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Roma. A Palazzo Massimo (museo nazionale Romano) il convegno scientifico “Acqua nelle città dell’Italia romana: utenda, servanda, ducenda”: due giornate di interventi tra archeologia, storia, epigrafia e studi sul paesaggio per una riflessione sul ruolo dell’acqua nei contesti urbani del mondo romano. Ecco il programma

Il 17 e 18 aprile 2026, a Palazzo Massimo (museo nazionale Romano) di Roma, il convegno scientifico “Acqua nelle città dell’Italia romana: utenda, servanda, ducenda” che propone un’ampia riflessione sul ruolo dell’acqua nei contesti urbani del mondo romano, affrontata attraverso un approccio multidisciplinare che integra archeologia, storia, epigrafia e studi sul paesaggio. Dalla captazione alla distribuzione, dalla gestione pubblica e privata agli aspetti simbolici e culturali, l’acqua emerge come elemento centrale nella costruzione, nell’organizzazione e nella vita quotidiana delle città romane. Il programma si articola in due giornate di studio con la partecipazione di studiosi e specialisti provenienti da diverse istituzioni, e approfondisce temi quali: sistemi di approvvigionamento idrico e infrastrutture (acquedotti, condotti, cisterne); gestione e regolamentazione dell’acqua nelle città romane; paesaggi urbani legati all’acqua; casi studio da Roma, Ostia, Pompei e altre città dell’Italia romana; continuità e trasformazioni nell’uso dell’acqua nel tempo. Le sessioni si svolgono nelle giornate del 17 e 18 aprile, con interventi distribuiti tra mattina e pomeriggio e momenti di discussione. Ingresso libero fino a esaurimento posti.

PROGRAMMA 17 APRILE 2026. Alle 9.30, saluti di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi, Stefania Quilici Gigli. Presiede Andrea Giardina: L. Capogrossi Colognesi, E. Tassi, “La città romana e le sue acque”; L. Maganzani, “La regolamentazione dei condotti d’acqua pubblica nelle città romane, dal caput aquae alla destinazione finale”; S. Orlandi, “Le fistulae aquariae di Roma e il loro contributo agli studi prosopografici”; G.L. Gregori, D. Nonnis, “L’acqua dentro e fuori le città d’Italia nel suo riflesso epigrafico”; discussione; 11.45, coffee break. Presiede Gianluca Tagliamonte: F. D’Andria, “L’acqua a Castro, tra Messapi e Romani”; G. Scardozzi, “L’acqua nelle e per le città del Salento: i casi di Ugento e Lecce”; S. Quilici Gigli, “Tante aquae nelle città senz’acqua”; discussione. Alle 14.45, presiede Marcello Guaitoli: A. D’Alessio, “Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto / dove l’acqua di Tevero s’insala… (Purgatorio, II, 100-101). L’acqua a Ostia dall’età arcaica al tardo impero; M. Spanu, “La città e il fiume: aspetti urbanistici nelle città di fondazione in Italia (IV-II sec. a.C.)”; G. Ceraudo, “Aquino, città dell’acqua”; discussione; 16.15, coffee break. Presiede Simone Quilici: B. Zarrao, F. Rinaldi, D. Rose, “La questione idraulica al Colosseo”; P. Quaranta, F. Coletti, “L’approvvigionamento idrico a servizio del Palazzo imperiale: conduzione, distribuzione”; R. Alteri, “Usi pubblici e privati dell’acqua tra Foro romano e Palatino”; L. Quilici, “Le Mura Aureliane nel superamento del Tevere a Testaccio”; discussione.

PROGRAMMA 18 APRILE 2026. Alle 9.30, presiede Patrizia Basso: M. Azzari, S. Campana, P. Liverani, D. Susini, “Roselle e l’acqua: fonti di approvvigionamento e gestione nella lunga durata”; G. Furlan, A. Borsato, “Aquileia, città d’acque (fiumi, canali, fosse)”; E. Giorgi, S. Morsiani, M. Cavalazzi, “Ravenna città d’acqua. L’evoluzione di un paesaggio urbano tra canali e acque interne in età antica”; discussione. Alle 11, coffee break. Presiede Patrizia Basso: J. Bonetto, G. Da Villa, “L’acquedotto di Nora: rilievo, studio e ricostruzione del monumento”; G. Falezza, “Acquedotti e distribuzione dell’acqua a Verona”; M.S. Busana, G. Mariotti, J. Turchetto, “L’acquedotto romano di Vicenza: tra dati di archivio e nuove acquisizioni”; G. Cera, “Castella aquarum: raccolta e distribuzione nelle città dell’Italia romana”. Alle 14.45, presiede Maria Luisa Marchi: F. Giletti, M. Covolan, “Pompei, la gestione dell’acqua, la percezione e l’utilizzo di quella piovana”; S. Cespa, “Metodologie e tecniche di conservazione dell’acqua: cisterne nelle città dell’Italia romana”; G. Renda, “Ut sine intermissione diebus noctibusque aqua fluat. L’acqua nell’arredo urbano dell’Italia romana”; discussione e chiusura dei lavori.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale aperta la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” che conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità

Il 21 dicembre 2025 si sono celebrati i 2500 anni dalla fondazione di Neapolis, avvenuta nel 475 a.C. Ma sulla collina che oggi chiamiamo di Pizzofalcone dall’VIII secolo c’è già un insediamento, fondato dai Cumani, che prende il nome dalla sirena Parthenope sepolta sulla spiaggia sottostante, dove c’è Castel dell’Ovo. A Napoli Parthenope era venerata come protettrice. E ancora oggi i napoletani sono anche partenopei! Dal 3 aprile al 6 luglio 2026, al museo Archeologico nazionale di Napoli, la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” intende costruire una sorta di summa per immagini sul mito della sirena. Il percorso, curato da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia (significativamente, l’opera lascerà la mostra per la prima settimana di maggio in occasione della processione in onore di San Gennaro, per poi ritornare al Mann dopo i festeggiamenti).

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Dall’VIII secolo a.C. un legame indissolubile ha connesso Napoli a questa creatura, prima uccello con testa femminile, poi donna con coda di pesce; se, inizialmente, le Sirene erano pericolose ammaliatrici, ben presto divennero protettrici benevole. Parthenope, in particolare, è entrata a far parte della vita quotidiana napoletana: dalle monete dell’antica Neapolis ai rilievi, dalla fontana di Spinacorona detta “delle zizze” (dove si recavano ancora nell’800 le donne del popolo per chiedere protezione per il parto) alle decorazioni su edifici pubblici come il Teatro San Carlo o la Galleria Vittorio Emanuele, per giungere, infine, ai murales disseminati nella città.

La mostra “Parthenope. La Sirena e la città” è dedicata allo straordinario e lunghissimo rapporto della Sirena Parthenope con la città di Napoli, il cui nome greco più antico, Parthenope appunto, rimanda a quello della mitica creatura che morì nel golfo di Napoli. Tra miti, archeologia, e antropologia culturale, l’esposizione ripercorre le origini e le trasformazioni di questo essere dalla profonda potenza simbolica. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Parthenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. A fare da introduzione alla mostra, il visitatore trova nell’Atrio monumentale del Museo, davanti allo scalone, un grande telo bianco, della superficie di 45 metri quadri, con la rappresentazione del tuffo suicida della Sirena: l’opera è concepita e realizzata dall’artista argentino Francisco Bosoletti proprio per questa occasione e offerta in dono al Mann.

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, co-curatore della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Mann (foto mann)

“Grazie a un prestigioso Comitato scientifico”, commenta il direttore del Mann, Francesco Sirano, “le Sirene e Parthenope emergono oltre gli stereotipi, cogliendo le mille sfumature del mito e presentandone le rielaborazioni, anche grottesche e surreali. Napoli è lo scenario indispensabile per questo: e alla città dedichiamo un settore dell’esposizione dove molti materiali sono esposti per la prima volta, provenienti dagli scavi della metropolitana o da collezioni private, frutto dell’eccellente collaborazione con la soprintendenza di Napoli e della generosità dei proprietari (gli eredi Caputi). Mi piace pensare a Parthenope come a una mostra in divenire che esce necessariamente dalle sale del Mann per invitare tutti ad un affascinante viaggio nella nostra città alla scoperta dei tanti luoghi consacrati alla Sirena (come la fontana di Spinacorona o la cosiddetta tomba di Parthenope nella bellissima chiesa di San Giovanni Maggiore a Mezzocannone) o dove la Sirena è rappresentata. Questo progetto nasce anche grazie ad una rete virtuosa di collaborazioni con tante istituzioni del ministero (soprintendenza di Napoli, direzione regionale Musei della Campania, Biblioteca dei Girolamini e tanti altri Musei autonomi in tutta Italia) e la Regione Campania. L’apertura al presente e al futuro è inoltre simboleggiata, nell’Atrio del Museo, da un’opera concepita proprio per questo evento dall’artista Francisco Bosoletti che ha lavorato in un cantiere aperto al pubblico”.

Inaugurazione della mostra “Parthenope. La Sirena e la città”: da snistra, Francesco Sirano, Gaetano Manfredi, Alfonsina Russo, Luigi La Rocca, Massimo Osanna (foto livia pacera / mann)

“Sono lieto di inaugurare questa mostra”, dichiara il direttore generale Musei, Massimo Osanna, “esito di un progetto a cui ho lavorato durante il periodo della mia direzione del Mann e sviluppato attorno a uno dei temi più affascinanti e profondi dell’identità culturale di Napoli: il legame tra la città e la figura della Sirena, che attraversa i secoli e continua a vivere nella memoria e nell’immaginario collettivo. Il percorso mette in relazione archeologia, storia e linguaggi contemporanei, mostrando come il mito non sia un elemento statico, ma una narrazione in continua evoluzione, capace di rigenerarsi e di mantenere intatta la propria forza simbolica. È un progetto che coniuga ricerca e capacità narrativa, restituendo al pubblico la complessità di un racconto che attraversa il tempo”.

Urna con Odisseo e le Sirene, rilievo in alabastro da Volterra (metà II sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto mann)

“La mostra Parthenope. La Sirena e la città”, sottolinea Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del MiC, “rappresenta un’importante occasione di valorizzazione del patrimonio culturale, capace di mettere in luce il profondo legame tra mito, storia e identità territoriale. L’esposizione offre l’opportunità di rileggere un simbolo identitario in chiave contemporanea, mettendo in dialogo reperti, contesti e strumenti multimediali, valorizzando al contempo il ruolo delle istituzioni coinvolte nella tutela e nella ricerca. Ritengo particolarmente rilevante la capacità del progetto di attivare reti, anche internazionali, e di restituire al pubblico materiali inediti, ampliando le possibilità di conoscenza e accesso. Iniziative come questa confermano l’importanza di una strategia culturale che investa sulla qualità dei contenuti e sulla capacità di coinvolgere pubblici diversi, contribuendo allo sviluppo culturale e sociale dei territori. In questa prospettiva, il Dipartimento sostiene con convinzione progetti che rendono accessibili contenuti di alto valore e che rafforzano il legame tra patrimonio e comunità, promuovendo una fruizione consapevole e partecipata”.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

“Era finora mancata a Napoli una mostra che indagasse il mito e l’iconografia di Parthenope, una figura ancora vivissima nell’immaginario collettivo della città”, dichiara Luigi La Rocca, capo dipartimento Tutela del patrimonio Culturale del MiC, “e mi pare significativo che essa sia potuta nutrire delle testimonianze materiali e delle nuove conoscenze sulla città antica derivate dalle intense indagini archeologiche condotte dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il comune di Napoli. Tra tutte direi, la scoperta del santuario dei Giochi Isolimpici nell’area di piazza Nicola Amore, in cui, in epoca romana, la pratica della corsa con fiaccole, la lampadoforia, teneva viva la memoria del culto delle Sirena, una chiara forma di persistenza rituale della corsa istituita nel 425 a.C. dal navarca ateniese Diotimo. Ciò testimonia, ancora una volta, quanto siano fondamentali la tutela e la ricerca ai fini della valorizzazione del nostro patrimonio culturale e quanto sia necessaria la continua interazione tra i diversi uffici del nostro Ministero”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

La mostra è realizzata in cofinanziamento con fondi del ministero della Cultura e della Regione Campania (fondi di coesione 21/27) e di Scabec/Campania Artecard; Intesa Sanpaolo ha sostenuto il catalogo in pubblicazione per i tipi della casa editrice Allemandi; l’Azienda Napoletana Mobilità- ANM – e la compagnia di navigazione Snav hanno siglato appositi accordi di partenariato con il Mann per veicolare la conoscenza dell’allestimento, rispettivamente nella metropolitana e con i ticket integrati e a bordo degli aliscafi e delle navi. “Con la mostra su Parthenope”, sostiene Onofrio Cutaia, assessore alla Cultura e agli eventi della Regione Campania, “la Regione Campania non solo rinnova il proprio impegno nella valorizzazione del patrimonio culturale, ma afferma con chiarezza una visione: fare della cultura un’infrastruttura stabile di sviluppo, capace di generare identità, conoscenza e nuove forme di attrattività. Attraverso i Fondi di Coesione 2021–2027 e il Sistema Mostre, stiamo costruendo una programmazione organica e pluriennale che supera la logica dell’evento singolo e restituisce centralità ai luoghi della cultura come presìdi permanenti di crescita civile ed economica. In questo percorso, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si conferma protagonista, capace di attivare narrazioni che mettono in relazione il patrimonio con la contemporaneità e con il territorio. Parthenope è, in questo senso, più di una mostra: è un racconto che si estende dalla dimensione museale alla città e ai suoi paesaggi culturali, contribuendo a definire un modello di fruizione integrata e diffusa. È su questa direzione che la Regione Campania intende continuare a investire, consolidando un sistema culturale solido, connesso e sostenibile, all’altezza delle sfide e delle opportunità dei prossimi anni”.  

Dettaglio dell’oinochoe con Odisseo e le Sirene, in ceramica attica a figure nere (525-500 a.C.) conservata allo Staatlische Museen di Berlino (foto mann)

“Il nome Parthenope evoca un’immediata connessione tra la città e i suoi abitanti”, afferma Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. “Un legame inscindibile, da raccontare alle nuove generazioni. La mostra del Mann, una delle istituzioni culturali più rappresentative della città, mette in relazione elementi mitici e reali, rappresentazioni archetipiche e testimonianze materiali inedite, come i frammenti derivanti dagli scavi recenti della Metropolitana. La varietà dell’esposizione riflette la particolarità e la ricchezza simbolica della Sirena Parthenope. Ad arricchire il progetto, un gran numero di prestiti nazionali e internazionali che ritrovano, nelle sale del Mann, una location unica. La collaborazione tra musei nazionali, internazionali e collezioni private contribuisce a rendere la mostra un’eccezionale occasione di confronto, nonché un ulteriore tassello dell’offerta culturale della città sempre più articolata per i napoletani e per i turisti che avranno l’opportunità di visitarla”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Il percorso è diviso in tre macrosezioni – ciascuna individuata da un colore (celeste, giallo e rosso porpora) – a loro volta articolate in sette sale, il cui allestimento è curato dallo studio di architettura di Gregorio Pecorelli. La mostra parte dalla forma delle Sirene e indaga la progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri vivono nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello per diventare, nel Medioevo, donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes. Un articolato apparato multimediale accompagna l’esposizione dei materiali, per comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova”, fondata a poca distanza da Parthenope alla fine del VI secolo a.C., e del permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.

Anforetta con sirene, galli e motivi floreali, in ceramica calcidese a figure nere, dalla necropoli del Vadabillo di Massa Lubrense (550-500 a.C.) conservata al museo Archeologico della Penisola Sorrentina “George Vallet” di Piano di Sorrento (foto mann)

Tanti i prestiti importanti provenienti dalle istituzioni coinvolte, come il celebre cratere del naufragio dal museo di Villa Arbusto, che apre il percorso di visita, con un rimando alle difficoltà della navigazione verso l’ignoto; dal museo Archeologico della penisola sorrentina “Georges Vallet” proviene l’anfora calcidese con sirene, galli e motivi floreali, scelta come immagine guida della mostra; dai Musei di Berlino è giunta l’oinochoe attica a figure nere che raffigura Odisseo con un doppio paio di braccia, quasi a rendere il movimento frenetico provocato dal canto ammaliatore delle sirene; dal British Museum arrivano lo stamnos a figure rosse con il tuffo in picchiata della Sirena dopo il passaggio di Odisseo e l’affresco pompeiano in cui sono rappresentate le ossa dei naviganti caduti nel tranello delle Sirene; significativa, infine, la presenza in allestimento di sarcofagi di età imperiale e paleocristiana, in cui il re di Itaca è rappresentato mentre resiste alla tentazione (non a caso nel sarcofago del museo nazionale Romano, presente in mostra, la scena è affiancata a una conversazione filosofica, come prova di equilibrio e saggezza). Tra le curiosità dell’allestimento, una matrice apparentemente informe, riferibile alle officine bronzistiche operanti a Santa Maria Capua Vetere (l’antica Capua romana), tra I sec. a.C. e I sec. d.C.: qui le indagini tomografiche hanno permesso di rilevare la forma di un oggetto, una piccola sirena, che poteva decorare lucerne, arredi o grandi vasi.

Stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, in terracotta, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

Ricca la sezione dedicata all’insediamento di Parthenope, su cui hanno gettato luce anche i recenti scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana: in un viaggio diacronico, che parte dall’VIII sec. a.C., è possibile non solo ricostruire, anche tramite il supporto video, l’antica configurazione del paesaggio, ma soprattutto raccontare quanto il culto della sirena diventi un filo conduttore che unisce le diverse aree della città, tra acropoli (Sant’Aniello a Caponapoli) e fascia costiera (piazza Nicola Amore), dove sarebbe sorto in età augustea il Santuario dei Giochi Isolimpici.

Il busto seicentesco di Santa Patrizia, in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero (foto mann)

L’esposizione traccia anche un viaggio significativo tra opere che vanno dal Basso Medioevo alla contemporaneità: due rilievi, l’uno rinvenuto presso la cattedrale di Bari (fine XI sec.), il secondo ritrovato presso la chiesa di san Pietro di Alba Fucens (XII secolo), testimoniano il passaggio dall’iconografia della Sirena uccello a quella della Sirena pesce; tra i pezzi più interessanti di fine Cinquecento figura una sirena in bronzo della collezione Del Monte e Barberini; nel passaggio fra Ottocento e Novecento, la Sirena acquista un aspetto seducente e ammaliatore, come testimoniano il nudo della figlia Giuseppina come Sirena (1911) di Vincenzo Gemito, la Sirena in legno dorato (1915) di Guido Balsamo Stella e la Sirenetta in gesso policromo (1917) di Hendrik Christian Andersen. Chiude il percorso una sala dedicata alla Sirena in città, con il busto seicentesco di Santa Patrizia (in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero), che assorbe alcuni attributi della Sirena, e una carrellata di fotografie, scattate da Sabrina De Gaudio, che fissa alcune trasposizioni contemporanee del mito (tra queste, la celebre Sirena murales di Trallalà e la Sirena Lilith negli stencil LSD Alisei).

Sirene: dettaglio del libro “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, conservato nella Biblioteca del Mann (foto livia pacera / mann)

In mostra sono esposti anche alcuni pregevoli volumi provenienti dal fondo antico della biblioteca del museo Archeologico nazionale di Napoli: la “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, che ritrova, nella tradizione mitologica, il fondamento della costruzione identitaria della città; le “Historiae neapolitanae…” di Giulio Cesare Capaccio (edizione del 1771), che consolida il nesso tra mito, topografia e memoria civica; i “Monumenti antichi inediti spiegati…” (edizione del 1821) – di Johann Joachim Winckelmann, in cui figura una splendida incisione sulla sirena in forma d’uccello; la guida “Un mese a Napoli “ – di Achille de Lauzieres, edita da Gaetano Nobile (1850), volume che restituisce l’immagine di una città in trasformazione, documentandone il fermento ottocentesco.

Mostra “Parthenope. La sirena e la città”: video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C. (foto mann)

Tra i supporti multimediali presenti in mostra si segnala un video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C., agli albori della colonizzazione greca in Occidente. Il video, basato su un rigoroso studio scientifico e su un’approfondita ricerca bibliografica, è stato realizzato in collaborazione con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per il comune di Napoli. Il “volo” dello sguardo parte dalla penisola sorrentina, corre parallelo alla foce del Sarno, incontra un Vesuvio molto diverso da come lo conosciamo oggi. Dopo aver attraversato la piana del Sebeto, si raggiungono il promontorio del Pendino, su cui sorgerà Neapolis, quello di Pizzofalcone e, sormontata la collina di Posillipo, i Campi Flegrei, Ischia, dove si trovano la necropoli e il quartiere artigianale di Mazzola, fino a raggiungere l’acropoli di Cuma, sede della prima colonia della Magna Grecia.

 

Arezzo. Al museo Archeologico nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” il ministro Giuli inaugura la mostra “La Minerva di Arezzo. Una storia di comunità ritrovata”, primo appuntamento del progetto nazionale “Semi di comunità – Piano Olivetti per la cultura”, per un più ampio percorso di valorizzazione e partecipazione culturale

Sabato 14 febbraio 2026, alle 12, al museo Archeologico nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo, inaugurazione della mostra “La Minerva di Arezzo. Una storia di comunità ritrovata”, alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli, del sindaco di Arezzo Alessandro Ghinelli, del capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale Alfonsina Russo, del direttore generale Piano Olivetti per la cultura Stefano Lanna, della direttrice regionale Musei nazionali della Toscana Carlotta Paola Brovadan e del direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze Daniele Federico Maras. L’evento segna il ritorno nella città di provenienza della celebre statua bronzea della Minerva, simbolo identitario di Arezzo, giunta in prestito dal museo Archeologico nazionale di Firenze. L’inaugurazione apre ufficialmente un più ampio percorso di valorizzazione e partecipazione culturale promosso dal ministero della Cultura, che trova nella mostra il primo appuntamento del progetto nazionale “Semi di comunità – Piano Olivetti per la cultura”. L’inaugurazione sarà accompagnata dalla performance teatrale itinerante “Minerva è qui. Quando una dea torna a casa”, che guiderà il pubblico in un racconto simbolico del ritorno della statua nella sua città di provenienza.

LA MOSTRA E IL PIANO OLIVETTI. La mostra sarà aperta al pubblico dal 15 febbraio al 6 settembre 2026 e si inserisce in un programma nazionale dedicato al coinvolgimento attivo delle comunità nei processi di valorizzazione del patrimonio culturale. Prende il via, infatti, contestualmente il progetto “Semi di comunità – Piano Olivetti per la cultura”, fortemente voluto dal ministero della Cultura – dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale – Istituto centrale per la valorizzazione economica e la promozione del patrimonio culturale, in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Firenze e il museo Archeologico nazionale di Arezzo. La mostra e il progetto si caratterizzano per un vasto e articolato programma di iniziative, che affianca l’esposizione con eventi, incontri, laboratori, seminari e processi culturali partecipati rivolti alle scuole, ai cittadini, alle associazioni del territorio e ai professionisti del settore. L’obiettivo è rafforzare il legame tra patrimonio, territorio e comunità, restituendo alla Minerva il suo ruolo di catalizzatore di identità, locale e italiana.

La Chimera di Arezzo nella nuova sala allestita al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

Con Semi di comunità, il MiC consolida un impegno strategico, assunto dal ministro Alessandro Giuli, volto a rafforzare il valore del patrimonio nazionale, promuovendo modelli innovativi di partecipazione, co-creazione e valorizzazione sostenibile e riaffermando, attraverso il Piano Olivetti, il ruolo della cultura come motore di sviluppo e coesione dei territori. Il progetto si inserisce nel solco di una collaborazione tra Arezzo e Firenze, già sperimentata con successo un anno fa in occasione dell’esposizione ad Arezzo di un altro grande bronzo etrusco, la Chimera di Arezzo, oggi nuovamente visibile al museo Archeologico nazionale di Firenze in una sala interamente rinnovata, frutto di un importante intervento di riallestimento e valorizzazione. Questo dialogo tra istituti del MiC, fondato sulla circolazione consapevole delle opere, sulla condivisione di competenze scientifiche e su una visione comune della valorizzazione, conferma il ruolo dei musei nazionali come presidi attivi e nodi di una rete territoriale, capaci di rafforzare il legame tra i luoghi di conservazione e i contesti in cui le opere sono inserite. In questo quadro, la mostra di Arezzo dedicata alla Minerva non si limita al prestito della celebre scultura, ma si accompagna a interventi di rinnovamento strutturale e museografico di alcune sale del museo Archeologico nazionale “Gaio Cilnio Mecenate”, finalizzati a migliorare la qualità degli spazi, l’accessibilità e l’esperienza di visita. L’esposizione diventa così occasione per un investimento duraturo sul museo e sul territorio, coerente con le linee strategiche del ministero della Cultura in materia di valorizzazione integrata e sostenibile.

La Minerva di Arezzo nell’allestimento al museo Archeologico aretino (foto mic)

LA STATUA IN BRONZO. Cuore della mostra è l’esposizione della Minerva di Arezzo, uno dei grandi bronzi dell’antichità, ritrovata nel sottosuolo di Arezzo nel 1541, durante lo scavo di un pozzo presso San Lorenzo. La statua fu subito donata al duca Cosimo I de’ Medici, che la mise nel suo studio privato a Firenze. E da allora rimase nella città, come parte delle collezioni archeologiche granducali, che dal 1871 sono confluite nel museo Archeologico nazionale di Firenze per essere offerte alla fruizione di tutti gli italiani. Nella nuova esposizione al Museo di Arezzo, la Minerva è collocata in uno degli ambienti più suggestivi della sezione romana del Museo, dove viene raccontata attraverso una narrazione aggiornata e immersiva che ne ripercorre la scoperta, la fortuna collezionistica fiorentina e la complessa storia conservativa. La scultura (h. 150,5 cm; spessore medio del bronzo 4,5 mm) raffigura una dea Atena/Minerva con chitone, himation, egida con testa di Medusa ed elmo corinzio. Gli studi più recenti la riconducono a un originale ellenistico, databile ai primi decenni del III secolo a.C. (300–270 a.C. circa), forse prodotto in ambito italico o magnogreco.

Dettaglio della Minerva di Arezzo conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto maf)

IL RESTAURO DELLA MINERVA. Il restauro condotto tra il 2000 e il 2008 ha restituito la flessuosità originaria della figura e ha messo in luce raffinate soluzioni tecniche, come l’uso del rame per le labbra e per i dettagli delle ciglia. Accanto alla statua antica, la mostra presenta una copia in bronzo realizzata dalla Fonderia Artistica Marinelli, che documenta l’aspetto dell’opera dopo i restauri settecenteschi di Francesco Carradori, insieme al braccio destro e al serpente dell’elmo realizzati dallo stesso Carradori e rimossi con l’ultimo intervento conservativo.

Resti della domus di San Lorenzo, dove nel 1541 è stata scoperta la Minerva, conservati al museo Archeologico nazionale di Arezzo (foto archeo arezzo)

IL PERCORSO ESPOSITIVO. Il percorso espositivo consente di approfondire il contesto archeologico del ritrovamento, identificato nei resti della domus di San Lorenzo, una vasta e lussuosa residenza romana costruita tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., probabilmente appartenuta a un aristocratico aretino. Un nuovo allestimento valorizza i resti della domus – mosaici, pavimenti in opus sectile, decorazioni parietali, bronzetti, arredi e rilievi – permettendo di comprendere il significato della presenza della statua come elemento di prestigio e luxuria privata. La mostra amplia infine lo sguardo sulla Arezzo romana (Arretium), inserendo la domus in un contesto urbano caratterizzato da importanti infrastrutture ed edifici pubblici, come l’asse viario nord-sud, il complesso teatro-terme e un’area forense suggerita dal rinvenimento degli elogia Arretina.

 

Roma. Al via, in presenza e on line, il convegno internazionale “ArcheoSite. Il presente dell’archeologia. Tutela, gestione e valorizzazione dei siti archeologici tra Europa e Mediterraneo”, organizzato dal parco archeologico del Colosseo e dal DiVa del ministero della Cultura. Per tre giorni istituzioni, studiosi, direttori di parchi archeologici e professionisti del settore si confrontano sulle principali sfide dell’archeologia contemporanea

Dal 21 al 23 gennaio 2026 è in programma a Roma, in presenza e on line, il convegno internazionale “ArcheoSite. Il presente dell’archeologia. Tutela, gestione e valorizzazione dei siti archeologici tra Europa e Mediterraneo”, organizzato dal parco archeologico del Colosseo e dal dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale del ministero della Cultura, che riunisce istituzioni, studiosi, direttori di parchi archeologici e professionisti del settore per un confronto internazionale sulle principali sfide dell’archeologia contemporanea. In un contesto segnato da profonde trasformazioni sociali, ambientali ed economiche, il convegno, a cura di Alfonsina Russo (capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale), Simone Quilici (direttore del parco archeologico del Colosseo), Francesca Boldrighini e Astrid D’Eredità (funzionarie archeologhe del parco archeologico del Colosseo), intende riflettere sul ruolo attuale dei siti archeologici come luoghi di ricerca, tutela e memoria, ma anche come spazi vivi, capaci di dialogare con le comunità e di contribuire allo sviluppo culturale e sostenibile dei territori. Attraverso casi studio provenienti dall’Italia, dall’Europa e dall’area mediterranea, si propone un’analisi articolata delle pratiche di protezione, restauro e monitoraggio, dei modelli di gestione e governance, delle strategie di bigliettazione e fundraising, fino ai temi della comunicazione, del public engagement e dell’audience development.

Il programma (vedi Programma-ArcheoSite-21-23-gennaio-2025.pdf), articolato in tre giornate e diverse sessioni tematiche, alterna keynote speech, interventi specialistici, momenti di discussione e visite speciali (al cantiere della Crypta Balbi – museo nazionale Romano e alla nuova stazione Metro C Colosseo – Fori Imperiali), offrendo una panoramica ampia e aggiornata sulle politiche e sugli strumenti messi in campo per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio archeologico. Particolare attenzione è dedicata al dialogo tra esperienze consolidate e approcci innovativi, nonché al confronto tra contesti diversi per scala, storia e complessità gestionale. La prima giornata (21 gennaio 2026) si tiene nella Sala Spadolini del complesso del Collegio Romano, sede del ministero della Cultura. La seconda e la terza giornata (22 e 23 gennaio 2026) sono in programma nella Curia Iulia nel Foro Romano, parco archeologico del Colosseo. Il convegno è trasmesso in diretta sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/parcocolosseo e sul canale YouTube https://www.youtube.com/parcocolosseo.

Accanto alle sessioni plenarie e tematiche, il convegno “ArcheoSite” dedica uno spazio specifico alla sessione poster, pensata come luogo di confronto aperto e dinamico tra esperienze di ricerca, progetti in corso e buone pratiche nel campo dell’archeologia, della tutela e della valorizzazione del patrimonio. I poster offrono una panoramica ampia e articolata di studi, interventi e sperimentazioni, favorendo il dialogo tra istituzioni, università, professionisti e giovani ricercatori. La sezione poster, curata da Giulia Giovanetti, funzionaria archeologa del parco archeologico del Colosseo, costituisce un’importante occasione di visibilità e condivisione, ampliando il dibattito del convegno e rafforzandone la dimensione partecipativa e interdisciplinare.

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”: presentata a Roma al ministero della Cultura la grande mostra con oltre 700 reperti, alcuni inediti, che aprirà al Palazzo Ducale di Venezia: un confronto inedito e peculiare, un’indagine sul rapporto con la sacralità delle acque nel mondo etrusco e nel mondo. Gli interventi di Giuli, Squarcina, Forlanelli, Gribaudi e Brugnaro

Testa di Thesan / Leucotea dal Tempio A di Pyrgi (350 a.C. ca.) conservata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Gambe di donna con iscrizione alle Ninfe dallo scavo del Bagno Grande di San Casciano dei Bani (foto sabap-si)

Sarà la Testa di Leucothea da Pyrgi, immagine potente e liminare, legata al mare e alla protezione dei naviganti, straordinario prestito del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ad aprire il percorso attraverso le 12 stanze dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Venezia, ad aprire il percorso della mostra “Etruschi e Veneti. Acque culti e santuari”, in programma dal 6 marzo al 29 settembre 2026: oltre 700 reperti, alcuni inediti come i 58 bronzi etruschi da San Casciano dei Bagni (Si) mai esposti prima, creano un racconto intorno al complesso e affascinante mondo delle pratiche religiose antiche, in cui l’acqua assume un valore generativo, terapeutico e identitario.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: da sinistra, Giovanna Forlanelli Rovati, Alfonsina Russo, Alessandro Giuli, Luigi Brugnaro, Mariacristina Gribaudi, Chiara Squarcina (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

La mostra, a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, organizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati, il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, frutto di una rete virtuosa tra istituzioni, università, musei e professionisti, che proseguirà con un secondo momento espositivo a Milano nell’autunno 2026, è stata presentata a Roma, nella Sala Spadolini del ministero della Cultura, mercoledì 14 gennaio 2026, presenti il ministro della Cultura, Alessandro Giuli; il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro; la presidente della Fondazione musei civici di Venezia, Mariacristina Gribaudi; la presidente della Fondazione Luigi Rovati, Giovanna Forlanelli Rovati; e la co-curatrice della mostra e direttrice scientifica della Fondazione musei civici di Venezia, Chiara Squarcina; dei quali proponiamo gli interventi integrali, anche se l’audio non è dei migliori. Ha moderato Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: il ministro Alessandro Giuli (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli, “non è soltanto la sintesi e l’esposizione di reperti, ma è il racconto di un contesto, di una storia, di una stratificazione, che riporta l’archeologia nella sua dimensione più autentica. È una riflessione capace di mettere in relazione il tempo lungo del passato con le emergenze del presente e le domande sul futuro. Una mostra ha senso se “antichizza” il presente e, al tempo stesso, rende presente l’antico nel suo dialogo con la nostra contemporaneità. Le testimonianze di questa esposizione che giungono da epoche remote e lontane non sono mai frammenti muti e passivamente osservati da studiosi, appassionati e visitatori, ma sono il punto di riferimento di uno sguardo ben preciso, di un’attitudine, di una volontà che, attraverso oggetti, luoghi e contesti culturali, si ricollega con le radici di antiche comunità di cui noi siamo i discendenti. Questa mostra sceglie la prospettiva della relazione: non è soltanto il racconto su un popolo o su una civiltà isolata, ma si propone di far dialogare ciò che già anticamente era in dialogo: il mondo degli Etruschi e quello dei Veneti. Unendo il versante tirrenico con quello adriatico della nostra penisola, gli Etruschi e i Veneti sono due idealtipi di un modo di abitare l’antico, il viaggio, il mare, il mondo, in una dimensione di apertura che necessariamente la geografia della nostra penisola impone, induce e incoraggia fin dalle origini”.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: la co-curatrice Chiara Squarcina (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“La mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari trae origine dalla volontà di affrontare un tema finora inedito”, ha spiegato la co-curatrice Chiara Squarcina, “non tanto quello relativo al confronto tra la civiltà etrusca e quella veneta, già oggetto di riflessione scientifica e di aggiornamento delle conoscenze, bensì quello volto ad indagare il rapporto con la sacralità delle acque nel mondo etrusco e nel mondo veneto, nel tentativo di metterne a fuoco affinità e specificità. Il panorama che ne deriva risulta popolato da molteplici divinità, preposte chi alle acque salutifere, chi al guado di un grande fiume, chi ancora agli approdi marittimi, insediati ciascuna all’interno di scenari particolari, siano essi sorgenti sananti o porti ospitali, di cui l’elemento-acqua costituiva il fulcro oltre che talora anche il potenziale oggetto di culto”.

Coppia di orecchini in oro con testa di Acheloo dalla Tomba 148A, conservati nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-em-rom)

Bronzetto di Paride arciere conservato al museo Archeologico Nazionale di Altino (foro parco archeologico altino)

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” è un progetto di grande respiro scientifico e divulgativo, in cui a emergere è il dialogo tra due civiltà differenti per geografie e radici culturali, tra cui sono fioriti scambi e relazioni lungo quel confine nella ‘terra tra i due fiumi’, tra il basso corso dell’Adige e l’antico corso orientale del Po. Uno scambio di materie prime, reso possibile con l’apertura di nuove vie commerciali, ma anche di idee, culture, saperi. Fiumi, mari e acque sono l’emblema del movimento costante, come quello delle persone, unendosi e conducendo a forme di reciproca conoscenza di uomini e di donne. Sarà un confronto inedito e peculiare, un’indagine comparata sul ruolo fondativo dell’acqua nell’orizzonte del sacro e per lo sviluppo delle società in due grandi civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti, nel corso del I millennio a.C.: mari, fiumi, sorgenti salutifere e acque termali sono gli ambienti privilegiati di contatto con il divino, spazi di guarigione, ma anche luoghi per la crescita della collettività, mete per il transito e per lo scambio culturale. L’esposizione riunisce reperti archeologici di straordinario valore, molti dei quali inediti e provenienti da scavi recenti, grazie a prestiti di eccezionale prestigio concessi da importanti istituzioni museali italiane. La mostra si configura così come un momento di sintesi avanzata della ricerca archeologica, volta a coniugare rigore scientifico e forte impatto mediatico.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: la presidente della fondazione Rovati Giovanna Forlanelli (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“Questa iniziativa”, ha ribadito la presidente Giovanna Forlanelli, “conferma l’apertura della nostra Fondazione alla collaborazione con le Istituzioni pubbliche in una prospettiva condivisa di valorizzazione del nostro grande patrimonio artistico-culturale”. Proprio la Fondazione Luigi Rovati di Milano ospiterà infatti un secondo momento espositivo nell’autunno del 2026 (14 ottobre – 10 gennaio 2027) rafforzando una collaborazione virtuosa tra istituzioni e territori, fondata sulla ricerca archeologica e sulla valorizzazione del patrimonio nazionale.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: Mariacristina Gribaudi (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“Questo progetto espositivo”, ha sottolineato la presidente Mariacristina Gribaudi, “racconta, una volta di più, la capacità dei Musei civici veneziani di saper raccogliere intuizioni e proposte di grande valore scientifico, di fare rete con studiosi, con istituzioni, rendendosi protagonisti e coordinatori di ricerche, indagini e dialoghi inediti. E lo fa parlando a tutti: specialisti, curiosi, visitatori, cittadini e pubblico internazionale, per arricchire la visione, la crescita, la curiosità di tutti e di ciascuno”.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: il sindacp di Venezia, Luigi Brugnaro (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

Cratere a volute attico a figure rosse, Pittore di Kleophon Lato A: processione ad Apollo delfico, dalla Tomba 57C, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-em-rom)

“Questa mostra è il risultato di un lavoro lungo e condiviso”, ha concluso il sindaco Luigi Brugnaro, “costruito con serietà scientifica e grande collaborazione istituzionale, anche dai privati. Desidero per questo ringraziare il ministro della Cultura Alessandro Giuli e tutta la struttura del Ministero, insieme alla Fondazione Musei Civici di Venezia, ai curatori, ai musei prestatori, alle università e a tutti i professionisti che hanno reso possibile il progetto. Venezia, città di scambi e di incontri, è il luogo ideale per raccontare una storia che parla di relazioni: l’acqua come via di collegamento, i santuari come spazi di comunità, e un’Italia antica fatta di differenze ma anche di tratti comuni. La cultura serve a questo: a capire, a costruire cittadinanza, a dare un senso di unità al Paese rispettando le identità dei territori. Creare legami è sempre più difficile che dividere, ma è l’unica strada che genera conoscenza, rispetto e futuro. Questa mostra, non è soltanto esposizione, ma anche ricerca e convegnistica a tema. È un invito a ritrovare, attraverso la storia, il valore di ciò che ci unisce. L’invito è di venire a vedere questa mostra con curiosità e con calma, magari più di una volta, tornando dopo aver visitato anche i diversi siti coinvolti e i musei prestatori”.

Roma. In Curia Iulia, in presenza e on line, presentazione del libro “La fortuna della Colonna. Il racconto di un simbolo”, a cura di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi, Angelica Pujia, Giovanni Di Pasquale (artem), atti del convegno del 2024

Martedì 13 gennaio 2026 il parco archeologico del Colosseo in Curia Iulia, in diretta e on line, alle 16.30, presentazione del libro “La fortuna della Colonna. Il racconto di un simbolo”, a cura di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi, Angelica Pujia, Giovanni Di Pasquale (artem), atti del convegno internazionale “La fortuna della Colonna. Il racconto di un simbolo”, tenutosi nella Curia Iulia al Foro Romano nell’aprile 2024 in occasione della mostra “La Colonna Traiana. Il racconto di un simbolo” (Colosseo, dicembre 2023 – maggio 2024). Dopo i saluti istituzionali di Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale; Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo; interviene, alla presenza dei curatori, Salvatore Settis, professore emerito nella Scuola Normale Superiore di Pisa, Accademico dei Lincei. Ingresso libero da largo della Salara Vecchia con prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento al link https://colonna2026.eventbrite.it. Diretta streaming sulla pagina Facebook del parco archeologico del Colosseo.

Copertina del libro “La fortuna della Colonna. Il racconto di un simbolo”

La fortuna della Colonna. Il racconto di un simbolo. Come dimostrano i contributi degli autori, sono ancora molti gli studi e le ricerche che continuano ad ampliare la conoscenza della Colonna, soprattutto nella sua fase post-antica. Al fine di proseguire su questa strada, il Parco archeologico del Colosseo – sin da quando la Colonna è divenuta parte del suo patrimonio – ha avviato numerose iniziative scientifiche di approfondimento, congiunte con enti di ricerca e accademie nazionali, ma anche con le istituzioni straniere, tra tutte l’Ambasciata di Romania in Italia e il Museo nazionale di storia della Romania di Bucarest. La Colonna domina il paesaggio di Roma e dell’area archeologica centrale continuando a esercitare il suo fascino e suscitare stupore. La sua funzione simbolica ha superato i confini temporali dell’Impero Romano arrivando fino alle corti europee, come modello di potere politico, laico e religioso. E nell’anno del Giubileo del Signore 2025 il popolo romeno, il cui rapporto di amicizia è stato suggellato negli ultimi anni con la condivisione di incontri, conferenze, mostre ed esposizioni, ha voluto destinare proprio alla statua di bronzo dorato di San Pietro sulla sommità della Colonna un finanziamento per il suo restauro.

Un libro al giorno. “Comitium Niger Lapis. Il Comizio dei Re e della Res Publica” a cura di Alfonsina Russo e Patrizia Fortini

Copertina del libro “Comitium Niger Lapis. Il Comizio dei Re e della Res Publica” a cura di Alfonsina Russo e Patrizia Fortini

È uscito per i tipi de L’Erma di Bretschneider il libro “Comitium Niger Lapis. Il Comizio dei Re e della Res Publica” a cura di Alfonsina Russo e Patrizia Fortini. I dati raccolti dalle indagini più recenti dimostrano senza ombra di dubbio che l’area del futuro Comizio, un altopiano digradante verso la piana del Foro Romano alle pendici del Campidoglio, fu occupata fin dall’età del Ferro. Un attento riesame delle indagini e della documentazione emersa dagli scavi più recenti indica che, a partire dal VII a.C., il sito ospita strutture funzionali all’attività politica, amministrativa e religiosa che ritroveremo poi nel Comizio di età repubblicana: la piazza, le tribune gradonate e l’area sacra a cui si riferisce l’iscrizione latina arcaica C.I.L., I2.1, o Cippo del Foro (o iscrizione Niger Lapis). Quest’ultima è stata rilevata accuratamente per la prima volta con l’impiego di moderne tecniche di rilievo e restituzione tridimensionale (Laser Scanner). I risultati hanno portato alla definizione di nuove considerazioni sulla lettura del testo e sul contenuto normativo dell’iscrizione stessa.

Roma. Regalo di Natale: riaperto al pubblico dopo sei anni di lavori il Medagliere del museo nazionale Romano a Palazzo Massimo: con oltre mezzo milione di pezzi è una tra le più importanti e prestigiose strutture di settore a livello internazionale

Regalo di Natale per i visitatori di Palazzo Massimo a Roma, una delle sedi del museo nazionale Romano: il 23 dicembre 2025, dopo sei anni di chiusura ha riaperto al pubblico il Medagliere del museo nazionale Romano. Con oltre mezzo milione di pezzi tra monete, medaglie, pesi monetali, tessere, oggetti da conio e poi anche gemme, oreficerie, preziose suppellettili e altri pregiati manufatti in metallo, il Medagliere del museo nazionale Romano è una tra le più importanti e prestigiose strutture di settore a livello internazionale. Istituito alla fine dell’Ottocento nel Complesso delle Terme di Diocleziano in seno al museo nazionale Romano appena costituito con il preminente scopo di farvi confluire tutti i materiali numismatici provenienti dal territorio di Roma e del Lazio, il Medagliere costituì il suo primo importante nucleo con i reperti rinvenuti tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento in occasione dei lavori di adeguamento urbanistico della nuova capitale del Regno d’Italia e di sistemazione dell’alveo del Tevere. Accanto al grande quantitativo di materiali numismatici che il sottosuolo generosamente restituiva, in forma sporadica o riuniti in gruzzoli, altre varie acquisizioni andarono nel tempo ad arricchire i forzieri del Medagliere sino ad arrivare all’odierna consistenza di oltre mezzo milione di pezzi tra monete, medaglie, pesi monetali, tessere, oggetti da conio e poi anche gemme, oreficerie, preziose suppellettili e altri pregiati manufatti in metallo. Un significativo incremento delle sue collezioni fu esercitato anche da generose donazioni di intere raccolte private e da una serrata politica di acquisti sul mercato antiquario. Tra le acquisizioni più significative si evidenziano i materiali provenienti dal museo Kircheriano, la collezione di monete di età romana e alto medievale di Francesco Gnecchi e la raccolta di monete italiane di età medievale e moderna di Vittorio Emanuele III di Savoia.

Il Medagliere del museo nazionale Romano conserva oltre mezzo milione di pezzi (foto mnr)

“L’occasione di oggi è sicuramente molto importante”, dichiara Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale, “e dimostra come sia possibile mantenere fede agli obiettivi prefissati, quando lavoro, dedizione e passione contribuiscono al risultato. La riapertura del Medagliere era stata annunciata a giungo scorso come obiettivo del 2025 e di rilancio del museo nazionale Romano”. E Federica Rinaldi, direttrice del museo nazionale Romano: “Restituire alla città e al mondo uno dei più importanti medaglieri al mondo rappresenta per il museo nazionale Romano un importante obiettivo culturale. Riaprire il Medagliere, dopo adeguati lavori di miglioramento ambientale, conservativo, scientifico e allestitivo, ribadisce il nuovo ruolo del museo nazionale Romano, impegnato a posizionarsi come spazio vivo, inclusivo e partecipato”.

Roma. In Curia Iulia, in presenza e on line, presentazione di “Roma”, numero 11/25 della rivista italiana di geopolitica Limes, con Lucio Caracciolo e Laura Canali

Giovedì 18 dicembre 2025, in Curia Iulia, alle 16.30, per iniziativa del parco archeologico del Colosseo, presentazione di “Roma”, numero 11/25 della rivista italiana di geopolitica Limes, che si interroga sul mito e le prospettive della Città eterna. Nella rivoluzione geopolitica in corso, l’Urbe si presenta infatti come modello d’impero e res publica capace di generare ordine e legame sociale. Esattamente ciò che manca nel contesto attuale. Dopo i saluti istituzionali di Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale, e Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo, intervengono Lucio Caracciolo, direttore e fondatore di Limes e Scuola di Limes, e Laura Canali, esperta in cartografia geopolitica, responsabile delle copertine e della cartografia di Limes. ingresso libero da largo della Salara Vecchia con prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento al link https://limes11.eventbrite.it. Diretta streaming sulla pagina Facebook del parco archeologico del Colosseo.

Roma di Limes. La prima parte – L’importanza di essere Roma – è dedicata ai fondamenti mitici della Città eterna e alla sua eredità, con particolare attenzione al recupero cultural-strategico del suo mito. Si analizzano dunque i processi che hanno portato Istanbul, Mosca e Washington a pensarsi, rispettivamente, come Seconda, Terza e Nuova Roma, oltre che la centralità dell’Urbe nel percorso della Santa Romana Chiesa. Nella seconda parte – Una certa idea di Roma – ci si interroga su come la città, intesa non solo come centro d’irradiazione globale dell’imperialità ma anche come capitale d’Italia, possa essere ripensata per tornare a svolgere un ruolo centrale nell’economia strategica del paese. In particolare, si sottolinea l’importanza di rendere Roma una città a vocazione al contempo culturale, tecnologica e, soprattutto, marittima. In questa sezione si segnala un’intervista al sindaco Roberto Gualtieri, nella quale il primo cittadino della capitale illustra la sua strategia per armonizzare tali dimensioni. Nella terza parte – Roma vista da vicino – lo sguardo si sposta sui limites interni alla capitale. Dal Raccordo a Ostia passando per l’Esquilino e i palazzi del potere, il volume analizza le faglie che ancora attraversano l’Urbe, restituendo l’immagine di una città contraddittoria ma dotata di una chiara identità. Infine, il volume dedica un dossier alla AS Roma, intesa non solo come squadra di calcio, ma come potentissimo fattore di legame sociale, integrazione e romanizzazione.

Presentata al Mic la testa in marmo greco di una fanciulla (Kore), attribuibile ad un atelier attico di inizi V sec. a.C., scoperta nel sito della città etrusca di Vulci (Montalto di Castro. Vt), raro esempio di statuaria greca rinvenuta in Etruria. Gli interventi di Giuli, Russo, La Rocca, Oliva

Veduta frontale della testa di Kore (atelier attico di inizi V sec. a.C.) scoperta a Vulci e presentata al Mic (foto mic)

La scultura raffigura una giovane donna, con elegante ed elaborata acconciatura, attribuibile ad un atelier attico di inizi V sec. a.C.: raro esempio di statuaria greca rinvenuta in Etruria, che offre nuovi significativi spunti di riflessione sugli intensi scambi culturali tra Grecia e Italia preromana. Parliamo dell’eccezionale testa in marmo greco di una fanciulla (Kore), rinvenuta nel 2024, nel sito della città etrusca di Vulci (Montalto di Castro. Vt), nell’area di un nuovo tempio monumentale individuato nel 2021, La testa di Kore, attualmente in fase di restauro e analisi all’Istituto Centrale per il Restauro (ICR) di Roma, è oggetto di approfondite indagini scientifiche sui colori originari, i materiali e le tecniche di lavorazione impiegate.

Mariachiara Franceschini dell’università di Friburgo e Paul P. Pasieka dell’università di Magonza (progetto Vulci Cutyscape) con la Kore di Vulci al Mic (foto vulci cityscape)

Questo nuovo e straordinario rinvenimento archeologico a Vulci è stato presentato il 5 dicembre 2025 a Roma, nella Sala della Crociera del ministero della Cultura. La scoperta è avvenuta nel corso degli scavi in concessione ministeriale legati al progetto “Vulci Cityscape”, promosso dalle università di Friburgo e Magonza. Alla presentazione sono intervenuti, tra gli altri, il ministro della Cultura Alessandro Giuli; il capo dipartimento per la Tutela del Patrimonio culturale Luigi La Rocca e il capo dipartimento per la Valorizzazione culturale Alfonsina Russo. Tra i relatori: Margherita Eichberg, soprintendente ABAP per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale; Simona Carosi, funzionario archeologo e responsabile del territorio di Vulci; Carlo Casi, direttore scientifico del Parco, Fondazione Vulci; Mariachiara Franceschini dell’università di Friburgo e Paul P. Pasieka dell’università di Magonza; Luigi Oliva, Direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro e Federica Giacomini, funzionaria restauratrice e coordinatrice del gruppo di lavoro ICR.

L’area di scavo a Vulci del progetto Vulci Cityscape (foto vulci cityscape)

“Il ritrovamento della testa di Kore di marmo tardo-arcaica a Vulci è un evento di straordinario rilievo sia per il valore artistico sia per le implicazioni che reca con sé”, ha detto il ministro Alessandro Giuli. “Non è stato rinvenuto semplicemente un dono votivo di prestigio, ma una testimonianza concreta dei legami spirituali e dunque politico-civili che univano l’Etruria e il mondo greco. Si tratta di una scoperta archeologica che può modificare la nostra percezione del mondo come accadrebbe con una nuova legge scientifica. Rimodella la nostra rappresentazione della realtà dal punto di vista conoscitivo, simbolico e anche politico”. Non a caso, ha proseguito il ministro, “questo avviene a Vulci, una città aperta ai contatti attraverso il suo porto, recentemente acquisito dal ministero della Cultura, e attraverso l’entroterra dove già dal periodo orientalizzante, dalla fine dell’VIII secolo a.C., tutti gli oggetti, ma soprattutto i rituali, ora ricostruibili grazie a nuovi strumenti diagnostici per l’archeologia, ci confermano un dinamismo, una permeabilità culturale che ancora oggi devono rappresentare e rappresentano i nostri modelli. Già in altre occasioni, ho sottolineato quanto, come governo e come ministero, ci sentiamo parte di una unità mediterranea in grado di gettare ponti e di costruire un dialogo autentico, fondato su una coappartenenza di identità e radici”.

Veduta di profilo della testa di Kore (atelier attico di inizi V sec. a.C.) scoperta a Vulci e presentata al Mic (foto mic)

“Oggi abbiamo presentato un nuovo importante rinvenimento archeologico all’interno del parco archeologico naturalistico di Vulci, un’area straordinaria dove la bellezza del paesaggio e la profondità della storia si intrecciano in un dialogo continuo, capace ancora oggi di restituirci la voce di una civiltà importantissima nel Mediterraneo, quale quella etrusca”, è intervenuta Alfonsina Russo, “e attraverso questo oggetto, questa testa di Kore, sarà possibile promuovere non solo Vulci ma anche il territorio a livello nazionale e internazionale.  Un nuovo modo di valorizzare che va in un’unica direzione, che è quella di continuare a fondarsi su una strategia integrata che unisca ricerca archeologica, tutela del paesaggio, innovazione dei linguaggi espositivi, reti internazionali e partecipazione delle comunità locali”. Per Luigi La Rocca: “Siamo in presenza di uno dei rarissimi esemplari di scultura greca in Italia, non solo in Etruria, ma anche in Magna Grecia e in Sicilia. Questo tipo di oggetti sono molto rari, e apre il campo a una serie di considerazioni e di riflessioni storico-archeologiche importanti, in particolare l’intensità e la tipologia dei rapporti fra la Grecia e l’Etruria in età tardo arcaica, ma anche quello sulla presenza di artisti greci in Etruria, come ci ricordano anche le fonti, in relazione anche soprattutto alle sculture e alle decorazioni templari”.

L’elaborata acconciatura della testa di Kore (atelier attico di inizi V sec. a.C.) scoperta a Vulci e presentata al Mic (foto mic)

“L’Istituto Centrale per il Restauro”, ha spiegato Luigi Oliva, “ha accolto con entusiasmo la richiesta della Sabap Viterbo Etruria Meridionale, nel momento in cui, dopo il ritrovamento l’estate del 2024, si è cercato di fare un primo intervento sulla Kore rinvenuta e una campagna di indagini finalizzata poi alla stesura di un progetto di restauro vero e proprio. Questa attività si colloca nell’ambito di una collaborazione che abbiamo da diversi anni con la Sabap. Una collaborazione che vede da un lato le attività di conservazione e di indagine portate al massimo livello e dall’altra un rapporto con gli enti che poi gestiscono la tutela nell’ambito del territorio”.