Altino (Ve). Al parco archeologico visita guidata “Un cavallo bianco per Diomede” per il ciclo #Parolaallefonti alla scoperta dell’importanza dei cavalli veneti per i Veneti antichi

Bardatura di cavallo (III-II sec. a.C,) dalla necropoli Le Brustolade, ora conservata al museo Archeologico nazionale di Altino (foto drm-veneto)
Domenica 16 febbraio 2025, alle 15.30, lo staff del parco archeologico di Altino accoglierà i visitatori per un nuovo incontro di #Parolaallefonti su “Un cavallo bianco per Diomede”. Si potrà scoprire l’importanza dei cavalli veneti secondo le fonti antiche. L’attività gratuita è compresa nel biglietto d’ingresso, ora acquistabile anche tramite app Musei Italiani. Per informazioni e prenotazioni drm-ven.museoaltino@cultura.gov.it, 0422789443. “Era il 440 a.C. quando Leonte di Sparta vinse le Olimpiadi. Guidava cavalli veneti.”, ricorda la direttrice Marianna Bressan. “Qualche decennio più tardi, Dionisio, il tiranno di Siracusa, scelse di allevare i cavalli veneti, perché erano i migliori nella corsa. Fu così che i Greci li conobbero e in breve divennero i più ambiti nei più prestigiosi agoni sportivi. Per gli antichi, ogni eccellenza era un dono divino ed era d’obbligo rendere grazie. I Veneti, infatti, erano soliti sacrificare a Diomede un cavallo bianco. Non sappiamo nei dettagli come si svolgesse il sacrificio, in quali occasioni e ogni quanto tempo. Poteva trattarsi di un rituale a sé o rendersi necessario in caso di vittoria in un agone importante o essere collegato alla morte del padrone particolarmente potente e facoltoso. Quel che sappiamo è che le necropoli delle città venete ospitano spesso tombe di cavalli”. Ad Altino se ne contano 30, seppellite tra il V e il III secolo a.C. nella necropoli a nord della città. Sono quasi tutti cavalli maschi, nel fiore degli anni, per lo più inumati a coppie o a gruppi di tre, come nella celebre tomba della biga di Adria. Spesso indossano la bardatura. “Nessuno reca traccia di morte violenta sullo scheletro, ma un taglio alla gola non ne lascia. E’ possibile, ma non certo, che riposassero accanto ai loro padroni. Assistiamo, con questo, a una delle testimonianze più intime e umane del sentire e dell’agire di persone, vissute migliaia di anni prima di noi. Sacrificare quanto di più prezioso si possedeva era un gesto di estrema umiltà e abbandono verso la potenza del divino. Riservare all’amato animale una sepoltura pari a quella di una persona cara era il sommo tributo di gratitudine, pagato con l’incalcolabile prezzo della vita”.
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