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Belmonte Piceno (con i piceni), Vetulonia di Castiglione della Pescaia (con gli etruschi), Verucchio (con i villanoviani), Concordia Sagittaria (con i romani): quattro Comuni con altrettanti musei civici Archeologici e altrettanti popoli antichi uniti idealmente dall’ambra “lacrima degli dei”, e ora legati dal “Patto di amicizia tra musei Archeologici” per la loro promozione. La presentazione al grande pubblico a TourismA 2018

Gli amministratori dei Comuni di Belmonte Piceno, Castiglione della Pescaia, Verucchio e Concordia Sagittaria il giorno della firma del “Patto di amicizia tra musei Archeologici”

Piceni, etruschi, villanoviani e romani legati da un “patto” speciale. Ma non ha nulla a che fare con la loro cronologia e la loro storia. Il patto riguarda le loro “case”, cioè i musei dove le loro testimonianze sono conservate. A Belmonte Piceno, in provincia di Fermo, c’è il museo Archeologico comunale. Vetulonia, nel Comune di Castiglione della Pescaia, in provincia di Grosseto, ospita il museo civico Archeologico “Isidoro Falchi”. A Verucchio, in provincia di Rimini, si può visitare il museo civico Archeologico. Infine Concordia Sagittaria, in provincia di Venezia, ha allestito il museo civico Archeologico. Quattro musei sparsi sul territorio italiano ma accomunati dalla celebre e preziosa “lacrima degli dei”: l’ambra. Le quattro amministrazioni comunali con le rispettive direzioni dei locali musei archeologici hanno siglato il “Patto di amicizia tra musei Archeologici”. La firma il 12 novembre 2017 a Belmonte Piceno, la presentazione al grande pubblico a Tourisna 2018, il salone dell’archeologia e del turismo culturale tenutosi in febbraio a Firenze, dove tutti e quattro i musei insieme hanno avuto un’occasione speciale per la loro promozione, e raccontarsi con stand, laboratori e incontri di approfondimento su temi comuni. A Belmonte Piceno, in occasione della firma del patto, sono intervenuti Simona Rafanelli, direttrice del museo di Vetulonia; Susanna Lorenzini e Walter Massetti, assessori di Castiglione della Pescaia; Elena Rodriguez, direttrice del museo di Verucchio; Stefania Sabba, sindaco di Verucchio; Pierluigi Cellarosi, presidente Civia di San Marino; l’antropologo fermano Giacomo Recchioni, l’archeologo Joachim Weidig e Isabella Capella. “Abbiamo instaurato un importante rapporto di cooperazione con questi musei”, spiega l’assessore alla Cultura di Castiglione della Pescaia, Susanna Lorenzini, “che porterà a una sicura crescita culturale ed economica e ci permetterà di promuovere quanto abbiamo a livello culturale su Vetulonia e nel resto territorio comunale. Le nostre attività e il patrimonio archeologico, saranno ben presentati in importanti spazi espositivi di queste prestigiose strutture”. E l’assessore Walter Massetti, delegato alla valorizzazione delle aree archeologiche: “Come amministrazioni pubbliche con questo accordo ci siamo impegnati a favorire le rispettive iniziative culturali e turistiche. Per quanto ci riguarda stiamo già lavorando assieme alla direttrice Simona Rafanelli per stilare un calendario di proposte comuni. Pensiamo all’organizzazione di conferenze su temi di reciproco interesse, a scambiare e pubblicizzare le nostre pubblicazioni, a dare vita a manifestazioni popolari dove far conoscere le tradizioni storiche e i nostri reperti con degli appositi progetti educativi e formativi”. Questo gemellaggio così esteso, sottolinea il sindaco di Verucchio, Stefania Sabba, forse l’unico in Italia che lega quattro musei di quattro Regioni diverse, ha come filo conduttore l’ambra, e visitandoli se ne esplora la provenienza, la lavorazione e l’uso nel corso dell’epoca antica: “La finalità di questo patto è la valorizzazione e la promozione congiunta dei rispettivi patrimoni storico-archeologici dei musei coinvolti. Si tratta di ricchezze culturali importantissime che raccontano la storia, raccontano le radici delle nostre comunità e rappresentano un motore eccezionale per quel turismo culturale negli ultimi tempi sempre più richiesto e sul quale il nostro territorio vuole crescere”. E allora cerchiamo di conoscere meglio queste quattro realtà museali.

Reperti e logo del museo civico Archeologico di Belmonte Piceno

Sala espositive del museo Archeologico di Belmonte Piceno

La famosa “stele di Belmonte”

I Piceni del museo Archeologico comunale di Belmonte Piceno. La mostra permanente del museo Archeologico comunale, inaugurata il 4 ottobre 2015 – come si legge sul sito del museo -, racconta la tortuosa storia dei reperti della necropoli attraverso documenti storici d’archivio e fotografie d’epoca, accompagnati da un inquadramento scientifico moderno che mette in rilievo le particolarità dei ritrovamenti belmontesi. Vengono presentati per la prima volta dopo il bombardamento del museo Archeologico di Ancona e la successiva dispersione, gli oggetti ritrovati durante le ricerche archeologiche nei depositi della soprintendenza. Sono state effettuate una nuova trascrizione e una rilettura della famosa stele con iscrizione in lingua sabellica o sudpicena da Belmonte, di cui è esposto il calco storico già utilizzato nell’esposizione di Dall’Osso ad Ancona. Sono esposti straordinari e unici reperti come i “torques” con teste umane stilizzate e a pigna, cavalieri su anse d’impasto, elmi piceni e greci, vasi di bronzo greci, etruschi e umbro-piceni, morsi equini, diverse fibule tra cui anche alcune con grandi nuclei d’ambra, un nettaunghie con raffigurazioni di animali fantastici, amuleti, pettorali e pendagli che riflettono la grande fioritura del centro piceno più importante per la fase arcaica delle Marche meridionali (http://comunebelmontepiceno.it/c044008/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/22#). “Quello che in ambito storico-archeologico viene denominata civiltà Picena”, interviene Giorgio Postrioti, archeologo della soprintendenza delle Marche, “definisce in realtà un complesso di manifestazioni culturali fiorite tra il IX e il III sec. a.C. sul versante medio-adriatico della penisola. Belmonte Piceno è stato considerato nell’archeologia europea il sito più importante della cultura picena. La sua importanza rimane immensa tanto da rendere plausibile non tanto l’affermazione che non c’è Belmonte senza i Piceni, quanto piuttosto il contrario, che non ci sono Piceni senza Belmonte”.

Un elmo in bronzo esposto al museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia

Orecchino d’oro dal museo di Vetulonia

La Domus dei Dolia nell’area archeologica Poggiarello Renzetti

Gli Etruschi del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia. Vatluna, oggi Vetulonia, fu una delle più potenti città stato dell’antica Etruria. Come ci ricorda il Portale ufficiale del turismo di Castiglione della Pescaia, il suo splendore, che raggiunse l’apice nel VII secolo a.C., è testimoniato dagli splendidi reperti rinvenuti a fine ‘800 nelle tombe principesche della vicina necropoli. Oggetti in oro, ambra, bronzo accompagnavano il defunto nel suo viaggio nell’aldilà assicurandogli la presenza di quegli stessi simboli di potere e raffinatezza, di bellezza e agio che avevano contraddistinto la sua vita. Quei favolosi reperti si presentarono in tutto il loro splendore ad Isidoro Falchi, il medico-archeologo che per primo condusse le campagne di scavo e al quale è intitolato il museo che testimonia la ricca civiltà che in questo territorio ha lasciato il suo segno.
In un percorso agevole il visitatore potrà ricostruire la storia dell’antica Vatluna a partire dalle origini (IX sec.a.C.) all’epoca della conquista romana (III-I sec. a.C.). Particolarmente mirabili sono i corredi funerari della fase Orientalizzante (VII sec. a.C.), il periodo di massima floridezza della storia del sito, tra cui spiccano gioielli in oro lavorati nella raffinatissima tecnica etrusca del pulviscolo, i morsi equini in bronzo, ceramiche di imitazione corinzia, i bronzi sontuosi, un ampio scudo ornato con file di animali a sbalzo, uova di struzzo istoriate: reperti rinvenuti nelle tombe delle vicine necropoli che testimoniano, accanto all’elevato status sociale, l’alto livello di ricchezza e di prestigio raggiunto dai Principes di Vetulonia. I caratteristici cinerari biconici e a capanna risalgono alla prima età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.) come anche altri oggetti di uso quotidiano come armi, fibule e rasoi, “ciambelle” per la toeletta e “reggivasi” per il banchetto. Degni di nota anche l’alfabetario ellenistico inciso su lastra di pietra dalla necropoli delle Dupiane; la stele di Auvile Feluske, segnacolo funerario in pietra ornato da figura di guerriero e da lunga iscrizione incisa; le lastre in terracotta ad altorilievo che decoravano gli architravi della domus di Medea nel quartiere ellenistico-romano di Poggiarello Renzetti, il sito visitabile alle porte del paese (http://www.turismocastiglionedellapescaia.it/museo-archeologico-isidoro-falchi/) . “L’eccezionalità dei dati architettonici forniti dallo scavo della domus dei Dolia”, interviene il sindaco di Castiglione della Pescaia, Giancarlo Farnetani, “ha offerto l’opportunità di dare un volto totalmente attendibile alla città negli ultimi secoli della sua storia, in termini planimetria, elementi strutturali e decorativi, di funzionalità e decorazione dei vani di una casa pertinente al ceto medio-alto della società e, non ultimo, nei termini degli alimenti conservati all’interno dei grandi contenitori, i dolia, custoditi all’interno della casa. Ma lo scavo della domus dei Dolia rappresenta solo il primo gradino di un lungo e complesso percorso che mira a riportare alla luce l’intero quartiere urbano di Poggiarello Renzetti, con le sue case, le sue strade, le sue botteghe artigiane, con le sue piazze per gli uomini e i suoi templi per le divinità. Un quartiere crollato e rimasto sepolto, con le sue pietre e i suoi mattoni di argilla, sotto pochi metri di terra da oltre duemila anni; un tesoro imprigionato nel silenzio, che nessuno ha più sfiorato e che chiede, novella Persefone, di tornare in superficie per raccontare la sua lunga e affascinante storia”.

La “tomba del trono” tra le star del museo civico Archeologico di Verucchio

Gioielli conservati al museo di Verucchio

I Villanoviani del museo civico Archeologico di Verucchio.  Il convento di Sant’Agostino ospita il museo Archeologico villanoviano inaugurato nel 1985 ospitando, in un primo allestimento, i reperti provenienti dagli scavi archeologici effettuati da Gino Vinicio Gentili nella necropoli di podere Moroni. Un ulteriore slancio alle iniziative di ricerca ed espositive del Museo è stato operato dalla Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna in collaborazione con il Comune di Verucchio e del Gruppo SCM di Rimini. Dal 15 luglio 1995 il museo ospita un nuovo allestimento che si articola fra il piano terra e parte del piano seminterrato, secondo un percorso cronologico-tematico. Come si legge sul sito della soprintendenza, i rinvenimenti archeologici dell’entroterra riminese documentano una delle realtà archeologiche più significative della protostoria italiana: uno dei “poli” della cultura villanoviana, nota dal IX secolo a.C. oltre che nell’Etruria propria, anche in Campania, a Fermo nelle Marche e a Bologna. I due grandi centri di Bologna e Verucchio, che come Fermo, ebbero intensi rapporti con diverse zone dell’Italia centrale tirrenica, svolsero certamente una importante funzione nel collegamento dell’Etruria con l’Europa Centrale, attraverso la Pianura Padana e l’Adriatico. Il sistema economico da cui Verucchio trae i motivi della sua fioritura sembra rispondere ad equilibri diversi da quelli bolognesi; si può pensare al ruolo particolare svolto nella distribuzione e certamente anche nella lavorazione di oggetti d’ambra, all’importanza che sembra avere la produzione di tessuti e al probabile ruolo di controllo del territorio e delle vie di transito. Il museo illustra, in un percorso cronologico, la comunità villanoviana locale tra il IX e il VII sec a. C., partendo dai dati restituiti dalle ricchissime necropoli rinvenute. La disposizione dei corredi funebri e la loro interpretazione permette una ricostruzione della società e dei contesti economici legati in maniera molto stretta al commercio e al mercato dell’ambra del Baltico, a quei tempi materia prima di valore molto elevato. Il corredo funebre comprendeva l’urna cineraria, elementi dell’abbigliamento, vasellame da banchetto, arredi, elementi di carri e bardature nelle tombe maschili e femminili; armi offensive e difensive per caratterizzare i defunti come guerrieri; strumenti da filatura e tessitura e gioielli nelle sepolture femminili. Alcuni di questi oggetti sono realizzati in materiali che difficilmente si conservano: mantelli e tessuti in lana, resti dei cibi, e mobili in legno come tavolini e troni (http://www.archeobo.arti.beniculturali.it/rn_verucchio/index.htm).

Una sala espositiva del nuovo museo civico Archeologico di Concordia Sagittaria

La cattedrale e l’area archeologica di Concordia Sagittaria

I Romani del museo civico Archeologico di Concordia Sagittaria. L’attuale nome del Comune risale all’Ottocento per la presenza – ricordata dalle fonti antiche – di una fabbrica d’armi, in particolare punte di freccia (sagittae). La città romana di Julia Concordia, fondata probabilmente su un insediamento preesistente, acquistò dignità di municipium intorno alla metà del I sec. a.C., con un porto fluviale raggiungibile via mare anche attraverso le paludi. Come si legge sul sito del Mibact, nel 1987, l’amministrazione comunale in accordo con la soprintendenza aveva istituito un museo civico, una sorta di piccolo Antiquario, allestito al piano terra dell’edificio che ospitava la biblioteca; il percorso espositivo aveva lo scopo di creare un “museo transitorio”, in attesa della realizzazione di un grande museo, per valorizzare le testimonianze archeologiche di cui è ancora ricca Concordia. Il materiale esposto, proveniente dagli scavi più recenti, era stato articolato in sezioni tematiche: elementi pertinenti alle necropoli, la “città dei morti”, si giustapponevano a quelli della “città dei vivi”, manufatti che fungevano da richiamo alla vita dell’abitato. Il restauro dello storico palazzo del XVI secolo dove ha sede il municipio di Concordia ha consentito nel 2007 una nuova esposizione di materiali che illustrano la storia della colonia romana e le vicende che portarono alla sua riscoperta. La realtà espositiva del museo civico Archeologico costituisce il capolinea dei percorsi archeologici che si snodano nella città. La destinazione di edifici storici come sedi di musei è assai frequente nel nostro Paese; tuttavia, nel Municipio di Concordia l’allestimento dei reperti si somma a funzioni istituzionali, oltreché logistiche. Tale commistione di vita quotidiana e memoria trova ragione nella pratica del reimpiego di spolia del passato che in molte occasioni ha segnato la storia più recente di Concordia (e ora si spinge fino a prevedere che delle iscrizioni di epoca imperiale siano ospitate nella grande sala consiliare cinquecentesca) ed è espressione della volontà di rafforzare l’identità locale e di valorizzare il territorio condivisa da amministrazione pubblica e soprintendenza archeologica. Tra le opere di epoca romana, già nel Museo Civico, sono tornate nell’area della Basilica paleocristiana quelle che vi erano state trovate reimpiegate come materiale da costruzione, mentre al Municipio sono state destinate le altre, principalmente testimonianze dalle necropoli concordiesi con testi iscritti, evidenze della comunità organizzata che abitava la colonia. Infatti, tranne sotto la loggia e nella prima sala del Municipio, dove sono esposti materiali collegati simbolicamente alle aree toccate dai percorsi, è attraverso la parola incisa su iscrizioni, bolli d’anfora, fistole plumbee che si è recuperata la dimensione della società antica, di cui quei materiali sono espressione oltreché resti, confortati in ciò dalla storia degli studi che proprio con l’epigrafia visse a Concordia una fertile stagione nella seconda metà dell’Ottocento (http://www.allestimentimuseali.beniculturali.it/index.php?it/117/allestimenti-elenco-schede/27/concordia-sagittaria-ve-percorsi-archeologici-a-iulia-concordia-allestimento-del-municipio).

Nel cantiere del nuovo teatro “riscoperto” l’antico acquedotto romano di Cupramontana, nelle Marche, centro piceno dedicato alla dea Cupra, e poi municipio romano. Scoperto alla fine del ‘700, se n’erano persi tracce e ricordo

Il tratto di acquedotto romano "riscoperto" a Cupramontana, borgo in provincia di Ancona, nel cantiere del nuovo teatro comunale

Il tratto di acquedotto romano “riscoperto” a Cupramontana, borgo in provincia di Ancona, nel cantiere del nuovo teatro comunale

Un'antica stampa del borgo di Cupramontana

Un’antica stampa del borgo di Cupramontana

Sotto l’ex teatro le tracce di un antico acquedotto romano. È stato “riscoperto” a Cupramontana, borgo antico nell’entroterra marchigiano in provincia di Ancona, su quello che fu un importante municipio romano e prima ancora un centro della popolazione preromana dei piceni dedicato a Cupra, dea della fertilità. “Riscoperto” perché l’antico acquedotto in realtà era stato scoperto quasi due secoli e mezzo fa dallo storico cuprense don Francesco Menicucci, emerso probabilmente durante alcuni scavi condotti nel 1779. La sua descrizione è conservata all’interno del Commercium Epistolicum, una raccolta di corrispondenza, datata tra il 1788 e il 1793, tra don Menicucci e un altro erudito del tempo, lo storico fermano Giuseppe Colucci. Secondo lo storico cuprense l’antico manufatto si snodava lungo il versante nord-ovest di Cupramontana passando nella zona dell’attuale via Gaspare Spontini, già via Canalecchie, antico toponimo che sembra rimandare proprio alla presenza di un canale, cioè dell’acquedotto. “Sacerdote del clero secolare”, scrive oggi lo studioso cuprense Oddino Giampaoletti, “don Francesco Menicucci parlava il greco e il latino e per queste sue conoscenze non ha avuto difficoltà a scrivere interessanti volumi di storia, della nostra storia, quella del ‘700 cuprense. Fu un archivista di prim’ordine e il suo lavoro si espresse non solo a Cupramontana, ma da Jesi (Archivi Capitolari ed Episcopali) a Firenze (Archivio Granducale). Grazie al suo lavoro di archivista riuscì a pubblicare diversi suoi volumi. Scrisse molto per le Antichità Picene del Colucci e tra questi suoi lavori particolarmente si dedicò alla Lapide di Cupra Montana  narrando anche i risultati di scavi archeologici effettuati nel territorio”.

Il foglio su cui don Francesco Menicucci tracciò la sua ipotesi di tracciato dell'antico acquedotto romano di Cupramontana

Il foglio su cui don Francesco Menicucci tracciò la sua ipotesi di tracciato dell’antico acquedotto romano di Cupramontana

Nella lettera a Colucci la descrizione che fa Menicucci è dettagliata ed entusiasta.  Scrive Menicucci a Colucci: “Acquedotto sotterraneo magnifico scoperto nel 1779. Egli è incavato nel tufo, in figura ovale, alto Palmi Rom. 9 largo Palmi 5. Il suo cominciamento si è trovato essere in o presso la Casa de’ Sig.ri Grana, ora de’ Sig.ri Conti Leoni. È stato sino ad ora scoperto fino al luogo p. Ha un declivio regolarissimo, e tendente verso il Tempio di S. Eleuterio. Più oltre dal punto o sopradetto non si poteva incavare, a motivo appunto del declivio, perocché il terreno da lì alla parte del Ponente si sbassa. Gli antichi suoi Fabbricieri nell’incavarlo, dove videro mancare il tufo, vi supplirono con delle mura fatte a sacco, ed insieme [come soglion dire] a stagno, perché potessero resistere all’acqua. Vi si vede ai lati, ed assai più nel fondo, il tartaro fatto dalle acque, e parecchie buche verticali e quadre, chiamate volgarmente sbocche q, q, q, q, q, q, onde potesse l’acqua scorrervi facilmente. Quest’amplo acquedotto egli è diversissimo da quello che si scoperse a’ tempi del P. Sarti, il quale ne ragiona a carte 51, n° XXVI alla sopra lodata sua opera di Cupra-Montana. Tal’acquedotto è situato, come poc’anzi si accennò, a Mezzo-Giorno, ed è assai più piccolo. Ma quello, di cui parliamo, sta dalla parte opposta, cioè di Tramontana. Da questa parte gli antichi Cuprensi con somma avvedutezza posero a lavorare il fin qui descritto sontuosissimo sotterraneo, per provvedere di acque la loro Città, perocché tal’elemento, giusta le leggi Fisiche, deve più assai che altrove sgorgare nella pendenza delle Colline dalla parte di Tramontana. Le possessioni, che vengono da quest’Acquedotto occupate, denominansi ab antica con il vocabolo le Canalecchie, conforme osserviamo in più nostri Codici, e specialmente nel Catasto dell’anno 1345 alle pergamene 139, 140, 148; dal che sembrami potersi argomentare, tal sotterraneo non essere stato per avventura ignoto a’ nostri Vecchi, ed averlo questi verisimilmente detto “il Canale”, onde può credersi originata quella denominazione di Canalecchie”. Quindi nei tempi antichi a Cupra gli approvvigionamenti di acqua erano garantiti da più fonti. “La prima delle sorgenti si trovava a circa 8-10 metri dalla chiesa di San Leonardo verso il centro della piazza”, ricorda Giampaoletti. “La seconda approssimativamente dove ora c’è il monumento al Donatore AVIS e che è la stessa che alimentava il manufatto romano rinvenuto negli scavi; la terza di rimpetto allo storico ristorante Orietta. Le acque provenienti sia dalla prima sia dalla seconda sorgente, potrebbero essere state convogliate tramite l’acquedotto fino all’antica via Canalecchie, che portava acqua fino al Barlozzo, un serbatoio visibile in via Giovanni Bovio, dal quale una volta riscaldata veniva nuovamente fatta scendere a caduta fino alle Terme alla Dea Cupra, in contrada La Pieve e Palazzi”.

Una veduta panoramica dell'antico borgo di Cupramontana che sorge nell'area del municipio romano

Una veduta panoramica dell’antico borgo di Cupramontana che sorge nell’area del municipio romano

Dell’antico acquedotto romano, che correva “sotto la superficie della terra le misure di un uomo”, nel tempo si sono però persi le tracce e il ricordo. E le ripetute ricerche degli speleo-archeologi, anche recentemente, sono state interrotte per mancanza di tracce. Nessuno si aspettava infatti che l’acquedotto romano seguisse un percorso leggermente diverso da quello indicato da Menicucci, una cinquantina di metri più lontano dall’area dell’ex cinema-teatro, dove è stato trovato per caso. E questo è un classico: molte delle più interessanti scoperte archeologiche emergono per un evento fortuito. A Cupramontana l’occasione è stata data dallo scavo delle fondamenta del nuovo teatro comunale.  È il 20 ottobre 2016:  le ruspe del cantiere si imbattono in quello che sembra un cunicolo. L’impresa esecutrice interrompe tempestivamente gli scavi, e avvisa la direzione lavori e il Comune di Cupramontana. E di qui la segnalazione alla soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche. Mentre il Comune redige e approva una variante al progetto del nuovo teatro (il disegno originario incideva marginalmente sul condotto)  che consente di riprendere i lavori, a gennaio 2017 parte una nuova campagna di scavi che ha portato alla luce un cunicolo incavato a mano nell’arenaria, alto due metri, con uno sviluppo di circa 34 metri e una pendenza del 2%. Un condotto facilmente percorribile verso monte, mentre a valle è completamente ostruito da un palo in cemento armato costruito per sorreggere un piccolo edificio. La scoperta è stata presentata dal sindaco di Cupramontana Luigi Cerioni, e da Ilaria Venanzoni della soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, con l’archeologo Marco Ambrosi, e l’Archeoclub di Cupramontana.

La caratteristica forma a "V" del condotto dell'acquedotto romano, soluzione tecnica che permette di regolamentare la velocità dell'acqua

La caratteristica forma a “V” del condotto dell’acquedotto romano, soluzione tecnica che permette di regolamentare la velocità dell’acqua

L’esplorazione ha confermato che il cunicolo è proprio il tratto iniziale dell’antico acquedotto romano scoperto quasi tre secoli fa dallo storico cuprense don Francesco Menicucci. La sezione del cunicolo mostra una volta a tutto sesto su pareti che si stringono in basso a forma di ‘V’. “In questo modo”, spiegano gli esperti, “nei momenti di siccità, l’acqua rimane nella parte bassa dell’acquedotto che, essendo più stretta (circa 35-40cm), riesce a convogliarla con maggior velocità verso valle. Al contrario nei periodi di pioggia e quindi con il livello d’acqua più alto, l’allargamento del condotto (fino a un massimo di circa 90cm) permette un deflusso più lento e controllato. Questo sistema garantiva un approvvigionamento dell’acqua alla città pressoché regolare. Si può anche ipotizzare che come in altri acquedotti romani di questa portata, il condotto vada a terminare in una grande cisterna, in genere sotterranea, che ha lo scopo di accumulare e distribuire poi nel migliore dei modi l’acqua all’interno della città”. Don Francesco Menicucci, spiegano gli archeologi, non menziona una cisterna però ricorda “mura sotterranee, che dal sopradetto Acquedotto vanno a terminare nell’infrascritto Predio di S. Eleuterio. Intorno ad esse trovaronsi parecchie volte ed archi con molte ossa di umani cadaveri”. Non è da escludere quindi che il luogo da lui indicatoci corrisponda ad una cisterna, la quale potrebbe essere stata utilizzata come fossa comune nel periodo delle grandi pestilenze. Le nuove ricerche potranno chiarire molti aspetti di questo manufatto. Il Comune è infatti impegnato a reperire le risorse finanziarie necessarie per la rimozione di quanto impedisce l’esplorazione del tratto a valle dell’acquedotto. E intanto a Cupramontana si torna a parlare della creazione di un percorso archeologico strutturato e di interesse turistico.