Archivio tag | Vincenzo Giustiniani

Roma. Ultime settimane per ammirare le 92 opere selezionate tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo per la grande mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori” a Villa Caffarelli-musei Capitolini. Piccola guida alla mostra

Sempre oblligatoria la prenotazione per la mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Villa Caffarelli ai Musei Capitolini

Se non l’avete ancora fatto, avete solo poche settimane – chiuderà il 29 giugno 2021 – per visitare a Villa Caffarelli dei musei Capitolini la grande mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori”, 92 opere greco-romane selezionate tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo. La mostra conduce in un viaggio a ritroso nel tempo attraverso le vicende dei diversi nuclei collezionistici confluiti nella collezione Torlonia, composta da 620 pezzi tra cui sono stati selezionati statue, sarcofagi, busti, rilievi ed elementi decorativi. I curatori Salvatore Settis e Carlo Gasparri hanno individuato cinque momenti che corrispondono alle sezioni del percorso espositivo: evocazione del museo Torlonia fondato nel 1875 e rimasto aperto fino all’inizio del secolo scorso; sculture provenienti dagli scavi archeologici effettuati nell’Ottocento nelle proprietà Torlonia; marmi provenienti da collezioni settecentesche custoditi a Villa Albani, acquistata nel 1866 dal principe Alessandro Torlonia, e dello Studio dello scultore e restauratore Bartolomeo Cavaceppi; un ricco nucleo proveniente dalla collezione del marchese Vincenzo Giustiniani acquistata dai Torlonia nell’Ottocento; il percorso si conclude con un insieme di opere riunite in raccolte quattro e cinquecentesche. Il museo Torlonia si racconta dunque come una collezione di collezioni, o come un gioco di scatole cinesi, in cui una raccolta racchiudeva in sé pezzi provenienti da collezioni ancor più antiche.

“Il caprone a riposo” della collezione Torlonia con restauri realizzati da Gian Lorenzo Bernini (foto lorenzo de masi)

All’eccezionalità dei materiali esposti si aggiunge il fatto che essi hanno conservato restauri e integrazioni storiche, riflettendo il gusto e l’uso di epoche in cui i reperti mutili venivano “completati”, nelle parti mancanti, anche ricorrendo all’abilità di famosi scultori del tempo. La mostra racconta così una lunga storia non solo del collezionismo ma delle pratiche di restauro, che si chiude in maniera emblematica con la statua di un Ercole composto da 125 frammenti di marmo. Il restauro ha contribuito in maniera determinante ad aggiungere nuovi indizi storici sulle opere in mostra rivelando, ad esempio, tracce di colore sul Rilievo di Porto del III sec. d.C., confermando la mano di Gian Lorenzo Bernini per la statua del Caprone a riposo. Impressi nella materia che li costituisce, il restauro ha scoperto una stratificazione di segni che oggi, grazie alle nuove osservazioni condotte, si è cercato di decodificare, per poter giungere alla loro piena comprensione e a una corretta datazione. La mostra sfocia infine nell’Esedra dei Musei Capitolini, dove sono stati raccolti per l’occasione le statue di bronzo che il papa Sisto IV donò al popolo romano nel 1471: un’accorta risposta sovrana all’incipiente collezionismo privato di statuaria antica. Segno, questo, di un processo culturale in cui Roma e l’Italia hanno avuto un primato indiscutibile: i musei sono nati dal collezionismo di antichità. E questa storia contemporanea si concluderà con l’individuazione di una sede espositiva permanente per l’apertura di un rinnovato museo Torlonia.

La Fanciulla da Vinci, uno dei famosi ritratti della collezione Torlonia (foto lorenzo de masi)

Sezione I: il Museo Torlonia. Concepito verso il 1859 quando Roma era capitale degli Stati pontifici, il Museo fu fondato nel 1875, quando Roma era diventata capitale del Regno d’Italia. L’imponente catalogo del 1884–5, in mostra nell’ultima sala, offre le fotografie di tutte le 620 sculture del Museo e fu il primo esempio di un catalogo di sculture antiche integralmente riprodotte in fototipia. Il Museo Torlonia era collocato in un vasto stabile di via della Lungara e le sculture erano esposte in 77 sale. Questa sezione intende evocare il museo Torlonia in alcune delle sue componenti più significative: l’unico bronzo della raccolta, un Germanico scavato nel 1874 e prontamente restaurato e integrato; tre famosi ritratti: la Fanciulla, forse da Vulci; il cosiddetto Eutidemo, già creduto un sovrano greco-orientale; e il Vecchio, forse da Otricoli (già creduto Galba); venti busti della galleria di ritratti imperiali (o creduti tali), di varia provenienza, ordinati secondo l’ordine cronologico dei personaggi rappresentati.

Il suggestivo allestimento della mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)

Sezione II: scavi Torlonia (secolo XIX). Il principe Giovanni Raimondo Torlonia (1754–1829) e poi il figlio Alessandro (1800–1886), il fondatore del museo Torlonia, condussero un’intensa attività di scavo nelle loro proprietà intorno a Roma: le tenute di Roma Vecchia e della Caffarella, le Ville dei Quintili, dei Sette Bassi e di Massenzio e altre notevoli aree archeologiche. Emergono fra queste i resti della villa di un ricchissimo filosofo e mecenate greco, Erode Attico (II secolo d.C.), che vi aveva esposto preziose sculture importate da Atene. Nel corso dell’Ottocento gli scavi Torlonia si estesero anche lungo la via Appia e la via Latina, dove erano in antico importanti sepolcreti. Anche l’acquisizione di altri latifondi (a Porto, in Sabina, nella Tuscia) portò a fortunati scavi, fra i quali risaltano quelli del Portus Augusti, il principale sbocco a mare di Roma in età imperiale, e quelli dell’antica Cures (Fara Sabina), da dove proviene il bronzo di Germanico in mostra nella prima sala.

Testa di giovane di età imperiale della collezione Torlonia: Cavaceppi vi riconobbe il ritratto di Tolomeo XIII (foto fondazione torlonia)

Sezione III: Villa Albani e lo Studio Cavaceppi (secolo XVIII). Molte sculture del museo Torlonia vengono da due grandi nuclei formatisi nel secolo XVIII: le raccolte di Villa Albani e i marmi che, alla morte del celebre scultore Bartolomeo Cavaceppi (1716–1799), si trovavano nel suo studio in via del Babuino a Roma. Villa Albani, costruita dal 1747 in poi dal cardinale Alessandro Albani (1692–1779) per ospitare la sua straordinaria collezione di antichità, venne acquistata dal principe Alessandro Torlonia nel 1866. Il principe Giovanni Torlonia comprò all’asta il 9 aprile 1800 tutti i marmi che Cavaceppi aveva raccolto e lasciato in eredità all’Accademia di S. Luca. Amico di Winckelmann, Cavaceppi era stato protetto dal cardinale Albani e aveva restaurato molte delle sue sculture: i due nuclei settecenteschi poi confluiti nel museo Torlonia sono dunque strettamente connessi fra loro. Questa Sezione mostra alcune delle più importanti sculture Albani e Cavaceppi.

Collezione Torlonia: la cosiddetta Hestia Giustiniani (foto lorenzo de masi)

Sezione IV: la collezione di antichità di Vincenzo Giustiniani (secolo XVII). Il marchese Vincenzo Giustiniani (1564–1637) fu raffinatissimo collezionista. Conoscitore d’arte e autore di penetranti scritti teorici (Discorso sopra la pittura, Discorso sopra la scultura, Istruzioni necessarie per fabbricare), protesse fra gli altri il poeta Giovan Battista Marino e Caravaggio. Nel suo palazzo romano (ora sede della Presidenza del Senato) espose la sua splendida collezione di antichità, che volle registrata nel 1636–37 in una sontuosa opera a stampa, la Galleria Giustiniana (due volumi con 330 incisioni, che riproducono gli esemplari più importanti, scelti anche fra quelli raccolti nelle sue residenze extra-urbane). Contro la volontà del Giustiniani, le sue raccolte d’arte finirono per essere disperse. Il nucleo più consistente delle antichità fu acquistato dal principe Giovanni Torlonia nel 1816, ma per varie vicende solo nel 1856–59 venne nelle mani del figlio Alessandro, che lo pose nel Museo da lui fondato. Sono esposte tra l’altro alcune sculture che alludono al gusto per le narrazioni e le curiosità erudite che influenzò le inclinazioni collezionistiche del Giustiniani: una replica del Fanciullo che strozza l’oca, da un perduto originale in bronzo dello scultore ellenistico Boethos; una coppia di marmi restaurati e integrati in modo da rappresentare la storia di Apollo che scortica Marsia.

Collezione Torlonia: la Tazza Torlonia durante i restauri per la mostra a Villa Caffarelli (foto lorenzo de masi)

Sezione V: le collezioni di antichità dei secoli XV–XVI. Nel catalogo del museo Torlonia (edizione del 1885), Carlo Ludovico Visconti citava “l’acquisto, o totale o parziale, di alcune antiche ed insigni collezioni romane” come parte essenziale del “saldo proposito” del principe Alessandro mentre andava componendo il suo Museo. Mentre le più antiche raccolte romane di antichità (secoli XV e XVI) venivano disperdendosi, alcuni nuclei giunsero al museo Torlonia come parte di più vaste acquisizioni (Albani, Giustiniani, Cavaceppi), o per acquisto diretto. Questa sezione offre una selezione di sculture del Museo Torlonia che risultano documentate in collezioni dei secoli XV–XVI. In una delle sale di questa sezione è esposta la Tazza Torlonia, documentata da disegni d’artista sin dal 1480 in una chiesa di Trastevere, poi nel giardino del cardinale Federico Cesi (1500–1565) e quindi a Villa Albani. Nel giardino Cesi la Tazza era allestita come vasca da fontana, con un Sileno versante da un otre. Quel Sileno, ancora a Villa Albani, è stato sostituito in mostra da una statua assai simile del museo Torlonia (proveniente dalla raccolta Giustiniani). Nell’ultima sala su un tavolo con ripiano di porfido (forse ricavato da una grande colonna di questo prezioso e raro materiale), è posta una copia del sontuoso volume del Museo Torlonia (1884) con riproduzione in fototipia di tutte le 620 sculture del Museo. Una documentazione fotografica così estesa e minuziosa era del tutto nuova per quel tempo. Il volume fotografico fu accompagnato da un volume di testo, in italiano e in francese, scritto da Carlo Ludovico Visconti, che aggiornò e ampliò il catalogo dello zio Pietro Ercole Visconti pubblicato dal 1876 in poi in varie edizioni (anche in francese e in inglese). Questi volumi non furono posti in vendita, ma donati dai Principi Torlonia a biblioteche e personaggi illustri.

Alla mostra “Archaeology and Me” a Palazzo Massimo a Roma per la prima volta insieme due dei tre pezzi trafugati del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani

Il gruppo del "Gladiatore che uccide il leone" in un'incisione della seicentesca Collezione Giustiniani

Il gruppo del “Gladiatore che uccide il leone” in un’incisione della seicentesca Collezione Giustiniani

Palazzo Massimo a Roma, sede del museo nazionale Romano

Palazzo Massimo a Roma, sede del museo nazionale Romano

Per la prima volta dopo 50 anni tornano insieme due dei tre pezzi del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani, trafugati tra il 1966 e il 1971: sono la testa del leone, preso, ma ruggente. E il busto dell’atleta pronto a colpirlo a morte. Testa di leone e busto dell’atleta sono le star indiscusse della mostra “Archaelogy and Me – Pensare l’archeologia nell’Europa contemporanea”, aperta al museo nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma fino al 23 aprile 2017. Che cos’è l’archeologia? Come viene percepita dai cittadini europei? Quale ruolo ha nella società contemporanea? Sono le domande alle quali risponde la mostra a cura di Maria Pia Guermandi e Rita Paris, promossa dalla soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area centrale di Roma e dal museo nazionale Romano, in collaborazione con l’Istituto per i Beni Artistici Culturali e naturali dell’Emilia Romagna, con l’organizzazione di Electa.

Il torso di Mitra-Gladiatore restituito dal Paul Getty Museum, ora in mostra a Roma

Il torso di Mitra-Gladiatore restituito dal Paul Getty Museum, ora in mostra a Roma

Il gruppo del “Gladiatore che uccide un leone”, ritratto in una delle incisioni volute dal marchese Vincenzo Giustianiani nel 1631 per illustrare la sua collezione di antichità, era in realtà una composizione creata all’epoca intorno al frammento di un Mitra tauroctono di età romana. Rubato dalla Villa di Bassano Romano, il torso è stato restituito dal Getty Museum nel ’99 grazie al nucleo Tutela patrimonio culturale dei carabinieri dopo una lunga vicenda, ben riassunta sul sito “Archaelogy and me”, che dimostra come “l’archeologia non sia solo scavo, ma anche studio, conoscenza, collaborazione e tanta pazienza. E talora, come nel caso del “torso di Mitra”, l’archeologia un caso  da risolvere!”. “Siamo al 1984”, raccontano gli esperti di Archaeology and me, “quando alcune foto di dettaglio del solo busto della statua apparvero in un articolo sui restauri del Paul Getty Museum di Malibu, in California. Non venivano forniti né una foto per intero della statua né indicazioni sulla provenienza! Ancora una volta fu un archeologo a riconoscere il pezzo: il tedesco Rainer Vollkommer, studioso dell’iconografia del dio Mitra. Evidentemente il torso del “Gladiatore-Mitra” era uscito illegalmente dal nostro Paese per essere venduto sul mercato antiquario. Grazie al reparto operativo del comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale nel 1999 l’opera ritornò in Italia e venne collocato a Ostia, accanto all’originale come avrebbe voluto Giovanni Becatti”.

La testa di leone del gruppo Giustiniani: era esposta a Villa di Capo del Bove sulla via Appia

La testa di leone del gruppo Giustiniani: era esposta a Villa di Capo del Bove sulla via Appia

La testa del leone è stata invece rinvenuta ad aprile scorso nel sito archeologico di Capo di Bove sulla Via Appia, in una villa privata acquistata dalla soprintendenza e oggi aperta al pubblico. “Per una strana coincidenza della sorte”, ci raccontano ancora gli archeologi di Archaeology and Me, “la testa, rubata nel 1966, era già rientrata a far parte delle collezioni dello Stato: era esposta nella Villa di Capo di Bove, al Parco Archeologico dell’Appia Antica! È possibile che la testa fosse stata acquistata sul mercato antiquario dal vecchio proprietario della villa, prima che la proprietà fosse venduta alla Soprintendenza Archeologica di Roma nel 2002. E ora, grazie al sapiente lavoro dei Carabinieri del Nucleo Tutela il pezzo è stato riconosciuto e, in occasione della mostra “Archaeology&ME”, è finalmente possibile rivedere riuniti due “protagonisti” di questa lunga storia!”.