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Jesolo (Ve). Alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” viaggio nello spazio e nel tempo dalla laguna veneta alla scoperta della grande civiltà del Nilo. Attraversando il Mediterraneo si incrociano le rotte dei popoli che per millenni tennero rapporti non solo commerciali con l’Egitto

Il profilo di una piramide accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo

Il logo della mostra aperta a Jesolo

La nave antica pronta a “salpare” dalla laguna veneta verso il Nilo (foto Graziano Tavan)

C’è una nave pronta a salpare alla scoperta dell’antico Egitto. È ormeggiata allo Spazio Aquileia di Jesolo, alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini”: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo. Aperta fino al 15 settembre 2018, la mostra è curata da Emanuele Ciampini e Alessandro Roccati, con Donatella Avanzo curatrice esecutiva, prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition e promossa dalla Città di Jesolo con Culture Active e Venice Exhibition. La prua è sempre pronta a sollevare i primi flutti sotto i colpi cadenzati dei remi: partendo dal mare Adriatico il visitatore-navigante arriva nel Mediterraneo, entrando in contatto con le civiltà che fiorirono sulle sue sponde, per risalire infine il fiume Nilo, e arriva a far conoscenza con le dinastie dei faraoni, le divinità egizie, le pratiche legate al mondo dell’oltretomba, ma anche l’arte, la scrittura, i riti e le usanze. Faremo questo viaggio spazio-temporale accompagnati dagli egittologi curatori della mostra jesolana alla scoperta dell’antico Egitto, “un dono del Nilo”, come scrisse Erodoto nel V sec. a.C. Per tutto l’anno – lo sappiamo – gli antichi egizi si abbeveravano al fiume, e vivevano nell’attesa dell’inondazione periodica: durante ogni estate la portata d’acqua del Nilo aumentava gradualmente, al punto che i villaggi emergevano appena come tanti isolotti di un immenso arcipelago non tanto diverso dalla laguna veneta. “Per gli egizi il mondo era essenzialmente avvolto nell’acqua”, esordisce Alessandro Roccati.  “Sbagliato poi pensare che gli egizi fossero incapaci di uscire dal deserto e solcare i mari. In realtà i primi contatti con Biblo, sulla costa libanese, risalgono al IV millennio a.C. – assicura – , e le fonti egizie attestano contatti con molti popoli, inoltre l’Egitto non fu popolato solo dagli egizi! La sua posizione centrale tra Europa, Asia e Africa, ne fece addirittura un luogo di incontro tra popoli. È certo che lì si sviluppò uno dei momenti fondamentali della civiltà umana e che da lì tale civiltà si irradiò in buona parte del mar Mediterraneo”.

Anfora a staffa di produzione micenea databile tra il 1200 e il 1180 a.C. (foto Graziano Tavan)

Il Delta padano e il Mediterraneo Il viaggio di avvicinamento all’Egitto, illustrato nella prima sala della mostra, ci permette di incontrare, e quindi conoscere, i molti popoli che abitavano le diverse sponde del Mediterraneo, che possiamo considerare quasi un bacino, visto la relativa facilità e frequenza con cui fu solcato fin dai tempi più antichi. Il viaggio ha inizio. I riflessi del mare in un cielo scuro accolgono i visitatori appena saliti a bordo. La nave è salpata da poco dalla laguna veneta e già incrociamo molte altre imbarcazioni. “Le relazioni tra Mediterraneo miceneo e area padana raggiungono la massima intensità tra il 1200 e il 1050 a.C., subito dopo cioè il collasso delle strutture dei palazzi della Grecia continentale”. Le sponde alto-adriatriche sono un approdo facile per quei popoli che, a ondate successive, sono migrati dall’Egeo e dal Mediterraneo orientale in cerca di terre dove vivere. Già per tutta l’età del Bronzo (XIII-X sec. a.C.) i contatti sono frequenti tra i villaggi terramaricoli padani e il mondo egeo-miceneo. E si arriva all’VIII-VI sec. a.C. con la fondazione di empori e colonie greche, la più famosa è di certo Adria. La presenza dei micenei ci è ricordata da una bella anfora a staffa micenea (1200-1180 a.C.) proveniente dal museo civico di Storia e arte di Trieste.

Nella prima sala della mostra si attraversa il Mediterraneo per raggiungere l’Egitto (foto Graziano Tavan)

Il mondo egeo e l’Egitto L’orizzonte si allarga: siamo finalmente nel Mediterraneo dove incrociamo le rotte tra l’Egeo e le terre del Nilo. Se è vero che fin dalla scoperta della civiltà minoica a Creta ad opera di sir Arthur Evans i legami del mondo egeo con l’Egitto erano apparsi subito significativi, oggi si è certi si sia trattato di un rapporto di lungo periodo. “Per le civiltà egee”, spiegano gli archeologi, “la spinta verso contatti e scambi esterni nasce dalla necessità di materie prime, in particolare i metalli di cui tutta l’area non è particolarmente ricca. Alla ricerca di mercati di materie prime si aggiunge una circolazione di beni di lusso legata alla domanda di oggetti di prestigio, spesso esotici, fatta dalle nuove élite emergenti, che iniziano a distinguersi all’interno delle comunità cercando elementi che diventassero uno status symbol”. Significativo il boccaletto egizio imitato dagli artisti ciprioti del XIII sec. a.C. in terracotta rivestita di faience turchese: produzione rara e pregiata che dimostra la fitta rete di scambi commerciali e culturali da parte dei mercanti ciprioti.

Figurine femminili in alabastro (una in piedi e l’altra distesa) provenienti dall’area mesopotamica (foto Graziano Tavan)

Ebla, il Vicino Oriente e l’Egitto I due grandi poli culturali nella storia del Vicino Oriente sono stati per lungo tempo la Mesopotamia e l’Egitto. Soprattutto in Siria, dove fino alla prima metà del Novecento, gli scavi si erano concentrati sulle città costiere (Biblo, Ugarit, Tiro e Sidone), dagli anni ’70 si sono incrementate le ricerche grazie a numerose missioni straniere, tra cui l’Italia cui è legata la scoperta di Ebla a Tell Mardikh. E proprio gli eccezionali ritrovamenti degli archivi delle città di Ebla, Tell Beydar e Mari hanno illuminato sui contatti esistenti tra la Siria e gli altri Paesi nel III millennio a.C. Soprattutto Ebla aveva molti contatti con l’Egitto cui inviava beni preziosi quali argento, lapislazzuli e stagno, in cambio di tessuti di lino, zanne di elefante, denti di coccodrillo e vasi di alabastro. E la città di Biblo, sulla costa mediterranea, fu spesso usata per il collegamento marittimo con l’Egitto. Alabastro dunque come preziosa merce di scambio. Lo confermano le due statuine in alabastro del museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma esposte in questa prima sala: provenienti dall’area mesopotamica, raffigurano immagini femminili stanti e distese, che rappresenterebbero l’associazione cultuale tra la dea greca Afrodite e la dea persiana Anahita. Ma se le popolazioni che si affacciavano sul Mediterraneo orientale intessero intensi rapporti con quanti abitavano lungo le sponde del Nilo, quell’interesse non fu univoco. Le prime relazioni tra Egitto e Vicino Oriente è attestato in età predinastica, ma è nel Medio Regno che si intensificano e sono meglio documentate, soprattutto con Siria e Palestina, principali fornitori di legname e testa di ponte strategiche per la penetrazione nel Levante. La presenza egizia fu particolarmente forte in Palestina con il Nuovo Regno, soprattutto in età ramesside, con la costruzione di diverse fortezze, abitazioni e sepolture di chiara influenza egizia.

Il chiodo di fondazione da Adab (sud della Mesopotamia) della collezione Sinopoli

Il cono della collezione Sinopoli Prima di lasciare il Mediterraneo (sala I) e raggiungere finalmente il Nilo, vale la pena soffermarsi su un pezzo eccezionale della collezione privata della famiglia Sinopoli. Si tratta di un chiodo di fondazione, perfettamente conservato, databile all’epoca accadica (2350 -2200 ca a.C.), che proviene dalla città di Adab, nel sud dell’Iraq, centro molto importante – come ricordano gli archivi di Ebla – già in età presargonica, e poi, sotto l’impero di Accad, la città più importante dopo Kis e Accad. Il chiodo di fondazione, con il nome del sovrano e del dio, erano posti nelle fondazioni dei templi costruiti o restaurati. “Il chiodo di fondazione della collezione vicino-orientale della famiglia Sinopoli”, sottolineano gli assiriologi, “è un pezzo di eccezionale valore storico perché cita il nome di un sovrano di Adab che finora ci era sconosciuto”.

(1 – continua)

L’Antico Egitto non finì col suicidio di Cleopatra, ma per l’effetto disastroso di eruzioni vulcaniche (forse in Islanda): niente pioggia sugli altopiani etiopici, niente benefica piena del Nilo. L’ipotesi formulata dal team del prof. Ludlow del Trinity College di Dublino e pubblicata su “Nature”

Le piramidi della piana di Giza in Egitto: nei secoli sono state il simbolo della civiltà dei faraoni

“La morte di Cleopatra” dipinta da Guido Reni conservato a Potsdam nel castello di Sansouci

Non fu il morso di un aspide sul seno di Cleopatra a porre fine alla millenaria storia del Regno d’Egitto, ma l’effetto catastrofico di più di due secoli di eruzioni vulcaniche, anche distanti migliaia di chilometri dal grande fiume, sulle piene annuali del Nilo. Con buona pace del grande drammaturgo William Shakespeare che ha reso immortale nel suo “Antonio e Cleopatra” il melodramma di Cleopatra, tra Cesare e Marco Antonio. A queste conclusioni sono giunti gli scienziati coordinati da Francis Ludlow del Trinity College di Dublino (Irlanda) che hanno pubblicato la loro ricerca con le nuove ipotesi il 17 ottobre 2017 su Nature. Infatti durante il regno dei Tolomei in Egitto, iniziato nel 305 a.C. con il generale macedone Tolomeo e conclusosi nel 30 a.C. con la morte di Cleopatra VII e l’annessione dell’Egitto a Roma, le ceneri prodotte dall’eruzione di vulcani, probabilmente islandesi anche se non c’è la sicurezza matematica, e trasportate dai venti sull’Africa sub-sahariana avrebbero causato una drastica diminuzione delle piogge, con la conseguente contrazione dell’annuale piena del Nilo che per millenni ha regolato la vita degli antichi egizi, garantendone la prosperità. L’effetto sarebbero state ripetute carestie, lunghi periodi di privazioni, che provocarono rivolte tra la popolazione. I ricercatori irlandesi sono prudenti, ma dai dati raccolti le continue guerre a Oriente con i Seleucidi, i conquistatori ellenistici dell’impero persiano, e le ripartizioni di terre incolte – registrate dai papiri – potrebbero essere lette in modo diverso: come un modo per far fronte alla necessità di approvvigionarsi di derrate di cereali in Siria e Anatolia o garantire alla popolazione stremata nuovi appezzamenti.

Carotaggi in Antartide: i ricercatori del Trinity College di Dublino sono riusciti a ricostruire la sequenza delle eruzioni vulcaniche nell’arco di alcuni millenni

Ma su quali basi scientifiche l’équipe del prof. Ludlow è giunta a queste conclusioni? Fonti storiche, insieme a prospezioni e analisi con le più sofisticate tecnologie. E tutto è cominciato molto lontano dalla valle del Nilo: in Groenlandia e in Antartide. Proprio i ghiacci conservano e sigillano in microscopiche bolle d’aria le particelle in sospensione nell’atmosfera. E quindi – se ci sono – anche le ceneri vulcaniche. Grazie a speciali carotaggi è stato così possibile ricreare una sequenza cronologica degli eventi climatici nei millenni e datare le eruzioni vulcaniche. Questi dati poi sono stati incrociati con le informazioni storiche disponibili: innanzitutto il nilometro islamico, che riporta registrazioni sistematiche dei livelli del Nilo dal 622 d.C. (anno dell’invasione araba) al 1902, quando fu inaugurata dai britannici la prima diga di Assuan che in pratica annullò le piene annuali. E poi le testimonianze riportate dagli antichi papiri: testi amministrativi e decreti sacerdotali. “L’Egitto tolemaico era una delle superpotenze dell’epoca meglio documentate”, spiegano i ricercatori. “Possiamo quindi vedere quali provvedimenti presero all’insorgere di rivolte o la relazione tra le guerre contro la grande potenza rivale, l’impero dei Seleucidi, e l’effetto delle eruzioni vulcaniche”.

Il Nilo ha garantito per millenni la prosperità dell’Egitto

Il percorso del Nilo dalle sorgenti al Mediterraneo

Il Nilo, circa 6825 chilometri di lunghezza, è tra i grandi fiumi della Terra, alimentato da piogge nella fascia equatoriale dell’Africa (principalmente attraverso il Nilo Bianco) e gli altopiani etiopici (soprattutto attraverso il Nilo Azzurro). Prima del XX secolo, l’inondazione estiva, legata principalmente alle piogge monsoniche negli altopiani etiopici, cominciava con l’osservazione della crescita delle acque ad Assuan già da giugno, per arrivare ai livelli massimi tra agosto e settembre, e poi a decrescere progressivamente entro la fine di ottobre. Finora gli effetti negativi delle eruzioni vulcaniche sulle piene sono stati poco studiati anche se ci sono conferme che imponenti eruzioni vulcaniche (anche geograficamente molto distanti dal grande fiume) possano alterare il ciclo delle inondazioni del Nilo: fatti accertati, per esempio, in concomitanza con le eruzioni dell’Eldgjá (Islanda, nel 939), del Laki (Islanda, 1783-’84) e del Katmai (Alaska, 1912). Gli scienziati spiegano così questo fenomeno: quando si verificano importanti eruzioni esplosive la quantità di particelle che arriva fino alla troposfera, ossia nell’atmosfera più alta, è tale da ridurre in modo significativo la radiazione solare, con conseguenze sul clima, e quindi sulla piovosità e sulle piene dei grandi fiumi.

La valle del Nilo: una striscia verde tra due deserti

I papiri nel regno tolemaico. “Abbiamo esaminato la tempistica e la frequenza delle guerre avviate dai Tolomei”, spiegano i ricercatori su Nature, “e l’emissione di decreti sacerdotali in relazione agli anni di eruzione, nonché la tempistica e la frequenza dell’insorgere della rivolta contro la cosiddetta regola tolemaica (un sistema di tassazione che si rifà al mondo greco) e le vendite di terreni usualmente di successione ereditaria”. Papiri e iscrizioni segnalano rivolte di diversa gravità ed estensione che hanno portato minor gettito fiscale, come durante la grande rivolta di Tebe del 207 a.C. durata 20 anni. “Queste rivolte – sottolineano – sono generalmente considerate rivolte nazionaliste da parte degli egiziani che risentono della regola greco-tolemaica e/o della pesante tassazione statale, e sono raramente considerati in relazione alle sollecitazioni socioeconomiche dopo la mancata piena del Nilo. Non è un caso che ci sia un picco di scoppi di rivolte proprio negli anni successivi alle mancate piene del Nilo, anche se qualche volta alcune di queste proteste sono state ritardate o prevenute grazie all’intervento statale, come nel caso proprio di Cleopatra che fece elargizioni di grano dalle riserve statali durante le crisi dovute alle mancate piene del Nilo nel 46 e 44 a.C.”.

Il faraone Tolomeo III Evergete

Terza guerra siriaca (246 – 241 a.C.). Le fonti storiche restituiscono molte informazioni sulla guerra intrapresa da Tolomeo III Evergete contro Seleuco II, riuscendo a fare dell’Egitto la maggiore potenza militare del Mediterraneo. Una vittoria cui Tolomeo non fece seguire altri conflitti, togliendo fondi all’esercito che, alla fine del suo regno, risultò molto indebolito. Forse – dicono i ricercatori irlandesi – sono state altre le motivazioni che hanno indotto Tolomeo III a non forzare la mano: per esempio, le due grandi eruzioni vulcaniche registrate nel 247 e 244 a.C. Lo storico romano Giustino scriveva, qualche secolo dopo, che se Tolomeo III “non fosse stato richiamato in Egitto per problemi interni [egli avrebbe conquistato tutti i territori dei Seleucidi], essendo giunto a est dell’Eufrate fino a Babilonia in una campagna di grande successo”. Quali saranno stati questi “problemi interni”? Ce lo rivela un papiro coevo, cioè del III sec. a.C., che fa sapere che Tolomeo III rientrò in patria per affrontare “la rivolta egiziana”.

La mappa della località di Capono dove è stata trovata la stele bilingue con il decreto sacerdotale

C’è poi il decreto sacerdotale di Canopo, scolpito su una stele nel 238 a.C. Si tratta di un decreto dei sacerdoti egizi in onore di Tolomeo III e della regina Berenice scritto in due lingue con tre scritture: il geroglifico, il demotico e il greco. L’iscrizione, tra l’altro, esalta il successo del re nel reprimere le insurrezioni dei nativi egiziani, operazione che viene definita “mantenere la pace”, con interventi su vasta scala finanziati con i fondi stornati dalla guerra di Siria, chiusa nel 241 a.C. e ricorda che durante un anno di limitate inondazioni il governo ha annullato le tasse, e importato grano dall’estero. Infine c’è il caso delle vendite di terreni al di fuori della famiglia. Gli egittologi ci ricordano che la proprietà privata passava di generazione in generazione all’interno delle famiglie, un modo per rispondere alle molte imposte che gravavano sui terreni. “Nelle nostre ricerche”, scrivono i ricercatori su Nature, “abbiamo riscontrato un sensibile aumento di terreni dopo un’eruzione. Ciò suggerisce una risposta alla mancata piena del Nilo causata da un’eruzione vulcanica da parte di famiglie che probabilmente si trovavano costrette a vendere le terre private impoverite da scarsi rendimenti del raccolto e in difficoltà a onorare imposte e altri obblighi”. E continuano: “Torniamo a focalizzarci sulla rivolta tebana del 207 a.C. che segue di due anni un’eruzione in area tropicale. Un papiro riporta che “al momento della rivolta … la maggior parte degli agricoltori sono stati uccisi e la terra è andata a seccare … quando … [questo] … è stato registrato come terra senza proprietari, … i sopravvissuti hanno preso la terra … I loro nomi sono sconosciuti e quindi nessuno per questa terra paga le tasse al tesoro …”. I nostri risultati suggeriscono inoltre che l’intervento statale nelle aste sul terreno rappresenta un’ulteriore strategia di copertura economica a livello statale per restituire la terra alla produzione e quindi renderla imponibile alla tassazione dopo la mancata piena del Nilo e la relativa instabilità sociale”. Mentre la dinastia tolemaica si sarebbe conclusa ufficialmente con il suicidio di Cleopatra nel 30 a.C., dopo la sconfitta navale di Roma ad Azio nel 31 a.C., il team irlandese ipotizza che l’Egitto in realtà fosse giunto alla fine del decennio precedente fortemente penalizzato da ripetute mancate piene del Nilo, carestia, peste, inflazione, corruzione amministrativa, spopolamento rurale, migrazione e abbandono delle terre. Un decennio che ha sperimentato, nel 44 a.C., la terza più grande eruzione degli ultimi 2500 anni.