Maranzana, Bogazici University, Istanbul.
9 luglio 2026, ore 21: “Insediamenti romani nell’Oasi Magna e Umm el -Dabadib., una storia ai confini del mondo”. Intervengono: prof.ssa Corinna Rossi, università il Politecnico di Milano; prof.ssa Gaelle Tallet, La Sorbona, Parigi.
Roma. Al Colosseo la mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico”: oltre 300 reperti dai principali musei italiani e da Troia che per la prima volta approfondiscono i nessi storici e mitologici che legano le due città, tra le principali della grande e plurale civiltà gravitante sul Mediterraneo antico

Dalla tavoletta in argilla da Hattusa che cita la leggendaria città di (W)Ilios dei poemi omerici alle oreficerie in filigrana e granulazione rinvenute a Troia da Heinrich Schliemann, dai corredi della necropoli di Santa Palomba a Roma al rilievo di fontana con cinghialessa allattante i cuccioli da Palestrina, dall’urna in bronzo con iscrizione rinvenuta nel tumulo di Dardano nella Troade ai rilievi in marmo da Afrodisia con miti iliadici, dal sarcofago in marmo di Aurelia Boitane Demetria con episodi dell’Iliade al mosaico di Teti dall’acropoli di Xanthos. Sono alcuni dei 300 reperti esposti nella mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico” che dal 12 giugno al 18 ottobre 2026il parco archeologico del Colosseo ospita nell’Anfiteatro Flavio, una prima assoluta nel panorama espositivo internazionale che nasce dalla felice collaborazione culturale tra Italia e Türkiye. Mai prima d’ora, infatti, è stato dedicato un evento espositivo sui nessi storici e mitologici che legano le due città, tra le principali della grande e plurale civiltà gravitante sul Mediterraneo antico. Promossa dal dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale del ministero della Cultura italiano e dalla direzione generale dei Beni culturali e dei Musei del ministero della Cultura e del Turismo turco nell’ambito delle linee di azione del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo, la mostra rappresenta un’importante iniziativa di diplomazia culturale finalizzata a consolidare i rapporti tra i due Paesi, valorizzando il patrimonio storico e archeologico quale strumento di dialogo, sviluppo sostenibile e crescita sociale, civile ed economica. La mostra, curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Alessio De Cristofaro, Massimo Cultraro, Bulent Gönültaş, Mehtap Ateş, Deniz Doğu Yöndem, Rüstem Aslan, offre al grande pubblico un racconto organico e scientificamente aggiornato delle vicende culturali e storiche di Troia e Roma, riannodando idealmente i fili del mito, della leggenda e della realtà storica in una narrazione unitaria che abbraccia circa tre millenni di civiltà anatolica e italica.


Il percorso è introdotto, già al primo ordine del Colosseo, da una replica monumentale del Cavallo di Troia, mentre nello spazio espositivo vero e proprio, allestito al secondo ordine del Colosseo, sono presentati oltre 300 reperti, provenienti da alcuni dei principali musei italiani e da Troia: in particolare, sono più di duecento le opere in prestito da diciannove musei turchi e, tra queste, il nucleo più significativo comprende reperti mai esposti prima in Italia. I visitatori potranno ammirare pertanto eccezionali testimonianze riferibili alle due civiltà, a partire dalla straordinaria tavoletta in argilla incisa in caratteri cuneiformi rinvenuta nel sito archeologico dell’antica capitale ittita Hattuša, che registra il trattato formale tra il re Mutawalli II e il sovrano Alaksandu di Walusa, offrendo la prova che collega la leggendaria città di (W)Ilios dei poemi omerici con la Wilusa menzionata dai testi ittiti e, quindi, alla realtà storica della tarda età del bronzo. All’orizzonte tra Neolitico Recente ed Eneolitico rimanda la statuetta di Dea Madre in marmo rinvenuta nella necropoli di Porto Ferro (Alghero). Si datano tra il 2500 il 2250 a.C. le oreficerie in filigrana e granulazione rinvenute a Troia da Heinrich Schliemann.

Sono in mostra anche alcuni corredi della necropoli di Santa Palomba a Roma, identificata dagli studiosi come il luogo di sepoltura delle aristocrazie latine dell’Età del Ferro, mentre proviene da Castro (Lecce) la statuetta in bronzo di Atena Iliaca, la cui cronologia si colloca tra fine V e IV secolo a.C., ed alcuni oggetti preziosi appartenenti al tesoro della dea. Il rilievo di fontana con cinghialessa allattante i cuccioli da Palestrina testimonia il mito dell’età dell’oro e del ritorno alle origini troiano-romulee promosso da Augusto. Risale al IV secolo a.C. l’urna sempre in bronzo con iscrizione rinvenuta nel tumulo di Dardano nella Troade. Eccezionale poi è la presenza di alcuni rilievi in marmo da Afrodisia, capolavori dell’arte romana imperiale con raffigurazioni di miti iliadici, provenienti dal tempio dedicato al culto di Augusto e della famiglia imperiale.

È esposto il sarcofago in marmo di Aurelia Boitane Demetria, recuperato nel 1997 in seguito a uno scavo clandestino, che costituisce un notevole esempio di “sarcofago asiatico a colonne” e sul quale sono scolpiti tre episodi dell’Iliade; un’iscrizione indica che venne prodotto tra il 212 e il 225 d.C. Sempre dalla Türkiye, da un complesso termale dell’acropoli di Xanthos, capitale della Licia, proviene il mosaico di Teti databile tra il III e il IV secolo d.C. Questi insieme a numerosi altri reperti sono esposti in un percorso che si sviluppa lungo un doppio binario, letterario e archeologico, restituendo una lettura critica e comparata delle fonti oggi disponibili. Attraverso il racconto di figure emblematiche quali Paride, Elena, Priamo, Ecuba, Cassandra, Ettore, Agamennone, Menelao, Achille, Patroclo, Enea, Lavinia, Ascanio e Romolo, la mostra propone un viaggio critico e accessibile nella memoria condivisa del Mediterraneo, evidenziando la perdurante attualità di miti e storie che continuano a costituire un ponte tra passato e presente.

“Con questa mostra”, si legge nella presentazione al catalogo del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “il ministero della Cultura italiano e il ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Türkiye intendono far conoscere al vasto pubblico internazionale del Parco archeologico del Colosseo le vicende straordinarie di queste due città e dei loro antichissimi legami, in un racconto che intreccia storia, archeologia e mito. Oltre a illustrare con rigore scientifico i nudi fatti per come la ricerca contemporanea è in grado di ricostruirli, l’esposizione valorizza anche il pensiero mitistorico, secondo l’accezione di Andrea Carandini, come ermeneutica della realtà storica in grado di ricomprendere le leggende e la religione nell’organizzazione della società del tempo, nella prospettiva di consapevole appartenenza a una comune civiltà mediterranea”. “Realizzata grazie alla collaborazione tra il ministero della Cultura italiano e il ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Türkiye”, scrive nella presentazione al catalogo il ministro Mehmet Nuri Ersoy, “la mostra ci invita a rileggere Troia, la Guerra di Troia e i legami politici, culturali e mitologici stabiliti tra Roma e l’Anatolia. L’esposizione va ben oltre il racconto di una singola guerra o leggenda: esplora gli scambi politici e culturali avvenuti nel Mediterraneo orientale alla fine del II millennio a.C. e riflette su come questi abbiano continuato a risuonare fino ai giorni nostri, promuovendo al contempo un rinnovato dialogo tra le due aree geografiche”.

“La mostra presenta al pubblico”, osserva nella premessa al catalogo Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del patrimonio culturale del MiC, “i primi risultati del progetto di valorizzazione delle comuni radici storiche tra Italia e Türkiye promosso dal Ministero della Cultura tramite il Dipartimento per la Valorizzazione del patrimonio culturale in collaborazione con la Direzione Generale del Patrimonio Culturale dei Musei della Repubblica di Türkiye. Il progetto, elaborato dal Dipartimento nell’ambito delle linee di azione del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo allargato, prevede la realizzazione di una serie attività di ricerca, disseminazione e valorizzazione, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione scientifica tra Italia e Türkiye, promuovere a livello internazionale la conoscenza dei rispettivi patrimoni culturali e favorire modelli di sviluppo basati su un turismo sostenibile e di qualità”. “Con questa rilevante iniziativa di diplomazia culturale”, si legge invece nel testo di premessa al catalogo di Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo – il PArCo porta agli occhi del mondo la narrazione di un mito fondativo cruciale per la storia dell’umanità, restituendo al contempo le evidenze archeologiche di una civiltà generatrice. Il tutto in una esposizione che dà al racconto una dimensione concreta, capace di correlare la costruzione mitologica con il luogo che la ha ispirata”. “La mostra”, scrivono i curatori nella introduzione al catalogo, “vuole essere uno strumento meditato di ricerca, disseminazione e valorizzazione di una parte identitaria del patrimonio culturale di Italia e Türkiye, col quale i due Paesi condividono e mettono a disposizione della comunità scientifica e del pubblico internazionale una visione umanistica fatta di studio, innovazione, dialogo e reciproca amicizia”.



La mostra si apre al secondo ordine del Colosseo con una prima ampia sezione dedicata alla ricostruzione storica, archeologica e topografica del sito di Troia, attraverso un significativo nucleo di reperti provenienti dai musei turchi. Tale sezione offre, inoltre, una panoramica inedita sul mondo ittita e sulle diverse realtà culturali dell’Anatolia del III e II millennio a.C. La seconda sezione è dedicata alla Guerra di Troia, narrata a partire dal punto di vista dei Troiani, con particolare attenzione ai protagonisti e agli eventi principali del conflitto. Ampio spazio è riservato alla figura di Omero e al tema della tradizione epica, analizzata nei suoi risvolti filologici, storici e antropologici. La sezione si conclude con la caduta della città, la Ilioupersis, e l’avvio della diaspora che vede protagonista Enea. La terza sezione approfondisce il viaggio di Enea, ricostruito sulla base delle tradizioni letterarie – da Stesicoro a Virgilio – e della documentazione archeologica, con particolare enfasi sui contesti italiani tramite la valorizzazione di siti dell’Italia meridionale, della Sicilia e del Lazio legati al passaggio dell’eroe troiano. La sezione propone anche un quadro ricostruttivo del Lazio tra il XII e il IX secolo a.C., offrendo strumenti interpretativi per una contestualizzazione storica del mito. La quarta sezione è dedicata al mito di Romolo e alla fondazione di Roma, attraverso l’analisi delle principali tradizioni e la presentazione di reperti e testimonianze figurative di grande rilevanza. Viene ricostruito il quadro della Roma arcaica e approfondito il processo attraverso il quale i Romani elaborarono la propria origine troiana, elemento centrale nella costruzione dell’identità politica e ideologica della città. La sezione si conclude con un focus sull’età augustea, su Virgilio e sulla canonizzazione della saga eneadica.
Roma. A Palazzo Massimo (museo nazionale Romano) il convegno scientifico “Acqua nelle città dell’Italia romana: utenda, servanda, ducenda”: due giornate di interventi tra archeologia, storia, epigrafia e studi sul paesaggio per una riflessione sul ruolo dell’acqua nei contesti urbani del mondo romano. Ecco il programma
Il 17 e 18 aprile 2026, a Palazzo Massimo (museo nazionale Romano) di Roma, il convegno scientifico “Acqua nelle città dell’Italia romana: utenda, servanda, ducenda” che propone un’ampia riflessione sul ruolo dell’acqua nei contesti urbani del mondo romano, affrontata attraverso un approccio multidisciplinare che integra archeologia, storia, epigrafia e studi sul paesaggio. Dalla captazione alla distribuzione, dalla gestione pubblica e privata agli aspetti simbolici e culturali, l’acqua emerge come elemento centrale nella costruzione, nell’organizzazione e nella vita quotidiana delle città romane. Il programma si articola in due giornate di studio con la partecipazione di studiosi e specialisti provenienti da diverse istituzioni, e approfondisce temi quali: sistemi di approvvigionamento idrico e infrastrutture (acquedotti, condotti, cisterne); gestione e regolamentazione dell’acqua nelle città romane; paesaggi urbani legati all’acqua; casi studio da Roma, Ostia, Pompei e altre città dell’Italia romana; continuità e trasformazioni nell’uso dell’acqua nel tempo. Le sessioni si svolgono nelle giornate del 17 e 18 aprile, con interventi distribuiti tra mattina e pomeriggio e momenti di discussione. Ingresso libero fino a esaurimento posti.
PROGRAMMA 17 APRILE 2026. Alle 9.30, saluti di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi, Stefania Quilici Gigli. Presiede Andrea Giardina: L. Capogrossi Colognesi, E. Tassi, “La città romana e le sue acque”; L. Maganzani, “La regolamentazione dei condotti d’acqua pubblica nelle città romane, dal caput aquae alla destinazione finale”; S. Orlandi, “Le fistulae aquariae di Roma e il loro contributo agli studi prosopografici”; G.L. Gregori, D. Nonnis, “L’acqua dentro e fuori le città d’Italia nel suo riflesso epigrafico”; discussione; 11.45, coffee break. Presiede Gianluca Tagliamonte: F. D’Andria, “L’acqua a Castro, tra Messapi e Romani”; G. Scardozzi, “L’acqua nelle e per le città del Salento: i casi di Ugento e Lecce”; S. Quilici Gigli, “Tante aquae nelle città senz’acqua”; discussione. Alle 14.45, presiede Marcello Guaitoli: A. D’Alessio, “Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto / dove l’acqua di Tevero s’insala… (Purgatorio, II, 100-101). L’acqua a Ostia dall’età arcaica al tardo impero; M. Spanu, “La città e il fiume: aspetti urbanistici nelle città di fondazione in Italia (IV-II sec. a.C.)”; G. Ceraudo, “Aquino, città dell’acqua”; discussione; 16.15, coffee break. Presiede Simone Quilici: B. Zarrao, F. Rinaldi, D. Rose, “La questione idraulica al Colosseo”; P. Quaranta, F. Coletti, “L’approvvigionamento idrico a servizio del Palazzo imperiale: conduzione, distribuzione”; R. Alteri, “Usi pubblici e privati dell’acqua tra Foro romano e Palatino”; L. Quilici, “Le Mura Aureliane nel superamento del Tevere a Testaccio”; discussione.
PROGRAMMA 18 APRILE 2026. Alle 9.30, presiede Patrizia Basso: M. Azzari, S. Campana, P. Liverani, D. Susini, “Roselle e l’acqua: fonti di approvvigionamento e gestione nella lunga durata”; G. Furlan, A. Borsato, “Aquileia, città d’acque (fiumi, canali, fosse)”; E. Giorgi, S. Morsiani, M. Cavalazzi, “Ravenna città d’acqua. L’evoluzione di un paesaggio urbano tra canali e acque interne in età antica”; discussione. Alle 11, coffee break. Presiede Patrizia Basso: J. Bonetto, G. Da Villa, “L’acquedotto di Nora: rilievo, studio e ricostruzione del monumento”; G. Falezza, “Acquedotti e distribuzione dell’acqua a Verona”; M.S. Busana, G. Mariotti, J. Turchetto, “L’acquedotto romano di Vicenza: tra dati di archivio e nuove acquisizioni”; G. Cera, “Castella aquarum: raccolta e distribuzione nelle città dell’Italia romana”. Alle 14.45, presiede Maria Luisa Marchi: F. Giletti, M. Covolan, “Pompei, la gestione dell’acqua, la percezione e l’utilizzo di quella piovana”; S. Cespa, “Metodologie e tecniche di conservazione dell’acqua: cisterne nelle città dell’Italia romana”; G. Renda, “Ut sine intermissione diebus noctibusque aqua fluat. L’acqua nell’arredo urbano dell’Italia romana”; discussione e chiusura dei lavori.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale aperta la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” che conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità
Il 21 dicembre 2025 si sono celebrati i 2500 anni dalla fondazione di Neapolis, avvenuta nel 475 a.C. Ma sulla collina che oggi chiamiamo di Pizzofalcone dall’VIII secolo c’è già un insediamento, fondato dai Cumani, che prende il nome dalla sirena Parthenope sepolta sulla spiaggia sottostante, dove c’è Castel dell’Ovo. A Napoli Parthenope era venerata come protettrice. E ancora oggi i napoletani sono anche partenopei! Dal 3 aprile al 6 luglio 2026, al museo Archeologico nazionale di Napoli, la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” intende costruire una sorta di summa per immagini sul mito della sirena. Il percorso, curato da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia (significativamente, l’opera lascerà la mostra per la prima settimana di maggio in occasione della processione in onore di San Gennaro, per poi ritornare al Mann dopo i festeggiamenti).

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Dall’VIII secolo a.C. un legame indissolubile ha connesso Napoli a questa creatura, prima uccello con testa femminile, poi donna con coda di pesce; se, inizialmente, le Sirene erano pericolose ammaliatrici, ben presto divennero protettrici benevole. Parthenope, in particolare, è entrata a far parte della vita quotidiana napoletana: dalle monete dell’antica Neapolis ai rilievi, dalla fontana di Spinacorona detta “delle zizze” (dove si recavano ancora nell’800 le donne del popolo per chiedere protezione per il parto) alle decorazioni su edifici pubblici come il Teatro San Carlo o la Galleria Vittorio Emanuele, per giungere, infine, ai murales disseminati nella città.
La mostra “Parthenope. La Sirena e la città” è dedicata allo straordinario e lunghissimo rapporto della Sirena Parthenope con la città di Napoli, il cui nome greco più antico, Parthenope appunto, rimanda a quello della mitica creatura che morì nel golfo di Napoli. Tra miti, archeologia, e antropologia culturale, l’esposizione ripercorre le origini e le trasformazioni di questo essere dalla profonda potenza simbolica. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Parthenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. A fare da introduzione alla mostra, il visitatore trova nell’Atrio monumentale del Museo, davanti allo scalone, un grande telo bianco, della superficie di 45 metri quadri, con la rappresentazione del tuffo suicida della Sirena: l’opera è concepita e realizzata dall’artista argentino Francisco Bosoletti proprio per questa occasione e offerta in dono al Mann.

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, co-curatore della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Mann (foto mann)
“Grazie a un prestigioso Comitato scientifico”, commenta il direttore del Mann, Francesco Sirano, “le Sirene e Parthenope emergono oltre gli stereotipi, cogliendo le mille sfumature del mito e presentandone le rielaborazioni, anche grottesche e surreali. Napoli è lo scenario indispensabile per questo: e alla città dedichiamo un settore dell’esposizione dove molti materiali sono esposti per la prima volta, provenienti dagli scavi della metropolitana o da collezioni private, frutto dell’eccellente collaborazione con la soprintendenza di Napoli e della generosità dei proprietari (gli eredi Caputi). Mi piace pensare a Parthenope come a una mostra in divenire che esce necessariamente dalle sale del Mann per invitare tutti ad un affascinante viaggio nella nostra città alla scoperta dei tanti luoghi consacrati alla Sirena (come la fontana di Spinacorona o la cosiddetta tomba di Parthenope nella bellissima chiesa di San Giovanni Maggiore a Mezzocannone) o dove la Sirena è rappresentata. Questo progetto nasce anche grazie ad una rete virtuosa di collaborazioni con tante istituzioni del ministero (soprintendenza di Napoli, direzione regionale Musei della Campania, Biblioteca dei Girolamini e tanti altri Musei autonomi in tutta Italia) e la Regione Campania. L’apertura al presente e al futuro è inoltre simboleggiata, nell’Atrio del Museo, da un’opera concepita proprio per questo evento dall’artista Francisco Bosoletti che ha lavorato in un cantiere aperto al pubblico”.

Inaugurazione della mostra “Parthenope. La Sirena e la città”: da snistra, Francesco Sirano, Gaetano Manfredi, Alfonsina Russo, Luigi La Rocca, Massimo Osanna (foto livia pacera / mann)
“Sono lieto di inaugurare questa mostra”, dichiara il direttore generale Musei, Massimo Osanna, “esito di un progetto a cui ho lavorato durante il periodo della mia direzione del Mann e sviluppato attorno a uno dei temi più affascinanti e profondi dell’identità culturale di Napoli: il legame tra la città e la figura della Sirena, che attraversa i secoli e continua a vivere nella memoria e nell’immaginario collettivo. Il percorso mette in relazione archeologia, storia e linguaggi contemporanei, mostrando come il mito non sia un elemento statico, ma una narrazione in continua evoluzione, capace di rigenerarsi e di mantenere intatta la propria forza simbolica. È un progetto che coniuga ricerca e capacità narrativa, restituendo al pubblico la complessità di un racconto che attraversa il tempo”.

Urna con Odisseo e le Sirene, rilievo in alabastro da Volterra (metà II sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto mann)
“La mostra Parthenope. La Sirena e la città”, sottolinea Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del MiC, “rappresenta un’importante occasione di valorizzazione del patrimonio culturale, capace di mettere in luce il profondo legame tra mito, storia e identità territoriale. L’esposizione offre l’opportunità di rileggere un simbolo identitario in chiave contemporanea, mettendo in dialogo reperti, contesti e strumenti multimediali, valorizzando al contempo il ruolo delle istituzioni coinvolte nella tutela e nella ricerca. Ritengo particolarmente rilevante la capacità del progetto di attivare reti, anche internazionali, e di restituire al pubblico materiali inediti, ampliando le possibilità di conoscenza e accesso. Iniziative come questa confermano l’importanza di una strategia culturale che investa sulla qualità dei contenuti e sulla capacità di coinvolgere pubblici diversi, contribuendo allo sviluppo culturale e sociale dei territori. In questa prospettiva, il Dipartimento sostiene con convinzione progetti che rendono accessibili contenuti di alto valore e che rafforzano il legame tra patrimonio e comunità, promuovendo una fruizione consapevole e partecipata”.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)
“Era finora mancata a Napoli una mostra che indagasse il mito e l’iconografia di Parthenope, una figura ancora vivissima nell’immaginario collettivo della città”, dichiara Luigi La Rocca, capo dipartimento Tutela del patrimonio Culturale del MiC, “e mi pare significativo che essa sia potuta nutrire delle testimonianze materiali e delle nuove conoscenze sulla città antica derivate dalle intense indagini archeologiche condotte dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il comune di Napoli. Tra tutte direi, la scoperta del santuario dei Giochi Isolimpici nell’area di piazza Nicola Amore, in cui, in epoca romana, la pratica della corsa con fiaccole, la lampadoforia, teneva viva la memoria del culto delle Sirena, una chiara forma di persistenza rituale della corsa istituita nel 425 a.C. dal navarca ateniese Diotimo. Ciò testimonia, ancora una volta, quanto siano fondamentali la tutela e la ricerca ai fini della valorizzazione del nostro patrimonio culturale e quanto sia necessaria la continua interazione tra i diversi uffici del nostro Ministero”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
La mostra è realizzata in cofinanziamento con fondi del ministero della Cultura e della Regione Campania (fondi di coesione 21/27) e di Scabec/Campania Artecard; Intesa Sanpaolo ha sostenuto il catalogo in pubblicazione per i tipi della casa editrice Allemandi; l’Azienda Napoletana Mobilità- ANM – e la compagnia di navigazione Snav hanno siglato appositi accordi di partenariato con il Mann per veicolare la conoscenza dell’allestimento, rispettivamente nella metropolitana e con i ticket integrati e a bordo degli aliscafi e delle navi. “Con la mostra su Parthenope”, sostiene Onofrio Cutaia, assessore alla Cultura e agli eventi della Regione Campania, “la Regione Campania non solo rinnova il proprio impegno nella valorizzazione del patrimonio culturale, ma afferma con chiarezza una visione: fare della cultura un’infrastruttura stabile di sviluppo, capace di generare identità, conoscenza e nuove forme di attrattività. Attraverso i Fondi di Coesione 2021–2027 e il Sistema Mostre, stiamo costruendo una programmazione organica e pluriennale che supera la logica dell’evento singolo e restituisce centralità ai luoghi della cultura come presìdi permanenti di crescita civile ed economica. In questo percorso, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si conferma protagonista, capace di attivare narrazioni che mettono in relazione il patrimonio con la contemporaneità e con il territorio. Parthenope è, in questo senso, più di una mostra: è un racconto che si estende dalla dimensione museale alla città e ai suoi paesaggi culturali, contribuendo a definire un modello di fruizione integrata e diffusa. È su questa direzione che la Regione Campania intende continuare a investire, consolidando un sistema culturale solido, connesso e sostenibile, all’altezza delle sfide e delle opportunità dei prossimi anni”.

Dettaglio dell’oinochoe con Odisseo e le Sirene, in ceramica attica a figure nere (525-500 a.C.) conservata allo Staatlische Museen di Berlino (foto mann)
“Il nome Parthenope evoca un’immediata connessione tra la città e i suoi abitanti”, afferma Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. “Un legame inscindibile, da raccontare alle nuove generazioni. La mostra del Mann, una delle istituzioni culturali più rappresentative della città, mette in relazione elementi mitici e reali, rappresentazioni archetipiche e testimonianze materiali inedite, come i frammenti derivanti dagli scavi recenti della Metropolitana. La varietà dell’esposizione riflette la particolarità e la ricchezza simbolica della Sirena Parthenope. Ad arricchire il progetto, un gran numero di prestiti nazionali e internazionali che ritrovano, nelle sale del Mann, una location unica. La collaborazione tra musei nazionali, internazionali e collezioni private contribuisce a rendere la mostra un’eccezionale occasione di confronto, nonché un ulteriore tassello dell’offerta culturale della città sempre più articolata per i napoletani e per i turisti che avranno l’opportunità di visitarla”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Il percorso è diviso in tre macrosezioni – ciascuna individuata da un colore (celeste, giallo e rosso porpora) – a loro volta articolate in sette sale, il cui allestimento è curato dallo studio di architettura di Gregorio Pecorelli. La mostra parte dalla forma delle Sirene e indaga la progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri vivono nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello per diventare, nel Medioevo, donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes. Un articolato apparato multimediale accompagna l’esposizione dei materiali, per comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova”, fondata a poca distanza da Parthenope alla fine del VI secolo a.C., e del permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.

Anforetta con sirene, galli e motivi floreali, in ceramica calcidese a figure nere, dalla necropoli del Vadabillo di Massa Lubrense (550-500 a.C.) conservata al museo Archeologico della Penisola Sorrentina “George Vallet” di Piano di Sorrento (foto mann)
Tanti i prestiti importanti provenienti dalle istituzioni coinvolte, come il celebre cratere del naufragio dal museo di Villa Arbusto, che apre il percorso di visita, con un rimando alle difficoltà della navigazione verso l’ignoto; dal museo Archeologico della penisola sorrentina “Georges Vallet” proviene l’anfora calcidese con sirene, galli e motivi floreali, scelta come immagine guida della mostra; dai Musei di Berlino è giunta l’oinochoe attica a figure nere che raffigura Odisseo con un doppio paio di braccia, quasi a rendere il movimento frenetico provocato dal canto ammaliatore delle sirene; dal British Museum arrivano lo stamnos a figure rosse con il tuffo in picchiata della Sirena dopo il passaggio di Odisseo e l’affresco pompeiano in cui sono rappresentate le ossa dei naviganti caduti nel tranello delle Sirene; significativa, infine, la presenza in allestimento di sarcofagi di età imperiale e paleocristiana, in cui il re di Itaca è rappresentato mentre resiste alla tentazione (non a caso nel sarcofago del museo nazionale Romano, presente in mostra, la scena è affiancata a una conversazione filosofica, come prova di equilibrio e saggezza). Tra le curiosità dell’allestimento, una matrice apparentemente informe, riferibile alle officine bronzistiche operanti a Santa Maria Capua Vetere (l’antica Capua romana), tra I sec. a.C. e I sec. d.C.: qui le indagini tomografiche hanno permesso di rilevare la forma di un oggetto, una piccola sirena, che poteva decorare lucerne, arredi o grandi vasi.

Stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, in terracotta, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)
Ricca la sezione dedicata all’insediamento di Parthenope, su cui hanno gettato luce anche i recenti scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana: in un viaggio diacronico, che parte dall’VIII sec. a.C., è possibile non solo ricostruire, anche tramite il supporto video, l’antica configurazione del paesaggio, ma soprattutto raccontare quanto il culto della sirena diventi un filo conduttore che unisce le diverse aree della città, tra acropoli (Sant’Aniello a Caponapoli) e fascia costiera (piazza Nicola Amore), dove sarebbe sorto in età augustea il Santuario dei Giochi Isolimpici.

Il busto seicentesco di Santa Patrizia, in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero (foto mann)
L’esposizione traccia anche un viaggio significativo tra opere che vanno dal Basso Medioevo alla contemporaneità: due rilievi, l’uno rinvenuto presso la cattedrale di Bari (fine XI sec.), il secondo ritrovato presso la chiesa di san Pietro di Alba Fucens (XII secolo), testimoniano il passaggio dall’iconografia della Sirena uccello a quella della Sirena pesce; tra i pezzi più interessanti di fine Cinquecento figura una sirena in bronzo della collezione Del Monte e Barberini; nel passaggio fra Ottocento e Novecento, la Sirena acquista un aspetto seducente e ammaliatore, come testimoniano il nudo della figlia Giuseppina come Sirena (1911) di Vincenzo Gemito, la Sirena in legno dorato (1915) di Guido Balsamo Stella e la Sirenetta in gesso policromo (1917) di Hendrik Christian Andersen. Chiude il percorso una sala dedicata alla Sirena in città, con il busto seicentesco di Santa Patrizia (in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero), che assorbe alcuni attributi della Sirena, e una carrellata di fotografie, scattate da Sabrina De Gaudio, che fissa alcune trasposizioni contemporanee del mito (tra queste, la celebre Sirena murales di Trallalà e la Sirena Lilith negli stencil LSD Alisei).

Sirene: dettaglio del libro “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, conservato nella Biblioteca del Mann (foto livia pacera / mann)
In mostra sono esposti anche alcuni pregevoli volumi provenienti dal fondo antico della biblioteca del museo Archeologico nazionale di Napoli: la “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, che ritrova, nella tradizione mitologica, il fondamento della costruzione identitaria della città; le “Historiae neapolitanae…” di Giulio Cesare Capaccio (edizione del 1771), che consolida il nesso tra mito, topografia e memoria civica; i “Monumenti antichi inediti spiegati…” (edizione del 1821) – di Johann Joachim Winckelmann, in cui figura una splendida incisione sulla sirena in forma d’uccello; la guida “Un mese a Napoli “ – di Achille de Lauzieres, edita da Gaetano Nobile (1850), volume che restituisce l’immagine di una città in trasformazione, documentandone il fermento ottocentesco.

Mostra “Parthenope. La sirena e la città”: video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C. (foto mann)
Tra i supporti multimediali presenti in mostra si segnala un video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C., agli albori della colonizzazione greca in Occidente. Il video, basato su un rigoroso studio scientifico e su un’approfondita ricerca bibliografica, è stato realizzato in collaborazione con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per il comune di Napoli. Il “volo” dello sguardo parte dalla penisola sorrentina, corre parallelo alla foce del Sarno, incontra un Vesuvio molto diverso da come lo conosciamo oggi. Dopo aver attraversato la piana del Sebeto, si raggiungono il promontorio del Pendino, su cui sorgerà Neapolis, quello di Pizzofalcone e, sormontata la collina di Posillipo, i Campi Flegrei, Ischia, dove si trovano la necropoli e il quartiere artigianale di Mazzola, fino a raggiungere l’acropoli di Cuma, sede della prima colonia della Magna Grecia.


















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