Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia apre la mostra “Il tesoro ricamato delle Regine. Una prospettiva fotografica contemporanea”, un progetto di Dana & Stéphane Maitec su uno dei patrimoni più raffinati e simbolici dell’identità culturale romena: i costumi tradizionali appartenuti alle Regine della Romania
Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia ospita la mostra “Il tesoro ricamato delle Regine. Una prospettiva fotografica contemporanea”, un progetto di Dana & Stéphane Maitec che porta a Roma uno dei patrimoni più raffinati e simbolici dell’identità culturale romena: i costumi tradizionali appartenuti alle Regine della Romania, oggi conservati nella collezione della Famiglia Reale Romena. La mostra si svolge nel contesto dell’Anno Culturale Romania – Italia 2026, programma strategico bilaterale svolto sotto l’alto patrocinio del Presidente della Romania, S.E. Nicușor Dan, e del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, e propone uno sguardo inedito su questi abiti storici attraverso la fotografia contemporanea di Dana & Stéphane Maitec. “Il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia è lieto di ospitare questo progetto espositivo che si inserisce in un programma di cooperazione culturale di alto profilo, volto a valorizzare e intrecciare storia, arte e identità culturale in un dialogo profondo tra Romania e Italia”, afferma la direttrice del Museo, Luana Toniolo. “Siamo certi che questa proposta culturale inviterà il pubblico a riscoprire il valore universale del patrimonio tessile e artigianale attraverso lo sguardo contemporaneo della fotografia e rinnovando la vocazione del Museo come luogo di incontro tra civiltà e linguaggi artistici, ben oltre i confini geografici e temporali”. E l’Ambasciatrice di Romania in Italia, Gabriela Dancau: “Le camicie delle Regine ci narrano un momento essenziale della storia della Romania moderna, in cui l’abito tradizionale è stato elevato al rango di simbolo di Stato, di strumento diplomatico e di espressione di un’identità preservata con dignità e lucidità. Il fatto che questa mostra venga presentata nella programmazione dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026, in un museo dedicato a una delle più antiche civiltà d’Europa, conferisce all’iniziativa un ulteriore significato: quello di un incontro simbolico tra strati di storia e forme diverse di memoria culturale, accomunati dalla medesima aspirazione alla durata, al senso e alla bellezza. Riaffermiamo in questo modo l’impegno comune della Romania e dell’Italia a porre la cultura al centro della relazione bilaterale, quale strumento di diplomazia, spazio di riflessione e fondamento del nostro futuro europeo condiviso”. La mostra è compresa nel biglietto di ingresso al Museo
Le fotografie attraversano una pluralità di capi e frammenti – camicie ricamate (ii), fote, catrințe, oprege, brâuri – restituendo la complessità di un sistema tessile in cui ogni motivo possiede una forte valenza simbolica. Rombi, croci stilizzate, segni vegetali e geometrie parlano di fertilità, protezione, ciclicità e relazione con il cosmo, rivelando la ricchezza semantica dell’ornamento tradizionale. Accanto alle immagini fotografiche, la mostra include installazioni tridimensionali – un arco di trionfo, una colonna, un paravento – che traducono il linguaggio del ricamo in forme spaziali, sottolineandone la dimensione scultorea e architettonica. Il filo diventa struttura, il punto cucito si fa ritmo, e l’ornamento si trasforma in spazio attraversabile. Il tesoro ricamato delle Regine non propone una lettura nostalgica della tradizione, ma una sua riattivazione contemporanea. Attraverso la monumentalizzazione del dettaglio, Dana & Stéphane Maitec restituiscono al ricamo la sua forza originaria, trasformandolo in un linguaggio visivo autonomo, capace di dialogare con il presente e con un pubblico internazionale, nel cuore di Roma.
Lontani da un approccio documentario tradizionale, gli artisti rileggono i costumi reali mediante la fotografia di dettaglio, isolando e ingrandendo ricami, trame e motivi ornamentali fino a trasformarli in vere e proprie architetture visive. Il dettaglio, normalmente percepito come elemento decorativo marginale, diventa protagonista assoluto: superficie, materia e spazio si fondono in un’esperienza visiva immersiva che invita il visitatore a un’osservazione lenta e contemplativa. Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, le Regine e le Principesse della Romania hanno svolto un ruolo decisivo nella valorizzazione del costume popolare, trasformandolo da abito contadino in elemento centrale del guardaroba reale. La Regina Elisabetta (1843 – 1916) fu la prima a riconoscerne il valore identitario, mentre con la Regina Maria (1875 – 1938) il costume tradizionale divenne un autentico linguaggio politico e culturale, simbolo della Romania moderna e strumento di rappresentanza internazionale. In questo dialogo tra mondo rurale e spazio monarchico prende forma uno stile reale romeno, colto e profondamente radicato nella tradizione.
Roma. Al Parco delle Acacie di Pietralata scoperte due grandi vasche monumentali, un piccolo edificio di culto probabilmente dedicato a Ercole e due tombe di età repubblicana in un intervento di archeologia preventiva diretto da Fabrizio Santi: “Potrebbe trattarsi di strutture connesse ad attività rituali”. La soprintendente Daniela Porro: “Le periferie moderne si rivelano così depositarie di memorie profonde”

Vasca monumentale e ingresso di una tomba di età repubblicana scoperte a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)
Due grandi vasche monumentali, un piccolo edificio di culto probabilmente dedicato a Ercole e due tombe di età repubblicana sono emersi nel corso degli scavi di archeologia preventiva condotti al Parco delle Acacie in via di Pietralata, quartiere nell’area orientale di Roma. Le indagini sono state effettuate dalla soprintendenza Speciale di Roma nell’ambito di un programma urbanistico e rientrano nelle attività istituzionali del ministero della Cultura a tutela del patrimonio archeologico. “Le tombe individuate costituiscono un’importante testimonianza dell’occupazione di questa parte di suburbio da parte di un facoltoso gruppo familiare, mentre le due vasche monumentali aprono scenari di ricerca stimolanti”, spiega l’archeologo Fabrizio Santi. “Potrebbe trattarsi di strutture connesse ad attività rituali o, meno probabilmente, produttive oppure legate alla raccolta delle acque: uno studio scientifico approfondito permetterà di contestualizzare questi ritrovamenti e comprenderne il ruolo all’interno del paesaggio antico, per restituire alla collettività il significato autentico di queste testimonianze del passato”. “È proprio in contesti come questo”, secondo Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma, “apparentemente distanti dai luoghi più noti della metropoli antica, che emergono elementi capaci di arricchire il racconto della Roma archeologica come città diffusa e che hanno contribuito in modo determinante al suo sviluppo. Le periferie moderne si rivelano così depositarie di memorie profonde, ancora tutte da esplorare. Inoltre, questi ritrovamenti confermano l’importanza dell’archeologia preventiva come strumento indispensabile perché lo sviluppo urbano sia associato alla tutela e si accompagni a una maggiore conoscenza e valorizzazione del nostro patrimonio”.

L’interno di una tomba a camera di età repubblicana scoperta a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)
Iniziate nell’estate del 2022 all’interno di un’area molto vasta, circa 4 ettari, le indagini, con la direzione scientifica di Fabrizio Santi – archeologo della soprintendenza Speciale di Roma – sono tuttora in corso e hanno restituito un contesto ampio circa un ettaro di grande interesse che testimonia una occupazione dal V – IV secolo a.C. al I secolo dopo Cristo e, meno assiduamente, tra il II e il III secolo d.C. Un lungo asse viario nell’antichità attraversa l’area di scavo, su di un terreno interessato dal passaggio di un corso d’acqua, che si immetteva nel non lontano Aniene. Di particolare rilievo è il sacello a pianta quadrangolare, costruito sopra un deposito votivo e collegato, secondo le prime ipotesi scientifiche, al culto di Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la via Tiburtina. Le due tombe a camera, appartenenti con ogni probabilità a una gens facoltosa, testimoniano inoltre la presenza di un insediamento aristocratico strutturato in età repubblicana. Gli scavi, diretti dalla soprintendenza Speciale di Roma del ministero della Cultura, proseguiranno nei prossimi mesi e, al termine delle attività sul campo, sarà avviato uno studio finalizzato alla valorizzazione dell’area, con l’obiettivo di restituire questi importanti ritrovamenti alla fruizione e alla conoscenza della collettività.
LA STRADA. La strada si articola in due tratti distinti: uno, più vicino a via di Pietralata, in terra battuta, l’altro, in prossimità di via Feronia, tagliato nel tufo. Anche se la percorrenza doveva essere più antica, le prime tracce di una regolarizzazione dell’asse stradale, da Nord-Ovest a Sud-Est, dovrebbero risalire alla età medio-repubblicana (III secolo a.C.), quando venne costruito un grosso muro di contenimento in blocchi di tufo, sostituito nel secolo successivo da un muro in opera incerta. Nel I secolo d.C. la strada, ancora in uso, venne provvista di un nuovo battuto e delimitata da altre murature in opera reticolata. La parte vicina a via Feronia ha un periodo d’uso tra il III secolo a.C. e il I d.C., e nella sua fase più antica, la tagliata nel banco di tufo, si riconoscono alcuni solchi carrai. Nel II-III secolo dopo Cristo alcune modeste tombe a fossa ubicate lungo l’asse stradale documenterebbero il graduale abbandono del percorso.
IL SACELLO. Dalla strada si accedeva ad un piccolo edificio di culto a pianta quadrangolare (4,5 per 5,5 metri), con murature in opera incerta di tufo e tracce di intonaco sulle pareti interne. Al centro, in asse con l’ingresso, è stata rinvenuta una base quadrata in tufo intonacato di bianco da identificare con un altare o parte di esso. Un avancorpo in muratura sulla parete di fondo, al centro, doveva essere la base di una statua di culto. Lo scavo ha evidenziato come il sacello sia stato realizzato al di sopra di un deposito votivo dismesso, al suo interno teste, piedi, statuine femminili e due bovini in terracotta. Reperti che portano a pensare che il sacello fosse destinato al culto di Ercole, il dio venerato sulla vicina Via Tiburtina, da Roma fino a Tibur, con vari templi. Alcune monete di bronzo permettono di datarne la realizzazione tra la fine del III e il II secolo a.C.
TOMBE DI ETÀ REPUBBLICANA. Sul pendio di tufo che degrada da via di Pietralata, all’interno di un unico complesso, due corridoi distinti e paralleli (dromoi) conducono a due tombe a camera risalenti al IV – inizio III secolo a.C. La tomba A presenta un ingresso monumentale alla camera interna scavata nella roccia, caratterizzato dalla presenza di un portale in pietra (stipiti e architrave), chiuso internamente da una grossa e pesante lastra monolitica. All’interno della tomba sono stati rinvenuti un grande sarcofago e tre urne tutti in peperino.

Tomba di Pietralata: tra i materiali rivenuti due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata (foto ssabap-roma)
Tra i materiali rivenuti si segnalano due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta a vernice nera. La tomba B, forse realizzata in un momento di poco successivo, ma sempre in età repubblicana (III secolo avanti Cristo), era chiusa con grandi blocchi di tufo. La camera sui lati presenta banchine per la deposizione dei defunti, tra cui un uomo di età adulta di cui è stato per ora recuperato soltanto parte del cranio, sul quale è stato riconosciuto il segno di una trapanazione chirurgica. Le due tombe, all’interno dello stesso complesso funerario, dovevano presentare una facciata monumentale in blocchi di tufo, di cui ne rimangono solo alcuni, mentre gli altri dovettero essere asportati e reimpiegati già in età romana. Una simile costruzione fa ipotizzare che l’edificio appartenesse a una gens facoltosa e potente che operava in questo comparto territoriale.
LA VASCA EST. La struttura – circa 28 x 10 metri e profonda 2,10 metri –, venne realizzata nel II secolo avanti Cristo come si può ricavare dalla tecnica muraria utilizzata (opera incerta). A partire dal I secolo dopo Cristo dovette venir meno la sua funzione: ebbe inizio, infatti, un processo di abbandono culminato nella sua definitiva chiusura alla fine del II secolo. Le murature in opera cementizia erano sicuramente rivestite di un compatto intonaco bianco quasi del tutto distaccatosi con l’abbandono e di cui ne rimangono alcune tracce; tutta la struttura era sormontata da una cornice in blocchi di tufo di grandi dimensioni. Al centro dei due lati lunghi sono presenti due nicchie con volta a botte, su un lato corto un dolio inglobato nella gettata di cementizio e infine sull’altro una piccola rampa rivestita in blocchi di tufo lavorati, che comunque non arriva al fondo della vasca. Al di là della presenza e della raccolta d’acqua, la sua funzione rimane incerta: si potrebbe pensare, anche sulla scorta dei rinvenimenti effettuati (terrecotte architettoniche, frammenti ceramici, di cui alcuni con graffiti) a un uso cultuale o, se così non fosse, a qualche tipo di attività produttiva. La vasca era alimentata da un sistema di canalette provenienti sia dal corso d’acqua che dal pendio ancora esistente a lato di via di Pietralata.
LA VASCA SUD. È stata rinvenuta una seconda vasca monumentale scavata nel banco tufaceo dalle dimensioni di 21 × 9,2 metri che raggiunge una profondità di circa 4 metri. La vasca risulta delimitata esternamente da murature in blocchetti squadrati disposti in maniera irregolare, che rivestono direttamente le pareti dell’invaso e che si possono datare nel II secolo a.C. Un secolo dopo vennero realizzati altri setti murari in opera reticolata e opera quadrata di tufo che delimitano perimetralmente la sommità della vasca. L’accesso a quest’ultima avveniva tramite una rampa in grandi basoli di tufo, appoggiata direttamente sul terreno. A seguire un’ulteriore rampa di larghezza inferiore, fatta in cementizio e pavimentata con lastre rettangolari, permetteva di raggiungere il fondo della vasca. La funzione di questo invaso monumentale non è al momento chiara, anche perché finora non sono stati ancora individuati canali di adduzione o di deflusso delle acque. Tuttavia, la vasca di Pietralata presenta alcune analogie – in particolare nel tipo di pavimentazione basolata della rampa di accesso – con la vasca recentemente scoperta a Gabii dall’università del Missouri in collaborazione con i musei e parchi archeologici di Praeneste e Gabii, datata nel III secolo avanti Cristo, della quale è stata ipotizzata una funzione sacra. Il materiale ceramico rinvenuto nell’interro che ha colmato la struttura sembrerebbe collocare il suo abbandono nel corso del II secolo d.C.
Firenze. Al museo Archeologico nazionale per “Pomeriggi all’Archeologico” incontro col prof. Andrea Cardarelli, presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, su “Uomini e dei dell’Appennino attorno al 1000 a.C.”
Al museo Archeologico nazionale di Firenze riprendono i “Pomeriggi dell’Archeologico”: appuntamento giovedì 15 gennaio 2026, alle 17, con la conferenza “Uomini e dei dell’Appennino attorno al 1000 a.C.” del prof. Andrea Cardarelli (presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria – Accademia dei Lincei). Ingresso libero su prenotazione obbligatoria, scrivendo all’indirizzo man-fi@cultura.gov.it. Nei secoli compresi all’incirca fra il 1200 e il 950 a.C. l’area appenninica, e più in generale le aree montane, registrarono un consistente aumento delle testimonianze archeologiche e degli insediamenti, che assunsero un ruolo particolarmente significativo nel quadro storico e archeologico dell’epoca. Alcune delle testimonianze riguardano sommità verosimilmente utilizzate come luoghi cerimoniali, che oltre alla funzione cultuale rivestirono probabilmente anche funzioni di coordinamento politico di territori tribali di cui il centro cerimoniale rappresentava il punto di riferimento identitario di varie comunità di villaggio. Tale modello costituì verosimilmente un efficace sistema di organizzazione del territorio alla fine dell’età del bronzo. Questa funzione terminò, o diventò meno rilevante, nei primi secoli del I millennio a.C. con la fondazione delle prime città, e in relazione alle prime formazioni etnico politiche note dalle fonti letterarie. In alcuni casi questi contesti cerimoniali tornarono poi ad ospitare attività cultuali secoli più tardi, in piena età preromana.
Roma. All’università la Sapienza al via il convegno “Mappe e scenari per il futuro del patrimonio culturale. Tre anni di ricerche del Partenariato PNRR CHANGES”: tre giornate di lavori, con 25 sessioni tematiche e oltre 250 contributi, tra presentazioni scientifiche, dimostrazioni tecnologiche e installazioni interattive
Dal 14 al 16 gennaio 2026 alla Città Universitaria della Sapienza Università di Roma, si tiene il convegno “Mappe e scenari per il futuro del patrimonio culturale. Tre anni di ricerche del Partenariato PNRR CHANGES”, che propone un ampio programma scientifico e divulgativo dedicato all’innovazione nel campo del patrimonio culturale, e rappresenta il momento conclusivo del progetto CHANGES (Cultural Heritage Innovation for Next-Gen Sustainable Society), finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Organizzato dalla Fondazione CHANGES, con il ruolo di Hub del progetto, il convegno riunisce la comunità scientifica e gli stakeholder del più ampio ecosistema nazionale impegnato nella ricerca, nella formazione e nel trasferimento tecnologico applicati alla cultura. Nelle tre giornate di lavori, il convegno prevede 25 sessioni tematiche e oltre 250 contributi, tra presentazioni scientifiche, dimostrazioni tecnologiche e installazioni interattive. Attraverso i contributi dei gruppi di ricerca dei nove Spoke del Partenariato, l’iniziativa intende condividere con la comunità scientifica, le istituzioni, il mondo produttivo e i territori i risultati raggiunti in tre anni di attività, offrendo una visione integrata e prospettica sulle trasformazioni in atto e sulle sfide future del patrimonio culturale. Il programma completo su https://www.fondazionechanges.org/convegno-finale/
Venezia. A Palazzo Ducale la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a cura di Margherita Tirelli e Chiara Squarcina. Presentazione ufficiale al ministero della Cultura a Roma
Dal 6 marzo al 29 settembre 2026 l’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale di Venezia ospiterà la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”: un progetto di grande respiro scientifico e divulgativo, sul ruolo fondativo dell’acqua nell’orizzonte del sacro e per lo sviluppo delle società in due grandi civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti. Il progetto espositivo a cura di Margherita Tirelli e Chiara Squarcina, organizzato dalla Fondazione Musei Civici del Comune di Venezia, con il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici e realizzata in collaborazione con Fondazione Luigi Rovati, riunirà reperti archeologici di straordinario valore, molti dei quali inediti e provenienti da scavi recenti, grazie a prestiti di eccezionale prestigio concessi da importanti istituzioni museali italiane.
La mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” è presentata ufficialmente alla stampa al ministero della Cultura mercoledì 14 gennaio 2026, alle 11.30, nella Sala Spadolini del MIC in via del Collegio Romano 27 a Roma. Introduce il ministro della Cultura, Alessandro Giuli; intervengono: la presidente Fondazione Musei Civici di Venezia, Mariacristina Gribaudi; la presidente Fondazione Luigi Rovati, Giovanna Forlanelli Rovati; la co-curatrice dell’esposizione e direttrice scientifica Fondazione Musei Civici di Venezia, Chiara Squarcina. Conclude il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. Sarà possibile seguire la conferenza stampa al seguente link: DIRETTA STREAMING.
Roma. In Curia Iulia, in presenza e on line, presentazione del libro “La fortuna della Colonna. Il racconto di un simbolo”, a cura di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi, Angelica Pujia, Giovanni Di Pasquale (artem), atti del convegno del 2024
Martedì 13 gennaio 2026 il parco archeologico del Colosseo in Curia Iulia, in diretta e on line, alle 16.30, presentazione del libro “La fortuna della Colonna. Il racconto di un simbolo”, a cura di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi, Angelica Pujia, Giovanni Di Pasquale (artem), atti del convegno internazionale “La fortuna della Colonna. Il racconto di un simbolo”, tenutosi nella Curia Iulia al Foro Romano nell’aprile 2024 in occasione della mostra “La Colonna Traiana. Il racconto di un simbolo” (Colosseo, dicembre 2023 – maggio 2024). Dopo i saluti istituzionali di Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale; Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo; interviene, alla presenza dei curatori, Salvatore Settis, professore emerito nella Scuola Normale Superiore di Pisa, Accademico dei Lincei. Ingresso libero da largo della Salara Vecchia con prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento al link https://colonna2026.eventbrite.it. Diretta streaming sulla pagina Facebook del parco archeologico del Colosseo.
La fortuna della Colonna. Il racconto di un simbolo. Come dimostrano i contributi degli autori, sono ancora molti gli studi e le ricerche che continuano ad ampliare la conoscenza della Colonna, soprattutto nella sua fase post-antica. Al fine di proseguire su questa strada, il Parco archeologico del Colosseo – sin da quando la Colonna è divenuta parte del suo patrimonio – ha avviato numerose iniziative scientifiche di approfondimento, congiunte con enti di ricerca e accademie nazionali, ma anche con le istituzioni straniere, tra tutte l’Ambasciata di Romania in Italia e il Museo nazionale di storia della Romania di Bucarest. La Colonna domina il paesaggio di Roma e dell’area archeologica centrale continuando a esercitare il suo fascino e suscitare stupore. La sua funzione simbolica ha superato i confini temporali dell’Impero Romano arrivando fino alle corti europee, come modello di potere politico, laico e religioso. E nell’anno del Giubileo del Signore 2025 il popolo romeno, il cui rapporto di amicizia è stato suggellato negli ultimi anni con la condivisione di incontri, conferenze, mostre ed esposizioni, ha voluto destinare proprio alla statua di bronzo dorato di San Pietro sulla sommità della Colonna un finanziamento per il suo restauro.
Firenze. Al museo Archeologico nazionale è arrivata Musetta, la topolina-archeologa mascotte dei Servizi Educativi che accompagnerà i visitatori più piccoli alla scoperta dei tesori del museo. L’archeologa Claudia Noferi illustra come è nata questa idea
Al museo Archeologico nazionale di Firenze ha la nuova mascotte dei Servizi Educativi: Musetta, la topolina-archeologa che ama esplorare il passato per raccontarlo con occhi nuovi. È lei la guida speciale del MAF capace di conquistare bambini e adulti con la sua passione e il suo entusiasmo. Musetta non è un topolino qualunque, ma più specificamente si tratta di un mustiolo etrusco (suncus etruscus): il più piccolo mammifero del mondo, tipicamente italiano e molto diffuso in Toscana. Chi meglio di lei poteva accompagnare i visitatori più giovani, intrufolandosi nelle sale e raccontando i dettagli delle opere del Museo? Una minuscola amica, ma in gamba e “tosta”, come le donne che negli anni ‘20 hanno osato dedicarsi all’archeologia, fino ad allora regno indiscusso del genere maschile.

L’archeologa del Maf, Claudia Noferi, accanto al manifesto di presentazione di Musetta (foto graziano tavan)
Musetta ha fatto il suo debutto ufficiale con l’apertura della nuova sala della Chimera primo step della grande stagione di rinnovamento del MAF che porterà all’inaugurazione di nuove sezioni nel corso del 2026. Proprio in occasione della presentazione del nuovo allestimento della Chimera, l’archeologa Claudia Noferi, responsabile dei Servizi Educativi del museo Archeologico nazionale di Firenze, ha illustrato come è nata Musetta.

Il nuovo pannello della sala della Chimera con evidenziata la parte bassa dedicata ai bambini e illustrata con Musetta (foto graziano tavan)
“Come Servizi Educativi ci siamo integrati – in punta di piedi, diciamo – nel progetto dello studio fiorentino di architettura Guicciardini & Magni e nel progetto grafico di Rovai-Weber”, spiega Claudia Noferi. “In realtà l’idea è nata un po’ dal fatto che questi nuovi pannelli, inaugurati nel nuovo allestimento della sala della Chimera sono molto alti, lunghi e stretti. Quindi abbiamo pensato: perché non dedicare una parte, la parte inferiore, ai visitatori di statura più piccola, cioè ai nostri piccoli visitatori, che potrebbero avere quindi una pannellistica riservata a loro? Per fare questo però c’era bisogno di dare un input immediato che permettesse poi ai bambini di riconoscere quali erano i testi pensati specificamente per loro. Da qui è nata l’idea di una mascotte, una mascotte che abbiamo deciso che fosse un topolino – anzi una topolina – perché è un inizio, come diceva il nostro direttore, che ci accompagnerà così come la sala della Chimera è un primo allestimento che ci accompagnerà poi in tutta la sezione etrusca del museo in cui pian piano proseguirà. Abbiamo deciso quindi che sarà sui pannelli e non solo, e accompagnerà tutti i supporti educativi dei nostri piccoli visitatori anche in futuro.

Musetta, la topolina-archeologa mascotte del Maf, scrive il suo nome dal logo del museo (foto graziano tavan)
“Quindi ci voleva un animaletto – continua Noferi – che in qualche modo poi si adattasse anche in futuro a tutte le anime del nostro museo, quindi anche a quella egizia, a quella romana, a quella greca. E il topolino, tra l’altro, ci sembrava anche l’animale più adatto, proprio per sgattaiolare all’interno delle sale, per le sue piccole dimensioni e poter guidare i nostri bambini. Abbiano deciso e voluto che fosse una femmina, quindi una topolina, che si chiamerà Musetta: abbiamo giocato con la parola Musetta che ricorda la parola museo e il termine latino mus che significa topo. Finora ho sempre parlato al plurale. Uno dei protagonisti di questo plurale è il nostro direttore, ma un’altra è la mano di Musetta che è Silvia Bolognesi, una delle nostre operatrici con una mano felicissima. Le abbiamo presentato questa idea e lei l’ha resa realtà. Quindi senza di lei tutto questo non sarebbe stato possibile. Si è ispirata alle figure delle archeologhe degli anni ’20 del secolo scorso, quindi alle prime figure di archeologhe. L’abbiano voluta femminile ma non troppo, e l’abbiamo pensata come un’archeologa reale, quindi nei prossimi pannelli e nei prossimi contenuti si vedranno tutti gli accessori.
“Approfitto di questa occasione – conclude Noferi – anche per ringraziare tutto il personale del museo e dei nostri servizi educativi perché ci supporta veramente in tutte le nostre attività che non sono semplici e non sono facili anche nella gestione dei bambini. Loro ci mettono anima e cuore. Senza di loro veramente questo non sarebbe possibile. Questo è un inizio per Musetta. Quindi ci auguriamo tutti di vederla in diverse altre vesti. Noi quando vediamo gli occhi dei bambini che brillano di fronte alle nostre vetrine anche per noi archeologi è un po’ la quadratura del cerchio del nostro lavoro”.
Roma. Al via al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la quarta edizione del ciclo di incontri “Chi (ri)cerca trova” che apre il mondo della ricerca alla conoscenza e alla fruizione del grande pubblico. Ecco il programma
Con il nuovo anno riparte “CHI (RI)CERCA TROVA”, il ciclo di incontri a cura dei Servizi Educativi che apre il mondo della ricerca alla conoscenza e alla fruizione del grande pubblico. Un ciclo di appuntamenti di approfondimento sugli studi condotti intorno al Museo di Villa Giulia: ci occuperemo di Veio, Cerveteri, Satricum, di analisi sui colori delle pitture etrusche, di novità epigrafiche e di molto altro ancora. Da gennaio a dicembre 2026, 10 conferenze con esperti e studiosi di diverse discipline che presentano la loro ricerca scientifica e i progetti di studio che vedono il Museo e Villa Giulia grandi protagonisti. Esperienze, indagini, approfondimenti che rendono la ricerca condivisa, partecipata, quindi utile, a beneficio del pubblico di curiosi, studenti e specialisti. La parola passa ai professionisti del mondo dell’archeologia, della storia dell’arte e del restauro per diffondere la conoscenza dei loro studi, raccontare esiti e condividere ipotesi, offrendo nuovi spunti di lettura sulla Storia. Appuntamento in Sala Fortuna con ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Prenotazioni all’indirizzo mn-etru.didattica@cultura.gov.it.
CALENDARIO 2026. Venerdì 23 gennaio 2026, ore 16: LAURA MARIA MICHETTI, “Oltre Apollo. Il santuario di Portonaccio a Veio tra vecchi e nuovi scavi”; venerdì 20 febbraio, ore 16: VALENTINA BELFIORE, ENRICO BENELLI, “Un peso per Ercole. Nuova luce su un testo etrusco a trenta anni dalla prima edizione”; venerdì 20 marzo, ore 16: GLORIA ADINOLFI, RODOLFO CARMAGNOLA, “Oltre il visibile. Il blu egizio e altre storie dalla pittura etrusca”; venerdì 17 aprile, ore 16: MARIJKE GNADE, “Sulle orme di Raniero Mengarelli. Le ricerche olandesi a Satricum”; venerdì 15 maggio, ore 16: UGO FUSCO, “Ciò che non ti aspetti” e il difficile percorso dell’interpretazione archeologica: alcuni esempi dal sito di Campetti SO a Veio”; venerdì 12 giugno, ore 16: SIMONE GROSSO, “Caere prima di Caere: nuovi dati da vecchi scavi”; venerdì 25 settembre, ore 16: ANTONIETTA SIMONELLI, MIRIAM LAMONACA, LUCA TORTORA, VALERIO GRAZIANI, “Il restauro del Trono Barberini da Palestrina: dalla ricerca scientifica alla restituzione di un capolavoro”; venerdì 16 ottobre, ore 16: MARIA CRISTINA BIELLA, “Il tassello mancante: l’artigianato del legno nell’Italia preromana”; venerdì 20 novembre, ore 16: FRANCESCA BOITANI, ORLANDO CERASUOLO, “La tomba principesca di Oliveto Grande a Veio”; venerdì 18 dicembre, ore 16: CECILIA PREDIAN, “La necropoli di Casale del Fosso come caso di studio del passaggio a Veio dal periodo Villanoviano all’età Orientalizzante”.
Pompei si esplora con tutti i sensi: al parco archeologico installati nuovi supporti per visite inclusive e coinvolgenti. Nuove tariffe di ingresso dal 12 gennaio a sostegno dei servizi e della manutenzione

Pompei: supporti tattili con bassorilievi ad alta definizione corredati da didascalie in Braille (foto parco archeologico pompei)
Pompei si esplora con tutti i sensi. Il parco archeologico di Pompei amplia i servizi di accessibilità per un’esperienza di visita più coinvolgente per tutti. Un supporto tattile che racconta la storia di Pompei, posto all’ingresso di Piazza Anfiteatro, introduce al percorso. Supporti tattili con bassorilievi ad alta definizione corredati da didascalie in Braille, modelli 3D e QR code, che rimandano ad audio descrizioni e video in LIS, sono ora disponibili in diversi luoghi del sito. Una mappa progettata graficamente e linguisticamente per la lettura non visiva e una mappa concettuale, con i modelli dei luoghi più iconici riprodotti in 3D, favoriscono l’orientamento per una visita in piena autonomia.
E al fine di migliorare gli standard di fruizione del parco archeologico di Pompei, è previsto un adeguamento della tassa d’ingresso del Parco, che sarà in vigore dal 12 gennaio 2026. Il biglietto base per Pompei passa a 20 euro, mentre quello che include anche la visita alle ville suburbane (villa dei Misteri e villa di Diomede), villa Regina a Boscoreale e l’Antiquarium sarà di 25 euro. Sono previsti anche l’adeguamento del costo del biglietto di 3 giorni a 30 euro e quello della card di abbonamento a 45 euro. Resteranno invariati gli ingressi agli altri siti del Parco (Boscoreale, Oplontis, Museo archeologico di Stabia), le gratuità (gratuite le Ville di Stabia, gratuito sotto i 18 anni, ingresso libero per tutti la prima domenica del mese) e le riduzioni (2 euro dai 18 ai 25 anni).

Pompei: supporti tattili con bassorilievi ad alta definizione corredati da didascalie in Braille (foto parco archeologico pompei)
I nuovi supporti si inseriscono nel progetto “Pompei tra le mani”, un percorso multisensoriale per consentire a tutti di esplorare l’antica città anche attraverso i sensi. Il progetto è promosso dal parco archeologico di Pompei e realizzato con il sostegno del ministero della Cultura attraverso i fondi del PNRR – Investimento “Rimozione delle barriere fisiche e cognitive nei luoghi della cultura”, che include anche altre azioni e strumenti quali video accessibili in Lingua dei Segni Italiana (LIS) e International Sign (IS), sottotitolati e con voice-over; tour virtuali e audiodescrizioni inclusive, fruibili anche da remoto; una postazione sensoriale per scoprire forme e profumi della Pompei antica; segnaletica interattiva con QR code; e con le visite guidate con interprete LIS, oltre a una formazione specifica per il personale del Parco.

Pompei: supporti tattili con bassorilievi ad alta definizione corredati da didascalie in Braille (foto parco archeologico pompei)
L’implementazione dell’accessibilità al sito procede di pari passo con una serie di altre attività che il Parco sta portando avanti per far sì che la fruizione del sito risulti la più completa possibile, ma anche sempre più accogliente e confortevole per ogni visitatore. “Vogliamo che da Pompei parta una visione fresca dell’accessibilità, che non si limiti a giornate dedicate o a percorsi ad hoc”, dice al riguardo il direttore Gabriel Zuchtriegel. “L’accessibilità, infatti, riguarda ciascuno di noi. Ciascuno di noi funziona in modo diverso, ciascuno di noi invecchia e basta avere un neonato in una carrozzina per rendersi conto di quante barriere ostacolino la vita di ogni giorno. I nuovi percorsi si pongono come facilitatori per tutti, a partire dai bambini che esplorano il mondo con tutti i sensi. Come Parco archeologico ci impegniamo ogni giorno, affinché l’accessibilità diventi un servizio e un principio insito in ogni attività di fruizione, tutela, ricerca, restauro”.
Nuove tariffe. C’è un investimento notevole di risorse del ministero per garantire l’accoglienza e la fruizione, i servizi di pulizia e la cura del verde. Inoltre, dal 2024, per la prima volta nella storia degli scavi, si procede a un monitoraggio sistematico e periodico di tutta la città (più di 13mila ambienti), supportato da una nuova piattaforma digitale dove confluiscono tutti i dati sullo stato di conservazione del patrimonio e finalizzato alla programmazione degli interventi di manutenzione e di cura del patrimonio. “La manutenzione è essenziale non solo per il decoro e per l’apertura di aree finora non fruibili al pubblico, ma anche per garantire la sopravvivenza e l’accessibilità del patrimonio di Pompei alle future generazioni”, conclude il direttore.























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