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Pavia. Con la coop Oltre Confine tour virtuale in più puntate alla riscoperta della Pavia Romana, la Ticinum fondata nell’89 a.C. Seconda parte: “Da Augusto ad Aureliano”. L’approfondimento su Zoom con iscrizione obbligatoria

Con la coop Oltre Confine tour virtuale on line alla scoperta di Ticinum, la Pavia Romana

Tour “Zoom su Pavia romana in digitale (parte 2). Da Augusto ad Aureliano”. Dopo il grande successo di sabato 21 novembre 2020, con la prima puntata di Pavia Romana, con quasi 50 collegamenti, per un totale di circa 70 persone fruitrici (vedi Pavia. Con la coop Oltre Confine tour virtuale in più puntate alla riscoperta della Pavia Romana, la Ticinum fondata nell’89 a.C. L’approfondimento su Zoom con iscrizione obbligatoria | archeologiavocidalpassato), la Cooperativa Oltre Confine Onlus propone per sabato 5 dicembre 2020, alle 17.15, un nuovo approfondimento culturale online tramite piattaforma Zoom. “Pavia romana (parte 2). Da Augusto ad Aureliano” è un “viaggio” alla riscoperta, in più puntate, di una Pavia a tratti impercettibile, ma reale: Ticinum (il nome delle città in epoca romana), accompagnati dall’archeologo Simone Ardizzi. L’evento, in streaming, della durata di 1 ora circa, consentirà di reinterpretare Pavia e la sua storia bimillenaria sotto una nuove luce, focalizzando l’attenzione dei partecipanti sulle “tracce” che ancora permangono in città della memoria romana, dopo più di 2000 anni. La prenotazione è obbligatoria. Prenotazioni al link: https://forms.gle/GaNmFx9JTpcAKBFj8. Per informazioni: visiteguidate@vieniapavia.it / 3755709240. Contributo minimo di 7 euro tramite bonifico: IT58Z0306909606100000130301 – OLTRE CONFINE SCS ONLUS. Ai fini dell’erogazione di regolare ricevuta fiscale, all’atto della prenotazione, si domanda gentilmente di segnalare: Nome, Cognome, CF e indirizzo di residenza della persona a cui intestare la ricevuta.

La cripta della chiesa di San Giovanni Domnarum a Pavia (foto Oltre Confine)
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Dettaglio delle suspensurae reimpiegate nella cripta di San Giovanni Domnarum (foto Oltre Confine)

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Un capitello romano reimpiegato nella cripta di San Giovanni Domnarum (foto Oltre Confine)

Con la seconda puntata riprenderà la trattazione delle antiche infrastrutture della Pavia romana. Si parlerà, ad esempio, della cripta della chiesa di S. Giovanni Domnarum. Per quanto la chiesa oggi si presenti nelle sue forme seicentesche e la cripta sia il risultato di una serie di adattamenti succeditisi fino alla fase romanica nel Medioevo, proprio quest’ultima conserva al suo interno un’alta concentrazione di materiali di reimpiego d’età romana. Sappiamo infatti che la chiesa in questione venne fondata nel VII sec. d.C. da Gundiperga in età longobarda. L’edificio fu più volte nei secoli successivi rimaneggiato fino al sua aspetto attuale. Ciò che interessa in questo momento è che Gundipega fece costruire il proprio complesso ecclesiastico su un impianto termale romano. A questa conclusione sono giunti gli studiosi nel momento in cui, con la riscoperta della cripta a inizio 900, fu evidente la presenza di numerosissime “suspensurae” reimpiegate nell’architettura della cripta. Ovvero di pilastrini in laterizio, aventi forma circolare, utilizzati solitamente in epoca romana per sorreggere il pavimento di edifici riscaldati a ipocausto (ossia veniva fatta circolare aria calda nell’intercapedine sottopavimentale). All’interno della cripta, inoltre, sono ben visibili anche i materiali romani di reimpiego che costituiscono i quattro sostegni centrali dell’ambiente ipogeo: parliamo di capitelli, pilastri e basi di colonna.

Foglio 78v del codice 326 conservato nella biblioteca di Einsiedeln (Svizzera) dove è citata la Porta Papia (foto Oltre Confine)

Nel corso della seconda punta si avrà modo di parlare anche del legame che univa la città alla famiglia imperiale augustea. Un prezioso manoscritto del IX sec d.C. (codex einsidlensis 326), nel quale si parla dell’itinerario di un anonimo pellegrino in Italia, ci informa infatti dell’esistenza a Pavia di un’imponente porta urbica monumentale (quella orientale, in corrispondenza all’incirca di piazza Municipio). Questo arco-porta sarebbe stato adornato da un’iscrizione latina recante i nomi di dieci membri della famiglia imperiale, tra cui Augusto, e da un gruppo scultoreo immortalante gli stessi. Sappiamo infatti di un soggiorno dell’imperatore Augusto, di sua moglie Livia e del figlio di lei, Tiberio, a Pavia nel 9 a.C. Fu proprio in quell’occasione che i tre appresero del grave ferimento di Druso nel corso di una campagna militare in Germania (figlio di Livia e fratello di Tiberio). Tiberio, sappiamo dalle fonti, riuscì a percorrere ben 200 miglia a cavallo in un solo giorno e una notte, coprendo il tratto Ticinum-Germania. Fece giusto in tempo a vedere suo fratello Druso, prima che questi esalasse il suo ultimo respiro. Tiberio guidò il corteo funebre dalla Germania verso Ticinum, dove si ricongiunse con Augusto e Livia. Da qui, il corteo proseguì a sud verso Roma. E’ dunque probabile che la città di Ticinum, in segno di riconoscenza del passaggio della famiglia imperiale, abbia voluto omaggiarne i membri, già agli inizi del I sec. d.C., con la monumentalizzazione della porta orientale, porta anche ben visibile in età altomedievale.

Frammento di architrave in marmo di Carrara, conservato nel cortile di Lettere del Palazzo Centrale dell’università di Pavia, con dedica all’imperatore Tiberio (foto Oltre Confine)
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Multiplo di un aureo del 313 d.C. conservato al Cabinet des Medailles della Biblioteca Nazionale di Parigi (foto Oltre Confine)

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Antoniniano del 274-5 d.C. conservato ai musei civici di Pavia (foto Oltre Confine)

A questo proposito, non si può non menzionare un frammento di architrave in marmo di Carrara, conservato nel cortile di Lettere del Palazzo Centrale dell’Università di Pavia, con dedica all’imperatore Tiberio, che nel 14 d.C. successe ad Augusto. Questo frammento testimonierebbe, dunque, l’esistenza a Ticinum di un altro importante edificio eretto per omaggiare il potere imperiale, in questo caso specifico la singola figura di Tiberio. Nel seconda puntata si parlerà anche della Zecca di stato aperta da Aureliano a Ticinum del 274 d.C., all’indomani della grande riforma monetaria di cui l’imperatore si fece promotore. Ticinum coniò monete in oro, argento e bronzo sino a circa al 326-7 d.C., quando il personale della zecca venne trasferito a Costantinopoli.

Pavia longobarda, una città da scoprire: dalla mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” alle testimonianze architettoniche e storiche conservate in centro storico. Per due secoli capitale del regno dei Longobardi rivive nelle descrizioni di Paolo Diacono

Paolo Diacono da un codice conservato alla Biblioteca medicea laurenziana di Firenze

Palazzo Beccaria a Pavia: insiste sulla reggia di Alboino

Capitale per due secoli del regno degli “uomini dalle lunghe barbe”, Pavia longobarda oggi è una città da scoprire: poche le tracce rimaste, ma significative. E la mostra aperta fino al 3 dicembre 2017 al castello visconteo “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” insieme a un percorso guidato nel centro storico fa rivivere quegli straordinari due secoli iniziati con l’ingresso in città dei “nuovi barbari” nel 572. Alboino, re dei Longobardi, aveva varcato le Alpi Giulie solo un anno prima, nel 568. E ora le sue armate lanciavano l’assedio alla città di Ticinum, eletta da re Teodorico seconda capitale dopo Ravenna del regno degli Ostrogoti, antico castrum romano sull’omonimo fiume, nodo strategico sulla strada tra Milano e Genova, a pochi chilometri dalla confluenza nel Po. Ma non fu facile. Pavia resistette all’attacco dei longobardi per tre anni, dal 569 al 572, prima di capitolare. Così, quella città che fu chiamata da Alboino Papia, diventò la capitale del regno longobardo. Paolo Diacono, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido, monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo, autore della Historia Langobardorum, racconta con toni epici: mentre il re si apprestava a entrare vincitore in città dalla porta orientale di San Giovanni (oggi presso corso Garibaldi) il suo cavallo cadde a terra e non fu più possibile farlo rialzare. Allora un suddito longobardo ricordò al re il giuramento, che aveva fatto precedentemente, di passare cioè a filo di spada tutta la popolazione pavese, e gli disse che solo infrangendo un così duro voto sarebbe potuto entrare in città. Il re ritrattò, promise di graziare i cittadini e, immediatamente, il suo cavallo si sollevò, permettendogli di prendere possesso della città. Pavia, come capitale del regno longobardo, sarebbe andata avanti due secoli: dal 572, quando fu conquistata da Alboino (che stabilì la sua reggia a pochi passi dalla basilica di San Michele Maggiore dove oggi c’è un palazzotto all’incrocio tra via Scarpa e via Alboino) fino al 774, quando fu conquistata da Carlo Magno.

Pluteo longobardo rinvenuto a Pavia e conservato ai musei civici

Due secoli ricchi di importanti vicende politiche, militari, religiose, culturali a fronte delle quali oggi rimangono rarefatte evidenze monumentali che vanno rintracciate e ricomposte nel tessuto edilizio storico stratificato, essendo scomparsi monumenti importanti, come la rotonda di Santa Maria alle Pertiche, sorta in un area cimiteriale, dove si usava ricordare i guerrieri morti lontano, conficcando un palo nel terreno con in cima una colomba in legno rivolta nella direzione dove era caduto il congiunto. Restano le testimonianze documentarie: non dimentichiamo che proprio a Pavia il re Rotari promulgò alla mezzanotte tra il 22 e il 23 novembre 643 il famoso Editto, che raccoglie in modo organico le antiche leggi del popolo longobardo. E poi c’è l’Historia Langobardorum con cui Paolo Diacono ci aiuta a immaginare la Pavia di un tempo, teatro di re, regine, funzionari, badesse, notabili. Grazie alle parole dello storico friulano ritroviamo il Palazzo Reale, le antiche e splendide chiese, gli edifici più importanti. “Purtroppo all’eccezionale fortunata ricchezza dell’immagine di Pavia capitale del regno longobardo”, sottolinea Susanna Zatti, direttore dei Musei Civici del Castello di Pavia, “corrisponde, oggi, un’avvilente povertà di sussistenze monumentali – tale da aver precluso l’inserimento della città nella rete Unesco dei siti longobardi – così che ben si può attribuire a Pavia quell’appellativo di straordinaria Atlantide sommersa (Romanini) da riferirsi a un prezioso tesoro d’arte sopravvissuto solo a livello sotterraneo nelle cripte, oppure tuttora celato da substrati, inglobato in murature, o reimpiegato in nuove architetture, in attesa di essere riscoperto e disvelato”.

La basilica di San Michele Maggiore a Pavia: chiesa romanico-lombarda su impianto longobardo del VII secolo

Orecchini longobardi conservati ai musei civici di Pavia

“Non solo le devastazioni belliche e gli incendi, ma la splendida fioritura romanica dopo il Mille”, continua Zatti, “con la necessità di recuperare spazi e materiali pregiati per le costruzioni, e poi la crescente insofferenza estetica per espressioni d’arte barbariche, almeno sino al Romanticismo, hanno determinato il progressivo svanire delle testimonianze materiali di Pavia Longobarda (mentre, in parallelo, il patriziato e gli eruditi locali avevano reagito alla decadenza dei loro tempi con la creazione del mito della capitale altomedievale, tramandandone ai posteri un ricordo parziale e travisato); così, solo per ritrovamenti fortuiti e rarefatti nei secoli e per episodiche campagne recenti di scavo archeologico, sono stati riportati alla luce elementi architettonici, monili, lapidi ed epigrafi funerarie, pezzi scultorei che sono confluiti nelle raccolte civiche e allestiti nelle sale museali del castello visconteo. Sono reperti di straordinaria qualità – tali da ripagare in parte per la loro unicità ed eleganza, pur nelle ridotte dimensioni, la perdita di strutture monumentali – che per l’appunto sono pervenute ai Musei o dall’occasionale riemersione durante interventi urbanistici o dal privato collezionismo antiquario: si tratta, per lo più, di manufatti da riferire alla celebrazione regia, encomiastica, e legati ad ambienti aulici e di corte, che devono la loro sopravvivenza al reimpiego in contesti successivi, in qualità di stipiti, di soglie, di chiusure di pozzi”.

Rilievi della basilica di San Michele Maggiore a Pavia

Ma non tutto è perduto. E proprio la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/23/pavia-e-pronta-a-tornare-capitale-del-regnum-langobardorum-apre-al-castello-visconteo-la-mostra-longobardi-un-popolo-che-cambia-la-storia-un-grande-evento-in-cui-per-la-prima-volt/) ha fatto da volano alla riscoperta di Pavia Longobarda: luoghi di grandissima suggestione, sottratti allo sguardo abituale dei turisti. La basilica di San Michele Maggiore rivive nella sua fondazione del VII secolo, come pure San Pietro in Ciel d’Oro e ancora Sant’Eusebio, San Salvatore, Sant’Agata al Monte. Una Pavia che ora possiamo riscoprire anche grazie alle tecnologie multimediali e innovative che – in occasione proprio della mostra – sono state utilizzate per realizzare approfondimenti e suggestioni (compresa la ricostruzione 3D, a volo d’uccello, della città del tempo) introduttivi alla sezione longobarda permanente dei musei civici del castello di Pavia con i suoi i straordinari reperti. Tra questi non possiamo non ricordare i celebri plutei con pavoni e draghi, provenienti dalla chiesa del cosiddetto monastero di Teodote, dal nome della fanciulla di stirpe romana qui rinchiusa – secondo il racconto di Paolo Diacono – dopo essere stata violata dal re longobardo Cuniperto.

La cripta longobarda di Sant’Eusebio a Pavia

Sono tre le cripte longobarde, cui viene garantito l’accesso al pubblico (in orari diversi nei fine settimana) grazie alla collaborazione tra istituzioni e associazioni pavesi. La cripta di Sant’Eusebio è quanto resta di un edificio di antiche origini, già esistente al tempo del re longobardo Rotari (636-652) e utilizzato come cattedrale ariana. L’edificio di culto ricevette una prima radicale ristrutturazione architettonica in epoca romanica, tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo e un secondo rifacimento nel XVII secolo. Sconsacrata agli inizi dell’Ottocento, la chiesa venne abbattuta nel 1923 per consentire l’erezione del Palazzo delle Poste. Fu risparmiata la sola cripta, che rimase però interrata sino al 1967-1968, quando si decise di portarla alla luce, restaurarla e dotarla dell’attuale tettoia protettiva. Del primo edificio dovrebbe rimanere solo la muratura che delimita il perimetro esterno, dall’andamento in pianta a ferro di cavallo, aumentato di spessore nell’XI secolo per consentire la realizzazione della cripta a oratorio, cioè divisa in navate e campate dalla teoria di colonnine reggenti volte a crociera. Più problematica risulta la datazione dei capitellini ad alveoli, i quali potrebbero essere longobardi di reimpiego nella cripta romanica, mentre secondo alcuni studiosi andrebbero datati all’XI secolo.

La cripta longobarda di San Giovanni Domnarum a Pavia

Fondata dalla regina Gundeberga figlia di Teodolinda, la chiesa di San Giovanni Domnarum, seppur riformata integralmente nel Seicento, conserva ancora la cripta di età altomedievale. Qui un attento studio delle murature ha suggerito le ipotesi che l’edificio originario fosse costituito da un nucleo rotondo, su cui si innestava un’aula rettangolare, e che la costruzione longobarda fosse sorta su un antico ambiente termale romano. Lì vicino c’è il monastero di San Felice fondato con intitolazione al Salvatore dalla regina Ansa, moglie di Desiderio, ultimo sovrano longobardo, ma con una nuova dedicazione nell’XI secolo in ragione della presenza delle reliquie del martire Felice. Della chiesa altomedievale rimangono in essere il fianco esterno meridionale, articolato in arcate cieche (come doveva essere in origine anche Santa Maria delle Cacce), e la cripta a corridoio, tuttora dotata di grandi arche-reliquiario in marmo, databili al IX-X secolo. Scavi archeologici condotti in decenni recenti hanno permesso di capire che la chiesa originaria aveva impianto triabsidato a navata unica e che era preceduta da un atrio utilizzato come cimitero per le monache. Nella parte occidentale dell’attuale navata sono, infatti, state ritrovate numerose tombe alla cappuccina ancora sigillate, contenenti anche alcuni resti dell’abbigliamento, tra cui una calzatura con lacci in cuoio e un anello. Tra le tombe lasciate in vista, degna di menzione è quella della badessa Ariperga, databile alla seconda metà dell’VIII secolo, e internamente dipinta con le raffigurazioni aniconiche tipiche dell’arte longobarda: la dextera Dei benedicente, una croce bicroma, alcuni elementi circolari, forse delle perle, i quattro vangeli e alcune iscrizioni con il nome della defunta.

Rilievi del portale della basilica di San Pietro in Ciel d’Oro

Un discorso a parte merita il monastero agostiniano di San Pietro in Ciel d’Oro. Già a cominciare dalla facciata romanico-lombarda (1132) che appare quasi senza preavviso, perché l’antico campanile fu abbattuto in epoca napoleonica. “Lo corpo ond’ella fu cacciata / giace giuso in ciel d’auro / Ed essa da martiro e da esilio / venne a questa pace”: la terzina di Dante Alighieri (Par. X,127-129) riprodotta su una lapide che ricorda la sepoltura del filosofo romano Severino Boezio (+ 525 d.C.), qui fatto uccidere dal re ostrogoto Teodorico e sulla cui tomba sorse la basilica paleocristiana di S. Pietro in Ciel d’Oro, così chiamata per la cupola interna tutta dorata. Ed è in questo monastero che nella prima metà dell’VIII secolo conseguì la qualifica di docente Paolo Diacono, che era nato a Cividale del Friuli nel 720/730 e fin da giovane aveva raggiunto Pavia per seguire gli studi nella capitale longobarda. Ma soprattutto la basilica è importante perché qui Liutprando, re cattolico dei Longobardi e re d’Italia dal 711 al 744, decise di traslare le spoglie di Sant’Agostino da Cagliari, dove erano minacciate dai Saraceni.

La monumentale Arca di sant’Agostino al centro del presbiterio di San Pietro in Ciel d’Oro

Il primo ricordo di questa basilica pavese, risale all’anno 604 d.C. La costruzione non è l’originaria ma succede a un’altra di stile paleocristiano a semplici colonne e soffitto di legno. La basilica attuale, dalle forme romanico-lombarde, risale al secolo XII ed è stata consacrata dal Papa Innocenzo II nel 1132 d.C. Il nome pittoresco di “ciel d’oro” le viene dal soffitto ligneo della chiesa paleocristiana, decorato con tinte di color oro. È ricordata oltre che da Dante, anche da Petrarca e Boccaccio. Al centro del presbiterio, sopraelevato sulla cripta, domina l’Arca marmorea di S. Agostino, capolavoro della scultura lombarda del Trecento. Ornata da 95 statue e 50 bassorilievi, l’opera fu commissionata dal pavese Bonifacio Bottigella, Priore degli Agostiniani, poi vescovo di Lodi. L’Arca è una piccola illustrazione enciclopedica della fede, delle virtù teologali, cardinali e monastiche. Vi troviamo inoltre rappresentati alcuni episodi della vita di S. Agostino, il Grande Dottore della Chiesa: la sua conversione, il battesimo amministrato da S. Ambrogio, i miracoli dopo la morte avvenuta nel 430 d.C. e la traslazione delle sue reliquie a Pavia.