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Il regista Lucio Rosa regala un messaggio di speranza al 2019 con il nuovo film “Il ragazzo con la Nikon”, realizzato assemblando migliaia di foto di antichi villaggi, antiche dimore, antichi magazzini berberi: omaggio d’amore alla Libia che oggi per lui è “irraggiungibile”

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

Dietro il grande obiettivo della sua Nikon fa capolino “un giovane” che lancia un messaggio di speranza in questo inizio di 2019: il suo occhio è vivace, curioso, ma anche pieno di amore per quella terra che ha nel cuore, l’Africa. Ma ormai da un lustro Paesi come la Libia sono irraggiungibili. Quel giovane, alla faccia dell’anagrafe, è il regista veneziano Lucio Rosa che non vuole arrendersi all’idea che gli antichi villaggi, le antiche dimore, gli antichi magazzini berberi, memoria degli Imazighen berberi di Libia, stiano lentamente dissolvendosi nel nulla, stretto d’assedio dalla sabbia e dall’oblio. E allora potendo contare su migliaia di fotografie realizzate nelle sue moltissime missioni in Libia, da Est a Ovest, da Nord a Sud, si è chiesto: “Perché non dare vita alle fotografie, farle “parlare” e raccontare una storia antica quella dei Berberi Imazighen e di quello che hanno lasciato in Libia di tangibile, come le sublimi architetture?”. Nasce così l’ultima produzione di Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, un film di 30 minuti, rigorosamente in bianco e nero, senza riprese ma montato con le fotografie da lui realizzate in Libia nel corso degli anni. “Ultima nell’aprile 2013… poi il buio per questo splendido Paese”, ricorda amaro lasciandosi andare a un’ennesima dichiarazione d’amore e di speranza: “Ma verrà la luce e ritornerò da te, cara Libia”. Era infatti il 23 aprile 2013 quando il regista veneziano era a Tripoli al ministero del Turismo e cultura per firmare il contratto di un film su Ghadames, la grande oasi ai margini occidentali del Sahara libico nel punto dove si incontrato i confini di Libia, Algeria e Tunisia. “Ma un attentato all’ambasciata francese ha bloccato Tripoli… fuggi fuggi… imbarco sul primo aereo per riornare in Patria, e film con la sceneggiatura e storyboard approvati, è finito nel cassetto. In attesa… Ad oggi è ancora lì, ricoperto dalla polvere del tempo… ma ancora vivo nelle mie intenzioni e speranza… ma verrà il giorno…”, la voce rotta dalla commozione.

Gli Imazighen sono gli antichi berberi di Libia con la bandiera tricolore (foto Lucio Rosa)

Con il film “Il “ragazzo” con la Nikon”, le antiche architetture berbere, gli antichi villaggi, le antiche dimore, gli antichi magazzini fortezza sembrano tornare a nuova vita, esaltate dal bianco e nero delle riprese, mentre la colonna sonora, solenne e dal ritmo lento come il passa di un viaggiatore, rende la gravità del momento ben descritto dal testo dello stesso Lucio Rosa, speakerato da Mimmo Strati, che descrive i luoghi, i monumenti e ne ricostruisce la storia con il susseguirsi dei popoli che li hanno frequentati. Unica nota di colore è rappresentata bandiera tricolore degli Imazighen, dove il blu evoca il mare, il verde la terra coltivata, il giallo la sabbia del deserto. Al centro la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, l’antica lingua dei berberi, simbolo della resistenza e della vita.

Un suggestivo scorcio delle architetture di Ghadames (foto Lucio Rosa)

L’occhio del “giovane” Rosa scivola sulle pareti candide delle architetture, entra nelle antiche dimore, ne incontra gli abitanti, si inerpica sulle torri, sempre con delicatezza e rispetto: ogni scatto sembra più un’amorevole carezza. Ecco Ghadames, la romana Cydamus, crocevia del commercio sahariano, luogo privilegiato d’incontri di culture diverse che seppe mescolare senza timori, partorendo quella civiltà berbero-araba di cui ancora oggi se ne assapora lo spirito. Le prime notizie storiche della città risalgono all’epoca romana, al Regno di Augusto. Era l’anno 19 a.C. quando Ghadames fu occupata dalle legioni di Lucio Cornelio Balbo e divenne uno stabile avamposto fortificato contro i nomadi Getuli e i Garamanti, rappresentando l’estremo punto meridionale dell’impero romano. Nel VI secolo i bizantini sconfissero i vandali e si estesero nel Nord Africa. Anche Ghadames si sottomise alla dominazione bizantina convertendosi al cristianesimo. Era imperatore d’oriente Giustiniano I. Per quasi due secoli, cioè sino all’arrivo degli arabi, i bizantini esercitarono il loro dominio. E Ghadames stessa divenne anche sede di un vescovado. Nel VII secolo, con la disgregazione degli ultimi presidi libici di Giustiniano, anche Ghadames, dopo strenua resistenza, fu presa dagli arabi.

Antiche architetture dell’oasi di Ghadames (foto Lucio Rosa)

“L’oasi di Ghadames”, racconta Rosa, “è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia, mantenuta viva dall’amore della sua gente e dalla saggezza dei suoi vecchi. Qui è stato conservato l’intricato labirinto di vicoli coperti che offrono intatta l’antica atmosfera di una città berbera, disordinata ma armonica al tempo stesso, plasmata col fango e dalla luce donata da una sapiente architettura. Si cammina al buio, quasi in mistica penombra, in quello che pare un gigantesco termitaio; si prova quasi imbarazzo a profanare questo luogo che invita a rimanere in silenzio e a camminare in punta dei piedi”. L’oasi di Ghadames era divisa in sette quartieri racchiusi dalle antiche mura. Ognuno autonomo con propri pozzi, piazze, mercati, moschee e madrasse. Il tutto raccordato dal quel labirinto caotico delle stradine che è la caratteristica di Ghadames. Le abitazioni sono generalmente a tre piani, ognuno con funzioni diverse. Il piano terreno è destinato a magazzino, a deposito degli attrezzi. “Il primo piano – continua il regista – è dedicato alla vita familiare, una ampia stanza soggiorno colma di nicchie e armadi a muro… un alternarsi confuso di ingannevoli finestre che non si aprono al sole ma nascondono mensole e ripostigli. È la sala soggiorno, tamanhat, il fulcro della casa, dove si consumano i pasti, si riunisce la famiglia e si accolgono gli ospiti. Vetri colorati, oggetti in ottone, specchi disposti sulle pareti avevano la funzione di moltiplicare la debole luce che veniva fornita dalle lampade a olio. Sulle pareti, bianche di calce, sono tracciati disegni geometrici. Immagini stilizzate cariche di antichi simbolismi. Segni e decorazioni di lontane superstizioni, simboli esoterici, disegni caratteristici dell’arte berbera del nord Africa. Una scala conduce ai piani superiori: il secondo è destinato alla vita intima della padrona di casa. Sotto la volta del cielo, le terrazze, il regno delle donne”.

La città di Fursta, abbandonata da tempo, è ormai un ammasso di rovine (foto Lucio Rosa)

Il viaggio continua. Il villaggio di Fursta, è ignorato, dai percorsi “turistici”, e solo qualche viaggiatore desideroso non solo di vedere ma spronato dal voler scoprire, conoscere, approfondire, dove, cosa, chi, arriva fin quassù. Si sale lungo stretti viottoli da cui si accedeva alle abitazioni. Ora sono solo case diroccate, ormai abbandonate da decenni. Le porte sono spalancate. Non c’è più nulla da conservare e da proteggere. Ma pure nella desolazione si conserva ancora qualche traccia del modello di vita degli Imazighen che qui abitavano. Tra le macerie, un frantoio, quasi un sussulto di vita, ma non è che una illusione, a Fursta tutto è morto. “Bianca, candida, isolata, la moschea di Fursta si stacca dal brullo Jabel Nafusah. Una architettura semplice, sobria, in perfetta armonia con l’austerità e lo spirito ascetico, caratteristiche dell’Islàm sahariano delle origini. All’interno, un susseguirsi armonioso di colonne sostengono la volta dell’oratorio. L’ambiente tutto, immerso in una luce soffusa, raccoglieva il dialogo tra i fedeli e il dio clemente e misericordioso”.

L’impressionante Gsar al-Haj non è una fortezza ma un centro di stoccaggio (foto Lucio Rosa)

Del villaggio Imazighen di Gsar al-Haj sono rimaste poche testimonianze di quelle che furono, un tempo, le loro abitazioni. Colpisce, invece, una costruzione che probabilmente è la più sorprendente di tutta l’antica architettura berbera in Libia. È nota come “castello berbero”. Fu eretta nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla, ma non è una fortezza, come si potrebbe pensare guardando il complesso dall’esterno, ma una struttura di stoccaggio creata per proteggere il raccolto della popolazione che viveva nel villaggio adiacente. “Si presenta come un anello circolare, un piccolo Colosseo”, descrive Rosa. “Nelle alte mura che circondano il cortile sono ricavate 114 cellette con funzione di magazzino, simili a grotte e disposte su più livelli. Le cavità dei livelli superiori, che si potevano raggiungere a mezzo di scale e passaggi aerei, servivano principalmente per conservare e proteggere i prodotti della terra. Il livello più basso, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare il bene più prezioso, l’olio, che era anche una importante moneta di scambio”.

L’oasi di Derdj gestiva il traffico delle merci tra Africa nera e Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

Anche dell’antico villaggio, della bella e ricca vecchia oasi berbera di Derdj, non rimangono che poche rovine. Mura crollate, passaggi ostruiti dalle macerie e la sabbia che si riprende la città, lentamente ma inesorabilmente. Silenziosa, dimenticata, Derdj ha vissuto, come altre oasi del Jabel Nafusha, l’esodo dei suoi abitanti. Un labirinto di viottoli si insinua tra case diroccate, ma pure nella distruzione quasi totale qualche cosa emerge dalle rovine. Si possono scorgere le tracce di quelle che furono sontuose dimore, veri palazzi, un segno di prosperità e di ricchezza che antichi mercanti donarono a questa città oasiana. Una imponente fortezza, arroccata sul bordo della falesia, sovrasta il vecchio villaggio. Posta a guardia della frontiera sia meridionale che occidentale, testimonia l’importanza di questo insediamento che permetteva la vigilanza sul territorio e la gestione del traffico delle merci tra l’Africa nera e le coste del Mediterraneo.

Lo stupefacente granaio di Nalut (foto Lucio Rosa)

Il Gsar Nalut, posto a 600 metri d’altezza nel Jebel Nafusah, è forse il più interessante tra gli insediamenti berberi della Libia. In epoca romana si chiamava Taburmati ed era sede di un presidio a difesa del Limes tripolitanis. Abbarbicato sulla scarpata, l’antico villaggio berbero, ormai in rovina, appare come una fortezza. “Ancora ben conservato è, invece, lo stupefacente granaio, dove gli abitanti di Nalut depositavano i propri raccolti, gli approvvigionamenti di ogni famiglia mettendoli al sicuro. Il formidabile granaio è come “un palazzo” che gli Imazighen fortificarono negli anni più duri della repressione turca, di quattro secoli fa. Gli abitanti di Nalut vi conservavano ogni cosa, ma soprattutto le granaglie e l’olio, che rappresentavano tutta la ricchezza in natura della famiglia berbera”.

L’interno di un’abitazione di Gsar Gharyan (foto Lucio Rosa)

Il viaggio di Lucio Rosa termina a Gsar Gharyan “il castello delle grotte” nella lingua dei berberi, a 600 metri di quota, che rispecchia uno degli usi più comuni delle tribù berbere che abitavano nell’altopiano di Nafusah. “Sappiamo che erano una popolazione troglodita che abitava in case scavate interamente nel terreno alla profondità dagli 8 ai 10 metri”, spiega Rosa. “All’interno delle case sotterranee si beneficia di una temperatura confortevole durante tutto l’anno, protetti dal caldo feroce dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. L’abitazione vera e propria si presenta con una serie di stanze idonee per vivere una vita confortevole. Naturalmente, pure nella semplicità delle case, non mancavano locali adibiti a magazzini”. Queste abitazioni oggi non vengono più usate per viverci, ma volentieri vi si accolgono gli amici e si aprono a qualche viaggiatore curioso di conoscere e desideroso di cogliere, con animo affascinato, nuove esperienze, nuove amicizie. “Questo mondo sta lentamente dissolvendosi nel nulla, stretto d’assedio dalla sabbia ed dall’oblio. Rimane la speranza, un desiderio, forse inconscio, che tutto ciò possa un giorno risvegliarsi, la sabbia svanire, l’uomo ritornare”. Rimane l’attesa di un ospite, un “viaggiatore” giunto da terre lontane richiamato dal misterioso fascino di queste antiche vestigia, create, un tempo, dagli Imazighen, “uomini liberi”. Queste terre berbere attendono il ritorno del “Ragazzo con la Nikon”.

“Antiche architetture berbere”: ecco la Libia nelle foto del regista Lucio Rosa in mostra a Bolzano. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

L’Etiopia lo ha tradito, la Libia è diventata off-limits (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/15/non-si-fara-il-film-sulle-tribu-della-valle-dellomo-il-regista-lucio-rosa-costretto-a-rinunciare-per-le-richieste-esose-delle-autorita-di-etiopia-restano-i-riconoscimenti-pluripremiato/). Ma lui, Lucio Rosa, regista veneziano, bolzanino d’adozione, l’Africa l’ha sempre nel cuore. Così, in attesa di poter tornare in Africa, l’Africa la porta a casa sua.  Martedì 20 febbraio 2018, alle 18, all’Espace La Stanza, in via Orazio a Bolzano, apre la mostra “Antiche architetture berbere. LYBIA by Lucio Rosa” (fino al 6 marzo 2018). “Durante le varie missioni svolte in Libia”, spiega Lucio Rosa, “sia per realizzare film e ricerche varie, purtroppo solo fino al 2014, perché poi la Libia è diventata impraticabile, mi sono interessato all’architettura berbera di diverse oasi”. E continua, tradendo l’emozione. “Queste oasi sono abitate e vissute dai berberi Imazighen fino ai primi anni ’80, fino a quando Gheddafi, volendo che la sua gente vivesse con i confort occidentali, ha costruito le nuove città in prossimità dei vecchi villaggi. Le vecchie oasi, quasi tutte abbandonate, sono cadute nel degrado. Ma ci sono delle eccezioni”. E queste “eccezioni” sono state “salvate” dalle immagini di Lucio Rosa. La mostra “Antiche architetture berbere. LYB IA by Lucio Rosa” presenta una cinquantina di foto che riguardano sette di queste location. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”, commenta amaro il regista. Le foto sono raggruppate in sequenze, ognuna presentata da una nota esplicativa. Vediamone qualcuna.

La bandiera degli Imazighen con al centro la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “Antiche architetture berbere. Lybia by Lucio Rosa”

Intanto cominciamo a conoscere meglio gli Imazighen, noti come “uomini liberi”. Sono Berberi, un popolo indigeno della Libia e del Nord Africa, come i libici moderni che si considerano arabi, ma in realtà sono di etnia e cultura berbera, arabizzati nel corso dei secoli. “Ora parlano un dialetto arabo”, ricorda Rosa, “con la grammatica berbera e molti prestiti dall’antica lingua dei libici detta Tamazight, il cui antico alfabeto, berbero, tifinagh è chiamato anche alfabeto libico. Il simbolo al centro della bandiera tricolore degli Imazighen, dove il blu rievoca il mare, il verde la terra coltivata, il giallo la sabbia del deserto, altro non è che la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita”. Per i Paesi dove si parla o si è parlato la lingua berbera è stato creato il neologismo Tamazgha un’espressione di nazionalismo per affermare  l’esistenza di una nazione berbera e di un popolo unito. Al Tamazgha appartengono Libia, Marocco, Algeria, Tunisia, Mauritania, nord del Mali e del Niger, parte occidentale dell’Egitto, e i territori spagnoli di Melilla e Ceuta oltre che alle Isole Canarie. Al Tamazgha appartiene la stessa tribù berbera dei Tuareg, originaria del sud della Libia, l’attuale Fezzan. Anche la tribù di Gheddafi, Qadhadhfa o anche Gaddafa, è una delle tribù libiche di etnia berbera arabizzate. “Oggi per Berberi si intendono quelli che hanno mantenuto la lingua berbera e per questa ragione vengono detti berberofoni o, nella loro stessa lingua, Imazighen. Risiedono nella città di Zuara, nel Dejbl Nfousa, nella città di Ghadames e al sud nelle zone di Ubari e di Sebha, oltre che nelle grandi città libiche come Tripoli, Bengasi e Misurata”.

Quel che resta dell’antico villaggio di Derdj in Libia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Derdj. “Dell’antico villaggio di Derdj, la Derdj vecchia”, spiega Rosa, “non rimangono che poche tracce. Un labirinto di viottoli si insinua tra le case diroccate di quella che fu un tempo un’oasi, ora abbandonata. Si possono ancora scorgere le tracce di quelle che furono le sontuose dimore, veri palazzi, un segno di prosperità e di ricchezza che antichi mercanti donarono a questa oasi. Una imponente fortezza, arroccata sul bordo dell’altopiano, sovrasta il vecchio villaggio. Posta a guardia della frontiera sia meridionale che occidentale, testimonia l’importanza di questo insediamento che permetteva la vigilanza sul territorio e la gestione del traffico delle merci tra l’Africa nera e le coste mediterranee”.

I viottoli del villaggio rupestre di Fursta in Libia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Fursta. “Jebel Nafusah”, interviene il regista veneziano, “è una zona montagnosa che partendo da Leptis Magna sovrasta la piana della Tripolitania giungendo fino in Tunisia. Gli Imazighen, i berberi della Libia, hanno da sempre considerato queste terre come area di loro appartenenza. Qui si sono insediati in tempi lontani diversi villaggi rupestri. Il villaggio Fursta, è ignorato, per fortuna, dai percorsi “turistici”, e solo qualche viaggiatore, spronato dal desiderio di scoprire, arriva fin quassù. Qui si conservano ancora le tracce del modello di vita degli Imazighen. Per proteggere il proprio raccolto da possibili attacchi da parte nemica, gli abitanti di Fursta, accanto alle loro abitazioni scavate nella roccia, avevano edificato magazzini fortificati dove mettere al sicuro il proprio raccolto, come grano, olio e tutto quanto serviva alla loro sopravvivenza”.

L’oasi di Ghadames è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Ghadames. Per i romani era Cydamus. Le prime notizie storiche sulla città risalgono proprio all’epoca romana. Era il 19 a.C. quando fu occupata dalle  legioni di Lucio Cornelio Balbo e divenne uno stabile avamposto fortificato contro i nomadi Getuli e i Garamanti. Lontana, collocata ai margini occidentali del Sahara libico nel punto dove si incontrano i confini di Libia, Algeria e Tunisia, per secoli Ghadames è apparsa come un miraggio a chi la ritrovava dopo il lungo viaggio di ritorno dai mercati del Sud attraverso il deserto, un rifugio, un porto tranquillo dopo le incertezze, le fatiche del lungo peregrinare. “L’oasi di Ghadames”, conferma Rosa, “al contrario di tante altre oasi sahariane, è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia, mantenuta viva dall’amore della sua gente e dalla saggezza dei suoi  vecchi. A Ghadames è stato conservato l’intricato labirinto di vicoli coperti che offrono intatta l’antica atmosfera di una città berbera, disordinata ma armonica al tempo stesso, plasmata col fango e con la luce donata da una sapiente architettura”.

L’impressionante Qsar al-Haj non è una fortezza ma un centro di stoccaggio (foto Lucio Rosa)

Oasi di Qsar al-Haj. Qsar al-Haj è probabilmente la costruzione più sorprendente dell’architettura berbera in Libia. Conosciuto come “castello berbero” fu eretto nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla. “Non è una fortezza, come si potrebbe pensare guardando il complesso dall’esterno”, precisa Rosa, “ma una struttura di stoccaggio creata per immagazzinare il raccolto della popolazione che vive nel villaggio adiacente. Nelle alte mura che circondano il cortile sono ricavate 114 cellette con funzione di magazzino, simili a grotte e disposte su più livelli. Il livello più basso, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare l’olio, mentre i livelli superiori servivano principalmente per conservare e proteggere i prodotti della terra, come l’orzo e il grano”.

Kabaw, tipica costruzione berbera (foto Lucio Rosa)

Kabaw è una costruzione berbera che serviva sia alla popolazione semi-nomade sia a quella stanziale che gravitava in questa zona, per immagazzinare e proteggere le proprie provviste. Era  composta da centinaia di piccole celle ognuna sovrapposta una all’altra, un vero alveare. Al centro dell’impianto, una piccola costruzione a forma di cubo, intonacata di bianco, aveva la funzione di riparo per il guardiano che doveva vigilare su chi entrava e chi usciva.

Il granaio fortificato di Qsar Nalut, villaggio berbero (foto Lucio Rosa)

Oasi di Nalut e di Qsar Gharyan. Qsar Nalut, posto a 600 metri d’altezza del Jebel Nafusa, è uno dei più interessanti insediamenti berberi della Libia. In epoca romana si chiamava Taburmati ed era sede di un presidio a difesa del Limes  tripolitanis. Abbarbicato sulla scarpata, il villaggio berbero appare come una fortezza, con il formidabile granaio fortificato, dove gli abitanti di Nalut conservavano i propri raccolti mettendoli al sicuro. Il granaio è un “palazzo” che gli Imazighen, i berberi di Libia, fortificarono negli anni della repressione turca. Gli abitanti di Nalut vi conservavano soprattutto l’olio e le granaglie, che rappresentavano tutta la ricchezza in natura della famiglia berbera. Un dedalo di stradine, un labirinto di vicoli penetrano lo spettacolare granaio dalle pareti addossate le une alle altre, che dispone di 300 cellette poste su 5 o 6 ordini. “Qsar Gharyan”, conclude Rosa, “ è il castello delle grotte nella lingua degli Imazighen, e rispecchia uno degli usi più comuni delle tribù berbere che abitavano nell’altopiano di Nafusa: l’uso di case interamente scavate nella roccia, chiamate case troglodite. All’interno delle case sotterranee si beneficia di una temperatura confortevole durante tutto l’anno, sia d’estate che d’inverno. Da un cortile scavato nel terreno per una profondità che può variare dai 7 a agli 9 metri, si accede all’abitazione vera e propria, che si presenta con una serie di stanze idonee per viverci, e con i magazzini”.