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Restaurata l’ala est del museo Egizio del Cairo che inizia a tornare agli splendori del primo Novecento. Ma alla fine perderà il tesoro di Tut e le mummie

L'ala est della galleria di Tutankhamon al museo Egizio del Cairo dopo i restauri

L’ala est della galleria di Tutankhamon al museo Egizio del Cairo dopo i restauri

Il museo Egizio del Cairo torna lentamente agli antichi splendori del primo Novecento. Questo l’obiettivo dichiarato del progetto “Egyptian Museum Revival”, partito nel 2012 con un cospicuo contributo dell’Unione Europea e, in particolare, del governo tedesco, per il restauro e il ripristino dell’allestimento del 1902. Per il momento le collezioni rimangono al loro posto, e si interviene sulla struttura. Di qui l’eliminazione degli strati di pittura più recenti delle pareti scoprendo quello bianco e rosso originale, e il tappeto di linoleum che ricopriva il pavimento. Lo ha spiegato bene qualche giorno fa il primo ministro Ibrahim Mahlab e il ministro delle Antichità Mamduh Eldamaty, in occasione della cerimonia di inaugurazione di quattro sale (30, 35, 40 e 45) dell’ala est della Galleria di Tutankhamon, rinnovata grazie al contributo dell’Ue e della Germania. “Nulla è cambiato nell’esposizione permanente dei tesori della galleria”, spiega il ministro. “Il restauro ha riguardato il pavimento e le pareti che, deteriorati dal tempo, sono tornati al verde chiaro e al rosso scuro dell’inizio del secolo scorso”. Il rinnovamento del museo comprende anche la sostituzione dei vecchi vetri delle finestre con alcuni capaci di filtrare la luce del sole, l’allestimento di nuovi sistemi antincendio, di sicurezza e di controllo dell’umidità e la demolizione dell’adiacente palazzo del Partito nazionale Democratico, che garantirà nuovi spazi espositivi.

La monumentale facciata del museo Egizio del Cairo inaugurato nel 1902

La monumentale facciata del museo Egizio del Cairo inaugurato nel 1902

Ma c’è anche un contributo italiano, quello di Italcementi, che con una donazione di 40mila euro ha consentito il rinnovo della sala n.30. Italcementi, il primo produttore di cemento in Egitto, “fornì il materiale per la costruzione del Museo” tra il 1898 e il 1902. “E ora abbiamo voluto contribuire al restauro di questo luogo simbolico, un’icona del Cairo e di tutto il Paese, anche per il legame storico che abbiamo con il museo», sottolinea l’ad di SuezCementi, Bruno Carré. “I lavori sono cominciati un anno fa, questo è il primo passo. L’idea è di rinnovare un’ala all’anno»”, aggiunge.

Il cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza: i lavori vanno a rilento

Il cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza: i lavori vanno a rilento

L’Egitto punta molto al restauro delle sue bellezze archeologiche, culturali e turistiche nel tentativo di attirare sempre più visitatori, dopo lo stop degli ultimi anni dovuto all’instabilità della situazione politica. “La presenza costante di turisti nel museo”, commenta il premier alle tv egiziane, “dimostra che il Paese ora è sicuro”. Il completamento del progetto “Egyptian Museum Revival”, previsto per l’agosto 2015, segnerà un passaggio epocale per il museo Egizio del Cairo che perderà la sua attuale funzione di museo nazionale, per tornare all’allestimento originario precedente la scoperta della tomba di Tutankhamon e dei suoi tesori: migliaia di reperti, compreso il tesoro di Tutankhamon, verranno trasferite al Grand Egyptian Museum di Giza (quando e se riusciranno ad aprirlo), mentre le mummie reali di Nuovo Regno passeranno già quest’anno al museo nazionale della Civiltà egiziana.

L’Antico Egitto a Conegliano. Visita guidata per immagini alla mostra sull’Osireion di Abido attraverso otto video originali

Le gigantografie di Paolo Renier ricreano nella mostra di Conegliano l'atmosfera magica della città sacra di Abido

Le gigantografie di Paolo Renier ricreano nella mostra di Conegliano l’atmosfera magica della città sacra di Abido

Una settimana. Rimane ancora una settimana di tempo per visitare a Conegliano la mostra “EGITTO come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili” allestita fino al 21 dicembre (salvo proroghe) a Palazzo Sarcinelli da Paolo Renier e dall’associazione culturale Osireion. Della mostra Archelogiavocidalpassato ha parlato diffusamente. Stavolta proponiamo una visita alla mostra per immagini con otto video realizzati da Paolo Renier.

PRIMA PARTE. Il percorso della mostra inizia nell’androne di Palazzo Sarcinelli dove si può ammirare la ricostruzione in scala 1:1 dell’angolo nord-orientale della Camera Centrale dell’Osireion di Abido, con la facciata e due dei pilastri settentrionali, grazie alla ricostruzione Rexpol.

SECONDA PARTE. Saliti le scale e raggiunto il piano nobile, un breve corridoio porta alla prima sala dove si fa conoscenza del sito di Abido, con la localizzazione e le caratteristiche del territorio della città sacra a Osiride con l’esposizione del modello in scala della zona d’interesse, corredato da fotografie delle tombe reali proto dinastiche di Umm el-Qaab, del Tempio di Osiride a Kôm el-Sultan e del complesso di Shunet ez-Zebib.

TERZA PARTE. In questa sala si arriva a tu per tu con l’Osireion: le fotografie di Paolo Renier svelano i segreti della tomba di Osiride a cominciare dal corridoio ipogeo, oggi inaccessibile ai turisti. E poi l’eccezionale plastico in scala 1:20 dell’intero complesso, realizzato da Maurizio Sfiotti. Si entra così direttamente nell’Osireion, potendo toccare con mano la mole dei pilastri monolitici in granito e la profondità del canale che circonda l’isola centrale.

QUARTA PARTE. Grazie alle straordinarie immagini di Paolo Renier possiamo ammirare i rilievi del tempio di Sethi I, dove l’arte figurativa dell’Antico Egitto tocca uno dei momenti più alti. In mostra è lo stesso Renier a spiegare come è riuscito a rendere la qualità delle figure, e le notevoli difficoltà tecniche superate per raggiungere i risultati che oggi tutti possiamo apprezzare.

PARTE QUINTA. Siamo nel cuore della mostra: si entra nella stanza del Sarcofago, che conserva il famoso soffitto astronomico che qui possiamo vedere come si può osservare neppure se siamo all’interno dell’originale. Il soffitto si dipana, avvolgendo lo spettatore, in 18 tavole in scala 1:1 realizzate da Paolo Renier, che oggi non solo sono l’unica riproduzione del “tesoro” di Abido – vista le enormi difficoltà che si devono superare per accedere alla Stanza, ma anche probabilmente l’ultima poiché da quando Renier ha realizzato il servizio fotografico a oggi l’umidità ha degradato inesorabilmente i rilievi.

PARTE SESTA. Ancora con i rilievo del soffitto astronomico negli occhi, si passa alla stanza successiva dove si illustra la cosiddetta Cappella di Osiride, cioè l’ambiente più sacro del Tempio di Sethi I ad Abido, dedicato ad Osiride, la divinità protagonista della mostra. Al centro il plastico in scala 1:20 realizzato da Maurizio Sfiotti del complesso di Osiride, e sulle pareti i pannelli fotografici che ritraggono le scene sacre all’interno della cappella. Le gigantografie sottolineano il legame tra Osiride e la Regalità, il filo conduttore di tutto il percorso espositivo.

PARTE SETTIMA. Non poteva mancare, in una mostra sui tesori di Abido, uno spazio dedicato al Tempio di Ramses II, il secondo più importante santuario della città sacra a Osiride, che conserva ancora preziosi rilievi policromi. Presenti anche due pannelli realizzati con la tecnica del tattoo wall, opera di Gianni Moro della GM arredamenti, vere e proprie lastre lapidee su cui sono state stampate due scene tratte dalle pareti del complesso sacro ramesside.

PARTE OTTAVA. Il percorso della mostra si completa con la Sala multimediale, dove un monitor mostra a rotazione brevi filmati che documentano il sito e il lavoro dell’ultima missione di Paolo Renier, Maurizio Sfiotti e Federica Pancin, , ma che cercano di illustrare anche la realtà del villaggio di Abido moderno e dei suoi abitanti. A chiudere la Sala del vino, dove si approfondisce la tematica della preparazione del vino, argomento che collega l’antico Egitto al territorio trevigiano. La ricostruzione in scala 1:1 di un torchio di Antico Regno permette di capire le antiche tecniche di lavorazione delle uve e serve da spunto per descrivere quelle moderne, prerogative delle cantine di Conegliano. La spiegazione dei processi antico-egiziani di coltivazione, vendemmia, spremitura, torchiatura e vinificazione sarà affidata alle immagini delle tombe nella Valle del Nilo, riproposte fedelmente da un artista contemporaneo.

110 anni fa l’archeologo italiano Schiaparelli scoprì la più bella tomba della Valle delle Regine, la tomba di Nefertari, la Grande Sposa di Ramses II. Una mostra al museo Egizio del Cairo ricorda 110 anni di presenza italiana in Egitto

La regina Nefertari, la Grande Sposa di Ramese II, ritratta negli affreschi della sua tomba nella Valle delle Regine

La regina Nefertari, la Grande Sposa di Ramese II, ritratta nella sua tomba nella Valle delle Regine

La pianta della tomba di Nefertari a Tebe Ovest

La pianta della tomba di Nefertari a Tebe Ovest

“È uno dei monumenti più insigni della necropoli di Tebe che se non per ampiezza, certo per l’armonia delle sue parti e la squisitezza dell’arte, gareggia pur anco colle più belle tombe della Valle dei re”, avrebbe commentato la straordinaria scoperta della tomba della regina Nefertari l’archeologo italiano Ernesto Schiaparelli, direttore del museo Egizio di Torino dal 1894 fino alla sua morte nel 1928. Era il 1904. Schiaparelli a capo di una missione archeologica italiana scoprì nella Valle delle Regine, a Tebe Ovest, quella che probabilmente è la tomba più bella d’Egitto: la QV66, ovvero la tomba della celeberrima Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ramses II (1279-1212), sovrano egizio della XIX dinastia, la quale – pur non avendo regnato in modo autonomo – fu una delle regine più influenti dell’Antico Egitto, a fianco di nomi come Hatshepsut, Tyi, Nefertiti e Cleopatra VII. Ramses II la innalzò alla condizione di divinità vivente attribuendole appellativi come: “la Divina”, “la più amata”, “la Signora del fascino”, “la dolce in amore”, “Madre e Signora del dio in vita”. Non a caso il nome Nefertari letteralmente significa “la più bella”, nome inoltre quasi sempre seguito dall’attributo Mery-en mut, “amata da Mut”, la divinità tebana, sposa di Ammone. Una volta entrato, Schiaparelli si rese subito conto che l’opera dei saccheggiatori aveva lasciato ben poco del corredo originario, ma la QV66 restava ed è un gioiello per la sua struttura architettonica, paragonabile a quelle che si trovano nella Valle dei Re, e, soprattutto, per il magnifico ciclo pittorico che abbellisce le pareti e il soffitto, uno dei più completi e significativi del nuovo regno.

Il moderno ingresso alla tomba di Nefertari nella Valle delle Regine

Il moderno ingresso alla tomba di Nefertari nella Valle delle Regine

Il manifesto della mostra fotografica "Nefertari 1904 - 2014" al museo Egizio del Cairo

Il manifesto della mostra fotografica “Nefertari 1904 – 2014” al museo Egizio del Cairo

Sono passati 110 anni da quella straordinaria scoperta che parla italiano come la targa che ancora oggi campeggia sopra il cancelletto d’ingresso della tomba in fondo alla breve scala di accesso a ricordare l’opera di Ernesto Schiaparelli. E un anniversario così importante come la scoperta della tomba della regina Nefertari non poteva passare sotto silenzio. Per questo l’ambasciata d’Italia e l’Istituto di Cultura italiano al Cairo, in collaborazione con il ministero delle Antichità egiziano, hanno deciso di promuovere la mostra fotografica “Nefertari 1904 – 2014”, che celebra i 110 anni di presenza italiana in Egitto. L’inaugurazione della mostra, sponsorizzata da Alex Bank, del Gruppo Intesa SanPaolo di Torino, e da Bcube logistica di Coniolo (Al), l’8 dicembre al museo Egizio di piazza Tahrir al Cairo, alla presenza dell’ambasciatore d’Italia, Maurizio Massari, e del ministro egiziano delle Antichità, Mamdouh Eldamaty, e sarà successivamente trasferita ad Alessandria e Luxor. “È uno straordinario esempio dell’impegno e della qualità del lavoro di archeologi e restauratori italiani”, sottolinea l’ambasciatore Massari, “e soprattutto la conferma del grande valore della presenza italiana nel settore archeologico egiziano, presenza ancora oggi rilevante, con 23 missioni attualmente operative in tutto l’Egitto”.

L'interno, completamente affrescato, della tomba di Nefertari, la QV66

L’interno, completamente affrescato, della tomba di Nefertari, la QV66

Una visione assonometrica della tomba di Nefertari scavata nella roccia

Una visione assonometrica della tomba di Nefertari scavata nella roccia nella Valle delle Regine

Questa vasta tomba scoperta nel 1904 dall’egittologo Ernesto Schiaparelli, purtroppo deturpata e saccheggiata al punto da essere priva della mummia (il sarcofago in granito rosa è stato trovato aperto e spezzato), è collocata nel versante settentrionale della Valle delle Regine e presenta una pianta molto articolata. È infatti diversa rispetto alle tombe di altre regine (solitamente più semplici e dotate solo di una camera funeraria), e si ispira piuttosto alle sepolture faraoniche della vicina Valle dei Re. Sulle pareti della seconda scala discendente, la decorazione è anche a rilievo. I dipinti raggiungono apici di qualità nell’ambito dell’arte funeraria egizia soprattutto per la ricchezza di colori (verde, blu egiziano, rosso, ocra gialla, bianco e nero) e di dettagli, mentre i temi e i contenuti rispettano le indicazioni contenute nel Libro dei Morti. Le immagini descrivono il viaggio di Nefertari verso l’Aldilà, durante il quale gioca a senet (gioco da tavolo, considerato uno degli antenati del backgammon), entra nel mondo sotterraneo dove incontra molte divinità tra le quali Osiride e Iside. Al termine del ciclo pittorico, Nefertari trionfa e si tramuta in Osiride (dio dei morti), con il conseguente, auspicato raggiungimento dell’immortalità e della pace eterna. All’interno della tomba furono ritrovati resti del sarcofago in granito rosa e pochi pezzi del corredo funerario: 34 ushabti, un frammento di bracciale d’oro, amuleti, cofanetti di legno dipinti e un paio di sandali in fibra intrecciata.

La regina Nefertari al cospetto di Osiride: affresco della tomba di Nefertari

La regina Nefertari al cospetto di Osiride: affresco della tomba di Nefertari

Il nome di Nefertari, che visse più di 3500 anni fa, sin dalla scoperta della sua tomba, è stato soffuso da un alone di mistero, forse per il grande amore che le portò il suo sposo Ramses II il quale non seppe consolarsi della perdita della sua regina che morì nel 1255 a.C., sulla quarantina. Di lei venne narrata, nelle numerose iscrizioni e raffigurazioni rinvenute, la straordinaria bellezza e grazia, tanto che alcuni studiosi arrivano persino a stabilirne la parentela con un’altra famosa regina – Nefertiti – asserendo che entrambe erano figlie di Ay, il penultimo faraone della XVIII dinastia. Dal momento delle nozze, Nefertari diventò la compagna inseparabile e senza rivali del re; tutte le testimonianze dimostrano che aveva un ruolo estremamente importante nel regno per la sua intelligenza, la determinazione e la volontà che le permisero di mantenere al fianco del faraone il controllo non solo delle faccende interne, ma anche di quelle internazionali e sacre. Il comportamento di Ramses II nei confronti di Nefertari fu veramente eccezionale: egli giunse a dedicarle un tempio ad Abu Simbel, raro privilegio per una regina, e le costruì la più bella tra le tombe della Valle delle Regine sulla riva del Nilo, di fronte a Luxor, riempendola di oggetti preziosi e facendola decorare con dipinti ispirati agli “incantesimi”, o ai testi sacri del “Libro dei Morti”, per garantirle l’accesso all’eternità.

L'egittologo Ernesto Schiaparelli scoprì la tomba di Nefertari nel 1904

L’egittologo Ernesto Schiaparelli scoprì la tomba di Nefertari nel 1904

Nonostante l’impegno profuso da Ramses II per assicurare l’immortalità di Nefertari, la tomba della sposa venne – come detto – saccheggiata già nell’antichità, tanto che al momento della scoperta, non fu rinvenuta la mummia della regina e si trovarono solo pochi degli oggetti del suo corredo funerario. Non solo, ma molte delle pitture murali andarono danneggiate in seguito alla precedente profanazione; e Schiaparelli stesso constatò che il processo di deterioramento era in atto da tempi antichi, degrado che subì un’accelerazione drammatica dopo l’apertura della tomba da parte dell’archeologo italiano.

Il ritratto di Nefertari prima e dopo i restauri curati da un'equipe di esperti italiani diretta da Laura e Paolo Mora

Il ritratto di Nefertari prima e dopo i restauri curati da un’equipe di esperti italiani diretta da Laura e Paolo Mora per conto del Getty Conservation Institute

Un momento dei delicati restauri del ciclo di affreschi della tomba di Nefertari durati per cinque anni

Un momento dei delicati restauri del ciclo di affreschi della tomba di Nefertari durati per cinque anni

Se italiana fu la sua scoperta, italiano è stato anche il salvataggio della preziosa tomba. Schiaparelli intervenne con un ottimo restauro sui dipinti delle pareti, ma nei decenni successivi l’impiego di cemento per nuovi restauri provocò seri danni. Data questa situazione la tomba non venne aperta al pubblico e solo nel 1987 le autorità egiziane decisero di affidarne il restauro al Getty Conservation Institute che chiamò a operare un gruppetto di restauratori italiani guidato da Laura e Paolo Mora (allora direttore dell’Istituto italiano del restauro) e formato da Franco Adamo, Giorgio Capriotti, Lorenza D’ Alessandro, Adriano Luzzi, Giuseppe Giordano e Paolo Pastorello. Un’ équipe di super specialisti tra i migliori del mondo che hanno lavorato cinque anni per stabilizzare lo strato pittorico sull’intonaco e quest’ultimo sulla roccia calcarea delle pareti. Un delicato intervento fatto con bisturi, pennellini e siringhe con cui iniettare consolidanti sotto lo strato pittorico; nessuna integrazione dei dipinti. Durante il restauro sono emersi particolari che hanno fatto “vedere” gli antichi Egizi al lavoro. Sulle pareti sono state infatti trovate annotazioni degli operai che eseguirono lo scavo della roccia (“scavare fin qui!”) e anche le tracce lasciate dalle cordicelle intrise di colore con le quali i pittori “tirarono le righe” per organizzare gli spazi da dipingere. Inoltre, sui dipinti delle pareti sono stati osservati alcuni schizzi di colore blu (il colore del soffitto) e ciò dimostra che il soffitto venne dipinto dopo che erano state eseguite le pitture delle pareti. Un sistema di procedere, questo, che potrebbe sembrare sbagliato ma che trova invece una spiegazione quando si pensa che gli antichi pittori operavano alla luce delle lampade a olio e quindi con poca luce. Per questo preferirono lasciare il soffitto bianco fino alla fine dei lavori in modo che il suo chiarore integrasse la fioca luce delle lampade. Per realizzare la tomba gli antichi egizi estrassero tonnellate di roccia scendendo fino a una profondità di 812 metri e affrescarono una superficie di circa 520 metri quadrati. Uno sforzo immane per creare un luogo degno della regina e che, nella sua stessa disposizione delle camere e nei soggetti dei dipinti, rappresenta l’itinerario rituale che la defunta percorse per unirsi con le forze cosmiche e raggiungere le Stelle Perenni.

L’Antico Egitto a Conegliano. “Il libro dei morti”: come il mondo dei faraoni concepiva l’Aldilà. Incontro con Naldoni

A Conegliano in margine alla mostra di Paolo Renier sull'Osireion di Abido si parla del Libro dei Morti

A Conegliano in margine alla mostra di Paolo Renier sull’Osireion di Abido si parla del Libro dei Morti

In una mostra come quella allestita da Paolo Renier a Conegliano, “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli fino al 21 dicembre, dove protagonista è il dio dell’Oltretomba, Osiride, e il suo tempio nella città sacra di Abido, non poteva mancare un approfondimento sul mondo dei morti e le concezioni che gli antichi egizi avevano sull’Aldilà. Da non perdere dunque l’incontro con Franco Naldoni dell’Associazione Archeosofica, che sabato 6 dicembre, alle 18.30, nella sala Consiliare del Comune di Conegliano, parlerà de “Il libro egiziano dei morti”. Il Libro dei morti è un testo sacro egizio. Si compone di una raccolta di formule magico-religiose che dovevano servire al defunto per proteggerlo e aiutarlo nel suo viaggio verso l’Aldilà, che si riteneva irto di insidie e difficoltà. Si tratta, generalmente, di formule e di racconti incentrati sul viaggio notturno del Dio sole (nelle sue diverse manifestazioni) e della sua lotta con le forze del male (tra cui il serpente Apopi) che tentano, nottetempo, di fermarlo per non farlo risorgere al mattino. In particolare il testo doveva servire a preparare la testimonianza sulla sua condotta di vita, che il defunto doveva fornire davanti al giudizio di Osiride. Il papiro era poi posto nella tomba, o a volte direttamente nel sarcofago, assieme ai tesori e alle suppellettili ritenute necessarie per l’anima in viaggio. Inizialmente i testi venivano tracciati sulle pareti della camera sepolcrale. Nel Medio Regno si usò dipingere le formule sul sarcofago, e solo a partire dalla XVIII dinastia si impiegarono il papiro.

Il defunto al cospetto di Osiride: illustrazione del Libro dei Morti su un papiro all'Egizio di Torino

Il defunto al cospetto di Osiride: illustrazione del Libro dei Morti su un papiro all’Egizio di Torino

“Parlando di ciò che ci attende dopo la morte”, spiega Naldoni, che ci anticipa qualche considerazione della conferenza di Conegliano, “emerge la difficoltà di concepire per noi oggi un’indagine sul post mortem bloccati come siamo dal preconcetto tipico della nostra civiltà che “non si può” sapere cosa c’è dopo la morte. Per gli antichi egizi invece il post mortem era materia di insegnamento sin dalla più giovane età, come materia di insegnamento era la teologia e il comportamento morale da tenere in ogni istante della loro  vita. Questo antico popolo infatti in ogni atto della sua vita, in ogni sua manifestazione di civiltà e perfino nella sua arte presenta le stigmate di una profonda credenza in Dio e nell’immortalità dell’anima, non solo ma nel suo destino beato o infelice proporzionato al suo operato sulla terra”.

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Franco Naldoni della associazione Archeosofica interviene a Conegliano

Naldoni ricorda che con il termine “Kitab el Mayytun”, letteralmente “Libro del morto” gli arabi designarono qualsiasi rotolo di papiro rinvenuto nelle tombe. “Designazione assai generica, tuttavia questa definizione è rimasta, accolta dai pionieri delle ricerche egittologiche, ma limitata a descrivere quegli scritti, una miscellanea raccolta di formule diffusasi nel nuovo impero, che trattavano di uno speciale percorso che l’anima affrontava nell’Aldilà”.

Il libro dei Morti è una serie di formule che vogliono assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba

Il libro dei Morti è una serie di formule che vogliono assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba

“La lettura di questo testo risulta essere molto difficile perché ci troviamo di fronte a una specie di prontuario magico. Formule che si susseguono a altre formule, tutte con il fine di assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba. Un viaggio e un pernottamento pieno di insidie, orrori e sofferenze, un mondo popolato di guardiani, ma anche affollato di ingannatori, assassini che stanno in agguato per ghermire il debole, il peccatore che non volle saperne in vita di perfezione morale e di trasmutazione del cuore, ma per alcuni, pochi come vedremo, poteva diventare anche un transito glorioso, per coloro che seguivano l’insegnamento che troviamo inciso nelle piramidi della V dinastia: Va’ affinché tu torni! Dormi, affinché tu ti svegli! Muori, affinché tu viva”.

L’Antico Egitto a Conegliano. Da Osiride a Tutankhamon: così l’incontro con Donatella Avanzo anticipa la mostra che apre a Oderzo sul famoso faraone

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

Da Conegliano a Oderzo. Da Osiride a Tutankhamon. L’Antico Egitto rimane in terra trevigiana. E stasera, 29 novembre, alle 18.30, in sala consiliare di Conegliano con l’incontro con l’egittologa Donatella Avanzo ci sarà un virtuale “passaggio di consegne” con Paolo Renier. Avanzo parlerà di “Arte e letteratura sulle sponde del Nilo”. Ma sarà anche l’occasione per presentare la mostra, da lei curata, “Omaggio a Tutankhamon: l’arte egizia incontra l’arte contemporanea” che aprirà a Palazzo Foscolo di Oderzo il 20 dicembre. Nella nuova esposizione, che rimarrà aperta fino al 3 maggio 2015, l’egittologa propone la ricostruzione a grandezza naturale della camera funeraria del giovane Re Tutankhamon.

Un dettaglio della stanza affrescata con il sarcofago all'interno della camera funeraria della tomba d Tut

Un dettaglio della stanza affrescata con il sarcofago all’interno della camera funeraria della tomba d Tut

Quando Howard Carter e lord Carnavon, nel 1922, scoprirono la tomba di Tutankhamon, videro che la camera funeraria di Tut era quasi totalmente occupata da una “cappella” (tra il soffitto della cappella e quello della camera funeraria c’erano meno di 90 cm, mentre tra le pareti di quest’ultima e quella della cappella c’erano meno di 30 cm). L’apertura della “prima cappella” ne rivelò una seconda, quindi una terza e una quarta prima di giungere al sarcofago vero e proprio, in granito, del peso di oltre 430 kg. Questo sarcofago si trova ancora oggi nella camera funeraria di KV62 (la tomba di Tutankhamon). Solo il coperchio in granito (peraltro spezzato) è stato sostituito con una lastra di vetro per permettere di vedere il sarcofago in legno e oro con la mummia di Tutankhamon. È questa l’unica camera dipinta della tomba; su una delle pareti è rappresentata una forma abbreviata della prima ora del Libro dell’Amduat (il libro di ciò che è nell’Aldilà): i dodici babbuini, che per gli antichi egizi erano gli animali che annunciavano il sorgere del sole, qui festeggiano l’arrivo del dio Sole che – “morto” col tramonto – “risorge” nell’Oltretomba. Su un’altra parete è visibile Ay, successore di Tutankhamon, che officia, sul corpo del suo giovane predecessore, la cerimonia dell’apertura della bocca, degli occhi e delle orecchie, il caratteristico e tipico rito dell’Antico Egitto che permetteva di rivitalizzare il defunto o la sua statua.

Un raffinato rilievo da Abido, in Egitto, in una fotografia di Paolo Renier

Un raffinato rilievo da Abido, in Egitto, in una fotografia di Paolo Renier

L'egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo su Tut

L’egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo su Tut

“Non è facile rievocare il fascino dell’Antico Egitto”, spiega l’egittologa, anticipando le linee dell’incontro dii Conegliano. “Infatti, la terra di Khemet è un paese di contrasti e forti accostamenti difficili da dimenticare. Le linee geometriche della natura sono così evidenti da risultare presenti anche all’occhio dell’osservatore più distratto e questo disegno rigoroso ha influenzato in passato la società, il pensiero filosofico, la percezione dello spazio, la religione e l’arte. La rappresentazione artistica, secondo il pensiero egizio, aveva valore di manifestazione reale: il rappresentare le offerte permetteva al defunto di avere cibo e sostentamento per l’eternità. Allo stesso modo la scrittura geroglifica rendeva reale quanto scritto”. “L’uomo moderno – conclude Avanzo -, così pragmatico, comprende questa mentalità con estrema difficoltà, legato com’è alla società d’oggi, al “qui, adesso e subito”. Tuttavia, a ben vedere, avevano ragione loro. La civiltà egizia ha dato vita ad oggetti, monumenti ed opere letterarie che per fascino e raffinatezza suscitano ancora oggi la nostra ammirazione”.

L’Antico Egitto a Conegliano. A corollario della mostra di Paolo Renier, quattro venerdì con giovani egittologi di Ca’ Foscari su Abido e i misteri di Osiride

Federica Pancin, l'egittologa di Ca' Foscari che ha curato la consulenza scientifica della mostra di Conegliano

Federica Pancin, l’egittologa di Ca’ Foscari che ha curato la consulenza scientifica della mostra di Conegliano “Egitto. Come faraoni e sacerdoti nel tempio di Osiride”

Conegliano sempre più centro di studi e approfondimenti sull’Antico Egitto. Nuova serie di incontri a corollario della mostra “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli di Conegliano fino al 21 dicembre, promossa e realizzata da Paolo Renier, direttore artistico che vanta 25 anni di esperienza in Egitto; e Maurizio Sfiotti, presidente dell’associazione culturale Osireion di Abido; con il contributo scientifico e la consulenza dell’egittologa Federica Pancin. Proprio quest’ultima promuove un secondo ciclo di incontri “informali” con giovani ricercatori egittologi, incontri che si affiancano a quelli già programmati il sabato pomeriggio. Questa nuova serie, pensata dopo l’avvio della rassegna proprio per l’interesse suscitato dalla mostra di Paolo Renier, si tengono invece il venerdì pomeriggio, tutte alle 17 a Palazzo Sarcinelli di Conegliano.

Il soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell'Osireion di Abido nelle eccezionali foto di Paolo Renier, cuore della mostra di Conegliano

Il soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abido nelle eccezionali foto di Paolo Renier, cuore della mostra di Conegliano

Si inizia venerdì 28 novembre 2014 con l’intervento di Giulia Deotto (egittologa, Progetto EgittoVeneto) e Claudia Gambino (egittologa, Progetto EgittoVeneto) che si soffermeranno su “Tra Oriente ed Occidente: Osiride attraverso i reperti del Veneto”. Il venerdì successivo, 5 dicembre 2014, Federica Pancin (egittologa, Università Ca’ Foscari di Venezia) interviene su “Osiride: un dio e un re nell’Osireion di Abido”. Venerdì 12 dicembre 2014, Elettra Dal Sie (egittologa, Università Ca’ Foscari di Venezia) affronta gli studi sulla terra dei faraoni da un altro punto di vista: “Girolamo Segato: l’Egitto attraverso il disegno”. Infine, venerdì 19 dicembre 2014, Alessandro Menegazzo (antropologo, Università Ca’ Foscari di Venezia) conclude il ciclo con un tema intrigante: “Reincarnazione e antropologia: il caso studio di Omm Sety in Egitto”.

 

“Imagines”, weekend a Bologna col cinema archeologico di qualità: da Nefertiti a Cleopatra, dal fascino delle tombe di Tarquinia ai misteri di Gobekli Tepe in Turchia, dalla figura di Francesco Orsoni a quella di Antonino Di Vita

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Il Gabo propone il film "Alla ricerca di Nefertiti" (qui il famoso busto di Berlino)

Il Gabo propone il film “Alla ricerca di Nefertiti” (qui il famoso busto di Berlino)

Weekend all’insegna del cinema archeologico di qualità: da Nefertiti a Cleopatra, dal fascino delle tombe di Tarquinia ai misteri di Gobekli Tepe in Turchia, dalla figura di Francesco Orsoni a quella di Antonino Di Vita. Come tradizione, l’ultimo fine settimana di novembre il Gruppo archeologico bolognese organizza “Imagines: obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico giunto alla dodicesima edizione. Alla Mediateca di San Lazzaro di Savena (Bologna) si inizia venerdì 28 Novembre 2014, alle 15.15, con la presentazione della rassegna con Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “L. Donini” di San Lazzaro (Bologna) e Giuseppe Mantovani, vicedirettore del Gruppo Archeologico Bolognese e curatore della rassegna “Imagines”. Segue la proiezione del documentario “Alla ricerca di Nefertiti”, regia di Brando Quilici (60’). Introduce la proiezione: Barbara Faenza. Oltre 3000 anni fa, una regina dalla leggendaria bellezza, Nefertiti, e suo marito, il faraone eretico Akhenaton, scossero le fondamenta dell’antico Egitto: la sua cultura, la sua capitale, perfino i suoi dei. Poi scomparvero, e della loro sorte, e di quella dei loro resti, per secoli non si seppe più nulla. Un famoso egittologo egiziano è ritornato nella Valle dei Re con le più avanzate tecnologie sulle tracce della bellissima regina, per scoprire cosa è stato di lei e della sua famiglia, una famiglia resa ancora più celebre dal giovane che si presume figlio di Akhenaton, e che a sua volta regnerà sull’Egitto col nome di Tutankamon. Dopo l’intervallo, proiezione del documentario “Al di là della Morte. Le tombe di Tarquinia si animano”, regia di Franco Viviani (25’). Introduce la proiezione: Silvia Romagnoli. Il filmato è lo sforzo di proporre in modo nuovo le tombe dipinte di Tarquinia, patrimonio UNESCO, dando cioè movimento ad alcune celebri scene della pittura etrusca, allo scopo di rendere il più possibile comprensibile ad un pubblico di non specialisti il celebre ciclo pittorico.

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, qui in una loro missione nel deserto nubiano, propongono il film "Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra”

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, qui in una loro missione nel deserto nubiano, alla rassegna “Imagines” di  Bologna sono presenti con il film “Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra”

La seconda giornata, sabato 29 novembre 2014, inizia alle 15.15, proiezione del documentario “Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra”, regia di Alfredo e Angelo Castiglioni (27’). Introducono la proiezione: Alfredo e Angelo Castiglioni. Il documentario è la cronaca di una missione archeologica condotta nel 1985 dai fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni alla ricerca delle dimenticate miniere di smeraldi di Cleopatra. La missione, seguendo un vecchio itinerario, ritrovò le antiche miniere, i villaggi dei minatori e I templi scavati nella roccia. Alle 16.15, proiezione del documentario “La culla degli dei”, regia di Tim Conrad (53’). Introduce la proiezione: Gabriele Nenzioni. Il primo tempio conosciuto al mondo, un luogo in cui si professava una misteriosa religione organizzata già oltre 11000 anni fa, si trova sulla sommità di una collina nel sud della Turchia. Gobekli Tepe è un luogo enigmatico, eretto da un popolo sconosciuto di cacciatori-raccoglitori con blocchi di pietra monumentali per celebrare un culto di cui sappiamo ben poco. Un’équipe di National Geographic passa al vaglio tutti I dati disponibili per saper qualcosa di più su questa culla della religione e della civiltà umana. Dopo l’intervallo, alle 18.15, proiezione del documentario “Francesco Orsoni. Storia di un pioniere dell’archeologia preistorica”, regia di Claudio Busi e Giuseppe Rivalta (50’). Introduce la proiezione: Claudio Busi. Negli ambienti della ricerca scientifica bolognese dell’800 emerge, fra personalità di grande rilievo, la figura di Francesco Orsoni, singolare figura di autodidatta. Ebbe fin da ragazzo un forte interesse per le scienze naturali, che lo portò a scoprire nel 1871 la grotta del Farneto nella fascia collinare nei pressi di S. Lazzaro.

Il film “Storie dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita" ricostruisce la figura del grande archeologo

Il film “Storie dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita” ricostruisce la figura del grande archeologo

“Imagines” si chiude domenica 30 novembre 2014 con una giornata piena. Alle 10.30, mattinata per i ragazzi. Proiezione del documentario “Le dodici fatiche di Ercole”, regia di Franco Viviani (30’). Introduce la proiezione: Elena Tonini. Alle 15.15, proiezione del documentario “Storie dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita”, regia di Lorenzo Daniele (28’). Introduce la proiezione: Maria Antonietta Rizzo. “Anni sessanta. La Libia cambiava pelle in quegli anni. Modernità e tradizione si misuravano, si scontravano. Un mondo si trasformava e io avevo il privilegio di esserne testimone. Ogni giorno mi regalava un tassello nuovo su cui riflettere. Imparai a guardare la realtà in cui mi muovevo senza giudicare, senza pormi sul terreno di una diversità dichiarata. Appresi molto dalle persone più disparate”. La Libia di ieri, quella di oggi, filtrata attraverso I ricordi di uno dei più grandi protagonisti dell’archeologia mediterranea, il professore Antonino Di Vita. Alle 16.30, proiezione del documentario “La via Amerina”, regia di Raniero Pedica e Marcello Avoledo (40’). Introduce la proiezione: Marco Mengoli. Il Video è un viaggio archeologico-naturalistico sull’asse viario della via Amerina, tra boschi di lecci e le acque del Rio Maggiore, territorio ancora incontaminato. Il tratto della via preso in esame è stato a lungo luogo di sepoltura per gli abitanti di Falerii Novi, antica città romana del III secolo a.C. Dopo l’intervallo, alle 18, proiezione del documentario “Monumenti nella roccia”, regia di Giuseppe Mantovani (38’). Introduce la proiezione: Giuseppe Mantovani. Un viaggio nella splendida Tuscia Viterbese alla ricerca di antichi e poco conosciuti monumenti rupestri etrusco-romani e medievali che sorgono in questa zona d’Italia, nascosti tra boschi e foreste.

 

L’Antico Egitto a Conegliano. La direttrice Maria Cristina Guidotti svela i tesori di Abido conservati al museo Egizio di Firenze, il secondo in Italia

L'interno della mostra "Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili" a Palazzo Sarcinelli a Conegliano

L’interno della mostra “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili” a Palazzo Sarcinelli a Conegliano

Il manifesto della mostra ideata da Paolo Renier

Il manifesto della mostra ideata da Paolo Renier a Conegliano

Il museo Egizio di Firenze e Abido, la città dell’Antico Egitto sacra a Osiride: storie parallele che si intrecciano e si illustrano a vicenda. È questo l’obiettivo della conferenza “Da Abido al museo Egizio di Firenze” con Maria Cristina Guidotti prevista sabato 22 novembre alle 18.30 in municipio a Conegliano, L’incontro con la direttrice della prestigiosa istituzione fiorentina è uno dei più attesi nel cartellone di appuntamenti culturali di approfondimento collaterali alla grande mostra “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli di Conegliano fino al 21 dicembre, promossa e realizzata da Paolo Renier, direttore artistico della mostra frutto di 25 anni di esperienza in Egitto; e Maurizio Sfiotti, presidente dell’Associazione Culturale Osireion di Abido; con il contributo scientifico e la consulenza dell’egittologa Federica Pancin.

Paolo Renier mostra le straordinarie immagini della stanza del sarcofago dell'Osireion di Abido

Paolo Renier mostra le straordinarie immagini della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abido

Una delle tante scolaresche in visita alla mostra a Palazzo Sarcinelli

Una delle tante scolaresche in visita alla mostra a Palazzo Sarcinelli a Conegliano

“Anche se manca ancora più di un mese alla chiusura della mostra”, spiega Paolo Renier, “con la nostra attività didattica per le scuole, ragazzi e bambini, abbiamo già tutte le mattine prenotate per le visite guidate e i laboratori da parte delle elementari, medie e superiori di Conegliano e del Veneto, inoltre il sabato e la domenica, con un po’ di impegno, riusciamo ad accompagnare tutti i numerosi visitatori nella mostra  (siamo vicini alle 4000 presenze)”. Un risultato sottolineato anche dal sindaco di Conegliano, Floriano Zambon,  nell’ultima conferenza, con grande soddisfazione.

Maria Cristina Guidotti, direttrice del museo Egizio di Firenze, parla a Conegliano

Maria Cristina Guidotti, direttrice del museo Egizio di Firenze, parla a Conegliano

Una sala del museo Egizio di Firenze, secondo per importanza solo all'Egizio di Torino

Una sala del museo Egizio di Firenze, secondo per importanza solo all’Egizio di Torino

E oggi, 22 novembre, a Conegliano arriva l’egittologa Maria Cristina Guidotti che anticipa i contenuti della sua conferenza:  “Da Abido al museo Egizio di Firenze presenterà la storia del museo Egizio di Firenze, sottolineandone l’importanza e il fatto che si tratta del secondo museo egizio d’Italia, dopo Torino. Quindi verrà ripercorsa la storia del sito di Abido, facendo di volta in volta riferimento ai reperti del museo Egizio fiorentino che in qualche modo, o per provenienza o per datazione, sono collegati a questa area archeologica”. Il museo Egizio di Firenze è dunque secondo in Italia solo al famoso Museo Egizio di Torino. Un primo nucleo di antichità egiziane era presente a Firenze già nel Settecento nelle collezioni medicee, ma nel corso dell’Ottocento fu ampiamente incrementato. Grande merito in proposito ebbe il Granduca di Toscana Leopoldo II, che, oltre ad acquistare alcune collezioni, finanziò insieme a Carlo X re di Francia, una spedizione scientifica in Egitto negli anni 1828 e 1829. La spedizione era diretta da Jean Francois Champollion, il decifratore dei geroglifici e dal pisano Ippolito Rossellini colui che sarebbe diventato il padre dell’egittologia italiana, amico e discepolo di Champollion. I numerosi oggetti raccolti lungo il viaggio, sia eseguendo scavi archeologici, sia acquistando reperti da mercanti locali, furono equamente suddivisi al ritorno tra il Louvre di Parigi e Firenze. Nel 1855 fu istituito formalmente il museo Egizio di Firenze e nel 1880 l’egittologo piemontese Ernesto Schiaparelli, il futuro direttore del Museo Egizio di Torino, fu incaricato di trasferire e riordinare le antichità egiziane nell’attuale sede insieme al museo Archeologico. Con Schiaparelli le collezioni fiorentine ebbero un nuovo notevolissimo incremento, grazie ai suoi scavi e acquisti effettuati in Egitto prima di trasferirsi a Torino. L’ultimo gruppo di raccolte pervenute al museo Egizio di Firenze consiste in donazioni di privati e di istituzioni scientifiche: in particolare sono da ricordare i reperti donati dall’ Istituto Papirologico Fiorentino, provenienti dagli scavi effettuati in Egitto tra il 1934 e il 1939. Fra questi reperti è la collezione di stoffe di epoca Copta, che è una delle più ricche e importanti del mondo.

Una testina di Ramses II da Abido conservata a Firenze

Una testina di Ramses II da Abido conservata a Firenze

Nelle collezioni del museo Egizio di Firenze sono conservati alcuni reperti archeologici provenienti da Abido che testimoniano il culto e la particolare devozione di cui era oggetto il dio Osiride in ambito funerario: oltre alle immagini dei due faraoni protagonisti dell’attività architettonica del luogo, Sethi I e Ramses II, ci sono stele databili dal Medio Regno fino all’Epoca Romana, come testimonianza della venerazione a Osiride presente nel luogo.

 

La Sfinge è stata restaurata e presto si potrà ammirarla dal basso accedendo alla corte della statua simbolo dell’Antico Egitto e camminando tra le zampe della donna-leone

La Sfinge vista dal cortile all'altezza delle zampe: presto questo spazio sarà accessibile al pubblico

La Sfinge vista dal cortile all’altezza delle zampe: presto questo spazio sarà accessibile al pubblico

La Sfinge a portata di mano: completati i restauri, presto il pubblico potrà accedere al cortile del monumento più emblematico dell’Antico Egitto e camminare tra le zampe della donna-leone, nota ai primi arabi come Abu el-Hai, Padre del Terrore. Anche se questa non sarà propriamente una data “storica” da ricordare come potrebbe essere l’apertura della necropoli di El Hawawis, vicino ad Akmin nel Medio Egitto, ricca di tombe dipinte, o la cosiddetta tomba di Osiride scoperta da Zahi Hawass a quaranta metri sotto la sabbia, a sinistra della Sfinge, a destra della piramide di Cheope e proprio sotto quella di Chefren (luoghi straordinari ma dove purtroppo sono evidenti le problematiche che dovrebbero essere affrontate per consentirne l’accesso ai visitatori), è certo comunque che l’annuncio fatto qualche giorno fa dal premier egiziano Ibrahim Mahlab – vera operazione di marketing – ha avuto l’effetto di riportare l’attenzione del grande pubblico internazionale sui tesori dell’Antico Egitto, risvegliando quell’interesse che potrebbe tradursi in una salutare boccata di ossigeno per l’industria turistica della terra dei Faraoni, che dalla rivolta al presidente Hosni Mubarack e dai successivi anni di instabilità ha conosciuto un’innegabile penalizzazione.  “Abbiamo molte sfide davanti a noi. Il governo, con i ministri del Turismo e dell’Antichità, ha un piano concreto per difendere il patrimonio dell’Egitto. E questo è successo a Giza”, ha detto il premier egiziano Ibrahim Mahlab che, tra strette misure di sicurezza, ha visitato l’area svuotata di turisti e affollata per l’occasione di giornalisti locali e internazionali. Dopo il sopralluogo del capo del governo e dei ministri interessati, Hishaam Zazou e Mamdouh Eldamaty, ora mancano solo il via libera definitivo e la data per l’apertura. “Noi siamo pronti”, ha spiegato il supervisore dell’area della Sfinge, Mohamed el Saidey, che ha seguito tutti i passi del restauro. “I lavori di salvaguardia della Sfinge sono durati quattro anni, e hanno riguardato soprattutto il fianco sinistro della statua, dove l’erosione dovuta al tempo, alle folate di sabbia e al materiale calcareo del monumento, aveva creato dei buchi nei blocchi. Ma in realtà – ha ammesso – il restauro dura dai tempi dei primi scavi, è un lavoro continuo”.

La Sfinge sembra fare la guardia alle grandi piramidi della piana di Giza

La Sfinge sembra fare la guardia alle grandi piramidi della piana di Giza

Guardia alla piramide di Chefren, la Sfinge è la più antica scultura monumentale d’Egitto. Gli archeologi la collocano intorno al 2500 a.C. e ne attribuiscono l’ispirazione di Chefren (2605-2580). È alta 20 metri e ha il corpo allungato, le zampe protese e un copricapo reale. Fu scolpita in un affioramento di roccia naturale sulla cui base furono aggiunti alcuni blocchi di pietra in occasione delle numerose ristrutturazioni, a partire dalla XVIII dinastia. Il volto è privo del naso: si racconta che la sua distruzione sarebbe dovuta a un colpo sparato da un mamelucco, un ottomano o un francese. In realtà sarebbe andato perso prima del XV secolo. In origine la Sfinge aveva anche una finta barba stilizzata, simbolo di regalità, ma anch’essa scomparve. Un pezzo di roccia prelevato dal luogo in cui essa sorgeva sulla sabbia oggi è conservato nel British Museum di Londra.

La Sfinge è uno dei simboli indiscussi dell'Antico Egitto

La Sfinge è uno dei simboli indiscussi dell’Antico Egitto

La Sfinge sarebbe una raffigurazione emblematica del re, il cui corpo leonino costituirebbe l’archetipo della regalità e la testa, cinta dal nemes (copricapo portato dai soli faraoni), il potere. Intagliata in un unico sperone roccioso, tranne le zampe realizzate con blocchi di riporto, la gigantesca statua subì interventi già in antichità a partire da quelli di Thutmosi IV (come si può leggere dalla “Stele del Sogno” posta tra le due zampe) e di Ramses II. Nel 1980, il riempimento delle fessure con il cemento (un intervento definito “scellerato” da molti tecnici) provocò il crollo di una spalla e i danni furono recuperati solo nel 1998. Infine, l’ultimo restauro risale al 2010, mentre, un anno dopo, tecnici locali hanno abbassato di 7 metri il livello delle acque sotterranee che minacciavano la piana. La Sfinge – si diceva – è dunque uno dei monumenti più antichi ed emblematici che la storia ci abbia tramandato il cui significato è ancora parecchio controverso. Così se alcuni sostengono che la Sfinge sia stata costruita per dare a tutti l’idea della magnificenza regale, altri sono sicuri che ogni parte del corpo della donna-leone simboleggi qualcosa. Quale sia stato l’esatto messaggio che si è voluto veicolare con la costruzione dell’imponente monumento, la Sfinge resta comunque un simbolo dell’Egitto che andava salvaguardato. La preziosa statua è stata così sottoposta a una lunghissima sessione di restauro.

Le impalcature avvolgono la Sfinge: i restauri appena conclusi sono durati quattro anni

Le impalcature avvolgono la Sfinge: i restauri appena conclusi sono durati quattro anni

La sabbia del deserto, l’erosione e la consunzione naturale stavano infatti mettendo a repentaglio la salute della Sfinge. Ci sono voluti ben quattro anni d lavori di manutenzione e restauro perché la statua potesse tornare a troneggiare sulla piana di Giza che è stata essa stessa oggetto di un più ampio progetto di rivalutazione, con la pulizia di tutta l’area che negli anni era stata purtroppo invasa dagli escrementi dei cavalli e dei cammelli usati come attrazioni turistiche. Particolarmente massiccio il lavoro svolto dai tecnici in prossimità del collo, del petto e del lato sinistro della Sfinge. Queste zone della statua erano state interessate infatti da fenomeni erosivi talmente potenti da produrre dei buchi nei blocchi usati per la costruzione.

Il grande cortile della Sfinge che sarà presto aperto al pubblico

Il grande cortile della Sfinge che sarà presto aperto al pubblico

L’area circostante la Sfinge è accessibile dal tempio della Valle di Chefren, uno dei più antichi templi ancora esistenti in Egitto. Il tempio funge ora da piattaforma di osservazione per il pubblico in estasi davanti alla Sfinge, la favolosa creatura con corpo di leone e volto umano. Ma presto la Sfinge non sarà più off-limits per i turisti: la corte della monumentale statua sarà finalmente accessibile col pagamento di un biglietto a parte. I visitatori potranno arrivare letteralmente ai piedi, o, per meglio dire, alle zampe del colosso, toccarlo, guardarlo negli occhi dal basso verso l’alto con un misto di fascinazione e timore reverenziale, mirando da vicino la “Stele del Sogno” di Thutmosi IV e passando anche, altra novità, per il tempio fatto costruire da Amenofi II pochi metri più in là a nord-est.

 

L’Antico Egitto a Conegliano. C’è un “codice geometrico armonico” alla base dell’Osireion di Abido. Lo ha scoperto l’ing. Rubino grazie ai rilievi realizzati per la mostra a Palazzo Sarcinelli: anticipazioni sull’incontro del 31

Il fotografo Paolo Renier in Egitto durante una ricognizione nell'Osireion di Abido

Il fotografo Paolo Renier in Egitto durante una ricognizione nell’Osireion di Abido

Il grande plastico dell'Osireion realizzato da Maurizio Sfiotti in mostra a Conegliano

Il grande plastico dell’Osireion realizzato da Maurizio Sfiotti in mostra a Conegliano

Numeri che svelano l’Egitto più misterioso e intrigante. Non è un obiettivo da poco quello che si è prefisso l’ingegner Alfonso Rubino, esperto di geometria sacra nell’incontro di venerdì 31 ottobre alle 18.30 in sala consiliare del Comune di Conegliano su “L’Osireion: il codice geometrico armonico universale di tutti i tempi. Relazione Armonica con il Santo Sepolcro di Gerusalemme”.  Conegliano si conferma sempre di più in questo speciale autunno punto di riferimento per conoscere e approfondire un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto, l’Osireion di Abido, a sua volta città sacra per eccellenza, altrettanto intrigante quanto ricca di tesori della civiltà dei faraoni. Merito, tutto ciò, del fotografo Paolo Renier, che proprio sulla conoscenza di Abido ha investito tutta la sua vita, coadiuvato strada facendo dal geometra Maurizio Sfiotti, presidente dell’associazione Osireion di Abido, e dell’egittologa Federica Pancin. Sono loro che hanno realizzato la mostra “EGITTO come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli di Conegliano fino al 21 dicembre, dove in queste prime settimane sono già passati più di tremila visitatori con una grande risposta dalle scuole del territorio.

Maurizio Sfiotti e Federica Pancin durante i rilievi dell'Osireion di Abido nel 2013

Maurizio Sfiotti e Federica Pancin durante i rilievi dell’Osireion di Abido nel 2013

L'ing. Alfonso Rubino

L’ing. Alfonso Rubino

Ed è proprio nella mostra di Conegliano che Alfonso Rubino matura la convinzione di poter finalmente verificare – come lui è convinto – se le misure dell’Osireion rispondono a quel codice geometrico armonico che percorre trasversalmente la storia dell’uomo e che ritroviamo in molti monumenti sacri significativi. Perché proprio a Conegliano? Perché visitando la mostra di Paolo Renier, scopre che lì sono esposti dei plastici dell’Osireion particolarmente precisi, realizzati in scala 1:20 da Maurizio Sfiotti. Nel maggio 2013, infatti, Renier Sfiotti e Pancin – proprio in vista della realizzazione della mostra – erano stati in missione ad Abido per realizzare il primo rilievo dell’Osireion. “L’ingegner Rubino ha iniziato queste ricerche vedendo le mie foto del  soffitto della Stanza del Sarcofago”, ricorda Renier, “ne è rimasto folgorato. Perciò ci ha chiesto le misure più precise possibili sul tempio dell’Osireion e noi gliele abbiamo inviate: sono quelle rilevate nel maggio 2013 e che ci sono servite anche per ricostruire il soffitto in scala 1:1, il plastico e il monumento presentati qui in mostra a Palazzo Sarcinelli di Conegliano”.

La pianta dell'Osireion di Abido con i riscontri geometrici scoperti da Rubino

La pianta dell’Osireion di Abido con i riscontri geometrici scoperti da Alfonso Rubino

Rubino non ha voluto “svelare” il cuore delle sue ricerche, per non togliere il gusto di quanti non vorranno perdere la sua conferenza di venerdì 31. Ma qualche numero comunque lo ha anticipato, contribuendo ad aumentare ancora di più la nostra curiosità. Spiega Rubino: “Consideriamo il rettangolo ,esattamente misurato, del corpo centrale dell’Osireion di Abido manufatto: lunghezza 27,90 m; larghezza 21,99 m. Se tracciamo il quadrato centrale di lato pari a 2191,24 cm. determinato dalla distanza dal centro di figura del punto di intersezione delle linee diagonali interne di colore rosso (1095,62 cm.), giungiamo a una prima conclusione di straordinario valore: questo quadrato ha un perimetro di 8764,96 cm. straordinariamente prossimo al perimetro del cerchio fondamentale: 2790 x π (P greco) = 8765,04 cm. con un errore assoluto di 0,8 mm. Pari un errore percentuale dello 0,0009%! Ciò dimostra che il modello geometrico dell’Osirion si basa sulla conoscenza avanzata del numero “P greco”. Il modello contiene anche l’esatto rapporto base/altezza e l’esatta inclinazione della Grande Piramide ( 51°51’15,09’’). Un ulteriore sviluppo del modello geometrico permette di generare le esatte proporzioni e dimensioni della camera del Re e del sarcofago della Grande Piramide di Giza”. Non male come inizio. Ma Rubino non va oltre, e dei “collegamenti armonici” con il Santo Sepolcro non fa cenno. Si limita solo a un commento: “È sorprendente come si sia atteso tanto tempo per avere un rilievo architettonico preciso. E sappiamo che senza la disponibilità dei dati rilevati l’analisi geometrica è in genere poco attendibile. Ma ora tutto ciò è stato possibile grazie alle misurazioni di Sfiotti, Pancin e Renier. A loro va tutta la mia riconoscenza”. E qui si ferma. Non ci resta che andare a Conegliano.