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Natale di Roma, per “Canti di pietra” il parco archeologico del Colosseo ospita l’attore e regista Abel Ferrara che legge le poesie di Gabriele Tinti ispirate ai riti della fondazione di Roma, dall’umbilicus urbis al Lacus Curtius

Giovedì 21 aprile 2022, in occasione della ricorrenza del Natale di Roma, alle 11.30, il parco archeologico del Colosseo per “Canti di Pietra”, ospita l’attore e regista Abel Ferrara per la lettura delle poesie di Gabriele Tinti ispirate ai riti della fondazione di Roma, ai luoghi sacri e misterici collegati con la fase originaria della città. L’evento è aperto a tutto il pubblico in possesso di biglietto di accesso al PArCo. La lettura poetica avrà luogo nei pressi dell’umbilicus urbis che – come dice il nome stesso (umbilicus dal greco omphalòs) – è il centro simbolico della città, per poi concludersi in prossimità del Lacus Curtius, un luogo enigmatico avvolto da molte leggende. L’umbilicus urbis è stato identificato con il centro ideale della città che celava il mundus, ossia la fenditura nel terreno dedicata agli Dei Mani che fungeva da contatto, da porta, tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il passaggio veniva aperto tre volte all’anno con la formula di rito Mundus patet che consentiva alle anime dei morti di ricongiungersi a quelle dei vivi in giorni considerati nefasti.

Il Lacus Curtius, nel Foro Romano, un luogo enigmatico avvolto da molte leggende

Le poesie ispirate al Lacus Curtius si riferiscono invece alle varie narrazioni mitiche e in particolare al racconto di Tito Livio che parla di una profonda voragine che improvvisamente si aprì nel cuore del Foro Romano, forse all’inizio del periodo regio. Egli riporta che furono compiuti numerosi tentativi per riempirla con la terra, ma senza successo. Il responso degli àuguri fu, come sempre, di difficile interpretazione: l’abisso poteva essere chiuso soltanto con il sacrificio di “quo plurimum populus Romanus posset” (Livio, Ab Urbe condita libri, libro VII, cap. V), ovvero di ciò che il popolo romano aveva di più caro. Il cavaliere Marco Curzio pensò che la cosa più preziosa dei Romani fosse il valore dei suoi giovani soldati. Fu così che, vestito con l’armatura da battaglia, montò in sella al suo cavallo e si gettò nella voragine, sacrificando la propria vita.

“I Celti ad Altino” per il ciclo “Passaggi e permanenze ad Altino dall’Antichità alla Grande Guerra”. Companatiche propongono pane di diversi cereali, salame gallico, stracchino, zuppa di orzo e macedonia di mele e fichi secchi. Mariolina Gamba accompagna gli ospiti a cogliere le tracce celtiche in museo

Tra settembre e ottobre quattro week-end al museo Archeologico di Altino con visite guidate, archeoaperitivo, laboratori e percorsi tematici

Mariolina Gamba, già direttrice del museo Archeologico nazionale di Altino

È definito lo “spalmabile” più tipico delle Marche. Stiamo parlando del “ciauscolo”, il famoso salume Igp, roseo, profumato, dal gusto saporito ma delicato, le cui origini – secondo il detto comune – sarebbero da ricercare nella tradizione contadina marchigiana. Ma le radici del ciauscolo sarebbero invece molto più antiche. A spiegarlo saranno Francesca Lamon e Marta Sperandio dell’associazione Companatiche sabato 23 settembre 2017 al museo Archeologico nazionale di Altino (Venezia), per il secondo week end di incontri del ciclo “Passaggi e permanenze ad Altino dall’Antichità alla Grande Guerra” dedicato a “I Celti ad Altino”. Lo schema del week end è lo stesso del primo incontro: alle 19.30, archeoaperitivo celtico a cura dell’associazione Companatiche; alle 21, dialogo e visita tematica con Mariolina Gamba, già direttrice del museo Archeologico nazionale di Altino. Domenica 24 settembre 2017, dalle 16, “Tutti al museo”, laboratorio di archeologia sperimentale “Scopriamo che cos’è la natura per gli archeonauti” a cura di Street Archaeology e percorso tematico-interattivo “Altino: oggetti Stra-Vaganti” a cura di Studio D. Terzo week-end con i romani. L’ingresso al museo costa 3 euro (salvo riduzioni). Per i laboratori 6 euro a persona; mentre il biglietto dei percorsi tematici è di 3 euro a  persona o 6 euro a famiglia (gratuito domenica 24 settembre). Infine l’archeoaperitivo è su prenotazione con contributo liberale a scopi associativi di 10 euro (info e prenotazioni: companatiche@gmail.com – cell.: 389 818 6533)

Il nuovo museo archeologico nazionale di Altino

Marta Sperandio e Francesca Lamon

Durante i nostri eventi che abbiamo chiamato L’antichità va gustata”, spiegano Companatiche, “siamo molto attente ai prodotti e questa volta porteremo nell’aperitivo ben due Presidi Slow Food. Direttamente da Cheese: lo Stracchino all’antica delle Valli Orobiche e il Lardo di suino nero dei Nebrodi. Ci sarà anche il salame ciauscolo, una specialità marchigiana che ha origine celtiche”. Secondo le fonti antiche i Celti sono stati fortemente attratti dai prodotti italici quali fichi secchi, uva, olio e vino (come dice Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia:  i Galli – cioè i Celti – vennero in Italia per i fichi secchi, l’uva, i campioni di olio e di vino, che aveva fatto loro conoscere l’elvetico Elicone al ritorno nelle Gallie da Roma). Ma i Celti, da esperti pastori e casari quali erano, producevano a loro volta formaggi di più lunga durata rispetto alla classica ricotta dei romani. “Pare infatti che la produzione di Bitto, Taleggio, Stracchino e Gorgonzola – fanno sapere Lamon e Sperandio, “sia iniziata proprio grazie a loro: l’usanza di allevare durante la stagione estiva gli animali da latte negli alpeggi è giunta fino ai giorni nostri e con essa la tradizione di trasformare in formaggio il latte prodotto”. Lo storico Tito Livio in Ab Urbe condita, ricorda anche che i Celti furono catturati “dalla dolcezza delle messi e soprattutto del vino”.  Senza dimenticare – parole di Ateneo di Naucrati – che “questi popoli scesi in Italia per amor del vino sono invece abituati a bere birra, della quale sono ottimi produttori. Sono abili anche nella lavorazione della carne, di maiale soprattutto. Le popolazioni celtiche, etrusche e, poi, romane, per conservare i cibi usavano il sale: la carne salata poteva durare ben più di quaranta giorni. Il loro cibo consiste in poche pagnotte ma molta carne in acqua oppure cotta sulle braci o con spiedi. Mangiano anche pesce d’acqua dolce e di mare, sia del posto che di fuori, sempre cotto alla griglia con sale, aceto e cumino”.

Il Ciauscolo, salame Igp delle Marche, discendente dal salame celtico

Il logo dell’associazione Companatiche

Archeoaperitivo celtico. “L’alimentazione dei Celti consiste in latte e vari tipi di carne, soprattutto quella di maiale, fresca e salata”, ci fa sapere Strabone (Geografia, IV), “… i maiali scorrazzano liberamente a branchi per le campagne e spiccano per le loro grandi dimensioni, per la rapidità e la forza, tanto che per gli stranieri e persino per i lupi è pericoloso avvicinarli”. Si inizia con il pane con lievito pasta madre e farine di grano tenero locali ai semi di lino, zucca, sesamo, papavero. “I cereali coltivati all’epoca dei Celti”, intervengono Companatiche, “erano farro, spelta, grano, segale, avena, miglio, grano saraceno e orzo. La farina, macinata a mano o con macine rotative, veniva trasformata in pani, gallette o polente”. Con il pane si può apprezzare il salame gallico (cioè il ciauscolo, prodotto Igp della Regione Marche). “Progenitori degli attuali francesi, i Galli producevano patés, impasti di carne sminuzzati. Da qui deriva il salame gallico ancora prodotto nelle Marche: si tratta del salame Ciaùscolo o Ciabùscolo ovvero cibusculum (piccolo cibo)”. Quindi si potrà assaggiare lo stracchino all’antica delle Valli Orobiche (presidio Slow Food) e senape dolce. “Ai Celti – intervengono le due archeologhe – si deve con ogni probabilità l’invenzione dello stracchino, così chiamato perché prodotto in stalla con il latte di vacche stracche dopo le lunghe transumanze. Si tratta di un latte con una ridotta quantità di materia grassa, più difficile da trasformare in formaggio: i Celti, esperti conoscitori dell’uso del caglio, ci riuscirono con l’aggiunta di latte di pecora e muffa raschiata dal pane di segale. Germani e Celti scoprirono che la pianta di senape è commestibile e anche i Romani utilizzavano i semi per preparare una pasta aromatica”.

Il lardo di suino nero dei Nebrodi (Presidio Slow Food) utilizzato dai celti per la zuppa di orzo

Ricostruzione di villaggio di celti, allevatori e casari

Il menù celtico prevede quindi la zuppa a base di orzo mondo e fagioli dall’occhio o dolici, realizzata con un fondo di lardo (lardo di suino nero dei Nebrodi, presidio Slow Food), cipolla ramata e scalogno, aromatizzata con semi di cumino tostati e macinati. Servita con un trito di sedano a crudo. “Soprattutto nei Paesi nei quali era abbondante la provvista di legna”, spiegano Lamon e Sperandio, “il calderone appeso al focolare era l’oggetto principale della cucina. La zuppa era la base dell’alimentazione quotidiana delle popolazioni dei paesi Celtici e forniva, oltre a un alimento caldo, un notevole apporto di sali minerali e di vitamine. Ogni giorno il brodo, costituito in prevalenza da ossa o da lardo e acqua, veniva arricchito con ingredienti nuovi: erbe di campo, selvaggina, un pezzo di carne salata, qualche cavolo e rape. Quello che poteva essere reperito veniva progressivamente messo a cuocere sempre nello stesso calderone, nel quale si aggiungeva acqua e non veniva svuotato se non poche volte all’anno. Nelle occasioni in cui il calderone veniva ripulito, col fondo rimasto si confezionavano gustose polpette dagli svariati ingredienti”. Già ai tempi di Giulio Cesare i Celti erano famosi per la lavorazione dei maiali, per la carne salta, il lardo affumicato e il pesce salato. Erano tutte risorse oggetto di scambio e di commercio. Si chiude con la macedonia di mele, fichi secchi, nocciole tostate e miele. Il fico era considerato dai Celti grande amico dell’uomo perché il suo frutto può essere conservato a lungo dopo il raccolto. “I fichi – concludono le esperte di Companatiche – non solo integravano l’alimentazione ma venivano utilizzati come dolcificanti. Veniva molto utilizzata anche tutta la frutta a guscio per la possibilità di conservarla a lungo. La nocciola, anche pestata, rappresentava una fonte di olio alimentare. Si poteva anche ricavare una pasta conservata in vasi coperta dal suo stesso olio: la Nutella ha quindi origini assai lontane!”.

Tito Livio superstar. Padova celebra il bimillenario della morte del grande storico latino col progetto Livius noster: convegni, incontri, spettacoli, musica, proiezioni, visite guidate, reading e molto altro ancora, dalla guida archeologica di Padova romana ai visori in realtà aumentata per il Patavium virtual tour. E in Prato della Valle si scava il teatro romano

La statua di Tito Livio all’interno del Palazzo Liviano affrescato da Massimo Campigli

Sono passati duemila anni dalla morte di Tito Livio, il grande storico latino vissuto tutta la vita nella romana Patavium, eppure a Padova è come se fosse ancora presente e i suoi concittadini lo vedessero passeggiare tra il foro e il teatro, o parlare della sua grande opera letteraria, Ab urbe condita libri, in 142 volumi, che narra in forma annalistica gli eventi dalla fondazione della Capitale (754-753 a.C.) alla morte di Druso (9 a.C.). “Lo stretto legame di Tito Livio con la terra d’origine”, spiegano i promotori di università e soprintendenza, “è un aspetto notevole della sua vita e della sua opera. Egli scelse infatti di aprire il proprio monumento storiografico nel nome della città natale, evocandone l’eroe fondatore Antenore, elevato al rango del mitico Enea. L’opera di Livio stabilisce così un rapporto complesso e duraturo tra Roma e Patavium, che si rivela vitale non solo per approfondire la visione storica dell’autore, ma anche per comprendere un’intera epoca, segnata da straordinari mutamenti politici, sociali, culturali”. Per il bimillenario della morte dello storico, Padova celebra Tito Livio con convegni, incontri, spettacoli, musica, proiezioni, visite guidate, reading e molto altro ancora: è il progetto Livius noster, un “progetto di lettura diffusa” lungo un anno che fa rivivere i fatti e la storia dell’antichità attraverso le forme più diverse del sapere, risultato di un complesso lavoro di sinergia tra università di Padova, Comune, soprintendenza Archeologica del Veneto, Regione, fondazioni, associazioni. Un video ben riassume questo notevole impegno di ricerca e divulgazione. Guarda il video di 7GoldTelePadova:

Marco Paolini in “Gli Orazi e Curiazi” di Bertolt Brecht il 1° ottobre al Palazzo della Ragione

Prato della Valle a Padova con l’isola Memmia

Ora le celebrazioni liviane entrano nel vivo: tra giugno e luglio 2017, con il prosciugamento temporaneo della canaletta dell’isola Memmia in Prato della Valle, sarà possibile ammirare i resti archeologici dell’antico teatro romano di epoca augustea. Si terranno invece tra settembre e ottobre, attività di geocaching a  cui potranno prendere parte gli studenti delle scuole superiori e i cittadini mentre si svolgerà a novembre un convegno di studi liviani dedicato a scienziati ed esperti. E poi lezioni e ascolto di brani d’opera legati al mondo romano e alle storie narrate da Tito Livio, produzioni cinematografiche e letture teatrali che culmineranno con lo spettacolo “Gli Orazi e i Curiazi” di Bertold Brecht interpretato da Marco Paolini per la regia di Gabriele Vacis il primo ottobre al Palazzo della Ragione. Ecco l’intenso programma. ONE BOOK ONE CITY: fino a ottobre 2017, letture nelle scuole primarie del libro “Tito Livio. Storie di ieri e di oggi”. LECTURAE LIVI: Mercoledì 4 ottobre 2017, ore 15, sala delle Edicole, Arco Vallaresso, Alexandra Grigorieva (University of Helsinki) in “La cultura culinaria al tempo di Tito Livio”. Giovedì 26 ottobre 2017, ore 15, aula Diano, Palazzo Liviano, Francesca Cenerini (Università di Bologna) in “Assenza e presenza delle donne in Tito Livio”. INCONTRI LIVIANI AI MUSEI CIVICI, ciclo “Perìpatos – La Padova di Tito Livio”: giovedì 14 settembre 2017, ore 17.30, “Padova tra due fuochi: l’aggressione di Cleonimo”; giovedì 21 settembre, 17.30, “Livio e i segni fondanti della città”; giovedì 19 ottobre, convegno “Livio, Padova e l’universo veneto”.  READING: venerdì 22 settembre 2017, ore 18, sala della Carità, via S. Francesco 61; venerdì 13 ottobre, 18, fondazione Antonveneta, Palazzo Montivecchi, via Verdi 15. RICERCHE ARCHEOLOGICHE AL TEATRO ROMANO: fino al 14 luglio 2017 visite al cantiere dal lunedì al venerdì, il mattino e il pomeriggio. Sabato mattina visita generale alle 10 e alle 11 (ritrovo davanti al civico 51, Prato della Valle). CINEMA: TITO LIVIO TRA HOLLYWOOD E CINECITTÀ: mercoledì 27 settembre 2017, ore 21, cinema MPX, via Bonporti 22, “Romani a banchetto”. GEOCACHING: sabato 30 settembre 2017 (evento per le scuole superiori), sabato 7 ottobre (evento per le scuole superiori), sabato 14 ottobre (evento per le scuole superiori), sabato 21 ottobre (evento per le scuole superiori), domenica 29 ottobre (evento aperto alla cittadinanza). TEATRO: domenica 1° ottobre 2017, ore 21, Palazzo della Ragione: Marco Paolini in “Gli Orazi e i Curiazi” di Bertolt Brecht, regia di Gabriele Vacis. CUCINA: A TAVOLA CON GLI ANTICHI: giovedì 5 ottobre 2017, ore 20, Bistrot Antenore, via S. Francesco 28. CONVEGNO INTERNAZIONALE DI STUDI LIVIANI: 6-10 novembre 2017: aula Magna di Palazzo Bo, via VIII febbraio 2 e Orto botanico, via Orto botanico 15. INIZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI CULTURALI: in occasione del bimillenario liviano le associazioni culturali di Padova propongono un’ampia rassegna di attività destinate ad adulti e bambini.

Foto d’epoca che presenta lo scavo dei ponti romani a Padova

Tavola con le caratteristiche architettoniche e strutturali dei ponti romani patavini

GUIDA ARCHEOLOGICA E VISORI Sono passati più di 2mila anni da quando Tito Livio percorreva le strade di Patavium. Com’era Padova all’epoca di Tito Livio? “A questa domanda”, spiega Jacopo Bonetto, direttore del dipartimento Beni culturali dell’università di Padova, “daranno risposta due nuovi strumenti, guida archeologica e visori. La guida archeologica su “Padova, la città di Tito Livio” (cura di Jacopo Bonetto, Elena Pettenò, Francesca Veronese, Cleup edizioni, Padova 2017) a carattere divulgativo, ma aggiornata nei contenuti, ha visto coinvolti studiosi appartenenti alle istituzioni culturali della città – università, soprintendenza, musei civici – e professionisti che da anni svolgono la loro attività indagando il sottosuolo urbano. Nella guida, la città antica è presentata attraverso una breve serie di saggi, a cui seguono schede descrittive di luoghi e monumenti, in alcuni casi visitabili. La guida, con saggi e schede sui luoghi e i monumenti di epoca romana, dalla tomba di Antenore alle aree archeologiche di Montegrotto Terme, passando per l’arena, il porto fluviale, l’acquedotto, il recinto funerario di Palazzo Maldura e le strade rinvenute nel sottosuolo della città, si configura quindi come un valido strumento per cittadini, turisti, insegnanti, giovani che intendano scoprire o riscoprire la storia antica di Padova”.

La guida archeologica “Padova, la città di Tito Livio” (Cleup Edizioni)

La guida, che sulla copertina riporta uno scavo in piazza Cavour, è articolata in due parti: la prima contiene i piccoli saggi, mentre la seconda le schede dedicate ai siti e ai monumenti degli anni di Tito Livio, luoghi che Elena Pettenò della soprintendenza articola in base alle loro caratteristiche: essi possono essere luoghi simbolo (ad es. la tomba di Antenore che è posteriore ma importante perché Antenore viene ricordato dallo storico come fondatore di Patavium), luoghi visibili (ad es. l’arena romana, il tratto di strada romana che si vede presso la sede della banca Antonveneta), e luoghi invisibili, conosciuti grazie agli scritti di chi ci ha preceduto (es. foro romano in piazzetta Pedrocchi), ovviamente distinti sulla cartina. “Si tratta di una guida per un pubblico non specializzato ma appassionato che vogliamo coinvolgere sempre di più nella conoscenza della Padova antica, la cosiddetta Patavium”, interviene Francesca Veronese dei musei civici – museo Archeologico del Comune di Padova, “che viene raccontata attraverso una serie di piccoli saggi non troppo tecnici che descrivono la città ai tempi di Tito Livio nelle sue varie articolazioni come la struttura urbana, il suo rapporto con il territorio circostante, i suoi assetti societari, economici, artigianali e culturali, con approfondimenti su come si viveva e su come si moriva, con un affondo nel mondo dei defunti (quello che raccontano le necropoli, che permettono di ricostruire la “vita”)”.

Il prof. Jacopo Bonetto, direttore del dipartimento di Beni culturali dell’università di Padova

Il visore usato per il Patavium virtual tour

“Se la guida si pone come valido strumento di conoscenza”, riprende Bonetto, “un nuovo strumento permetterà di vedere Patavium come mai prima d’ora è stato possibile vederla. Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione condotto dal dipartimento dei Beni culturali e ad appositi visori per la realtà aumentata, sarà possibile effettuare un salto nel tempo e ritrovarsi nella città di Tito Livio con un’esperienza fortemente immersiva e del tutto nuova. Un’esperienza dirompente, che si fonda su accurati studi scientifici e sull’elaborazione dei dati derivati dalla ricerca archeologica condotta a Padova dall’Ottocento a oggi”. Punti privilegiati del Patavium virtual tour, a cura di Jacopo Bonetto, Arturo Zara, Alberto Vigoni; dipartimento dei Beni culturali, musei civici, soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio di Padova, e Ikon srl di Staranzano (Go), saranno il teatro che si trova in corrispondenza di Prato della Valle, l’anfiteatro o anche il porto fluviale sul Meduacus. I visori saranno a disposizione nel cantiere archeologico attivo dal 3 luglio al 5 agosto in Prato della Valle (stanno effettuando le operazione di riemersione del teatro romano), poi saranno disponibili nella sede della soprintendenza (via Aquileia 7 Padova) in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio il 23 e 24 settembre, per poi trovarsi da ottobre ai musei civici agli Eremitani per il pubblico interessato a una visita museale completa ed entusiasmante.

Le strutture del teatro romano di Patavium riemergono nella canaletta dell’isola Memmia

L’archeologa Francesca Veronese

RICERCHE ARCHEOLOGICHE: IL TEATRO ROMANO Il teatro della romana Patavium era ancora visibile nel XII secolo, per poi essere progressivamente demolito – sorte successa a gran parte dei monumenti romani nel Medioevo – per fornire pietre da costruzione a Padova e Venezia. Nel Settecento furono viste le sue tracce durante la sistemazione di Prato della Valle e sepolto tra l’isola Memmia, la canaletta che la circonda e le aree circostanti. “Di esso possediamo qualche rilievo e ricostruzioni di fantasia”, spiega Francesca Veronese, “per cui riuscire a riportare alla luce una parte del monumento assume in valore di conoscenza e di suggestione del tutto speciale per immaginare e ricostruire quello che fu uno dei luoghi che certamente videro Tito Livio in persona assistere agli spettacoli e, forse, alle letture delle sue Storie”. Il progetto prevede il prosciugamento di parte del canale che circonda l’isola Memmia così da poter studiare i resti dell’edificio teatrale visto l’ultima volta oltre trent’anni fa. A rilievi con stazioni laser scanner e con riprese fotografiche a tecnologia SFM (structure for motion), seguirà l’attenta analisi dei resti monumentali con prelievi per l’esame petrografico: sarà così possibile risalire alle cave dei colli Euganei e dei colli Berici da cui venne prelevato il materiale lapideo impiegato. “Saranno eseguiti saggi di scavo mirati e analisi dei sedimenti e delle malte con il metodo del radiocarbonio”, continua Veronese, “per definire la datazione dell’edificio. Il trasferimento dei rilievi su software CAD 2D e 3D porterà a ricostruzioni planimetriche e altimetriche dell’edificio e alla conoscenza dell’architettura del monumento che doveva accogliere la popolazione di una delle più importanti città dell’impero. Questo permetterà la ricostruzione effettiva delle dimensioni dell’edificio, dei posti a sedere e della capacità che poteva garantire: dati importanti da cui sarà possibile proporre proiezioni sull’effettiva popolazione della città antica. Tenendo della planimetria e delle caratteristiche strutturali del teatro, nonché dei materiali edilizi in esso impiegati, sarà inoltre possibile realizzare una ricostruzione virtuale dell’edificio, che sarà inserito nel contesto del suburbio meridionale della città antica”.  Sarà possibile partecipare a visite guidate allo scavo dall’8 luglio 2017, ogni sabato, alle 10 e alle 11, con ritrovo in Prato della Valle davanti al civico 51. Invece dal 10 luglio al 4 agosto 2017 sarà possibile visitare il cantiere, dal lunedì al venerdì, ore 9-12 e 15-17.30.