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9 marzo 2021: a un anno dall’inizio del lockdown e nel giorno di Santa Francesca Romana, protettrice dalle pestilenze, riaperta al culto la basilica di Santa Francesca Romana al Foro romano, dopo un delicato intervento di restauro al soffitto ligneo seicentesco promosso dal parco archeologico del Colosseo e dal Fondo Edifici per il Culto. Presentato il volume “Il restauro della Speranza”

In primo piano, nel Foro romano, la basilica di Santa Francesca Romana, a un passo dall’arco di Tito (foto PArCo)

9 marzo: una data importante, soprattutto per i romani. Il calendario festeggia Santa Francesca Romana, co-patrona di Roma, protettrice dalle epidemie. Proprio il 9 marzo 2020 l’Italia si fermò per il lockdown. Il 9 marzo 2021, a un anno di distanza da quel giorno in cui si bloccò ogni attività, chiudendo anche e soprattutto i luoghi della cultura, il Parco archeologico del Colosseo  con il Fondo Edifici per il Culto e la Comunità Benedettina Olivetana hanno annunciato la riapertura al culto della Basilica di Santa Francesca Romana, dopo un delicato intervento di restauro al soffitto ligneo seicentesco. Un’occasione “storica” accompagnata da una preziosa pubblicazione di studi “Santa Francesca Romana. Cronache di un restauro nel segno della Speranza“, curato da Alfonsina Russo, Cristina Collettini e Alessandro Lugari (Gangemi editore), che raccoglie l’esperienza vissuta negli ultimi mesi a contatto con lo straordinario patrimonio storico artistico della basilica dedicata alla Santa, co-patrona di Roma​, protettrice delle automobili, morta il 9 marzo 1440. “Francesca – va ricordato – mise a rischio la sua stessa vita per soccorrere e curare i malati dalla peste che all’epoca ammorbava Roma e che le aveva ucciso anche i figli Evangelista e Agnese, ed è considerata per tale ragione protettrice dalle pestilenze e carestie”.

Il timpano che corona la facciata della basilica di Santa Francesca Romana nel Foro romano (foto PArCo)

La basilica di Santa Francesca Romana come la vediamo oggi – spiegano al parco archeologico del Colosseo – è la trasformazione barocca della chiesa paleocristiana di Santa Maria Nova fatta erigere da Leone IV nell’847 per assegnarle il titolo cardinalizio che era della chiesa di Santa Maria Antiqua distrutta da un terremoto. La chiesa e l’annesso monastero si innestano sul podio del tempio romano di Venere e Roma nel foro romano, il più grande dell’antichità fatto erigere da Adriano nel 135. Il soffitto seicentesco a cassettoni lignei della chiesa è uno dei più complessi e affascinanti tra quelli del centro storico di Roma. Realizzato su progetto di Carlo Lambardi secondo l’iconografia proposta dal Cardinale Emilio Sfrondati, presenta una ripartizione in lacunari fortemente decorata nella cui fascia centrale spiccano tre gruppi scultorei lignei: quello verso l’altare rappresenta Santa Francesca Romana con l’angelo, quello centrale la Vergine con le Sante Agnese e Cecilia, quello in prossimità dell’altare San Benedetto. All’ordine dei Benedettini infatti appartengono i monaci della congregazione di Monte Oliveto Maggiore che dal XIV secolo risiedono in questo complesso passato in proprietà al Ministero dell’Interno-Fondo Edifici di Culto.

Il cantiere di restauro del controsoffitto ligneo della basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)

L’intervento di messa in sicurezza e restauro del sottotetto e del controsoffitto a lacunari è stato avviato nell’estate 2020 dopo la segnalazione di alcuni frammenti pittorici caduti a terra. Le infiltrazioni d’acqua degli anni passati avevano imbibito le strutture lignee compromettendo gli apparati decorativi e il sistema di tenuta. Solo dopo aver assicurato la tenuta della struttura e ripristinato la coesione delle orditure, i restauratori hanno eseguito il restauro delle superfici decorate e dei gruppi scultorei provvedendo alla riadesione della pellicola pittorica e delle dorature in foglia d’oro, colmando le mancanze, riallineando cromaticamente le lacune, nel pieno rispetto dei principi del restauro modernamente inteso: riconoscibilità, reversibilità, minimo intervento, autenticità. In occasione di questa ricorrenza tanto simbolica quanto drammatica (9 marzo 2020-9 marzo 2021), il parco archeologico del Colosseo ha proposto il video-racconto del restauro, realizzato da Mario Cristofaro, nella speranza di una ripartenza e rinascita per tutti.

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Alfonsina Russo, direttore del Parco archeologico del Colosseo, nella basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)

“Si sta concludendo l’intervento di restauro sul soffitto cassettonato della chiesa di Santa Francesca Romana”, spiega Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. “Questo intervento è frutto di una felice collaborazione del PArCo e del Fondo Edifici di Culto che prontamente non appena è stata rappresentata la criticità del soffitto è intervenuto con un finanziamento. Si può dire che è un intervento che ha visto la sinergia di tante persone: devo ringraziare tutta l’équipe intervenuta nel restauro, magistralmente condotta dall’architetto Cristina Collettini e anche dal nostro restauratore Alessandro Lugari. L’impegno da parte di tutti è stato proprio quello di concludere i lavori per riaprire finalmente la chiesa il 9 marzo 2021, il giorno di Santa Francesca Romana. E devo ringraziare anche i Padri Olivetani che hanno in tutti i modi agevolato questo intervento finalizzato a riaprire la chiesa il 9 marzo 2021: riaprire la basilica di Santa Francesca Romana il 9 marzo 2021 a distanza di un anno dal lockdown rappresenta un segno di speranza per una ripresa di tutte le attività in Italia e soprattutto per i luoghi della cultura. Tutto il lavoro è racchiuso nel libro “Santa Francesca Romana. Cronache di un restauro nel segno della Speranza”. Tutto l’impegno, la passione e la disponibilità di tecnici, del nostro personale del parco archeologico del Colosseo, del personale del Fondo Edifici di Culto, dei monaci Olivetani è racchiuso in queste pagine. Spero che sia l’occasione per conoscere la passione di quanti lavorano nel mondo della conservazione dei beni culturali e del restauro, ma è anche un modo per conoscere questo luogo straordinario che è la basilica di Santa Francesca Romana”.

Santa Francesca Romana e l’angelo: marmo ottocentesco di Giosuè Meli (foto PArCo)
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Dom Benedetto Maria Toglia, priore di Santa Maria Nova (foto PArCo)

Benvenuto virtuale a tutti da parte della comunità dei monaci benedettini di Monte Oliveto Maggiore che custodiscono questo luogo, la basilica di Santa Francesca Romana, oramai da più di sette secoli. “Siamo qui in questo luogo dove la tradizione cristiana vuole che Simon Mago abbia sfidato il principe degli apostoli”, spiega il priore dom Benedetto Maria Toglia. “E vi rinnoviamo il nostro benvenuto perché nella nostra regola San Benedetto dice che quando l’ospite bussa alle porte del monastero è Cristo stesso che si presenta. E voi oggi nostri ospiti in questo immenso cantiere siete i benvenuti perché giungete qui nel nome di Gesù Cristo. Il 9 marzo 2020 veniva chiusa tutta l’Italia e sappiamo tutti bene il perché. Oltre all’evento della pandemia ci sono stati eventi fisici che hanno contribuito alla chiusura di questo sacro tempio. Finalmente “Nel segno della Speranza”, come è intitolata la pubblicazione diffusa il 9 marzo 2021 quale segno grandioso di speranza, questo luogo che è casa di Dio sarà restituito al culto. E lo faremo proprio nella solennità di Santa Francesca Romana, co-patrona di Roma, patrona delle vedove, protettrice degli automobilisti. Quella celebrazione sarà non soltanto una celebrazione di ringraziamento, ma sarà soprattutto una celebrazione di intercessione per chiedere alla più romana delle Sante la fine della pandemia. La sua casa ritornerà a essere casa di tutti, e questo solo grazie a tante persone che si sono spese per dare splendore ma soprattutto sicurezza a questa casa di Dio. Grazie alla direzione del parco archeologico del Colosseo, grazie al Fondo edifici di Culto, grazie a ogni singola persona che ci ha sostenuto e attinto alla preghiera dei monaci perché intercedessero per loro presso la loro Santa. L’augurio più bello che io possa fare anche in nome di Santa Francesca Romana è che nella speranza sorga un’alba nuova. Grazie”.

Il prezioso mosaico absidale della basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)
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Cristina Collettini, architetto del PArCo, direttore dei lavori alla basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)

“Siamo nella chiesa di Santa Francesca Romana, la santa che protegge dalle pestilenze, una delle sante più amate dal popolo romano”, interviene Cristina Collettini, architetto del PArCo, direttore dei lavori. “È una delle chiese con uno dei più bei soffitti del Seicento. Quest’estate dei frammenti a terra di pittura ci hanno fatto capire che c’era qualche problema al soffitto a cassettoni e quindi abbiamo iniziato la verifica e ci siamo resi conto che in realtà c’erano problemi strutturali ben più gravi di quelli che avevamo inizialmente immaginato. E abbiamo quindi iniziato dei lavori di messa in sicurezza del soffitto e poi di restauro di tutti gli apparati scultorei e delle superfici decorate. Il cantiere ancora in corso è stato uno dei più affascinanti e anche più difficili da dirigere. Abbiamo dovuto lavorare in simbiosi, restauratori e maestranze edili. Le maestranze che lavoravano al sottotetto, i restauratori al di sotto del soffitto a cassettoni. Dovevamo cercare di ancorare alla struttura portante del tetto tutti i gruppi scultorei e tutte le fasce di definizione dei lacunari, e dovevamo farlo con dei metodi meno invasivi possibili. Abbiamo utilizzato dei materiali di uso comune, tipo il teflon, abbiamo utilizzato delle bandelle di acciaio, oltre che ai classici elementi di chiodatura e alle colle. E c’è stata una forte collaborazione tra i restauratori che dal basso ancoravano gli elementi scultorei e dall’alto le maestranze edili che riuscivano ad ancorarle sulla struttura lignea, sulle capriate lignee del soffitto. In questo cantiere c’è stato il continuo confronto tra la direzione lavori e le maestranze e i restauratori. Infatti la scelta iniziale di utilizzare i fili in teflon poi non si è rivelata utile, e quindi abbiamo dovuto modificare le nostre scelte. Ma lo facevamo quotidianamente. Ogni volta cerchiamo di individuare una soluzione migliore. Alla fine per ancorare i gruppi scultorei, abbiamo scoperto che la soluzione migliore era quella di utilizzare i classici fili da pesca utilizzati per la pesca ai tonni. Tutti i principi cardine del restauro critico, del restauro modernamente inteso, sono stati rispettati in questo cantiere. Abbiamo cercato di rendere distinguibili tutti gli interventi nuovi, appunto con l’utilizzo di materiali moderni, materiali anche di uso comune. Abbiamo cercato però di non dare un impatto eccessivo a livello estetico, cercando di riallineare a livello cromatico gli inserimenti nuovi rispetto agli sfondi. Abbiamo cercato sempre di utilizzare materiali compatibili: quindi il legno, l’acciaio, tutti materiali che non arrecano danni, che hanno caratteristiche fisiche e meccaniche compatibili con i materiali originali e prettamente il legno. Ho chiesto un grande sforzo sia alle maestranze edili sia ai restauratori. Era importante chiudere i lavori entro la fine di febbraio 2021, perché il nostro obiettivo era quello di ridare al pubblico la chiesa il 9 marzo 2021, non solo perché il 9 marzo è il giorno dedicato alla Santa che, ripeto, è la santa protettrice dalle pestilenze, ma anche perché è anche un anno dal primo lockdown, quindi dalla chiusura che abbiamo avuto a causa di un virus”.

Restauri al controsoffitto ligneo della basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)
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Alessandro Lugari, restauratore del PArCo, responsabile degli interventi a Santa Francesca Romana (foto PArCo)

“Ci troviamo sul ponteggio della navata della chiesa di Santa Francesca Romana a contatto col controsoffitto del Seicento”, spiega Alessandro Lugari, restauratore del PArCo. “Stiamo facendo questo restauro a seguito di un intervento di somma urgenza, allertati dopo che il parroco aveva trovato a terra dei frammenti di vernice e di legno. Quindi abbiamo fatto subito un controllo del sottotetto e poi con un ponteggio mobile abbiamo visto che era il caso di fare un intervento di somma urgenza, di bloccaggio insomma del sistema tetto che è abbastanza complesso: tutta la struttura a capriate coperta dai tavolati delle tegole-coppi su cui è ancorato il controsoffitto ligneo. Su questo poi c’è tutta la decorazione con le statue applicate, e le varie decorazioni sia pittoriche che metalliche: in questo caso solo foglia d’oro. Il lavoro è stato articolato in due fasi: la prima fase, appunto, è stata quella della messa in sicurezza di tutto il sistema. Sono intervenute due ditte, una di restauro che lavorava sulla parte decorata e una ditta edile che lavorava nel sottotetto. Operando insieme abbiamo visto quali erano i problemi nei riquadri grandi, tenuti da queste grandi travature. Si vedono bene le deformazioni che hanno subito queste grandi travature per l’inizio del cedimento della struttura portante sopra. Questo si nota dalle curvature delle travi portanti. Siamo intervenuti sull’apparato decorativo che comunque si sostiene all’apparato portante superiore. E questo lo abbiamo fatto attraverso bandelle, fili d’acciaio, filini in kevlar, a seconda della situazione. Per esempio, sui travi abbiamo messo delle bandelle in acciaio che si collegano ai travetti superiori. Le sculture sono state rinforzate invece che con chiodature, come erano in originale, con dei cavi che sono sempre ancorati sulla struttura portante sopra, e sono cavi in kevlar, quindi materiale molto resistente e molto sottile, che poi è stato accordato cromaticamente col colore della statua in modo che da basso è abbastanza invisibile. Una volta finita la parte strutturale è stata fatta una prima pulitura generale, una depolveratura soft per evitare di danneggiare tutte le parti delle pellicole pittoriche distaccate. E un consolidamento quasi in contemporanea cercando di bloccare tutta la pellicola pittorica o le foglie d’oro e tutte le parti timbrate in oro. Su queste parti superficiali, generalmente sul legno, su cui è difficile ancorare sia lo strato pittorico che le pellicole metalliche, si interviene con un fondo. I fondi sono generalmente con un aggregato fine e una sostanza proteica. In antico si facevano con albume d’uovo o con la colofonia (pece greca), insomma comunque leganti organici. La parte più problematica era l’angolo Nord-Est, perché in questa parte c’erano state delle infiltrazioni d’acqua, risolte nel 2018: alcune infiltrazioni d’acqua hanno creato deformazioni sia alla struttura portante sia al cassettonato. Il legno era particolarmente ammalorato: abbiamo sostituito la parte interna portante rimettendo a vista le parti antiche, consolidate, restaurate e accordate cromaticamente con l’originale. Quindi una volta finito il consolidamento della parte pittorica, siamo intervenuti anche sul consolidamento di tutte le parti aggettanti: le cornici, i dentelli, anche con delle piccole sostituzioni. Alcuni dentelli sono stati sostituiti. Ovviamente dove le lacune erano molto grandi non siamo intervenuti. Una volta fatte le sostituzioni è stato accordato tutto cromaticamente con l’originale. Le parti in oro sono state chiaramente pulite. L’oro ha questo vantaggio che una volta pulito ritorna come in origine. E dove c’erano le lacune dell’oro è stata rimessa la foglia d’oro. Chiaramente tutto questo è stato dettagliatamente documentato con delle tavole tematiche sia tutte le morfologie di degrado sia tutti gli interventi di consolidamento, di dipintura, di stuccatura, di sostituzione degli elementi”.

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Fausto Toscani, restauratore edile, e Paola Picco, restauratrice specializzata in superfici decorate (foto PArCo)

“Stiamo ultimando l’intervento di restauro conservativo del soffitto a cassettoni”, conclude la restauratrice Paola Picco. “Ci siamo occupati sin da questa estate, insieme all’impresa Ettore Palmucci, della messa in sicurezza in prima battuta, perché il soffitto era molto dissestato, con l’inserimento di angolari e di strutture di bandelle che vanno ad ancorare le assi portanti alle travature di cui naturalmente si è occupata l’impresa di edilizia nel sottotetto. Una collaborazione che è riuscita particolarmente felice. Appunto noi restauratori siamo stati sul soffitto ad ancorare statue e tavolati, e naturalmente a occuparci anche del consolidamento di tutta la pellicola pittorica e di tutta la foglia d’oro che è una gran parte della decorazione”.

Roma. Al Colosseo inaugurata la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” frutto della collaborazione del parco archeologico del Colosseo, del parco archeologico di Pompei e del museo Archeologico nazionale di Napoli e di Electa che ha promosso negli anni molti approfondimenti sulla città vesuviana. Esposte oltre 100 opere

Oltre 100 reperti esposti nella mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” al Colosseo (foto PArCo)
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Massimo Osanna, Alfonsina Russo e Paolo Giulierini all’inaugurazione della mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” al Colosseo (foto PArCo)

Finalmente. Questa mattina, nel secondo ordine del Colosseo, è stata inaugurata la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” dal direttore del parco archeologico del Colosseo Alfonsina Russo, dal direttore del parco archeologico di Pompei Massimo Osanna e dal direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli Paolo Giulierini. La mostra si visita dal 9 febbraio al 9 maggio 2021 con il normale biglietto di ingresso “24h – Colosseo, Foro Romano, Palatino”. Una storia mai tentata prima del lungo rapporto tra Roma e Pompei, che prova a restituire in maniera compiuta il complesso dialogo che lega le due realtà più famose dell’archeologia italiana, dalla Seconda guerra sannitica all’eruzione del 79 d.C. Un racconto dall’alto valore scientifico, basato sulla ricostruzione delle relazioni sociali e culturali rintracciabili in particolare attraverso la ricerca archeologica. La mostra, curata da Mario Torelli, diventa anche l’occasione per ricordare il grande archeologo scomparso il 15 settembre 2020. Studioso del mondo antico a tutto campo, ma anche intellettuale impegnato, Torelli è stato un padre fondatore della nuova scuola archeologica italiana, trasmettendo ai molti suoi allievi la passione militante per una conoscenza interdisciplinare e senza frontiere.

La locandina della mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” al Colosseo dal 9 febbraio al 9 maggio 2021
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L’ingresso monumentale dell’Antiquarium di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

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Un elmo di gladiatore delle collezioni del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

“Pompei 79 d.C. Una storia romana” porta al contempo avanti un innovativo percorso di ricerca sulla città vesuviana, percorso che ha accompagnato il Parco archeologico di Pompei attraverso numerose rassegne, tutte con l’organizzazione di Electa, nel corso delle quali Pompei è stata messa a confronto con le diverse identità culturali che hanno intrecciato la sua duplice storia: dal mondo antico (Egitto, Greci ed Etruschi) alla riscoperta moderna, che dal Settecento in poi ha segnato in profondità l’arte e la cultura europea. L’esposizione è promossa dal Parco archeologico del Colosseo, che si è avvalso della collaborazione scientifica del parco archeologico di Pompei e del museo Archeologico nazionale di Napoli. Frutto quindi della sinergia tra alcune delle maggiori istituzioni del panorama archeologico nazionale, la rassegna al Colosseo si inserisce in una stagione espositiva tra l’avvenuta apertura del nuovo allestimento dell’Antiquarium del parco archeologico di Pompei (vedi Pompei. Aperto il nuovo Antiquarium: 11 sale che raccontano la storia della città antica e introducono alla visita del sito. Ecco come si articola il percorso espositivo | archeologiavocidalpassato) e con la mostra sugli spettacoli gladiatori in programma la prossima primavera al museo Archeologico nazionale di Napoli, la data più probabile sembra quella del 31 marzo 2021 (vedi Cosa porta il 2021. Fissata per l’8 marzo (11 mesi dopo le previsioni) la vernice della mostra-evento “I Gladiatori” al museo Archeologico nazionale di Napoli: anteprima sui social del Mann dei principali reperti esposti nelle sei sezioni | archeologiavocidalpassato).

Vetrina della mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” al Colosseo (foto PArCo)

Le circa 100 opere accuratamente selezionate per la mostra dalla forte identità visiva affidata a Lorenzo Mattotti, e con il progetto di allestimento e grafico a cura di Maurizio Di Puolo, illustrano in maniera emblematica il dialogo tra i due centri, facendo emergere il progressivo allineamento di Pompei ai modelli culturali che si impongono a Roma nel corso della formazione del suo dominio mediterraneo. Una lunga storia che comincia nel momento in cui la Roma repubblicana inghiotte nella sua orbita molte comunità campane, alla fine del IV secolo a.C., e prosegue per quattro secoli, fino ai drammatici momenti dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Non un confronto, impensabile per dimensioni e realtà storica dei due centri, ma piuttosto una narrazione di come l’Urbe costituisca un modello per la città più famosa della sua sterminata periferia, la quale a sua volta, attraverso il paradossale caso di una distruzione conservativa, ci permette di guardare al mondo romano come nessun altro sito dell’antichità.

La statua di Eumachia apre la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” (foto PArCo)

La mostra è suddivisa in tre grandi sezioni – la fase dell’alleanza, la fase della colonia romana, il declino e la fine –, intervallate da intermezzi dedicati a due momenti cruciali che hanno segnato la lunga storia di Pompei: l’assedio romano dell’89 a.C. e il terremoto del 62 d.C. Si inizia quindi con la lunga fase che vede Pompei, piccolo centro portuale del mondo sannitico, fedele alleata di Roma nella sua espansione mediterranea: le guerre di conquista; i commerci internazionali; l’affermazione in Italia di una nuova cultura caratterizzata dall’ostentazione del lusso; le questioni legate all’identità e alla “forza della tradizione”, a partire dal ruolo della religione. Il racconto prosegue poi con la profonda trasformazione che investe Pompei e il mondo romano nel corso del I secolo a.C., dalle guerre civili alla nascita dell’impero: la fondazione violenta a Pompei di una colonia di veterani dell’esercito romano, con i conseguenti mutamenti sociali e culturali; la riorganizzazione imposta da Augusto, che si serve di forme innovative per promuovere la coesione sociale (culto imperiale) e la comunicazione visiva delle parole-chiave del nuovo regime (arte augustea); il ruolo delle classi dirigenti locali nel mantenere il consenso verso Roma e la mobilità sociale, con l’emergere di nuove classi di arricchiti (liberti). Chiude quindi il percorso il repentino declino della città vesuviana, compreso tra il violento terremoto del 62 d.C. e la definitiva distruzione del 79 d.C. È così che Pompei continua a raccontarci, in un modo che non trova confronti, la sua storia e quella di Roma, fino alla tragica fine avvenuta in un momento in cui, mentre la capitale dell’impero è impegnata a sfidare il tempo con le realizzazioni di una metropoli senza precedenti – a cominciare dal Colosseo – il piccolo centro vesuviano troverà nella sua distruzione conservativa la via per passare alla storia.

Il parco archeologico del Colosseo presenta alla Maker Faire Rome 2020 la prima guida tattile del PArCo: “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma”

Alle 11.10 di sabato 12 dicembre 2020 la prima guida tattile del PArCo viene presentata in diretta sul canale Mainstreaming del portale https://makerfairerome.eu/it/. Il parco archeologico del Colosseo e Lazio Innova, nell’ambito di un protocollo di intesa in corso di stipula per la definizione di progetti condivisi in tema di accessibilità, presentano infatti alla Maker Faire Rome 2020 Digital Edition la prima guida tattile del PArCo, intitolata “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma”.  C’è tempo per esplorarla online fino a domani, domenica 13 Dicembre 2020, nella vetrina virtuale della MFR2020. Ecco il link per registrarsi gratuitamente in pochi istanti: https://digital.makerfairerome.eu/… La guida ideata, promossa e curata dal PArCo è stata realizzata da atipiche edizioni nel Fablab dello Spazio Attivo della Regione Lazio LOIC Zagarolo (POR FESR 2014-2020). “La collaborazione del PArCo con Lazio Innova ha l’obiettivo di indirizzare l’uso delle tecnologie e dell’innovazione per il fine ultimo dell’inclusione e della piena accessibilità del patrimonio”, commenta il direttore del parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo. “Non ci fermeremo alla guida tattile Museo Palatino. Accarezzare la Storia di Roma, oggi presentata in occasione della Maker Faire  Rome 2020, ma proseguiremo su questa strada per ampliare la conoscenza del nostro patrimonio con prodotti accessibili a tutti e fortemente legati al tema del digital”.

La guida tattile “Museo Palatino. Accarezzare la storia” (foto PArCo)

La guida, ideata e curata per il PArCo da Giulia Giovanetti e Federica Rinaldi, con Donatella Garritano – che ha anche curato la traduzione inglese – e Silvia D’Offizi, è nata nell’ambito del corso di formazione realizzato dal PArCo con il Museo Tattile Statale Omero di Ancona e la Direzione Generale Educazione e Ricerca del MiBACT (2018-2019),  e si inserisce nella serie di azioni coordinate che favoriscono l’autonomia di visita agli ipovedenti e ai non vedenti e che fanno parte del più ampio Progetto “Il PArCo tra le mani”.

Il prototipo realizzato da atipiche edizioni – Andrea Delluomo e Giulia Foscolo – si compone di una scatola di grande formato (foto PArCo)

Il prototipo realizzato da atipiche edizioni – Andrea Delluomo e Giulia Foscolo – si compone di una scatola di grande formato che, oltre a contenere il materiale tattile e testuale, una volta aperta diviene il piano di lettura della mappa dell’area archeologica. All’interno sono presenti due raccoglitori ad anelli, contenenti le 16 schede con le opere più rappresentative della collezione del Museo, descritte con testi scientifici ma ad alta leggibilità (in Italiano e Inglese con trascrizioni in braille) e illustrate con immagini tattili.

Taglio laser al FABLAB REGIONE LAZIO per la realizzazione di una tavola tattile con Gorgone in opus sectile (foto PArCo)
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Tavola tattile con rappresentazione di Gorgone in opus sectile (foto PArCo)

Per lo sviluppo e la creazione del prototipo si è rivelato fondamentale il supporto delle tecnologie e delle risorse del Fablab di Zagarolo – Manlio Di Dio, Berenice Marisei, Giorgio Salvioni – che, dopo una specifica formazione, ha messo a disposizione dell’équipe di lavoro la tecnica della stampa digitale UV, mediante una Roland VersaUV Lef-12i, con la quale sono state realizzate particolari stampe a rilievo, illustrazioni e texture tattili, come per alcuni testi in braille. La caratteristica di questa stampante è proprio quella di utilizzare inchiostri foto-polimerizzanti, che vengono istantaneamente asciugati e solidificati grazie ad una sorgente luminosa ad ultra violetti. Ciò consente di poter stampare su qualunque supporto di base e di poter realizzare spessori diversificati, permettendo ad esempio la realizzazione di un testo braille sovrapposto ai normali testi stampati, per  la contemporanea fruizione della guida tattile a persone con deficit visivo e non. Per la rappresentazione di alcune illustrazioni materiche è stata invece utilizzata la tagliatrice laser CO2 da 80W, che ha consentito il taglio di materiali accoppiati e, dove necessario, l’incisione.

Una tavola della prima guida tattile del parco archeologico del Colosseo (foto PArCo)
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Guida tattile: piano Interrato del Museo Palatino (foto PArCo)

Patrimonio culturale, patrimonio sensoriale. L’approccio alla realizzazione della guida tattile, a opera di atipiche edizioni, è un ibridazione tra artigianalità e utilizzo consapevole delle nuove tecnologie di prototipazione digitale, favorita dal processo di coprogettazione e collaborazione che ha coinvolto molteplici professionalità, competenze e sensibilità tra archeologi, storici dell’arte, artigiani, artisti, maker e persone con disabilità visiva. La guida tattile vuole dimostrare che l’innovazione tecnologica applicata ai beni culturali in relazione con la creatività intellettuale e il saper fare manuale, può essere in grado di generare buone pratiche, presentando al pubblico un nuovo modo di fruire del patrimonio culturale, maggiormente coinvolgente e multisensoriale. La collaborazione al progetto di due artisti ha permesso, attraverso la loro specifica sensibilità e un approccio materico, di arricchire l’efficacia della guida tattile come strumento di promozione del patrimonio culturale in senso inclusivo.

Il mestiere dell’Archeologo: lo scavo stratigrafico. Testo Braille e Tavola Tattile (foto PArCo)

L’illustratrice e incisore Susanna Doccioli della Stamperia a Ripa ha contribuito alla tavola tattile ispirata alle grandi ali in marmo bianco greco, appartenute a una “Vittoria alata”. Si tratta di un reperto scultoreo con particolari incredibilmente realistici, che sono stati resi dall’artista grazie a un’incisione dettagliata e alla stampa di una piuma “in gaufrage” su carta Fabriano Rosaspina. Restituendo, per chi la accarezza, il dettaglio minuzioso e la delicatezza del soggetto. Dario Zeruto, alchimista della carta, ha contribuito a rendere unica l’ultima pagina della Guida Tattile, che affrontando il tema della scultura ideale rappresenta “l’eroe” e la “cosiddetta Danzatrice” resi tramite una contrapposizione di materiali, in particolare stoffe di differente fattura magistralmente lavorate in pieghe. E così, la resa visiva e tattile della veste della “cosiddetta Danzatrice” in un lungo chitone lavorato a fitte piegoline rimanda a una leggerezza della plissettatura che Zeruto rende con l’applicazione della tecnica della piega a V, applicata su matrici di carta e poi riversata su soffice seta.

Guida tattile: i Sette Colli (foto PArCo)

Il passato come ponte per il futuro. Il ruolo dell’archeologia. La collezione di reperti conservata nel Museo Palatino consente la conoscenza della storia del Colle Palatino, dove la città di Roma vede i suoi primi sviluppi, in un percorso nel tempo, dalla preistoria all’età imperiale. L’idea che ha guidato il progetto è stata quindi la selezione dei reperti archeologici più rappresentativi in relazione alle tappe fondamentali della storia del Colle e dell’Urbs. Ogni scheda approfondisce la conoscenza degli oggetti con un testo accessibile che permette diversi livelli di lettura, collegando sempre il singolo oggetto a tematiche più ampie, relative alla storia della città, alla storia dell’arte e alle metodologie di studio del mondo antico. La selezione di opere vuole accompagnare tutti i visitatori alla riscoperta di questa Storia lunga più di dieci secoli attraverso i materiali, le tecniche edilizie, i reperti che lo scavo archeologico ha rinvenuto nel sottosuolo. Accanto al percorso di visita, la guida propone anche un approfondimento sul mestiere dell’archeologo, con focus sullo scavo stratigrafico, sulle tecniche edilizie, e ancora sul metodo di ricostruzione storica a partire dall’analisi dei reperti, fino ad arrivare alla ritrattistica, una delle massime e caratteristiche espressioni dell’arte romana. In questo percorso l’archeologia si fa strumento di racconto, consentendo di riconoscere con il tatto il tipo di materiali, i dettagli delle lavorazioni, i particolari delle acconciature e delle vesti o della muscolatura di eroi e divinità. Il disegno tattile assieme alla riproduzione in 3d di alcuni reperti si inseriscono appieno nella filiera della innovazione tecnologica al servizio dell’accessibilità per tutti. Completa la scatola un cassetto “immersivo” con le riproduzioni in 3d di reperti.

“Monitoraggio e manutenzione delle aree archeologiche. Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico-ambientale”: dalla Curia Iulia del Foro Romano presentazione on line del volume che raccoglie gli atti del convegno. Il “metodo Colosseo” diventa modello per altri siti archeologici

Una spettacolare immagine dall’alto del Colosso, icona di Roma

Con l’istituzione del Parco archeologico del Colosseo, nel 2018 è stato avviato un articolato progetto di monitoraggio e manutenzione, che nasce dalla volontà di costruire un sistema sostenibile di tutela al servizio della fruizione e della valorizzazione. Il monitoraggio difatti è uno strumento propedeutico ad una efficace attività di manutenzione programmata e quindi di conservazione preventiva. Con questa logica dunque si sta sviluppando il progetto che ha, tra i suoi scopi, quello di mettere a sistema quanto già avviato, sperimentando nuovi metodi di management mediante un approccio tecnologico innovativo, che possa costituire un modello anche per altri siti archeologici. Esperienze e risultati affrontati nel convegno internazionale di studi Roma tenutosi alla Curia Iulia il 20-21 marzo 2019. Ora gli atti sono stati raccolti nel volume “Monitoraggio e manutenzione delle aree archeologiche. Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico-ambientale”, a cura di Alfonsina Russo e Irma della Giovampaola, edito da L’Erma di Bretschneider, che raccoglie le testimonianze e le buone pratiche nazionali e internazionali sul monitoraggio e sulla manutenzione delle aree archeologiche. 

La copertina del volume “Monitoraggio e manutenzione delle aree archeologiche. Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico-ambientale” (L’Erma di Bretschneider)

Giovedì 26 novembre 2020, alle 17, il volume “Monitoraggio e manutenzione delle aree archeologiche. Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico-ambientale”, con gli atti del convegno, sarà presentato online dalla Curia Iulia nel Foro Romano sulla pagina Facebook del PArCo. Interverranno Massimo Osanna, direttore generale dei Musei; Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo; Renata Picone, professore ordinario di Restauro architettonico al dipartimento di Architettura dell’università “Federico II” di Napoli;  e Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico, saggista. Seguirà un dibattito sul tema del monitoraggio e della manutenzione nelle aree archeologiche.

Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo

“Il convegno internazionale di studi, insignito della medaglia del Presidente della Repubblica, si pone come una pietra miliare nel mondo della tutela del patrimonio culturale”, spiega Alfonsina Russo: “Per la prima volta infatti, ponendo come risorsa fondamentale la multidisciplinarietà, il parco archeologico del Colosseo ha riunito i rappresentanti di istituzioni attive nella sperimentazione di nuove metodologie di conservazione per un confronto sulle sfide del nuovo millennio: la riduzione della vulnerabilità e l’ aumento della resilienza attraverso l’utilizzo di tecnologie a basso impatto. In particolare gli atti illustrano i temi del monitoraggio e della manutenzione programmata nelle aree archeologiche, con il proposito di definire un protocollo che permetta di affrontare e risolvere le conseguenze derivanti dall’ evoluzione e dall’ incremento degli effetti prodotti dai cambiamenti climatici che interessano il nostro pianeta come conseguenza del riscaldamento globale. Attraverso il confronto tra ambiti di ricerca tradizionalmente distanti, i contributi del presente volume delineano quindi nuove metodologie di monitoraggio applicate al patrimonio culturale, senza trascurare l’ ordinaria ma complessa gestione delle aree archeologiche. L’impegno posto dal parco archeologico del Colosseo su questi temi sta dando i primi tangibili risultati: nelle more della pubblicazione di questi atti, infatti, il laboratorio e il sistema web-GIS per il monitoraggio del patrimonio culturale del Parco, curati da Irma Della Giovampaola, sono stati finalmente avviati e prossimi ad una prima effettiva sperimentazione sui monumenti del Foro Romano”.

Roma. Nel terzo centenario della nascita di Giambattista Piranesi il parco archeologico del Colosseo con l’ICG lancia l’App “Il PArCo di Piranesi”: viaggio virtuale tra le incisioni sulla Roma antica e i monumenti oggi

Veduta dell’Arco di Tito di Giambattista Piranesi presentata nell’App “Il PArCo di Piranesi”

Con le sue incisioni il Colosseo, il Foro Romano e il Palatino divennero presto le icone per antonomasia dei monumenti di quella Roma non ancora del tutto sparita, così com’era vista e vissuta dai viaggiatori del Settecento, che stava per vivere la sua prima stagione dei grandi scavi archeologici. Stiamo parlando di Giambattista Piranesi (Mogliano Veneto 1720 – Roma 1778), architetto, incisore, archeologo, veneziano di nascita e romano d’adozione. Il conservarsi del fascino di una Roma antica alle soglie della modernità, prima all’avvento della tecnica fotografica, deve molto all’opera di Piranesi che trovò straordinaria diffusione e successo in tutto il mondo, grazie alla riproduzione seriale resa allora possibile dalla tecnica di stampa dell’acquaforte. In occasione del trecentenario della nascita di Piranesi, quindi, il parco archeologico del Colosseo, in collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica e con il contributo della Kuwait Petroleum Italia, ha voluto realizzare un’applicazione per smartphone a cura di  Paolo Castellani e Andrea Schiappelli (parco archeologico del Colosseo) che consente l’esplorazione virtuale di un’ampia selezione delle vedute dedicate ai monumenti del PArCo, evidenziandone le particolarità grafiche e storiche con testi di approfondimento. Alle vedute d’epoca sono state affiancate le immagini dello stato attuale dei luoghi, appositamente realizzate, per consentire il confronto anche agli utenti interessati che non potranno recarsi sul posto.

La App “Il PArCo di Piranesi” è organizzata in modo tale che alle vedute d’epoca siano sempre affiancate le immagini dello stato attuale dei luoghi, appositamente realizzate, per consentire il confronto anche agli utenti che vogliano utilizzarla in modalità da remoto. Inoltre la App si compone di un’ampia gallery di immagini dei monumenti ritratti in altre epoche e da autori diversi e due accurati video-documentari di approfondimento, “L’acquaforte” e “Reprinting Piranesi”, realizzati dal PArCo presso la Stamperia dell’ICG e dedicati rispettivamente alla tecnica dell’acquaforte e alla ristampa, evento raro, di un’incisione della valle del Colosseo da una matrice originale in Piranesi. L’Applicazione, totalmente gratuita, è stata inoltre concepita per essere fruibile anche nella lingua dei segni LIS e per il pubblico non vedente grazie all’audio-lettura dell’intero apparato testuale.  L’App sarà disponibile negli store verso la metà del mese di dicembre.

Una pagina della App “Il PArCo di Piranesi” con in primo piano la Colonna Traiana

“La App è concepita sia come guida da utilizzare durante la visita nel PArCo, sia come viaggio nel tempo da vivere in qualsiasi parte del mondo ci si trovi con il proprio smartphone o tablet, modalità oggi imprescindibile in tempo di pandemia”, commenta Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo e prosegue “Ci penserà il genio di Piranesi a condurre gli utenti lontani nel cuore della Roma del Settecento, lungo un itinerario per molti familiare ma sempre ricco di sorprese e particolari da scoprire o riscoprire”. Fondamentale è stata la collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica che, dal canto suo, ha un rapporto privilegiato con Piranesi, non solo perché conserva nelle proprie collezioni una delle principali raccolte di stampe dell’artista, ma soprattutto perché possiede tutte le matrici in rame incise da Giambattista (circa un migliaio), depositate nella Calcoteca più importante al mondo. In virtù di questa peculiarità l’ICG ha voluto rendere omaggio a Piranesi con la spettacolare mostra-evento “Giambattista Piranesi. Sognare il sogno impossibile”, a cura di Maria Cristina Misiti e Giovanna Scaloni, allestita nella sua sede del Palazzo Fontana di Trevi, inaugurata il 15 ottobre scorso. Il catalogo dell’esposizione sarà edito sul web come libro multimediale per il quale è previsto, unitamente agli interventi di studiosi e appassionati di Piranesi, un contributo del parco archeologico del Colosseo che ha elaborato il materiale iconografico fornito dall’Istituto per l’App, ricostruendo attraverso le immagini un percorso piranesiano all’interno di uno dei monumenti simbolo di Roma.

Archeologia in lutto. È morto per Covid-19 Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, una lunga carriera di ricerca e dirigenziale, con centinaia di pubblicazioni. Era direttore del Museo delle Civiltà all’Eur di Roma, a un passo dalla pensione. Il cordoglio del ministro e dei colleghi

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È morto Filippo Maria Gambari, direttore del museo delle Civiltà, che accorpa il museo Pigorini, il museo Tucci, il museo dell’Alto Medioevo e il museo delle Arti e tradizioni popolari

Archeologia in lutto: è morto per Covid-19 Filippo Maria Gambari, 66 anni: era ricoverato da ottobre all’istituto nazionale di malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. “Siamo enormemente addolorati nell’annunciarvi che il nostro direttore è venuto a mancare nel pomeriggio di oggi, 19 novembre 2020. Una grave perdita per il Museo delle Civiltà e il suo personale per l’estremo impegno che il Direttore ha profuso nel costruire un “nuovo” museo e nel portare avanti ambiziosi progetti di condivisione culturale e sociale”.  Ad annunciare la scomparsa di Filippo Maria Gambari, archeologo preistorico, esperto di Celti, è stato proprio il Museo delle Civiltà all’Eur di Roma, che raccoglie le collezioni del museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”, del museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria”, del museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”, del museo d’arte orientale “Giuseppe Tucci”, del museo italo africano “Ilaria Alpi” (ex Museo Coloniale), di cui era direttore dal 2017. Nato a Milano nel 1954, laurea in Lettere Classiche con specializzazione in Archeologia, la sua carriera comincia presto, a 25 anni, come archeologo preistorico presso la Soprintendenza Archeologica del Piemonte a Torino, con direzione di numerosi scavi e interventi sul territorio piemontese. Cura la progettazione scientifica di allestimenti e mostre in ambito preistorico. È stato soprintendente per i Beni Archeologici della Liguria, dell’Emilia Romagna, e della Lombardia; direttore ad interim del Parco archeologico di Ercolano; direttore del Segretariato Regionale per la Sardegna. Aveva al suo attivo centinaia di pubblicazioni in materia di Preistoria e Protostoria, arte rupestre ed epigrafia preromana. Dalla primavera del 2017 direttore del Museo delle Civiltà di cui ha una visione ben precisa: “In un mondo che si è ormai globalizzato, noi siamo abituati a mettere in confronto realtà molto distanti sul piano economico, sul piano politico ma poco sul piano culturale. Un Museo come il nostro nasce proprio per stimolare la possibilità di comprendere i rapporti fra le culture e di imparare a rapportarsi con culture diverse”.

Turismo: Franceschini, Expo opportunità anche per Europa

Il ministro per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini

Era a un passo dalla pensione. Non ha fatto in tempo. Il Covid gliela ha negata. Grande il cordoglio tra quanti nei Beni culturali hanno avuto la possibilità di conoscerlo e apprezzarlo. “Mi stringo ai familiari di Filippo Maria Gambari il direttore del Museo delle Civiltà di Roma che ci ha lasciati questo pomeriggio”, ha scritto il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini. “Un raffinato studioso e un ottimo direttore di uno dei musei autonomi del ministero. Una lunga carriera, rigorosa e ricca di incarichi di grande responsabilità. Ci mancherà”. E l’ex direttore della Dg Musei del Mibact, Antonio Lampis: “Uno dei più bravi direttori dei musei statali, che meritava di andare in pensione in pace e invece è morto di Covid. Una persona indimenticabile, cui ho voluto bene”. Alessandro D’Alessio, direttore del Parco archeologico di Ostia Antica e il personale tutto “si uniscono al cordoglio per la prematura scomparsa di Filippo Maria Gambari, direttore del Muciv e direttore supplente del Parco archeologico di Ostia antica fino a poche settimane fa. Nei quattro mesi in cui ha diretto l’ufficio, tutti hanno potuto apprezzarne le doti scientifiche, professionali e umane, l’esperienza e la competenza unite a una rara disponibilità all’ascolto. Lascia nella comunità scientifica e negli uffici del Ministero un vuoto che sarà difficile colmare”. “Un eccelso e rigoroso studioso”, lo ricorda Alfonsina Russo, direttrice del parco archeologico del Colosseo, “figura di riferimento nell’ambito museale. Mancheranno la sua profonda Cultura, la sua grande Umanità, le sue doti di saggezza, generosità e capacità di visione”.

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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano

Cordoglio anche dal direttore del Parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano: “Oggi ci ha lasciato Filippo Maria Gambari stimatissimo archeologo e dirigente MiBACT,  direttore del parco archeologico di Ercolano da settembre 2016 ad aprile 2017 e membro del Consiglio di Amministrazione di questo Parco. Non ho parole da esprimere, sono stato colpito troppo nel profondo per questo ulteriore accadimento. Filippo aveva avviato i primi passi amministrativi del Parco e potere contare sulla sua incredibile esperienza e sulle sue conoscenze profonde tanto nell’archeologia quanto nella gestione dei beni culturali, infondeva entusiasmo e fiducia in tutti. Il tratto umano e il rigore professionale formavano un tutt’uno che ti facevano rispettare ed amare Filippo. Ho lavorato con Filippo braccio a braccio nel Consiglio di Amministrazione ed ho condiviso con lui sempre un’unione di intenti e di progetti. Una persona rara,  di eccezionale levatura. Un collega e amico generoso. Perdiamo un punto di riferimento fondamentale. Sono sconvolto dalla notizia ma sin d’ora tutti sappiamo quanto peserà la sua dipartita. In questo momento provo un senso di smarrimento e un profondo dolore che sono certo condividono tutti quelli che hanno avuto il privilegio di conoscerlo e di lavorare con lui”. E Jane Thompson, manager dell’Herculaneum Conservation Project: “Lo abbiamo conosciuto e ammirato nella complessa fase di avvio del Parco quando si divideva tra la Sardegna ed Ercolano con puntualità e costanza. Un vero esempio di pubblico servizio”. Il cordiglio di tutti i dipendenti del Parco, dei membri del Consiglio di Amministrazione, del Comitato Scientifico e del team HCP alla famiglia e ai suoi affetti.

Roma. “Vent’anni al Palatino” con i Måneskin: parte la seconda serie di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”. I ragazzi della band romana porteranno i loro “Vent’anni” tra i palazzi un tempo abitati dagli imperatori. La puntata su YouTube

I Måneskin protagonisti della quarta puntata di Star Walks . Quando il PArCo incontra la musica (foto PArCo)

Venti anni al Palatino con i Måneskin: Star Walks torna al PArCo! Il Parco archeologico del Colosseo e Rai Radio2 di nuovo assieme per l’avvio della seconda serie di Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica. Dopo The Zen Circus, Clavdio e Silvestri, saranno i Måneskin, questa volta, i protagonisti della prossima Star Walk: i ragazzi della band romana porteranno i loro “Vent’anni” al Palatino, invadendo i palazzi un tempo abitati dagli imperatori. La puntata andrà in onda sul canale YouTube del PArCo lunedì 2 Novembre 2020, alle 18, per essere rilanciata sui social @parcocolosseo e sui social del media partner Rai Radio2. Non solo arte, storia e poesia: il Parco archeologico del Colosseo incontra e si apre dunque alla musica, innovando il suo rapporto con il pubblico e in particolare con le giovani generazioni. Ponendo attenzione alle tendenze rilevate negli ultimi anni, che riscontrano la scarsa presenza di giovani nella frequentazione dei luoghi d’arte, il Parco archeologico, sostenuto dall’importante media partnership di RAI Radio2, presenta la web-serie video “Star Walks: quando il PArCo incontra la musica”: il progetto innovativo e unico nel suo genere, ideato e realizzato coinvolgendo artisti musicali di primo piano, intende incuriosire e avvicinare chi finora si è tenuto lontano da parchi archeologici e musei, attraverso il racconto e le sensazioni dei musicisti ospiti.

Veduta aerea del peristilio della Domus Flavia sul Palatino, quinta dell’esibizione dei Måneskin per Star Walks (foto PArCo)

Ad accompagnare i Måneskin saranno lo speaker di Rai Radio2 Massimo Cervelli e l’archeologo del PArCo Andrea Schiappelli, in una passeggiata a ritmo di musica che si snoderà tra i palazzi imperiali del Palatino, riflettendo sul rapporto tra giovinezza, potere e successo. Il peristilio della Domus Flavia, sede dell’imperatore Domiziano, accoglierà il set della loro esibizione live. “I Måneskin al Palatino: quattro ragazzi di grande talento, giovani del tutto simili ai tanti che il PArCo accoglie quotidianamente”, sottolinea il direttore del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo. “Proprio a questi giovani visitatori tra i 18 e i 25 anni è riservato l’ingresso a prezzo agevolato, al PArCo come negli altri luoghi della cultura, luoghi che ancor più in questi giorni di limitazioni dovute all’emergenza sanitaria in corso si offrono come spazi pubblici di crescita, incontro e scambio, umano e culturale”.

I Måneskin sul Palatino con “Vent’anni” per Star Walks (foto PArCo)

Dopo avere riaperto le porte ai visitatori, il PArCo, accompagnato da RAI Radio2, continua ad andare incontro agli abitanti della sua città, camminando insieme ai suoi musicisti per raggiungere il pubblico più vasto anche da casa. Le canzoni nella puntata arricchiranno la playlist “StarWalks” del canale Spotify del PArCo, e accompagneranno gli ascoltatori delle trasmissioni di Rai Radio2. “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica” è un progetto del Servizio Comunicazione del PArCo (responsabile Federica Rinaldi), ideato e curato da Andrea Schiappelli (PArCo), con Elisa Cella (PArCo), Andrea Lai e Roberto Testarmata; produzione audio e video: Popup Live Sessions; Media-Partner: Rai Radio2; social-media manager: Astrid D’Eredità con Francesca Quaratino (PArCo),  Annalisa Vacca (Rai Radio2).

Roma. Dalla Curia Iulia del Foro romano presentazione on line di “Istantanee dal passato. Pittura etrusca a Tarquinia”, secondo quaderno della collana LARTH dell’associazione Amici delle Tombe Dipinte di Tarquinia

L’appuntamento è per mercoledì 21 ottobre 2020, alle 17.30, alla Curia Iulia al Foro Romano, per la diretta (in base alle indicazioni del DPCM 20 Ottobre 2020) sulla pagina Facebook del Parco archeologico del Colosseo (https://www.facebook.com/parcocolosseo/) della presentazione del secondo quaderno della collana LARTH dell’associazione Amici delle Tombe Dipinte di Tarquinia: “Istantanee dal passato. Pittura etrusca a Tarquinia” a cura di Gloria Adinolfi, Rodolfo Carmagnola, Maria Cataldi con appendice di Adele Cecchini. Introduce Alfonsina Russo, direttore del Parco archeologico del Colosseo, presidente onorario dell’associazione, direttore della collana LARTH. Presenta Simonetta Stopponi, etruscologa, già professore all’università di Perugia. La presentazione sarà occasione per ricordare l’instancabile opera di tutela e valorizzazione di uno dei curatori, Mariolina Cataldi, scomparsa un anno fa. L’associazione no profit ‘Amici delle Tombe Dipinte di Tarquinia’, di concerto con la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, promuove la tutela, la valorizzazione e lo studio degli ipogei dipinti di Tarquinia con il coinvolgimento di Enti, Istituzioni, Università e privati.

Il volume, in italiano e inglese, è dedicato alla storia, alle tecniche e ai contenuti delle figurazioni dipinte nelle tombe di Tarquinia, dal 2004 dichiarate dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. La pittura costituisce certamente una importantissima testimonianza dell’immaginario degli Etruschi. Attraverso lo sviluppo storico della decorazione dipinta saranno evidenziati aspetti della cultura, della società e del rituale funerario nella loro evoluzione a partire dalle prime esperienze di età orientalizzante (primi anni del VII sec a.C.) fino agli ultimi esempi della pittura di età ellenistica, in concomitanza con la conquista romana dell’Etruria (metà del III sec. a.C.). Le pitture etrusche forniranno lo spunto per analizzare i contatti culturali con le principali civiltà del Mediterraneo attraverso la committenza, espressione di una ristretta élite aristocratica e la trasmissioni di temi iconografici e di tecniche da parte degli artisti e delle loro botteghe.

“Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena”: evento clou della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. I protagonisti hanno spiegato quei tre mesi vissuti nel silenzio a curare il gigante fragile, e come è nato il progetto di narrare questa avventura unica. Poi le immagini hanno rapito il pubblico

Frame del film “Reopening Colosseum” di Luca Lancise e Davide Morabito, in anteprima nazionale alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

 

Il manifesto della 31.ma rassegna internazionale del cinema archeologico intitolata “L’Italia racconta”

Cinquanta minuti con gli occhi incollati al grande schermo, rapiti dalle immagini mozzafiato su uno dei monumenti più visitati al mondo, il Colosseo, coinvolti nelle storie e nelle problematiche degli “abitanti” dell’anfiteatro Flavio, archeologi, restauratori, operai, custodi e personale di servizio, che non lo hanno mai abbandonato neppure nel momento più difficile e nuovo della sua millenaria storia, il lockdown, quando da un giorno all’altro le quotidiane migliaia di visitatori affascinati dalle antiche pietre hanno lasciato il posto al silenzio, alla solitudine di quegli ambienti mai vissuta prima. Ecco questo e molto altro hanno vissuto i partecipanti all’evento di sabato 3 ottobre 2020 al teatro Zandonai di Rovereto, la presentazione in anteprima nazionale in presenza del film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena” di Luca Lancise e Davide Morabito, momento clou della 31.ma Rassegna internazionale del Cinema Archeologico – Edizione speciale 2020 “L’Italia si racconta”. E a “raccontare” questi mesi unici, vissuti all’interno del Colosseo chiuso per emergenza coronavirus, sono stati gli stessi protagonisti, intervistati sul palco del teatro Zandonai da Barbara Maurina, conservatore archeologo della Fondazione Museo Civico di Rovereto.

Ha iniziato Federica Rinaldi, archeologa del Parco archeologico del Colosseo, nominata responsabile del Colosseo il 3 febbraio 2020, proprio un mese prima che scattasse il lockdown, che quindi ha vissuto in prima persona.  “Di certo non potevo pensare che di lì a un mese il monumento tra i più famosi al mondo avrebbe chiuso i cancelli per un periodo così lungo, ben 84 giorni. Il primo periodo ero travolta dalla novità della cosa e dalle migliaia e migliaia di turisti che ogni giorno affollano il Colosseo. Poi improvvisamente è calato il silenzio. All’inizio del lockdown siamo rimasti a casa, in smartworking. Ma il pensiero era sempre rivolto a questo “gigante fragile”, come viene definito nel film, e non lo abbiamo mai abbandonato. Ho avuto l’autorizzazione a potermi recare a lavorare al monumento durante la settimana, per non lasciare solo né lui né il personale di custodia che ovviamente non è mai mancato durante questi 84 giorni, e poter monitorarlo e osservarlo insieme agli operai della manutenzione. È stata sì una vicenda grossa, emotivamente molto coinvolgente, però posso dire che fin da subito è diventata un’opportunità perché questo silenzio, come si dice anche nel film, mi ha permesso di ascoltare quello che il Colosseo voleva dire a me e immagino anche ai miei colleghi. Sapevamo tutti che questa esperienza avrebbe cambiato completamente il modo di fruire lui, come tutti i musei, ma lui in particolar modo per la sua stessa storia, la sua stessa conformazione. E quindi da subito abbiamo pensato che pur essendo prioritaria la sicurezza bisognava anche garantire forse un nuovo racconto di questo monumento che in questi 84 giorni ci ha insegnato tantissimo. Nel film viene usata la parola “umiltà” perché con umiltà ci siamo posti davanti a lui, con umiltà abbiamo cercato di conoscerlo ancora di più di quello già pensavamo di conoscerlo, e con umiltà ci siamo posti di fronte a questa nuova avventura che è quella della riapertura che stiamo portando avanti con un nuovo tipo di pubblico che lo sta frequentando, lo sta conoscendo, e che credo lo sta amando di più. Quindi è stata una sfida ma una sfida che ha dato a me l’opportunità di fare un lavoro forse anche più meditato, un lavoro che ho condotto in questi tre mesi di chiusura pensando che l’obiettivo era la riapertura. Ovviamente non ero da sola, ma siamo un gruppo di colleghi, funzionari, particolarmente appassionati, guidati dal nostro direttore Alfonsina Russo. E tutti insieme: perché il Colosseo e il parco archeologico del Colosseo riaprissero e potessero aprirsi anche a una nuova dimensione di visita”.

È poi intervenuta Elisa Cella, archeologa del parco archeologico del Colosseo. “In questi mesi il Colosseo ci ha detto molto e ha parlato una lingua diversa. Il silenzio ha consentito a noi di ascoltare la voce del Colosseo in una maniera del tutto nuova. Abbiamo potuto soffermarci su quello che è conservato e nascosto sulle sue pareti. Abbiamo cominciato a leggere i segni lasciati anche in età moderna e contemporanea proprio con l’intento di restituirli al pubblico sia nell’immediato che ovviamente una volta riaperto il monumento. Perché non abbiamo mai dubitato che non si potesse arrivare alla riapertura, e arrivarci arricchiti, insieme. Siamo stati fortunati perché nel nostro gruppo di lavoro la malattia non è entrata. In qualche modo lavorare all’interno del Colosseo ci consentiva di ascoltare i suoni delle sirene delle ambulanze da lontano e di poterci concentrare sul lavoro. Un lavoro che ha visto la lettura stratigrafica del monumento andare avanti, arricchirsi, e nello stesso tempo pensare a come restituirlo al pubblico. Oggi se stiamo proponendo il sabato sera un percorso per negromanti e pastori, e che parla di un’eredità più dimenticata del Colosseo, proprio quella che degli anni è considerata dell’abbandono, è grazie a questa esperienza. È grazie a questo momento che ci siamo resi conto che siamo in un luogo in cui il presente diventa storia. E questo in qualche modo ci dicono quelle pareti in cui sono incisi i nomi dei primi visitatori. Un gesto che oggi è in realtà un danneggiamento al patrimonio, un reato, ma che in passato era un segno di estrema vicinanza con questi luoghi. Forse però quello che ci ha detto il Colosseo in quel momento in cui abbiamo avuto la fortuna di poter tornare a lavorare è stato quello di avere fiducia, e una lezione sulla storia: il fatto che comunque questo tempo sarebbe passato, che ci sarebbe stato un cambiamento che mai avremmo potuto vederlo, e che noi avevamo il dovere di trasmettere questa fiducia all’esterno. Perché noi, come tanti, abbiamo continuato a lavorare e prenderci cura di qualcosa di importantissimo, un simbolo. Quello che abbiamo cercato di fare anche durante quei momenti era, attraverso i nostri canali di comunicazione, i nostri social, trasmettere questa fiducia all’esterno, trasmettere la menzione di un tempo che passa anche nei peggiori dei momenti a più persone possibili”.

Barbara Nazzaro, architetto, direttore tecnico del Colosseo, ha invece illustrato le problematiche affrontate durante la quarantena. “All’inizio è stato veramente scioccante, e poi l’abbiamo presa come l’occasione per fare tutte quelle piccole cure di manutenzione che non riusciamo a fare perché la gente vuole vedere il Colosseo. È stata veramente una grandissima occasione per lavorare in maniera approfondita”.  

L’ultima parola, prima della proiezione, è andata a Davide Morabito, regista, che con Luca Lancise ha realizzato appunto il film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena”. A lui il compito di spiegare come è nato questo progetto, che cosa ha fatto scattare l’interesse per il Colosseo, luogo archeologico per eccellenza, luogo della romanità per eccellenza. E cosa ha comportato fare le riprese in un’area archeologica così importante ma anche così delicata. “All’inizio, quando tutta l’Italia era sospesa, e c’era questo silenzio agghiacciante nelle strade, con Luca, col quale per mestiere raccontiamo delle storie, ci siamo detti: cerchiamo di raccontare qualcosa di quello che sta succedendo. Lui aveva già lavorato in un documentario sul Colosseo, e durante questa ricerca abbiamo riflettuto sul cosa c’era da capire su questo grande gigante in pietra, cosa stava succedendo in questa icona conosciuta in tutto il mondo. Un valore essenziale e la spinta è stata un po’ l’esperienza umana che abbiamo vissuto. Tutti noi abbiamo scoperto qualcosa, anche nelle nostre case, durante quel lockdown. Noi avevamo davanti delle persone che ci trattavano comunque con molta amicizia, e che – anche loro – si sono innamorate di questo progetto, di questo pezzo di storia che volevamo raccontare. E ci hanno accolto. Abbiamo visto come loro effettivamente si prendevano cura in un momento così di precarietà morale. È stato molto bello umanamente, e questo ci ha portato avanti inizialmente con poche sicurezze, un po’ come era la situazione di tutti, e poi man mano abbiamo continuato a seguire loro e abbiamo capito che raccontare la riapertura sarebbe stata un’esperienza emozionante e viverla insieme a loro”.

E finalmente la proiezione del film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in Quarantena” di Luca Lancise e Davide Morabito (Italia, 2020, 51′). Produzione: DMPA e LANCILUC srls, in collaborazione con il Parco archeologico del Colosseo. Direttore del Parco archeologico del Colosseo: Alfonsina Russo. Consulenza scientifica: Federica Rinaldi ed Elisa Cella (Parco archeologico del Colosseo). Il documentario non solo ha seguito le giornate delle tre protagoniste intervenute a Rovereto, ma anche di altri personaggi: dal direttore Alfonsina Russo che considera il Colosseo come un figlio, al custode Salvatore di Maria che avrà l’onore di riaprire i cancelli del Colosseo proprio alla vigilia della pensione dopo quarant’anni di servizio; dalla restauratrice Angelica Puija che pulisce quasi accarezza le antiche pietre dalle ferite di visitatori maleducati, all’operaio capo della manutenzione Geovanni Zamora de la Cruz che conosce come i palmi delle sue mani orgoglioso di lavorare in una delle sette meraviglie del mondo. E poi ci si lascia rapire dalle immagini emozionanti dal drone a volo di uccello sfiora le antiche pietre, si alza in alto fin sopra le volte, spazia lo sguardo sui fori, l’Arco di Costantino, il colle Palatino, e poi in picchiata si butta fin dentro l’arena. Tensione, emozione, aspettative. Fino all’atteso giorno della riapertura: il 1° giugno 2020. Ad accogliere, tra gli applausi i primi visitatori ci sono tutti, dal direttore al custode, come una grande famiglia che apre le porte ai graditi ospiti.

Roma. “Colori degli Etruschi”: In mostra alla Centrale Montemartini preziosi tesori di terracotta, una straordinaria selezione di testimonianze di arte etrusca, in parte inedite, dal territorio dell’antica Cerveteri recuperate grazie all’Arma dei Carabinieri e all’impegno del Mibact

Frammento con volto proveniente da Cerveteri in mostra alla Centrale Montemartini di Roma (foto museiincomune)

Kylix con al centro figura di atleta in mostra alla Centrale Montemartini di Roma (foto museiincomune)

All’inizio del 2016 i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno recuperato a Ginevra una ingente quantità di reperti sottratti illegalmente all’Italia: insieme a vasi figurati della Magna Grecia e a statue romane è stata rinvenuta una straordinaria serie di lastre parietali e di frammenti architettonici etruschi dalla vivace policromia, accumulati in frantumi in decine di casse, senza più alcun ordine coerente. Un’attenta attività di studio e restauro condotta dalla soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio su tali reperti, frutto di scavi clandestini e quindi privi di dati di contesto, ha consentito di riconoscere in un cospicuo numero di frammenti, grazie alle loro caratteristiche tecniche e alla raffinatezza di esecuzione, lastre dipinte etrusche provenienti dall’antica Cerveteri, note finora solo da esemplari presenti in alcune delle più importanti collezioni museali italiane e straniere.

Frammento di lastra etrusca con cigno da Cerveteri in mostra alla Centrale Montemartini a Roma (foto museiincomune)

A questo fortunato recupero di opere è seguita la ratifica di un importante accordo di cooperazione culturale internazionale siglato tra il Mibact e la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, che ha comportato il rientro dalla Danimarca in Italia di una consistente ulteriore serie di frammenti di lastre dipinte etrusche, analoghe a quelle trovate a Ginevra. Una prima fase di studio e ricerca condotta su questi preziosi materiali, datati tra il 530 e il 480 a.C., è culminata in una mostra e in un convegno internazionale di studi organizzati dalla Sabap al Castello di Santa Severa (Santa Marinella, Roma) nel giugno 2018, a cui ora fa seguito l’edizione romana della mostra, nella prestigiosa sede della Centrale Montemartini, in un allestimento rinnovato e aggiornato grazie alla presentazione degli ultimi risultati delle ricerche.

Antefissa con satiro e menade da Cerveteri in mostra alla Centrale Montemartini a Roma (foto museiincomune)

Una straordinaria selezione di lastre parietali figurate e decorazioni architettoniche a stampo in terracotta policroma, provenienti dal territorio di Cerveteri (l’antica città di Caere) e in parte inedite, proposta nella mostra “Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta alla Centrale Montemartini”. L’esposizione è promossa da Roma Capitale, assessorato alla Crescita culturale – sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dalla soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, con il patrocinio della Regione Lazio. Progetto scientifico e cura di Alfonsina Russo, Claudio Parisi Presicce, Leonardo Bochicchio, Daniele Federico Maras e Rossella Zaccagnini. Organizzazione Zètema Progetto Cultura.

Kylix laconica da Cerveteri in mostra alla Centrale Montemartini di Roma (foto museiincomune)

Frammento di lastra dipinta con figura di danzatrice in mostra alla Centrale Montemartini di Roma (foto museiincomune)

Attraverso l’articolato percorso espositivo, la mostra vuole offrire al pubblico una chiave di lettura il più possibile esaustiva delle terrecotte dipinte etrusche recuperate, suddivise per temi e tipologie (imprese di Ercole e altri miti; la danza; gli atleti e i guerrieri; i contesti; le terrecotte architettoniche) e illustrate da preziosi materiali di confronto, in molti casi inediti, cercando di restituire al meglio a questi frammenti, decontestualizzati dallo scavo e dal commercio clandestino, una serie di preziose informazioni che permettano loro di fornire nuovamente il proprio inestimabile contributo alla conoscenza della storia e della produzione artistica dell’antica Caere all’apice del suo splendore culturale. I pregevoli materiali archeologici di confronto esposti in mostra per corredare e approfondire le tematiche affrontate nelle varie sezioni espositive sono anch’essi in parte frutto di recuperi effettuati dall’Arma dei Carabinieri, in parte di restituzioni effettuate in base ad accordi internazionali tra il Mibact e prestigiosi musei stranieri.

Anfora della Collezione Castellani dai musei Capitolini (foto museiincomune)

Pelike attica della Collezione Castellani dai musei Capitolini (foto museiincomune)

A questi materiali si aggiunge il contributo fornito da un prezioso nucleo di vasi attici a figure nere e rosse appartenenti alla Collezione Castellani dei Musei Capitolini, normalmente non esposti al pubblico, e scelti per analogia tematica. La mostra vuole anche rappresentare, con una sezione appositamente dedicata, il dovuto riconoscimento, nel cinquantenario della sua istituzione, all’infaticabile attività svolta dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, impegnato quotidianamente nella sua azione di contrasto al traffico illegale di opere d’arte del nostro Paese. In occasione della mostra viene pubblicato un catalogo a cura di Nadia Agnoli, Leonardo Bochicchio, Daniele Federico Maras e Rossella Zaccagnini.