Archivio tag | Acaia

#iorestoacasa. Cinque nuovi “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalle metope del santuario di Hera alla foce del Sele al santuario meridionale, da Eracle a Chirone, da Apollo ad Asclepio, in un viaggio di miti, di pratiche rituali e di guarigione, dall’Arcadia e dall’Acaia fino alle coste campane, nel lontano Occidente

Il tempio di Nettuno a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Nel bollettino numero 11 del Parco Archeologico di Paestum e Velia parla Claudio Ragosta, responsabile dell’Ufficio Bilancio: “In questi giorni stiamo liquidando tutti i fornitori, sia per quanto riguarda i servizi, sia i lavori, per contribuire in qualche modo al non decadimento dell’economia locale”. In questo momento così delicato, l’economia italiana va sostenuta e la direzione del parco spiega come “nel nostro piccolo siamo dalla parte di tutti i lavoratori”.

Nel bollettino numero 12 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel parla di Eracle, il semidio figlio di Zeus, ammirato dagli antichi per la sua forza. Rappresentato sul fregio del tempio di Hera nel Santuario alla Foce del Sele. In una metopa, ad esempio, si vedono i due fratelli Cercopi catturati da Eracle, legati a una pertica a testa in giù. “È emblematico – spiega Zuchtriegel – che in uno dei primi templi, quello di Hera, che i Greci, appena arrivano intorno al 600 a.C. alle foci del Sele per fondare la città di Poseidonia-Paestum, costruiscono, Eracle abbia un ruolo centrale: ci sono le sue avventure, le vicende legate alla sua lunga vita che si conclude con il suo accoglimento nell’Olimpo”. Perché la centralità di Eracle? Per i Greci era un po’ il garante dell’ordine, della giustizia, della difesa contro ogni tipo di oltraggio. E soprattutto in queste terre lontane dalla madre patria, circondati da un mondo sconosciuto con altre culture, altre lingue, altri popoli, era rassicurante vedere l’eroe greco per eccellenza punire chi non rispettava l’ordine divino di Zeus”.

Nel bollettino numero 13 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci guida alla scoperta di alcune metope provenienti dal tempio di Hera alla foce del fiume Sele, conservate nel museo Archeologico nazionale di Paestum. “Alcune metope provenienti dal tempio di Hera alla foce del fiume Sele sembrano non finite”, spiega Zuchtriegel. “In realtà esse erano completate con il colore”. In una metopa vediamo due figure con arco e frecce: sono Apollo e la sorella Artemide, due divinità. Apollo è raffigurato come sempre con i capelli lunghi, che erano aggiunti con la pittura. Stanno inseguendo Tizio, il gigante raffigurato nella metopa successiva, che tiene col braccio la loro madre Latona. Quindi stanno tentando di liberare la madre dal gigante. “Cosa ci fa Apollo sul fregio del tempio più antico di Hera?”, si chiede il direttore. “Apollo è l’unica divinità, insieme ad Artemide, presente sul tempio di Hera dove ci sono soprattutto episodi del mito, con Eracle, Achille, e altri. In realtà Apollo era un dio molto importante per i coloni: per l’oracolo di Delfi che era ospitato nel tempio a lui dedicato, ma anche per la medicina: il suo figlio, Asclepio, era il dio dei santuari Asclepiei, specie di ospedali dove la gente si recava, dove c’erano medici che curavano i malati. Questi Asclepiei esistevano probabilmente a Poseidonia, ma anche a Velia e in molti altri siti del Mediterraneo sono state scoperte strutture interpretate come Asclepiei. Apollo, il padre di Asclepio, è un po’ più ambivalente: è sì il dio della medicina e della guarigione, ma è anche quello che manda le piaghe quando qualcosa non va e comunica proprio attraverso la piaga. È quindi anche il dio della riflessione, una riflessione per certi versi etica di quello che sta succedendo. E anche per questo ha una grande importanza per tutto il mondo greco”.

Nel bollettino numero 14 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci guida alla scoperta del centauro Chirone. Siamo sempre all’interno del museo Archeologico nazionale di Paestum, ma non più nella sala dedicata la tempio di Hera alla foce del Sele, ma a quella del santuario meridionale della città, nel centro urbano, santuario di Hera e forse anche di Apollo. Anche qui c’è l’elemento della salute, della medicina, solo che è presente in una forma totalmente diversa. C’è un cippo che porta un’iscrizione greca: “Cheironos”, cioè di Chirone, un centauro, il più saggio e benevolo dei centauri, metà uomo e metà cavallo, medico saggio ed esperto che utilizzava i poteri curativi di erbe e radici. “Questo cippo è particolare”, spiega Zuchtriegel: “è aniconico, quindi senza immagine, ben lontana da quel modello che ci viene dal mondo classico ricco di statue, esempi di bellezza e di arte realistica attenta ai dettagli e alla rappresentazione veristica del corpo. Qui invece abbiamo un monumento che sembra di un altro mondo, primitivo, aniconico, con cippi come conosciamo in altre culture. Eppure è più o meno dello stesso periodo delle metope e di altre opere. Quindi dobbiamo immaginare un mondo classico dove coesistevano varie forme di religiosità, di arte, di ritualità. Accanto a templi, a statue, a quello che nell’immaginario è il classico, c’era anche questa parte “sommersa” o meno presente per noi, così come lo era la medicina rappresentata da Chirone. I centauri sono esseri molto ambigui: da un lato sono selvaggi, vivono nei boschi, e non rispettano le regole della polis, della città, e perciò vengono cacciati, o uccisi da Eracle e da altri eroi. Alcuni sono anche dei rifugiati: secondo la tradizione, anche qui in Italia. Il capostipite degli Ausoni, la prima popolazione italica, quella che i greci avrebbero incontrato approdando sulle nostre coste, sarebbe stato il centauro Mares. Rappresentano quindi un po’ quella parte repressa della storia, che viene poi spazzata via dall’urbanizzazione, dalla colonizzazione. Ma c’è anche un centauro come Chirone: quindi i centauri rappresentano anche un antico sapere su come trattare uomini e animali (loro stessi sono un mix di uomini e animali), e perciò rappresentano un altro legame con la natura, con i boschi dove vivono, le montagne, gli animali. Loro sfruttano le risorse della natura, come radici ed erbe, per curare gli esseri viventi, siano essi animali o uomini”.

Nel bollettino numero 15 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci porta a passeggiare nel santuario Meridionale della città antica alla scoperta di miti, leggende e pratiche rituali legate alla guarigione. Siamo sul luogo dove è stato trovato il cippo di Chirone che abbiamo visto esposto nel museo Archeologico nazionale di Paestum. Di fronte al tempio di Hera, la cosiddetta Basilica, c’è un edificio ancora moto discusso, costruito sopra un grande spazio sotterraneo vuoto, probabilmente per la raccolta dell’acqua, importante per tutte le attività di guarigione e medicinali. “Da qui – spiega Zuchtriegel – viene il cippo di Chirone, e qui c’è ancora in situ un’altra stele in arenaria che faceva parte di un gruppo di cippi aniconici, quindi pietre lasciate più o meno grezze che popolavano lo spazio del santuario. Questo è riscontrato anche nel santuario di Hera alla foce del Sele, e a Metaponto, la colonia sorella di Poseidonia, dove davanti al tempio di Apollo c’erano questi pietre non lavorate. Dobbiamo immaginare questi cippi soprattutto davanti al tempio di Nettuno. Purtroppo spesso non sono stati documentati nella prima metà del Novecento quando furono effettuati degli scavi a Paestum. Comunque proprio da questa presenza scaturisce l’ipotesi che il tempio cosiddetto di Nettuno potesse essere in realtà un Apollonion, un tempio cioè di Apollo. In quel caso avremmo esattamente come a Metaponto Hera accostata a due divinità estremamente importanti”. Oggi davanti al tempio di Nettuno vediamo un edificio e, accostato, una piccola vasca, dove le analisi hanno dimostrato che qui l’acqua è stata presente per tempi prolungati. La vasca è strutturata in tre parti: una parte abbastanza larga, poi una – quasi un pozzetto – più profonda con degli scalini per immergervisi, e quindi una parte per i bagni rituali. Le donne si sedevano sul pilastrino centrale e poi su di loro veniva versata l’acqua: rito spesso illustrato con protagonista la stessa dea Afrodite. L’archeologo Mario Torelli ha ipotizzato che il tempio di Nettuno fosse dedicato ad Apollo, e che l’edificio più piccolo davanti ad esso fosse dedicato alla sorella Artemide. Quindi questo santuario riprenderebbe le forme del santuario di Artemide Hemera a Lusi, al confine tra Acaia e Arcadia, nella patria dei coloni di Sibari che poi hanno fondato Poseidonia. Siamo quindi in presenza di un lungo viaggio di riti, di miti, di pratiche rituali e di guarigione, dall’Arcadia – che era anche la terra nativa dei Centauri – e dall’Acaia fino alle coste campane, nel lontano Occidente”.

Tombe micenee inviolate scoperte a Eghion (Acaia, Grecia) dall’università di Udine con corredi di ceramica e una sorta di altare funerario realizzato con le ossa degli antenati

Archeologi dell'università di Udine e Trieste a Eghion nel sito protostorico della Trapezà in Acaia

Archeologi dell’università di Udine e Trieste a Eghion nel sito protostorico della Trapezà in Acaia

L’avvisaglia che si era difronte a una grande scoperta gli archeologi dell’università di Udine, impegnati nella missione a Eghion, nel sito protostorico della Trapezà, nella regione di Acaia (Peloponneso occidentale) in Grecia, l’avevano avuta già al termine della quarta campagna di scavo nel settembre 2013: lo scavo aveva individuato tre tombe micenee inviolate, databili tra il XV e l’XI secolo a.C. All’interno corredi funerari con elaborate ceramiche e preziosi oggetti d’ornamento, e i resti di un abitato preistorico, fondato verosimilmente alla fine del III millennio a.C. Ma alla fine dell’ultima campagna di scavo, la quinta, le ipotesi sono diventate certezza: gli archeologi coordinati da Elisabetta Borgna, docente di Archeologia egea all’Università di Udine, nell’ambito di un progetto internazionale del Ministero greco della Cultura, diretto da Andreas Vordos, hanno scoperto sepolture micenee intatte, databili tra XV e XIV secolo a.C., con corredi di ceramica e attrezzi in metallo, e una sorta di altare funerario per rituali come libagioni e offerte di culto su cui venne deposto un defunto. I ritrovamenti sono avvenuti nel sito protostorico della Trapezà durante l’esplorazione della necropoli di 3500 anni fa individuata dalla missione dell’Ateneo friulano negli anni scorsi. Sono state portate completamente alla luce due delle tombe identificate nel corso delle precedenti campagne. Si tratta di tombe “a camera” (cioè scavate in un pendio e costituite da un corridoio d’accesso e una camera funeraria), con ingressi murati da massicci blocchi di roccia e rivestimenti in ghiaie compatte. I micenei le usavano continuativamente, o a intervalli, per molte generazioni. Nel caso della necropoli della Trapezà l’uso continuò dal XV all’XI secolo a.C. Agli scavi dell’ultima missione (settembre 2014) nel sito della Trapezà hanno partecipato anche studenti e dottorandi dell’università di Udine e del corso di laurea magistrale interateneo Udine-Trieste in Scienze dell’antichità. Le campagna è stata condotta grazie al sostegno dell’ateneo friulano e del ministero degli Affari esteri, con il supporto dell’Institute for Aegean Prehistory di Philadelphia (Stati Uniti), della Fondazione Crup e del gruppo Monte Mare di Grado.

L'equipe coordinata da Elisabetta Borgna ha scoperto tombe micenee inviolate a Eghion el Peloponneso Occidentale

L’equipe coordinata da Elisabetta Borgna ha scoperto tombe micenee inviolate a Eghion el Peloponneso Occidentale

“Sono ritrovamenti di inestimabile valore scientifico quelli rinvenuti a Eghion”, afferma Elisabetta Borgna. È proprio una delle tombe collettive scavate degli studiosi ad aver restituito la serie di inumazioni primarie (prima deposizione) inviolate con tanto di corredi come anfore, vari tipi di vasi, attrezzi, ornamenti e oggetti personali. “Dopo l’ultima deposizione funeraria”, spiega la professoressa dell’ateneo friulano, “la camera funeraria non venne più visitata, benché la sua presenza continuasse ad essere segnalata nel corridoio antistante da una serie di offerte di culto tributate agli antenati, a partire dal XII secolo a.C. e fino all’età ellenistica”. L’altro significativo ritrovamento è una specie di piattaforma, costruito con una quantità di ossa di precedenti inumati (“antenati”), sulla quale vennero svolti riti di libazione e di offerta e dove, infine, fu deposto il corpo di un defunto: una testimonianza singolare e di estrema rilevanza, degna di essere studiata nel dettaglio. “Gli indizi emersi – sottolinea Borgna – hanno suggestivi riscontri nelle informazioni tramandate dall’epica omerica e questo è un elemento di particolare rilievo per la definizione storico-culturale della necropoli della Trapezà”. Sono molte le tombe micenee conosciute attraverso i loro preziosi corredi, ma le circostanze del rinvenimento – scavi di emergenza o attività clandestine – raramente consentono di ricostruire le modalità di frequentazione e uso delle strutture funerarie e di riconoscere l’atteggiamento che gli antichi progenitori dei Greci avevano nei confronti del passato e degli antenati. “È opinione comune che, nel rioccupare tombe giù utilizzate, i Micenei fossero soliti mettere da parte con scarso riguardo, ai margini delle camere funerarie, le ossa di coloro che erano stati deposti in precedenza. Tale opinione potrebbe essere smentita proprio dagli scavi di Eghion”.

La porta trovata dagli archeologi a sigillo di una delle tombe micenee inviolate

La porta trovata dagli archeologi a sigillo di una delle tombe micenee inviolate

Il ritrovamento di alcune nicchie scavate lungo le pareti dei corridoi d’accesso ha rivelato l’abitudine di mettere da parte, dando loro una degna collocazione, i resti delle sepolture più antiche in occasione della riapertura e del riuso dei sepolcri. Nei riempimenti dei lunghi corridoi delle tombe e nelle aree antistanti i sepolcri gli archeologi hanno trovato tracce di deposizioni di armi in ferro e di vasi, testimonianza di ripetute attività di culto in onore degli antenati che vennero svolte a partire dalla definitiva chiusura delle tombe fino al periodo arcaico e classico (VI e IV secolo a.C.), quando il sito, parte della città achea di Rhypes, ebbe particolare importanza, testimoniata dalla presenza di un imponente tempio. “Si tratta di strutture funerarie di tipo familiare – spiega Borgna –, utilizzate a lungo nell’età micenea, ossia dal periodo che precede la fondazione dei palazzi di Micene e Tirinto, fino alla crisi della civiltà micenea, alla fine dell’età del bronzo e alla transizione all’età del ferro (XV-XI secolo a.C. circa)”. Alcuni dei materiali rinvenuti consentono di far luce sugli intensi rapporti culturali che legarono il Peloponneso occidentale alle regioni del Mediterraneo orientale, in particolare l’isola di Cipro, soprattutto negli ultimi secoli dell’età del bronzo. “Gli oggetti ritrovati – sottolinea Borgna – testimoniano l’importantissima funzione della regione achea e del mar di Patrasso nel passaggio di elementi culturali che influenzarono in maniera significativa l’Adriatico settentrionale, dal delta del Po fino al Friuli, tra XII e XI secolo a C.”.

Le tombe micenee scoperte a Eghion hanno restituito ricchi corredi ceramici

Le tombe micenee scoperte a Eghion hanno restituito ricchi corredi ceramici

L’antichissimo abitato ospitava, con tutta probabilità, le genti che seppellivano i propri morti nella necropoli. Da un primo esame dei materiali raccolti, il villaggio sembra aver avuto vita a partire da fasi molto antiche della protostoria (fine III – inizi II millennio a.C.) per continuare durante il periodo miceneo, nella tarda età del bronzo (XI secolo a.C.). “Tra le ceramiche trovate – spiega Borgna – risaltano alcuni frammenti collegabili a una produzione di tipo “adriatico”, attestata nell’area balcanica costiera e fino alle grotte del Carso triestino”. L’esplorazione della necropoli della Trapezà, in un’area collinare vicino alla costa sul mar di Corinto, è particolarmente difficoltosa perché, diversamente da quanto riscontrato in altre regioni della Grecia micenea, le tombe non sono state scavate nella roccia tenera, ma si trovano nelle sabbie che costituiscono il substrato della zona. “Così – spiega la professoressa Borgna –, per quanto coese e compatte, le sepolture non hanno resistito al passare dei secoli: le camere sono per lo più crollate e, anche quando sono inviolate e discretamente conservate, costringono l’archeologo a un paziente e arduo lavoro di riconoscimento e recupero”.

Per il 2015 la prof. Borgna intende fare ulteriori esplorazioni dell'area

Per il 2015 la prof. Borgna intende fare ulteriori esplorazioni dell’area

“L’eccezionale interesse delle ricerche – sottolinea Borgna – induce ora a elaborare per il 2015 un programma denso di iniziative, che non solo prevedono lo studio dei materiali e dei contesti recuperati, ma anche ulteriori esplorazioni, la cui attuazione dipenderà naturalmente dai fondi disponibili”. Oltre a ulteriori ricognizioni nell’area del sito funerario, gli archeologi intendono infatti avviare saggi esplorativi nella zona dell’insediamento per studiare la vita quotidiana delle popolazioni che seppellivano i propri morti nell’adiacente necropoli.