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Taranto. Nel chiostro del museo Archeologico nazionale il Teatro delle Forche porta in scena “Oedipus Rex” nell’ambito del progetto “Custodiamo la cultura” della Regione Puglia

Evento nel chiostro del museo Archeologico nazionale di Taranto: il Teatro delle Forche porta in scena “Oedipus Rex” (foto MArTa)

La complessità dell’essere umano, il dramma della colpa, le varie sfaccettature della psiche andranno in scena al museo Archeologico azionale di Taranto nell’Oedipus Rex del Teatro delle Forche venerdì 1° ottobre alle 17.30. Nell’ambito del progetto “Custodiamo la cultura”, finanziato dalla Regione Puglia, il Teatro delle Forche di Massafra porta in scena infatti “Oedipus Rex”, l’Edipo Re che Sofocle utilizzò per raccontare la tragedia di un uomo, il re, prima idolatrato e rispettato, e poi considerato l’ultimo degli uomini. “È il dramma della colpa”, scrive il regista Carlo Formigoni, “ma si è colpevoli se la colpa è involontaria? Siamo noi responsabili delle colpe dei padri? Possiamo sfuggire ad un destino avverso? Oedipus chi rappresenta? Che sia come dice il poeta visionario Eliot Non può avere futuro chi ha ucciso il passato. Tante domande alle quali Sofocle suggerisce altrettante risposte”. Così il maestro Carlo Formigoni, che ha dedicato tutta la sua vita al teatro, diventando anche un esempio da seguire in tutta Europa, nonché Premio ANCT alla Carriera 2013, porta al Museo uno dei classici del teatro greco attraverso un percorso che è quasi di autoanalisi per gli spettatori. “Questo lo richiedono i classici greci”, dice, “come la moderna psicanalisi invitandoci a scoprire l’Oedipus nascosto in noi”. In scena nel Chiostro del Museo ci saranno Giancarlo Luce, Vito Latorre, Salvatore Laghezza, Antonio D’Andria, Onofrio Fortunato. Scenografia di Mariella Putignano. Regia di Carlo Formigoni. Ticket: intero 8 euro, ridotto 2 euro per i 18-25 anni, gratuito under 18 anni. Prenotazione obbligatoria gestita dal Teatro delle Forche telefonando al tel. 0998801932 oppure inviando una e-mail a info@teatrodelleforche.com. L’ingresso al Museo, per assistere allo spettacolo teatrale, sarà quello su corso Umberto.

Al museo Archeologico nazionale si è parlato di “Taranto e le risorse del mare”, prima conferenza del progetto FISH. & C.H.I.P.S, Il mare come valore identitario ed esperienziale da non perdere

Tutta la storia di Taranto è legata al mare: tema approfondito dal progetto FISH. & C.H.I.P.S. (Fisheries and Cultural Heritage, Identity and Participated Societies) che ha coinvolto anche il museo Archeologico nazionale di Taranto (foto MArTA)

Tutta la storia di Taranto è legata al mare. Dal mare arrivano, nel corso della storia del territorio, cultura, popoli, progresso, invenzioni, biodiversità, pratiche sociali e religiose, sviluppo e il talento di trarre dal mare i propri mezzi di sostentamento. E proprio al mare come valore identitario ed esperienziale da non perdere si è ricolto il progetto FISH. & C.H.I.P.S. (Fisheries and Cultural Heritage Identity and Participated Societies) tra Taranto e Corfù, realizzato nell’ambito del programma Interreg V/A Grecia-Italia 2014-2020 dall’università di Foggia (capofila), dalla Regione Puglia, da Confcommercio Taranto e dal museo Archeologico nazionale di Taranto, in collaborazione con l’Istituto Talassografico CNR, l’associazione Maremosso, il Teatro Le Forche, l’associazione I Cavalieri de le Terre Tarentine e il GAL Luoghi del Mito e delle Gravine, per l’Italia, e dall’università Ionia di Corfù, dall’Eforeia di Corfù (ministero della Cultura) e dalla comunità dei pescatori di Petriti, per la Grecia. Il progetto si è incentrato su uno studio globale e multi-interdisciplinare delle attività produttive legate al mare e/o che gravitavano intorno ad esso, analizzando il ruolo dello sfruttamento del mare nelle economie locali, regionali e mediterranee e la loro struttura sociale e organizzativa nella lunga durata, a partire dall’archeologia, e identificando e valorizzando gli aspetti identitari delle comunità costiere in relazione alla “memoria storica” del territorio (variazioni nel tempo dell’identità sociale dei pescatori). Il progetto ha valorizzato la tradizione e il grande patrimonio di esperienze nell’ambito della pesca e della mitilicoltura, creando intorno alla storia da recuperare nelle due aree del Mediterraneo oggetto del progetto, ovvero Taranto e Corfù, un asse di interventi conservativi e di valorizzazione dei beni culturali materiali e immateriali del patrimonio costiero e marino dell’Adriatico e dello Ionio.

Fin dall’antichità il mare ha rappresentato per Taranto una risorsa (foto MArTA)

“Il progetto FISH. & C.H.I.P.S., concepito nell’ambito Programma Interreg V-A Grecia-Italia 2014-2020 è nato per contribuire a ristabilire un rapporto tra Taranto e il mare, rarefattosi, se non del tutto annullatosi, negli ultimi decenni”, dichiara il prof. Danilo Leone, coordinatore scientifico del progetto. “Con l’aiuto delle comunità di pescatori pugliesi e greche, in questi tre anni abbiamo cercato di dare spessore storico e culturale a una pratica di lunga durata, di recente provata dalla crisi, e di avviare un processo di sviluppo sostenibile dei due territori, valorizzando il patrimonio culturale, materiale e immateriale, costiero e marino, e restituire agli stessi integrità e valore. In questi mesi siamo saliti sulle barche dei pescatori, abbiamo vissuto accanto a loro, registrando le singole azioni, gli strumenti, i racconti, le esperienze. Questa rassegna intende restituire alla comunità il racconto di questi viaggi, le tante storie delle acque di Taranto, storie di resilienza, di resistenza, di lavoro, di viaggio, di commercio”.

La conferenza introduttiva della rassegna FISH. & C.H.I.P.S. che si è tenuta on-line mercoledì 9 giugno 2021 racconta questo percorso. Relatori dell’appuntamento il prof. Danilo Leone, la prof.ssa Maria Turchiano e il prof. Giuliano De Felice, docenti dell’università di Foggia, introdotti dagli interventi della direttrice del MArTA, Eva Degl’Innocenti, dell’assessore allo sviluppo economico e turismo del Comune di Taranto Fabrizio Manzulli e del direttore del dipartimento di studi umanistici dell’università di Foggia prof. Sebastiano Valerio. Una storia legata in realtà ai due mari, il mar Piccolo e il mar Grande, e alle loro risorse che da sempre, fino a tempi recenti, hanno costituito la base dell’economia e uno degli elementi identitari della città di Taranto. Non è un caso che Aristotele, in un passo della Politica, parli proprio di Taras, insieme a Bisanzio, come esempio di una polis il cui demos era prevalentemente costituito da pescatori. La strategica posizione e la favorevole conformazione geografica di Taranto furono sin dalla Preistoria alla base della fiorente economia del pescato. I porti di età greca e romana, che videro sbarcare le flotte di Silla, Cesare e Ottaviano, hanno lasciato poche tracce, ma sono noti attraverso le descrizioni di Strabone, Plutarco, Procopio di Cesarea e altri autori. Questo storico e imprescindibile rapporto con il mare si era rarefatto negli ultimi decenni, quasi trasformando quella che è sempre stata città di mare, in una città sul mare. Per chi avesse piacere di seguire (o rivedere) la conferenza del 9 giugno, ecco il link della diretta:

“Faragola siamo noi”: dal palco di TourismA Giuliano Volpe ripercorre le tappe della scoperta e della valorizzazione dell’importante sito pugliese con grande villa tardo-antica fino alla sua distruzione dolosa nel settembre 2017. E lancia l’appello: “La ricostruiremo. Tutti insieme”

Notte tra il 6 e il 7 settembre 2017: un incendio distrugge la copertura e danneggia il sito archeologico di Faragola nel comune di Ascoli Satriano (Foggia)

Il prof. Giuliano Volpe, presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT,

La villa romana di Faragola dopo il rogo

Lamiere contorte dal rogo: saranno riutilizzate per un’opera d’arte contemporanea

Era la notte tra il 6 e il 7 settembre 2017 quando nella fertile valle del Carapelle, a pochi chilometri dal comune foggiano di Ascoli Satriano, alte fiamme squarciarono l’oscurità. Un incendio, attizzato da mano vile e malavitosa, stava letteralmente distruggendo la copertura del sito di Faragola, una delle aree archeologiche più belle e suggestive della Puglia. “Quattordici anni di ricerche e interventi, e più di mille anni di storia, andati in fumo in una notte”: Giuliano Volpe, archeologo, oggi presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT, direttore delle missioni archeologiche a Faragola, nel rivivere quei momenti davanti alla platea, ammutolita e sgomenta di TourismA, ha la voce rotta dalla commozione. Sono passati alcuni mesi dallo scempio che ha infierito su Faragola, esteso insediamento di età romana e tardo antica, dove sono stati portati parzialmente alla luce alcuni ambienti residenziali di una ricca villa di cui è stata finora documentata soprattutto la fase tardoantica (IV-VI secolo d.C.), eppure quelle immagini di distruzione che passano sul grande schermo del palazzo dei congressi di Firenze hanno ancora l’effetto di un pugno nello stomaco. “Ci indignamo quando vediamo in tv le vergognose distruzioni delle milizie dell’Isis. Ma quanto abbiamo visto a Faragola non è molto diverso. A volte l’Isis è tra noi”. Ma non tutto è perduto. Faragola può e deve risorgere dalle sue ceneri, come l’araba fenice. Lo ha ribadito a Firenze nel suo intervento “Risorgere dalla cenere: la villa tardo antica di Faragola (Ascoli Satriano). Dopo l’incendio, la ricostruzione” Giuliano Volpe, nella doppia veste di ambasciatore della Daunia e presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali: accogliendo l’appello dell’Archeoclub di Ascoli Satriano, ha acceso i riflettori sulla Villa di Faragola, e sul suo futuro. Probabilmente di proprietà di un ricco senatore romano che possedeva grandi quantità di terreni agrari nel Mezzogiorno, la villa di Faragola conobbe il periodo di massimo fulgore tra il IV e il VI secolo dopo Cristo, quando venne adornata con terme e marmi policromi, una grande sala da pranzo con un divano per banchetto che era tra i meglio conservati al mondo. La rinascita del gioiello archeologico foggiano è la mission del prof. Volpe.

Il prof. Giuliano Volpe mostra dal palco di TourismA il gruppo Generazione Faragola (foto Graziano Tavan)

Faragola siamo noi: parte la campagna di crowdfunding “I danni sono ingenti. Si parla di 3-4 milioni di euro”, spiega Volpe. “Ma qui non si tratta solo di rifare la copertura e la musealizzazione del sito. Le stesse strutture antiche sono state molto compromesse. Molti mosaici sono esplosi per il calore, mentre le pietre si sono calcificate. Il restauro durerà almeno due anni. Con le lamiere contorte si realizzerà un’opera d’arte contemporanea”. E mentre il Mibact annuncia un intervento di somma urgenza per 500mila euro, la Regione Puglia mette a disposizione un fondo da 1 milione 600mila euro, la Fondazione Apulia Felix, guidata dallo stesso Volpe, mobilita l’opinione pubblica e lancia una raccolta fondi per consentire la rinascita di questo autentico gioiello archeologico. “Il cantiere di restauro sarà un cantiere aperto per lavori: una sfida per non far dimenticare Faragola, come sta facendo il gruppo Generazione Faragola”. L’obiettivo è allestire – nel giro di un paio di mesi – un prefabbricato che ospiterà i laboratori di restauro su campo con il sostegno del Mibact. Il progetto di ripristino si svilupperà attraverso un cantiere aperto per consentire di non interrompere la fruizione di uno dei siti più suggestivi del Mezzogiorno: nei mesi di lavoro, l’insediamento rurale di età romana e tardoantica – negli intendimenti dell’archeologo foggiano – sarà arricchito da postazioni multimediali e persino da un plastico.

Volpe è anche il protagonista del bel video di Antonio Forterezza a sostegno della campagna di crowdfunding: “Dobbiamo reagire, non è possibile accettare supinamente quanto è successo a Faragola. Dobbiamo restaurare, ricostruire, restituire il parco archeologico ai cittadini alla comunità locale, alla comunità scientifica internazionale, ai tanti visitatori che sono già venuti e che verranno per conoscere questo straordinario sito archeologico”. E lancia l’appello: “Devono impegnarsi prima di tutto le istituzioni, a tutti i livelli, ma deve esserci anche un impegno del mondo delle associazioni, delle imprese, dei professionisti, di tutti i cittadini perché Villa Faragola è un patrimonio di tutti, e tutti devono sentirsi partecipi. È necessario per ripartire. È un atto di amore, un atto di partecipazione, un impegno di cittadinanza attiva”. Si può partecipare alla raccolta fondi con un bonifico alla Fondazione Apulia Felix (IBAN: IT84I0335901600100000066451) oppure utilizzando la piattaforma Meridonare.

Veduta panoramica della fertile valle del Carapelle con il sito archeologico di Faragola (Ascoli Satriano)

Agli scavi archeologici a Faragola hanno partecipato gli studenti di molte università

La villa antica di Faragola L’impatto emotivo sul pubblico di TourismA è stato tanto più forte perché le immagini devastanti della violenza perpetrata sul sito del Foggiano, seguivano quelle solari, positive, entusiastiche delle ricerche, scoperte e restauri portati avanti in 14 anni di scavi, dal 2003 al 2014, durante i quali sono stati indagati circa 6mila metri quadri, in 350 giornate lavorative, per un costo di 300mila euro, pari a 857 euro al giorno; e sono stati approntati interventi di musealizzazione per un costo di un milione e mezzo di euro. “Il sito di Faragola è posto a circa tre chilometri a sud-ovest di Ascoli Satriano nella fertile valle del Carapelle”, ricorda Volpe. “Il complesso edilizio fu edificato in una posizione strategica, a metà strada tra i due importanti centri abitati di Ausculum e Herdonia, e in una zona ricca di acqua, grazie alla presenza del fiume Carapelle e di numerose sorgenti”. Noto da tempo, era già stato segnalato nel corso delle ricognizioni archeologiche condotte agli inizi degli anni ’90 dall’università di Bologna. In seguito sono state condotte indagini preliminari da Francesco Paolo Maulucci della soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, che hanno portato al vincolo dell’area, poi parzialmente acquistata dal Comune di Ascoli Satriano. Nel luglio del 2003 ha avuto inizio una campagna di scavi archeologici, preceduta da prospezioni geofisiche, sotto la direzione scientifica del prof. Giuliano Volpe dell’università di Foggia, in collaborazione con la soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e la Città di Ascoli Satriano.

Veduta zenitale della villa romana di Faragola nel 2004, quando gli scavi archeologici erano solo all’inizio

Planimetria della villa romana di Faragola

Il sito di Faragola fu occupato per molti secoli, con diverse modalità di vita. Le ricerche archeologiche hanno finora consentito di ricostruire le seguenti fasi: villaggio daunio (dal VI-V  sec. a.C. al IV-III a.C. circa); fattoria romana (I a.C. – II d.C. circa); villa tardoantica 1 (III – metà IV d.C. circa); villa tardoantica 2 (fine IV – fine VI d.C. circa); villaggio altomedievale (VII – IX d.C. circa); uso agricolo (IX – XXI d.C.). “I risultati conseguiti sono di grande interesse”, fa presente Volpe, e la rabbia aumenta sapendo il danno subito dal sito. “In località Faragola è stato, infatti, indagato un esteso e articolato insediamento rurale di età romana e tardoantica, che si segnala per le notevoli manifestazioni di lusso. Sono stati parzialmente portati alla luce alcuniambienti residenziali di una ricca villa, di cui è stata finora documentata soprattutto la fase tardoantica (IV-VI secolo d.C.), e in particolare un grande vano, identificabile verosimilmente con una cenatio estiva, dotato di una fontana decorata da un rilievo databile alla prima età imperiale con la raffigurazione di un personaggio femminile danzante e di un serpente e di un pavimento di lastre di marmo, tutte di reimpiego, arricchito dall’inserzione di lussuosi tappeti in opus sectile realizzati con lastrine di vari marmi colorati e di pasta vitrea. A pochi metri da questa lussuosa sala da pranzo sono stati individuati altri vani del settore residenziale, pavimentati con pregevoli mosaici policromi a decorazione geometrica. La villa risulta dotata anche di un settore artigianale: è stata, infatti, indagata anche una fornace per la cottura di laterizi, parte di un più ampio gruppo di strutture produttive. Si tratta di una scoperta di grande importanza per la conoscenza dell’organizzazione delle campagne non solo nel territorio di Ausculum ma dell’intera Puglia: infatti, pur essendo note numerose altre villae romane e tardoantiche nel territorio daunio, quella di Faragola si presenta come una delle più lussuose manifestazioni di questo tipo di edificio rurale finora note in Italia meridionale. È evidente che la villa sia appartenuta a un personaggio di alto rango, proprietario di ampie tenute terriere nella zona, a ulteriore dimostrazione della vitalità dell’economia agraria dell’Apulia in età tardo-antica”.

Ricostruzione della cenatio nella villa tardo-antica di Faragola

Mirabile esempio di opus sectile dalla villa di Faragola

La villa del V secolo d.C. “La villa conobbe il momento di massimo splendore nel V secolo”, scrive Volpe, “quando il settore residenziale e le terme furono oggetto di importanti interventi edilizi: sulle strutture preesistenti e sui resti degli edifici crollati probabilmente a seguito di terremoti, fu costruita una sontuosa sala da pranzo (cenatio) e le terme furono notevolmente ampliate e abbellite. Le trasformazioni principali riguardarono il pavimento e la sistemazione di un tipo particolare di divano per banchetto (stibadium) in muratura, provvisto di una fontana. Il pavimento, sovrapposto al precedente mosaico, fu realizzato con lastre di marmo di vario tipo e colore. Particolare rilievo avevano tre tappeti in opus sectile, inseriti nella pavimentazione marmorea. Caratterizzati dalla complessa combinazione di forme geometriche, dalla successione di cornici riccamente decorate e da elementi del repertorio vegetale”. L’elemento di maggior spicco della cenatio era costituito dallo stibadium, “il divano in muratura per il banchetto, collocato in posizione dominante della sala. Di forma semicircolare, aveva lo spazio centrale occupato da una vaschetta. Il rivestimento della struttura era costituito da lastre di marmo bianco e da ricercate decorazioni in opus sectile marmoreo, mosaico ed elementi scultorei figurati. Al di sopra della vasca, posta al centro del divano in muratura, era sistemata una mensa di marmo bianco molto pregiata e rara, caratterizzata dalla presenza di lobi circolari per l’alloggiamento dei piatti per il banchetto. È molto probabile che l’acqua fuoriuscisse a cascata dalla vaschetta, andando a riempire la parte centrale della sala da pranzo, ribassata rispetto ai corridoi laterali, formando, con i tappeti in opus sectile, uno straordinario effetto scenografico grazie al gioco di riflessi che enfatizzava la cromia dei marmi, oltre a garantire una piacevole frescura durante i banchetti estivi”. La cura del corpo, la caccia, il banchetto fanno parte dell’ideologia dell’aristocrazia tardo-antica.

Lo stibadium e la sua ricostruzione: una delle opere più importanti della villa di Faragola

“Nel VI secolo spariscono gli aristocratici e arrivano i longobardi che la trasformano in una grande azienda agricola (curtis) alle dipendenze del ducato di Benevento”. La fase altomedievale fu altrettanto importante: dopo la fine della villa, furono realizzati nuovi ambienti residenziali e strutture produttive (fornaci, vasche di decantazione dell’argilla, fosse per la fusione di metalli, ecc.), e furono riutilizzati gli ambienti della precedente villa, con capanne lignee disposte nell’area della antica villa. Faragola era diventata un centro di produzione artigianale: ceramiche e oggetti di metallo.

La copertura della villa di Faragola prima del rogo di settembre 2017

Il progetto di copertura della villa di Faragola

Dal 2008 è stato avviato il progetto di musealizzazione, con fondi della Regione Puglia, di Arcus e del MiBACT, per complessivi 3 milioni di euro circa: un’innovativa copertura in legno lamellare e teli di gore-tex, che attribuiva agli spazi non solo un’adeguata protezione e una splendida luminosità ma offriva anche ai visitatori una percezione dei volumi e una migliore comprensione del sito. “L’operazione è stata concepita nell’ottica del completamento cercando di suggerire al visitatore del parco la spazialità antica, rispettando il rapporto con il paesaggio, accostandosi e mai sovrapponendosi alle superfici lapidee e musive, prevedendo luoghi di sosta attrezzati con sistemi didattico-informativi, e in generale assicurando anche l’estendibilità del sistema su altre aree in fase di scavo”. Nell’ambito del cantiere in corso, si stavano sia completando le strutture, con un centro servizi, biglietteria, spazio didattico, sia allestendo innovativi sistemi multimediali e, finalmente, anche un impianto di allarme e videosorveglianza. “Ancora poche settimane e l’intervento di musealizzazione sarebbe stato ultimati, e il sito aperto al pubblico in tutta la sua potenzialità”, conclude amaro Giuliano Volpe. “È finito tutto divorato dalle fiamme”.

Barletta dedica una mostra ad Annibale, il genio militare della battaglia di Canne, che inflisse a Roma una delle più pesanti sconfitte: “Annibale. Un viaggio”, da Cartagine alla Spagna e all’Italia, fino alla vittoria di Canne, al suo ritorno in Africa e alla disfatta di Zama

Corazza in bronzo dorato di fattura magnogreca del III sec. a.C. conservata al museo del Bardo di Tunisi

Corazza in bronzo dorato di fattura magnogreca del III sec. a.C. conservata al museo del Bardo di Tunisi

Una moneta con l'effige di Annibale

Una moneta con l’effige di Annibale

La testa di Atena con collana di ghiande, elmo attico crestato e cimiero centrale a collo di cigno risplendeva nella pugna incisa a sbalzo sulla corazza di bronzo dorata di un mercenario italico. Fu ritrovata nel 1909 in una tomba punica nel deserto tunisino, sopra un sarcofago contenente le spoglie di un guerriero. E ora quell’eccezionale reperto di età annibalica (III secolo a.C.), di fattura magnogreca, conservata al museo archeologico del Bardo a Tunisi, è esposta da qualche giorno nel castello di Barletta dove è allestita la mostra “Annibale. Un viaggio”, inaugurata a Barletta il 2 agosto scorso, in occasione dell’anniversario della battaglia di Canne (216 a.C.). La corazza (“Pezzo straordinario”, l’ha definito il direttore del Polo museale di Puglia, Fabrizio Vona) torna in Italia dopo quasi 30 anni, tanti ne sono passati dall’esposizione “I Fenici” del 1988 a Palazzo Grassi a Venezia ed è una delle poche opere autorizzate a lasciare il museo del Bardo dopo l’attentato terroristico del marzo 2015. “Così come il busto di Annibale, anche questa corazza”, ha commentato il sindaco di Barletta, Pasquale Cascella, “ha un forte valore simbolico, quello del legame della nostra città con una storia millenaria”. E il sottosegretario ai Beni culturali, Antonio Cesaro: “La presenza di questo reperto oltre a testimoniare la generosità del museo del Bardo getta le basi per una collaborazione fra due Paesi che si slarga su orizzonti sempre più ampi e che incentiverà il flusso dei visitatori, già rivelatosi molto intenso, a dimostrazione che i beni culturali sono un asset strategico per l’economia dei territori”.

Il parco archeologico di Canne della Battaglia nel Comune di Barletta

Il parco archeologico di Canne della Battaglia nel Comune di Barletta

La Puglia dunque dedica una grande mostra al condottiero cartaginese che proprio qui, nelle campagne di Barletta, presso l’antica Canne, visse uno dei suoi più grandi giorni di gloria. La battaglia di Canne del 2 agosto del 216 a.C. è stata infatti una delle principali battaglie della seconda guerra punica. L’esercito di Cartagine, comandato con estrema abilità da Annibale, accerchiò e distrusse quasi completamente un esercito numericamente superiore della Repubblica romana guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. La battaglia è considerata come una delle più grandi manovre tattiche della storia militare e, in termini di caduti in combattimento, una delle più pesanti sconfitte di Roma, seconda solo alla battaglia di Arausio. “Prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit” ([I Cartaginesi] furono quasi più spossati per la strage compiuta che per la fatica del combattere): così scrive lo storico romano Tito Livio nella sua Ab urbe condita.

Il manifesto della mostra "Annibale. Un viaggio" al castello di Barletta fino al 22 gennaio 2017

Il manifesto della mostra “Annibale. Un viaggio” al castello di Barletta fino al 22 gennaio 2017

"Annibale. Un viaggio" di Paolo Rumiz

“Annibale. Un viaggio” di Paolo Rumiz

La mostra “Annibale. Un viaggio” al castello di Barletta, promossa e organizzata dal Comune di Barletta, con il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e la Regione Puglia, e aperta fino al 22 gennaio 2017, prende spunto da un recente libro di Paolo Rumiz in cui si legge: “Annibale il crudele, il guercio, l’avido, lo sleale, l’uomo nero… Annibale uomo senza donne, senza amici, senza figli, senza discendenza, senza emuli”, ma anche “esemplare unico e irripetibile. Un genio militare capace di leggere i pensieri dello stratega avversario e di condividere con le sue truppe i disagi più spaventosi (…) che a differenza di Napoleone, non ha lasciato monumenti di sé. I Romani ne hanno cancellato ogni traccia”. Un viaggio per immagini ed esperienze multimediali, attraverso i luoghi percorsi dal generale e filtrati attraverso la sua personalità e la sua cultura, luoghi che segneranno le tappe fisiche e insieme simboliche del percorso della mostra. Un personaggio raccontato nella sua fisionomia di storico avversario di Roma, ma soprattutto come l’artefice di uno straordinario epico viaggio tra l’Africa e l’Europa. Ecco i temi del suo rapporto con la guerra, con i soldati, con le popolazioni italiche e, soprattutto, con i luoghi attraversati.

Il viaggio di Annibale dal passaggio delle Alpi a Canne e al suo ritorno in Africa

Il viaggio di Annibale dal passaggio delle Alpi a Canne e al suo ritorno in Africa

In mostra la statua di un elefante, animale in forza nell'armata di Annibale

In mostra la statua di un elefante, animale in forza nell’armata di Annibale

Otto le sezioni principali in cui è articolato il percorso della mostra, tra testi di approfondimento, immagini, reperti e video-installazioni immersive: si parte dallo scenario mediterraneo nel III e II secolo, con il ruolo di Cartagine e Roma sullo sfondo; segue un focus sulla città di Annibale, Cartagine, prima tappa ideale del suo “viaggio”; le leggende sulla sua infanzia come il suo giuramento da bambino, un episodio che avrebbe segnato il suo destino; il suo epico viaggio dalla Spagna all’Italia, attraverso una lunga serie di straordinarie imprese; il drammatico scontro di Canne; gli ultimi anni in Italia e l’inizio del declino; poi la sosta nel santuario di Hera Lacinia presso Crotone con la sua dedica alla dea in greco e punico, che segnerà la fine di un viaggio e della sua avventura, e infine l’imbarco verso l’Africa e la sconfitta definitiva a Zama.

Il busto di Annibale esposto nella mostra al castello di Barletta

Il busto di Annibale esposto nella mostra al castello di Barletta

Tra i molti reperti presenti in mostra, prestati da importanti musei italiani ed esteri, ha un ruolo importante (come ha sottolineato il sottosegretario Cesaro) il busto di Annibale delle Gallerie del Quirinale, tornato in Italia dopo la sua recente esposizione a Tunisi nel museo del Bardo, in un’ideale testimonianza da parte della Presidenza della Repubblica del rilievo storico della figura di Annibale nell’area del Mediterraneo. La mostra vuole essere anche un tramite per il rafforzamento dei rapporti culturali, di scambio e collaborazione, con tutti i paesi gravitanti intorno al Mediterraneo. L’esposizione si avvale del supporto e contributo dei maggiori esperti e delle più importanti istituzioni scientifiche italiane e si affianca al progetto “La Rotta dei Fenici”, Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa. Il percorso si snoda lungo due ali divergenti del settore sudorientale della fortezza: nella prima il visitatore esplora come in una emozionante premessa le vicende umane e culturali che segnarono l’infanzia e la giovinezza di Annibale e ne determinarono la svolta verso la grande impresa per cui è rimasto famoso. La seconda ala il cui perno è costituito da un monumentale spazio circolare è interamente dedicata al viaggio di Annibale e alle sue tappe in successione dalla Spagna all’Italia fino al rientro definitivo in Africa. I pannelli didascalici, pensati come un diario di viaggio con appunti, immagini e citazioni di storici antichi e contemporanei, in italiano e inglese, si alternano a nuclei di oggetti selezionati per rappresentare i momenti clou di questo percorso e la fisionomia delle popolazioni incontrate e a installazioni multimediali che attraverso immagini e piccole storie in movimento rendono emozionante la visita. In particolare è la proiezione che anima la grande cupola della sala circolare a comunicare al visitatore una suggestiva esperienza di totale immersione nel viaggio di Annibale.

L'allestimento della mostra "Annibale. Un viaggio" al castello di Barletta

L’allestimento della mostra “Annibale. Un viaggio” al castello di Barletta

“Da teatro di drammi umanitari e diffidenze reciproche a spazio geografico fecondo di scambi e conoscenza tra popoli di sponde diverse”: questo, secondo Cesaro, deve tornare a essere il Mediterraneo, così come lo è stato per tanti secoli nel passato. “La cultura”, conclude il sottosegretario ai Beni culturali, “ancora una volta si propone come la migliore diplomazia per favorire il dialogo e il rispetto reciproco.  Lo stesso castello di Barletta con le sue sovrapposizioni architettoniche di epoca sveva, normanna e angioina è un simbolo di come la Puglia, al pari di tutto il Mezzogiorno italiano, abbia tratto vantaggio dalle millenarie contaminazioni culturali tra popoli e religioni differenti. Grazie al suo corredo multimediale e al suo coinvolgente storytelling questa esposizione rappresenta un valore aggiunto nell’offerta turistica pugliese che mai come quest’anno è in grado di proporre a italiani e stranieri delle alternative culturali di qualità al consueto soggiorno balneare”.